31 dicembre 2006

Letture per un anno


Picture by Annalisa
Sono quasi fuori tempo massimo, ma anche per quest'anno ci siamo. Dopo quelle degli anni precedenti (2005, 2004, 2003) ecco finalmente la mia personalissima classifica delle migliori letture del 2006.

Al primo posto assoluto Cent'anni di solitudine di Gabriel Garcia Márquez un romanzo che avevo colpevolmente sottovalutato nel momento del primo tentativo di lettura (ormai vent'anni fa) ma che letto ora mi ha conquistato. L'epopea della famiglia Buendia avrà per sempre uno spazio nei miei ricordi.

Al secondo posto Conoscerete la nostra velocità di Dave Eggers, struggente profondo e ingenuo. Cosa vuol dire crescere negli USA oggi. Più o meno. (Qui potete ri-leggere qualche nota sul romanzo)

Al terzo posto Jonathan Strange e il Signor Norrell di Susanna Clarke. La magia e l'Inghilterra vittoriana. Un connubio indimenticabile, una meraviglia di romanzo. Da gustare in queste serate invernali.

Tra le altre letture da ricordare ci sono:
Stardust di Neil Gaiman. Qui ho già parlato del motivo per cui preferisco questi Gaiman secondari rispetto ai più rinomati ultimi romanzi. Stardust è emblematico delle capacità di Gaiman di proiettare il lettore in un mondo a parte e farlo sentire a casa.

Bay City di Richard K Morgan, Volgi lo sguardo al vento di Iain M Banks e Iron Sunrise di Charlie Stross sono probabilmente i migliori romanzi di fantascienza nuova letti quest'anno, mentre tra i recuperi dal passato mi hanno colpito Barbagrigia di Brian Aldiss e L'uomo disintegrato di Alfred Bester

Creature ostinate di Aimee Bender è la sorpresa dell'anno. Iniziata la lettura non le avrei dato due cent, ma proseguendo nel volume la sua capacità di andare oltre il reale, di colpire al cuore e allo stomaco con le sue strane storie di persone diverse (e ostinate) mi ha impressionato, emozionato, sorpreso.
Se volete provare qualcosa di nuovo e non sapete dove trovarlo date una possibilità ad Aimee Bender.

E infine un romanzo italiano, uno dei pochi letti quest'anno che mi abbia davvero colpito: S'è fatta ora di Antonio Pascale. Del libro ho già scritto qui. Ma era giusto ricordarlo anche in questa carrellata di fine anno.

Bene. Anche per quest'anno è fatta. Scappo che mi aspettano…

Tanti auguri per un indimenticabile meraviglioso felice 2007 a tutti!

22 dicembre 2006

Siamo tutti temporanei


Passing by, by Iguana Jo.
Stamattina stavamo festeggiando con i colleghi, torte, vino, baci e abbracci quando è arrivata la notizia della morte di Giorgio, un nostro collega assente da un paio di mesi. Sapevamo della sua malattia, sapevamo che sarebbe stata dura, ma non ci aspettavamo certo che tutto sarebbe finito nel giro di tre mesi…

Improvvisamente s'è fatto silenzio. Qualche istante, quasi senza respirare.
Poi fortunatamente s'è messa in moto la macchina del lutto. Funerali? Domani. Dove ci troviamo? cosa facciamo?

No, niente ironia. Queste cose aiutano. Nessuno di noi conosceva Giorgio troppo bene, nessuno di noi aveva legami che non fossero quelli lavorativi. Ma credo che per almeno un attimo stamattina ci siamo sentiti tutti sfiorati dalla nera signora e fare fare fare aiuta a non pensarci troppo. Alla vita, alla morte, al tempo che passa, alle feste in arrivo.
A tirare avanti. Che tra tre giorni è natale.

In fondo siamo tutti temporanei. Faremo bene a non dimenticarlo.

19 dicembre 2006

Attaccabrighe, urlatori & bastardi


Picture by centrifuga.
Musica che sa di terra polvere oscurità. Musica con i calli per il duro lavoro e la fatica quotidiana. Musica con le suole bucate per il lungo camminare, che di strada ne ha fatta davvero tanta.
Musica che scalda l'anima e allontana l'inverno. Musica disperata, musica allucinata e musica divertita.

Nell'ultimo monumentale triplo cd di Tom Waits c'è tutto questo e molto di più. Si rischia di sprofondare e perdersi nei labirinti creati dai suoi suoni spezzati, tra le ruvide carezze e gli squarci di violenza che ti accompagnano nell'ascolto. Un triplo disco questo Orphans: Brawlers, Bawlers and Bastards come non se fanno più. Un'opera che richiede tempo, attenzione, costanza. Anche per questo un'opera fuori sincrono rispetto al presente che ci circonda.

La sensazione di essere catapultati in un'altra epoca è fortissima, tra gli echi del cabaret e le ballate popolari, tra l'antico stomp e le contorsioni canore dell'inconfondibile voce di Tom Waits si percorrono strade poco trafficate, tra le ombre dei fantasmi del passato e la ricerca di una nuova strada tra i ruderi del presente. Il percorso è affascinante, emozionante a tratti commovente. Ma non c'è nostalgia tra le innumerevoli pieghe di questi dischi, c'è semmai un'espressione libera da condizionamenti temporali, libera da vincoli commerciali, libera da necessità televisive. C'è un'altra modulazione della realtà, la percezione di un nocciolo duro sepolto dentro ognuno di noi, nascosto tra le nostre inevitabili miserie quotidiane c'è insomma un altro futuro possibile.
Io l'ho appena iniziato ad ascoltare e già me ne sono innamorato.
Tom Waits è vivo. Viva Tom Waits.

14 dicembre 2006

Wow! La mia prima mostra!


Quei bravi ragazzi di z.t.l. hanno dedicato una galleria alle mie foto.
Sono molto lusingato dall'attenzione e voglio ringraziare anche da qui Roberto aka kzk per l'ottimo lavoro realizzato.

E voi che passate da queste parti fatevi pure un giro su z.t.l. che a parte le mie foto ci sono molte altre cose (più) interessanti su cui soffermarsi.

13 dicembre 2006

Dieci fantascientifici scossoni

…as it spins in revolution
Picture by Iguana Jo.
Come promesso ecco a voi la seconda top-ten fatta in casa. In questo caso la classifica è un po' atipica. Per stilare l'elenco che segue non ho considerato i meriti letterari specifici o la qualità intrinseca dei romanzi ma solo la successione temporale delle letture.

Ecco dunque i dieci libri di fantascienza che più hanno scosso il mio immaginario. Ogni valutazione sulla mia salute mentale è a vostra discrezione.


10 - Cronache Marziane di Ray Bradbury
Mi ero affacciato da poco sulla scena fantascientifica. A quei tempi ero ancora immerso nell'atmosfera positiva e illuminata del buon dottore e scoprire come gli stessi luoghi protagonisti dell'avventura più sfrenata potessero assumere tinte più malinconiche e a tratti oscure fu una vera e propria rivelazione.

9 - Scambio Mentale di Robert Sheckley
La follia applicata alla fantascienza. Una trascinante scorribanda per l'universo alla faccia di ogni presunta convenzione o coerenza scientifica.

8 - Il mondo sommerso di James G Ballard
La scoperta dello spazio interno insieme alla lucida devastazione della realtà quotidiana. L'approccio inglese alla catastrofe.

7 - La vita, l'universo e tutto quanto di Douglas Adams
Non è la Guida, ma è con questo volume che ho scoperto la demenziale miscela di humour britannico e follia galattica dell'autore inglese. Grazie a letture come questa ho compreso il senso della vita e non ho più scordato l'asciugamano.

6 - Hyperion di Dan Simmons
Tutti ci prendiamo delle pausa. Il mio rapporto con la fantascienza è ripreso con questo romanzo. Un compendio di quella che era stata la fantascienza nei 40 anni precedenti. Un ottimo sistema per ritornare a frequentare il genere.

5 - Neuromante di William GIbson
Una supernova per l'immaginazione. Dopo aver letto questo romanzo nessun'altra lettura è stata più la stessa. La luce in un mondo fantascientifico sempre più crepuscolare e asfittico.

4 - Snow Crash di Neal Stephenson
Brillante come una spada sguainata nello spazio oscuro della matrice. Non è un romanzo perfetto, ma ohhh… che tiro!

3 - Necroville di Ian McDonald
Amore a prima vista anzi, dopo 40 pagine. Un romanzo che ti riconcilia con la vita l'universo e tutto quanto di fantascientifico ti salti in mente di infilarci. Passione pura.

2 - Use of Weapons (La guerra di Zakalwe) di Iain M. Banks
Non credevo fosse possibile coniugare etica politica divertimento e grosse esplosioni spaziali beh… Banks continua a farlo con fantastici risultati. E poi c'è la Cultura, la prima utopia in cui vorrei davvero vivere.
(Qui puoi trovare qualche altra nota sul romanzo)

1 - Diaspora di Greg Egan
Avrei potuto chiudere la classifica con qualsiasi opera di Egan. Ho scelto Diaspora perchè è forse il suo romanzo più estremo, ambizioso ed entusiasmante. Al momento attuale nessuno come lui sa toccare i confini del mio immaginario, nessuno unisce l'estrapolazione scientifica con il dubbio etico e la riflessione umanistica come lui sa fare. Peccato sia davvero difficile reperirlo in circolazione perché è la lettura ideale per comprendere un mondo sempre più immerso nel caos e e sperare che dalla complessità emerga infine uno schema comprensibile,

11 dicembre 2006

Wouter goes to Modena


Picture by Iguana Jo.
La settimana scorsa è stata interessante e sorprendente.
Siamo stati coinvolti all'ultimo momento nell'arrivo a Modena dei ragazzi di Up with people (in italiano Viva la gente) e ci è toccato in sorte di ospitare per tutta la settimana Wouter, un ragazzo olandese di vent'anni. A parte il fatto che ne io ne Annalisa a vent'anni eravamo così maturi e posati, le cose sono andate splendidamente.
La qual cosa non è poi così scontata, non solo perché quando ti prendi uno sconosciuto in casa non sai mai quanto le cose possano funzionare, ma soprattutto perché io ho un'allergia personale nei confronti di organizzazioni umanitarie/educative che hanno tra i propri obiettivi il miglioramento della vita sul nostro pianeta (mica scherzi, eh!). Voglio dire: bisogna avere delle convinzioni davvero forti per essere convinti di tali obiettivi, e convinzioni tanto forti sfociano spesso nello spirito missionario più aggressivo se non nel fondamentalismo più gretto e meschino.
Per fortuna con questi ragazzi le cose sembrano essere un po' diverse. Intanto il loro obiettivo è sì di cambiare il mondo, ma interagendo (e non predicando) con una comunità alla volta e questo è già un netto miglioramento rispetto alle ambizioni missionarie di altre organizzazioni. Soprattutto il metodo scelto per influenzare il pianeta è abbastanza originale.

Gli 81 ragazzi coinvolti in questo programma si sono ritrovati a Denver all'inizio di luglio, si sono conosciuti e hanno iniziato a lavorare allo spettacolo che nei mesi successivi hanno portato in giro per il mondo. Sono quindi partiti e per ognuna delle successive 18 settimane si sono fermati in una diversa città. ospiti di una diversa famiglia, interagendo quotidianamente con le associazioni di volontariato, le amministrazioni, le comunità che hanno visitato. Tutto questo per sei settimane negli Stati Uniti, per sei settimane in Giappone e infine per le ultime sei settimane in Europa.
Non so quanto questo viaggiare abbia effettivamente influenzato i luoghi che hanno visitato. Sicuramente l'esperienza accumulata è stata fondamentale per ognuno dei ragazzi coinvolti. I continui cambi di prospettiva, l'incessante attività, i contatti quotidiani con realtà molto diverse da quelle da cui provengono è una fonte d'arricchimento personale unica e insostituibile.

Da parte nostra è stato interessante confrontarsi con una persona tanto diversa per storia personale, attitudine e provenienza. Non so se siamo stati fortunati a pescare Wouter che si è rivelato una persona entusiasta, solare e molto paziente (chi conosce i nostri pargoli può forse capire meglio il riferimento) o se anche gli altri 80 ragazzi si sarebbero rivelati tali. Certo che a vederli sul palco nello spettacolo che hanno messo in scena alla fine della settimana il loro entusiasmo, la loro partecipazione, la loro passione erano evidenti.

Io rimango tuttora molto sospettoso riguardo alle organizzazioni come questa: non posso fare a meno di chiedermi dove vanno tutti i soldi che questi ragazzi investono per partecipare al programma, chi è che gestisce la baracca, cosa mette in moto e mantiene viva un'organizzazione come questa oltre ai buoni propositi e agli ideali che ne animano le manifestazioni esteriori. Però i ragazzi che hanno partecipato a questo programma hanno conquistato senz'altro la mia fiducia. Ed è già qualcosa.

06 dicembre 2006

S'è fatta ora

Picture by Iguana Jo.
A proposito di scrittori e romanzi italiani, ho finito da poco S'è fatta ora di Antonio Pascale.
Confesso che non seguo molto le vicende delle italiche lettere ed è stato quindi un misto di sorpresa e soddisfazione scoprire con quanto entusiasmo sia stato accolto questo libro. Sorpresa perché per quanto la lettura del romanzo di Pascale sia soddisfacente non mi aspettavo certo di vederlo etichettato come capolavoro, soddisfazione perché tra i pregi del volume c'è certamente un approccio che di potrebbe ben definire scientifico all'esistenza, al mondo.

La mia perplessità nei confronti dei recensori di S'è fatta ora deriva soprattutto dal mio faticare a riconoscere come romanzo il libro in questione. Non che sia fondamentale definirlo come tale: se un libro è scritto bene, è interessante e/o stimola l'attività cerebrale, tanto dovrebbe bastare. Però mi piacerebbe davvero capire in cosa consiste l'aspetto romanzesco del volume. Leggendolo la mia impressione era infatti che si trattasse piuttosto di un libro di memorie, composto com'è da una serie di istantanee in cui l'autore fissa i momenti topici, gli attimi illuminanti di un'esistenza partendo dagli anni '70 per arrivare fino ad oggi. E poco importa se il protagonista è inventato o se rappresenti semplicemente un alter ego di Pascale stesso.

Probabilmente la qualità migliore di S'è fatta ora è la sua capacità di parlare del percorso di formazione di una persona direttamente, senza trucchetti, enfasi o ammiccamenti, senza nessuna aura nostalgica, con una tensione invece all'attualità e al futuro. Nonostante le evidenti differenze geografiche e culturali che ci caratterizzano m'è parso di riuscire a capire bene il punto di vista di Pascale. Forse perché siamo coetanei, forse perché entrambi abbiamo messo da poco al mondo una nuova generazione, ma nelle parole di S'è fatta ora sento molto forte l'esigenza di chiarirsi, di chiarire a proprio figlio chi siamo, da dove arriviamo.

Non so che effetto possa fare un libro come questo a un ventenne o a un sessantenne. La situazione italiana, il paese in cui ci ritroviamo a vivere, che in definitiva ci appartiene, è descritta in maniera lucida e appassionata. Non è però la descrizione del nostro panorama socio/politico/istituzionale il maggior pregio di S'è fatta ora, quanto piuttosto la capacità dell'autore di sviscerare pacatamente le pulsioni, le difficoltà e gli incontri che segnano la crescita di ognuno di noi. O almeno di quelli di noi intorno ai quaranta. In questo S'è fatta ora è stato una bella sopresa, un libro che (finalmente?) mi riavvicina alla narrativa italiana scritta da persone che hanno visto e vissuto qualcosa che posso comprendere senza troppe mediazioni.

04 dicembre 2006

Chi di top-ten ferisce…


Picture by gualtiero.
Qualche giorno fa Amhran ha incautamente nominato un'ipotetica top-ten delle sue letture preferite. Noi che siamo persone prive di scrupoli le abbiamo chiesto conto di tale fantomatica classifica. Lei, essendo persona arguta e mordace, ha rilanciato proponendo un'intera serie di top-ten, la prima delle quali riguarda i classici immortali della letteratura mondiale.
Colto in contropiede non posso far altro che accettare il confronto, ecco quindi qui di seguito il mio modesto contributo all'eterno classificatorio.



Classici della Letteratura Mondiale.

1 - Il Maestro e Margherita di Mikhail Bulgakov
2 - Opinioni di un clown di Heinrich Böll
3 - Sulla strada di Jack Kerouak
4 - Il lungo addio di Raymond Chandler
5 - Cent'anni di solitudine di Gabriel Garcia Marquez
6 - I 49 racconti di Ernest Hemingway
7 - Il signore degli anelli di J.R.R. Tolkien
8 - Cronache Marziane di Ray Bradbury
9 - Fame di Knut Hamsun
10 - Fuga nelle tenebre di Arthur Schnitzler


A parte ogni altra considerazione (la più scontata delle quali è che se tra un mese mi doveste chiedere nuovamente questa classifica il risultato sarebbe probabilmente diverso), sì vede che non ho troppa familiarità coi classici?

Alla prossima TT!

27 novembre 2006

Flickr, lasagne & cioccolato


Picture by Iguana Jo.
Ripensando alle mie esperienze sociali, credo di poter affermare che negli ultimi anni qualche miglioramento c'è stato. Una volta evitavo il più possibile ogni possibilità di incontro che riguardasse più di quattro persone. Non era una novità il fatto che preferissi di gran lunga stare per i fatti miei piuttosto che in compagnia, che la mia capacità di chiacchierare col prossimo rasentasse lo zero, che sebbene le persone in genere mi piacciano non andassi pazzo per le occasioni conviviali.
Ma le cose cambiano. Ultimamente il ritrovarmi in mezzo a gruppi eterogenei di persone non è più cosa così rara e inconsueta e l'apprezzare la compagnia di altri esseri umani è decisamente salita nella mia personale graduatoria delle attività gratificanti. Questo ovviamente non significa che gli altri apprezzino necessariamente la mia, di compagnia. Ma mi pare già qualcosa, no?

Vedi domenica per esempio. A parte ogni considerazione sulle quantità smodate di cibo che un essere umano medio è capace di ingurgitare quando messo nelle giuste condizioni. sull'altrettanto stupefacente effetto di sobria gaiezza capace di infondere un bicchiere di vino di quello buono (uno? vabbé, si fa per dire…). A parte tutti questi dettagli è bello scoprire che l'umanità in fondo non fa schifo, che in compagnia ci si sta bene, che anche i fotografi virtuali hanno un'anima. Vabbé, non voglio farla troppo lunga, che in fondo questo doveva essere solo un post di ringraziamenti. Ecco quindi qui di seguito i prodi flickriani che hanno sopportato ancora una volta la mia compagnia: grazie a Sarmax, alla Lui, a Matteo, a Simona, e grazie anche a Clay, Domenico, Marco ed Elena, che se pure non sono flickriani doc sono sempre delle belle persone. Un grazie anche ad Annalisa, che se ormai alla compagnia del sottoscritto dovrebbe essersi assuefatta, è comunque sempre in prima linea quando si tratta di rifocillare, intrattenere, ospitare gli amici che ci vengono a trovare.
Grazie a tutti per la splendida giornata. A presto.

Ah… dimenticavo, non so le foto degli altri, ma le mie non sono un gran che. È difficile scattare quando hai in una mano un bicchiere di vino, con l'altra stai cercando di ripulire il piatto che altrimenti ti perdi i dolci che i tuoi simpatici commensali ti stanno sfilando da sotto il naso e nel frattempo stai cercando di imbastire un discorso sensato sulla vita l'universo e tutto quanto… Per stavolta accontentatevi.

24 novembre 2006

Modena City (r)Amblers


Picture by _Drugo.
Ma che fine hanno fatto i Modena City Ramblers?
Come ha fatto Cisco a ridursi così?

In questi giorni m'è capitato di ascoltare su KRock (sempre sia lodata) qualche brano dei nuovi dischi dei due soggetti summenzionati. Per quanto affetto possa avere per i compagni modenesi, per quanta simpatia possa nutrire per le loro posizioni politiche, sono sempre più dell'idea che se avessero chiuso li le loro rispettive attività sarebbe stato meglio per tutti. Almeno il ricordo della gloria passata avrebbe continuato ad alimentare il fuoco dei Ramblers.

Già in Viva la Vida si riusciva ad intuire che buona parte della forza se n'era andata, che un paio di grandi pezzi non bastano a rendere memorabile un disco, Mi son detto che forse era solo Cisco ad essere scarico (e sentire il suo esordio solista non fa che confermare la mia impressione). Purtroppo, per quello che ho sentito, questo Dopo il lungo inverno è davvero triste: più che canzoni si ascoltano lamentazioni, più che rock'n'roll nenie parrocchiali.
Dove sono finite la rabbia e il divertimento? La passione e l'orgoglio? Tutta la trascinante energia della loro musica? L'impegno non basta a fare poesia, figuriamo un disco dei Ramblers (almeno dei Ramblers che ricordo io).

Di gente che predica ce n'è già fin troppa in giro, ed essere dalla parte giusta non è mai una buona scusa per limitarsi a campare.
Siete una band di rock'n'roll o no?

Dimostratelo.


22 novembre 2006

Signore della luce


Picture by Jack Brozina.
Roger Zelazny mi sta cordialmente antipatico sin dalle mie prime esperienze di lettore. La sua presunta ricercatezza stilistica, l'insistenza su certe tematiche superomistiche, i suoi personaggi monodimensionali non me l'hanno mai fatto annoverare tra i miei autori di fantascienza preferiti.
Però in molti mi hanno continuato a ripetere negli anni quanto fosse bravo, quanto abbia contribuito a rinnovare la fantascienza, e soprattutto quanto i suoi primi romanzi fossero notevoli anche rispetto alla sua produzione successiva.
L''uscita su Urania Collezione di Signore della luce, unanimemente ritenuto la sua opera più riuscita, mi ha dunque costretto a dare un'ultima chance all'autore americano.

Beh… devo dire che rispetto alle altre sue cose lette (con la parziale eccezione di Io, Nomikos l'immortale) questo Signore della luce ha sicuramente dei pregi: la storia è sufficientemente avvincente, il montaggio della vicenda è efficace, la rivelazione progressiva della natura del mondo è ben calibrata e le sorprese non mancano.
Il romanzo si fa dunque leggere senza opporre eccessiva resistenza. Nonostante il caratteristico stile pomposo e l'ambientazione pseudo-esotica l'autore è riuscito a destare la mia attenzione.

In effetti proprio l'inusuale ambientazione poteva essere uno dei motivi di interesse del romanzo. Il mondo presentato da Zelazny ha come protagonista l'intero ricchissimo pantheon induista che l'autore non sfrutta solo per l'abbondante quantità di nomi e caratteristiche di dei, semidei e demoni vari, ma che invece utilizza come approfondita base per strutturare coerentemente tutta la società.
Lo sforzo di documentazione e citazione dell'autore è davvero notevole, ma secondo me non è sfruttato come avrebbe dovuto per quanto riguarda i personaggi: le loro motivazioni e soprattutto le relazioni che instaurano tra loro continuano ad avere un forte sapore occidentale. La qual cosa è anche comprensibile (i primi fondatori della civiltà planetaria non sono di origine indiana) ma procedendo nella lettura provoca un senso di sfasamento e di incoerenza tra la forte struttura simbolica dell'ambientazione e l'approccio totalmente mondano degli uomini e delle divinità coinvolti nella vicenda.
C'è poi da aggiungere che il background indiano è sfruttato narrativamente solo parzialmente, anche se in maniera fantascientificamente brillante, unicamente per spiegare l''eterno ciclo di rinascita che caratterizza la vita di tutti gli umani del pianeta.

In definitiva in questo Signore della luce ci sono tutte le caratteristiche di Zelazny che trovo irritanti (i superuomini sempre sull'orlo della crisi di nervi, l'eroe perfettamente imperfetto, la folla adorante - e sacrificabile - in attesa del salvatore, un linguaggio che cerca uno stile aulico/letterario/epico ma che a me fa venire il latte alle ginocchia, la pressoché totale mancanza di senso dell'umorismo), ma nel complesso la storia ha una sua forza e le vicende di queste pseudo divinità indiane si fanno leggere fino in fondo.

17 novembre 2006

One from the Storr

picture by Iguana Jo.
Meraviglie della rete: mi sono accorto che la pagina di flickr della foto che vedete qui a fianco è stata visitata oltre 5000 volte! Son numeri che fanno impressione, non trovate?

Non discuto la qualità dell'immagine, vedere quanto è piaciuta è per me già una grande soddisfazione.
La quantità di visitatori e tutti gli apprezzamenti che questa foto ha ricevuto in questi mesi rappresentano un giusto tributo a un luogo fantastico. Dopotutto per me questa è solo una foto ricordo: quando la riguardo non vedo la foto, ritrovo invece quello straordinario panorama.
Ripenso alla salita per arrivare in cima, a Jacopo che non è mai stato un gran camminatore e che invece quel giorno è partito in quarta, non si fermava più e che anzi incitava Francesco a continuare la salita.
Ripenso alle montagne (e montagna pare una parola enorme per un posto che sarà si e no qualche centinaio di metri sul livello del mare) che sono così diverse e così simili a queste rocce scozzesi, sento il vento, la terra morbida sotto i piedi, le pecore che zompettano tra l'erba, il sole che improvvisamente squarcia le nuvole.

Insomma, mi manca la Scozia, mi manca una bella camminata nei boschi, mi mancano il senso di libertà e avventura, la fatica della montagna.

Ma domani vado a Bolzano.
Chissà, magari ci scappa pure un giretto tra i monti…

15 novembre 2006

Parliamo di Gaiman?

Picture by Iguana Jo
Che Neil Gaiman sia bravo è un dato di fatto condiviso da un sacco di gente, me compreso. Sono però dell'idea che Gaiman riveli il meglio di se solo in determinate condizioni, che non tutte le sue opere siano ugualmente meritorie, che anzi stia progressivamente annacquando le sue migliori caratteristiche.

Gaiman rivela il meglio di sè quando ha il pieno controllo del mondo che racconta. Tolto Sandman, che meriterebbe di essere trattato a parte vista la sua eccezionalità, nei suoi romanzi è evidente un diverso approccio e una diversa qualità a seconda che si tratti di opere decisamente fantastiche o di romanzi dove il fantastico si intreccia con la nostra realtà condivisa.

Cos'hanno Coraline e Stardust in comune, e in cosa sono diversi (e migliori) rispetto a American Gods o a I ragazzi di Anansi, romanzi successivi e certo più ambiziosi?

Le avventure della bimba nella casa parallela o la ricerca di Tristran si svolgono in mondi chiusi, mondi in cui il controllo dell'autore è totale, mondi in cui non si muove foglia che lui non voglia. L'invenzione regna suprema, il fascino che questi luoghi hanno sul lettore è ineguagliabile: c'è magia e sostanza, emozione e partecipazione, tensione e divertimento. Cosa chiedere di più?
Magari un maggiore approfondimento, un romanzo più sostanzioso, una trama più complessa.
Ed ecco allora American Gods e I ragazzi di Anansi. Però qualcosa non funziona, non si prova lo stesso coinvolgimento, la scrittura per quanto brillante non colpisce con la stessa forza. La causa di tale distanza, che caratterizza entrambi i romanzi, è a mio avviso l'impossibilità per l'autore di avere il controllo totale della materia narrata. Gaiman ha bisogno di creare una realtà altra per poter affascinare e coinvolgere il lettore, che non appena il mondo che condividiamo prova a rivendicare la sua ingombrante presenza si iniziano ad avvertire i limiti della sua scrittura.

Sia American Gods che I ragazzi di Anansi sono romanzi piacevoli, avvincenti, ricchi di suggestioni e fascino, però non sono i Grandi romanzi che avrebbero potuto essere.
In entrambi Gaiman non osa fare il passo definitivo, preferisce chiudere gli occhi, evitare il confronto e limitarsi all'innocente invenzione fantastica, ad un mondo in cui nessuno si fa male per davvero.
Perché se anche Shadow & Charlie si muovono tra noi fanno di tutto per evitare di rimanere coinvolti. Tutte le scene in cui li si vede agire nel mondo si svolgono in posti chiusi, ristretti, luoghi in cui il rumore del mondo è ridotto al minimo indispensabile, quasi a una nota di colore, situazioni in cui la realtà è un dovere più che una necessità narrativa.

Certo, il risultato non è niente male e forse questo è il meglio che Gaiman è in grado di produrre.
Però a me dispiace, perché Coraline o Stardust mi hanno entusiasmato come solo Sandman era riuscito a fare e scorgere i limiti di quello che consideri uno dei tuoi autori preferiti non è mai una bella cosa. Soprattutto quando sei convinto che Gaiman abbia tutte le capacità e gli strumenti per immergersi completamente nella realtà e trarne conclusioni sorprendenti oltre a risultati più che soddisfacenti.
E il dubbio che non riesco a scacciare è che il buon Neil abbia scelto consapevolmente la strada più facile, quella che gli porta il massimo guadagno col minimo sforzo, una strada piena di luci ma che temo si rivelerà solo un vicolo cieco, almeno per questo lettore.

09 novembre 2006

Barrayar mon amour

Autumnal Mood
Picture by Iguana Jo.
E così è finita. Dopo 14 volumi la saga di Miles Vorkosigan sembra proprio essere giunta al capolinea anche per il sottoscritto.

Per me è finita. Ma forse l'ignaro lettore capitato per sbaglio in questo blog non ha la più pallida idea di chi o di che cosa io stia parlando. Ecco quindi qualche indizio per avvicinarsi al miglior ciclo fantascientifico mi sia mai capitato di leggere.

Lois McMaster Bujold ha il merito di essere la prima autrice che mi ha costretto a divorare un'intera saga in più volumi.
Scrivo divorare perché è quello che mi è sempre successo con tutti i romanzi del ciclo dei Vor. Se Immunità diplomatica, l'ultimo romanzo della serie, l'ho conservato per più di due anni prima di leggerlo è proprio perché sapevo che nonostante le sue 350 pagine sarebbe finito in fretta e poi addio.

Ma cos'hanno le storie della Bujold di tanto speciale da creare dipendenza?
I suoi romanzi non hanno particolari pregi stilistici, anzi. La scrittura è piuttosto piatta e lo svolgimento lineare, le invenzioni fantascientifiche non sono particolarmente innovative, i mondi e le società che tratteggia non brillano certo per originalità (anche se Cetaganda…).
Immergersi nell'universo dei Vor è un'esperienza di lettura unica soprattutto per l'incredibile miscela di leggerezza e complessità, per la disarmante umanità e l'abbondante ironia che contraddistingue le vicende di Miles e compagnia.
Miles Vorkosigan è il figlio sfigato di una nobile famiglia (ed eccezionale, se non altro per le origini) nel tetro e militarista mondo di Barrayar. Nato deforme a causa di un attentato alla madre incinta, ma contraddistinto fin da subito da una volontà ferrea e da una mente ossessiva, il buon Miles si farà strada nell'universo grazie al suo cervello e alla compagine di personaggi più o meno emarginati, più o meno scoppiati, che incontrerà nelle sue avventure.
Il tutto narrato con un tono leggero che non tralascia gli aspetti più cupi dell'esistenza ma che riesce comunque a non dimenticarsi quelli più giocosi e allegri, un raccontare che passa dai turbamenti amorosi che contraddistinguono l'esistenza di Miles alle più tetre riflessioni sulla manipolazione genetica, dalle sfrenate scene di azione alle drammatiche conseguenze dei pregiudizi dettati dall'ignoranza.

La saga si sviluppa per una dozzina di romanzi (tutti rigorosamente autoconclusivi) e un manciata di racconti in un crescendo continuo: dai primi romanzi che ancora soffrono di qualche piccola incertezza al capolavoro assoluto del penultimo capitolo dela vita di Miles, quel Guerra di Strategie che è la miglior commedia romantica mi sia mai capitato di leggere, dentro e fuori dall'ambito fantascientifico.

Leggetevi la Bujold insomma, che anche se non scrive opere rivoluzionarie, ne farà mai parte di alcuna avanguardia letteraria, scrive romanzi avvincenti, brillanti, intelligenti. Tre cose che nella fantascienza popolare degli ultimi decenni sono diventate sempre più rare e introvabili.

…………………………………………………………

Qui di seguito l'elenco dei volumi in ordine cronologico interno alla saga (diverso dall'ordine di pubblicazione originale dei singoli romanzi riportata a fianco del titolo):

- L'onore dei Vor, 1986
- Barrayar, 1991
- L'apprendista ammiraglio Vorkosigan, 1997
- Il gioco dei Vor, 1990
- Cetaganda, 1996
- La spia dei Dendarii, 1986
- L'eroe dei Vor, 1989 (racconti)
- Il nemico dei Vor, 1989
- I due Vorkosigan, 1994
- Memory, 1996
- Komarr, 1998
- Guerra di Strategie, 1999
- Festa d'inverno a Barrayar. 2004 (romanzo breve)
- Immunità diplomatica, 2002

06 novembre 2006

Quello che fotografa

Before/Prima
Picture by Iguana Jo.
Mi chiedono una presentazione, qualche parola per presentare le mie foto. Non sono abituato a parlare di me, preferirei che le foto parlassero da sole. Però mi piace provare a fare cose nuove, e quindi eccomi qua.

Un tempo c'erano i viaggi e la necessità impellente di fissare ricordi: un panorama indimenticabile, un momento prezioso, un luogo appena scoperto. Una volta c'era la pellicola. C'era il momento dello scatto, quello dello sviluppo e poi, ultimo, il momento della visione. La fotografia nasceva ed era vissuta in tutto il suo processo come ricordo, come memoria.

Le cose cambiano.
I viaggi ci sono ancora e le foto ricordo pure, ma col tempo tra i miei scatti sono spuntate anche le persone, i particolari, le situazioni.
Poi è arrivata la fotografia digitale, e da quel momento per me è cambiato tutto.

Fermare l'attimo non è più (solo) memoria. Diventa invenzione, rivelazione.
Ora la fotografia è un mezzo per intravedere nuovi mondi dietro il velo di quello condiviso. Mi offre la possibilità di far parlare i luoghi con parole che nemmeno conoscevano.
Lavorare sulle immagini diventa un modo per rimodulare la realtà.

Fissare un'immagine è contemporaneamente una forma di inganno e una sorta di rivelazione. Insieme a ciò che fotografiamo nascondiamo e raccontiamo l'occhio, la visione, del fotografo. L'obiettivo è unire l'emozione all'informazione, la percezione al sogno, la verità alla finzione.
Io l'ho scoperto solo da poco, e queste sono alcune delle immagini che ho incontrato, che ho inventato lungo la strada.

04 novembre 2006

Sincronicità

Mr Kurtz was here
Picture by Iguana Jo.
Ieri qui è nata una piccola discussione sulla fotografia, il suo rapporto con la realtà, il confronto con altre forme d'arte.
Sempre ieri, vagando tra gli amici in rete ho beccato da zio Gil questa sua straordinaria definizione:

Una fotografia è la rappresentazione piatta e monosensoriale di una realtà a quattro dimensioni che coinvolge cinque sensi. Non c'è confronto, a meno di usare qualche trucco. (Ritoccare le immagini) non è tanto diverso dal preoccuparsi che il soggetto della foto sia ben illuminato e isolato dallo sfondo; o dalla scelta dell'inquadratura; o dalla cura nella composizione.
E' un tentativo come un altro di includere nell'immagine finale tutto il lavoro inconscio di selezione che il cervello opera quando osserviamo qualcosa dal vivo.


Quando si parla di coincidenze.

02 novembre 2006

Rabbia per i morti, pietà per i vivi.


Originally uploaded by Iguana Jo.
Come si fa a 35 anni ad andarsi a schiantare dopo la discoteca?
Come si fa morire in maniera più stupida stupida stupida di così?

Quante volte l'abbiamo già letto, visto, sentito? Quante volte lo abbiamo pensato?
Oggi è toccato a me andare a un funerale.

Matteo non era un amico, avevamo lavorato insieme qualche anno fa, era solo una persona che ti trovi inconsapevolmente al tuo fianco, un altro essere umano che per un po' ha fatto parte della tua vita. Mi piaceva Matteo. Per quel che valgono le impressioni a me è sempre sembrato uno buono, era allegro e generoso e disponibile. Matteo aveva gli occhi lo sguardo da bambino, ed è così che mi piace ricordarlo. Ma non so cosa cercasse, quali fossero le sue priorità. Se era felice.
Ora è morto.

Meritava una fine migliore.

31 ottobre 2006

Gypsy Punk!

Originally uploaded by Iguana Jo.
Sarà che ormai non ho più l'età canonica, sarà che il tempo libero ultimamente è sempre meno, sarà che tra le mie priorità la ricerca e l'ascolto di nuove proposte musicali sono attività scese di parecchi posti in graduatoria.
Sarà quel che sarà ma è ormai da parecchio tempo che non ascolto più nulla di particolarmente eccitante, nuovo e stimolante.
Con un'unica meravigliosa eccezione: i Gogol Bordello.

Non so da cosa dipende. Se son capitati al momento giusto, se è il loro suono che mi ha folgorato, se semplicemente mi hanno fatto ricordare l'emozione della prima volta che ho ascoltato i Pogues o se nella voce di Eugene Hutz rieccheggia più di un qualcosa del buon vecchio Strummer.

Qualunque cosa sia l'effetto è fenomenale. Tutta l'energia del punk insieme ai ritmi slavi, la voce che mescola rabbia ingenuità umorismo e pazzia. Il loro live act che è quanto di più divertente appassionante coinvolgente si possa assistere.
Insomma, mescolate il tutto e avrete una miscela inconfondibile in cui si uniscono tradizioni musicali agli antipodi, in cui l'inglese si alterna al russo, allo spagnolo e anche (incredibilmente) all'italiano. Una musica in cui si può toccare con mano il melting pot globale, una mescolanza che nasce dal basso senza alcuna imposizione esterna, in cui elementi culturali diversi escono ancora più rafforzati dal confronto con l'altro.
Un punkrock bastardo, zingaro e vagabondo la cui ultima necessità è in fondo solo una disperata volontà di sopravvivenza, circondato com'è da una maggioranza che nel migliore dei casi è indifferente se non ostile a qualsiasi cosa non sia preconfezionata, riconoscibile, etichettabile, una maggioranza per cui chi viene da fuori (qualunque cosa sia questo fuori) è sospetto, equivoco, spaventoso.

Don't believe them for a moment
For a second, do not believe, my friend
When you are down, them are not coming
With a helping hand
Of course this is no us and them
But them they do not think the same
It's them who do not think
They never step on spiritual path
They paint their faces so differently from ours
And if you listen closely
That war it never stops
Be them new Romans
Don't envy them my friend
Be their lives longer
Their longer lives are spent
Without a love or faithful friend
All those things they have to rent
But we who see our destiny
In sound of this same old punk song
Let rest originality for sake of passing it around
Illuminating realization number one:
You are the only light there is
For yourself my friend
There'll be no saviors any soon coming down
And anyway illuminations
Never come from the crowned
Illuminating realization number one:
You are the only light there is
For yourself my friend

30 ottobre 2006

Altro che Star Wars!

Con colpevole ritardo ho finalmente avuto il piacere di vedere Serenity. A parte i soliti fantascientifici qualcuno l'ha mai sentito nominare?

La cosa mi lascia un pochino perplesso perché Serenity è tutto quello che la seconda trilogia di Star Wars avrebbe potuto essere senza nemmeno uno dei difetti che la caratterizzava.
Andando con ordine ci sono:
- personaggi memorabili, che uniscono in perfetto equilibrio tutti gli stereotipi del caso con quel pizzico di originalità che permette di identificarli e ricordarli nel tempo;
- dialoghi serrati, che nonostante l'infodump che devono per forza trasmettere rimangono brillanti e briosi per la maggior parte del tempo;
- scenografie, design ed effetti speciali che non fanno rimpiangere la ILM;
- un ritmo vertiginoso: succede un sacco di roba, ma la trama non si perde ne diventa del tutto incompresibile o confusa. Anzi, il sacco di roba che succede, incredibile a dirsi, fa avanzare la storia.
Perché è questo che soprattutto distingue Serenity da decine di altre pellicole di genere: è un film con una storia degna di essere raccontata.

Serenity ha in dosi massicce tutto quello che un film che mira al puro intrattenimento dello spettatore dovrebbe contenere di default e che invece troppo spesso si perde tra le pieghe e le contorsioni delle produzioni hollywoodiane.
Eppure un film del genere è passato praticamente inosservato, nessuna promozione da parte del distributore, invisibilità (o quasi) nelle sale, nemmeno tra gli appassionati nostrani c'è stato un gran fervore.

Mi viene il dubbio che 'sto genere di film piaccia solo a me…

Mi fate un favore? Dategli una possbilità, e poi, nel caso, insultatemi.

26 ottobre 2006

Meat is murder?

© giorgio raffaelli
Ormai è passato qualche tempo dalla lettura di Sotto la pelle di Michel Faber, ma non avevo ancora avuto modo di buttar giù queste righe sull'impressione che mi ha lasciato.
Diciamolo subito: per due terzi abbondanti del romanzo la sensazione che è andata via via aumentando, è stata quella di trovarsi di fronte a una ciofeca, un romanzo fastidioso nella sua furbizia, nella sua prevedibilità, nell'uso smodato del colpo basso per colpire il lettore allo stomaco. Irritazione è la parola che più definisce il mio rapporto con il libro.

Faber sa scrivere, non c'è dubbio. I personaggi che tratteggia raggiungono sempre un realismo tridimensionale. Le varie scene che compongono la vicenda sono ben delineate, avvincenti e credibili.
Ma allora cos'è che non funziona nel romanzo?
Due cose fondamentalmente: la credibilità globale della vicenda e l'intento smaccatamente pedagogico del romanzo.

Man mano che si procede nella storia la credibilità si perde in mille dettagli francamente incomprensibile alla luce del realismo cercato (disperatamente ?) dall'autore. La vicenda si svolge nel nord della Scozia, da almeno un paio d'anni Isserley, l'aliena protagonista del romanzo, fa sparire in media un autostoppista al giorno. Chi è stato da quelle parti sa quanto poco siano frequentate quelle lande, quindi mi aspetto che se un migliaio di persone scompare un minimo di allarme dovrebbe crearsi.
E invece zero.

Ma andiamo avanti.
La società aliena descritta nel romanzo è totalmente, drammaticamente, tragicamente umana nelle sue basi costituenti: i rapporti tra i sessi, tra le classi sociali, l'economia, la stessa forma mentis, tutto è tremendamente e incredibilmente umano. Non so come la pensate voi, ma per me non ha molto senso. Soprattutto per il rapporto con gli umani che caratterizza la loro presenza sul pianeta.
In effetti una delle cose che maggiormente rimprovero all'autore è l'incapacità di utilizzare e sfruttare appieno i canoni fantascientifici di cui approfitta abbondantemente per limitarsi invece a imbastire un pamplet moralista con l'ovvio scopo di convertire quel carnivoro di un lettore.
Perché questo è il fulcro del romanzo: la trasformazione degli esseri umani in carne da macello. E l'ovvia metafora tra la condizione degli umani nel romanzo e quella del bestiame che noi alleviamo è sin troppo trasparente. Ma non c'è alcuna finezza, alcuna mediazione: l'autore non lesina in particolari raccapriccianti, in colpi sotto la cintura, in brutalità gratuite e intenzionali. Che sarebbe forse anche divertenti o quanto meno interessanti. Ma l'autore bara, giocando con la sensibilità del lettore, ponendo in primo pianno la drammatica e avvincente vicenda di questa aliena deforme in missione sul nostro pianeta, avvicinandola a chi legge, facendo scattare tutti i meccanismi di identificazione possibili per poi utilizzare la breccia aperta per limitarsi far passare spudoratamente un messaggio da vegetariano integralista a scapito di tutte le potenzialità narrative che la vicenda poteva avere.

Paradossalmente il romanzo guadagna qualche punto nel finale, quando Faber abbandona il filone grottesco/raccapricciante per ritornare a raccontare la storia di Isserley. La scena del confronto con il figliodipapà ribelle è davvero notevole e la sua ultima uscita per le strade scozzesi non fa rimpiangere di essere arrivati in fondo al volume.

Ma ormai è tardi, che in definitiva l'impressione di essere presi in giro, con la conseguente irritazione e il fastidio che genera è la sensazione più forte che rimane a fine lettura.

10 ottobre 2006

tempi moderni


Originally uploaded by fabbio.
Ecco, queste sono le cose che mi fanno davvero capire che cazzo di mondo stiamo frequentando…

Leggete quanto scrive Vanamonde, credo che ogni ulteriore commento sia superfluo.

06 ottobre 2006

Il più brutto libro di fantascienza che abbia mai letto.


Foto di Paolo Arosio.
Visto che in questi giorni sembra ci sia un po' più di tranquillità vi voglio rendere partecipi di un brutto incontro fatto qualche mese fa, quando mi sono imbattutto nel più brutto libro di fantascienza mi sia mai capitato di leggere.
OK, quel "mai capitato di leggere" è un po' forte, forse ne ho letti di peggiori e sicuramente di peggiori ne esistono, fortunatamente il tempo aiuta a dimenticare gli episodi spiacevoli che hanno caratterizzato la nostra esperienza di lettore e quindi, al momento, il libro di cui sto per parlarvi è sicuramente il più brutto libro di fantascienza che io ricordi di aver letto.

A peggiorare le mie impressioni ha contribuito senz'altro il fatto che io riponevo la massima fiducia nell'editore del libro in questione. La collana in cui è uscito è nuovissima, rappresenta in effetti il suo biglietto da visita nel mondo crudele delle librerie. I primi volumi usciti, seppure non entusiasmanti, erano comunque dignitosi, in un paio di casi davvero molto molto buoni. E poi… ta-dan, squilli di trombe e rulli di tamburi, ecco a voi Un ponte sull'abisso di Catherine Asaro.

Mi rifiuto di raccontarvi la storia, che tanto è davvero puerile, mi limito a dirvi che mai come in questo caso mi sono imbattuto in tale valanga di luoghi comuni, situazioni ridicole, pretesti narrativi da scuola d'infanzia, ipotesi scientifiche degne del mago Otelma, e sviluppi sentimentali che al confronto un Harmony qualsiasi diventa un capolavoro della narrativa contemporanea. A tutto questo bendiddio aggiungiamoci una traduzione piatta piatta piatta, con delle trovate curiose (a me son rimaste impresse quelle scogliere senz'acqua a bagnarle…), e la totale mancanza di capacità di coinvolgimento del lettore (che già l'autrice ci mette del suo, se poi il traduttore contribuisce, siamo davvero finiti).

Insomma, se volte provare Odissea, la nuova collana di fantascienza edita da Delos fatevi un favore (e fatelo anche a Delos): scegliete Egan, Shepard, la Bujold ma non buttate via il vostro tempo e i vostri soldi con questo romanzo.

03 ottobre 2006

Creative Commons e dintorni


Originally uploaded by Iguana Jo.
Tutto è cominciato da questa discussione a proposito delle licenze Creative Commons, del copyright, dell'uso improprio delle foto caricate in rete, sul confronto tra professionisti e dilettanti.
Personalmente ho adottato per tutte le mie foto una licenza Creative Commons che ne permette la libera circolazione per scopi non commerciali a patto di citare sempre la fonte di provenienza. Inoltre, come ulteriore precauzione carico tutte le mie foto su flickr in bassa risoluzione.
Non ho idea se le mie foto girino per la rete senza il mio permesso e/o infrangendo la licenza CC (se qualcuno le dovesse avvistare spero sia tanto gentile da comunicarmelo), di solito non ho problemi a lasciarle utilizzare anche nella versione in alta risoluzione purché venga rispettata la licenza CC che ho scelto.

Detto questo, c'è stata un'affermazione che mi ha colpito: la visibilità in internet si paga.
Mi ha colpito perché per me è sempre stato vero il contrario.
Per me la visibilità in internet è soprattutto un guadagno.
È vero, c'è sempre il rischio di rimanere fregati, di vedersi soffiare qualche foto, di vedere le proprie cose esposte senza il dovuto riconoscimento. Ma è poi così grave? Se il blog xyz mostra una mia foto a mia insaputa, se l'agenzia di affitti turistici usa un mio panorama per valorizzare il suo sito, se…
non c'è dubbio son tutte cose poco belle, ma siamo sicuri che sia poi così grave? Non sto minimizzando, è ovvio che sia sbagliato, ma del resto di persone disoneste è pieno l'orbe terracqueo. Io per chi lavoro? per chi fotografo? per loro?
Che visibilità hanno quelle foto? maggiore o minore rispetto a quella che hanno su flickr? il rischio che i siti che le mostrano possano essere riconosciuti per l'utilizzo improprio, con conseguente sputtanamento, è alto o basso? Il sito che ruba le foto è un sito serio?

Francamente che le mie foto vengano utilizzate per scopi che vanno al di là della licenza CC che gli ho assegnato mi dispiace fino a un certo punto, non ho intenzione di lasciarmi influenzare dai cattivi, soprattutto quanndo vedo tutti i vantaggi che ho rischiando l'esposizione flickriana.

Da quando ho iniziato quest'esperienza ho iniziato a vendere foto, a vendere servizi fotografici (pochi, ma meglio che niente), a pensare alla possibile esposizione IRL delle mie immagini. L'eventuale danno derivatomi da usi impropri delle mie immagini al confronto è irrisorio.

E qui arriviamo al discorso sui professionisti.

Perché a leggere quanto affermato nella discussione originaria ("se io scendo il prodotto della mia attività dilettantesca ad attività di tipo commerciale danneggio chi quella attività la fa ad uso professionale...") io sono tra quelli che danneggia il mestiere dei professionisti. Mi permetto di vendere le mie foto, mi propongo per realizzare servizi, eppure accidenti! non sono un professionista! Che devo fare? Smettere di fotografare?
Ma poi: cos'è che distingue un professionista da un dilettante? Non è unicamente la quantità di tempo e denaro che impiega e che smuove? Oppure uno fregiandosi del titolo di "professionista" diventa automaticamente un fotografo vero?
E perché un professionista dovrebbe sentirsi danneggiato da quello che faccio?

Ogni opinione in merito è benvenuta.

22 agosto 2006

Vive la France!


Originally uploaded by Aelle.
Ok. Questa volta mi tocca.
Nelle mie trasferte oltreconfine ho sempre evitato la Francia.
Del resto non parlavo la lingua e non avevo una grandissima opinione ne dei francesi ne dei suoi panorami. Magari rimpiangevo di non essere mai stato a Parigi (ma Parigi è la Francia?) ma per il resto ho sempre creduto che si potesse vivere benissimo anche senza essere mai stati da quelle parti. Non che non ci abbia trascorso qualche giorno, l'ho attraversata in autostop, percorsa in automobile, ci son stato persino a sciare. Ma tutte le volte la mia opinione usciva confermata.

Ebbene, mi sbagliavo.

Continuo a non parlare la lingua ma in compenso quest'estate ho visitato una Francia che non credevo esistesse davvero. Una Francia di panorami memorabili, di stradine morbide, di città luminose. Ma soprattutto ho incontrato un sacco di francesi amabili, gentili e disponibili.
Insomma la Francia mi ha sorpreso ed è stata una bella sorpresa.
Non vedo l'ora di tornarci.

27 luglio 2006

Buoni propositi e caldo torrido


Nel blu
Originally uploaded by Iguana Jo.
Lo so lo so…
Tanti buoni propositi e poi invece sono scomparso.
Non ho scuse credibili, dopotutto tutti lavoriamo, abbiamo i nostri interessi e i nostri casini. Eppure qualcuno di voi riesce a tener dietro anche al blog (non tutti eh! che vi controllo! :-)

Io invece negli ultimi due mesi l'ho completamente rimosso dal mio orizzonte degli eventi.
Cavoli, non ho nemmeno risposto a chi s'è preso la briga di lasciare un commento! Sappiate che vi ho letto tutti, e tutti con molto piacere, perdonate la scarsa considerazione e tornate da queste parti in futuro…

Secondo me è comunque il caldo il maggiore responsabile. Che non è mica colpa mia, sia chiaro!
Vedrete che col ritorno del fresco, rifiorirà anche questo spazio. Nel frattempo portate pazienza, fatevi un giro su flickr e tornate dopo le vacanze.

Ciaooooooo!

23 maggio 2006

40


Originally uploaded by Iguana Jo.
Beh… ieri ho compiuto 40 anni. Non è cambiato niente, e niente doveva cambiare, però 40 è un bel numero tondo.

E pensare che quando avevo vent'anni ero convinto che a quaranta uno fosse a posto, che avrebbe finalmente capito come funzionano le cose, che sarebbe diventato una persona completa, adulta, pronta a tutto. Non dico saggia ma almeno matura.

Tutte cazzate.

Messaggio per i ventenni in ascolto: Kerouak (o chi per lui) aveva ragione, non fidatevi di nessuno sopra i trent'anni e a maggior ragione dubitate sempre della saggezza, del tono adulto di qualunque quarantenne vi si pari innanzi. Possono (possiamo) magari aver fatto più cose, aver visto di più, ma non è detto lo abbiano (abbiamo) capito. Per questo l'età non conta nulla…

Ora lo posso dire con piena coscienza della situazione :-)

11 maggio 2006

Questi luoghi desolati

Dirty Playground
Originally uploaded by Iguana Jo.
Siamo in tanti (vedi qui, per esempio) ci aggiriamo per questi luoghi dimenticati, abbandonati, in rovina. Si può spiegare quest'attrazione? Io ci provo, voi mi saprete dire...

I luoghi desolati che attirano i nostri sguardi curiosi sono fabbriche dismesse, colonie abbandonate, case disabitate. Tutti edifici in cui la presenza umana è ancora forte ma solo nei termini di ombre e ricordi, distruzione e abbandono.
Cosa ci attrae tra le ombre e le rovine? Cos'hanno questi luoghi di speciale?

Innanzitutto c'è il fascino dell'ignoto dietro casa. La possibilità relativamente comoda di esplorare territori sconosciuti, ma con tenaci agganci nella nostra memoria collettiva, e insieme la possibilità di trasformare una (ri)scoperta di vecchi spazi in un viaggio nel tempo casalingo. Il brivido di curiosità che suscita il passato, con le tracce lasciate dalle vite dei precedenti frequentatori dei luoghi che con fatica riconosciamo. Un po' come andare in visita a musei e cattedrali solo che in questo caso i passi e le mani della storia sono riconoscibili, non si perdono in un passato conosciuto unicamente per esperienza indiretta, ma tracciano collegamenti e suggestioni che ci appartengono direttamente, che non risalgono oltre la vita di padri, nonni, bisnonni.

O forse è l'attrazione per la decadenza, un'inconscia attrazione che ci spinge a intrufolarci nei territori morti a cui tutti apparteniamo. Il tentativo di dominare esplorandolo il senso del nostro stesso disfacimento futuro. Quasi che vedere un edificio morente renda più sopportabile e comprensibile il nostro stesso destino. In fondo se crolla la pietra e il mattone è logico e accettabile che lo stesso succeda alla carne.
Legata a questa riflessione c'è quella opposta, che senza vita, senza un'umana presenza tutto decade e crolla, che quello che tiene insieme il nostro mondo è la nostra semplice presenza. Ce ne andiamo, il mondo scompare (magari gli ci vuole un po', ma i segni del crollo futuro sono evidenti non appena si spengono le luci, si oltrepassa la soglia e addio, non si ritorna più, salvo che come turisti dell'abbandono).

Ma forse non è nulla di tutto questo, è semplicemente la necessità di un ritorno all'infanzia, al gioco insensato e puro, una sospensione temporanea e spaziale delle regole e imposizioni del nostro ordinato e repressivo mondo adulto, per tornare a sentire in mezzo ai territori desolati e senza legge l'incanto del mistero e la gioia dell'avventura che ci catturavano prima di mettere la testa a posto.

Mah...

…voi cosa ne dite?

03 maggio 2006

Rieccomi


Presenze
Originally uploaded by Iguana Jo.
Non so a quanti sono mancato (a parte la Lui- grazie di esistere Lui!), ma aprile è stato un mese parecchio intenso.Tra Rimini, Verona, Monza, ancora Rimini, parenti in visita, gite fuori porta, Bologna Reggio San Damaso, ponti vari e compagnia bella il mese è passato più veloce della luce e aggiornare il blog non era in cima alla lista delle priorità.

Siamo già in maggio il cavaliere s'è tolto dai coglioni (seeee....) non abbiamo ancora un presidente, ma fuori il sole splende per cui chissenegrega?

Per quanto riguarda le spedizioni riminesi vi rimando alle pagine di flickr dedicate all'argomento, qui non posso che ricordare le persone vecchie e nuove che abbiamo incontrato/conosciuto. Incredibile a dirsi (e nonostante la provenienza della maggior parte di loro :-) ci siamo trovati molto molto bene. Speriamo dunque in futuri nuovi flickr-incontri.

Per il resto mah... non so da dove cominciare. Per cui la faccio finita subito. Tanto qualche foto salterà fuori senz'altro...

Qualcosa che invece non posso rendere in fotografia è la scoperta musicale del mese. Grazie a Marco che me li ha fatti ascoltare posso finalmente dire di avere finalmente goduto di qualcosa di nuovo fresco e (molto) rumoroso. E per di più italiano. Sto parlando degli Intellectuals, duo romano (a quanto pare) che mi ha allietato i timpani col suo punk/garage/rock'n'roll. Non sono più molto aggiornato sulle nuove tendenze musicali, non so se esista una definizione migliore per la loro musica (ma è così importante?) so solo che era un bel po' di tempo che non ascoltavo qualcosa che mi facesse saltare dalla sedia. Loro ci sono riusciti dal primo ascolto, e ci riescono tuttora dopo un mesetto che girano sul mio mac. Provateli a vostro rischio e pericolo.

In un post di qualche tempo fa avevo decantato i meriti di Jonathan Strange e il signor Norrell, nel frattempo l'ho finito, e prima o poi ne parlerò in maniera diffusa, per ora posso solo ribadire che è un romanzo meraviglioso. Vediamo se nei prossimi giorni riuscirò a trovare unpo' di tempo per dilungarmi un po' di più sulle sue meraviglie.

Bona lì, come post di ritorno, riassuntivo/riempitivo può bastare. Ci sentiamo presto (spero!).

11 aprile 2006

nove milioni?


Originally uploaded by Iguana Jo.
Davvero nove milioni di italiani lo hanno votato? Davvero 9.000.000 di persone hanno consapevolmente scelto di essere rappresentati da quell'uomo e da tutto quello che rappresenta?
Davvero per 9 milioni di concittadini il miraggio televisivo è ancora così forte? il suo modello di società così allettante? la capacità di distogliere lo sguardo così viva?

Non so chi ha vinto queste elezioni, io di sicuro ho perso un altro po' di fiducia in questo paese e nel futuro che ci attende.

06 aprile 2006

dituttounpo'


Originally uploaded by Aelle.
Sarà la primavera, sarà il poco tempo che ultimamente riesco a rubare al lavoro, sarà che ultimamente non sono stato troppo comunicativo in genere, sarà la quantità impressionante di chiacchiere inutili che c'è in giro di questi tempi. Insomma, sarà quello che volete, ma questo blog ultimamente è abbastanza silenzioso.

Probabilmente nella mia testa scatta un interruttore automatico: quando il rumore di fondo della comunicazione raggiunge un livello limite il silenzio risulta decisamente preferibile, o inevitabile, fate un po' voi...
Ovviamente mi riferisco a tutto il chiacchiericcio pre-elettorale, a quella manica di pomposi buffoni (non tutti eh!) che stanno occupando ogni spazio mediatico direttamente con la loro presenza o indirettamente con il torrente inarrestabile di parole che scatenano in chiunque provi ad avvicinarsi all'argomento.
Da parte mia non ho nulla di particolarmente sfolgorante, intelligente o illluminante da aggiungere al dibattito. Dunque preferisco tacere e sperare, come qualche altro milione di coglioni, che da lunedì sera le cose vadano un po' meglio (seeeee...).

Parliamo d'altro, che ne dite se provo ad aggiornarvi sui miei ultimi consumi culturali?
Vi interessa?

Partiamo.
Per quanto riguarda le letture mi sono goduto l'intervista oversize a Clint Eastwood uscita sullo speciale dedicatogli dal Mucchio Selvaggio. La cosa migliore che si possa dire sull'Uomo è che in fondo è una persona assolutamente normale, con un buon lavoro e una passione ancora integra per il cinema, la musica e la vita in generale. Il che è già molto di più di quello che emerge normalmente dall'ex fabbrica dei sogni hollywoodiana.
Sto anche finendo di leggere il meraviglioso Jonathan Strange e il signor Norrell  . Straordinario come costruzione ed elaborazione di un mondo appena un po' più in là del nostro, con personaggi indimenticabili e uno stile, un ritmo, perfetto per l'epoca che racconta. Consigliatissimo (ma spero di riuscire a tornarci in un prossimo futuro).
Come se non bastasse ho pure iniziato (è il mio nuovo libro da pausa pranzo) la stupefacente Guida ragionevole al frastuono più atroce di Lester Bangs. Sembra divertente, di certo si parla di buon musica, dei bei tempi andati, di penetrare l'anima della festa...Insomma di buon vecchio RRROOOOOOCKKKK'N'ROOOOOOOOOOOL!

...e passiamo al cinema.
Incredibile ma vero, sono andato al cinema due volte nel giro di un paio di settimane e meraviglia delle meraviglie in entrambi i casi sono uscito contento dalla sala. (non è che per me sia così strano uscire contento dal cinema, lo è stato in questo caso perché dai due film visti mi sapettavo rispettivamente niente e poco). I film in questione sono V per Vendetta e Il Caimano.

Di V per Vendetta il meno che posso dire è che mi ha davvero sorpreso. Viste le ultime esperienze wachowskiane sono andato al cinema con tutti i pregiudizi possibili. Ritrovarmi contento alla fine della proiezione è già un enorme risultato.
Il film non è esente da difetti (l'eccessivo didascalismo, l'enfasi declamatoria a fronte di una piattezza registica che privilegia ogni volta la scelta più facile per trasmettere il messaggio, una rappresentazione del regime blanda e irreale). Ma se non altro il contenuto della pellicola è abbastanza controverso da offrire parecchi stimoli a chi abbia voglia di riflettere.
L'unico momento che ho trovato francamente brutto è tutta la sezione dedicata alla prigionia di Evie, in quella fase la retorica diventa preponderante e l'uso della tortura salvifica e temprante del tutto fuori luogo. Non sono nemmeno convinto del finale in maschera, cinematograficamente (simbolicamente?) ci sta tutto, ma mi rimane un senso di irrealtà, di eccessivo ottimismo...
Nel complesso comunque un film piacevole. Significativo più per quello che dice che per quello che mostra.

Con Il Caimano cambiamo totalmente registro. In questo caso mi aspettavo un film tendente al noioso, magari pieno di consolatoria retorica sinistroide. E invece no. Il film è divertente, amaro, struggente, inquietante. Silvio Orlando è straordinario, la regia è leggera e i tempi ottimi, i vari momenti (le varie storie) di cui è composto il film sono ben dosate e ottimamente miscelate. I dialoghi sono perfetti. Il finale devastante.
L'unica cosa che non mi ha convinto è la ragazza/regista che non mi è sembrata credibile in quel ruolo. Ma è un dettaglio, che Il Caimano rimane un ottimo esempio dei film che mi piace vedere, film in cui l'invenzione narrativa si incrocia con la realtà, la magia del cinema con le vicissitudini quotidiane. Una nota particolare per la colonna sonora, azzeccatissima (nota a margine: mi piacerebbe davvero vedere Nanni Moretti girare un musical): quando entra in scena il Caimano, e poi nel finale, sembra di sentir riecheggiare le note oscure della marcia che accompagnano Darth Vader e l'imperatore nel loro progetto di conquista dell'universo. Statevi accorti.

30 marzo 2006

Corpo di guardia


Originally uploaded by Iguana Jo.
La foto che vedete qui a fianco è stata selezionata per essere esposta in questa mostra.
Non è una delle mie foto preferite, anzi, tra quelle sottoposte alla selezione era quella di cui ero meno convinto. Ma va bene lo stesso. Essere esposto è comunque un privilegio e una soddisfazione.

La foto è stata scattata a Bolzano, all'unico ingresso della Caserma Mignone rimasto ancora in piedi.
La caserma Mignone a Oltrisarco ha accompagnato la mia infanzia. Abitando a due passi dalla caserma le trombe della sveglia, delle adunate, il silenzio serale erano un suono costante che scandiva anche le mie giornate. Almeno fino a quando ti accorgi che l'hai sentito tante volte da non udirlo più.
Da qualche anno la caserma non esiste più, tutti gli edifici sono stati via via demoliti per far posto a un nuovo quartiere residenziale. Rimangono in piedi (ancora per poco) il corpo di guardia e un paio di edifici all'ingresso sud di quella che era l'area militare di un tempo.
Ai miei occhi la foto rappresenta la rivincita del tempo sulla mentalità militare che vuole tutto in ordine, etichettato e riconoscibile.
Una sorta di tributo al Comma 22.
Questo è quello che resta.

20 marzo 2006

Non c'è luce nell'universo


Originally uploaded by astrocruzan.
Almeno non in quello di M. John Harrison.
Qualcuno alla fine di questo post dovrebbe provare a spiegarmi cos'ha di memorabile Luce dell'universo, il romanzo di M. John Harrison da poco uscito in un'Urania speciale.
A leggere gli entusiasti richiami in copertina e quei (pochi) commenti che si trovano in rete Luce dell'universo sembra un romanzo come non se ne vedevano da anni. Un campione di originalità fantascientifica, un'opera fondamentale per capire dove stia andando la nuova fantascienza.

A me è sembrato un romanzo pretenzioso e inutile.

Pretenzioso perché l'autore sembra essere convinto che per scrivere un romanzo nuovo / provocatorio / memorabile sia sufficiente gettare in balia di un plot senza riferimenti un pugno di personaggi cinici, perversi e più o meno sconfitti dalla vita perché il lettore ne rimanga irrimediabilmente affascinato.
Inutile perché a dare senso al tutto si torna nel finale del romanzo alla solita necessità di dar colpa e meriti della situazione esistenziale dell'umanità (presente e futura) alla solita super-razza iper-annoiata alla ricerca di un nuovo scopo nella vita.

Lo scopo nella vita, l'altro grande protagonista del romanzo. Tutti i personaggi sono alla disperata ricerca di una definizione esterna della propria esistenza, quasi una tensione al (pseudo)divino che lascia piuttosto perplessi e che rende stucchevoli tutte le dinamiche relazionali che si instaurano tra i vari soggetti. È proprio un afflato religioso quello che mi pare di cogliere molto forte tra le righe del romanzo, una necessità di redenzione e salvezza quale unica speranza per vite che abbandonate a se stesse non riescono a far altro che distruggere e rovinare ogni rapporto che a fatica riescono a stabilire.

In definitiva un romanzo che potrà apparire nuovo a chi non ha mai digerito Egan, a chi trova McDonald troppo letterario o a chi pensa che tizi come Banks o Stross siano evidentemente troppo legati al passato(!). Ma per quanto mi riguarda ho trovato Luce dell'universo irritante e noioso come nessun libro di cosiddetta nuova fantascienza m'era mai parso.

15 marzo 2006

Rimini fuori stagione

© giorgio raffaelli
Rimini non è più triste di ogni altra città, che di solito le città non fanno altro che riflettere in grande lo stato d'animo di chi le frequenta.
Certo che girare fuori stagione per le zone eminentemente turistiche come quella ritratta qui a fianco ti dà una strana sensazione di desolazione e aspettativa. La stessa sensazione che provo ogni volta che mi capita di passare in quelle zone costruite per essere frequentate in massa, ma che si ritrovano per un motivo o per l'altro, improvvisamente o casualmente, senza contenuto umano. Non è necessariamente una sensazione triste, che l'atmosfera che si respira è surreale e intrigante, come se il luogo svuotato dalle persone potesse offrire uno spazio alle possibilità normalmente poco esplorate.
Passeggiare fuori stagione tra gli alberghi e i bagni di Rimini è un po' come girare per una città nelle ore che precedono l'alba. Si entra in una sorta di mondo parallelo, una porzione di spazio in cui si muovono gli spiriti e le intenzioni più che gli essere umani. Un luogo aperto alle più folli speculazioni, alle occasioni più impensabili, agli eventi meno probabili. Non so se si capisce, ma in fondo sono questi luoghi abbandonati, queste zone momentaneamente libere, gli spazi che più mi piace frequentare.

08 marzo 2006

Arrivederci amore, ciao


Originally uploaded by framino.
(il post che segue è già apparso in forma simile su it.discussioni.giallo)
Un amico (ciao Fabio!) ben noto frequentatore di i.d.g. mi ha convinto a leggere Arrivederci amore, ciao di Massimo Carlotto.
Non sono un particolare cultore di noir e simili, ma il romanzo mi è piaciuto, è certamente interessante e conturbante. Ma discutendo alcuni particolari dell'opera con il suddetto ben-noto-frequentatore siamo arrivati ad un punto di non ritorno. Il fatto è che Carlotto mi è stato presentato come scrittore eminentemente politico (almeno all'interno della nicchia noir nostrana). Detto questo, arriviamo al succo di questo post, ovvero: ha senso parlare di romanzo politico a proposito di Arrivederci amore, ciao?

A questo proposito vi propongo qualche pensierino sparso sul romanzo:
Appena terminata la lettura mi sono chiesto: e allora? Dopo aver letto 'sta storia cosa si aspetta l'autore? Che mi ci sia divertito? Che abbia preso coscienza che il mondo, e l'italia, è pieno di merda? Che la gente è cattiva?

Forse il mio mancato entusiasmo nei confronti del romanzo si può in effetti riassumere nel fatto che non riconosco il mondo che racconta l'autore come il mio mondo, che sento la mancanza di un riferimento altro rispetto all'immoralità di tutti i personaggi del romanzo.
Per questo critico politicamente il romanzo: per la mancanza di dialettica interna all'opera. Non ci sono confronti di posizione, ne sono possibili dibattiti morali sulla natura dei protagonisti. Per questo motivo dico che in fondo il mondo descritto da Carlotto non è il mio: fortunatamente è solo una porzione del nostro quotidiano.
In Arrivedervi amore, ciao tutto è solido e assoluto come un mattone in faccia. Fa male, ma c'è poco da chiedersi perchè o percome...

Anche quella che si potrebbe definire la strategia politica che porta alla scrittura di un romanzo come questo, non mi convince in toto: troppo cinica e distruttiva per i miei gusti.
Di più: una strategia politica che tende, forse, a fare il gioco del potere, che ci vuole spaventati e immobili, soggetti passivi e indirizzabili verso il cattivo di turno.

Il protagonista del romanzo di Massimo Carlotto. è imbattibile perchè totalmente cattivo dentro. Non è malato, non è vittima di un trauma ne del sistema, non ha motivazioni morali. È irrecuperabile. L'unica soluzione sarebbe l'eliminazione, ma cazzo, noi siamo i buoni :-) e quindi è impraticabile, ne consegue che nessuna vittoria è possibile.
In altre parole: il protagonista non è un nemico politico, è un nemico morale, proprio a causa della sua immoralità.
Narrando come Carlotto fa (e molto bene) di un vuoto morale, si svuota la realtà di qualsiasi possibilità politica. Nel romanzo è evidente che dove non ci sono più valori c'è solo la sopravvivenza, e a quel punto la dialettica politica non ha più senso.

Ma senza morale ha senso parlare di intenzioni politiche del romanzo?
Forse questo è un punto fondamentale per relazionarsi al romanzo.

Ed è su questo argomento che mi piacerebbe avere un sereno scambio d'opinioni con chi ha letto il romanzo.

03 marzo 2006

Neal Stephenson rulez!

Originally uploaded by Fernando Porto.
Due parole su Neal Stephenson in risposta a questa azzardata domanda di X :
"Quanto a Stephenson, come definiresti tu uno che scrive romanzi reazionari con uno pseudonimo (Stephen Bury) e poi si concede slanci rivoluzionari come in "Snow Crash"?"

Neal Stephenson, che inizialmente avevo scambiato per un ribelle di nero vestito (hai presente Hiro Protagonist?) in realtà non è altro che uno scrittore di sf libertario cresciuto nel solco tracciato da Heinlein, che in buona sostanza significa essere fautore di un'idea socio/politica piuttosto raccapricciante.

Ma allora come mai Neal Stephenson rimane per me un autore grandissimo, tra i migliori degli ultimi 15 anni? Soprattutto perché la sua scrittura oltremodo competente è temperata da un umorismo del tutto assente in Heinlein. Non che le differenze si fermino all'umorismo. I personaggi sono un'altra caratteristica vincente nei romanzi di Stephenson: decisamente molto più confusi, dubbiosi e in balia degli avvenimenti (della Storia) di quanto non capiti a un Lazarus Long, tanto per dire...

Ma quello che mi piace davvero in Neal Stephenson è la sua capacità di rendere immediatamente comprensibili quei dettagli tecno/storico/sociali che in mano a chiunque altro diverrebbero di una pesantezza insostenibile, il ritmo che imprime alle sue storie, la sue doti immaginifiche, i suoi personaggi memorabili.
E sì, trovo affascinante anche per la sua visione sociale del futuro, con una struttura anarcoide plausibile che non è ne utopica ne distopica, con le possibilità che lascia intravvedere di una società disseminata e metanazionale, terribile e intrigante allo stesso tempo.

E poi Neal Stephenson è l'unico autore che mi abbia esaltato nonostante i buchi presenti nelle sue storie (mi riferisco soprattutto a Snow Crash e all'Era del diamante), in cui il concetto di fantascienza, di letteratura d'idee è ben chiaro ed esplicito anche nelle sue opere mainstream.
Insomma, per me Stephenson rimane uno degli autori fondamentali di questi ultimi 15 anni. Alla pari di un Iain Banks o di un Greg Egan o di un Ian McDonald. Spero solo si riprenda in fretta dal suo ciclo barocco.

Ah... dimenticavo. libri di Stephen Bury sono scritti a quattro mani da Stephenson e da suo suocero quando il primo doveva ancora trovare la sua strada letteraria. Ben prima di Snow Crash tanto per intenderci. Non so quanto risultino reazionari e indigesti, non li ho letti. Sicuramente quello che è arrivato dopo è di tutt'altro tenore.

01 marzo 2006

La televisiun la t'endormenta cume un cuiun.


lomotv
Originally uploaded by -Ant-.
Stasera vi passo una citazione dal libro che ho appena finito di leggere.
Ah... nel caso rimanesse qualche dubbio, per me David Foster Wallace è un genio. (nonostante Infinite Jest mi abbia lasciato un po' così).

...se la televisione può attirare a sé [lo spettatore qualunque] attraverso l'ironia e le battute che capisce solo chi già conosce il programma, può dare sollievo a quella dolorosa tensione fra il bisogno che ha [lo spettatore qualunque] di trascendere la folla e la sua inevitabile condizione di membro del Pubblico. Perché nella misura in cui la televisione può lusingare [lo spettatore qualunque] facendogli credere di poter "guardare al di là" della presunzione e dell'ipocrisia di valori ormai sorpassati, essa riesce a suscitare in lui la stessa esatta sensazione di astuta superiorità che gli ha insegnato a desiderare con così tanta forza, e può tenerllo in uno stato di dipendenza da quel modo cinico di guardare la tv che è il solo a permettergli di provare quella sensazione.
(estratto da E Unibus Pluram: Gli scrittori americani e la televisione, in Tennis, tv, trigonometria, tornado, David Foster Wallace, 1999 Minimum fax, trad. Christian Raimo & Martina Testa)

27 febbraio 2006

Forgiare legami


Originally uploaded by Iguana Jo.
Che altro facciamo nel nostro tempo? Stabiliamo collegamenti, creiamo relazioni, scambiamo messaggi, tessiamo reti. Costruiamo le catene che sostengono il nostro spirito, alleggeriscono il cuore e rilassano il fisico.
Di questi anelli sono fatti i legami che ci liberano, che ci permettono di interagire col mondo, che ci offrono la possibilità di esplorare e scoprire.

Spesso questi legami sono storici, qualche volta sono inevitabili, a volte sono solo ideali.
Noi questo fine settimana abbiamo trasformato una conoscenza virtuale in un'amicizia reale. Abbiamo forgiato un primo anello di esperienza comune, fatta di sabbia, acqua e cassoni, contornata da chiacchiere e playstation, fotografie e frisbee.
Insomma: ci siamo divertiti un casino, abbiamo mangiato a crepapancia, camminato, chiacchierato, dormito, fotografato, giocato, discusso e conosciuto. Abbiamo fatto quel che ognuno spera di fare nel suo tempo: siamo stati bene.
Grazie Lui, grazie Clay, grazie Ale.
A presto!

23 febbraio 2006

Neuromante Redux

Tokyo Metropolis Originally uploaded by behind-Eyes.
Ripensando a Neuromante, al buon vecchio cyberpunk di una volta, non mi vengono in mente troppe parole, quanto piuttosto immagini, sensazioni, strani corto circuiti neuronali. Come questa fantastica foto di Kiyotaka Higuchi. Se dovessi scegliere un'immagine a rappresentare il genere sceglierei questa.
Dalla prima volta che l'ho vista mi ha colpito come poche altre. In questa immagine ritrovo tutto quello che William Gibson mi trasmetteva: la possibilità e l'emozione di scoprire un mondo nuovo, un luogo terribile ma al contempo estremamente affascinante, Un mondo al crocevia tra la durezza senza speranza del punk e il romanticismo perdente di un Marlowe. Un incubo, il cui fascino sta tutto nella possibilità di scorgere ancora qualche traccia di umanità in mezzo a tutto quel nero frammisto al verde della matrice. Il sapore nostalgico di un futuro possibile insieme al brivido e al timore di ritrovarlo fuori dalla finestra. Oggi.