23 aprile 2019

Letture: Ada o ardore, di Vladimir Nabokov


Qualche nota breve breve su un romanzo così… Ah! da lasciarmi incapace di un commento coerente.
Perché ecco, dopo aver finito Ada o ardore, son rimasto incerto se mandare Nabokov a quel paese o costruirgli un altarino dedicato in libreria.

Ada o ardore è una lettura tanto ricca, suggestiva e stimolante tanto quanto mi sono risultati indifferenti (se non proprio irritanti) i suoi protagonisti. Cioè, dai, come posso con le mie idiosincrasie, i miei gusti e i miei interessi appassionarmi alle gesta di due aristocratici viziati e snob come Ivan e Ada? 

Se per catturarmi è stato sufficiente collocare il romanzo in un’ucronia (Nabokov ha scritto fantascienza! Devo leggerlo!) quel che mi ha tenuto avvinto fino all’ultima pagina è l’agilità della scrittura, la sfida implicita, con la sensazione che all’autore importasse davvero poco del lettore, e anzi facesse di tutto per metterne alla prova la pazienza, e il costante dibattersi tra il guarda mamma, senza mani e rendere comunque il suo spericolato pedalare davvero spettacolare.

In fondo Nabokov ha ragione quando scrive:
"Ci sono persone capaci di ripiegare una carta stradale. L'autore di questo libro, no."

Ecco, io la carta stradale la so piegare, di solito, e questo riassume benissimo la distanza che mi separa da Ada o ardore, ma anche il fascino che, c’è poco da fare, il romanzo irradia senza tregua dalla prima all'ultima pagina.
Maledetto Nabokov!


10 aprile 2019

Letture: Neghentopia, di Matteo Meschiari


Ultimo post di questa piccola serie sugli strani incroci tra letteratura di genere e mainstream nell’editoria nostrana con qualche nota su Neghentopia, di Matteo Meschiari.

Se Un attimo prima di Fabio Deotto è un romanzo fantascientifico travestito da mainstream, Un marito di Michele Vaccari un romanzo mainstream con qualche traccia sotterranea di fantascienza e La festa nera di Violetta Bellocchio una storia personale mimetizzata tra i colori della distopia, Neghentopia è un’epifania apocalittica.

Pochi libri mi hanno sorpreso come questo di Meschiari.
Neghentopia aveva tutte le caratteristiche per passare sotto i miei radar: con un titolo simile, del tutto respingente con quel sentore di pretenziosa superiorità, non l'avrei mai scelto. 
Poi son successe due cose, ho incontrato Matteo Meschiari al Book Pride di Genova (era in veste di saggista, e s’è ben guardato dal raccontarmi della sua attività narrativa) e le chiacchiere fatte hanno disinnescato qualsiasi parvenza di snobismo potessi supporre e, soprattutto, Alessandro Vietti ha letto e consigliato il romanzo. Di Vietti mi fido, e quindi…

Diciamolo subito, Neghentopia è una bomba. Chiunque sia curioso delle potenzialità che hanno gli autori italiani nell'affrontare temi abusati come l’apocalisse e l’epica (il viaggio dell’eroe, ah!), in un contesto tra l’onirico e l’esotico, con una resa ambientale tanto accurata quanto potente, bé, dovrebbe davvero leggersi questo piccolo romanzo.

La storia, in breve, è quella di un giovanissimo sicario che si muove accompagnato da un passero (che è insieme coscienza, guida e testimone del suo peregrinare) tra panorami sempre più desolati, inseguito da una Bestia, assediato da periodiche amnesie e mancamenti, in viaggio verso la sua destinazione finale.

Quello che è straordinario in Neghentopia è l’approccio di Meschiari al racconto. La vicenda è narrata come fosse una sceneggiatura cinematografica, con annotazioni sul luogo e la musica che accompagnano ogni singola scena, con la voce del narratore che funge da continuo controcanto al dramma raccontato sulla pagina. Una scelta simile, che rischia di spegnere costantemente ogni ipotesi di coinvolgimento emotivo nel lettore, è invece, per quanto spericolata (o forse proprio per questo), la chiave per comprendere e immergersi nel flusso narrativo ideato dall’autore. 
A Meschiari riesce quella magia in cui solo pochissime volte m’è capitato di imbattermi (un esempio per quanto remoto potrebbe essere La storia infinita di Michael Ende): rendere consapevole il lettore del telaio che accompagna la vicenda, integrarlo nella narrazione, creare una scatola magica in cui siamo consapevoli del contenuto immaginario, ma in cui l’invenzione stessa è talmente potente e maestosa che la cornice non la costringere in un unico significato ma ne esalta invece i dettagli e le sfumature.

Neghentopia parla del mondo alla fine del mondo, di catastrofe ambientale, del suicidio dell’antropocene. È una favola oscura, in cui riecheggiano Pinocchio e Peter Pan, virati nei toni scarnificati dell’apocalisse, divorati dalla polvere e dalle piogge acide. 
Una storia senza speranza in cui l’oblio è una scelta di sopravvivenza e l’arte del racconto l’unica fiammella capace di rischiarare la notte in arrivo e ad allontanare per qualche istante la Bestia in agguato, almeno per chi non ha ancora smesso di rimanere in ascolto.

E a proposito di ascolto, tra i tanti meriti di Neghentopia c’è la colonna sonora cui accennavo poco sopra, che permette al lettore di esplorare territori musicali ben poco battuti. E se parte delle proposte sonore vanno al di là delle mie capacità di ascolto, ce ne sono alcune per cui sarò sempre grato a Meschiari per avermele fatte conoscere.
Vedi per esempio il trio Reijseger, Fraanje & Sylla: 





Ultima nota sulle illustrazioni di Rocco Lombardi che accompagnano il racconto. Non sono un estimatore dei romanzi illustrati (le immagini distraggono dalle parole, impongono un immaginario altro, si insinuano tuo malgrado nella narrazione), ma i disegni di Lombardi sono insieme sobri e poderosi, e se anche li avrei forse preferiti raccolti a parte, rappresentano un’ottima interpretazione dell’atmosfera del libro.

In questo rapido excursus tra libri che in un mondo perfetto sarebbero definibili senza tanti imbarazzi come fantascienza (quanto farebbe bene al genere riconoscere l'appartenenza di testi simili ai propri territori!), Neghentopia è l'esempio migliore per chi volesse abbandonare per un attimo i suoi pregiudizi (
poco importa che siate lettori generalisti o integralisti della fantascienza) e calarsi in un mondo capace di sfiorare la bellezza anche nella più oscura delle narrazioni.
Leggetelo, che merita.


27 marzo 2019

Letture: La festa nera, di Violetta Bellocchio


Terza parte del discorso sugli strani incroci tra letteratura di genere, fantascientifica in particolare, e mainstream nell’editoria nostrana. Ecco qualche nota su La festa nera, di Violetta Bellocchio.

Se Un attimo prima era indubbiamente fantascientifico e Un marito lo era solo tra le righe, La festa nera, di Violetta Bellocchio si colloca  piuttosto ai margini di quella che è la mia personale idea di “fantascienza”.
L’affermazione può forse apparire paradossale, dopotutto lo scenario in cui si muovono i protagonisti del romanzo è indubbiamente distopico, e la distopia è fantascienza. 
Ma se affrontiamo il testo di Bellocchio, ci rendiamo presto conto che lo scenario è puro palcoscenico, non ha sostanza e ha l’unica funzione di riverberare le vicende personali dei tre personaggi che vi si trovano immersi.

Facciamo un passo indietro con un accenno minimo alla trama: in un’Italia devastata da una crisi di sistema, una troupe di videomaker parte per un viaggio da Genova a Milano per visitare una serie di comunità che promettono rifugio e sopravvivenza a chi si adegua alle precipue regole con cui vengono gestite. Per i tre protagonisti questo reportage è l’unica possibilità di rifarsi un nome e una carriera dopo essere precipitati nel fango a causa di eventi che si scopriranno nel corso della lettura.

La cosa migliore de La festa nera è la voce che Bellocchio sceglie per narrare la vicenda:  Ali, la tecnica che accompagna Nicola, il regista-produttore, e Misha, la star del programma, è perfetta nel suo ruolo esterno-interno alla troupe (è molto più giovane degli altri, per quanto ferita non lo è quanto i due con cui lavora, ha un vissuto ben presente ma mai troppo ingombrante, è sufficientemente distante dagli avvenimenti, ma comunque sempre ricettiva e consapevole, ed è stanca e arrabbiata).

Ma se la voce di Ali è potente, ipnotica, meravigliosa, la visione che offre del contesto è terrificante nella sua inumanità: non c’è mai empatia nel confronto con gli altri, non c’è emozione diversa dal disprezzo, dalla rabbia o dalla rara tenerezza, che magari vira in pietà, ma mai mai mai in compassione. E la progressione del viaggio, gli incontri nelle comunità con tizi e tizie più o meno disperati, non racconta mai una realtà diversa da quella personale in cui è immersa la troupe e da cui i tre protagonisti non riescono mai a uscire. Tanto che, quando arriva la rivelazione dei motivi della loro situazione, non puoi fare a meno di chiederti se la tempesta di merda che li ha travolti non sia altro che il lato sbagliato della stessa moneta falsa con cui si son guadagnati da vivere fino a quel momento.

Da quel momento in poi - peraltro ottimamente reso e raccontato, vero e doloroso e intimo come deve essere - smetti di chiederti (come non hanno mai fatto i protagonisti del romanzo) se il mondo è davvero andato in rovina, e perché sia successo. A quel punto la narrazione del mondo là fuori diventa del tutto accessoria. L’unica cosa che conta è risalire la china, rifarsi una verginità, o almeno rimuovere quel che è successo. In fondo ad Ali, Misha e Nicola del mondo non importa poi molto, è il senso della loro esistenza l’unica cosa importante, l'unico enigma da risolvere.

E per me, lettore di fantascienza, inteso nel senso di lettore alla ricerca di nuove coordinate e punti di vista su un mondo che cambia, questa rimozione del rapporto di vicendevole scambio con la realtà è il limite de La festa nera. Arrivato a fine lettura non posso fare a meno di chiedermi quanto interessante possa essere indagare il disagio personale se non lo si mette a confronto con il disastro sociale, con l’apocalisse in fieri in cui siamo immersi. Ma forse per confrontarsi con il vuoto che ci circonda serve soprattutto umanità, che è l’unico dettaglio necessario che manca nel romanzo di Violetta Bellocchio.

08 febbraio 2019

Letture: Un marito, di Michele Vaccari


Proseguo il discorso iniziato nel post precedente sugli strani incroci tra letteratura di genere, fantascientifica in particolare, e mainstream nell’editoria nostrana con qualche nota su Un marito, di Michele Vaccari.

A prima vista Un marito non potrebbe essere più lontano dalla fantascienza, per contenuti, scrittura, suggestioni. Il romanzo di Michele Vaccari è la storia complessa di un amore terminale, la narrazione di un quartiere e di uno stile di vita, la riflessione di un autore su quel che ci muove e ci tiene insieme.

Per chi non l’avesse letto, Un marito racconta di Marassi, Genova, e di Ferdinando e Patrizia, della loro unione fondata sulla rosticceria che gestiscono, del loro amore di cui sono felici prigionieri, della perenne e instancabile lotta contro il cambiamento del primo e della efficiente e tranquilla esistenza della seconda.
Per tutta la prima parte il romanzo racconta la vita di una coppia di periferia, apparentemente soddisfatta, forse rassegnata, quasi serena. 
Il ritratto di Ferdinando e Patrizia fatto da Vaccari li rende l’epitome della coppia italiana di questi tempi complicati, che si affida a qualsiasi cosa pur di frenare il cambiamento (qualsiasi cosa voglia dire cambiamento) e ancorare la propria esistenza su certezze su cui non si pone mai il minimo dubbio.
Ma poi nella seconda parte il romanzo esplode, le cose cambiano, il mondo se ne frega dei desideri della coppia protagonista e la narrazione si spinge in territori che mi permettono di ragionare su Un marito come testo che si muove intorno ad alcuni dei temi più tipici della letteratura di genere.

Una delle caratteristiche specifiche che distinguono la letteratura cosiddetta di genere dal mainstream è il focus della narrazione che si concentra sul mondo in cui i personaggi sono calati, piuttosto che sulla vita dei protagonisti. 
Nella prima parte di Un marito il fuoco della narrazione si sposta incessantemente dal ritratto di Ferdinando e Patrizia al mondo-quartiere che frequentano. Se il lettore mantiene sempre ben saldo il timone della narrazione lo si deve alla maestria con cui Vaccari conduce il testo in un continuo alternarsi dei piani di visione. 
Nella seconda parte, come già detto, il romanzo esplode, perde l’equilibrio, e costringe il lettore a riconoscere una realtà (leggermente) diversa da quella in cui si trova immerso. 
Lo sfasamento è sottile, e Vaccari è abilissimo a tenerlo quasi sottotraccia, in modo da non perdere per strada il lettore affezionato al destino di Ferdinando e Patrizia. Senza fare spoiler, tutto si riduce a una stanza che Ferdinando si trova a frequentare per risolvere un problema personale. Ma quello che sottende alla presenza di quella stanza (assolutamente coerente con quel che accade intorno ai personaggi) è sufficiente a creare quell’effetto di straniamento che, per chi frequenta quel genere di territori letterari, è l’anticamera della meraviglia.

Il combinarsi di questi diversi piani di lettura, dei molti e diversi motivi d’interesse che il romanzo porta con se, rende la lettura di Un marito invero memorabile. Il merito è soprattutto della penna di Michele Vaccari che riesce a fondere in una scrittura molto ricercata la cura certosina del dettaglio, una profondità espressiva invidiabile e la creazione di personaggi davvero potenti e veri (per quanto i loro dialoghi possano suonare a volte artificiali, sono sempre e davvero loro). In tutto il romanzo si percepisce forte il controllo perfetto della narrazione da parte dell’autore, con un attenzione allo stile che non soffre mai di quell’autocompiacimento che per una scrittura così complessa è un rischio sempre dietro l’angolo.

Se Un marito ha un difetto è nel pre-finale, dove Vaccari cade nel vizio di Spielberg (spero mi perdonerà il paragone…) e spiega troppo del suo mondo altro, aggiungendo dettagli e suggestioni che dal mio punto di vista era meglio lasciare in filigrana. Ma nel complesso è un peccato veniale, perché il racconto di Ferdinando e Patrizia è comunque un esempio di quel che la letteratura italiana è in grado di fare quando smette di contemplarsi l’ombelico e si scaglia nel mondo, cercando e curando i dettagli, magnificandoli in un panorama che scivola dal quadro globale a quello più particolare senza sforzo apparente, proponendo al lettore una magnifica esperienza di lettura.

Un marito non sarà un romanzo ascrivibile al genere, ma credo possa riservare parecchie soddisfazioni anche a quei lettori che normalmente rifuggono dalla letteratura italiana, soprattutto se cercano qualcosa di più e di diverso dalle solite narrazione familiari e familiste che invadono gli scaffali delle librerie.










07 gennaio 2019

Letture: Un attimo prima, di Fabio Deotto


Negli ultimi tempi una tendenza significativa dell’editoria generalista, sia dei grandi gruppi editoriali sia degli editori medio-piccoli, è una nuova attenzione a quella letteratura che una volta di sarebbe definita di genere (con tutto quel che di poco positivo veniva attribuito al genere). Letteratura che nelle mani di questi editori sembra aver assunto tutt’altra dignità culturale.
Con il progetto Zona 42 siamo ormai diventati parte attiva in questo scenario. Un motivo in più per dedicare qualche considerazione al fenomeno da un punto di vista che si potrebbe riassumere in una di quelle frasi che ci piace sfoggiare nei nostri incontri con i lettori: “se l’editoria generalista sta cercando di portare la fantascienza nella letteratura, noi come Zona 42 stiamo cercando di portare la letteratura nella fantascienza”.

A partire da oggi proverò ad annotare qualche appunto su alcuni dei titoli letti negli ultimi mesi ascrivibili a queste nuove proposte editoriali, con particolare attenzione a quelli più vicini agli ambiti fantascientifici (o pseudo tali) che, come potete immaginare, sono quelli che mi interessano di più.
Cercherò di proporre alcuni spunti di riflessione su Un attimo prima di Fabio Deotto, Un marito di Michele Vaccari, La festa nera di Violetta Bellocchio, Neghentopia di Matteo Meschiari.

Ero in dubbio se cominciare dai titoli più “fantascientifici” per arrivare a quelli in cui la connotazione di genere è più laterale. Il continuo rimandare la stesura dei post ha fatto sì che si arrivasse a gennaio, e a un appuntamento che di fatto risolve il problema. Sabato prossimo avrò infatti il piacere di accompagnare Fabio Deotto nella sua presentazione modenese di Un attimo prima (appuntamento alla libreria Ubik alle ore 18 del 12 gennaio). Ecco quindi qualche osservazione sul suo romanzo.


La cosa più sorprendente di Un attimo prima è che l’abbia pubblicato Einaudi. No, davvero, quanti titoli di fantascienza scritti da autori italiani ci sono nel catalogo dell’editore? 

In effetti non troverete scritto da nessuna parte che Un attimo prima è un romanzo di fantascienza. Einaudi lo presenta così: “Proiettandosi in avanti di alcuni anni, Fabio Deotto ci racconta un domani sorprendentemente possibile. E ci mostra il nostro presente in tutta la sua bellezza, in tutte le sue contraddizioni, con tutta la sua energia. 
Ci siamo capiti, no?

Se Un attimo prima non fosse il romanzo che è (ci arrivo, ci arrivo), verrebbe da dire che il suo autore è stato davvero molto furbo nel dare la veste giusta alla sua storia. Qual è la tematica alla base della stragrande maggioranza dei romanzi italiani pubblicati e venduti da editori grandi e piccini? Bé, è facile: la crisi familiare. Virata, soprattutto negli ultimi tempi, nella scoperta della paternità.
Un attimo prima parte proprio così: un protagonista in crisi, separato dalla moglie, un fratello scomparso e un figlio introvabile. Perfetto per il lettore, almeno per quell'idea di lettore che sembrano avere i nostri editori.
Il mio approccio però è quello del lettore “fantascientifico” che di ’ste storie familiari s’è stufato da un pezzo. Per mia fortuna Un attimo prima è straordinariamente ricco di suggestioni, idee, speculazioni. Se togliamo di mezzo la situazione familiare del protagonista (comunque ottimamente sfruttata per introdurre alcuni aspetti notevoli del romanzo), abbiamo un intero mondo immaginato e proposto al lettore in maniera credibile, abbiamo un’idea - la teoria dell’arto fantasma rivista in chiave mentale, alla faccia della scarsa inventiva dei nostri autori -  che permette a Deotto di creare situazioni narrative degne del miglior Dick (ma scritte decisamente meglio). 

Un attimo prima è la storia del tentativo di Edoardo di riconciliarsi con la memoria del fratello Alessio e di ritrovare suo figlio Sealth, adottato dopo la scomparsa del padre. Il romanzo si svolge tra Milano e gli Stati Uniti. Deotto sfrutta l’ambiente locale per presentare al lettore il cambiamento epocale avvenuto nella gestione politico/economica delle risorse (a seguito di una crisi di sistema globale il denaro non esiste più, così come la proprietà privata, esiste una sorta di reddito di cittadinanza che permette ai cittadini integrati di condurre una vita quasi normale) mentre le parti ambientate in nordamerica, continente d'elezione per il fratello scomparso del protagonista, sono funzionali a raccontare come si sia arrivati a alla situazione attuale e quale sia stato il prezzo da pagare.
Fabio Deotto ha un ottimo controllo sulla vicenda raccontata, e riesce ad amalgamare molto bene riflessioni politiche e momenti d'azione, ricostruzione d'ambiente e introspezione, speculazioni scientifico/economiche e tensione narrativa.

Quello che mi rimane da capire, e che sicuramente chiederò sabato a Fabio Deotto, è come sia stato accolto il suo romanzo dal pubblico. Per quella che è la mia esperienza, nessuno (o quasi) dei lettori affezionati al genere si è accorto della pubblicazione del suo romanzo. Non so come siano andate le cose tra chi invece non frequenta fantascienza e dintorni.
Dopotutto Un attimo prima è il tipo di romanzo che potrebbe essere pubblicato da Zona 42, e visto come sono andati - sorprendentemente bene! - i romanzi italiani che abbiamo proposto fino ad oggi, mi chiedo se abbia fatto bene l’editore a eliminare programmaticamente ogni riferimento alla fantascienza nella presentazione del romanzo.
(Mi rispondo da solo: ha fatto benissimo, che niente tiene lontano il lettore da un romanzo come l’etichetta fantascienza sulla copertina. Zona 42 certi accostamenti se li può permettere, ma Einaudi deve macinare cifre che non sono minimamente paragonabili alle nostre).

Arrivato in fondo a questa breve nota, mi piacerebbe essere riuscito a incuriosirvi. Mi auguro di leggere prima o poi l’opinione dei lettori “fantascientifici” su Un attimo prima, perché mentre molti di noi - “noi” inteso come appassionati di fantascienza letteraria - stanno qua a rimirarsi l’ombelico e guardare costantemente all’indietro, fuori dal nostro piccolo cortile le cose forse hanno iniziato a cambiare…

















24 dicembre 2018

Visioni: Nanette

Sono mesi che mi riprometto di scrivere questo post, ma lo sapete meglio di me: il tempo per ‘ste cose è sempre meno, meno scrivi meno scriveresti, fino a quando ti pare di essere ormai fuori tempo massimo. 
Ma in questi tempi complicati uno spettacolo come Nanette non è mai fuori tempo massimo, e non è detto sia una fortuna.

photo © Alan Moyle 
Hannah Gadsby è una stand-up comedian, in italiano la traduzione che ci va più vicina è cabarettista, che però per me non rende la densità, la complessità e la ricchezza dei temi che autori come Gadsby mettono nei loro testi che non si riducono mai esclusivamente alla battuta fulminante, alla risata più o meno liberatoria.
Nanette è il monologo che Gadsby porta in giro ormai da qualche anno, e che è disponibile su Netflix. 

Non sono un grande esperto di monologhi comici, non frequento la ricca disponibilità video di stand-up comedy, non per qualche preclusione ma solo perché il tempo dedicato alla tv non è molto e ho sempre altre priorità. Se ho guardato Nanette, e ne sono rimasto tanto colpito da doverne parlare anche qui dentro, è merito di un paio di commenti/suggerimenti di qualche fidato conoscente (Elvezio, Claudia, grazie!).

Inizialmente avrei voluto suggerire la visione di Nanette a tutti i maschi eterosessuali di passaggio da queste pagine. A tutti quegli uomini che rischiano come me di accostarsi al variopinto mondo circostante sempre con quell’aria di saperne abbastanza, di saperne di più e, nel nostro privilegio (perché ditemi voi se il mondo qua fuori non è fatto a nostra misura e dimensione), di essere consapevoli, quindi in fondo superiori, rispetto alla varietà delle scelte e delle vite che ci circondano.
Ma poi perché fare differenze? Perché uno spettacolo simile dovrebbe essere più importante per una categoria piuttosto che per un’altra?

In effetti se c’è una cosa notevole in Nanette nel suo trasformarsi da spettacolo comico a dramma, da lieto e confortante “facciamoci due risate”, con una voce diversa ma comprensibile, a un’intensa emozionante furiosa dichiarazione di dolore e rabbia e amore, è tutta nella capacità di Hannah Gadsby di riuscire a tirar fuori e scoprire il meccanismo, spesso perverso, dello stand-up tutto: da dove vengono le battute? Da dove vengono le risate?

Perché scoprire da dove vengono i fondamentali del nostro divertimento non è sempre una bella scoperta, e a volte porta con sé una buona dose di vergogna e dolore e frustrazione, sia da parte dell’autore che propone il suo pezzo (divertente! da lacrime agli occhi!) sia da parte del pubblico (ma no? davvero?).
E alla fine poco importa che si parli di omosessualità o di arte, di risate o schiaffi. Quel che colpisce sempre, a teatro, al cinema, in televisione, sul tuo cazzo di divano, è scorgere improvvisa e intransigente la Verità che, come sempre accade, può sì renderti libero ma solo quando avrà finito con te…

Nanette è il mio consiglio di visione per queste feste, guardatelo e poi ditemi se non è valso il vostro tempo.


15 dicembre 2018

Giuseppe Lippi (1953-2018)


Oggi è arrivata improvvisa e inaspettata la notizia della morte di Giuseppe Lippi. 
Lippi era uno dei massimi esperti italiani di letteratura fantastica, un appassionato lettore, una persona che ha fatto della narrativa di genere un percorso di vita. Ma per la maggior parte di noi Lippi era soprattutto il curatore di Urania, l’artefice delle scelte che hanno guidato la rivista Mondadori negli ultimi trent’anni. 

Chi conosce questo blog sa che non ho mai lesinato critiche alla gestione di Urania, ma per capire che razza di persona fosse Giuseppe Lippi forse val la pena ricordare almeno un episodio. 
Nel 2014 è nata Zona 42, e il battesimo pubblico della casa editrice è avvenuto a Fiuggi, alla DeepCon cui partecipava Ian McDonald. A quella convention era presente anche Giuseppe Lippi, e dopo i post critici sui titoli e la gestione di Urania sarebbe stata una delle prime volta che mi sarei trovato faccia a faccia con colui che consideravo una sorta di “nemico” della nostra idea di fantascienza. Noi muovevamo i primi passi “ufficiali” sulla scena nostrana, e temevamo che l’incontro potesse trasformarsi in una sorta di rifiuto, immaginavamo ci avrebbe ignorato, noi e i nostri libri. Giuseppe fu invece gentilissimo, spese parole entusiaste sul nostro progetto, e non si limitò alle parole, da quella volta a Fiuggi ogni volta che ci siamo incrociati (a Stranimondi per esempio) non mancava di fermarsi al nostro banchetto, farci i complimenti, acquistare qualche nostro volume.

Con Giuseppe Lippi condivido ben poco dal punto di vista dei gusti di lettore, delle posizioni politiche, dell’approccio alla letteratura di genere, ma se tante cose ci dividevano una cosa ci univa, ed era, ed è, la passione per questi libri strani che ci ostiniamo a leggere e a pubblicare, per diffondere quanto più possibile l’idea di una letteratura diversa da quella letta della maggior parte dei lettori, ma non per questo meno vera e importante.
Giuseppe Lippi se n’è andato, ma i libri che ha amato, la passione che ha coltivato e diffuso restano.  

Che la terra ti sia lieve.