08 febbraio 2019

Letture: Un marito, di Michele Vaccari


Proseguo il discorso iniziato nel post precedente sugli strani incroci tra letteratura di genere, fantascientifica in particolare, e mainstream nell’editoria nostrana con qualche nota su Un marito, di Michele Vaccari.

A prima vista Un marito non potrebbe essere più lontano dalla fantascienza, per contenuti, scrittura, suggestioni. Il romanzo di Michele Vaccari è la storia complessa di un amore terminale, la narrazione di un quartiere e di uno stile di vita, la riflessione di un autore su quel che ci muove e ci tiene insieme.

Per chi non l’avesse letto, Un marito racconta di Marassi, Genova, e di Ferdinando e Patrizia, della loro unione fondata sulla rosticceria che gestiscono, del loro amore di cui sono felici prigionieri, della perenne e instancabile lotta contro il cambiamento del primo e della efficiente e tranquilla esistenza della seconda.
Per tutta la prima parte il romanzo racconta la vita di una coppia di periferia, apparentemente soddisfatta, forse rassegnata, quasi serena. 
Il ritratto di Ferdinando e Patrizia fatto da Vaccari li rende l’epitome della coppia italiana di questi tempi complicati, che si affida a qualsiasi cosa pur di frenare il cambiamento (qualsiasi cosa voglia dire cambiamento) e ancorare la propria esistenza su certezze su cui non si pone mai il minimo dubbio.
Ma poi nella seconda parte il romanzo esplode, le cose cambiano, il mondo se ne frega dei desideri della coppia protagonista e la narrazione si spinge in territori che mi permettono di ragionare su Un marito come testo che si muove intorno ad alcuni dei temi più tipici della letteratura di genere.

Una delle caratteristiche specifiche che distinguono la letteratura cosiddetta di genere dal mainstream è il focus della narrazione che si concentra sul mondo in cui i personaggi sono calati, piuttosto che sulla vita dei protagonisti. 
Nella prima parte di Un marito il fuoco della narrazione si sposta incessantemente dal ritratto di Ferdinando e Patrizia al mondo-quartiere che frequentano. Se il lettore mantiene sempre ben saldo il timone della narrazione lo si deve alla maestria con cui Vaccari conduce il testo in un continuo alternarsi dei piani di visione. 
Nella seconda parte, come già detto, il romanzo esplode, perde l’equilibrio, e costringe il lettore a riconoscere una realtà (leggermente) diversa da quella in cui si trova immerso. 
Lo sfasamento è sottile, e Vaccari è abilissimo a tenerlo quasi sottotraccia, in modo da non perdere per strada il lettore affezionato al destino di Ferdinando e Patrizia. Senza fare spoiler, tutto si riduce a una stanza che Ferdinando si trova a frequentare per risolvere un problema personale. Ma quello che sottende alla presenza di quella stanza (assolutamente coerente con quel che accade intorno ai personaggi) è sufficiente a creare quell’effetto di straniamento che, per chi frequenta quel genere di territori letterari, è l’anticamera della meraviglia.

Il combinarsi di questi diversi piani di lettura, dei molti e diversi motivi d’interesse che il romanzo porta con se, rende la lettura di Un marito invero memorabile. Il merito è soprattutto della penna di Michele Vaccari che riesce a fondere in una scrittura molto ricercata la cura certosina del dettaglio, una profondità espressiva invidiabile e la creazione di personaggi davvero potenti e veri (per quanto i loro dialoghi possano suonare a volte artificiali, sono sempre e davvero loro). In tutto il romanzo si percepisce forte il controllo perfetto della narrazione da parte dell’autore, con un attenzione allo stile che non soffre mai di quell’autocompiacimento che per una scrittura così complessa è un rischio sempre dietro l’angolo.

Se Un marito ha un difetto è nel pre-finale, dove Vaccari cade nel vizio di Spielberg (spero mi perdonerà il paragone…) e spiega troppo del suo mondo altro, aggiungendo dettagli e suggestioni che dal mio punto di vista era meglio lasciare in filigrana. Ma nel complesso è un peccato veniale, perché il racconto di Ferdinando e Patrizia è comunque un esempio di quel che la letteratura italiana è in grado di fare quando smette di contemplarsi l’ombelico e si scaglia nel mondo, cercando e curando i dettagli, magnificandoli in un panorama che scivola dal quadro globale a quello più particolare senza sforzo apparente, proponendo al lettore una magnifica esperienza di lettura.

Un marito non sarà un romanzo ascrivibile al genere, ma credo possa riservare parecchie soddisfazioni anche a quei lettori che normalmente rifuggono dalla letteratura italiana, soprattutto se cercano qualcosa di più e di diverso dalle solite narrazione familiari e familiste che invadono gli scaffali delle librerie.










07 gennaio 2019

Letture: Un attimo prima, di Fabio Deotto


Negli ultimi tempi una tendenza significativa dell’editoria generalista, sia dei grandi gruppi editoriali sia degli editori medio-piccoli, è una nuova attenzione a quella letteratura che una volta di sarebbe definita di genere (con tutto quel che di poco positivo veniva attribuito al genere). Letteratura che nelle mani di questi editori sembra aver assunto tutt’altra dignità culturale.
Con il progetto Zona 42 siamo ormai diventati parte attiva in questo scenario. Un motivo in più per dedicare qualche considerazione al fenomeno da un punto di vista che si potrebbe riassumere in una di quelle frasi che ci piace sfoggiare nei nostri incontri con i lettori: “se l’editoria generalista sta cercando di portare la fantascienza nella letteratura, noi come Zona 42 stiamo cercando di portare la letteratura nella fantascienza”.

A partire da oggi proverò ad annotare qualche appunto su alcuni dei titoli letti negli ultimi mesi ascrivibili a queste nuove proposte editoriali, con particolare attenzione a quelli più vicini agli ambiti fantascientifici (o pseudo tali) che, come potete immaginare, sono quelli che mi interessano di più.
Cercherò di proporre alcuni spunti di riflessione su Un attimo prima di Fabio Deotto, Un marito di Michele Vaccari, La festa nera di Violetta Bellocchio, Neghentopia di Matteo Meschiari.

Ero in dubbio se cominciare dai titoli più “fantascientifici” per arrivare a quelli in cui la connotazione di genere è più laterale. Il continuo rimandare la stesura dei post ha fatto sì che si arrivasse a gennaio, e a un appuntamento che di fatto risolve il problema. Sabato prossimo avrò infatti il piacere di accompagnare Fabio Deotto nella sua presentazione modenese di Un attimo prima (appuntamento alla libreria Ubik alle ore 18 del 12 gennaio). Ecco quindi qualche osservazione sul suo romanzo.


La cosa più sorprendente di Un attimo prima è che l’abbia pubblicato Einaudi. No, davvero, quanti titoli di fantascienza scritti da autori italiani ci sono nel catalogo dell’editore? 

In effetti non troverete scritto da nessuna parte che Un attimo prima è un romanzo di fantascienza. Einaudi lo presenta così: “Proiettandosi in avanti di alcuni anni, Fabio Deotto ci racconta un domani sorprendentemente possibile. E ci mostra il nostro presente in tutta la sua bellezza, in tutte le sue contraddizioni, con tutta la sua energia. 
Ci siamo capiti, no?

Se Un attimo prima non fosse il romanzo che è (ci arrivo, ci arrivo), verrebbe da dire che il suo autore è stato davvero molto furbo nel dare la veste giusta alla sua storia. Qual è la tematica alla base della stragrande maggioranza dei romanzi italiani pubblicati e venduti da editori grandi e piccini? Bé, è facile: la crisi familiare. Virata, soprattutto negli ultimi tempi, nella scoperta della paternità.
Un attimo prima parte proprio così: un protagonista in crisi, separato dalla moglie, un fratello scomparso e un figlio introvabile. Perfetto per il lettore, almeno per quell'idea di lettore che sembrano avere i nostri editori.
Il mio approccio però è quello del lettore “fantascientifico” che di ’ste storie familiari s’è stufato da un pezzo. Per mia fortuna Un attimo prima è straordinariamente ricco di suggestioni, idee, speculazioni. Se togliamo di mezzo la situazione familiare del protagonista (comunque ottimamente sfruttata per introdurre alcuni aspetti notevoli del romanzo), abbiamo un intero mondo immaginato e proposto al lettore in maniera credibile, abbiamo un’idea - la teoria dell’arto fantasma rivista in chiave mentale, alla faccia della scarsa inventiva dei nostri autori -  che permette a Deotto di creare situazioni narrative degne del miglior Dick (ma scritte decisamente meglio). 

Un attimo prima è la storia del tentativo di Edoardo di riconciliarsi con la memoria del fratello Alessio e di ritrovare suo figlio Sealth, adottato dopo la scomparsa del padre. Il romanzo si svolge tra Milano e gli Stati Uniti. Deotto sfrutta l’ambiente locale per presentare al lettore il cambiamento epocale avvenuto nella gestione politico/economica delle risorse (a seguito di una crisi di sistema globale il denaro non esiste più, così come la proprietà privata, esiste una sorta di reddito di cittadinanza che permette ai cittadini integrati di condurre una vita quasi normale) mentre le parti ambientate in nordamerica, continente d'elezione per il fratello scomparso del protagonista, sono funzionali a raccontare come si sia arrivati a alla situazione attuale e quale sia stato il prezzo da pagare.
Fabio Deotto ha un ottimo controllo sulla vicenda raccontata, e riesce ad amalgamare molto bene riflessioni politiche e momenti d'azione, ricostruzione d'ambiente e introspezione, speculazioni scientifico/economiche e tensione narrativa.

Quello che mi rimane da capire, e che sicuramente chiederò sabato a Fabio Deotto, è come sia stato accolto il suo romanzo dal pubblico. Per quella che è la mia esperienza, nessuno (o quasi) dei lettori affezionati al genere si è accorto della pubblicazione del suo romanzo. Non so come siano andate le cose tra chi invece non frequenta fantascienza e dintorni.
Dopotutto Un attimo prima è il tipo di romanzo che potrebbe essere pubblicato da Zona 42, e visto come sono andati - sorprendentemente bene! - i romanzi italiani che abbiamo proposto fino ad oggi, mi chiedo se abbia fatto bene l’editore a eliminare programmaticamente ogni riferimento alla fantascienza nella presentazione del romanzo.
(Mi rispondo da solo: ha fatto benissimo, che niente tiene lontano il lettore da un romanzo come l’etichetta fantascienza sulla copertina. Zona 42 certi accostamenti se li può permettere, ma Einaudi deve macinare cifre che non sono minimamente paragonabili alle nostre).

Arrivato in fondo a questa breve nota, mi piacerebbe essere riuscito a incuriosirvi. Mi auguro di leggere prima o poi l’opinione dei lettori “fantascientifici” su Un attimo prima, perché mentre molti di noi - “noi” inteso come appassionati di fantascienza letteraria - stanno qua a rimirarsi l’ombelico e guardare costantemente all’indietro, fuori dal nostro piccolo cortile le cose forse hanno iniziato a cambiare…

















24 dicembre 2018

Visioni: Nanette

Sono mesi che mi riprometto di scrivere questo post, ma lo sapete meglio di me: il tempo per ‘ste cose è sempre meno, meno scrivi meno scriveresti, fino a quando ti pare di essere ormai fuori tempo massimo. 
Ma in questi tempi complicati uno spettacolo come Nanette non è mai fuori tempo massimo, e non è detto sia una fortuna.

photo © Alan Moyle 
Hannah Gadsby è una stand-up comedian, in italiano la traduzione che ci va più vicina è cabarettista, che però per me non rende la densità, la complessità e la ricchezza dei temi che autori come Gadsby mettono nei loro testi che non si riducono mai esclusivamente alla battuta fulminante, alla risata più o meno liberatoria.
Nanette è il monologo che Gadsby porta in giro ormai da qualche anno, e che è disponibile su Netflix. 

Non sono un grande esperto di monologhi comici, non frequento la ricca disponibilità video di stand-up comedy, non per qualche preclusione ma solo perché il tempo dedicato alla tv non è molto e ho sempre altre priorità. Se ho guardato Nanette, e ne sono rimasto tanto colpito da doverne parlare anche qui dentro, è merito di un paio di commenti/suggerimenti di qualche fidato conoscente (Elvezio, Claudia, grazie!).

Inizialmente avrei voluto suggerire la visione di Nanette a tutti i maschi eterosessuali di passaggio da queste pagine. A tutti quegli uomini che rischiano come me di accostarsi al variopinto mondo circostante sempre con quell’aria di saperne abbastanza, di saperne di più e, nel nostro privilegio (perché ditemi voi se il mondo qua fuori non è fatto a nostra misura e dimensione), di essere consapevoli, quindi in fondo superiori, rispetto alla varietà delle scelte e delle vite che ci circondano.
Ma poi perché fare differenze? Perché uno spettacolo simile dovrebbe essere più importante per una categoria piuttosto che per un’altra?

In effetti se c’è una cosa notevole in Nanette nel suo trasformarsi da spettacolo comico a dramma, da lieto e confortante “facciamoci due risate”, con una voce diversa ma comprensibile, a un’intensa emozionante furiosa dichiarazione di dolore e rabbia e amore, è tutta nella capacità di Hannah Gadsby di riuscire a tirar fuori e scoprire il meccanismo, spesso perverso, dello stand-up tutto: da dove vengono le battute? Da dove vengono le risate?

Perché scoprire da dove vengono i fondamentali del nostro divertimento non è sempre una bella scoperta, e a volte porta con sé una buona dose di vergogna e dolore e frustrazione, sia da parte dell’autore che propone il suo pezzo (divertente! da lacrime agli occhi!) sia da parte del pubblico (ma no? davvero?).
E alla fine poco importa che si parli di omosessualità o di arte, di risate o schiaffi. Quel che colpisce sempre, a teatro, al cinema, in televisione, sul tuo cazzo di divano, è scorgere improvvisa e intransigente la Verità che, come sempre accade, può sì renderti libero ma solo quando avrà finito con te…

Nanette è il mio consiglio di visione per queste feste, guardatelo e poi ditemi se non è valso il vostro tempo.


15 dicembre 2018

Giuseppe Lippi (1953-2018)


Oggi è arrivata improvvisa e inaspettata la notizia della morte di Giuseppe Lippi. 
Lippi era uno dei massimi esperti italiani di letteratura fantastica, un appassionato lettore, una persona che ha fatto della narrativa di genere un percorso di vita. Ma per la maggior parte di noi Lippi era soprattutto il curatore di Urania, l’artefice delle scelte che hanno guidato la rivista Mondadori negli ultimi trent’anni. 

Chi conosce questo blog sa che non ho mai lesinato critiche alla gestione di Urania, ma per capire che razza di persona fosse Giuseppe Lippi forse val la pena ricordare almeno un episodio. 
Nel 2014 è nata Zona 42, e il battesimo pubblico della casa editrice è avvenuto a Fiuggi, alla DeepCon cui partecipava Ian McDonald. A quella convention era presente anche Giuseppe Lippi, e dopo i post critici sui titoli e la gestione di Urania sarebbe stata una delle prime volta che mi sarei trovato faccia a faccia con colui che consideravo una sorta di “nemico” della nostra idea di fantascienza. Noi muovevamo i primi passi “ufficiali” sulla scena nostrana, e temevamo che l’incontro potesse trasformarsi in una sorta di rifiuto, immaginavamo ci avrebbe ignorato, noi e i nostri libri. Giuseppe fu invece gentilissimo, spese parole entusiaste sul nostro progetto, e non si limitò alle parole, da quella volta a Fiuggi ogni volta che ci siamo incrociati (a Stranimondi per esempio) non mancava di fermarsi al nostro banchetto, farci i complimenti, acquistare qualche nostro volume.

Con Giuseppe Lippi condivido ben poco dal punto di vista dei gusti di lettore, delle posizioni politiche, dell’approccio alla letteratura di genere, ma se tante cose ci dividevano una cosa ci univa, ed era, ed è, la passione per questi libri strani che ci ostiniamo a leggere e a pubblicare, per diffondere quanto più possibile l’idea di una letteratura diversa da quella letta della maggior parte dei lettori, ma non per questo meno vera e importante.
Giuseppe Lippi se n’è andato, ma i libri che ha amato, la passione che ha coltivato e diffuso restano.  

Che la terra ti sia lieve.


09 luglio 2018

Letture: Lincoln nel Bardo, di George Saunders

Sei mesi di silenzio sono lunghi, tanto da chiedersi se sarò mai capace di tornare da ‘ste parti. Ci riprovo oggi, e vediamo cosa succede…

Negli ultimi sei mesi non ho letto tanto quanto avrei voluto, ma qualcosa di buono (e di molto buono!) mi è pure capitato tra le mani. In questo post trovate qualche nota sul primo di questi libri: Lincoln nel Bardo, di George Saunders.

Lincoln nel Bardo mi ha colpito come pochissimi altri volumi letti negli ultimi anni. Per capire un po’ come parlare di questo libro, e riprendere confidenza con il blog, sono andato a riguardarmi cosa scrivevo a proposito dei libri che più ho apprezzato. Ho scoperto che ci sono una serie di caratteristiche che accomunano questi volumi, e che sono evidenti anche nella mia opinione su Lincoln nel Bardo.
Queste caratteristiche mi piace definirle come meraviglia, intelligenza, compassione, personalità.

La meraviglia sta tutta nella capacità d’invenzione dell’autore, nella sua abilità nel creare immagini, ambienti, personaggi che si distinguano dall’ordinario e sorprendano il lettore per poi travolgerlo e trascinarlo fuori dal contesto cui è abituato, dal quotidiano che lo circonda. Ma il senso del meraviglioso non si ottiene (solo) a suon di effetti speciali, lo si deve piuttosto al talento dell’autore nello sfruttare le sue invenzioni per rendere ancor più evidenti e suggestive quelle caratteristiche che appartengono al contesto, alla realtà quotidiana, del lettore stesso.
La meraviglia in Lincoln nel Bardo nasce dal vedere i tipi umani ordinari che si muovono nel romanzo vivere una situazione straordinaria, e trattarla come fosse un altro tipo di normalità, con tutte le sorprese, le emozioni e le stranezze del caso.

Uso il termine intelligenza per definire la caratteristica propria di quell’autore capace di strutturare una storia intensa, profonda e coinvolgente utilizzando tutti gli strumenti in suo possesso (e inventandone di nuovi). Una storia in grado di avvolgere il lettore con una serie di suggestioni, informazioni, emozioni, che per quanto possano essere patrimonio comune, arrivano come fossero nuove, mai lette prima, o almeno come narrate da una voce unica. Chiamo intelligenza la capacità dell’autore di esplorare nuovi spazi letterari per produrre un’opera capace di lasciarti a fine lettura con una mappa del mondo ampliata, o almeno un pochino più ricca. In questo senso Lincoln nel Bardo è un esempio perfetto, con il continuo variare delle voci dei personaggi, con il montaggio della vicenda che alterna cronaca storica, invenzioni fantastiche, intermezzi comici, struggenti, dolcissimi e dolorosi.

Ma per me è la compassione la caratteristica che negli anni è diventata via via sempre più importante nei romanzi che leggo. Una delle maggiori soddisfazioni arrivate dalla lettura di Lincoln nel Bardo è stato vedere un autore che tratta tutti i suoi personaggi come fossero persone, senza distogliere gli occhi dai tratti più terribili della nostra umanità, ma riuscendo a comprende nel quadro generale una morale più alta, senza mai mettersi a predicare, senza mai imporre il proprio di vista, ma lasciando agli avvenimenti e alle relazioni il compito di illuminare il nostro percorso nel libro.
Quando mi pare di scorgere un’empatia distribuita per tutte le varie voci che formano la trama umana del testo, testo che non appare mai consolatorio, nemmeno per una riga, bé… quando succede ti rendi conto che hai in mano il libro perfetto. In questo senso Lincoln nel Bardo è un capolavoro: Saunders utilizza tutti i toni della narrazione, dal tragico al ridicolo, dal drammatico, al riflessivo, dal biografico, all’umoristico, senza mai cadere nel grottesco, senza ricorrere all’ironico, senza mai apparire superficiale nello sfruttare le debolezze dei suoi personaggi, e tu ti ritrovi con un libro allo stesso tempo commovente e appassionato, profondo e divertente.

Infine, la personalità dell’autore, di George Saunders in questo caso. Ma cos’è la personalità di un autore e come la cogli in un romanzo? Per me sta tutta nel percepire l’unicità del testo che leggo, nel rendermi conto dell’urgenza di scrivere un certo libro in un certo modo. Nel capire che la consapevolezza dell'autore rispetto al proprio lavoro è responsabile di almeno metà della qualità del romanzo che hai in mano (il resto arriva dal duro lavoro di scrittura e riscrittura e riscrittura).
La personalità la percepisci dalle scelte di montaggio e costruzione di una storia, dai rischi che l’autore si prende, e dall’investimento personale nel lavoro svolto.
E dal fatto che quando chiudi il libro ti pare di aver contribuito - grazie alla generosità dell’autore - alla costruzione di un ponte, e che tu e George Saunders vi siete trovati a metà strada, e che un incontro simile vada celebrato, che non capita spesso.

 …

05 gennaio 2018

Letture: il meglio del 2017

Ecco il consueto post riepilogativo delle migliori letture del 2017.
Come di consueto due righe di premessa, dato che non troverete libri contemporanei di fantascienza e/o fantasy tra i titoli nominati qui sotto: non che non ne abbia letti, ma quelli buoni speriamo di riuscire a pubblicarli con Zona 42, e quelli meno buoni, bé, questo non è il posto dove segnalarli.  
Unica eccezione l’unico titolo italiano di fantascienza che è riuscito a entrare tra i libri migliori dell’anno.

Nel 2017 non ho letto tanto libri quanto speravo. Dovendo leggere anche per Zona 42, il tempo che rimane per le letture personali si riduce sempre di più. D’altra parte non ho letto nessun libro davvero brutto, anche se qualcuno si è rivelato meno soddisfacente di quanto immaginassi. 
Quest’anno ho recuperato - finalmente! - alcuni classici che da troppo tempo aspettavano in coda, in compenso ho letto pochissima saggistica, ma vabbé… non si può avere tutto.

Ecco la mia personalissima top five (in ordine di lettura):


Dissipatio HG, di Guido Morselli
apocalittico, esistenzialista, nichilista, un’amara riflessione sul nostro ruolo, un grido d'aiuto, una guida alla sopravvivenza alla modernità.
(qualche nota post-lettura)

Lolita, di Vladimir Nabokov
disturbante e divertente, tragico e bellissimo, finalmente l’ho letto e capisco perché da molti è considerato un capolavoro inarrivabile.

Il buio oltre la siepe, di Harper Lee
Ecco da dove viene Joe Lansdale! Nel romanzo di Harper Lee c’è tutto quel che di buono è racchiuso tra le pieghe contorte del sogno americano.

Warlock, di Oakley Hall
A proposito di sogno americano, ecco da dove arriva, ecco come finisce, tra la polvere del west, a cercare uno straccio di umanità.

Terminus Radioso, di Antoine Volodine
un romanzo impossibile, un miracolo di equilibrismo e sapienza, un’epopea fantastica. Un libro pazzesco.  


Menzione d’onore a 


Senza un cemento di sangue, di Anna Feruglio Dal Dan
la prima space-opera italiana degna di stare fianco a fianco con i capolavori del genere, un libro travolgente che avrebbe meritato miglior fortuna.









Fuori classifica


Sapiens. Da animali a dei, di Yuval Noah Harari.
Erano aanni, che non leggevo un’opera così convincente e illuminante, forse da quando mi capitò di leggere Armi, acciaio e malattie.  Se dovessi consigliare un libro solo da leggere tra quelli che mi sono capitati in mano quest’anno non avrei dubbi: leggetelo!









Libri a cui manca davvero poco… 

La ferrovia sotterranea, di Colson Whitehead
La ferrovia sotterranea è un signor romanzo, soprattutto La ferrovia sotterranea è un romanzo importante per i tempi bui che stiamo vivendo. Colson Whitehead racconta le origini del razzismo americano, con lucidità e violenza, in un modo commovente. 
Non importa che dello stesso autore io abbia preferito altri romanzi, o che qui un libro simile non può avere la stessa forza e lo stesso impatto che deve avere avuto dove è stato scritto. 
Forse il suo unico limite è proprio questo: lo scopo per cui è stato scritto è (molto!) più importante di come è raccontata la storia.




Piano americano, di Antonio Paolacci
Finito con la fine dell’anno, non so ancora bene cosa pensare di questo volume. Ci sono pagine indimenticabili insieme ad altre in cui ti chiedi perché? 
Piano americano è un libro equilibrista, vorrebbe fare troppe cose insieme, quando ci riesce è meraviglioso, ma a volte si intravede il trucco, con la sincerità che ogni tanto lascia scorgere la furbizia, e il volere/dovere comunque rimestare una storia già letta troppe volte. 
Che poi a ben vedere cos’ha Piano Americano di così diverso dal solito romanzo italiano di trenta/quarantenni in crisi alla soglia della maturità, o magari in procinto di sfornare il figlio tanto atteso? Non è una domanda retorica, rispondetemi se avete le idee più chiare delle mie.




31 ottobre 2017

Letture: Terminus Radioso, di Antoine Volodine

Terminus Radioso è un romanzo pazzesco, uno di quei testi che se lo racconti non ci credi. Una storia che man mano che si dipana toglie qualsiasi riferimento concreto al lettore, lasciandolo a vagare tra le parole, negli spazi vuoti e nei silenzi che costellano la narrazione.
Antoine Volodine accoglie il lettore nell'infinita vastità della pianura russa, subito dopo la fine del mondo, in un futuro che ha visto il crollo della Seconda Unione Sovietica incalzata dalle forze controrivoluzionarie e devastata dal crollo dell’infrastruttura energetica nucleare che ne permetteva il sostentamento. 
E fino a qui Terminus Radioso sembra quasi un romanzo normale.
Fai appena in tempo a trovare qualche punto di riferimento che immediatamente la storia implode su se stessa, quando Kronauer, il personaggio che abbiano iniziato a seguire nel suo peregrinare, scopre il kolchoz Terminus Radioso e i suoi straordinari abitanti. Da qui in avanti le cose si complicano, si perde ogni ragionevolezza, la realtà si sfalda, e la distinzione tra vivi, morti (e cani) diventa del tutto aleatoria e insignificante.

Il padre-padrone di Terminus Radioso è Soloviei, personaggio-mondo, che tutto divora, mastica e sputa, generatore di universi, folle demiurgo e cantore del disastro, immortale spettro che si aggira nelle vite di chiunque gli attraversi la strada. È lui lo specchio di un’umanità nei suoi istanti finali, il destino entropico, la fine dell’universo.
E dal confronto tra Kronauer (solido, semplice, riconoscibile) e Solovei (complesso, contraddittorio, vorace) si muove tutto li romanzo, che intrappola il lettore in una storia incredibile, inestricabile, a tratti incomprensibile, grazie a una scrittura tra le più affascinanti mi sia mai capitato di incontrare. 

Antoine Volodine cala il lettore in un universo metafisico lasciandolo in balia di eventi e personaggi che come lui si trovano a vagare, impossibilitati ad abbandonare il testo, né vivi né morti, in un limbo dove l’atto del narrare è l’unica possibilità di sopravvivenza. Lo fa con un modo di raccontare che a me a ricordato un po’ Bulgakov (per l’abilità di scivolare senza sforzo apparente tra i piani della realtà) e un po’ Perec (per come riesce ad ancorare alle cose, ai particolari, agli elenchi, anche i momenti più straordinari, emozionanti e incredibili del romanzo).
Terminus Radioso è il mondo una volta eliminato tutto il superfluo, con la sua buona dose di allucinazione, di sofferenza (indicibile) e risate (inconcepibili), un vicolo cieco in cui la parola rappresenta l’unica tenue possibilità di salvezza.
Terminus Radioso è un romanzo impossibile, un miracolo di equilibrismo e sapienza, un’epopea fantastica come difficilmente capita di incontrare in libreria. 

Da lettore affamato di storie strane sono molto grato a Antoine Volodine per averlo scritto, ad Anna D’Elia per averlo tradotto in modo magistrale, a 66thand2nd per averlo pubblicato (in una bellissima edizione, tra l'altro). 
E un grazie anche a chi ne ha parlato in rete, facendomelo scoprire (voi sapete chi siete!).