15 luglio 2009

La parusia


Picture by Iguana Jo.
Sgombriamo il campo dagli equivoci. In questo blog non si pubblicano recensioni (che siano di romanzi, di film o di quel che vi pare). Le recensioni sono roba ben più seria delle note che trovate scorrendo i contenuti di queste pagine. Io mi limito a leggere qualche libro e a riportarne poi un'impressione. Se qualcuno la trova utile, bene, altrimenti va bene lo stesso, che lo scopo principale di questi post è chiarirmi meglio le idee. Questo ovviamente non significa che il contributo degli eventuali visitatori non sia considerato, anzi!
Scrivere mi costringe a pensare, ma è grazie ai i vostri commenti che sono costretto a pensare meglio e di più!

Vedi per esempio Come ladro di notte, esaltato un po' ovunque come il capolavoro introvabile della fantascienza italiana, che è appena uscito in una nuova edizione per Urania Collezione. Erano anni che sentivo parlare di questo romanzo. I pochi (che le edizioni precedenti del romanzo sono praticamente introvabili) ma agguerriti sostenitori dell'opera di Miglieruolo non perdevano occasione di rilanciare il suo nome tra gli autori che bisognava assolutamente ristampare. Io non potevo certo ignorare tante insistite perorazioni, ma ora che l'ho letto ho le idee parecchio confuse.

Da dove partiamo? Da una genericissima disanima della fantascienza italiana secondo me? Va bene, so che mi vado a infilare in un altro ginepraio, ma almeno proviamoci.
Mi sono ripromesso di stare sul generico, quindi diciamolo subito: in generale la fantascienza italiana non mi piace.
Se la mia avversione verso la produzione sf nostrana si è trasformata a tutti gli effetti in un pregiudizio, lo si deve probabilmente a quelli che ho riscontrato essere i suoi tratti caratteristici: la mancanza pressoché assoluta del senso del meraviglioso, l'incapacità di uscire dalla dipendenza da modelli preesistenti, il disperato quanto futile bisogno dell'autore di sovrastare la storia con la propria voce, la propria arte (pfui!), l'assenza di grinta e coraggio e leggerezza, il grigiore generale di cui sono permeati racconti e romanzi.
Questi difetti sono tanto più evidenti quanto più si risale il corso del tempo, tanto che quando qualche anno fa m'è capitato di leggere il primo volume di fantascienza italiana che non mi ha deluso (per i curiosi si trattava di Nessuna giustificazione di Enrica Zunic) credevo sinceramente fosse finalmente arrivato il tempo della maturità anche per la nostra fantascienza. Poi è saltato fuori che mi sbagliavo, che se in effetti da quel momento in poi qualcosa di buono ogni tanto l'ho trovato, si tratta ancora di primi passi, altro che maturità.
Questa però è un'altra storia.

Torniamo dunque a Mauro Antonio Miglieruolo e al suo romanzo.
Non faccio nessuna fatica ad immaginare le reazioni entusiaste di Aldani prima, e di Curtoni e Montanari poi, alla lettura del manoscritto di Miglieruolo. Siamo intorno al 1970 e per lo standard dell'epoca (si legga ad esempio l'antologia Universo e dintorni che offre un panorama della produzione italiana degli anni '70) Come ladro di notte si colloca davvero in un'altra dimensione.
Io però il romanzo l'ho letto solo ora, e mi chiedo se a quarant'anni di distanza quell'entusiasmo sia ancora giustificato.

Partiamo con le note positive.
Più ancora della storia quello che mi ha colpito nella space opera di Miglieruolo è la struttura del romanzo, che se ne frega della linearità della narrazione e si sviluppa per addizione di quadri ed episodi, lasciando al lettore il compito di orientarsi tra personaggi, ambienti, sequenze temporali e avvenimenti. Una struttura simile, per quanto tutt'altro che perfetta, soprattutto per la sovrabbondanza di dettagli narrativi che non vengono approfonditi, è qualcosa di profondamente diverso da quanto offriva la fantascienza dell'epoca. A questa struttura si aggancia l'ambizioso intento dell'autore di voler raccontare una storia profondamente (definitivamente?) politica. Anche se questo aspetto del romanzo mi ha lasciato piuttosto freddo (se non francamente irritato, vedi per esempio la sovrapponibilità perfetta tra teoria e pratica dell'ideologia - e fanculo a tutte le persone prese in mezzo - e la frattura evidente tra questo approccio e la vita vera) non è in realtà un vero difetto, che molto dipende dall'approccio politico del lettore. Bisogna inoltre tener presente che questo è un romanzo figlio degli anni '60 e qualcosa bisognerà pur concedergli.
Sullo sfondo di Come ladro di notte, a sostenere attivamente la vicenda, c'è un universo che per le dimensioni esagerate e i valori numerari che entrano in gioco non ha uguali nella storia della fantascienza italiana: miliardi di astronavi (elencate per classi, ordini, armamenti, equipaggi e dislocazioni che nemmeno un Carlo Emilio Gadda in pieno trip spaziale), sistemi stellari a gogò, pianeti artificiali per tutti i gusti e dimensioni, elenchi su elenchi di materiali, tutto spianato davanti agli occhi del lettore allo scopo di travolgerlo con la potenza di fuoco della semplice aritmetica. Un gigantismo sfrenato che se da un lato fa sorridere, dall'altro rende bene l'idea dell'enorme macchina burocratica messa al servizio della distruzione dell'uomo (sì, avete letto bene, nel romanzo non si perde tempo in futili problemi esistenziali - non solo almeno - ma si racconta degli ispirati preparativi per terminare la vita umana nell'universo. Mica quisquilie.).
L'impianto narrativo di Come ladro di notte non farà urlare al capolavoro, ma è decisamente più interessante di quanto capita solitamente di leggere negli stretti ambiti della fantascienza nostrana. I problemi del romanzo sono altri, e iniziano sin dalla prima riga. L'italiano che Miglieruolo utilizza per raccontare la sua storia è quanto di meno leggibile mi sia mai capitato di incontrare. Io non sono un esperto di sintassi, la grammatica non è certo il mio forte, ma ho la presunzione di saper distinguere un italiano volutamente complesso, con frasi articolate e composizioni ardite (prima citavo Gadda mica così tanto per dire) da un italiano che ambisce a certe altezze e che si deve invece accontentare di essere una copia maldestra di tale complessità. La lingua utilizzata dall'autore m'è parsa esageratamente barocca e leziosa, talmente finta, teatrale e altisonante che arrivare a fine romanzo è stata davvero una fatica. La cosa che mi ha più sorpreso è che nessuno sembra averci fato caso: nè nella postfazione di Lippi, né nelle parole di presentazione di Curtoni & Montanari si fa più di un vago cenno alla scrittura di MIglieruolo. Nemmeno nei pochi commenti letti in rete la questione del linguaggio viene mai menzionata. Eppure a me è sembrata davvero una cosa evidente! Mah… forse sono davvero io che non capisco, ma non credo che certe scelte stilistiche siano casuali. Se Miglieruolo ha scelto un certo regitro avrà avuto i suoi motivi. Mi piacerebbe solo conoscerli! Che se non fosse per questa incomprensione, il romanzo non sarebbe stato niente male.

Se qualcuno volesse illuminarmi, prego, si accomodi.


09 luglio 2009

Paolo Nori e la fantascienza


Picture by Iguana Jo.
Qualche giorno fa Paolo Nori ha tenuto a Modena un discorso pubblico sulla fantascienza.
L'evento era abbastanza curioso da attirare la mia attenzione, dato che i due soggetti (Nori e la letteratura di genere) non hanno praticamente nulla in comune.
Ma forse è preferibile fare un passo indietro per inquadrare meglio la situazione.
Paolo Nori è un curioso scrittore emiliano che nel giro di una decina d'anni ha pubblicato una valanga di volumi (io ne ho letto solo uno, ne parlo qui). Paolo Nori ha un fedele e appassionato seguito di lettori, grazie anche alla fama di intrattenitore di cui gode (non saprei come altro definire la sua attitudine alla lettura pubblica di testi vari). Paolo Nori è un bel tipo, la fantascienza mi interessa, val quindi la pena di andare fino a Modena ad ascoltarlo.

La serata parte bene, c'è un sacco di gente (oh… saranno 100/150 persone, decisamente tante per uno scrittore, no?) che nell'attesa del discorso di Nori si ritrova ad ascoltare il chitarrista (sorry, non ricordo il suo nome…) che accompagna live la voce registrata di Emidio Clementi che legge un racconto di Carlo Fruttero (che insieme a Lucentini sarà il vero protagonista della serata, ma non precorriamo i tempi).
Il racconto è L'affare Herzog , che solo molto più tardi mi sarei reso conto di aver già letto, qualche anno fa, evidentemente senza rimanerne particolarmente colpito. Sentirselo però raccontare mi ha fatto uno strano effetto. Non so se sia dipeso dalla capacità evocativa della voce di Clementi (onore al merito, nonostante i Massimo volume non li regga proprio, Clementi m'è proprio piaciuto), dall'atmosfera surreale della situazione (pensateci: un centinaio di persone in religioso silenzio radunate in un ex ospedale nel bel mezzo di una mostra d'installazioni artistiche - non ve l'avevo ancora detto? vabbé, è un dettaglio - ad ascoltare tutti insieme la voce registrata di un uomo che legge un racconto di fantascienza mentre una chitarra elettrica con delle pretese accompagna dal vivo il tutto, what a performance!) o se le qualità del racconto sono finalmente emerse alla mia attenzione (raramente capita di imbattersi in una storia capace di ribaltare tante volte la prospettiva e le aspettative del lettore), ma, chitarrista escluso - se avesse abbassato un po' il volume non sarebbe stato male - la lettura del racconto è stata decisamente un'esperienza positiva.

Arriviamo a Nori, al mistero della sua partecipazione a un simile evento. (Che poi quale mistero: secondo me Nori è quel che si dice una simpatica canaglia, buono a inventarsi qualsiasi scusa per non lavorare. Neanche da dire che solo per questo merita il massimo rispetto, eh!)
Nori parte bene, mettendo le mani avanti e dicendo che lui di fantascienza non ci capisce un tubo, ma ha preso l'impegno di tenere 'sto discorso e quindi s'è preparato. E qui forse arriva la parte più interessante per gli appassionati di sf in ascolto.
Cosa ha scelto Nori per prepararsi un minimo sulla sf? Ha scelto di leggersi i capitoli dedicati alla fantascienza ne I ferri del mestiere della premiata ditta Fruttero & Lucentini.
(Qui potrebbero partire - e sono partiti, vedi sotto - tutta una serie di corto circuiti con i discorsi fatti negli ultimi giorni in calce a questo post. Del resto mica mi metterei a parlare solo oggi di Nori e sf se non arrivassi da una estenuante discussione sui rapporti tra fantascienza & mainstream, no?)
Una volta fatta la scelta del testo di riferimento l'apporto personale di Paolo Nori alla serata è (quasi) secondario: ci mette la simpatia e lo spirito, ci mette la cornice narrativa del discorso pubblico, ci mette la sua capacità affabulatoria, ma le parole importanti pronunciate nel corso della serata sono tutte di Fruttero & Lucentini.
Il primo corto circuito, davvero sconvolgente, avviene al momento della declamazione di una frase del tutto secondaria nel contesto della lettura, ma dall'effetto davvero dirompente a sentirla oggi a 30 anni di distanza - il saggio da cui è tratta è del 1978. La domanda è posta dall'esterno a F&L, esperti dell'argomento: "perché la fantascienza ha tanto successo?" (minuto 3:04 della registrazione del discorso linkata sopra). Possibile che in trent'anni abbiamo perso tutto 'sto terreno?
Io non ho (ancora?) letto I ferri del mestiere, ma se gli scorci intravisti nel discorso di Nori sono significativi allora bisognerà riconsiderare l'antipatia che ho sempre nutrito verso il dinamico duo. Sì, certo, l'idea che si tratti di due snob, di due dotti signori cui ogni tanto piaceva sporcarsi le mani con gli scritti del volgo non mi lascerà mai, però m'è sembrato di scorgere una sincera simpatia, di più, un rispetto, per il genere "fantascienza" che nei salotti delle belle lettere è tuttora merce rarissima.
Se l'eccezionalità del loro atteggiamento è il secondo dei corti circuiti in cui m'imbatto, un altro è quello sull'idea del pubblico dei lettori di fantascienza - di Urania, ma non solo - che emerge dalle parole di F&L mediate da Nori: un pubblico esigente ma estremamente rigido e conservatore, lettori ipercritici e appassionati, ma lettori verso cui ci si sente responsabili e su cui esercitare un placido paternalismo per tutelarne l'indubbia per quanto particolare ingenuità letteraria (questo in realtà non è stato detto, ma oh… la sensazione che fosse il fondamento della proposta editoriale uranica ai tempi è risuonata piuttosto forte tra le righe).
Mentre io son li perso tra i miei pensieri Nori procede nella sua personale esplorazione del genere fantascienza, con divagazioni, salti e reiterazioni di passaggi retorici che mi hanno fatto capire il perché lo scrittore abbia un tal seguito di pubblico, fino a terminare in bellezza il suo discorso con un finale virato al surreale che riesce a essere al contempo divertente, apologetico e pure un po' fantascientifico.
Nel complesso una degna conclusione per un piacevole discorso pubblico. Ma alla fine un dubbio m'è comunque rimasto: possibile che per il mondo esterno siano ancora Fruttero & Lucentini i referenti seri per un discorso sulla fantascienza in Italia? E poi mi venite a dire che non è Urania, magari nella sua incarnazione classica e ormai superata, il riferimento ideale per chi si immagina - da fuori, sempre da fuori - cosa sia mai la fantascienza?

Per non farla troppo lunga (ascoltatevi il discorso che comunque è divertente), la serata m'è piaciuta: Nori non s'è spacciato per quello che non è, e ha dimostrato un gran bel disinteresse per la fantascienza. Sì sì, ho scritto disinteresse, che Paolo Nori ha fatto una cosa che non capita tutti i giorni: ha trattato la fantascienza come un argomento qualsiasi, ne ha parlato in modo normalmente divertente, ha dimostrato che anche chi non frequenta il genere vi si può avvicinare senza boria o ocondiscendenza, e già questo per me è un piccolo successo. Certo, Paolo Nori non è la maggioranza del pubblico mainstream, ma di questi tempi noi qui ai margini del ghetto ci accontentiamo di poco.

07 luglio 2009

Letture giugno 2009 - seconda parte


Picture by Iguana Jo.
Haruki Murakami - L'elefante scomparso e altri racconti
È passato qualche anno da quando, dopo aver letto L'uccello che girava le viti del mondo, mi chiedevo quali fossero i motivi per cui Murakami Haruki mi piace così tanto. Dopo quello splendido romanzo molte altre pagine son passate sotto i miei occhi, ma Murakami è rimasto lì, in una sorta di limbo, dove gli scrittori amati rimangono in attesa di tempi migliori.
Nel frattempo Einaudi ha continuato a proporre al pubblico italiano le opere dello scrittore giapponese, che fossero nuovi romanzi o nuove edizioni di vecchi libri già editi in precedenza (e chissà che prima o poi non riproponga l'ormai mitologico Sotto il segno della pecora). Tra i volumi riproposti è uscito anche L'elefante scomparso, una raccolta della produzione breve di Murakami.
Leggendo questo volume non potevo fare a meno di chiedermi, di nuovo, cosa ci fosse di tanto affascinante nella scrittura di questo autore. Insomma, è ormai parecchio tempo che le storie che raccontano le vicissitudini di giovani annoiati e/o senza destinazione, i racconti pseudo-autobiografici traboccanti birra e vecchie canzoni, le menate esistenziali di impiegati più o meno frustrati hanno smesso di attirarmi. Eppure…
Eppure, nonostante i personaggi di Murakami ricadano spesso nei cliché summenzionati le sue storie hanno una qualità speciale che non solo mi fa digerire tranquillamente le caratteristiche dei protagonisti, ma mi lascia pure sazio ed emozionato come solo raramente contesti simili sono capaci di fare. Cos'è questa qualità speciale? Non saprei davvero come definirla: forse la Murakamità è data dalla strana alchimia che si genera dall'esasperata omologazione dell'ambiente che stride e deraglia sotto le spinte centrifughe dei personaggi che animano i racconti, o forse è prodotta dal sottile sfiorarsi del fantastico (inquietante, onirico e mai consolatorio) con la malinconia del vivere giapponese. Ma più probabilmente lo spirito che anima la scrittura di Murakami è più semplicemente la capacità di offrire al lettore uno sguardo su una diversa normalità. Una normalità che riesce a fondere un individualismo che ha perso finanche l'idea di una ribellione, con la consapevolezza che l'emarginazione che produce più che una condanna, è forse l'unica liberazione.


Arto Paasilinna - L'anno della lepre
L'estremo nord scandinavo mi ha sempre affascinato. Saranno le letture dell'infanzia (ci sarà sempre un posticino nel mio cuore per il piccolo Nils Holgersson, come pure per tutti quei libri di Astrid Lindgren letti tanta tanti anni fa) o forse più semplicemente sono quelle enormi distese di boschi e laghi e montagne, del cui fascino sono succube da sempre. Quale che sia il motivo L'anno della lepre mi ha confermato ancora una volta che io prima o poi in Scandinavia ci devo proprio andare. Le avventure di Vatanen su e giù per la Finlandia sono un ottimo (e divertente!) pretesto per un immersione nella natura gelida e ostile e bellissima del grande nord, per il confronto tra civiltà e barbarie dei villaggi sperduti, ritrovati dal protagonista nel suo vagabondaggio, e la metropoli abbandonata precipitosamente alla prima occasione, per una - forse facile, ma mai inutile - riconsiderazione delle priorità che ci muovono.
Prima di questo fortuito incontro non avevo mai letto nulla di Arto Paasilinna, credo non mancherò di approfondirne la conoscenza.


Stefano Liberti - A sud di Lampedusa
A sud di Lampedusa c'è il rischio di perdersi, non tanto a causa della geografia complessa delle migrazioni, ben raccontata nel volume, quanto piuttosto per il percorso ineguale dei tempi, (che siano gli anni che separano i viaggi dell'autore nelle varie località o gli intervalli, i tempi morti, le accelerazioni, i ritardi e insomma tutte le complicate vicissitudini che la vita del viaggiatore più o meno obbligato porta con se). E poi c'è il rischio più grande, quello di smarrirsi nel gioco di specchi che il confronto con la realtà riportata a casa da Stefano Liberti si trascina inevitabilmente dietro.
Parlare di gioco di specchi per un libro che affronta il tema difficilissimo dell'immigrazione può suonare stonato. Ma lo stesso autore ne è ben consapevole: raccontando storie di cui nessuno parla, calandovisi anima e corpo, si rischia di perdere la distanza necessaria all'obiettività, che per quanto utopistica, dovrebbe comunque rappresentare il faro di riferimento per il giornalista. Quando poi in gioco ci sono differenze così estreme tra chi racconta e chi viene raccontato, il rischio di confondere l'interesse professionale con la motivazione personale, con l'impegno civile, il rischio di diventare addirittura parte (quasi) inconsapevole del motore che macina le vite di tutte queste persone che tentano quotidianamente la via del nord, beh… credo che facendo seriamente un mestiere come quello del reporter i dubbi ricorrenti sulla propria identità e il proprio dovere professionale più che un rischio diventano una certezza, forse addirittura una strategia di sopravvivenza.
Senza questa consapevolezza il racconto che fa l'autore delle persone, e ancor più dei luoghi che costituiscono le tappe delle rotte migratorie verso l'Europa, forse è altrettanto illuminante, ma rende meno l'idea dell'enorme confusione esistente sotto il cielo, che sia d'Africa, d'Asia o d'Europa.
Stefano Liberti è molto bravo a raccontare una realtà tanto aliena, a lasciare che sia il racconto stesso a prender forma di denuncia, con la voce dell'autore ben presente, certo, ma più per avvertire il lettore dei rischi cui accennavo sopra, che per puntare il dito verso il cattivo di turno.
A sud di Lampedusa è una lettura consigliatissima per avere un'idea seppur minima dell'inferno del viaggio migratorio, correndo magari il rischio che la figura del giornalista-narratore, che non esita ad abbandonare le comodità per recarsi novello esploratore nel deserto, tra popoli diversi e diverse civiltà per riportare a casa la gemma preziosa di una conoscenza esotica, risulti alla fine anche più interessante del contenuto vero e proprio del volume.

06 luglio 2009

Ancora su Urania e la fantascienza.


Picture by Franco Brambilla.
Oggi in teoria avrei dovuto postare la seconda parte dei commenti riguardo le mie letture di giugno, ma nel frattempo mi sono impegolato in una interessante discussione sotto questo post di X.


Si parlava, tanto per cambiare, dei pregi e dei difetti di Urania, argomento su cui ho espresso la mia opinione qualche tempo fa (vedi qui).
danielepase risponde punto per punto alle mie critiche alla rivista Mondadori e si interroga su una questione su cui forse non mi sono dilungato a sufficienza:
Se la presenza di urania non “ingombrava” il mercato e non dequalificava i gusti dei lettori allora, non si capisce perchè dovrebbe farlo ora.
Da lettore di fantascienza il discorso mi interessa, provo quindi a frullare insieme qualche concetto già espresso in precedenza per provare a dare una risposta a questo dilemma (per chi ravvisasse brani già comparsi altrove, beh… questo è quello che passa il convento. Tocca accontentarsi).

La rarefazione delle uscite fantascientifiche in libreria avviene a partire dalla fine degli anni '80. Prima sembra che anche per la sf le librerie italiane fossero il paese di bengodi. Ma cos'è successo negli ultimi vent'anni da rendere la fantascienza merce sempre più rara?
Io credo che sia più o meno da quel periodo in avanti che la fantascienza si sia progressivamente trasformata da genere popolare (con tutto quel che significa in termini di vendite e quantità/qualità della proposta) in genere sempre più esclusivo, sempre più di nicchia. Urania di questa trasformazione pare non essersene proprio accorta (salvo forse per i numeri - di vendite, di uscite, di lettori - che si son fatti via via sempre più esigui).
In effetti Urania è l'ultimo alfiere di una concezione editoriale che vede nel genere fantascienza un prodotto di massa. Perfetto quindi per raggiungere il grande pubblico delle edicole. Non c'è dubbio che la fantascienza abbia le sue radici più popolari nel pulp. Quelle che almeno in origine erano le sue espressioni più conosciute si sovrapponevano per buona parte alla letteratura d'avventura, con scenari alieni a sostituire nell'ambientazione il far west piuttosto che la classica metropoli americana. Le vicende di queste storie erano dominate dall'azione continua, dal succedersi di episodi sorprendenti o scenari mozzafiato, dalla riduzione ai minini termini di ogni complessità (poco importa dover rinunciare a personaggi più veri o ad ambientazioni più credibili). Lo scopo principale di queste storie era travolgere il lettore con la portata spettacolare dell'immaginazione dell'autore all'opera.
Nel corso dei decenni questa vocazione avventurosa ha lasciato spazio a suggestioni più complesse e all'elaborazione di strutture narrative più evolute. Contestualmente a tali cambiamenti la fantascienza si è trasformata da genere eminentemente popolare a letteratura di nicchia. Lo spazio per l'avventura non è mai venuto meno ma la progressiva complicazione (delle tematiche affrontate, dei riferimenti letterari, del background minimo - scientifico o tecnologico - spesso richiesto al lettore) ha allontanato la gran massa del pubblico delle origini, che magari ritrova oggi lo stesso tipo di godimento fantascientifico, lo stesso senso del meraviglioso in altri media (penso ai blockbuster cinematografici degli ultimi decenni, penso ai giochi da consolle e da computer). Eppure nonostante i decenni sulle spalle Urania è ancora a tutti gli effetti una rivista pulp.
Non è inevitabile che i suoi lettori siano in costante calo?
Del resto credo che senza le spalle coperte da un editore come Mondadori Urania avrebbe già chiuso da un pezzo. Non conosco le cifre in gioco, ma ho la sensazione che almeno ultimi anni la chiusura in pareggio sia già un buon risultato.
Chi altri potrebbe mantenere in piedi un prodotto simile se non un'editore che possa avvantaggiarsi di indubbie economie di scala? In questa situazione che spazio c'è per chi volesse continuare a proporre fantascienza a prezzi competitivi?
La risposta è sotto gli occhi di tutti. Basta entrare in qualsiasi libreria italiana.


02 luglio 2009

Letture giugno 2009 - prima parte



Picture by !efatima.

James Ellroy - American Tabloid
American Tabloid è violento, esagerato e frenetico come un pulp che si rispetti dovrebbe sempre essere. James Ellroy rivolta come un calzino l'ideale americano rivelando in un colpo solo tutto il marcio nascosto sotto il tappeto mediatico dalla propaganda a stelle e strisce. Non si salva nessuno, e nessuno merita di essere salvato.
Ma il capolavoro di James Ellroy è molto di più di una cinica macchina spezzaillusioni. American Tabloid oltre a essere estremamente avvincente è pure sguaiatamente illuminante, come solo un racconto che incrocia impunemente realtà e finzione, pettegolezzo e cronaca, mafia e denaro e politica può essere. Procedendo nella lettura si viene travolti dall'iperattività di Pete Bondurant e Kemper Boyd, i due ragazzoni protagonisti del romanzo, che attraversano come due schiacciasassi senza rimorsi e senza riserve quel fondamentale tratto di storia americana che va dalla fine degli anni '50 al fatidico 22 novembre del '63 non mancando di spargere sangue e merda a ogni pié sospinto. Il risultato della loro opera è sotto gli occhi di tutti, non è altro che il mondo come noi lo conosciamo.
La narrativa si è sempre cibata della storia, con American Tabloid sembra essere arrivato il momento di invertire i ruoli.


John Myers Myers - Silverlock
Sembra incredibile che al di fuori di una piccola cerchia di iniziati che lo adorano questo romanzo del 1949 sia praticamente sconosciuto. E dire che tra le pagine di Silverlock c'è tutto quel che serve per affascinare il lettore più esigente: c'è l'avventura, la classica quest attraverso un mondo sconosciuto, c'è il racconto di formazione, con l'eroe della che si trasforma da cinico mezzemaniche in rotta col mondo a consapevole protagonista della propria vita, c'è il divertimento, che il tono del racconto si mantiene sempre leggero, tra trovate stravaganti, boutade e ovvie smargiassate, e c'è soprattutto un mondo che non ha uguali nella mia esperienza di lettore, un mondo in cui si incrocia tutto l'universo narrativo occidentale, dal folklore britannico all'inferno dantesco, da Omero a Shakespeare, dai miti nordici alle leggende popolari. All'interno del Commonwealth capita di navigare sulla zattera di Huck Finn o di incontrare Circe e Robin Hood, Sir Gavain e Amleto. Del resto il romanzo è letteralmente pieno di personaggi straordinari e parte del divertimento sta anche nel riconoscere luoghi e personaggi che John Myers Myers inserisce senza soluzione di continuità nel corso della vicenda.
Insomma, se vi volete immergere in una vicenda che riscrive in qualche centinaio di pagine la storia dell'immaginario occidentale dell'ultima trentina di secoli Silverlock è il romanzo che fa per voi, se invece siete tra quelli che storcono il naso a sentir parlare di fantasy, tenete presente che se questo romanzo di John Myers Myers non fosse così ostinatamente ancorato al canone fantastico potrebbe benissimo essere riconosciuto quale romanzo post-moderno ante litteram, con il suo libero mescolare cultura alta e popolare, con la superba costruzione allegorica che si fonde al pragmatismo yankee, con il continuo rimestare tra sesso e intelletto, con il tono sfrontatamente farsesco di tutta la vicenda.
(un sentito ringraziamento a Davide Mana che mi ha segnalato questo straordinario romanzo sul suo blog)


Robert J. Sawyer - Origine dell'ibrido
Terza e ultima parte del ciclo del Neanderthal Parallax ovvero il momento di riannodare tutti i capi del racconto e arrivare a una degna conclusione.
Il romanzo non si discosta qualitativamente dai due precedenti, le speculazioni fantascientifiche sono sempre ottimamente gestite, e la trama è sufficientemente interessante da tenere il lettore avvinto al romanzo. Come già scritto per gli episodi precedenti la fantascienza di Sawyer è di quella classica che non osa spingersi là dove nessun autore è mai giunto prima, ma che si lascia comunque leggere con soddisfazione. Intrattenimento intelligente, con il difetto, almeno in questo capitolo conclusivo della trilogia, di un doppio finale tendente all'apocalittico che risulta poco credibile nella prima parte e quanto meno affrettato nella conclusione definitiva della storia.

25 giugno 2009

Emergenza morale

Picture by maurobiani.
Ho scoperto solo oggi Mauro Biani su flickr.
Credo diventerà un appuntamento fisso.

22 giugno 2009

15 libri


Picture by Iguana Jo.
Un'amica mi ha infettato via facebook con questo virus metaletterario. Dato che frequento poco quella sponda della rete preferisco trasferire il giochino sul blog.
Ecco le mie risposte alle 15 domande che seguono:

1. Sei maschio o femmina?
Il nuovo sesso: Cowgirl (T. Robbins)

2. Descriviti:
Terra rossa e pioggia scrosciante (V. Chandra)

3. Cosa provano le persone quando stanno con te?
Good Omens (T.Pratchett & N. Gaiman)

4. Descrivi la tua relazione precedente:
Triste, solitario y final (O. Soriano)

5. Descrivi la tua relazione corrente:
La schiuma dei giorni (B. Vian)

6. Dove vorresti trovarti?
Ristorante al termine dell’universo (D. Adams)

7. Come ti senti nei riguardi dell'amore?
Sulla strada (J. Kerouac)

8. Com'è la tua vita?
L'anno del sole quieto (W. Tucker)

9. Che cosa chiederesti se avessi a disposizione un solo desiderio?
Bolle d'infinito (J. Varley)

10. Di' qualcosa di saggio...
Solo il mimo canta al limitare del bosco (W. Tevis)

11. Una musica:
Il canto della neve silenziosa (H. Selby)

12. Chi o cosa temi?
Guerra eterna (J. Haldeman)

13. Un rimpianto:
Gesti indelebili (A.L. Kennedy)

14. Un consiglio per chi è più giovane:
Volgi lo sguardo al vento (I. Banks)

15. Da evitare accuratamente:
Fame (K. Hamsun)