Avevo in programma di spendere qualche parola sull'ultimo capitolo de
Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco, ma prima avrei voluto parlare di Banks, di Hamilton e di un altro paio di faccende che mi interessano da vicino. La discussione nata in coda a
questo post di
Strategie evolutive mi ha convinto ad anticipare i tempi: quando mi ricapita l'occasione di sottolineare quel paio di motivi per cui ritengo
Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco una delle letture più soddisfacenti degli ultimi anni?
Le critiche più comuni che m'è capitato di leggere a proposito delle Cronache riguardavano la prolissità delle descrizioni o la dispersività e l'eccessiva frammentazione del racconto. Essendo circondato da martiniani convinti, non avevo ancora incontrato lettori capaci di avanzare critiche più spietate e/o profonde (e ben argomentate!) alla saga di
George RR Martin.
Nello spazio commenti del post citato mi sono invece imbattuto in una critica che colpisce la sostanza stessa della narrazione e che ribalta completamente quelli che per me erano i pregi più notevoli dell'intero progetto: lo sviluppo delle linee narrative e l'evoluzione dei personaggi, con particolare riguardo ai personaggi femminili.
"Martin quando arriva al dunque si impappina e ammazza il personaggio piuttosto che trovare un modo di svilupparne la vicenda. E la prima volta, e la seconda va bene, ma quando te ne ha montati 10, 8 li ha uccisi e 2 li manda in esilio per un paio di migliaia di pagine, e ti comincia un nuovo giro di personaggi tutti nuovi…"
Questo punto di vista mi ha sorpreso perché mai, nel corso della lettura dei cinque volumi della saga, m'era sorto il dubbio che Martin avesse ucciso un personaggio gratuitamente, magari proprio perché non in grado di proseguirne la storia. Penso che per arrivare a formulare una critica così drastica delle Cronache ci debba essere un qualche fraintendimento di fondo.
La caratteristica comune ai personaggi delle Cronache è il loro nascere come stereotipo: non appena lo vede in azione, il lettore identifica immediatamente in che casella narrativa collocare il dato atteggiamento. Un approccio simile è molto efficace per proiettare il lettore all'interno di un mondo che appare da subito piuttosto complesso, ma rischia di annoiare e quindi allontanare il lettore un filo più esperto.
È qui che entra in gioco il talento dell'autore.
George RR Martin impone a ogni personaggio il confronto continuo, costante, cruento, con il cliché che rappresenta, portando in superficie le contraddizioni e i limiti che ogni stereotipo incontra non appena sbatte il muso contro la realtà. Per ottenere questo risultato l'autore adotta un tipo di narrazione che obbliga il lettore a immedesimarsi con punti di vista che, seppur contraddittori, risultano coerenti e credibili, a prescindere dall'orientamento morale, dalle conoscenze o dagli obiettivi dei singoli personaggi, mantenendolo in costante tensione tra due livelli: quello soggettivo, parziale, articolato nella sequenza dei diversi capitoli, ognuno a rappresentare la particolare esperienza di un personaggio, e quello più ampio, con qualche parvenza di oggettività, percepibile solo esternamente alla narrazione, in cui si incrociano relazioni / informazioni / emozioni / divergenze tra punti di vista diversi.
Il dramma di ogni singolo personaggio martiniano nasce da una medesima biforcazione di significati: dal confronto col proprio ruolo, dalla necessità di superarlo, dall'impossibilità di farlo oltre un certo grado per i limiti che la realtà fittizia della narrativa di genere impone alla sua personalità. Quando un personaggio oltrepassa un certo grado di verosimiglianza, va incontro necessariamente a una qualche evoluzione. Che questa trasformazione significhi spesso morte o esilio è inevitabile, specie quando ogni altro esito suonerebbe falso, incoerente, consolatorio.
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"Non so cosa gli abbiano fatto, le donne, a Martin, ma non solo non sa scriverne, ma quando lo fa non fa che inondare quello che chiaramente percepisce come sesso debole di veleno e…"
Non sarò un gran lettore di fantasy, e forse è per questo motivo che la saga di Martin mi ha colpito tanto, ma se c'era un elemento che ho apprezzato, tra i tanti che elevano le Cronache ben al di sopra del livello medio dell'intrattenimento letterario, è proprio la caratterizzazione dei personaggi femminili.
Tutte le donne di Martin, che siano giovani o mature, buone o cattive, decise o incerte, hanno una personalità autonoma e riconoscibile. Pur con la loro varietà di caratteri, nessun personaggio femminile delle Cronache vive in funzione dei maschi che la circondano (e se lo fa, il lettore non ha dubbi su come giudicarle, Sansa docet), né vive in funzione della componente sessuale della propria esistenza (importante, certo, ma non più di quella degli uomini con cui spartisce la scena), e neppure si trasforma nel tipico
maschiaccio, a imitazione dei figuri con cui solitamente ha a che fare (anche in questo caso, se vi è costretta dagli avvenimenti, non ne gode mai, in nessun momento, né il ruolo, né gli eventuali privilegi ad esso legati, vedi Brienne). Le donne di Martin mostrano in tutta le possibili declinazioni, come i rapporti sociali, politici, sessuali siano costantemente virati al maschile, e quali sforzi e strategie debbano adottare per essere riconosciute e diventare soggetti attivi nelle relazioni e negli accadimenti che le circondano. E non importa che facciano la cosa giusta o quella sbagliata, che tramino nell'ombra o agiscano per interposta persona, che utilizzino il sesso, le convenzioni o i pregiudizi sociali a loro vantaggio, che usino e/o abusino del tanto o poco potere in loro possesso. Quel che importa è che le donne di Martin sono persone, prima di essere femmine.
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Sottolineati questi aspetti che riguardano l'insieme delle Cronache mi rimane da spendere qualche riga sull'ultimo romanzo. Dopo l'interludio di
A Feast for Crows,
A Dance with Dragons riporta finalmente l'attenzione del lettore sui personaggi più importanti della saga. Lo scenario si allarga ancora, ci sono sorprese e rivelazioni, nuovi personaggi e vecchie conoscenze che ritornano, c'è tutto il freddo del nord condito all'atmosfere calde delle Città libere, ci sono draghi e lupi e sangue, c'è il passato e qualche sprazzo di futuro.
In questo romanzo si avverte netta la sensazione di una storia aperta, della vastità di un mondo in cui le gesta dei singoli hanno invero poca importanza, in cui a precisa decisione segue sempre l'inevitabile conseguenza. Con la certezza che quello creato da Martin sia un universo dove nessuna azione resterà impunita.
L'inverno ormai è arrivato.
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