Creare. Partire da un'idea vaga e vederla poi evolversi man mano che incontra esperienze diverse, diversi punti di vista. Trasformarla in racconto e poi provare a vederla attraverso una videocamera. Fare cinema insomma.
Questo è quello che abbiamo provato a fare quest'ultimo fine settimana. Ci siamo trovati in una decina di persone, tutte appassionate di cinema, tutte ansiose di provare per una volta a saltare dall'altra parte dello schermo. Tutti decisamente incoscienti di cosa voglia dire davvero realizzare un film. Dilettanti allo sbaraglio, certo, ma con un progetto e tutte le intenzioni di vederlo realizzato.
L'occasione si è presentata con la terza edizione del Nonantola Film Festival che anche quest'anno ha proposto 4 giorni corti, un concorso per cortometraggi di quattro minuti da realizzare in quattro giorni con genere del film e vincoli di messa in scena decisi dalla giuria.
Se nelle edizioni precedenti il sorteggio , almeno sulla carta, ci era stato propizio (fantascienza la prima volta, horror l'anno scorso), quest'anno le premesse non erano le migliori: alla nostra troupe è stato infatti abbinato il genere sentimentale, che non è certo il tipo di cinema che sentiamo più vicino. Ma ci siamo impegnati, abbiamo lavorato duro, e tra giovedì e domenica siamo riusciti a sfornare Rubacuori, un film sentimentale che ci ha lasciati decisamente soddisfatti.
Sulla qualità del cortometraggio non riesco a essere obiettivo. Per capire se siamo riusciti a fare un lavoro decente rimaniamo in attesa del riscontro della giuria (solo venti film tra tutti i partecipanti al concorso - e quest'anno gli iscritti erano 132 - verranno selezionati per la visione pubblica nella serata finale del festival) e del giudizio del pubblico (da lunedì il film sarà disponibile in rete).
L'unica cosa di cui siamo certi è che Rubacuori è decisamente il migliore dei nostri tentativi cinematografici (non che ci volesse molto!). Rispetto alle edizioni precedenti del concorso questa volta avevamo una sceneggiatura più solida, e nonostante la qualità delle riprese sia tutt'altro che eccelsa e che il nostro bagaglio tecnico lasci parecchio a desiderare, quest'anno in fase di montaggio siamo riusciti a costruire una storia di quattro minuti che avesse per lo meno un minimo di senso.
Comunque vada l'accoglienza del pubblico (tranquilli, siamo consapevoli che Rubacuori non è un capolavoro immortale) questi quattro giorni sono stati memorabili. L'esperienza di trovarsi con gli amici a giocare il grande gioco del cinema tutti insieme, sul serio, impegnandosi al 110% e riuscendo per giunta a realizzare un film, un vero film, in appena quattro giorni è stata davvero notevole.
Siamo stati bravi. E soprattutto ci è rimasta la voglia di riprovarci.
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28 aprile 2009
20 aprile 2009
JGB - In Memoriam
Ci sono immagini impresse indelebilmente nella coscienza, pattern cognitivi che attivano inevitabilmente le particelle ballardiane sospese nel mio spazio interno.
Anticorpi che permettono di sopravvivere agli ingorghi autostradali, al culto delle celebrità mediatiche, all'espropriazione della personalità da parte delle periferie urbane, delle comunità chiuse, degli aeroporti.
Ballard è un costrutto mentale ormai solidificato, e la sua presenza persisterà per molto tempo nel mio personale orizzonte psichico, nonostante da ieri lui non sia più fisicamente tra noi.
La scoperta di Ballard ha rappresentato l'irrompere inconsulto e incontrollabile della realtà nel mio immaginario di lettore di fantascienza
J. G. Ballard è stato il primo scrittore di fantascienza che mi ha fatto scorgere una possibilità di espressione più adulta, matura e consapevole all'interno del genere. Il primo capace di inquietarmi con la suggestione di uno spazio interno altrettanto misterioso, esplorabile e sorprendente del grande vuoto la fuori. Il primo capace di trasformare l'apocalisse fisica in un'epifania mentale.
James Graham Ballard è rimasto un autore unico nel panorama letterario mondiale. Una figura di riferimento sia per quella fantascienza che nutra ancora l'ambizione di esplorare il reale, sia per quegli autori che non si accontentano di raccontare il mondo ma che lo rigenerano ogni volta che si mettono all'opera (non riesco a immaginare L'arcobaleno della gravità senza un Ballard a fare da apripista, ma più in generale credo che tutta la letteratura post post moderna abbia più di un debito con l'autore inglese - penso a Lethem, penso a Wallace, ma l'elenco è lungo).
Ballard se n'è andato, le sue visioni rimangono. Teniamocele strette, che le sue mappe psichiche ci sono ancora indispensabili per orientarci nel deserto che si apre fuori dai nostri televisori, nello spazio infinito tra la coscienza dell'incidente e la realtà dello scontro, nel tempo incosciente che dovremo attraversare.
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Anticorpi che permettono di sopravvivere agli ingorghi autostradali, al culto delle celebrità mediatiche, all'espropriazione della personalità da parte delle periferie urbane, delle comunità chiuse, degli aeroporti.
Ballard è un costrutto mentale ormai solidificato, e la sua presenza persisterà per molto tempo nel mio personale orizzonte psichico, nonostante da ieri lui non sia più fisicamente tra noi.
La scoperta di Ballard ha rappresentato l'irrompere inconsulto e incontrollabile della realtà nel mio immaginario di lettore di fantascienza
J. G. Ballard è stato il primo scrittore di fantascienza che mi ha fatto scorgere una possibilità di espressione più adulta, matura e consapevole all'interno del genere. Il primo capace di inquietarmi con la suggestione di uno spazio interno altrettanto misterioso, esplorabile e sorprendente del grande vuoto la fuori. Il primo capace di trasformare l'apocalisse fisica in un'epifania mentale.
James Graham Ballard è rimasto un autore unico nel panorama letterario mondiale. Una figura di riferimento sia per quella fantascienza che nutra ancora l'ambizione di esplorare il reale, sia per quegli autori che non si accontentano di raccontare il mondo ma che lo rigenerano ogni volta che si mettono all'opera (non riesco a immaginare L'arcobaleno della gravità senza un Ballard a fare da apripista, ma più in generale credo che tutta la letteratura post post moderna abbia più di un debito con l'autore inglese - penso a Lethem, penso a Wallace, ma l'elenco è lungo).
Ballard se n'è andato, le sue visioni rimangono. Teniamocele strette, che le sue mappe psichiche ci sono ancora indispensabili per orientarci nel deserto che si apre fuori dai nostri televisori, nello spazio infinito tra la coscienza dell'incidente e la realtà dello scontro, nel tempo incosciente che dovremo attraversare.
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07 aprile 2009
Rapporto letture - Marzo 2009
Ed Kramer & Neil Gaiman (a cura di) - The Sandman Book of Dreams
Era da tempo che non frequentavo il signore dei sogni, tanto da aver quasi dimenticato il fascino del mondo ricreato dalla fantasia di Neil Gaiman.
Questa antologia di racconti mi ha riportato indietro a quando la lettura delle storie di Sandman era una delle mie personali piccole meraviglie quotidiane. Fortunatamente i racconti raccolti in questo volume non hanno il sapore del tributo scolastico o dell'operazione nostalgica. Gli autori coinvolti dimostrano anzi una buona conoscenza del reame del sogno e soprattutto rendono bene l'idea di come le suggestioni evocate dal capolavoro di Gaiman abbiano arricchito la letteratura fantastica contemporanea.
Come ogni antologia anche questa non fa eccezione alla regola per cui racconti brillanti si alternano ad altri più deboli, ma se devo trovare un difetto più sostanziale, beh… mi è dispiaciuto solo che Morfeo compaia in primo piano un po' troppo di rado e lateralmente, anche se la sua presenza (e quella dei suoi fratelli e sorelle immortali) è sempre ben percepibile.
Tra le storie che più mi hanno colpito non posso non citare almeno quelle di John M. Ford (Chain Home, Low), di Robert Rodi (An Extra Smidgen of Eternity), George Alec Effinger (Seven Nights in Slumberland) e soprattutto quella di Susanna Clarke (Stopp’t-Clock Yard) l'unica in cui Sandman è davvero protagonista.
(e per finire un grazie a Sarmax che mi ha regalato il volume)
James Joll - Gli anarchici
Ho sempre avuto sentimenti contrastanti nei riguardi dell'anarchia. Da un lato c'è la convinzione dell'impossibilità di una società anarchica funzionante vista la disparità di risorse disponibili, dall'altro il principio bellissimo e coraggioso che vede tutti gli uomini liberi dal giogo e dalle tentazioni del Potere con la responsabilità della propria vita unicamente nelle proprie mani.
Questo volume racconta la storia del movimento anarchico attraverso la figura dei suoi principali esponenti. Gli anarchici è un libro illuminante soprattutto quando lascia emergere nel racconto delle vicende del movimento la situazione dell'umanità disperata che popola le città e le campagne tra l'otto e il novecento. E ben più interessante delle vite dei protagonisti (che fossero ideologhi da salotto - pochi - o rivoluzionari internazionali - i più - erano comunque per la maggior parte un branco di irriducibili idealisti, di illusi e di fondamentalisti) si percepisce il rigore e la dedizione dei singoli anarchici, anonimi per lo più, ma capaci di trasmettere nel tempo un ideale fondamentale, se non come pratica sociale almeno come utopica etica individuale. Per immaginare un futuro diverso, qualcosa che ormai non siamo più nemmeno capaci di concepire.
Dario Tonani - L'algoritmo bianco
Del romanzo di Dario Tonani ho parlato abbondantemente qui. Altri spunti interessanti li potete trovare su Lo strano attrattore.
David Ohle - L'era di Sinatra
Il sottotitolo de L'era di Sinatra recita "un romanzo molto strano". Ma può bastare una caratteristica aleatoria coma la stranezza a rendere interessante un romanzo?
In questo caso la mia risposta è decisamente no. Non basta infarcire un testo di parole inventate e situazioni paradossali, e calcare il pedale del disgustoso per rendere un'opera interessante. Soprattutto se poi ci si ritrova a constatare che, stranezze a parte, L'era di Sinatra, che pure sembra essere stato concepito come romanzo di fantascienza sperimentale, si rivela in realtà essere un ode al tempo che fu, sia per lo stile che adotta l'autore, sia per la costante sensazione che il rimpianto per un passato mitico sia l'unica molla capace di muovere l'azione. La mancanza di qualsiasi logica interna fa il resto, rendendo il procedere della lettura una noia senza scampo.
E dire che inizialmente L'era di Sinatra pare funzionare, con il lettore - questo lettore almeno - che rimane affascinato e incuriosito dagli strani meccanismi che sembrano governare il mondo di Ohle. Quando però appare evidente come sia il caso, se non l'estro del momento, a dirigere la penna dell'autore, tutta l'elaborata costruzione della vicenda perde molto del suo fascino riducendosi infine a uno sterile esercizio di stile.
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Era da tempo che non frequentavo il signore dei sogni, tanto da aver quasi dimenticato il fascino del mondo ricreato dalla fantasia di Neil Gaiman.
Questa antologia di racconti mi ha riportato indietro a quando la lettura delle storie di Sandman era una delle mie personali piccole meraviglie quotidiane. Fortunatamente i racconti raccolti in questo volume non hanno il sapore del tributo scolastico o dell'operazione nostalgica. Gli autori coinvolti dimostrano anzi una buona conoscenza del reame del sogno e soprattutto rendono bene l'idea di come le suggestioni evocate dal capolavoro di Gaiman abbiano arricchito la letteratura fantastica contemporanea.
Come ogni antologia anche questa non fa eccezione alla regola per cui racconti brillanti si alternano ad altri più deboli, ma se devo trovare un difetto più sostanziale, beh… mi è dispiaciuto solo che Morfeo compaia in primo piano un po' troppo di rado e lateralmente, anche se la sua presenza (e quella dei suoi fratelli e sorelle immortali) è sempre ben percepibile.
Tra le storie che più mi hanno colpito non posso non citare almeno quelle di John M. Ford (Chain Home, Low), di Robert Rodi (An Extra Smidgen of Eternity), George Alec Effinger (Seven Nights in Slumberland) e soprattutto quella di Susanna Clarke (Stopp’t-Clock Yard) l'unica in cui Sandman è davvero protagonista.
(e per finire un grazie a Sarmax che mi ha regalato il volume)
James Joll - Gli anarchici
Ho sempre avuto sentimenti contrastanti nei riguardi dell'anarchia. Da un lato c'è la convinzione dell'impossibilità di una società anarchica funzionante vista la disparità di risorse disponibili, dall'altro il principio bellissimo e coraggioso che vede tutti gli uomini liberi dal giogo e dalle tentazioni del Potere con la responsabilità della propria vita unicamente nelle proprie mani.
Questo volume racconta la storia del movimento anarchico attraverso la figura dei suoi principali esponenti. Gli anarchici è un libro illuminante soprattutto quando lascia emergere nel racconto delle vicende del movimento la situazione dell'umanità disperata che popola le città e le campagne tra l'otto e il novecento. E ben più interessante delle vite dei protagonisti (che fossero ideologhi da salotto - pochi - o rivoluzionari internazionali - i più - erano comunque per la maggior parte un branco di irriducibili idealisti, di illusi e di fondamentalisti) si percepisce il rigore e la dedizione dei singoli anarchici, anonimi per lo più, ma capaci di trasmettere nel tempo un ideale fondamentale, se non come pratica sociale almeno come utopica etica individuale. Per immaginare un futuro diverso, qualcosa che ormai non siamo più nemmeno capaci di concepire.
Dario Tonani - L'algoritmo bianco
Del romanzo di Dario Tonani ho parlato abbondantemente qui. Altri spunti interessanti li potete trovare su Lo strano attrattore.
David Ohle - L'era di Sinatra
Il sottotitolo de L'era di Sinatra recita "un romanzo molto strano". Ma può bastare una caratteristica aleatoria coma la stranezza a rendere interessante un romanzo?
In questo caso la mia risposta è decisamente no. Non basta infarcire un testo di parole inventate e situazioni paradossali, e calcare il pedale del disgustoso per rendere un'opera interessante. Soprattutto se poi ci si ritrova a constatare che, stranezze a parte, L'era di Sinatra, che pure sembra essere stato concepito come romanzo di fantascienza sperimentale, si rivela in realtà essere un ode al tempo che fu, sia per lo stile che adotta l'autore, sia per la costante sensazione che il rimpianto per un passato mitico sia l'unica molla capace di muovere l'azione. La mancanza di qualsiasi logica interna fa il resto, rendendo il procedere della lettura una noia senza scampo.
E dire che inizialmente L'era di Sinatra pare funzionare, con il lettore - questo lettore almeno - che rimane affascinato e incuriosito dagli strani meccanismi che sembrano governare il mondo di Ohle. Quando però appare evidente come sia il caso, se non l'estro del momento, a dirigere la penna dell'autore, tutta l'elaborata costruzione della vicenda perde molto del suo fascino riducendosi infine a uno sterile esercizio di stile.
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04 aprile 2009
Algoritmi, letteratura di genere (e violenza gratuita)
Dopo aver finito L'algoritmo bianco mi ero ripromesso di buttare giù qualche nota per aiutarmi a chiarire i dubbi nati nel corso della lettura. Ci ho messo più tempo di quanto prevedessi anche perché nel frattempo c'è stata l'ItalCon con la possibilità quindi di un proficuo scambio di opinioni con Dario Tonani. Sebbene io non sia stato proprio tenero con il suo romanzo Dario s'è dimostrato un signor autore accettando e discutendo le critiche che non mi sono trattenuto dal rivolgergli.
Ecco quindi cosa penso de L'algoritmo bianco.
Il romanzo si distingue per lo stile di scrittura sopraffino, per un mondo delineato in modo esemplare, per un'idea fantascientifica forte e in grado di sorreggere da sola ben più dell'esile storia - esile ma decisamente adrenalinica - che Dario Tonani ha imbastito. Se questi aspetti del romanzo sono senza dubbio positivi, altri non lo sono affatto: i personaggi, le relazioni che li legano e gli scambi di battute che dovrebbero rendere viva la vicenda sono ben lungi dall'essere all'altezza del buon romanzo che mi aspettavo di leggere. Immaginatevi quindi la mia sorpresa nello scoprire dalle parole di altri lettori quanto Gregorius Moffa, il killer protagonista della vicenda, abbia favorevolmente impressionato il pubblico di Urania.
Questa divergenza di valutazione mi costringe a fare una breve deviazione che forse aiuterà a chiarire meglio la mia critica al romanzo di Dario Tonani.
Partiamo subito con una domanda ai lettori che seguono con attenzione le poche uscite fantascientifiche nostrane: perché vi ostinate a leggere fantascienza?
Non è una domanda retorica e non voglio nemmeno imbastire la solita polemica sulla situazione che vive la letteratura di genere in Italia. È un domanda dettata dalla curiosità, con lo scopo nemmeno troppo recondito di capire se i motivi che ci portano a frequentare il genere siano davvero così diversi.
Il mio punto di vista è riassumibile nella constatazione che nessun altro genere letterario ha nel suo complesso lo stesso impatto intellettuale e viscerale che è in grado di generare una buona storia di fantascienza.
In effetti ciò che caratterizza la fantascienza, almeno quella che preferisco, è la sua straordinaria capacità di coniugare storie avvincenti, divertenti, emozionanti con una profonda riflessione su un qualche aspetto del reale (che si tratti di scienza o di politica piuttosto che di tecnologia o di etica, beh… è solo un dettaglio: sono le potenzialità della speculazione che fanno la differenza).
Certo, la fantascienza ha le sue radici più popolari nel pulp. Quelle che almeno in origine erano le sue espressioni più conosciute si sovrapponevano per buona parte alla letteratura d'avventura, con scenari alieni a sostituire nell'ambientazione il far west piuttosto che la classica metropoli americana. Le vicende di queste storie sono dominate dall'azione continua, dal succedersi di episodi sorprendenti o scenari mozzafiato, dalla riduzione ai minini termini di ogni complessità (poco importa che si rinunci a rendere più veri i personaggi o più credibile l'ambientazione). Lo scopo principale di queste storie era travolgere il lettore con la portata spettacolare dell'immaginazione dell'autore all'opera.
Nel corso dei decenni questa vocazione avventurosa ha lasciato spazio a suggestioni più complesse e all'elaborazione di strutture narrative più evolute. Contestualmente a tali cambiamenti la fantascienza si è trasformata da genere eminentemente popolare a letteratura di nicchia. Lo spazio per l'avventura non è mai venuto meno ma la progressiva complicazione (delle tematiche affrontate, dei riferimenti letterari, del background minimo - scientifico o tecnologico - spesso richiesto al lettore) ha allontanato la gran massa del pubblico delle origini, che magari ritrova oggi lo stesso tipo di godimento fantascientifico in altri media (penso ai blockbuster cinematografici degli ultimi decenni, penso ai giochi da consolle e da computer).
A questo punto dovrebbe essere più chiara la modalità con cui io mi accosto a una storia di fantascienza, e forse anche a capire come mai abbia trovato difettoso il romanzo di Dario Tonani.
Detto in maniera esplicita: una storia che si fonda esclusivamente sul sovraccarico sensoriale del lettore non mi basta più.
L'algoritmo bianco parte subito col botto: gli scenari, l'azione, l'idea fantascientifica che sorregge la trama sono tutti elementi resi alla perfezione dall'autore. La Milano del 2045 emerge in tutta la sua desolazione grazie alla scrittura densa e stratificata dell'autore. Il tono della narrazione è sempre equilibrato e non scade mai nel grottesco o nel didascalico, al contempo l'ambiente emerge molto vivido e presente agli occhi del lettore.
Questa maestria nella resa dell'ambiente non viene mai meno nel corso della lettura ed è la cosa che ho apprezzato di più in tutto il romanzo. Quello che invece emerge come difetto sostanziale è la qualità dei personaggi che si muovono in questo scenario. Gregorius Moffa, il protagonista indiscusso del romanzo, è un killer. Ci viene detto che è un autore di snuff movies, la sua dubbia moralità ci viene ribadita a ogni piè sospinto, eppure per tutto il tempo in cui lo vediamo in azione quest'aspetto del suo carattere non viene mai effettivamente visto tanto che il suo agire pare un esempio da manuale di equilibro e buoni principi (tranne in quell'esplosione di violenza finale, che visto il suo comportamento fino a quel punto m'è parsa del tutto gratuita e in definitiva illogica e incomprensibile).
Ma Moffa oltre a essere molto più bravo-ragazzo di quanto sarebbe lecito aspettarsi ha un difetto ancora più evidente: è totalmente anonimo. Se si distingue in qualche modo dallo sfondo è per i punti esclamativi che circondano ogni sua mossa, non certo perché la sua personalità riesca ad emergere autonomamente (vedi ad esempio la difficoltà a distinguerlo - per carattere, fisionomia e pensieri - dal criminale in fuga di Picta Muore nella seconda parte del volume).
Anche i personaggi di contorno non brillano per particolare tridimensionalità. A parte Mama, che vive unicamente per muovere l'azione (e il cui destino finale m'è parso decisamente incredibile), il ruolo che ho trovato più irritante è quello assegnato a Salima: gli scambi di battute - e di fluidi corporei - che caratterizzano la sua presenza in scena hanno lo spessore di un (buon?) film porno. Possibile che si debba ridurre l'unico personaggio femminile degno di questo nome in tutto il romanzo alla macchietta di uno stereotipo?
Confrontandomi su questi punti con Dario Tonani a me è sorto il dubbio che la sua idea di Gregorius Moffa fosse così precisa e reale e viva da dare per scontata che tale conoscenza percolasse automaticamente dalle pagine del romanzo alla consapevolezza del lettore (…e in effetti la maggior parte del suo pubblico pare dargli ragione). Per quanto riguarda invece i comprimari è possibile che parte del mio disappunto dipenda dal progressivo deteriorarsi delle mie aspettative riguardo al romanzo, anche se il trattamento riservato a Salima mi lascia comunque molto perplesso.
Per tornare all'inizio di queste note, non so come mai il mio giudizio si discosti tanto da quello della maggior parte dei lettori. Forse sono io che ho troppe pretese. Magari il lettore fantascientifico standard con un romanzo come questo è più che soddisfatto.
Dal mio punto di vista l'etichetta sf non dovrebbe servire a giustificare il fatto che un romanzo parta già con un piede zoppo, per magari godere a fine lettura di un giudizio più tollerante. Per me la fantascienza ha la stessa dignità di qualsiasi altro genere letterario, e lo standard minimo richiesto dovrebbe essere uguale per tutti.
Detto questo io sono tutt'ora convinto che Dario Tonani abbia tutte le qualità per scrivere un grande romanzo, zeppo di idee, immaginazione e umanità. Io avrei voluto che quel romanzo fosse L'algoritmo bianco, spero che l'appuntamento sia solo rinviato.
Io me lo auguro proprio.
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Ecco quindi cosa penso de L'algoritmo bianco.
Il romanzo si distingue per lo stile di scrittura sopraffino, per un mondo delineato in modo esemplare, per un'idea fantascientifica forte e in grado di sorreggere da sola ben più dell'esile storia - esile ma decisamente adrenalinica - che Dario Tonani ha imbastito. Se questi aspetti del romanzo sono senza dubbio positivi, altri non lo sono affatto: i personaggi, le relazioni che li legano e gli scambi di battute che dovrebbero rendere viva la vicenda sono ben lungi dall'essere all'altezza del buon romanzo che mi aspettavo di leggere. Immaginatevi quindi la mia sorpresa nello scoprire dalle parole di altri lettori quanto Gregorius Moffa, il killer protagonista della vicenda, abbia favorevolmente impressionato il pubblico di Urania.
Questa divergenza di valutazione mi costringe a fare una breve deviazione che forse aiuterà a chiarire meglio la mia critica al romanzo di Dario Tonani.
Partiamo subito con una domanda ai lettori che seguono con attenzione le poche uscite fantascientifiche nostrane: perché vi ostinate a leggere fantascienza?
Non è una domanda retorica e non voglio nemmeno imbastire la solita polemica sulla situazione che vive la letteratura di genere in Italia. È un domanda dettata dalla curiosità, con lo scopo nemmeno troppo recondito di capire se i motivi che ci portano a frequentare il genere siano davvero così diversi.
Il mio punto di vista è riassumibile nella constatazione che nessun altro genere letterario ha nel suo complesso lo stesso impatto intellettuale e viscerale che è in grado di generare una buona storia di fantascienza.
In effetti ciò che caratterizza la fantascienza, almeno quella che preferisco, è la sua straordinaria capacità di coniugare storie avvincenti, divertenti, emozionanti con una profonda riflessione su un qualche aspetto del reale (che si tratti di scienza o di politica piuttosto che di tecnologia o di etica, beh… è solo un dettaglio: sono le potenzialità della speculazione che fanno la differenza).
Certo, la fantascienza ha le sue radici più popolari nel pulp. Quelle che almeno in origine erano le sue espressioni più conosciute si sovrapponevano per buona parte alla letteratura d'avventura, con scenari alieni a sostituire nell'ambientazione il far west piuttosto che la classica metropoli americana. Le vicende di queste storie sono dominate dall'azione continua, dal succedersi di episodi sorprendenti o scenari mozzafiato, dalla riduzione ai minini termini di ogni complessità (poco importa che si rinunci a rendere più veri i personaggi o più credibile l'ambientazione). Lo scopo principale di queste storie era travolgere il lettore con la portata spettacolare dell'immaginazione dell'autore all'opera.
Nel corso dei decenni questa vocazione avventurosa ha lasciato spazio a suggestioni più complesse e all'elaborazione di strutture narrative più evolute. Contestualmente a tali cambiamenti la fantascienza si è trasformata da genere eminentemente popolare a letteratura di nicchia. Lo spazio per l'avventura non è mai venuto meno ma la progressiva complicazione (delle tematiche affrontate, dei riferimenti letterari, del background minimo - scientifico o tecnologico - spesso richiesto al lettore) ha allontanato la gran massa del pubblico delle origini, che magari ritrova oggi lo stesso tipo di godimento fantascientifico in altri media (penso ai blockbuster cinematografici degli ultimi decenni, penso ai giochi da consolle e da computer).
A questo punto dovrebbe essere più chiara la modalità con cui io mi accosto a una storia di fantascienza, e forse anche a capire come mai abbia trovato difettoso il romanzo di Dario Tonani.
Detto in maniera esplicita: una storia che si fonda esclusivamente sul sovraccarico sensoriale del lettore non mi basta più.
L'algoritmo bianco parte subito col botto: gli scenari, l'azione, l'idea fantascientifica che sorregge la trama sono tutti elementi resi alla perfezione dall'autore. La Milano del 2045 emerge in tutta la sua desolazione grazie alla scrittura densa e stratificata dell'autore. Il tono della narrazione è sempre equilibrato e non scade mai nel grottesco o nel didascalico, al contempo l'ambiente emerge molto vivido e presente agli occhi del lettore.
Questa maestria nella resa dell'ambiente non viene mai meno nel corso della lettura ed è la cosa che ho apprezzato di più in tutto il romanzo. Quello che invece emerge come difetto sostanziale è la qualità dei personaggi che si muovono in questo scenario. Gregorius Moffa, il protagonista indiscusso del romanzo, è un killer. Ci viene detto che è un autore di snuff movies, la sua dubbia moralità ci viene ribadita a ogni piè sospinto, eppure per tutto il tempo in cui lo vediamo in azione quest'aspetto del suo carattere non viene mai effettivamente visto tanto che il suo agire pare un esempio da manuale di equilibro e buoni principi (tranne in quell'esplosione di violenza finale, che visto il suo comportamento fino a quel punto m'è parsa del tutto gratuita e in definitiva illogica e incomprensibile).
Ma Moffa oltre a essere molto più bravo-ragazzo di quanto sarebbe lecito aspettarsi ha un difetto ancora più evidente: è totalmente anonimo. Se si distingue in qualche modo dallo sfondo è per i punti esclamativi che circondano ogni sua mossa, non certo perché la sua personalità riesca ad emergere autonomamente (vedi ad esempio la difficoltà a distinguerlo - per carattere, fisionomia e pensieri - dal criminale in fuga di Picta Muore nella seconda parte del volume).
Anche i personaggi di contorno non brillano per particolare tridimensionalità. A parte Mama, che vive unicamente per muovere l'azione (e il cui destino finale m'è parso decisamente incredibile), il ruolo che ho trovato più irritante è quello assegnato a Salima: gli scambi di battute - e di fluidi corporei - che caratterizzano la sua presenza in scena hanno lo spessore di un (buon?) film porno. Possibile che si debba ridurre l'unico personaggio femminile degno di questo nome in tutto il romanzo alla macchietta di uno stereotipo?
Confrontandomi su questi punti con Dario Tonani a me è sorto il dubbio che la sua idea di Gregorius Moffa fosse così precisa e reale e viva da dare per scontata che tale conoscenza percolasse automaticamente dalle pagine del romanzo alla consapevolezza del lettore (…e in effetti la maggior parte del suo pubblico pare dargli ragione). Per quanto riguarda invece i comprimari è possibile che parte del mio disappunto dipenda dal progressivo deteriorarsi delle mie aspettative riguardo al romanzo, anche se il trattamento riservato a Salima mi lascia comunque molto perplesso.
Per tornare all'inizio di queste note, non so come mai il mio giudizio si discosti tanto da quello della maggior parte dei lettori. Forse sono io che ho troppe pretese. Magari il lettore fantascientifico standard con un romanzo come questo è più che soddisfatto.
Dal mio punto di vista l'etichetta sf non dovrebbe servire a giustificare il fatto che un romanzo parta già con un piede zoppo, per magari godere a fine lettura di un giudizio più tollerante. Per me la fantascienza ha la stessa dignità di qualsiasi altro genere letterario, e lo standard minimo richiesto dovrebbe essere uguale per tutti.
Detto questo io sono tutt'ora convinto che Dario Tonani abbia tutte le qualità per scrivere un grande romanzo, zeppo di idee, immaginazione e umanità. Io avrei voluto che quel romanzo fosse L'algoritmo bianco, spero che l'appuntamento sia solo rinviato.
Io me lo auguro proprio.
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01 aprile 2009
Le nuove avventure del Fuco
Qualcuno di voi forse ricorderà quello splendido periodo in cui si sono tracciate per la prima volta le coordinate di un universo fumettistico supereroistico coerente anche sul suolo di questa provincia dell'impero. Quei trentasette numeri di Fustiga! usciti tra il marzo del 1983 e l'aprile del 1986 hanno segnato la storia del fumetto italiano. Le avventure di quello sparuto gruppo di pseudo-eroi nostrani (ricordiamo il Fuco, ma anche Bacio, Vespaio, il Supermobile, e la straordinaria Maluria) hanno riacceso il fuoco del fumetto italiano che in quegli anni vedeva i più famosi supereroi americani disertare dopo oltre un decennio di splendore le edicole italiane (a quei tempi le fumetterie erano ancora lungi dal nascere…).
Purtroppo anche allora la storia fini troppo presto, nessuno degli eroi citati ha mai goduto di un albo monografico e forse l'essere costretti in Fustiga! che volente o nolente doveva accontentare un pubblico piuttosto variegato (dopotutto le avventure del Supermobile ambientate com'erano nei territori nel noir urbano mal si coniugavano con quelle a carattere space-operistico della Maluria).
Quando nelle ultime pagine del numero 37 di Fustiga! si vedono i nostri eroi caracollare melanconicamente verso l'uscita del Sunset Bar di Como dopo la loro ultima avventura corale mai avremmo creduto che li avremmo visti nuovamente in azione.
Quanto ci sbagliavamo!
Grazie agli sforzi congiunti di un manipolo di creativi nei prossimi mesi gli eroi della nostra infanzia vedranno nuovamente la luce in una serie di albi monografici che presenteranno Le Nuove Avventure del Fuco.
Gli autori, tutti nomi di primissimo piano con notevoli esperienze nel fumetto supereroistico d'oltreoceano, si sono riproposti una completa riscrittura del background dei vari personaggi.
Così mentre il Fuco originale era un giovane studente piuttosto scialbo che grazie al potere della Tempesta Ormonale si ritrovava coinvolto di una serie di sfortunati eventi che dai vicoli di Teramo lo conducevano a combattere per la salvezza del nostro universo sacrificando lungo la strada ciò che aveva di più caro, il nuovo Fuco si muoverà in uno scenario diverso, tra la via Emilia e il West - come canta il poeta - e vestirà i grigi panni di un impiegato della motorizzazione intorno alla quarantina. Le sue uniche amiche, un po' famiglia, un po' compagne d'avventura saranno un gruppo di anziane prostitute bolognesi capeggiate, e cui si può notare il genio del team creativo, dalla straordinaria Maluria che non mancherà di assegnare al nostro eroe una serie di incarichi che lo porteranno a confrontarsi con la dura realtà odierna.
Il super potere che ha segnato il destino del Fuco, che nella sua prima incarnazione era una non meglio precisata Tempesta ormonale, in questa nuova edizione verrà svecchiato dandogli un carattere più preciso e una funzione sociale inedita. La scia feromonica che lo circonda conferirà infatti al Fuco una sorta di impenetrabilità emotiva e un destino di sottomissione e prudenza che caratterizzerà in modo estremamente originale le sue gesta pseudo-eroiche.
Segnatelo nelle vostre agende: l'ora del Fuco si avvicina.
A presto in tutte le librerie e nelle migliori edicole delle vostre città.
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Purtroppo anche allora la storia fini troppo presto, nessuno degli eroi citati ha mai goduto di un albo monografico e forse l'essere costretti in Fustiga! che volente o nolente doveva accontentare un pubblico piuttosto variegato (dopotutto le avventure del Supermobile ambientate com'erano nei territori nel noir urbano mal si coniugavano con quelle a carattere space-operistico della Maluria).
Quando nelle ultime pagine del numero 37 di Fustiga! si vedono i nostri eroi caracollare melanconicamente verso l'uscita del Sunset Bar di Como dopo la loro ultima avventura corale mai avremmo creduto che li avremmo visti nuovamente in azione.
Quanto ci sbagliavamo!
Grazie agli sforzi congiunti di un manipolo di creativi nei prossimi mesi gli eroi della nostra infanzia vedranno nuovamente la luce in una serie di albi monografici che presenteranno Le Nuove Avventure del Fuco.
Gli autori, tutti nomi di primissimo piano con notevoli esperienze nel fumetto supereroistico d'oltreoceano, si sono riproposti una completa riscrittura del background dei vari personaggi.
Così mentre il Fuco originale era un giovane studente piuttosto scialbo che grazie al potere della Tempesta Ormonale si ritrovava coinvolto di una serie di sfortunati eventi che dai vicoli di Teramo lo conducevano a combattere per la salvezza del nostro universo sacrificando lungo la strada ciò che aveva di più caro, il nuovo Fuco si muoverà in uno scenario diverso, tra la via Emilia e il West - come canta il poeta - e vestirà i grigi panni di un impiegato della motorizzazione intorno alla quarantina. Le sue uniche amiche, un po' famiglia, un po' compagne d'avventura saranno un gruppo di anziane prostitute bolognesi capeggiate, e cui si può notare il genio del team creativo, dalla straordinaria Maluria che non mancherà di assegnare al nostro eroe una serie di incarichi che lo porteranno a confrontarsi con la dura realtà odierna.
Il super potere che ha segnato il destino del Fuco, che nella sua prima incarnazione era una non meglio precisata Tempesta ormonale, in questa nuova edizione verrà svecchiato dandogli un carattere più preciso e una funzione sociale inedita. La scia feromonica che lo circonda conferirà infatti al Fuco una sorta di impenetrabilità emotiva e un destino di sottomissione e prudenza che caratterizzerà in modo estremamente originale le sue gesta pseudo-eroiche.
Segnatelo nelle vostre agende: l'ora del Fuco si avvicina.
A presto in tutte le librerie e nelle migliori edicole delle vostre città.
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31 marzo 2009
EuroCon/ItalCon - The Day After
Godetevi 'sta prima infornata di brutti ceffi (si scherza, eh!) e tra una foto e l'altra fatemi fare qualche considerazione sulla Euro/ItalCon che si è appena conclusa.
Non so cosa mi aspettassi di trovare a Fiuggi, di certo dopo averne tanto sentito parlare negli anni scorsi ero piuttosto curioso. Se ero sicuro di trascorrere un ottimo fine settimana in buona compagnia, ero anche un pochino titubante rispetto all'entusiasmo che circonda questo appuntamento, viste almeno le mie personali idiosincrasie maturate negli anni sullo stato della fantascienza italiana.
In effetti in questi tre giorni sia le certezze che i dubbi hanno trovato piena conferma.
Le ore trascorse a chiacchiere e fantascienza sono state splendide, che è sempre bello incontrare i vecchi amici e fare nuove conoscenze. Le discussioni su romanzi, film e tendenze varie, fantascientifiche e non, non sono mancate (una particolare nota di merito a Dario Tonani che ha stoicamente sopportato il sottoscritto sproloquiare in lungo e in largo sul suo romanzo - a breve se ne riparlerà qui dentro), così come non sono mai mancati cibo e bevande a sciogliere anche le lingue più recalcitranti. Gli inteventi degli ospiti della manifestazione si sono rivelati anche meglio di quanto mi aspettassi (Ian Watson memorabile, Bruce Sterling incredibilmente affabile, Marina Sirtis semplicemente adorabile) e l'atmosfera generale dell'hotel che ci ospitava s'è mantenuta su standard decisamente accoglienti. (Per non parlar del Fuco!)
Se dal punto di vista personale questa Euro/Ital/DeepCon non poteva andare meglio, dal punto di vista del movimento fantascientifico nostrano credo non ci sia poi molto da stare allegri. Ciò che soprattutto m'è parso mancare a Fiuggi era solo il futuro, e per una convention di fantascienza non è poco.
Insomma, parliamoci chiaro, quando alla Convention italiana di fantascienza, ovvero l'appuntamento che più di tutti dovrebbe riunire appassionati e professionisti del genere ti ritrovi a (ri)conoscere il 90% delle facce che vedi (nonostante fossi alla mia prima partecipazione), quando il numero totale dei partecipanti interessati ai vari incontri che riguardavano la scena italiana non supera mai le venti persone (con l'eccezione dell'incontro con Lippi, ma lì si parlava dei 40 anni di 2001 Odissea nello spazio, mica di sf italica), quando pur essendo in poche decine di individui non si perde occasione per dividersi e litigare per una cosa che tende al ridicolo come il Premio Italia, quando la maggior parte delle discussioni sono declinate al passato, beh… non è che ci sia poi proprio molto di cui essere soddisfatti.
Per capirci, se è vero che in libreria la presenza di libri di fantascienza è sempre più rarefatta e mimetica, privilegiando sempre e comunque il vecchio classico alla novità del momento, lo stesso si potrebbe dire del numero e dell'età degli appassionati. Lascio al visitatore di queste pagine ogni valutazione sulla reciprocità di questi fenomeni.
Ragazzi, siamo una razza in via d'estinzione. Godiamocela finché dura, ma non lamentiamoci troppo se anche alla prossima Convention si celebreranno le glorie (!!!) del passato piuttosto che le speranze o le inquietudini del futuro.
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Non so cosa mi aspettassi di trovare a Fiuggi, di certo dopo averne tanto sentito parlare negli anni scorsi ero piuttosto curioso. Se ero sicuro di trascorrere un ottimo fine settimana in buona compagnia, ero anche un pochino titubante rispetto all'entusiasmo che circonda questo appuntamento, viste almeno le mie personali idiosincrasie maturate negli anni sullo stato della fantascienza italiana.
In effetti in questi tre giorni sia le certezze che i dubbi hanno trovato piena conferma.
Le ore trascorse a chiacchiere e fantascienza sono state splendide, che è sempre bello incontrare i vecchi amici e fare nuove conoscenze. Le discussioni su romanzi, film e tendenze varie, fantascientifiche e non, non sono mancate (una particolare nota di merito a Dario Tonani che ha stoicamente sopportato il sottoscritto sproloquiare in lungo e in largo sul suo romanzo - a breve se ne riparlerà qui dentro), così come non sono mai mancati cibo e bevande a sciogliere anche le lingue più recalcitranti. Gli inteventi degli ospiti della manifestazione si sono rivelati anche meglio di quanto mi aspettassi (Ian Watson memorabile, Bruce Sterling incredibilmente affabile, Marina Sirtis semplicemente adorabile) e l'atmosfera generale dell'hotel che ci ospitava s'è mantenuta su standard decisamente accoglienti. (Per non parlar del Fuco!)
Se dal punto di vista personale questa Euro/Ital/DeepCon non poteva andare meglio, dal punto di vista del movimento fantascientifico nostrano credo non ci sia poi molto da stare allegri. Ciò che soprattutto m'è parso mancare a Fiuggi era solo il futuro, e per una convention di fantascienza non è poco.
Insomma, parliamoci chiaro, quando alla Convention italiana di fantascienza, ovvero l'appuntamento che più di tutti dovrebbe riunire appassionati e professionisti del genere ti ritrovi a (ri)conoscere il 90% delle facce che vedi (nonostante fossi alla mia prima partecipazione), quando il numero totale dei partecipanti interessati ai vari incontri che riguardavano la scena italiana non supera mai le venti persone (con l'eccezione dell'incontro con Lippi, ma lì si parlava dei 40 anni di 2001 Odissea nello spazio, mica di sf italica), quando pur essendo in poche decine di individui non si perde occasione per dividersi e litigare per una cosa che tende al ridicolo come il Premio Italia, quando la maggior parte delle discussioni sono declinate al passato, beh… non è che ci sia poi proprio molto di cui essere soddisfatti.
Per capirci, se è vero che in libreria la presenza di libri di fantascienza è sempre più rarefatta e mimetica, privilegiando sempre e comunque il vecchio classico alla novità del momento, lo stesso si potrebbe dire del numero e dell'età degli appassionati. Lascio al visitatore di queste pagine ogni valutazione sulla reciprocità di questi fenomeni.
Ragazzi, siamo una razza in via d'estinzione. Godiamocela finché dura, ma non lamentiamoci troppo se anche alla prossima Convention si celebreranno le glorie (!!!) del passato piuttosto che le speranze o le inquietudini del futuro.
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24 marzo 2009
Appuntamento a Fiuggi
Non posto più foto su flickr, non aggiorno il blog, visito pochissimo gli amici in rete, però oh… non sono mica scomparso del tutto! Il fatto è che la vita vera ultimamente è stata davvero piena di cose, tra lavoro e rugby e famiglia e fantascienza.
Per esempio tra i vari impegni di queste ultime settimane c'è stata la preparazione del numero speciale di Next (International!) che abbiamo impaginato insieme a Giovanni De Matteo per la Convention Europea di Fantascienza che si terrà a Fiuggi questo fine settimana.
Alla Convention quest'anno parteciperò anch'io, ed è la prima volta. Ma non sarò a Fiuggi solo come spettatore: grazie alla disponibilità dell'organizzazione potrò portare alla Convention buona parte di Rumore di fondo. Non so come andrà la mostra, non so nemmeno quante opere riuscirò ad esporre, ma di sicuro sarà un fine settimana pieno di persone interessanti, di chiacchiere e bevute e fantascienza. Difficile chiedere di meglio.
Ci si vede a Fiuggi!
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Per esempio tra i vari impegni di queste ultime settimane c'è stata la preparazione del numero speciale di Next (International!) che abbiamo impaginato insieme a Giovanni De Matteo per la Convention Europea di Fantascienza che si terrà a Fiuggi questo fine settimana.
Alla Convention quest'anno parteciperò anch'io, ed è la prima volta. Ma non sarò a Fiuggi solo come spettatore: grazie alla disponibilità dell'organizzazione potrò portare alla Convention buona parte di Rumore di fondo. Non so come andrà la mostra, non so nemmeno quante opere riuscirò ad esporre, ma di sicuro sarà un fine settimana pieno di persone interessanti, di chiacchiere e bevute e fantascienza. Difficile chiedere di meglio.
Ci si vede a Fiuggi!
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19 marzo 2009
Rugby Under 11
In attesa di avere (finalmente!) un po' di tempo da dedicare alla rete, beccatevi qualche foto dei giovani rugbisti modenesi in azione.
Buon divertimento!
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09 marzo 2009
Iain M. Banks Reloaded
Qualche tempo fa si parlava di Iain Banks a Verona e di una nostra fantomatica intervista all'autore scozzese.
Ora quell'intervista è finalmente disponibile nel nuovo numero di Robot appena pubblicato da Delos Books.
Enjoy!
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06 marzo 2009
Rapporto letture - Febbraio 2009
Charles Stross - Glasshouse
In Glasshouse Charlie Stross continua ad esplorare l'evoluzione dell'umanità post-singolarità vista in Accelerando. Per farlo adotta un tono decisamente più sobrio e pacato di quello cui ci aveva abituato. In effetti Glasshouse è caratterizzato da un'atmosfera cupa e a tratti angosciante, calato com'è in una realtà fatta di guerra, paranoia e controllo totale.
Partendo dall'idea del panopticon Stross tenta un'indagine sulla natura della coscienza e della memoria decidendo di fare un passo indietro rispetto all'approccio iperaccelerato e tecno-gadgetistico che contraddistingue la sua produzione precedente. Se il centro dei suoi romanzi fino a questo momento era infatti la sfrenata speculazione tecnologica, con personaggi perfettamente integrati e pronti a cavalcare l'onda del futuro, in Glasshouse ci troviamo per la prima volta a fare i conti con un protagonista che non ha la più pallida idea di cosa stia succedendo, che si ritrova privato della sua stessa identità e totalmente in balia di poteri su cui non ha alcun controllo.
I legami con la fantascienza sociologica che ha caratterizzato una lunga e fortunata stagione della letteratura di genere dello scorso secolo sono evidenti e vengono ancora più sottolineati dalla scelta di collocare la maggior parte dell'azione nell'archetipo del classico sobborgo americano anni '60, con la fortissima tensione al conformismo che lo caratterizza e l'emarginazione - se non la punizione - di chi tarda ad integrarsi.
Scegliere un approccio di questo tipo comporta il rischio di scivolare nella sterile satira d'antan o addirittura nella parodia. Stross evita abilmente questo genere di trappola con un controllo davvero magistrale dei toni, rinunciando magari alla sua caratteristica leggerezza e limitando al minimo le strizzate d'occhio al lettore.
Oltre ai temi già accennati dell'identità, della memoria e del controllo, Glasshouse è densissimo di ulteriori suggestioni (la guerra, il trauma, la religione) sempre comunque tratteggiate con eleganza e integrate ottimamente nella trama. Quest'ultima non è forse troppo sorprendente e i cambiamenti di prospettiva che si succedono paiono a volte un poco forzati, ma la tensione che regge la vicenda rimane comunque sempre alta, con la realtà sottesa all'esperimento sociale al centro del romanzo che si rivela progressivamente al lettore fino al degno finale. Se in Glasshouse c'è un difetto probabilmente sta nella parte iniziale del romanzo. In poche decine di pagine si accumula un tal numero di premesse appena accennate - necessarie poi nel prosieguo della vicenda - che rendono l'inizio della storia troppo macchinoso e incredibile.
Nonostante non sia un romanzo perfetto, Glasshouse è l'ulteriore dimostrazione della capacità di Charlie Stross di coniugare storie brillanti con riflessioni non banali sullo stato della realtà, dimostrando oltretutto una capacità di evoluzione nei temi e soprattutto nella scrittura che lo pongono ancora una volta ai vertici del genere.
Joe Haldeman - Guerra eterna: Ultimo Atto
Joe Haldeman è un simpaticone, basta leggere le note ai racconti e la presentazione di Connie Willis per farsene un'idea. I racconti che compongono l'antologia non fanno che confermare quest'impressione.
Che si tratti di traumi bellici, di catastrofi naturali o di apocalissi politiche, i personaggi di Haldeman hanno in comune la loro insistenza nel voler mantenere un minimo di equilibrio mentale nonostante gli eventi tentino in tutti i modi di sopraffarli. Quale strumento migliore dunque della leggera ironia con cui l'autore gestisce i loro rapporti con una realtà intollerabile?
Non aspettatevi però il tipo di autore che copre con sagace ironia la vacuità dei propri racconti, che Haldeman è invece uno scrittore decisamente pragmatico, brillante certo, ma memorabile soprattutto per la solidità delle storie che racconta piuttosto che per lo stile letterario (che pure c'è, ma non è mai più importante dell'idea che supporta). Per questo motivo e pure per una certa similitudine nei temi e nei personaggi - se non nell'ideologia - mi pare che Joe Haldeman ricordi in qualche modo il buon vecchio Robert Heinlein. Certo, in quest'ultimo si trova 'sta maledetta insistenza sul destino superomistico del singolo, che fortunatamente è del tutto esclusa dal panorama di Haldeman (se i suoi protagonisti sopravvivono è già un successo!). A parte questo aspetto le spinte e le motivazioni dei personaggi sono molto simili, vedi ad esempio la continua compenetrazione della sfera sessuale nella motivazione e nella costruzione dei racconti, lo sfrontato pragmatismo degli uomini e delle donne che animano i rispettivi universi narrativi e infine l'attenzione che entrambi gli autori dedicano all'aspetto politico-sociale delle vicende che raccontano, attenzione che lascia comunque pochi dubbi sull'individualismo del loro approccio alla scrittura.
Magari la fantascienza di Haldeman non sarà quella che preferisco, ma in ogni caso un'antologia come questa si legge molto molto volentieri.
AA.VV. - Robot 54
Un numero con buoni contenuti questo 54 di Robot anche se non particolarmente memorabile. Tolti i pezzi giornalistico/saggistici - che interviste alle star del cinema a parte sono sempre interessanti - la parte narrativa soffre forse la mancanza di un vero pezzo forte.
Tra le varie proposte del volume il racconto che più mi ha colpito è probabilmente Tre terrestri e un marziano di L.R. Johannis recuperato e pubblicato grazie al pregevole sforzo che Vittorio Catani dedica alla riscoperta della fantascienza italiana del tempo che fu. Certo, il racconto sorprende più per la sua curiosa natura di buon-racconto-anglosassone-d'epoca-scritto-da-un-italiano che per le sue qualità intrinseche, ma a volte tocca accontentarsi.
Del resto sono piacevoli anche Sogni Impossibili di Tim Pratt e La casa oltre il cielo di Benjamin Rosenbaum con il loro rivisitare in chiave moderna dei classici temi fantascientifici (il negozio magico, il magazzino dei mondi). Degli altri racconti presenti quello di Giuseppe De Micheli nonostante pecchi di qualche ingenuità è comunque interessante (probabilmente più per i risvolti storici che per quelli fantascientifici) mentre quello del russo Oleg Ovchinnikov soffre di un'idea un po' troppo abusata per risultare davvero memorabile.
Al sottoscritto non sono invece piaciuti né Cardanica di Dario Tonani (letteralmente indigesto, e poi pretende un po' troppo dalla mia sospensione d'incredulità), né Le vigilie di Natale della zia Elise di Thomas Ligotti che ho trovato oltremodo pretenzioso e stucchevole.
Ah… una nota a parte merita Valerio Evangelisti: forse sono l'unico a lamentarsene ma trovo i suoi pezzi cinefobici davvero insopportabili.
Jacques Spitz - Segnali dal sole
Segnali dal sole m'ha lasciato basito. Nella mia ignoranza non mi aspettavo certo che uno scrittore francese praticamente sconosciuto potesse narrare con tanta melodrammatica leggerezza una storia apocalittica come questa. Ma soprattutto Segnali dal sole mi ha sorpreso per la difficoltà che ho avuto nel conciliare l'esistenza di un libro simile con l'anno e il luogo in cui è stato pubblicato. Per quanto ne so la Francia del 1943 non doveva essere il posto più sereno del pianeta, immaginatevi quindi la mia sorpresa nello scoprire che nonostante la guerra e l'occupazione nazista c'era evidentemente, almeno per qualcuno, la possibilità di avere una vita normale, addirittura di pubblicare fantascienza (e venderla! e leggerla!). Certo, a pensarci razionalmente è quasi scontato che sia così, ma ritrovarsi con delle prove effettive in mano è stato davvero illuminante, tanto che oltre ad appassionarmi alla vicenda narrata mi sono spesso trovato a interrogarmi sulla vita dell'autore del romanzo.
In qualunque modo abbia trascorso i suoi giorni è innegabile che Jacques Spitz sapesse scrivere in maniera brillante e avvincente. Nonostante siano passati più di sessant'anni dalla sua uscita la lettura di Segnali dal sole non si limita ad essere un vacuo esercizio nostalgico e il sapore retrò della storia narrata rivela più di qualche aspetto interessante anche per il lettore attuale. Insomma, se vi capita di incrociare Jacques Spitz sul vostro cammino di lettori dategli una possibilità, credo rimarrete piacevolmente sorpresi anche voi.
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Seguite il link per le letture di gennaio.
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In Glasshouse Charlie Stross continua ad esplorare l'evoluzione dell'umanità post-singolarità vista in Accelerando. Per farlo adotta un tono decisamente più sobrio e pacato di quello cui ci aveva abituato. In effetti Glasshouse è caratterizzato da un'atmosfera cupa e a tratti angosciante, calato com'è in una realtà fatta di guerra, paranoia e controllo totale.
Partendo dall'idea del panopticon Stross tenta un'indagine sulla natura della coscienza e della memoria decidendo di fare un passo indietro rispetto all'approccio iperaccelerato e tecno-gadgetistico che contraddistingue la sua produzione precedente. Se il centro dei suoi romanzi fino a questo momento era infatti la sfrenata speculazione tecnologica, con personaggi perfettamente integrati e pronti a cavalcare l'onda del futuro, in Glasshouse ci troviamo per la prima volta a fare i conti con un protagonista che non ha la più pallida idea di cosa stia succedendo, che si ritrova privato della sua stessa identità e totalmente in balia di poteri su cui non ha alcun controllo.
I legami con la fantascienza sociologica che ha caratterizzato una lunga e fortunata stagione della letteratura di genere dello scorso secolo sono evidenti e vengono ancora più sottolineati dalla scelta di collocare la maggior parte dell'azione nell'archetipo del classico sobborgo americano anni '60, con la fortissima tensione al conformismo che lo caratterizza e l'emarginazione - se non la punizione - di chi tarda ad integrarsi.
Scegliere un approccio di questo tipo comporta il rischio di scivolare nella sterile satira d'antan o addirittura nella parodia. Stross evita abilmente questo genere di trappola con un controllo davvero magistrale dei toni, rinunciando magari alla sua caratteristica leggerezza e limitando al minimo le strizzate d'occhio al lettore.
Oltre ai temi già accennati dell'identità, della memoria e del controllo, Glasshouse è densissimo di ulteriori suggestioni (la guerra, il trauma, la religione) sempre comunque tratteggiate con eleganza e integrate ottimamente nella trama. Quest'ultima non è forse troppo sorprendente e i cambiamenti di prospettiva che si succedono paiono a volte un poco forzati, ma la tensione che regge la vicenda rimane comunque sempre alta, con la realtà sottesa all'esperimento sociale al centro del romanzo che si rivela progressivamente al lettore fino al degno finale. Se in Glasshouse c'è un difetto probabilmente sta nella parte iniziale del romanzo. In poche decine di pagine si accumula un tal numero di premesse appena accennate - necessarie poi nel prosieguo della vicenda - che rendono l'inizio della storia troppo macchinoso e incredibile.
Nonostante non sia un romanzo perfetto, Glasshouse è l'ulteriore dimostrazione della capacità di Charlie Stross di coniugare storie brillanti con riflessioni non banali sullo stato della realtà, dimostrando oltretutto una capacità di evoluzione nei temi e soprattutto nella scrittura che lo pongono ancora una volta ai vertici del genere.
Joe Haldeman - Guerra eterna: Ultimo Atto
Joe Haldeman è un simpaticone, basta leggere le note ai racconti e la presentazione di Connie Willis per farsene un'idea. I racconti che compongono l'antologia non fanno che confermare quest'impressione.
Che si tratti di traumi bellici, di catastrofi naturali o di apocalissi politiche, i personaggi di Haldeman hanno in comune la loro insistenza nel voler mantenere un minimo di equilibrio mentale nonostante gli eventi tentino in tutti i modi di sopraffarli. Quale strumento migliore dunque della leggera ironia con cui l'autore gestisce i loro rapporti con una realtà intollerabile?
Non aspettatevi però il tipo di autore che copre con sagace ironia la vacuità dei propri racconti, che Haldeman è invece uno scrittore decisamente pragmatico, brillante certo, ma memorabile soprattutto per la solidità delle storie che racconta piuttosto che per lo stile letterario (che pure c'è, ma non è mai più importante dell'idea che supporta). Per questo motivo e pure per una certa similitudine nei temi e nei personaggi - se non nell'ideologia - mi pare che Joe Haldeman ricordi in qualche modo il buon vecchio Robert Heinlein. Certo, in quest'ultimo si trova 'sta maledetta insistenza sul destino superomistico del singolo, che fortunatamente è del tutto esclusa dal panorama di Haldeman (se i suoi protagonisti sopravvivono è già un successo!). A parte questo aspetto le spinte e le motivazioni dei personaggi sono molto simili, vedi ad esempio la continua compenetrazione della sfera sessuale nella motivazione e nella costruzione dei racconti, lo sfrontato pragmatismo degli uomini e delle donne che animano i rispettivi universi narrativi e infine l'attenzione che entrambi gli autori dedicano all'aspetto politico-sociale delle vicende che raccontano, attenzione che lascia comunque pochi dubbi sull'individualismo del loro approccio alla scrittura.
Magari la fantascienza di Haldeman non sarà quella che preferisco, ma in ogni caso un'antologia come questa si legge molto molto volentieri.
AA.VV. - Robot 54
Un numero con buoni contenuti questo 54 di Robot anche se non particolarmente memorabile. Tolti i pezzi giornalistico/saggistici - che interviste alle star del cinema a parte sono sempre interessanti - la parte narrativa soffre forse la mancanza di un vero pezzo forte.
Tra le varie proposte del volume il racconto che più mi ha colpito è probabilmente Tre terrestri e un marziano di L.R. Johannis recuperato e pubblicato grazie al pregevole sforzo che Vittorio Catani dedica alla riscoperta della fantascienza italiana del tempo che fu. Certo, il racconto sorprende più per la sua curiosa natura di buon-racconto-anglosassone-d'epoca-scritto-da-un-italiano che per le sue qualità intrinseche, ma a volte tocca accontentarsi.
Del resto sono piacevoli anche Sogni Impossibili di Tim Pratt e La casa oltre il cielo di Benjamin Rosenbaum con il loro rivisitare in chiave moderna dei classici temi fantascientifici (il negozio magico, il magazzino dei mondi). Degli altri racconti presenti quello di Giuseppe De Micheli nonostante pecchi di qualche ingenuità è comunque interessante (probabilmente più per i risvolti storici che per quelli fantascientifici) mentre quello del russo Oleg Ovchinnikov soffre di un'idea un po' troppo abusata per risultare davvero memorabile.
Al sottoscritto non sono invece piaciuti né Cardanica di Dario Tonani (letteralmente indigesto, e poi pretende un po' troppo dalla mia sospensione d'incredulità), né Le vigilie di Natale della zia Elise di Thomas Ligotti che ho trovato oltremodo pretenzioso e stucchevole.
Ah… una nota a parte merita Valerio Evangelisti: forse sono l'unico a lamentarsene ma trovo i suoi pezzi cinefobici davvero insopportabili.
Jacques Spitz - Segnali dal sole
Segnali dal sole m'ha lasciato basito. Nella mia ignoranza non mi aspettavo certo che uno scrittore francese praticamente sconosciuto potesse narrare con tanta melodrammatica leggerezza una storia apocalittica come questa. Ma soprattutto Segnali dal sole mi ha sorpreso per la difficoltà che ho avuto nel conciliare l'esistenza di un libro simile con l'anno e il luogo in cui è stato pubblicato. Per quanto ne so la Francia del 1943 non doveva essere il posto più sereno del pianeta, immaginatevi quindi la mia sorpresa nello scoprire che nonostante la guerra e l'occupazione nazista c'era evidentemente, almeno per qualcuno, la possibilità di avere una vita normale, addirittura di pubblicare fantascienza (e venderla! e leggerla!). Certo, a pensarci razionalmente è quasi scontato che sia così, ma ritrovarsi con delle prove effettive in mano è stato davvero illuminante, tanto che oltre ad appassionarmi alla vicenda narrata mi sono spesso trovato a interrogarmi sulla vita dell'autore del romanzo.
In qualunque modo abbia trascorso i suoi giorni è innegabile che Jacques Spitz sapesse scrivere in maniera brillante e avvincente. Nonostante siano passati più di sessant'anni dalla sua uscita la lettura di Segnali dal sole non si limita ad essere un vacuo esercizio nostalgico e il sapore retrò della storia narrata rivela più di qualche aspetto interessante anche per il lettore attuale. Insomma, se vi capita di incrociare Jacques Spitz sul vostro cammino di lettori dategli una possibilità, credo rimarrete piacevolmente sorpresi anche voi.
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Seguite il link per le letture di gennaio.
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25 febbraio 2009
Wired
Ieri Davide Mana sul suo blog si stupiva della pochezza della nuova edizione italiana di Wired rispetto a ciò che rappresentava la rivista nei suoi primi anni di vita, quando usciva per una piccola casa editrice americana prima di essere ceduta al colosso Condé Nast.
Beh… quello che scrive Davide è certo vero e reale e condivisibile. Però…
Però ci sono alcuni aspetti della questione su cui Davide sorvola:
- Non siamo ormai un po' troppo cresciuti per aspettarci la rivoluzione da una rivista? Si è davvero mai vista una rivista rivoluzionaria di massa?
- l'italia non è certo l'america, a prescindere da ogni altra considerazione socio-culturale sono i numeri che fanno la differenza. Quanti sono i potenziali acquirenti di una rivista che si occupa di tecnoavanguardie al di qua e al di là dell'oceano?
- entrando nel merito della situazione culturale nostrana è sin troppo scontato notare come qui ci si trovi ancora nella preistoria dell'era digitale. I pochi veri-geek nostrani che cosa se ne fanno di una rivista come quella che rimpiangono? Ehi! Ora c'è intenet! (come fa notare giustamente Davide in questo post)
- ma allora Wired Italia? Come scrive Davide. e come molti altri hanno fatto notare in rete, la rivista appena uscita è una roba da fighetti. Potrà non piacere ('azz! a me la definizione schifa proprio), ma è qualcosa con cui fare i conti: essendo roba da fighetti verrà acquistata e letta da soggetti che la rete la conoscono magari solo per facebook.
(Non sia mai che li colga l'illuminazione!)
Da parte mia credo che vista la situazione italiana qualunque soggetto provi a declinare un discorso al futuro piuttosto che al passato è più che benvenuto. In altre parole, siamo davvero sicuri che faccia così male tentare di riportare nel mainstream quel barlume di interesse per l'innovazione tecnologica e il cambiamento che bene o male costituisce il cuore della rivista?
Ci sono 80 pagine di pubblicità? Sopravviverò. In compenso mi pare che ci siano delle gran belle foto, che la rivista sia stampata in maniera splendida, che la grafica sia davvero gradevole.
I contenuti? oh… è una rivista. Non so voi, ma io la leggo in bagno. That's entertainment.
Quindi Davide, mi spiace che tu abbia speso 4 euro. È vero, probabilmente Wired Italia non fa proprio al caso tuo.
Per me invece, che non sono tanto geek quanto mi piacerebbe essere, Wired Italia mi pare più che dignitosa.
E poi l'ho pagata solo 80 centesimi.
…
Beh… quello che scrive Davide è certo vero e reale e condivisibile. Però…
Però ci sono alcuni aspetti della questione su cui Davide sorvola:
- Non siamo ormai un po' troppo cresciuti per aspettarci la rivoluzione da una rivista? Si è davvero mai vista una rivista rivoluzionaria di massa?
- l'italia non è certo l'america, a prescindere da ogni altra considerazione socio-culturale sono i numeri che fanno la differenza. Quanti sono i potenziali acquirenti di una rivista che si occupa di tecnoavanguardie al di qua e al di là dell'oceano?
- entrando nel merito della situazione culturale nostrana è sin troppo scontato notare come qui ci si trovi ancora nella preistoria dell'era digitale. I pochi veri-geek nostrani che cosa se ne fanno di una rivista come quella che rimpiangono? Ehi! Ora c'è intenet! (come fa notare giustamente Davide in questo post)
- ma allora Wired Italia? Come scrive Davide. e come molti altri hanno fatto notare in rete, la rivista appena uscita è una roba da fighetti. Potrà non piacere ('azz! a me la definizione schifa proprio), ma è qualcosa con cui fare i conti: essendo roba da fighetti verrà acquistata e letta da soggetti che la rete la conoscono magari solo per facebook.
(Non sia mai che li colga l'illuminazione!)
Da parte mia credo che vista la situazione italiana qualunque soggetto provi a declinare un discorso al futuro piuttosto che al passato è più che benvenuto. In altre parole, siamo davvero sicuri che faccia così male tentare di riportare nel mainstream quel barlume di interesse per l'innovazione tecnologica e il cambiamento che bene o male costituisce il cuore della rivista?
Ci sono 80 pagine di pubblicità? Sopravviverò. In compenso mi pare che ci siano delle gran belle foto, che la rivista sia stampata in maniera splendida, che la grafica sia davvero gradevole.
I contenuti? oh… è una rivista. Non so voi, ma io la leggo in bagno. That's entertainment.
Quindi Davide, mi spiace che tu abbia speso 4 euro. È vero, probabilmente Wired Italia non fa proprio al caso tuo.
Per me invece, che non sono tanto geek quanto mi piacerebbe essere, Wired Italia mi pare più che dignitosa.
E poi l'ho pagata solo 80 centesimi.
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13 febbraio 2009
A Londra!
Nonostante non si sia riusciti a fare un salto a Twickenham (col senno di poi è andata anche bene), Londra ci ha davvero colpiti. Non avevamo particolari aspettative, che già avere qualche giorno di vacanza era una piccola soddisfazione. Però Londra è riuscita a sorprenderci. Erano anni che non ci mettevamo piede, eppure questi giorni trascorsi tra le sue strade hanno avuto davvero il sapore della prima volta.
Noi non siamo soliti viaggiare per grandi città, quando andiamo in vacanza (che ormai sono gli unici momenti da viaggiatori che ci sono rimasti) preferiamo muoverci tra campagne, coste desolate e luoghi in genere piuttosto solitari. Ma ogni tanto ci scappa di vedere com'è la vita nella metropoli e quindi via, vediamo un po' che impressione ci fa Londra.
La prima cosa che ci colpisce è il caldo insopportabile della corriera che ci porta in città dall'aeroporto, ci aspettavamo neve e gelo, ma forse il calore eccessivo degli interni è una reazione al clima esterno.
La seconda cosa sono le dimensioni. Londra è enorme, ci viaggi dentro per un sacco di tempo prima di arrivare, ovunque tu stia andando. Però Londra è anche accogliente: i suoi quartieri non danno (quasi) mai l'impressione della città tentacolare, quanto piuttosto quella di tante cittadine una a fianco all'altra. La stessa impressione si ha quando ti dirigi verso i sobborghi: fai poche decine di chilometri dal centro che subito ti ritrovi in una campagna verde e alberata tanto che la metropoli sembra appartenere a un altro continuum. (Se penso a Milano, il confronto è semplicemente improponibile).
Lo spettro pressoché infinito dei tipi umani e architettonici in cui capita di imbattersi passeggiando per la città ci ha fatto sentire davvero provinciali. Nel giro di pochi passi senti parlare in una dozzina di lingue diverse, nel giro di pochi metri le vetrine più avveniristiche si sovrappongono a palazzi secolari, la teoria dei lavori in corso - che Londra è viva soprattutto nella sua perenne attività edilizia: costruzioni, demolizioni, ristrutturazioni sono visibili dietro ogni angolo - si confronta con l'apparente eternità di certi luoghi. Insomma, a girare per la città si rischia l'overload sensoriale, ed è davvero come entrare in un altro mondo (l'avevo detto che siamo dei campagnoli, no?).
E che dire dei trasporti urbani? Dotati della nostra bella Oyster Card abbiamo girato in lungo e in largo, certi che dovunque ci trovassimo le mappe disponibili ad ogni fermata ci avrebbero riportati ovunque volessimo andare. Ormai non ho più una gran dimestichezza coi mezzi pubblici, ma perdersi a Londra m'è sembrato davvero difficile, come del resto spazientirsi per orari o ritardi o malfunzionamenti. Per quel che ci riguarda c'era sempre un autobus pronto a raccoglierci. (Anche se la metropolitana ancora chiusa dopo le sette del mattino ci ha lasciati un po' basiti! Va bene che era domenica, ma oh… c'è una metropoli da mandare avanti!)
Senza entrare nei dettagli dei musei visitati (tutti gratuiti, sembra di sognare…), delle birre bevute e del numero di teatri in cui siamo incappati (Incredibile!), Londra ci è sembrata decisamente accogliente, molto inglese all'apparenza ma decisamente globalizzata nella sostanza (e fortunatamente! se non altro almeno per la ricchezza gastronomica che la globalizzazione porta con se. Vuoi mettere se ci toccava mangiare british tutti i giorni?).
Mi sa che ci toccherà tornarci.
…
Noi non siamo soliti viaggiare per grandi città, quando andiamo in vacanza (che ormai sono gli unici momenti da viaggiatori che ci sono rimasti) preferiamo muoverci tra campagne, coste desolate e luoghi in genere piuttosto solitari. Ma ogni tanto ci scappa di vedere com'è la vita nella metropoli e quindi via, vediamo un po' che impressione ci fa Londra.
La prima cosa che ci colpisce è il caldo insopportabile della corriera che ci porta in città dall'aeroporto, ci aspettavamo neve e gelo, ma forse il calore eccessivo degli interni è una reazione al clima esterno.
La seconda cosa sono le dimensioni. Londra è enorme, ci viaggi dentro per un sacco di tempo prima di arrivare, ovunque tu stia andando. Però Londra è anche accogliente: i suoi quartieri non danno (quasi) mai l'impressione della città tentacolare, quanto piuttosto quella di tante cittadine una a fianco all'altra. La stessa impressione si ha quando ti dirigi verso i sobborghi: fai poche decine di chilometri dal centro che subito ti ritrovi in una campagna verde e alberata tanto che la metropoli sembra appartenere a un altro continuum. (Se penso a Milano, il confronto è semplicemente improponibile).
Lo spettro pressoché infinito dei tipi umani e architettonici in cui capita di imbattersi passeggiando per la città ci ha fatto sentire davvero provinciali. Nel giro di pochi passi senti parlare in una dozzina di lingue diverse, nel giro di pochi metri le vetrine più avveniristiche si sovrappongono a palazzi secolari, la teoria dei lavori in corso - che Londra è viva soprattutto nella sua perenne attività edilizia: costruzioni, demolizioni, ristrutturazioni sono visibili dietro ogni angolo - si confronta con l'apparente eternità di certi luoghi. Insomma, a girare per la città si rischia l'overload sensoriale, ed è davvero come entrare in un altro mondo (l'avevo detto che siamo dei campagnoli, no?).
E che dire dei trasporti urbani? Dotati della nostra bella Oyster Card abbiamo girato in lungo e in largo, certi che dovunque ci trovassimo le mappe disponibili ad ogni fermata ci avrebbero riportati ovunque volessimo andare. Ormai non ho più una gran dimestichezza coi mezzi pubblici, ma perdersi a Londra m'è sembrato davvero difficile, come del resto spazientirsi per orari o ritardi o malfunzionamenti. Per quel che ci riguarda c'era sempre un autobus pronto a raccoglierci. (Anche se la metropolitana ancora chiusa dopo le sette del mattino ci ha lasciati un po' basiti! Va bene che era domenica, ma oh… c'è una metropoli da mandare avanti!)
Senza entrare nei dettagli dei musei visitati (tutti gratuiti, sembra di sognare…), delle birre bevute e del numero di teatri in cui siamo incappati (Incredibile!), Londra ci è sembrata decisamente accogliente, molto inglese all'apparenza ma decisamente globalizzata nella sostanza (e fortunatamente! se non altro almeno per la ricchezza gastronomica che la globalizzazione porta con se. Vuoi mettere se ci toccava mangiare british tutti i giorni?).
Mi sa che ci toccherà tornarci.
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12 febbraio 2009
04 febbraio 2009
Rapporto letture - Gennaio 2009
Geni'chiro Takahashi - Sayonara, gangsters
Postmoderno, surreale, avantpop. Per questo romanzo del giapponese Takahashi le etichette si sono sprecate. Il fatto è che potreste infilare Sayonara, gangsters in qualsiasi scaffale della vostra libreria, dalla fantascienza fino alla poesia, e lui si scaverebbe comunque un angolino comodo dove trovarsi a suo agio.
Da parte mia non saprei bene come catalogarlo. Ciò che importa è che la leggerezza e le invenzioni che contraddistinguono questo romanzo sono davvero memorabili. In ogni pagina di Sayonara, gangsters si respira l'amore per le storie che ci hanno costruito, il sapore dolce amaro della scrittura e la vertigine dell'immaginazione sfrenata. Le scorribande di Takahashi tra le pieghe dell'immaginario giapponese (e occidentale) sono formidabili e il risultato finale è originale e affascinante. Un romanzo da non perdere insomma.
Una nota di merito va a Gianluca Coci traduttore/curatore italiano del volume. La versione italiana del romanzo m'è parsa davvero ottima e la postfazione al volume è utilissima per penetrare più consapevolmente nel mondo dell'autore giapponese. Takahashi Geni'chiro è stato davvero fortunato a capitare nelle sue mani.
Ken MacLeod - La fortezza dei cosmonauti
Sono un po' incerto sul come giudicare questo romanzo dello scrittore scozzese Ken MacLeod: da un lato la storia è ben congegniata, lo scorrere parallelo dei due flussi temporali - un futuro prossimo sorprendentemente sovietico e uno remoto con tanto di sauri intelligenti al seguito - risulta ben bilanciato e la descrizione dei due mondi in cui si svolge l'azione sufficientemente meravigliosa e realistica da non annoiare. Però ogni tanto MacLeod m'ha dato l'impressione di perdersi un po' troppo in chiacchiere e di parlarsi addosso senza ce ne fosse davvero necessità, con il risultato di perdere il lettore per strada senza offrirgli nulla in cambio. Se a questo aggiungete il costante bisogno che l'autore ha di iniettare nel romanzo una visione Seria e Impegnata della Storia e della Politica capite bene che il piacere della lettura rischia a volte di scivolare mestamente verso la noia e il pregiudizio.
Ma forse il problema è che non tutti hanno il talento di un Banks o la leggerezza di uno Stross e quando un autore normale percorre le strade battute da gente di quel calibro il confronto salta agli occhi e un romanzo peraltro piacevole come questo La fortezza dei cosmonauti rischia una sorte peggiore di quanto forse meriterebbe.
Richard Powell - Via col piombo
Solitamente non compro il Giallo Mondadori, ma in questo numero compariva un racconto di Giovanni De Matteo che ero davvero curioso di leggere. Il racconto intitolato programmaticamente Logica del dominio è devastante, una ricostruzione agghiacciante della strage di San Gennaro, con la cronaca che si mescola alla fiction per un risultato che fa onore al suo autore.
Già che c'ero mi sono letto pure il romanzo di Powell, una solida storia hard-boiled che proviene dritta dritta dagli anni '50 dello scorso secolo. Tra ragazze perdutamente innamorate, poliziotti più o meno prestanti e cattivi che ricalcano pedissequamente tutti i cliché del loro ruolo Via col piombo si legge volentieri grazie soprattutto all'inettitudine del suo protagonista che stempera nell'ironia il passo pesante del racconto fino allo scontato lieto finale finale.
Peter Orner - Un solo tipo di vento
Il panorama desolato e affascinante della Namibia fa da sfondo a questo romanzo di Peter Orner. La cronaca quasi diaristica della permanenza di un insegnante nordamericano in una scuola persa nel deserto namibiano colpisce per l'atmosfera di normale rassegnazione dei personaggi che animano le pagine del racconto. Sullo sfondo delle vicende recenti (sempre tragiche, sempre violente) di quel pezzo d'Africa la storia della scuola di Goas sembra quella di una comunità di naufraghi separati dal flusso travolgente della Storia nella loro personale isola deserta.
Un solo tipo di vento colpisce più per il suo contenuto documentaristico che per la forza della narrazione, ma rimane comunque un'ottima lettura, soprattutto se vi piacciono le storie di personaggi veri e riconoscibili persi ai confini del nulla.
Robert J. Sawyer - Fuga dal pianeta degli umani
Seconda puntata del ciclo del Neanderthal Parallax che narra dell'incontro tra la nostra terra e quella parallela abitata dai nostri cugini di Neanderthal.
Riprendendo la vicenda iniziata ne La genesi della specie l'autore segue le vicissitudini del fisico Ponter Bondit alle prese in questa nuova avventura con le pene d'amore per la sua compagna sapiens e gli interrogativi sconosciuti ai Neanderthal sui rapporti tra fede e mortalità, con sullo sfondo la follia e la grandezza del genere umano.
Meno sorprendente e avventuroso del primo volume Fuga dal pianeta degli umani conferma le doti di solido narratore del canadese Robert J. Sawyer. La sua è una fantascienza che non ambisce certo all'avanguardia speculativa o alla ricercatezza stilistica, rappresentando piuttosto un tentativo di conciliare i più classici topoi del genere con una sensibilità aggiornata al presente. In questo ambito credo ci siano in giro pochi scrittori altrettanto validi.
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Postmoderno, surreale, avantpop. Per questo romanzo del giapponese Takahashi le etichette si sono sprecate. Il fatto è che potreste infilare Sayonara, gangsters in qualsiasi scaffale della vostra libreria, dalla fantascienza fino alla poesia, e lui si scaverebbe comunque un angolino comodo dove trovarsi a suo agio.
Da parte mia non saprei bene come catalogarlo. Ciò che importa è che la leggerezza e le invenzioni che contraddistinguono questo romanzo sono davvero memorabili. In ogni pagina di Sayonara, gangsters si respira l'amore per le storie che ci hanno costruito, il sapore dolce amaro della scrittura e la vertigine dell'immaginazione sfrenata. Le scorribande di Takahashi tra le pieghe dell'immaginario giapponese (e occidentale) sono formidabili e il risultato finale è originale e affascinante. Un romanzo da non perdere insomma.
Una nota di merito va a Gianluca Coci traduttore/curatore italiano del volume. La versione italiana del romanzo m'è parsa davvero ottima e la postfazione al volume è utilissima per penetrare più consapevolmente nel mondo dell'autore giapponese. Takahashi Geni'chiro è stato davvero fortunato a capitare nelle sue mani.
Ken MacLeod - La fortezza dei cosmonauti
Sono un po' incerto sul come giudicare questo romanzo dello scrittore scozzese Ken MacLeod: da un lato la storia è ben congegniata, lo scorrere parallelo dei due flussi temporali - un futuro prossimo sorprendentemente sovietico e uno remoto con tanto di sauri intelligenti al seguito - risulta ben bilanciato e la descrizione dei due mondi in cui si svolge l'azione sufficientemente meravigliosa e realistica da non annoiare. Però ogni tanto MacLeod m'ha dato l'impressione di perdersi un po' troppo in chiacchiere e di parlarsi addosso senza ce ne fosse davvero necessità, con il risultato di perdere il lettore per strada senza offrirgli nulla in cambio. Se a questo aggiungete il costante bisogno che l'autore ha di iniettare nel romanzo una visione Seria e Impegnata della Storia e della Politica capite bene che il piacere della lettura rischia a volte di scivolare mestamente verso la noia e il pregiudizio.
Ma forse il problema è che non tutti hanno il talento di un Banks o la leggerezza di uno Stross e quando un autore normale percorre le strade battute da gente di quel calibro il confronto salta agli occhi e un romanzo peraltro piacevole come questo La fortezza dei cosmonauti rischia una sorte peggiore di quanto forse meriterebbe.
Richard Powell - Via col piombo
Solitamente non compro il Giallo Mondadori, ma in questo numero compariva un racconto di Giovanni De Matteo che ero davvero curioso di leggere. Il racconto intitolato programmaticamente Logica del dominio è devastante, una ricostruzione agghiacciante della strage di San Gennaro, con la cronaca che si mescola alla fiction per un risultato che fa onore al suo autore.
Già che c'ero mi sono letto pure il romanzo di Powell, una solida storia hard-boiled che proviene dritta dritta dagli anni '50 dello scorso secolo. Tra ragazze perdutamente innamorate, poliziotti più o meno prestanti e cattivi che ricalcano pedissequamente tutti i cliché del loro ruolo Via col piombo si legge volentieri grazie soprattutto all'inettitudine del suo protagonista che stempera nell'ironia il passo pesante del racconto fino allo scontato lieto finale finale.
Peter Orner - Un solo tipo di vento
Il panorama desolato e affascinante della Namibia fa da sfondo a questo romanzo di Peter Orner. La cronaca quasi diaristica della permanenza di un insegnante nordamericano in una scuola persa nel deserto namibiano colpisce per l'atmosfera di normale rassegnazione dei personaggi che animano le pagine del racconto. Sullo sfondo delle vicende recenti (sempre tragiche, sempre violente) di quel pezzo d'Africa la storia della scuola di Goas sembra quella di una comunità di naufraghi separati dal flusso travolgente della Storia nella loro personale isola deserta.
Un solo tipo di vento colpisce più per il suo contenuto documentaristico che per la forza della narrazione, ma rimane comunque un'ottima lettura, soprattutto se vi piacciono le storie di personaggi veri e riconoscibili persi ai confini del nulla.
Robert J. Sawyer - Fuga dal pianeta degli umani
Seconda puntata del ciclo del Neanderthal Parallax che narra dell'incontro tra la nostra terra e quella parallela abitata dai nostri cugini di Neanderthal.
Riprendendo la vicenda iniziata ne La genesi della specie l'autore segue le vicissitudini del fisico Ponter Bondit alle prese in questa nuova avventura con le pene d'amore per la sua compagna sapiens e gli interrogativi sconosciuti ai Neanderthal sui rapporti tra fede e mortalità, con sullo sfondo la follia e la grandezza del genere umano.
Meno sorprendente e avventuroso del primo volume Fuga dal pianeta degli umani conferma le doti di solido narratore del canadese Robert J. Sawyer. La sua è una fantascienza che non ambisce certo all'avanguardia speculativa o alla ricercatezza stilistica, rappresentando piuttosto un tentativo di conciliare i più classici topoi del genere con una sensibilità aggiornata al presente. In questo ambito credo ci siano in giro pochi scrittori altrettanto validi.
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20 gennaio 2009
Flickr, anno quarto.
Ormai è diventata un'abitudine, e così rieccomi anche quest'anno a commentare il mio rapporto con la più importante piattaforma di sharing fotografico disponibile in rete.
L'anno scorso mi lamentavo della deriva che avevano preso le cose, dagli inizi idilliaci, con il focus del sito incentrato quasi totalmente sulla fotografia in tutti i suoi aspetti, con l'entusiasmo della comunità degli utenti e la sensazione che dall'altra parte ci fosse qualcuno messo più o meno come noi, alla trasformazione progressiva di flickr in un social network qualsiasi, con ben distinti ruoli e prerogative del gestore del servizio e l'utenza rassegnata ad adeguarsi o a sparire. Nel corso di questi mesi le cose non sono migliorate, mi sono piuttosto reso conto che le alternative disponibili in rete non erano poi molto diverse. Del resto il panorama internettaro mi pare sempre più teso alla socialità vacua e artificiale della chiacchiera, con la residua e comunque persistente possibilità di approfondire, conoscere e imparare lasciata sempre più all'iniziativa individuale. Il che non è per forza una brutta cosa, ma costituisce comunque un approccio ben diverso da quello che mi ha attirato da sempre verso la rete.
Un'evoluzione di questo tipo è probabilmente inevitabile con la progressiva massificazione dell'accesso e il conseguente livellamento al minimo comune denominatore dei contenuti più facilmente reperibili. Però a me le belle sensazioni dei primi tempi, l'entusiasmo per la novità e la continua scoperta di nuovi mondo, beh… lasciatemelo dire, un po' mi mancano. Ma bando alla nostalgia, che la rete è comunque più grande di quanto chiunque di noi riesca a immaginare, che tra tre mesi ci sarà dietro l'angolo una big thing totalmente nuova e imperdibile, che il consueto ciclo di frettoloso entusiasmo, tranquilla partecipazione e rassegnato abbandono è già pronto a ripartire per l'ennesima volta.
Tornando al mio spazio su flickr, ho deciso che al momento attuale posso fare tranquillamente a meno dei privilegi dell'utenza "pro", che per quanto mi riguarda si limitano alla possibilità di caricare e mostrare un numero illimitato di foto (ma il limite di duecento è facilmente bypassabile, le mie foto per esempio sono tutte visibilli qui). Del resto ultimamente sto postando davvero poche cose nuove. Non ho smesso di fotografare, tutt'altro. Piuttosto mi rendo conto che la vetrina di flickr non mi basta più e che per imparare qualcosa di nuovo - che è poi la cosa che più mi legava alla piattaforma - è ormai necessario spostare l'attenzione anche al di fuori della rete, iniziando magari a sperimentare a ruota libera senza per forza aspettarsi un ritorno immediato (che è la droga flickriana da cui è più difficile allontanarsi).
Non so dove mi porterà questo nuovo anno fotografico, flickr o non flickr conto comunque di darmi da fare, vedremo se da questi sforzi uscirà ancora qualcosa di buono.
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L'anno scorso mi lamentavo della deriva che avevano preso le cose, dagli inizi idilliaci, con il focus del sito incentrato quasi totalmente sulla fotografia in tutti i suoi aspetti, con l'entusiasmo della comunità degli utenti e la sensazione che dall'altra parte ci fosse qualcuno messo più o meno come noi, alla trasformazione progressiva di flickr in un social network qualsiasi, con ben distinti ruoli e prerogative del gestore del servizio e l'utenza rassegnata ad adeguarsi o a sparire. Nel corso di questi mesi le cose non sono migliorate, mi sono piuttosto reso conto che le alternative disponibili in rete non erano poi molto diverse. Del resto il panorama internettaro mi pare sempre più teso alla socialità vacua e artificiale della chiacchiera, con la residua e comunque persistente possibilità di approfondire, conoscere e imparare lasciata sempre più all'iniziativa individuale. Il che non è per forza una brutta cosa, ma costituisce comunque un approccio ben diverso da quello che mi ha attirato da sempre verso la rete.
Un'evoluzione di questo tipo è probabilmente inevitabile con la progressiva massificazione dell'accesso e il conseguente livellamento al minimo comune denominatore dei contenuti più facilmente reperibili. Però a me le belle sensazioni dei primi tempi, l'entusiasmo per la novità e la continua scoperta di nuovi mondo, beh… lasciatemelo dire, un po' mi mancano. Ma bando alla nostalgia, che la rete è comunque più grande di quanto chiunque di noi riesca a immaginare, che tra tre mesi ci sarà dietro l'angolo una big thing totalmente nuova e imperdibile, che il consueto ciclo di frettoloso entusiasmo, tranquilla partecipazione e rassegnato abbandono è già pronto a ripartire per l'ennesima volta.
Tornando al mio spazio su flickr, ho deciso che al momento attuale posso fare tranquillamente a meno dei privilegi dell'utenza "pro", che per quanto mi riguarda si limitano alla possibilità di caricare e mostrare un numero illimitato di foto (ma il limite di duecento è facilmente bypassabile, le mie foto per esempio sono tutte visibilli qui). Del resto ultimamente sto postando davvero poche cose nuove. Non ho smesso di fotografare, tutt'altro. Piuttosto mi rendo conto che la vetrina di flickr non mi basta più e che per imparare qualcosa di nuovo - che è poi la cosa che più mi legava alla piattaforma - è ormai necessario spostare l'attenzione anche al di fuori della rete, iniziando magari a sperimentare a ruota libera senza per forza aspettarsi un ritorno immediato (che è la droga flickriana da cui è più difficile allontanarsi).
Non so dove mi porterà questo nuovo anno fotografico, flickr o non flickr conto comunque di darmi da fare, vedremo se da questi sforzi uscirà ancora qualcosa di buono.
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14 gennaio 2009
Once
Ci ho messo più tempo di quanto prevedevo a inventarmi qualcosa riguardo a Once, ma ogni promessa è debito, quindi ecco qua qualche osservazione sparsa su questo piccolo romantico musical irlandese scritto e diretto da John Carney.
Non è per niente facile dire qualcosa di sensato e interessante su un film del genere. Dopotutto Once è il classico film da sfigati, illusi terminali, falsi ingenui. Come altro lo definireste voi un film che racconta una storia incredibile, fondata sul credo della seconda possibilità, sull'etica della musica di strada e sull'innata bontà umana?
Però, nonostante tutto, a me Once è piaciuto molto (delle tre categorie elencate sopra decidete voi in quale collocarmi).
Il fatto è che Once è un musical e quindi è ipso facto una favola. Di più. Once è un musical irlandese e ci sono pochi altri popoli europei altrettanto capaci di ramazzare l'immaginario collettivo a colpi di sfiga e illusioni e ingenuità varie.
Piccolo excursus personale, utile magari a comprendere meglio quanto Once mi abbia colpito:
Per quella che è la mia esperienza negli ultimi decenni gli abitanti delle città nostrane, anche di quelle più piccole (penso a Modena, penso a Bolzano), si sono progressivamente specializzati nell'arte di farsi i fatti propri, nella capacità di ignorare qualsiasi stimolo esterno e di evitare, per quanto possibile (e anche più di quanto ritenevo possibile), il rischio di contatto con l'altro, chiunque esso sia.
Per i miei standard Dublino è una grande città, ma nonostante l'eterogeneità tipica di una città di tali dimensioni vi succedono cose davvero strane: gente che vedendoti perso si ferma per strada offrendoti aiuto, autisti di autobus che fanno letteralmente di tutto per farti scendere alla fermata giusta, signore che sembra non vedano l'ora di fare due passi con te per scambiare quattro chiacchiere.
In Once si ritrova pari pari la stessa atmosfera, la stessa umanità. In questo senso m'è parsa decisamente azzeccata la scelta degli autori - non so quanto obbligata - di dare un taglio povero a tutta la pellicola, con una fotografia che si accontenta dell'uso costante della luce ambientale, con l'utilizzo paradigmatico di attori non professionisti, con l'aspetto documentaristico che caratterizza tutta l'operazione.
Once però è soprattutto un musical nella più classica delle sue espressioni e quindi ecco la musica: sentimentale ma credibile, pop certo, ma dal sapore inconfondibile d'Irlanda, con un retrogusto genuino che ben si sposa alla trama grossa su cui si intesse il racconto del film.
Se questo genere di cose non vi lascia indifferenti arrivati a questo punto siete ormai fregati, vi appassionerete alle vicende personali dei due protagonisti, sorvolerete sull'improbabilità della relazione che li lega, riuscirete perfino a ignorare il ritorno delle vecchie fiamme nel finale e vi godrete l'atmosfera umida e amichevole delle vecchie compagnie dublinesi.
Alla fine insomma Once conquisterà anche voi e… tutti amici come prima!
…
Non è per niente facile dire qualcosa di sensato e interessante su un film del genere. Dopotutto Once è il classico film da sfigati, illusi terminali, falsi ingenui. Come altro lo definireste voi un film che racconta una storia incredibile, fondata sul credo della seconda possibilità, sull'etica della musica di strada e sull'innata bontà umana?
Però, nonostante tutto, a me Once è piaciuto molto (delle tre categorie elencate sopra decidete voi in quale collocarmi).
Il fatto è che Once è un musical e quindi è ipso facto una favola. Di più. Once è un musical irlandese e ci sono pochi altri popoli europei altrettanto capaci di ramazzare l'immaginario collettivo a colpi di sfiga e illusioni e ingenuità varie.
Piccolo excursus personale, utile magari a comprendere meglio quanto Once mi abbia colpito:
Per quella che è la mia esperienza negli ultimi decenni gli abitanti delle città nostrane, anche di quelle più piccole (penso a Modena, penso a Bolzano), si sono progressivamente specializzati nell'arte di farsi i fatti propri, nella capacità di ignorare qualsiasi stimolo esterno e di evitare, per quanto possibile (e anche più di quanto ritenevo possibile), il rischio di contatto con l'altro, chiunque esso sia.
Per i miei standard Dublino è una grande città, ma nonostante l'eterogeneità tipica di una città di tali dimensioni vi succedono cose davvero strane: gente che vedendoti perso si ferma per strada offrendoti aiuto, autisti di autobus che fanno letteralmente di tutto per farti scendere alla fermata giusta, signore che sembra non vedano l'ora di fare due passi con te per scambiare quattro chiacchiere.
In Once si ritrova pari pari la stessa atmosfera, la stessa umanità. In questo senso m'è parsa decisamente azzeccata la scelta degli autori - non so quanto obbligata - di dare un taglio povero a tutta la pellicola, con una fotografia che si accontenta dell'uso costante della luce ambientale, con l'utilizzo paradigmatico di attori non professionisti, con l'aspetto documentaristico che caratterizza tutta l'operazione.
Once però è soprattutto un musical nella più classica delle sue espressioni e quindi ecco la musica: sentimentale ma credibile, pop certo, ma dal sapore inconfondibile d'Irlanda, con un retrogusto genuino che ben si sposa alla trama grossa su cui si intesse il racconto del film.
Se questo genere di cose non vi lascia indifferenti arrivati a questo punto siete ormai fregati, vi appassionerete alle vicende personali dei due protagonisti, sorvolerete sull'improbabilità della relazione che li lega, riuscirete perfino a ignorare il ritorno delle vecchie fiamme nel finale e vi godrete l'atmosfera umida e amichevole delle vecchie compagnie dublinesi.
Alla fine insomma Once conquisterà anche voi e… tutti amici come prima!
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09 gennaio 2009
Volare via
Potendo scegliere tra Barcellona e Londra, voi dove trascorrereste un fine settimana lungo?
E perché?
Grazie!
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07 gennaio 2009
Gaza
Ci sono due blog che seguo con costanza, due blog estremamente interessanti, preparati e brillanti. Sono i blog di Leonardo e quello di Freddy Nietzsche. A poche ore di distanza uno dall'altro hanno postato entrambi un contributo importante per districarsi nella complicata questione della guerra portata da Israele nella Striscia di Gaza.
Il pezzo di Freddy Nietzsche (War, hate and understanding) e quello di Leonardo ((e non del tutto sbagliate)) hanno posizioni antitetiche sul bombardamento e la successiva invasione militare israeliana di Gaza.
Qui non si tratta di dare ragione a uno o all'altro, non ne so abbastanza e in ogni caso prendere posizione non cambierebbe NULLA di quello che sta succedendo laggiù: le persone continuerebbe a morire, l'odio a crescere mentre una soluzione pacifica si allontana indefinitivamente. A me comunque piacerebbe davvero assistere ad un confronto pacato e civile e (credo) illuminante tra i due autori.
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Il pezzo di Freddy Nietzsche (War, hate and understanding) e quello di Leonardo ((e non del tutto sbagliate)) hanno posizioni antitetiche sul bombardamento e la successiva invasione militare israeliana di Gaza.
Qui non si tratta di dare ragione a uno o all'altro, non ne so abbastanza e in ogni caso prendere posizione non cambierebbe NULLA di quello che sta succedendo laggiù: le persone continuerebbe a morire, l'odio a crescere mentre una soluzione pacifica si allontana indefinitivamente. A me comunque piacerebbe davvero assistere ad un confronto pacato e civile e (credo) illuminante tra i due autori.
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31 dicembre 2008
Fine anno, tempo di classifiche (e auguri!)
Il 2008 ormai è andato, e se anche le cose nel mondo vanno sempre nel solito modo schifoso io non mi posso proprio lamentare. L'anno che sta finendo è stato pieno di soddisfazioni per me e per tutta la famiglia: abbiamo conosciuto persone meravigliose, ci siamo dati all'attività sportiva (poca, ma buona!), siamo pure tornati in Irlanda, cosa chiedere di meglio?
Augurando a tutti un 2009 magnifico ecco qui il consueto post che riassume sotto forma di classifiche le migliori cose incontrate durante il mio anno di letture.
Narrativa:
- La strada, di Cormack McCarthy
- Giochi sacri, di Vikram Chandra
- L'urlo e il furore, di William Faulkner
- Brasyl, di Ian McDonald
- La regina degli scacchi, di Walter Tevis
- Saga, di Tonino Benacquista
- L'intrepida Tiffany e i piccoli uomini liberi, di Terry Pratchett
- L'istinto della caccia, di Dashiell Hammett
- King of Morning, Queen of Day, di Ian McDonald
- Il mio nome è rosso, di Orhan Pamuk
Saggistica:
- Considera l'aragosta, di David Foster Wallace
- La leggenda dei monti naviganti, di Paolo Rumiz
- Perché non sono cristiano, di Bertrand Russell
Narrativa di genere (fantascienza, fantasy, horror, etc.):
- La strada, di Cormack McCarthy
- Brasyl, di Ian McDonald
- L'intrepida Tiffany e i piccoli uomini liberi, di Terry Pratchett
- King of Morning, Queen of Day, di Ian McDonald
- Looking for Jake and Other Stories, di China Miéville
- Il cimitero senza lapidi e altre storie nere, di Neil Gaiman
- L'ultimo cavaliere, di Stephen King
- Il meglio della SF, a cura di Gardner Dozois
- Il grande tempo, di Fritz Leiber
- Clone, di Theodore L. Thomas, & Kate Wilhelm
Le classifiche sono un gioco da non prendersi troppo sul serio. Però sono molto utili per offrire una panoramica sulla direzione che hanno preso i miei gusti. In questo senso altrettanto interessante può essere valutare quali siano stati i libri più deludenti dell'anno. Per me non ci sono grossi dubbi: il romanzo su cui avevo investito le maggiori aspettative è stato Guerreros, ma l'ultimo romanzo di William GIbson è stato ben lungi dal rivelarsi soddisfacente.
Altrettanto si potrebbe dire della produzione italiana in cui mi sono imbattuto quest'anno. Se si escludono un paio di racconti dell'antologia Tu sei lei il libro nostrano che m'è piaciuto di più è il volumetto autoprodotto di Lui Tasini Piccola storia del “se” caduto dal terrazzo. Probabilmente ci dev'essere qualcosa che non funziona tra me e la letteratura italiana: o sono stato particolarmente sfortunato nei miei incontri o davvero tra le cose prodotte in italia non c'è stato nulla capace di attirare la mia attenzione.
Come sempre ogni commento, critica o suggerimento è benvenuto.
Per le classifiche degli scorsi anni potete fare un salto qui: 2007, 2006, 2005, 2004, 2003.
Bene. Anche per quest'anno è fatta.
Vi auguro un meraviglioso 2009.
Divertitevi e fate a modo!
…
Augurando a tutti un 2009 magnifico ecco qui il consueto post che riassume sotto forma di classifiche le migliori cose incontrate durante il mio anno di letture.
Narrativa:
- La strada, di Cormack McCarthy
- Giochi sacri, di Vikram Chandra
- L'urlo e il furore, di William Faulkner
- Brasyl, di Ian McDonald
- La regina degli scacchi, di Walter Tevis
- Saga, di Tonino Benacquista
- L'intrepida Tiffany e i piccoli uomini liberi, di Terry Pratchett
- L'istinto della caccia, di Dashiell Hammett
- King of Morning, Queen of Day, di Ian McDonald
- Il mio nome è rosso, di Orhan Pamuk
Saggistica:
- Considera l'aragosta, di David Foster Wallace
- La leggenda dei monti naviganti, di Paolo Rumiz
- Perché non sono cristiano, di Bertrand Russell
Narrativa di genere (fantascienza, fantasy, horror, etc.):
- La strada, di Cormack McCarthy
- Brasyl, di Ian McDonald
- L'intrepida Tiffany e i piccoli uomini liberi, di Terry Pratchett
- King of Morning, Queen of Day, di Ian McDonald
- Looking for Jake and Other Stories, di China Miéville
- Il cimitero senza lapidi e altre storie nere, di Neil Gaiman
- L'ultimo cavaliere, di Stephen King
- Il meglio della SF, a cura di Gardner Dozois
- Il grande tempo, di Fritz Leiber
- Clone, di Theodore L. Thomas, & Kate Wilhelm
Le classifiche sono un gioco da non prendersi troppo sul serio. Però sono molto utili per offrire una panoramica sulla direzione che hanno preso i miei gusti. In questo senso altrettanto interessante può essere valutare quali siano stati i libri più deludenti dell'anno. Per me non ci sono grossi dubbi: il romanzo su cui avevo investito le maggiori aspettative è stato Guerreros, ma l'ultimo romanzo di William GIbson è stato ben lungi dal rivelarsi soddisfacente.
Altrettanto si potrebbe dire della produzione italiana in cui mi sono imbattuto quest'anno. Se si escludono un paio di racconti dell'antologia Tu sei lei il libro nostrano che m'è piaciuto di più è il volumetto autoprodotto di Lui Tasini Piccola storia del “se” caduto dal terrazzo. Probabilmente ci dev'essere qualcosa che non funziona tra me e la letteratura italiana: o sono stato particolarmente sfortunato nei miei incontri o davvero tra le cose prodotte in italia non c'è stato nulla capace di attirare la mia attenzione.
Come sempre ogni commento, critica o suggerimento è benvenuto.
Per le classifiche degli scorsi anni potete fare un salto qui: 2007, 2006, 2005, 2004, 2003.
Bene. Anche per quest'anno è fatta.
Vi auguro un meraviglioso 2009.
Divertitevi e fate a modo!
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29 dicembre 2008
Rapporto letture - Dicembre 2008
| Picture by Iguana Jo. |
Sapore di terra umida e desolazione, indifferenza, odore di fumo e sconfitta. I racconti di Pancake hanno il sapore delle vecchie canzoni di Bruce Springsteen ma senza alcuna traccia di redenzione, con il panorama - bellissimo - delle montagne degli Stati Uniti orientali a fare da sfondo indifferente alle storie di famiglie disfunzionali, alle vite di uomini costretti alla solitudine e rassegnati alla sconfitta. Un libro che scava in profondità e in poche righe traccia il destino di un'intera nazione.
Fritz Leiber - Il grande tempo
La fantascienza che non t'aspetti, a metà strada tra Shakespeare, il cabaret e la soap opera. Il grande tempo parte dalle premesse più solide e caratteristiche del genere (il viaggio nel tempo, la guerra globale, le forze oscure che decidono il destino dell'universo) ribaltandone la prospettiva per raccontare una piccola storia di incontri e rapporti, di parole e personaggi. Il teatro incontra la letteratura ai confini della realtà e sforna un'opera memorabile.
Walter Tevis - La regina degli scacchi
Beth Harmon m'è rimasta nel cuore. Non capita spesso di imbattersi in personaggi capaci di uscire in modo così dirompente dalle pagine di un libro.
In effetti Walter Tevis non è nuovo a creazioni così memorabili: sia Newton, protagonista de L'uomo che cadde sulla Terra, sia il trittico di personaggi che vagano per la terra desolata de Solo il mimo canta al limitare del bosco erano tanto ben caratterizzati da riuscire da soli a rendere indimenticabili i romanzi che ne narravano le vicissitudini.
Se quei due romanzi erano straordinari per la loro capacità di coniugare la fantascienza al racconto di un'alienazione totalmente e irrimediabilmente umana, La regina degli scacchi è un gioiello per la capacità che ha di raccontare il disagio e l'emarginazione, il talento e la redenzione senza nessuna concessione alla retorica o al melodramma, offrendo al contempo al lettore uno sguardo appassionato sull'universo parallelo dei giocatori di scacchi. Il genio di Beth Harmon non ha nulla di romantico, lei è tutt'altro che simpatica e Tevis non fa nulla per nascondere i suoi difetti, ma la sua presenza è tale che non puoi non appassionarti alle sue vicende, affezionarti alla sua vita e portarla poi con te fuori, nel mondo.
Gardner Dozois (a cura di) - Il meglio della SF
Qualche giorno fa scrivevo di quanto fosse imperdibile questo volume. Qui lo ribadisco: se la fantascienza vi incuriosisce ma non avete idea di cosa offra oggi ai suoi lettori, se credete che il genere sia solo Asimov o Dick, se siete tuttora convinti (ahivoi!) che sia roba da ragazzini beh… questa è il volume che fa per voi. Peccato che questo Il meglio della SF sia solo un'urania., destinato a sparire e a rimanere l'ennesimo volume meteora da prendere al volo o dimenticare per sempre.
Niccolò Ammaniti - Ti prendo e ti porto via
No, non ci siamo. Non so cosa mi aspettassi, ma alla fine questo Ammaniti s'è rivelata una mezza delusione. Oh… il romanzo si legge tranquillamente fino in fondo, i personaggi son ben delineati e l'azione è sempre sufficientemente appassionante e tirata da non annoiare il lettore. Però il senso persistente di sfiga e sventura, la presenza davvero troppo ingombrante del narratore che parla parla parla anche quando potrebbe tranquillamente tacere, la mancanza di autonomia dei personaggi, veri e propri burattini nelle mani dell'autore e l'evidente esagerazione prospettica che vira al grottesco anche il più quotidiano particolare, beh… alla lunga son cose che tendono a rovinare il piacere della lettura.
Terry Pratchett - L'intrepida Tiffany e i piccoli uomini liberi
Ma chi l'ha detto che il fantasy è una lunga fuga dalla realtà? (ops, forse ero io?)
Se questo è indubbiamente vero per la stragrande maggioranza dei volumi assimilabili al genere, allora è davvero sorprendente incontrare un'eccezione come questo romanzo di Terry Pratchett. Ne L'intrepida Tiffany e i piccoli uomini liberi ci sono streghe e mostri, e bambini rapiti e spiritelli e fatine, tutto il solito bagaglio di cliché insomma, però nelle mani di Pratchett la somma degli stereotipi da un risultato così brillante e meraviglioso e originale che si ha la sensazione che tutti i mondi fantastici incontrati fino ad oggi siano serviti unicamente a creare le basi per questo romanzo.
Ma Pratchett va ancora oltre, utlizzando i canoni del fantasy per scrivere un inno al pensiero libero e indipendente. Senza dimenticare i Nac Mac Feegle, naturalmente. Meraviglioso.
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