L'altra sera abbiamo finalmente visto Drive. A parte ogni considerazione sulla qualità del film (a me è piaciuto assai) e il dubbio che Nicolas Winding Refn sia il cugino laconico di Quentin Tarantino (del resto Ryan Gosling non è forse il fratello piccolo di Christoph Waltz?), qualcuno mi spiega qual è il senso dell'agghiacciante colonna sonora?
Grazie.
Ah… blogger mi informa che questo è il post numero cinquecento del blog.
Quando ho iniziato non credevo avrei resistito tanto!
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Iguana Blog
Cavalcò verso Ovest, e andò tutto bene.
16 maggio 2013
13 maggio 2013
Tre libri che non mi son piaciuti
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| © giorgio raffaelli |
Seppur la rete, almeno per quanto riguarda blog e simili, sia in un momento di forte contrazione - di visite, di stimoli, di relazioni - viviamo pur sempre in tempi interessanti. Trattando quindi di libri che non mi son piaciuti tocca fare la solita premessa: "se [un libro] ti piace, non smette di piacerti perché non piace a Iguana."
Leggendo parecchi libri credo sia inevitabile incappare di tanto in tanto in qualche volume che non riusciamo a mandar giù. In questi casi c'è poco da fare: o si interrompe la lettura, o si arriva fino in fondo per capire fino a che punto il disagio che ci provoca sia responsabilità dell'autore o se invece sia il lettore a non esser riuscito a far suo il testo che ha per le mani.
Nei dintorni di questo blog, tra gli amici che gestiscono analoghi spazi dedicati a letture e visioni, s'è fatta strada l'idea che non sia opportuno postare recensioni negative, vuoi per evitare di alimentare polemiche spesso fini a se stesse, vuoi per non sprecare tempo con opere che non si sono giudicate meritevoli, vuoi per incentivare la fruizione di testi e pellicole di cui si condividono qualità e contenuti.
Capisco questo punto di vista, ma non lo condivido.
Sono convinto che quando si parla di un testo, quando si discute il proprio punto di vista su un film, quel che si racconta sia sempre la storia di un rapporto a due, tra l'opera da una parte e chi ne fruisce dall'altra. Se il recensore ritiene l'opera non all'altezza dei propri di standard, critica sì l'opera del caso, ma dichiara al contempo, esplicitamente o implicitamente, quali siano i paletti all'interno dei quali esercita il proprio diritto d'opinione. Chi poi si troverà a leggere i motivi per cui il dato libro/film è, o non è, stato giudicato positivamente, si farà certo un'idea del libro/film, ma anche del recensore. Credo sia solo grazie a questa relazione che si possa instaurare un rapporto di fiducia e continuità tra chi un blog lo frequenta e chi invece si trova a gestirlo.
A questo aspetto sociale si aggiungono poi un paio di considerazioni personali. Da quando ho iniziato a postare in maniera organica le mie letture (ed è ormai un po' si tempo…) mi sono preso l'impegno di parlare di tutte le letture fatte, senza badare a genere o gradimento, alla provenienza del testo o al supporto che ne ha permesso la lettura. Evitare di parlare di un titolo per non incorrere nell'ira di autori o fan o, come m'è capitato di scoprire, per una qualche sorta di (auto)censura preventiva, non risponde agli scopi del mio blog. Se ho deciso di annotare le mie letture l'ho fatto per due motivi, e nessuno dei due contempla la possibilità di influenzare, convincere o blandire chi capita da queste parti (anche se poi, inevitabilmente, succede): da un lato tenere traccia del mio percorso di lettore, dall'altro cercare di comprendere quali siano gli aspetti di un testo capaci di colpirmi, di entusiasmarmi o di irritarmi, di emozionarmi o deludermi. Perché solo dal confronto con ciò che non si conosce è possibile crescere e maturare.
Detto questo, vediamo quali sono i motivi per cui ho trovato difettosi i testi che seguono.
Patrick Dennis (Edward Everett Tanner III) - Zia Mame
È probabile che sia successo, ma faccio fatica a ricordare di aver mai letto un libro più furbo (e più stronzo) di Zia Mame di Patrick Dennis. La Zia Mame protagonista del romanzo è l'epitome dell'anticonformista col culo al caldo, pronta alle scelte sociali più radicali, ma mai disposta a pagarne le conseguenze. Patrick Dennis è molto abile a presentare questo ritratto di signora della buona società dalla condotta sociale piuttosto originale, ponendola sempre al di sopra di ogni critica, qualunque sia la situazione in cui è coinvolta, ma suggerendo sempre e comunque la superiorità morale del lettore per cui il volume è stato confezionato. Dopotutto, quando Zia Mame fa il passo più lungo della gamba, e capita spesso, la soluzione è sempre il ritorno al conformismo più rassicurante e consolatorio.
È raro che un libro riesca a suscitarmi tanta rabbia di classe, ma Zia Mame è riuscita a tirar fuori il proletario ben nascosto tra le pieghe della mia educazione. E non importa che il libro sia divertente, a tratti brillante e mai noioso. È semmai un'aggravante, che gli specchietti per le allodole son fatti apposta per fotterti non appena attirata la tua attenzione.
Massimo Citi - In controtempo
Ho letto In controtempo per due motivi. L'ottima recensione letta nella vecchia incarnazione di Malpertuis, e la lettura di un paio di racconti di Massimo Citi negli Alia degli ultimi anni. L'ho letto grazie al generoso omaggio del suo autore, che me ne ha mandato una copia, che in effetti il volume non risultava più disponibile. Mi aspettavo una raccolta di storie fantascientifiche, vi ho trovato una serie di racconti in bilico tra mainstream e fantastico. Non so se e quanto le mie aspettative abbiano contribuito al mancato gradimento del volume, però tant'è: a me In controtempo non è piaciuto. Vediamo di dare qualche spiegazione a questo giudizio negativo. Al contrario del romanzo di Patrick Dennis, In controtempo è esemplare di una coerenza (un'intransigenza?) ideologica che traspare da ogni racconto di Massimo Citi. Purtroppo per il lettore, l'aderenza a una visione monolitica della realtà compromette la resa narrativa di queste storie, che risultano soffocate, sia nell'espressione delle personalità dei personaggi, sia nella resa ambientale, da una monotonia terminale che rende la lettura dei racconti invero faticosa.
In controtempo soffre quelli che sono a mio avviso i difetti congeniti di moltissima letteratura di genere creata in Italia negli ultimi decenni: la preponderanza dei contenuti morali/ideologici a discapito della ricerca di profondità e dettaglio nei singoli aspetti del narrato. I personaggi di Massimo Citi non sono mai persone ma categorie umane, le dinamiche che li contraddistinguono sono mutuate non dalla realtà ma dall'idea che di certe realtà si ha osservandole dall'esterno, con magari un bel paraocchi ideologico a minare l'osservazione. Se anche gli spunti narrativi offrono qualche interesse, l'uniforme mano di grigio che ricopre le storie tiene a distanza il lettore (questo lettore), che non trova alcun motivo per proseguire la lettura.
Non so se i racconti presenti In controtempo sono espressione di una fase della scrittura del suo autore che magari nel tempo è stata superata. Di sicuro un racconto meraviglioso come Leggere al buio, presentato nell'edizione 2008 di Alia, m'è parso parecchio distante da quelli raccolti in questa antologia.
Alessandro Girola - Bagliori da Fomalhaut
Mi son sempre tenuto alla larga dalle autoproduzioni nostrane. Non nego ci è possano essere delle valide eccezioni (e ci sono, ci sono, vedi anche più giù, o qui), ma la mia esperienza, per quanto parziale e limitata, m'ha insegnato che per certe cose è meglio attendere la giusta sollecitazione, che il tempo è poco, e le cose da leggere pressoché infinite.Bagliori da Fomalhaut ha superato la soglia di sbarramento grazie al suggerimento di Eddy, che ne consigliava la lettura insieme agli ebook autoprodotti di Samuel Marolla e Andrea Viscusi. Di Marolla conoscevo già le qualità e immagino, che lo devo ancora leggere, che il suo Colosso Addormentato sia per lo meno un buon racconto; Andrea Viscusi mi ha sorpreso positivamente: le sue Quattro Apocalissi sono quanto di meglio mi sia capitato di leggere in ambito fantascientifico da un bel po' di tempo (ma ne riparliamo); la lettura di Bagliori da Fomalhaut di Alessandro Girola è stata invece una delusione su tutta la linea.
Bagliori da Fomalhaut è una fantasia adolescenziale andata a male: c'è un protagonista incerto tra odiosità, opportunismo e timidezza, un ritratto della popolazione femminile imbarazzante nella sua pochezza, personaggi le cui motivazioni sono profonde quanto la carta su (non) sono stati scritte, una storia che definire derivativa è un understatement, uno studio d'ambiente raffazzonato e presuntuoso, una gestione della violenza e dell'orrore che urla vendetta per superficialità e gratuità d'espressione.
Per quale motivo un lettore dovrebbe perder tempo con un romanzo simile?
Evidentemente di motivi ce ne devono essere più d'uno, che girando in rete si trova una buona quantità di commenti positivi su questo romanzo. È quindi possibile che sia io a non aver colto appieno le qualità dell'opera. Ma tant'è, per quanto poco gradevole, questa è la mia opinione.
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06 maggio 2013
Letture: Tom Waits. Il fantasma del sabato sera. A cura di di Paul Maher Jr.
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| © giorgio raffaelli |
Ho conosciuto Tom Waits nel 1985, dopo l'uscita di Rain Dogs. All'epoca quel disco mi parve la cosa più nuova avessi mai ascoltato. Da allora non ho smesso di seguirlo, esplorando la sua produzione precedente, cercando poi di star dietro alla sua continua e sempre più stupefacente evoluzione sonora.
Il fantasma del sabato sera racconta la vicenda artistica di Tom Waits attraverso le interviste che il musicista ha rilasciato nel corso degli anni, interviste che segnano un percorso umano e artistico piuttosto peculiare, e che raccontano, tra le grinze e le smorfie e le storie che Waits riversa sull'ennesimo giornalista, il tentativo di nascondersi e inventarsi, la passione per la musica, la necessità di stare ai margini e perseguire un percorso personale che abbia come primo obiettivo la ricerca di un’espressione singolare, per quanto brutta sporca e cattiva questa possa apparire.
Chi frequenta la musica di Tom Waits conosce bene la svolta improvvisa che la sua carriera artistica ha preso tra la fine dei '70 e i primi '80, è però sorprendente il senso di continuità che emerge dalle interviste raccolte nel volume: Waits non smette mai, nemmeno per un attimo, di raccontare storie, di reinventarsi un passato sempre più nebuloso e al contempo di deviare costantemente la curiosità del pubblico riguardo la sua vita privata. Quel che cambia è il nucleo forte della sua passione, che dopo l'incontro con Kathleen Brennan si focalizza ed esplode in sonorità che si sganciano da qualunque debito avessero con la tradizione da cui derivano per avviarsi verso un'esplorazione sonora che continua album dopo album senza alcun compromesso o concessione al facile ascolto.
Le interviste seguono l'evoluzione di Tom Waits, dall'uscita del primo disco, Closing Time, del 1973, fino a Orphans: Brawlers, Bawlers & Bastards del 2006, ed è molto interessante osservare il percorso di maturazione dell’artista che, nonostante i cambiamenti nell'espressione musicale, mostra una coerenza non comune nell'approccio ai media da un lato e allo show business dall'altro. Tom Waits tiene sempre a distanza di sicurezza l'intervistatore (e il pubblico, più in generale), ma se può apparire scontroso, la sua riluttanza a parlare di sé non diventa mai scortesia, condita com'è di umiltà e consapevolezza, che fare musica non determina di per sé una condizione speciale o privilegiata, ma esprime solo un'innata curiosità. Ed è questo l'aspetto di Tom Waits che più forte emerge dalla lettura di questi incontri con la stampa: un uomo curioso, capace ancora, nonostante gli anni, di continuare a giocare con suoni e strumenti, alla ricerca di stimoli e illuminazioni.
Prima di concludere queste note mi pare cosa buona e giusta lasciarvi con un estratto dall'incontro di Tom Waits con Terry Gilliam, altro soggetto la cui produzione artistica appare esemplare per coerenza e visionarietà.
Tom Waits chiacchiera con il visionario regista Terry Gilliam. Fiere, corvi e fenomeni da baraccone a parte, sembrano due invasati che parlano lingue incomprensibili.
[…]
È quello che mi frega sempre, della tua musica, fa vibrare il cervello e il corpo in modo diverso. Questo mi eccita e mi spaventa allo stesso tempo, e mi fa scattare tutta una serie di risonanze in testa.
Mi piacciono i dischi vecchi, e quel che mi piace dei dischi vecchi è il rumore di superficie che spesso è meglio della musica in sé, oppure i due combinati insieme che creano una sorta di fantasma. Quando ascolti una registrazione vecchia e gracchiante di Caruso sembra sempre che stia cercando di raggiungerti da lontano e ti fa venir voglia di aiutarlo. In un certo senso vorresti entrare nelle casse.
[La tua musica] è esotica, anche se parla di bifolchi che abitano nelle campagne del... Missouri. Continuano a venirmi in mente le favole ottocentesche dei fratelli Grimm.
Sono lusingato, Terry. Sono contento che ti siano entrate nelle orecchie; i tuoi film mi hanno trasportato in un altro mondo per molti anni. Ho visto [Le avventure del] Barone di Münchausen una cinquantina di volte... Credo sia un buon test per un’opera d’arte, il fatto che riesca a durare nel tempo e ad accompagnarti in modo che tu possa riscoprirla, e che lei possa riscoprire te.
Concordo. Che si tratti di un quadro, di un brano musicale o di una poesia: basta che continui a risuonare.
E poi, ovviamente, amo vedere una suora che galleggia – e il rapporto che ti lega ai nani. È meglio che andare al circo!
È proprio un argomento che ti ossessiona, vero? Le fiere, i circhi e i fenomeni da baraccone.
Credo di essere scappato per unirmi a un circo. Penso fosse proprio quello che volevo ricreare con la musica, e penso che a un certo punto dobbiamo esserci accorti di avere qualcosa di particolare che ci rendeva... diversi.
E poi nessuno al giorno d’oggi esalta l’unicità, il bizzarro, la stranezza o la meraviglia.
Sono d’accordo.
Non so come si potrebbe fare a riportare in auge tutto questo, a distinguerci dagli altri. Forse basta che continuiamo a fare il nostro mestiere.
È come se il mondo a questo punto fosse in mano a tre o quattro cartelli, e ognuno di noi finirà col lavorare per uno o due di loro.
Qual è la tua etichetta... La Anti-?
Si chiama Epitaph. La divisione di cui faccio parte è la Anti-. I suoi artisti sono Joe Strummer... Tricky... Merle Haggard.
È un posto insolito, una specie di ricovero per artisti traumatizzati, credo. È così corretto, sano, onesto. Sai, come quando porti il vestito in tintoria e poi te lo restituiscono per davvero.
[…]
Tutta la musica che hai scritto, per me, somiglia a un dipinto o a un corto cinematografico.
Le canzoni sono film e gioielli per le orecchie.
Quello che fai, e quello che spero di fare anche io, è continuare a dipingere questi quadri per il mondo, con la speranza che una o due persone si accorgano che si tratta proprio della realtà che le circonda. Mi sento come se stessimo lottando contro i poteri forti. Che siano la pubblicità, i media, il cinema – il cinema normale – sono tutti impegnati a fornire una rappresentazione fraudolenta del reale.
C’è una continua battaglia tra la luce e le tenebre. E io continuo a chiedermi se le tenebre non abbiano sempre un asso nella manica.
Perché le tenebre vengono rappresentate come luminose, allegre e divertenti.
È questo l’inganno.
Esatto, è proprio un inganno! Tutti dicono che il mio lavoro è cupo, lo dicono anche del tuo, ma non è vero. Credo invece che sia più vicino alla luce di quello che viene spacciato per tale.
Il cane si morde la coda da tanto tempo.
[…]
Mi fa incavolare l’idea che il surrealismo sia stato completamente svenduto; adesso viene usato nelle pubblicità e per vendere robaccia.
Lo so. Che fastidio.
Ormai è privo di contenuti. C’è un sacco di immaginario ma zero significato. Nei tuoi dischi compaiono spessissimo dei corvi.
I corvi, già: sono gli adolescenti del mondo ornitologico. Dicono che il problema dei corvi è che alle nove hanno già finito di lavorare e hanno troppo tempo libero a disposizione. Trascorrono il resto della giornata a giocare a una versione primitiva del rugby. O a nido libera tutti. Oppure si mettono a blaterare e a ciacolare. A quanto pare non c’è nessuna ragione biologica per questo comportamento... un corvo può starsene fermo, quasi in trance, su un formicaio fino a ritrovarsi totalmente coperto di formiche. Dicono che l’unica spiegazione plausibile è che questa sia una fonte di piacere, una specie di tossicodipendenza.
Scommetto che è così!
E poi rovesciano gli occhi nelle orbite e buttano indietro la testa per guardare il cielo. Dicono che faccia parte del destino di un corvo, perché rispetto agli altri uccelli ha il cervello più grande in proporzione al corpo e ha troppo tempo da sprecare. È inevitabile che inizi a farsi (ridono entrambi).
Meraviglioso.
Hai mai mangiato un corvo?
No, com’è?
Neanche io. O meglio, ne ho mangiati diversi, simbolicamente. È stata una dieta fissa per diversi anni.
Sì, mi tiene in forma (ridono entrambi).
(Tom Waits. Il fantasma del sabato sera. Interviste sulla vita e la musica. Estratto da BlackBook, 10 aprile 2002; data di pubblicazione: giugno 2002. Copyright minimum fax 2012, traduzione di Claudia Durastanti)
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Bene. È tutto. Vi lascio con un Tom Waits in forma smagliante.
Ecco Hell Broke Luce, estratto da Bad as Me (2011).
Ecco Hell Broke Luce, estratto da Bad as Me (2011).
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15 aprile 2013
Letture: La camera chiara, di Roland Barthes
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| © giorgio raffaelli |
L'assenza più evidente - il volumetto risale agli anni '80 dello scorso secolo - è la mancanza di qualsiasi considerazione sull'evoluzione digitale della fotografia, sul cambiamento nell'uso e nella distribuzione delle immagini, sull'accesso globale a strumenti di elaborazione che hanno eroso poco a poco la visione della fotografia come riproduzione oggettiva della realtà. Se quest'aspetto potrebbe aver fatto invecchiare anzitempo La camera chiara, ciò non avviene perché buona parte delle note sulla fotografia del pensatore francese si riferiscono alla modalità di percezione della foto, alla possibilità insita nel medium di veicolare messaggi personali e interpretazioni generali, al suo ruolo sociale e al riflesso individuale della sua fruizione, tutti aspetti del rapporto tra fotografia e individuo e società ancora attuali e stimolanti.
Quel che secondo me manca nelle note di Roland Barthes è il passaggio successivo nella riflessione sull'ìnterazione tra osservatore, fotografia, fotografo, che nel testo è sì fondamentale, ma che rimane ferma alla sua dimensione statica, istantanea. Ne La camera chiara non si fa alcun cenno a quel che a me pare uno dei fattori fondamentali nel rapporto tra osservatore e fotografia, ovvero le potenzialità narrative che caratterizza l'immagine fotografica, capace di evocare storie e stimolare l'immaginazione, proprio a causa del suo essere focalizzata su aspetti sempre parziali, e dunque inevitabilmente soggettivi, della realtà. Perché se è vero - come dice Barthes - che le immagini bloccate dallo scatto fotografico sono riflessi di morte, e i soggetti fotografati sono destinati a diventare fantasmi del passato, è anche vero che l'atto di osservare riporta in vita e rigenera quell'istante e offre a chi guarda la fotografia una possibilità di invenzione che nessun altro media è capace di offrire in modo così istantaneo. Non succede sempre, ma quando capita è un bel momento.
A me pare che in nessun altro tipo di rappresentazione del reale il potere catalizzatore dell'oggetto osservato sia così evidente come quando si osserva una fotografia (l'unico altro medium che si avvicina a ottenere gli stessi risultati è il cinema). Un'immagine fotografata è (quasi) incapace di comunicare all'osservatore altro da quel che quest'ultimo trasmette all'immagine stessa, in un circuito di feedback - positivo o negativo che sia - che è tanto potente quanto elementare. Non se se Roland Barthes sarebbe d'accordo con questo punto di vista, ma mi pare che nell'impossibilità di definire un canone estetico univoco che riguardi tutta l'arte fotografica ci sia più di un legame con la sua eccessiva immediatezza e popolarità, intesa come accessibilità generalizzata al mezzo e ai suoi risultati: oggi siamo tutti fotografi.
Ma se siamo tutti fotografi, allora la fotografia si riduce al riflesso morto di una realtà disfatta, che preferiamo osservare, condividere e ricordare con il filtro di una macchina fotografica davanti agli occhi, piuttosto che viverla e quindi modificarla in prima persona. Immagini forti per retorica spicciola, ma comode per concludere queste note su La camera chiara e tornare in maniera circolare a Roland Barthes che riflette, lui ormai anziano, sull'immagine della madre giovane, paradossalmente sconosciuta nella foto scattata prima della nascita dell'autore. Un momento commovente, in un testo peraltro piuttosto complesso, ma anche istante rivelatore, in cui si giunge a chiedersi quanto in quelle vecchie stampe sia davvero reale, quanto sia immaginazione, quanto ricordo. Con il Tempo, e la Storia, a separarci dal momento indimenticabile dello scatto.
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09 aprile 2013
Letture: I senza-tempo, di Alessandro Forlani
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| © giorgio raffaelli |
Se le recensioni positive superano ampiamente quelle negative, c'è da notare come queste ultime si siano soffermate soprattutto su due aspetti marginali de I senza tempo: la sua lunghezza (che il romanzo è invero piuttosto breve) e la sua collocabilità o meno all'interno del genere fantascienza.
Critiche dunque piuttosto trascurabili rispetto al testo dato alle stampe da Forlani, ma critiche in fondo condivisibili, se per voi collocazione di genere e quantità di testo sono aspetti importanti.
Per me non lo sono e se devo esprimere qualche nota critica mi piacerebbe piuttosto sottolineare gli aspetti che a fine lettura mi hanno suscitato qualche dubbio.
Le qualità del romanzo sono note: ottima scrittura, buon ritmo, personaggi ben caratterizzati, azione e orrore quanto basta. Quelli che per me sono i punti deboli de I senza tempo non riguardano quindi lo sviluppo narrativo del romanzo, né la sua capacità d'intrattenere il lettore o il suo valore letterario. I difetti hanno piuttosto a che fare con quello che da più parti è stato indicato come il "messaggio politico" del romanzo.
I senza-tempo indica esplicitamente qual è, secondo l'autore, il problema principale della società italiana: la gerontocrazia imperante, che succhia energie alle nuove generazioni, ne impedisce l'accesso ai centri di controllo, governa in moto autoreferenziale e arbitrario le sorti della nazione. Le mie perplessità riguardano la modalità scelta da Alessandro Forlani per presentare la problematica al lettore e la strategia di risoluzione drammatica adottata. Perché se è vero che lo stato della nazione è presentato nel romanzo in maniera credibile e controllato, è anche vero che il personaggio scelto per esprimere narrativamente l'orrore della gerontocrazia al potere è anche l'unico in tutto I senza-tempo che abbia un briciolo di carisma. Certo, Monostatos ha il piccolo difetto di essere cattivo cattivo (diavolo! mangia i bambini!) ma al confronto della manica di giovani sfigati che lo contrastano o dei vecchi barbogi che lo temono beh… ti vien da tifare per lui: è l'unico che sogna un futuro diverso, l'unico che lavora per costruirlo, l'unico davvero appassionato a quello che fa e beh… credo che in fondo sia anche l'unico a divertirsi.
Se questo aspetto del romanzo rischia di deviarne la prospettiva, lo sviluppo risolutivo della trama rischia di minarne la consistenza narrativa: come inserire nel contesto politico del romanzo la scelta di conferire ai media il potere di cambiare le cose? Dove ha vissuto l'autore negli ultimi vent'anni? Fortunatamente quest'aspetto della trama rimane piuttosto laterale, e il lettore può continuare a divertirsi seguendo le vicissitudini del giovane carrista nazifolle o della procace guerriera in costume, anche se arrivati in fondo rimane il sapore di un romanzo che, per quanto buono, non mantiene fino in fondo quanto promesso.
A corredo de I senza tempo, per rimpolpare un volume altrimenti un po' scarno, una serie di racconti collegati per ambientazione e tematiche al romanzo. I racconti si lasciano leggere, ma appaiono nel complesso piuttosto prevedibili e scontati. Unica brillante eccezione All'inferno, Savoia! che chiude in maniera memorabile il lavoro di Alessandro Forlani, coniugando storia alternativa, sviluppo drammatico, omaggi agli amici e un inferno che più barocco di così non si può.
Ultima annotazione sull'edizione del volume che m'è capitato di leggere. Mondadori ha distribuito I senza-tempo in ebook senza DRM (e questo è lodevole) con qualche mese di ritardo rispetto all'edizione cartacea, senza fornire alcuna informazione preventiva sulla data di uscita dell'edizione digitale. Sono mesi che la questione "urania in ebook quando come dove e perché" è in attesa di una risoluzione, ad oggi tocca ancora navigare a vista, arrangiandosi per la ricerca degli ebook urania nei vari negozi on-line, senza alcuna informazione certa da parte dell'editore su date di uscita e disponibilità dei vari volumi. Ormai non mi auguro nemmeno più che la situazione possa cambiare, ma da lettore mi pare doveroso segnalare il disagio, che a causa di questa politica editoriale ho rinunciato a titoli che altrimenti avrei letto con curiosità.
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25 marzo 2013
Letture: Jonathan Lethem, Michele Mari, Gianluca Morozzi
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| © giorgio raffaelli |
Jonathan Lethem - Non mi ami ancora
Rispetto agli ultimi romanzi di Jonathan Lethem Non mi ami ancora è un episodio minore, non fosse altro che per le sue dimensioni contenute, oltre che per il setting più limitato e un approccio che m'è parso più semplice e quotidiano alla narrazione rispetto alla densità metaletteraria di Chronic City o all'intensità emotiva raggiunta ne La fortezza della solitudine.
In Non mi ami ancora Lethem da spazio alla sua passione per rock e dintorni, oltre a ritornare sui temi fondanti la sua scrittura: arte e normalità, solitudine e meraviglia, disagio e integrazione.
Il percorso che compie Lucinda, bassista di un'anonima band alla ricerca dell'occasione giusta, tra l'arte che le dà da mangiare e la crisi sentimentale che la indirizza tra le braccia di uno sconosciuto interlocutore telefonico, sarà anche sintomatico del vuoto in cui si muovono gli under trenta più o meno attivi culturalmente negli States ma, banalità per banalità, a me è parso soprattutto esemplare della necessità di mantenere attive curiosità e passione per non essere divorati dall'omologazione circostante. Senza scomodare i massimi sistemi, gli aspetti migliori del romanzo sono lo sguardo credibile sul sottobosco in cui fermentano le pulsioni del rock indipendente americano e, dal punto di vista strettamente letterario, c'è l'immersione nell'immaginario erotico-sentimentale della protagonista che dimostra, come se ce ne fosse ancora bisogno, tutto il talento autoriale di Jonathan Lethem.
Ho letto Non mi ami ancora a poco tempo di distanza dal Despero di Gianluca Morozzi (vedi sotto). Potrebbe essere esercizio interessante confrontare l'approccio opposto a temi simili dei due autori. Per l'americano l'anima rock che distingue la sua storia suona consapevole, fredda e consolidata, mentre invece per l'italiano ha il sapore inconfondibile della nostalgia, guidato com'è dalle emozioni primarie, da rabbia e consolazione, nel tentativo estremo di fermare il tempo. Del resto il primo racconta il rock nella sua età matura (Stati Uniti, oggi) mentre il secondo è ancora fermo alla sua adolescenza, con tutti i vantaggi della passione e i difetti tipici dell'età.
Nel complesso non consiglierei Non mi ami ancora a chi già non conosce e apprezza Jonathan Lethem, ma io sono un fan, e come tale non ho potuto non gradire il romanzo.
Michele Mari - Tutto il ferro della torre Eiffel
Credo di non aver mai letto un libro italiano scritto altrettanto bene di Tutto il ferro della torre Eiffel di Michele Mari. Il romanzo di Mari è talmente perfetto che mi son chiesto più di una volta come ho fatto ad ignorare lo scrittore milanese fino ad oggi.
Ho scoperto Michele Mari grazie ai post appassionati del Grande Marziano, e non c'è nulla come le parole di un lettore felice per invogliare il passante curioso a infilarsi tra le pagine di un libro sconosciuto.
Tutto il ferro della torre Eiffel racconta le giornate parigine di Walter Benjamin alla vigilia della seconda guerra mondiale. Tra scrittori suicidi, nani malefici e inquietanti incontri all'ombra dei passages, Mari ricostruisce il mood di un'epoca alle soglie della catastrofe, dandone conto da erudito ma senza la supponenza del saccente, piuttosto con la passione dello studioso per la sua materia preferita.
Michele Mari infarcisce la narrazione di personaggi storici ed eventi reali, mescolandoli con l'invenzione fantastica e la supposizione logica, fissando il tutto con la forza della letteratura alta e ancorando il suo universo a una Parigi che per quanto fantasmatica e meravigliosa non perde mai, nemmeno per un attimo, la sua ferrosa solidità. La capacità di Mari di mantenere salda l'attenzione del lettore grazie a una scrittura funambolica e all'uso dei più vari registri narrativi, quella di sorprenderlo e commuoverlo con improvvisi squarci d'umanità e meraviglia e orrore, sono gli aspetti del romanzo più positivi, che bilanciano ampiamente il rischio che ho corso in più di un momento di ridurre tutta l'opera a uno straordinario esempio di bella scrittura ma in fondo piuttosto vacuo.
Alcune pagine del romanzo suonano in effetti quali meri esercizi di stile, perdonabili comunque per la qualità e l'onestà della scrittura. Ed è anche vero che se spesso tra le presenze evocate da Mari riecheggia lo spettro di Tyrone Slothrop, la densità della narrazione (intesa come complessità e quantità d'informazione per unità di testo) di Tutto il ferro della torre Eiffel non raggiunge mai quella di Thomas Pynchon, che mi pare in ogni caso il parente letterario più prossimo all'autore italiano, almeno tra gli scrittori che m'è capitato di incontrare.
Come si sarà forse intuito ho trovato la lettura del romanzo piuttosto impegnativa, ma anche se continuo a far fatica a cogliere il senso complessivo dell'opera (ogni suggerimento è benvenuto!) la lettura di Tutto il ferro della torre Eiffel è una di quelle che non si dimenticano facilmente.
Gianluca Morozzi - Despero
Sarà brutto da dire, che a me Despero è piaciuto, ma 'sto romanzo puzza di anni '90 da far quasi male, almeno per me, che condivido molte delle situazioni raccontate nel romanzo.
Non ho mai suonato in una band, e non sono nemmeno mai andato in tour, e nemmeno mi sono strutto anima e cuore per un amore impossibile, almeno non per tutta una vita. Ma lo sfondo su cui si muove Cristian Cabra detto Kabra è lo stesso delle mie giornate emiliane di quegli anni, con le settimane passate a perdere tempo con gli amici nell'attesa di una svolta, con le notti in giro per la provincia a inseguire il fantasma del rock'n'roll, con una realtà fuori con cui si fa fatica a entrare in sintonia.
Il maggior pregio di Despero è anche il suo unico limite: quel sapore nostalgico che suona così genuino e spontaneo, la freschezza del racconto che cavalca e supera i freni del cliché con cui per forza di cose è costretto a confrontarsi, che è poi il sogno di seconda mano di un'epopea rock romantica e disperata, trasferita di peso dagli spazi d'America alla provincia nostrana. Com'è già stato fatto notare, quel sogno c'ha colonizzato l'inconscio, col risultato che quando è reso in maniera così sfrontata e pura si è costretti ad amarlo, nonostante tutto.
Qualche anno fa Gianluca Morozzi ha dato un seguito a Despero smarcandosi dalla nostalgia che segnava il suo romanzo d'esordio per fondere la saga di Kabra con un universo fatto di supereroi e musica rock. Colui che gli dei vogliono distruggere chiude il cerchio cominciato con quella dedica che segna il suo esordio e ne determina la conclusione “A Peter Parker, amico d'infanzia, maestro di vita”.
Ho già parlato di Colui che gli dei vogliono distruggere qualche mese fa, qui non posso che rinnovare il consiglio: leggetelo, prima o dopo Despero, non fa differenza. Spero che entrambi vi piacciano quanto son piaciuti a me.
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18 febbraio 2013
Come va
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| © giorgio raffaelli |
Come va, dunque?
Va bene, molto bene. Come forse ricorderete ho cambiato lavoro, e con l'inizio di febbraio son partito con la nuova occupazione. Dopo un paio di settimane posso dire di esere soddisfatto, sia dal punto di vista umano, i nuovi colleghi son tutti bravi ragazzi, sia dal punto di vista professionale, che se erano anni che non mi mettevo in gioco i risultati mi paiono - almeno per ora - del tutto positivi.
L'unico aspetto negativo della nuova attività è che mi lascia davvero poco tempo per la rete. Credo sia inevitabile, almeno in questa fase iniziale, che le mie energie siano dedicate soprattutto alla scoperta di tutto quel che riguarda la mia nuova vita lavorativa. Spero solo di riuscire nel tempo a ricavare qualche spazio anche per la mia vita on-line.
E a proposito di vita on-line, per non abbandonare del tutto questo spazio ho deciso di inaugurare su facebook una pagina dedicata al blog su cui compariranno, nel tempo, i vecchi post caricati a suo tempo qui dentro.
Nonostante sia convinto che facebook sia il male, non c'è niente di meglio di fb per il cazzeggio, la perdita di tempo a cervello spento (o quasi) e l'esposizione alla vita altrui. Facebook è un posto senza memoria, bloccato in un eterno presente, con un passato impraticabile e il futuro alle spalle, ma facebook è anche frequentato da un sacco di gente, e può sempre capitare il colpo di genio, il suggerimento inaspettato, la sorpresa inattesa.
E visto che al momento il mio tempo on-line si limita per lo più al cazzeggio serale, ho ben pensato di contribuirvi con quel che già avevo in sacchetta e ripercorrere la storia del blog dalle sue origini ad oggi. La pagina dell'Iguana Blog oggi si presenta così:
Rete e lavoro a parte, in queste settimane il mio tempo libero è trascorso tra incombenze familiari, il rugby dei ragazzi, che io per quest'anno credo salterò, qualche partita a ruzzle con l'ipad di Annalisa e - al solito - qualche lettura.
Visto che non so quando riuscirò a parlarne in maniera più approfondita, approfitto di 'sto post per ringraziare Elvezio per avermi consigliato la lettura di Limonov e Marco per quella di In Great Waters. Entrambi i volumi mi hanno tenuto ottima compagnia nelle prime settimane dell'anno. A queste letture ne son seguite altre. Ci son state delusioni e conferme, ma per ora nessun testo che mi abbia davvero entusiasmato. Ma spero di parlarne qui dentro, prima o poi.
Ci si sente presto!
…
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