18 febbraio 2020

Visioni: Angels in America

"BELIZE: Big city. Overgrown with weeds, but flowering weeds. On every corner a wrecking crew and something new and crooked going up catty corner to that. Windows missing in every edifice like broken teeth, gritty wind, and a gray high sky full of ravens.
ROY COHN: Isaiah.
BELIZE: Prophet birds, Roy. Piles of trash, but lapidary like rubies and obsidian, and diamond-colored cowspit streamers in the wind. And voting booths. And everyone in Balenciaga gowns with red corsages, and big dance palaces full of music and lights and racial impurity and gender confusion. And all the deities are creole, mulatto, brown as the mouths of rivers. Race, taste and history finally overcome. 
And you ain't there.
ROY COHN: And Heaven?
BELIZE: That was Heaven, Roy."

Non so come ho fatto in tuti questi anni a non aver mai sentito nominare Angels in America. Ok, il titolo non sarà dei più invitanti, e all'epoca dell'uscita (ormai la serie ha quasi vent'anni) le chiacchiere a proposito delle serie TV non erano certo così diffuse. Ma in ogni caso è strano, che la qualità del progetto, il cast (da Al Pacino a Meryl Streep, da Emma Thompson a Jeffrey Wright, per citare solo i più noti), la potenza della narrazione, i dialoghi, le cose semplicemente strane che spuntano qua e là, l'argomento tragico (Aids, anni '80, USA) trattato in modo così brillante… come ha fatto una serie così straordinaria a passare sotto il mio radar?

Per fortuna Angels in America è saltato fuori in una conversazione con Chiara e Irene qualche tempo fa, e per come ne hanno parlato, per il brillio nei loro occhi, bé, non potevo non dargli una possibilità.
E, wow! Angels in America  non soffre per nulla gli anni passati dalla prima messa in onda, rimane una cosa commovente, divertente, dolcissima e arrabbiata.
Una meraviglia.

01 febbraio 2020

Letture: Melancolia della resistenza, di László Krasznahorkai


E questo sarebbe il famoso giorno del giudizio? Inghiottiti in silenzio da un mare d’immondizia, senza tante cerimonie, senza squilli di trombe e cavalieri dell’apocalisse? Tutto sommato,” Ester si aggiustò la sciarpa, “non ci sarebbe da stupirsi per un finale così” […]”
(da Melancolia della resistenza, di László Krasznahorkai, traduzione di Dora Mészàros e Bruno Ventavoli)


Ho sentito parlare per la prima volta di Krasznahorkai da Valeria Lattanzio credo ormai un paio di anni fa, che con i suoi pezzi dedicati all’autore ungherese mi aveva incuriosito assai. Ci ho messo un po’ ad arrivarci, ma infine eccomi, dopo aver terminato Melancolia della resistenza, a ringraziare Valeria per il consiglio, e a suggerirne a mia volta la lettura a tutti i passanti curiosi.

Melancolia della resistenza è davvero impressionante: per la scrittura travolgente dell’autore, per i ritratti terribili e commoventi dei suoi personaggi, per l’atmosfera e gli ambienti che tratteggia, che riescono ad essere insieme apocalittici e quotidiani, desolati e disumani, e sempre in bilico tra familiarità e inquietudine, per le digressioni filosofico/morali che accompagnano il testo senza distruggerlo, offrendo invece ulteriori livelli di lettura e suggestione e infine per quell’impalpabile umorismo che a volte fa capolino, timido, tra una scena e l’altra. 

Melancolia della resistenza è un ritratto magnifico e spietato dei tempi che stiamo attraversando. Un romanzo che parla la lingua della violenza e della sopraffazione, della decadenza e della distruzione, e infine della resistenza, vana forse, ma inevitabile e sì, melanconica, di chi non può o non riesce ad adeguarsi al vuoto che ci divora.
 
Leggerlo è stata un’esperienza straordinaria.



30 dicembre 2019

Letture: il meglio del 2019


Avere un blog torna utile in occasione della fine dell’anno: dove altro riassumere le migliori letture dei dodici mesi che si stanno chiudendo in queste ore?

Il disclaimers è il solito degli ultimi anni: da quando è nato il progetto Zona 42 le mie letture si dividono tra quelle dedicate alla ricerca di titoli (italiani e stranieri) per la casa editrice e quelle fatte per interesse personale.
Le prime sono escluse da questo elenco, che di letture notevoli ce ne sono pur state e, bé, alcune le potete già trovare sulle pagine di Zona 42.

Quest’anno sono riuscito a leggere per diletto una media di tre libri al mese (sono pochi, ma sono già più di quelli letti l’anno scorso, e quindi niente, facciamocene una ragione, che il tempo libero è quello che è…)

Per la prima volta in assoluto la lettura più importante dell’anno arriva da un’autrice italiana.
Mi riferisco a La straniera, di Claudia Durastanti, un libro che mi ha colpito come nessun altro libro italiano era mai riuscito a fare. Un libro che è arrivato nel momento giusto, e che per una serie di circostanze è ormai indelebilmente legato a cose che con la letteratura hanno poco a che fare.
(Ne ho parlato in maniera più diffusa qui

Un altro autore italiano mi ha sorpreso, affascinato e coinvolto come mai prima. Si tratta di Matteo Meschiari di cui quest’anno ho letto due titoli: Neghentopia e L’ora del mondo. Due letture esplosive per motivi diversi, Neghentopia fa quello che nella mia esperienza nessun libro fantastico italiano (dentro e fuori dal genere) è mai riuscito a fare prima con gli stessi risultati: sperimentare con la forma, immaginare con le parole, creare un mondo e farlo crescere (e morire) tra le mani del lettore. Neghentopia è oscurità gelata al calor puro dell’anima. Una piccola bomba. (Qui trovate il post dedicato al volume) 
L’ora del mondo è invece una lettura molto più accogliente, quasi confortante, è più vicina, più tenera, più terrena. Ne L’ora del mondo Meschiari racconta gli Appennini della terra in cui m’è capitato di abitare come non li avevo mai letti prima: una favola anarchica in cui si respirano i sentieri della montagna emiliana e il suo cuore resistente. L’ora del mondo è un libro per il qui e ora, e spero lo leggano davvero in tanti.

Tra gli autori stranieri devo ricordare i due classici recuperati quest’anno: Orlando, di Virginia Woolf e Ada o ardore di Vladimir Nabokov. Il primo è adorabile, e son davvero felice di averlo finalmente letto (Virginia Woolf era ed è troppo troppo avanti per i nostri tempi maledetti, e leggerla è sempre un piacere), il secondo è invece incredibilmente indisponente, ma è scritto da un maestro da cui sei più che disposto a lasciarti irritare: guardarsi allo specchio col filtro della letteratura non deve sempre essere un piacere.




Ma di letture contemporanee da ricordare ce ne sono state anche altre. Tra tutte scelgo tre titoli, in ordine di lettura:



Autunno, di Ali Smith. Letto quasi per sbaglio, ma meraviglioso per la ricchezza di suggestioni, la scrittura travolgente e suggestiva e il ritratto che fa di un’Inghilterra alle prese con la propria catastrofe nazionale. Nelle ultime settimane ho letto anche Inverno, che rimane un ottimo romanzo, ma che non raggiunge la capacità evocativa/rappresentativa del precedente. 

Friday Black, di Nana Kwame Adjei-Brenyah. Una raccolta di storie che affrontano la vita nella metropoli americana di questo scorcio di millennio dal punto di vista di personaggi costretti ai margini e tesi alla sopravvivenza con solo qualche speranza di vita vera. I racconti di Friday Black mi hanno ricordato quelli di George Saunders, per l’originalità del punto di vista, la precisione della scrittura e l’umanità ricchissima che li frequenta, di più (di diverso?) le storie di Adjei-Brenyah hanno una rabbia e un’urgenza che Saunders tende piuttosto a stemperare in dolcezza.

Il post-esotismo in dieci lezioni, lezioni undicesima, di Antoine Volodine. Il mio Volodine annuale. Chi altri riesce ad essere allo stesso tempo illuminante e criptico, del tutto avulso dalla cronaca quotidiana e tanto immerso nella storia contemporanea da far male? E poi, vabbè, come scrive? E come viene tradotto (Anna d'Elia sempre sia lodata!)? Leggere Volodine è sempre un’esperienza unica. (E no, Lutz Bassmann, per quanto ci provi, non riesce a raggiungere le vette del suo eteronimo!)

Fuori classifica il libro più folle letto quest’anno: Complotto! di John Higgs. Devo questa lettura a Corrado Melluso di Not/Nero: avevi ragione, e per ringraziarti beccati ‘sto video:







04 luglio 2019

Letture: La straniera, di Claudia Durastanti


Parlare de La Straniera mi è difficile. Quando un libro ti colpisce tanto quanto questo di Claudia Durastanti vorresti essere in grado di scriverne come merita, ma sai già che sarà impossibile.
Ma sono in debito con Durastanti per una delle esperienze di lettura più importanti di questi anni, e scriverne, parlarne, è un modo per incuriosire altri potenziali lettori ma anche, soprattutto, un modo per riflettere e comprendere perché La straniera mi ha colpito tanto.

- la lingua
Quanto è importante l’udito, la vista, per esperire il mondo e imparare a viverci? Crescere in una famiglia sorda non rende secondaria la parola detta? non abitua forse a guardarsi intorno meglio, di più? E cos’è leggere se non ascoltare con gli occhi?
Ne La straniera il mondo è visto meglio, di più. La resa del dettaglio, il particolare che in pochi avrebbero percepito inquadrato in una visione più ampia, creare connessioni con altri particolari e dargli significati che ne trascendono la transitorietà, sono tutte piccole enormi meraviglie che si ripetono in tantissime pagine de La straniera. Forse perché l’italiano di Claudia Durastanti è una lingua bastarda, una lingua che appunto deve di più alla lettura che al parlato. Un italiano conosciuto strada facendo, lingua madre, certo, ma lingua surrogata spesso. Una lingua che deve molto alla doppia madrelingua dell’autrice, cresciuta tra Italia e America, ma che non suona mai sbagliata, semmai personale. Forse è proprio la lingua il primo grimaldello per penetrare nel mondo di Durastanti e comprendere quanto mi ci sia sentito vicino. Non ho mai letto troppi testi italiani, la maggior parte delle mie letture, del mio percorso tra i libri, arriva da testi tradotti dall’inglese, dalla letteratura americana, dalla letteratura di genere, con traduzioni più meno brillanti che mi hanno reso disponibili i testi più disparati.
Ne La straniera, nel linguaggio utilizzato da Durastanti, riecheggia quel tipo di lingua, quel tipo di approccio, quella forma che non riesco a non collegare a una scrittura diretta, senza troppi fronzoli, che lascia in primo piano il significato e solo sullo sfondo la ricerca di uno stile (ma che non è assenza di stile, non significa improvvisazione, significa asciugare ed eliminare ogni deriva altra dal significato che si vuol trasmettere, e credo sia difficilissimo riuscirci senza diventare didascalici, piatti, uniformi). 

- il tempo
La prima cosa che mi ha colpito durante la lettura de La straniera è la scansione temporale degli eventi. Che si tratti della Roma anni ’70, della Brooklyn degli anni ’80 o della Basilicata anni ’90 (per non parlare dei vari scorci contemporanei, tra Londra e l’Italia e il resto del mondo toccato e riportato dall’esperienza di Durastanti), i luoghi assumono sempre caratteristiche eterne, e si cristallizzano nell’immaginario del lettore (di questo lettore perlomeno) in immagini e sensazioni che assumono le forme del mito, degli scenari più antichi che si sono incistati nella mia personale immaginazione, dal cinema, dalle letture, dalla televisione. Roma, Brooklyn, la Basilicata, non sono luoghi veri ma spazi cognitivi che vibrano nel lettore con frequenze fuori tempo. E insomma, a me pare incredibile che in quei momenti, in quei tempi, io c’ero già: nonostante la forma letteraria, gli spazi di Durastanti sono veri, reali, e scorrono paralleli alla mia esperienza di vita che se anche non li ha mai toccati, li conosce, dopo averli letti, dopo averli immaginati, con una consapevolezza diversa, come spazi in qualche modo miei

- la vita
E poi c’è la vita di una famiglia, di due bambine, poi donne, e di un uomo. E c’è il dubbio della verità, il dolore della verità, la parola che non riappacifica, ma permette una sopravvivenza nonostante tutto. I genitori di Claudia Durastanti, la loro vita spericolata, la loro vita da film, che l’autrice, la figlia, riporta costantemente sulla terra, cercando e trovando un filo, più fili, una trama e un tessuto che spieghi e racconti come si diventa ciò che si è. A cosa ci si debba adattare, come le cose ci cambino, come il vuoto possa essere un motore, come il silenzio sia più rumoroso del suono più stridente. Come si possa diventare chi si tenta di diventare senza avere un obiettivo preciso, ma spingendo, cercando, volendo una realtà diversa, per se stessi per lo meno.
Ed è bellissimo e straordinario che nel racconto della sua vita, della vita della sua famiglia, Durastanti riesca a tenere il tono della voce sommesso, leggero, pacato, perché senti spesso tra le righe le urla appena sotto la superficie, domate, ma mai dimenticate. Il disagio, la distanza, la solitudine ci sono, ma sono diventati compagni di strada, e non più nemici da sconfiggere o fantasmi da esorcizzare “con questo italiano così bello, che non usa disgrazie e dolori per giustificarsi e cercare scuse e assolversi o assolvere altri, che non vede buoni e cattivi, che ironizza e usa metafore, che sublima il quotidiano e tarpa le ali a quel che per altri sarebbe materiale da esaltare e chissàcosa” (grazie Elv!).

- oggi
Che poi La straniera inizia parlando di una donna, ma finisce con un’altra donna, che ha più o meno la stessa età della prima all’inizio del racconto, che si trova altrettanto persa, ma altrettanto decisa a trovare una soluzione a una personale diversità. Se la madre di Durastanti è sorda e vive un isolamento che prima di essere sociale è fisico, intimo e personale, Claudia Durastanti vive una diversità che è soprattutto sociale, geopolitica quasi, molto più comune e distribuita e senza dubbio meno percepibile sul piano delle relazioni personali. E diversità è la parola che riassume all’estremo il senso dell’impatto che La straniera ha avuto su di me.
Non importa quanto tu ti senta diverso, quanta fatica costi la propria unicità, quanti limiti il tuo status possa portare con sé, quanti ostacoli tu debba crearti e superare. Ce la puoi fare, e non per ottenere il successo che il mondo si aspetta da te, ma semplicemente per riuscire a diventare una persona con cui riuscire a convivere, nonostante tutto.

Ecco cos’è stato La straniera per me, l’incontro con un mondo altro che è riuscito in qualche modo a sovrapporsi e spiegare il mio. E capisco bene chi ha definito Claudia Durastanti come una sorella che non hai ancora conosciuto, che senza conoscerti, senza conoscerla, capisce bene quello che tu senti, e lo trasforma in parole, per dargli sostanza e significato.


23 aprile 2019

Letture: Ada o ardore, di Vladimir Nabokov


Qualche nota breve breve su un romanzo così… Ah! da lasciarmi incapace di un commento coerente.
Perché ecco, dopo aver finito Ada o ardore, son rimasto incerto se mandare Nabokov a quel paese o costruirgli un altarino dedicato in libreria.

Ada o ardore è una lettura tanto ricca, suggestiva e stimolante tanto quanto mi sono risultati indifferenti (se non proprio irritanti) i suoi protagonisti. Cioè, dai, come posso con le mie idiosincrasie, i miei gusti e i miei interessi appassionarmi alle gesta di due aristocratici viziati e snob come Ivan e Ada? 

Se per catturarmi è stato sufficiente collocare il romanzo in un’ucronia (Nabokov ha scritto fantascienza! Devo leggerlo!) quel che mi ha tenuto avvinto fino all’ultima pagina è l’agilità della scrittura, la sfida implicita, con la sensazione che all’autore importasse davvero poco del lettore, e anzi facesse di tutto per metterne alla prova la pazienza, e il costante dibattersi tra il guarda mamma, senza mani e rendere comunque il suo spericolato pedalare davvero spettacolare.

In fondo Nabokov ha ragione quando scrive:
"Ci sono persone capaci di ripiegare una carta stradale. L'autore di questo libro, no."

Ecco, io la carta stradale la so piegare, di solito, e questo riassume benissimo la distanza che mi separa da Ada o ardore, ma anche il fascino che, c’è poco da fare, il romanzo irradia senza tregua dalla prima all'ultima pagina.
Maledetto Nabokov!


10 aprile 2019

Letture: Neghentopia, di Matteo Meschiari


Ultimo post di questa piccola serie sugli strani incroci tra letteratura di genere e mainstream nell’editoria nostrana con qualche nota su Neghentopia, di Matteo Meschiari.

Se Un attimo prima di Fabio Deotto è un romanzo fantascientifico travestito da mainstream, Un marito di Michele Vaccari un romanzo mainstream con qualche traccia sotterranea di fantascienza e La festa nera di Violetta Bellocchio una storia personale mimetizzata tra i colori della distopia, Neghentopia è un’epifania apocalittica.

Pochi libri mi hanno sorpreso come questo di Meschiari.
Neghentopia aveva tutte le caratteristiche per passare sotto i miei radar: con un titolo simile, del tutto respingente con quel sentore di pretenziosa superiorità, non l'avrei mai scelto. 
Poi son successe due cose, ho incontrato Matteo Meschiari al Book Pride di Genova (era in veste di saggista, e s’è ben guardato dal raccontarmi della sua attività narrativa) e le chiacchiere fatte hanno disinnescato qualsiasi parvenza di snobismo potessi supporre e, soprattutto, Alessandro Vietti ha letto e consigliato il romanzo. Di Vietti mi fido, e quindi…

Diciamolo subito, Neghentopia è una bomba. Chiunque sia curioso delle potenzialità che hanno gli autori italiani nell'affrontare temi abusati come l’apocalisse e l’epica (il viaggio dell’eroe, ah!), in un contesto tra l’onirico e l’esotico, con una resa ambientale tanto accurata quanto potente, bé, dovrebbe davvero leggersi questo piccolo romanzo.

La storia, in breve, è quella di un giovanissimo sicario che si muove accompagnato da un passero (che è insieme coscienza, guida e testimone del suo peregrinare) tra panorami sempre più desolati, inseguito da una Bestia, assediato da periodiche amnesie e mancamenti, in viaggio verso la sua destinazione finale.

Quello che è straordinario in Neghentopia è l’approccio di Meschiari al racconto. La vicenda è narrata come fosse una sceneggiatura cinematografica, con annotazioni sul luogo e la musica che accompagnano ogni singola scena, con la voce del narratore che funge da continuo controcanto al dramma raccontato sulla pagina. Una scelta simile, che rischia di spegnere costantemente ogni ipotesi di coinvolgimento emotivo nel lettore, è invece, per quanto spericolata (o forse proprio per questo), la chiave per comprendere e immergersi nel flusso narrativo ideato dall’autore. 
A Meschiari riesce quella magia in cui solo pochissime volte m’è capitato di imbattermi (un esempio per quanto remoto potrebbe essere La storia infinita di Michael Ende): rendere consapevole il lettore del telaio che accompagna la vicenda, integrarlo nella narrazione, creare una scatola magica in cui siamo consapevoli del contenuto immaginario, ma in cui l’invenzione stessa è talmente potente e maestosa che la cornice non la costringere in un unico significato ma ne esalta invece i dettagli e le sfumature.

Neghentopia parla del mondo alla fine del mondo, di catastrofe ambientale, del suicidio dell’antropocene. È una favola oscura, in cui riecheggiano Pinocchio e Peter Pan, virati nei toni scarnificati dell’apocalisse, divorati dalla polvere e dalle piogge acide. 
Una storia senza speranza in cui l’oblio è una scelta di sopravvivenza e l’arte del racconto l’unica fiammella capace di rischiarare la notte in arrivo e ad allontanare per qualche istante la Bestia in agguato, almeno per chi non ha ancora smesso di rimanere in ascolto.

E a proposito di ascolto, tra i tanti meriti di Neghentopia c’è la colonna sonora cui accennavo poco sopra, che permette al lettore di esplorare territori musicali ben poco battuti. E se parte delle proposte sonore vanno al di là delle mie capacità di ascolto, ce ne sono alcune per cui sarò sempre grato a Meschiari per avermele fatte conoscere.
Vedi per esempio il trio Reijseger, Fraanje & Sylla: 





Ultima nota sulle illustrazioni di Rocco Lombardi che accompagnano il racconto. Non sono un estimatore dei romanzi illustrati (le immagini distraggono dalle parole, impongono un immaginario altro, si insinuano tuo malgrado nella narrazione), ma i disegni di Lombardi sono insieme sobri e poderosi, e se anche li avrei forse preferiti raccolti a parte, rappresentano un’ottima interpretazione dell’atmosfera del libro.

In questo rapido excursus tra libri che in un mondo perfetto sarebbero definibili senza tanti imbarazzi come fantascienza (quanto farebbe bene al genere riconoscere l'appartenenza di testi simili ai propri territori!), Neghentopia è l'esempio migliore per chi volesse abbandonare per un attimo i suoi pregiudizi (
poco importa che siate lettori generalisti o integralisti della fantascienza) e calarsi in un mondo capace di sfiorare la bellezza anche nella più oscura delle narrazioni.
Leggetelo, che merita.


27 marzo 2019

Letture: La festa nera, di Violetta Bellocchio


Terza parte del discorso sugli strani incroci tra letteratura di genere, fantascientifica in particolare, e mainstream nell’editoria nostrana. Ecco qualche nota su La festa nera, di Violetta Bellocchio.

Se Un attimo prima era indubbiamente fantascientifico e Un marito lo era solo tra le righe, La festa nera, di Violetta Bellocchio si colloca  piuttosto ai margini di quella che è la mia personale idea di “fantascienza”.
L’affermazione può forse apparire paradossale, dopotutto lo scenario in cui si muovono i protagonisti del romanzo è indubbiamente distopico, e la distopia è fantascienza. 
Ma se affrontiamo il testo di Bellocchio, ci rendiamo presto conto che lo scenario è puro palcoscenico, non ha sostanza e ha l’unica funzione di riverberare le vicende personali dei tre personaggi che vi si trovano immersi.

Facciamo un passo indietro con un accenno minimo alla trama: in un’Italia devastata da una crisi di sistema, una troupe di videomaker parte per un viaggio da Genova a Milano per visitare una serie di comunità che promettono rifugio e sopravvivenza a chi si adegua alle precipue regole con cui vengono gestite. Per i tre protagonisti questo reportage è l’unica possibilità di rifarsi un nome e una carriera dopo essere precipitati nel fango a causa di eventi che si scopriranno nel corso della lettura.

La cosa migliore de La festa nera è la voce che Bellocchio sceglie per narrare la vicenda:  Ali, la tecnica che accompagna Nicola, il regista-produttore, e Misha, la star del programma, è perfetta nel suo ruolo esterno-interno alla troupe (è molto più giovane degli altri, per quanto ferita non lo è quanto i due con cui lavora, ha un vissuto ben presente ma mai troppo ingombrante, è sufficientemente distante dagli avvenimenti, ma comunque sempre ricettiva e consapevole, ed è stanca e arrabbiata).

Ma se la voce di Ali è potente, ipnotica, meravigliosa, la visione che offre del contesto è terrificante nella sua inumanità: non c’è mai empatia nel confronto con gli altri, non c’è emozione diversa dal disprezzo, dalla rabbia o dalla rara tenerezza, che magari vira in pietà, ma mai mai mai in compassione. E la progressione del viaggio, gli incontri nelle comunità con tizi e tizie più o meno disperati, non racconta mai una realtà diversa da quella personale in cui è immersa la troupe e da cui i tre protagonisti non riescono mai a uscire. Tanto che, quando arriva la rivelazione dei motivi della loro situazione, non puoi fare a meno di chiederti se la tempesta di merda che li ha travolti non sia altro che il lato sbagliato della stessa moneta falsa con cui si son guadagnati da vivere fino a quel momento.

Da quel momento in poi - peraltro ottimamente reso e raccontato, vero e doloroso e intimo come deve essere - smetti di chiederti (come non hanno mai fatto i protagonisti del romanzo) se il mondo è davvero andato in rovina, e perché sia successo. A quel punto la narrazione del mondo là fuori diventa del tutto accessoria. L’unica cosa che conta è risalire la china, rifarsi una verginità, o almeno rimuovere quel che è successo. In fondo ad Ali, Misha e Nicola del mondo non importa poi molto, è il senso della loro esistenza l’unica cosa importante, l'unico enigma da risolvere.

E per me, lettore di fantascienza, inteso nel senso di lettore alla ricerca di nuove coordinate e punti di vista su un mondo che cambia, questa rimozione del rapporto di vicendevole scambio con la realtà è il limite de La festa nera. Arrivato a fine lettura non posso fare a meno di chiedermi quanto interessante possa essere indagare il disagio personale se non lo si mette a confronto con il disastro sociale, con l’apocalisse in fieri in cui siamo immersi. Ma forse per confrontarsi con il vuoto che ci circonda serve soprattutto umanità, che è l’unico dettaglio necessario che manca nel romanzo di Violetta Bellocchio.