19 settembre 2008

Freddo e vuoto, pure troppo.


Picture by Iguana Jo.
Immaginatevi un enorme magazzino dipinto nei toni del grigio, del bianco e dell'azzurro. Immaginatevi qualche automa dall'aspetto umanoide che vi si aggira con l'aria di avere un incarico della massima importanza ma senza esserne troppo convinto. Prevedete qualche incontro casuale, qualche dialogo il cui senso è tutto giocato su significati estranei al contesto (che voi ovviamente non conoscete) e soprattutto munitevi delle riviste di architettura più in voga. A questo punto avrete già un'idea più o meno esatta di cosa troverete in Guerreros, titolo italiano (seeee…) di Spook Country.

Nell'ultimo romanzo di William Gibson c'è questa manciata di personaggi uno più figo dell'altro e ci sono un sacco di location che più cool non si riescono mica a trovare. Ci sono Los Angeles e New York e Vancouver. Ci sono armi e tecnologia e visioni. C'è tutto quello che ti aspetteresti di trovare in un romanzo che voglia esplorare la contemporaneità. Ma tutti questi elementi suonano stonati, tutti questi luoghi, persone, oggetti galleggiano nel vuoto, tutt'intorno non c'è assolutamente niente e la temperatura è costantemente cinque gradi più fredda di quanto ti aspetteresti.
Certo, scorrendo le pagine ogni tanto compaiono parole come Iraq o arte locativa o guerra o riciclaggio di denaro, ma sono appunto parole, non assumono mai valenza concreta e tangibile. Sono astrazioni utili per il giochino intellettuale che l'autore mette in piedi, piccoli appigli per il lettore affamato d'attualità, che magari servono a soddisfare la sua coscienza sociale più attenta della media.
Il desolato panorama in cui si alternano ritmicamente locali all'ultima moda e segreti rifugi urbani sarà anche paradigmatico della situazione in cui ci troviamo a vivere (non ho alcuna intenzione di approfondire questo aspetto, che di aria fritta in giro ce n'è già abbastanza), ma a me ha dato piuttosto l'impressione di un progressivo distacco dell'autore dalle sorti del mondo, a metà strada tra l'arroganza dello snob che arringa il pubblico dall'alto della sua torre e l'ignoranza totale di cosa significhi vivere qua fuori. Insomma, la freddezza con cui tutti i suoi personaggi portano avanti la loro agenda, il fatto che qualunque minimo cambiamento nella trama abbia assai più del romanzesco che del reale, la rarefazione dei rapporti umani riscontrabile in ogni relazione che si instaura nel corso della vicenda: tutto mi fa pensare che Gibson sia ormai ad anni luce non solo dallo sporco dello Sprawl ma anche da quegli sprazzi di realtà ben visibili ne L'accademia dei sogni.

A rendere ancora più irritante la lettura ci si mette anche l'edizione italiana. (Prima che vi venga il dubbio, no, non mi riferisco alla meravigliosa copertina o alla geniale scelta del titolo.)
Non che riponga più molte speranze nella professionalità degli addetti ai lavori - almeno in quelli che lavorano per i grandi gruppi del settore - ma stavolta Mondadori ha davvero passato il limite. Poche volte mi sono imbattuto in una traduzione più trascurata. Certo, c'è sempre la sottile possibilità che tutte le brillanti invenzioni che compaiono qua e là nel romanzo siano frutto di qualche licenza dell'autore, ma insomma… vedersi trasformare una metropolitana in automobile e viceversa nel corso di tre paragrafi, leggere di una pistola definita apparecchio e riscontrare in generale una scarsa attenzione/credibilità nella costruzione di frasi ed espressioni non è cosa da Gibson. La cosa dispiace molto soprattutto perché l'autore della traduzione è Daniele Brolli che a mio avviso ha sempre fatto un ottimo lavoro nei romanzi precedenti dello scrittore americano (oltre ad avere molti altri meriti, ma vabbé… questo è un altro discorso).

Arrivato in fondo al libro (perché nonostante tutto, Guerreros si legge tranquillamente fino alla fine, anzi, se non ci fosse stato il nome di William Gibson in copertina forse l'avrei pure apprezzarlo un pochino di più - poco poco eh!) rimane la speranza che questo romanzo rappresenti solo un mancamento temporaneo - un passo falso come lo era stato American Acropolis - e che Gibson torni presto ad esplorare un po' più in profondità questo mondo spettrale, che di altre storie che si limitano a scorrere sulla superficie delle cose non ne sento proprio la necessità.

3 commenti:

  1. Zoe di Sillabaria23 marzo 2010 01:40

    Quando vedo "zero commenti" non so resistere. Sì, il buon Brolli ha fatto un passo falso, lui che nei suoi saggi si esprime con gran proprietà e acutezza di frase. Anche i bravi han le loro lune storte, a quanto pare.
    Ciò detto, personalmente amo assai alcuni Gibson un po' zoppicanti di loro, Aidoru, ad esempio. Il Nostro non è continuo nei livelli di produzione, ma sempre riesce a dare all'andamento del suo narrare un fascino romantico davvero poco postqualcosa e parecchio Casablanca.
    E sì, la copertina e il titolo dell'edizione italiana sono decisamente evocativi, così come la foto dell'autore in quarta. Mi è sembrato depresso,Gibson.O saranno solo gli anni che colano argento nei capelli e ombre dietro gli occhiali?

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  2. In effetti un dei motivi per cui amo tanto Gibson è il suo romanticismo viscerale e disincantato.
    Proprio quello che in fondo manca di più in Guerreros, dove non c'è una stilla di calore nemmeno a cercarla tra le righe.

    Ma vabbé, con me Gibson ha un'abbondante linea di credito. Non sarà un romanzo come questo a farmelo rinnegare.

    (ehm… gli apprezzamenti nel post su copertina e titolo erano leggermente ironici. Ma davvero ti son piaciuti?)

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  3. Zoe di Sillabara5 aprile 2010 09:33

    Ah, sì... Paciuti... Mi sono epressa male; intendevo dre che sono gradevoli più di certi scorfanici Miles o improbabili astronavi di certe copertine. (Dov'è finito Miani?)Intendevo dire che nella loro indisurbante qualunquaggine, titolo e immagine non impediscono l'evocazione. Copertine realmente evocative ne ho viste ben poche.

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