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03 gennaio 2016

Letture: il meglio del 2015 - seconda parte

Buon anno a tutti!
Ecco la seconda parte della lista delle mie migliori letture del 2015.
Qui non si parla di fantascienza ma di tutto il resto della produzione letteraria che mi è capitata per le mani negli scorsi dodici mesi.
In effetti l'anno appena trascorso è stato uno dei più miseri come quantità di letture, le cause sono quelle che citavo nel post precedente: Zona 42 mi ha fatto diventare un lettore per lavoro, che tra i libri letti sperando di poterli un giorno pubblicare, quelli letti perché qualche autore ce li ha inviati con la speranza di essere pubblicato e le numerose (ri)letture causa revisione dei libri che abbiamo pubblicato, il tempo da dedicare ai libri in attesa magari da anni sull'apposito scaffale si è sempre più ridotto.

Comunque sia andata qualche buon libro l'ho pur letto e se ne segnalo solo due, non vuol dire che non ci sia spazio per qualche altro suggerimento, magari più controverso, ma su cui mi piacerebbe confrontarmi con altri lettori.

I miei due libri dell'anno sono stati, in ordine di lettura Nel mondo a venire, di Ben Lerner, e Siamo tutti completamente fuori di noi, di Karen Joy Fowler.


Nel mondo a venire racconta di come tutti i tempi possibili siano lì, a disposizione della nostra vita, di come navigare tra presente, passato e futuro sia opera eminentemente letteraria, di come la nostra vita si incastri quasi casualmente tra i vettori del tempo e di come le altre persone, le altre storie, siano tanto indispensabili quanto inutili se non inserite nella nostra personale narrazione.
Ben Lerner racconta la vita del suo alter ego letterario, tra crisi, viaggi, scelte e ricordi, e se riesce a coinvolgere il lettore lo fa grazie a uno stile ricco e terso allo stesso tempo, con la scelta  vincente di guardare soprattutto al mondo là fuori invece di intrattenersi nell'esame del proprio ombelico. A metà strada tra Jonathan Lethem e il West, Nel mondo a venire è un romanzo stupefacente per la quantità di suggestioni che porta con sé.


Siamo tutti completamente fuori di noi, è un romanzo strano, difficile parlarne senza rovinare la sopresa al lettore che voglia avventurarcisi. Perché quel che parte come una storia di famiglia in crisi (i figli partono, le mamme invecchiano…) si trasforma in qualcos'altro, man mano che si rivelano origini e conseguenze del mistero che sta alla base del romanzo (una sorella scomparsa).
Karen Joy Fowler condisce la storia di personaggi sfuggevoli e situazioni precarie e di improvvisi momenti di candida introspezione, tanto che il lettore (questo lettore) è costantemente spiazzato dal contenuto del romanzo che sembra essere sempre a un passo da un rivelazione definitiva. Tra le righe ci sono e succedono un sacco di cose interessanti, c'è tanta scienza (intesa come ragionamento su, piuttosto che come contenuti scientifici veri e propri), c'è una famiglia allo sbando per quelli che si scoprono essere i motivi sbagliati, c'è il raggiungimento di una consapevolezza che suona tanto amara quanto consolatoria.
Un gran bel romanzo insomma, profondo e sorprendente.


Se i due titoli qui sopra rappresentano senza dubbio le migliori letture dell'anno, devo citare anche quelle che si son rivelate più o meno deludenti. Si tratta di due autori americani le cui opere precedenti ho apprezzato assai e di un autore italiano, che non conoscevo, ma dal cui romanzo mi aspettavo qualcosa di diverso, di meglio.

Tra i contemporanei Jonathan Lethem è forse l'autore americano che amo di più, nel blog ho parlato spesso e volentieri dei suoi libri, di come abbia ritrovato nella sua scrittura una certa sintonia di vsione, una comunanza di interessi. I giardini dei dissidenti è il suo primo romanzo in cui non sono riuscito a entrare, l'ho trovato distante e fuori fuoco, concentrato come mi è parso sul chi (con personaggi sovracarichi di personalità, storie, suggestioni e manie) perdendo per strada il come, il perché, il cosa. E per un romanzo che vuole dichiaratamente percorrere la storia dei gruppi alternativi al potere americano mi pare difetto piuttosto sostanzioso. Poi certo, il romanzo si legge che è un piacere, perché Lethem rimane uno dei migliori scrittori sulla piazza. però ecco, mi aspettavo qualcosa di più.

Per Dave Eggers non ho mai nutrito lo stesso entusiasmo ma per me rimane comunque un autore importante, che qualche suo libro mi ha davvero colpito. Non posso dire lo stesso de Il Cerchio, romanzo che affronta temi importanti per la nostra contemporaneitò, ma che risulta schiacciato dall'intento pedagogico dell'autore. Di questo romanzo ho parlato in maniera un pochino pià approfondità qui.

Altro romanzo interessante letto negli ultimi mesi, ma che non è riuscito a convincermi del tutto, è XXI Secolo di Paolo Zardi. In questo caso credo che i problemi di sintonia col romanzo siano dipesi più dalle mie aspettative che non da difetti intrinseci al testo di Zardi. A leggere la presentazione del libro mi aspettavo un testo dalla forte componente distopica, una storia calata in un contesto di crisi che raccontasse la nostra reazione, o il nostro adattamento, a tempi ancora pià grigi di quelli che stiamo vivendo. Purtroppo (dal mio punto di vista) XXI Secolo è solo il racconto di una crisi personale, con il mondo in disfacimento in cui è calata la storia poco più che una nota di colore a caratterizzare in maniera ancora più esplicita la situazione del protagonista.


Ultima nota sullo stato del blog. Come già detto più volte, mantenere vivo e attivo il blog è compito superiore alle mie possibilità attuali. Scrivere qui dentro mi manca però molto, per cui non è detto che non riesca a ritagliarmi qualche istante per qualche nota sulle letture future, che per me non c'è nulla come ripensare per iscritto a quanto letto per scoprire aspetti nuovi, sia nel testo in questione sia nel mio approccio alla lettura. Non prometto nulla, e voi non trattenete il respiro nell'attesa di un nuovo post, ma è una cosa a cui tengo parecchio. Speriamo di risentirci presto!










25 marzo 2013

Letture: Jonathan Lethem, Michele Mari, Gianluca Morozzi

© giorgio raffaelli
In queste settimane lontane dal blog mi son reso conto di quanto fosse utile  - e piacevole! - avere una finestra aperta sul mondo reale da cui far uscire qualche pensierino sparso, per vederlo poi tornare modificato, elaborato, trasformato. Per non parlare poi della possibilità di affacciarsi a osservare un panorama in perenne mutamento, con qualche rassicurante costante e, ogni tanto, una variabile impazzita capace di sorprendere e stimolare la vita fuori e dentro la rete. Ritornare a postare qui dentro è una bella soddisfazione, ma non so se questo post costituirà un ritorno alle buone abitudini o se prima di leggere qualcosa di nuovo passeranno altre settimane. Io intanto ci provo, poi vedremo. Checché se ne dica viviamo in tempi interessanti e 'sta cosa è la nostra condanna e la nostra benedizione. Io mi limito a parlar di libri, ma voi, là fuori, non smettete di guardarvi attorno.

Jonathan Lethem - Non mi ami ancora
Rispetto agli ultimi romanzi di Jonathan Lethem Non mi ami ancora è un episodio minore, non fosse altro che per le sue dimensioni contenute, oltre che per il setting più limitato e un approccio che m'è parso più semplice e quotidiano alla narrazione rispetto alla densità metaletteraria di Chronic City o all'intensità emotiva raggiunta ne La fortezza della solitudine.
In Non mi ami ancora Lethem da spazio alla sua passione per rock e dintorni, oltre a ritornare sui temi fondanti la sua scrittura: arte e normalità, solitudine e meraviglia, disagio e integrazione.
Il percorso che compie Lucinda, bassista di un'anonima band alla ricerca dell'occasione giusta, tra l'arte che le dà da mangiare e la crisi sentimentale che la indirizza tra le braccia di uno sconosciuto interlocutore telefonico, sarà anche sintomatico del vuoto in cui si muovono gli under trenta più o meno attivi culturalmente negli States ma, banalità per banalità, a me è parso soprattutto esemplare della necessità di mantenere attive curiosità e passione per non essere divorati dall'omologazione circostante. Senza scomodare i massimi sistemi, gli aspetti migliori del romanzo sono lo sguardo credibile sul sottobosco in cui fermentano le pulsioni del rock indipendente americano e, dal punto di vista strettamente letterario, c'è l'immersione nell'immaginario erotico-sentimentale della protagonista che dimostra, come se ce ne fosse ancora bisogno, tutto il talento autoriale di Jonathan Lethem.
 Ho letto Non mi ami ancora a poco tempo di distanza dal Despero di Gianluca Morozzi (vedi sotto). Potrebbe essere esercizio interessante confrontare l'approccio opposto a temi simili dei due autori. Per l'americano l'anima rock che distingue la sua storia suona consapevole, fredda e consolidata, mentre invece per l'italiano ha il sapore inconfondibile della nostalgia, guidato com'è dalle emozioni primarie, da rabbia e consolazione, nel tentativo estremo di fermare il tempo. Del resto il primo  racconta il rock nella sua età matura (Stati Uniti, oggi) mentre il secondo è ancora fermo alla sua adolescenza, con tutti i vantaggi della passione e i difetti tipici dell'età.
Nel complesso non consiglierei Non mi ami ancora a chi già non conosce e apprezza Jonathan Lethem, ma io sono un fan, e come tale non ho potuto non gradire il romanzo.


Michele Mari - Tutto il ferro della torre Eiffel

Credo di non aver mai letto un libro italiano scritto altrettanto bene di Tutto il ferro della torre Eiffel di Michele Mari. Il romanzo di Mari è talmente perfetto che mi son chiesto più di una volta come ho fatto ad ignorare lo scrittore milanese fino ad oggi.
Ho scoperto Michele Mari grazie ai post appassionati del Grande Marziano, e non c'è nulla come le parole di un lettore felice per invogliare il passante curioso a infilarsi tra le pagine di un libro sconosciuto.
Tutto il ferro della torre Eiffel racconta le giornate parigine di Walter Benjamin alla vigilia della seconda guerra mondiale. Tra scrittori suicidi, nani malefici e inquietanti incontri all'ombra dei passages, Mari ricostruisce il mood di un'epoca alle soglie della catastrofe, dandone conto da erudito ma senza la supponenza del saccente, piuttosto con la passione dello studioso per la sua materia preferita.
Michele Mari infarcisce la narrazione di personaggi storici ed eventi reali, mescolandoli con l'invenzione fantastica e la supposizione logica, fissando il tutto con la forza della letteratura alta e ancorando il suo universo a una Parigi che per quanto fantasmatica e meravigliosa non perde mai, nemmeno per un attimo, la sua ferrosa solidità. La capacità di Mari di mantenere salda l'attenzione del lettore grazie a una scrittura funambolica e all'uso dei più vari registri narrativi, quella di sorprenderlo e commuoverlo con improvvisi squarci d'umanità e meraviglia e orrore, sono gli aspetti del romanzo più positivi, che bilanciano ampiamente il rischio che ho corso in più di un momento di ridurre tutta l'opera a uno straordinario esempio di bella scrittura ma in fondo piuttosto vacuo.
Alcune pagine del romanzo suonano in effetti quali meri esercizi di stile, perdonabili comunque per la qualità e l'onestà della scrittura. Ed è anche vero che se spesso tra le presenze evocate da Mari riecheggia lo spettro di Tyrone Slothrop, la densità della narrazione (intesa come complessità e quantità d'informazione per unità di testo) di Tutto il ferro della torre Eiffel non raggiunge mai quella di Thomas Pynchon, che mi pare in ogni caso il parente letterario più prossimo all'autore italiano, almeno tra gli scrittori che m'è capitato di incontrare.
Come si sarà forse intuito ho trovato la lettura del romanzo piuttosto impegnativa, ma anche se continuo a far fatica a cogliere il senso complessivo dell'opera (ogni suggerimento è benvenuto!) la lettura di Tutto il ferro della torre Eiffel è una di quelle che non si dimenticano facilmente.


Gianluca Morozzi - Despero

Sarà brutto da dire, che a me Despero è piaciuto, ma 'sto romanzo puzza di anni '90 da far quasi male, almeno per me, che condivido molte delle situazioni raccontate nel romanzo.
Non ho mai suonato in una band, e non sono nemmeno mai andato in tour, e nemmeno mi sono strutto anima e cuore per un amore impossibile, almeno non per tutta una vita. Ma lo sfondo su cui si muove Cristian Cabra detto Kabra è lo stesso delle mie giornate emiliane di quegli anni, con le settimane passate a perdere tempo con gli amici nell'attesa di una svolta, con le notti in giro per la provincia a inseguire il fantasma del rock'n'roll, con una realtà fuori con cui si fa fatica a entrare in sintonia.
Il maggior pregio di Despero è anche il suo unico limite: quel sapore nostalgico che suona così genuino e spontaneo, la freschezza del racconto che cavalca e supera i freni del cliché con cui per forza di cose è costretto a confrontarsi, che è poi il sogno di seconda mano di un'epopea rock romantica e disperata, trasferita di peso dagli spazi d'America alla provincia nostrana. Com'è già stato fatto notare, quel sogno c'ha colonizzato l'inconscio, col risultato che quando è reso in maniera così sfrontata e pura si è costretti ad amarlo, nonostante tutto.
Qualche anno fa Gianluca Morozzi ha dato un seguito a Despero smarcandosi dalla nostalgia che segnava il suo romanzo d'esordio per fondere la saga di Kabra con un universo fatto di supereroi e musica rock. Colui che gli dei vogliono distruggere chiude il cerchio cominciato con quella dedica che segna il suo esordio e ne determina la conclusione “A Peter Parker, amico d'infanzia, maestro di vita”.
Ho già parlato di Colui che gli dei vogliono distruggere qualche mese fa, qui non posso che rinnovare il consiglio: leggetelo, prima o dopo Despero, non fa differenza. Spero che entrambi vi piacciano quanto son piaciuti a me.

03 luglio 2012

Letture: Alia, Robot, IASFM

© giorgio raffaelli
Tra un romanzo e l'altro cerco sempre di inserire tra le mie letture qualche volume di racconti. Negli ultimi mesi è toccato ad Alia Anglosfera, a un paio di numeri di Robot (il 61 e il 62) e a un vecchio numero dell'edizione italiana della Isaac Asimov Science Fiction Magazine (il numero 7 della gestione Phoenix). Quelle che seguono sono alcune note sui racconti contenuti nelle quattro pubblicazioni.

Partiamo da Alia Anglosfera, edizione del 2009.
Come già fatto nelle note agli altri numeri di Alia, la prima considerazione da fare appena terminata la lettura è notare quali risultati si riescano a raggiungere e cosa si riesca a realizzare se sufficientemente motivati, pur senza godere di budget significativi. Questo volume è stato infatti realizzato da un pugno di appassionati che risponde ai nomi di Davide Mana, Silvia Treves e Massimo Citi, che si sono occupati di ricerca e traduzione dei racconti, supervisione, impaginazione e stampa.
Alia Anglosfera contiene sette racconti a cavallo tra fantastico e fantascienza scritti da Ted Chiang, Lillian Csernica, Ellen Kushner, Michael Moorcock, Tim Pratt, Delia Sherman e Karl Schroeder.
Se conoscete questi nomi (io ne conoscevo solo qualcuno) potrete forse immaginare la varietà dei temi dei racconti e della scrittura, varietà che in effetti può lasciare spiazzato più di un lettore. Dal mio punto di vista la proposta variegata di Alia è un ottimo sistema per assaggiare una serie di piatti narrativi  che altrimenti non avrei mai provato. E mi ha confermato quel che in fondo già sapevo: mi devo procurare al più presto un romanzo di Tim Pratt.



E veniamo a Robot. Per qualche nota generale sulla rivista di Delos Book vi rimando a questo post. Stavolta mi voglio concentrare sui racconti contenuti negli ultimi numeri letti.
Nello specifico, il numero 61 di Robot contiene il racconto premio Hugo 2010 La sposa fredda di Will McIntosh, piccola storia dal respiro molto ampio, capace di raccontare da un punto di vista insolito l'evoluzione delle relazioni umane (o la mancanza delle stesse), a me è piaciuto. Di seguito Hidden di Luigi Rinaldi storia di una ricerca senza speranza, in una zona aliena. Il racconto ha il passo pesante di chi si trova a ripercorrere strade già frequentate da altri, e con ben diversi risultati, con la frenesia di dover dimostrare la propria originalità, e forse per questo motivo non mi è piaciuto.
Nelle pagine successive un altro racconto italiano, Vestiti usati a Treptow Markt di Marialuisa Amodia che è invece formidabile nel mescolare fantastico e quotidiano, con un'ottima gestione dell'ambientazione e una trama che mescola storia personale e mistero con grande equilibrio e leggerezza, senza per questo suonare accomodante o superficiale. Secondo me il punto più alto di questo numero di Robot e forse il miglior racconto italiano letto quest'anno.
Il racconto successivo è il recupero dai primi anni '70 de L’ultima giga di Remo Guerrini. Racconto solido e ben scritto ambientato in uno scenario post-apocalittico dal sapore spiccatamente fantasy. È il genere di storia che ha sicuramente i suoi meriti, ma che io faccio fatica ad apprezzare per quanto derivativa appare. Chiudono questo Robot due racconti, Alice davanti allo specchio di Sergio Cicconi e Pervertito di Charles Coleman Finlay che non mi sono piaciuti per motivi analoghi: un voler estremizzare situazioni e prospettive senza avere poi la capacità di portare la propria scrittura agli stessi punti di rottura che le loro storie richiederebbero, con il risultato di non riuscire a coinvolgere il lettore (questo lettore perlomeno).

Il numero 62 di Robot si apre con una copertina davvero invitante ad opera di Brian Despain, forse una delle più azzeccate della storia recente della rivista. I racconti stranieri presenti nel volume sono tutti made in Canada, così come il contenuto redazionale che è dedicato per la gran parte alla produzione del paese nordamericano (spicca a questo proposito l'articolo di Salvatore Proietti dedicato alla fantascienza locale, davvero ricco e informato). La narrativa italiana è rappresentata dall'ultimo racconto scritto da Vittorio Curtoni. Procedura empatica ripercorre i temi e le sensazioni più care a Vittorio, con quella vena di amarezza mescolata insieme a un esile speranza e all'eterno pessimismo che è forse il tratto distintivo dell'autore. A me la sua fantascienza non ha mai convinto: troppo autoreferenziale e involuta per i miei gusti, ma questo racconto rappresenta una testimonianza unica di quel che è stato l'ultimo periodo di Vittorio Curtoni e per questo merita comunque il massimo rispetto.
Dicevamo degli autori canadesi presenti in questo Robot. Sono Peter Watts con L'isola, una storia piuttosto ambiziosa che racconta insieme di esplorazione, alienazione, famiglia e lotta di potere. L'isola è un racconto complesso e interessante, pieno di suggestioni e interrogativi. Forse un po' troppo freddo nel suo essere spietatamente analitico, ma ce ne fossero…
Non altrettanto interessanti gli altri racconti di Tanya Huff (Una volta conoscevo un tipo) e Robert J. Sawyer (Questione di tempo) che battono piste già battute un milione di volte prima di loro. Eentrambi lo fanno però con garbo e mestiere, lasciandosi leggere fino in fondo.
Per dovere di completezza vanno segnalati anche Il significato del Natale di Riccardo Restelli e Distacco da Garics di Maurizio Del Santo, il primo è un  racconto nostalgico e melenso che vorrebbe magari suonare fiabesco ma che invece appare solo terribile nei contenuti come nello svolgimento, il secondo è un racconto di primo contatto con tutte le sue cose al posto giusto, ma che per un motivo o per l'altro non è riuscito ad appassionarmi quanto avrebbe dovuto.



Concludo questa carrellata con un tuffo nel passato prossimo delle pubblicazioni che hanno portato in italia la fantascienza più innovativa e dirompente. Sto parlando dell'unica, indimenticabile, incredibile, Isaac Asimov Science Fiction Magazine, che in una manciata di numeri usciti tra il 1993 e il 1995, sotto l'etichetta di Telemaco prima e Phoenix poi, ha tentato di dirottare la fantascienza nazionale su una strada diversa da quella percorsa dagli editori dell'epoca.
Il numero 7, uscito nel novembre del 1994, è una raccolta antologica a tema, dedicata in toto alla realtà virtuale. Leggendo i vari racconti raccolti nel volume (sono 9, ad opera di Mary Rosenblum, Robert Silverberg, Geoffrey A. Landis, Nancy Kress, Pat Cadigan, Eileen Gunn, Sonia Orin Lyris, Jonathan Lethem e Cherry Wilder) la prima cosa che salta agli occhi è quanto velocemente invecchi la fantascienza che cavalca la moda del momento. Fantascienza che all'epoca colpiva per l'approccio user friendly a materie magari esotiche, ma che senza il supporto di una scrittura all'altezza perde in fretta il suo pregio migliore che è quello della novità. E come sia facile (soprattutto col senno di poi!) riconoscere invece quegli autori capaci di lasciare un segno indelebile nella memoria, Nel caso di questo numero della IASFM i racconti che si leggono tuttora con autentico piacere sono Chip runner di Bob Silverberg, solida fantascienza classica ma potente, Post mortem di Pat Cadigan, un racconto che più anni '80 di così è difficile immaginarlo (ma in senso buono!) e "Per Sempre" disse il papero di un giovane Jonathan Lethem, allora ancora alle prese con i dintorni della fantascienza, che ci da dentro come suo solito.
Ritrovarsi a leggere queste vecchie storie (si fa per dire…)  che hanno già un paio di decenni sulle spalle è comunque esperienza interessante. Aiuta a mettere meglio a fuoco il presente, e non solo quello fantascientifico. Esperimento da ripetere.

15 febbraio 2011

Lethem & Dick


Picture by Iguana Jo.
Forse interesserà sapere ai visitatori fantascientifici distratti che questa settimana esce per miminum fax un volume di Jonathan Lethem interamente dedicato a Philip K. Dick.
In Crazy Friend sono raccolti saggi, racconti, ricordi che legano l'autore di Brooklyn alla fantascienza dickiana.

Per chi legge in formato elettronico c'è anche da segnalare che fino a domenica 20 marzo l'editore regala l'ebook del volume a chi acquisti qualche altro titolo dalla neonata libreria digitale di minimum fax.

Non sono mai stato un fan di Philip K. Dick (ne parlavo qui), però questa volta un po' mi dispiace, perché Jonathan Lethem è invece uno dei miei autori preferiti.
Probabilmente leggerò comunque il volume, ma non credo riuscirò mai ad apprezzarlo tanto quanto un vero credente del culto dickiano.

I due tizi nella foto non sono ovviamente né Lethem né tantomeno Dick, però mi piaceva pensare a cosa avrebbero potuto combinare insieme.
Sogni di meduse elettriche sui muri di Frisco?


04 ottobre 2010

Letture luglio/agosto 2010 - seconda parte


Picture by Iguana Jo.
Geoff Dyer - Paris Trance
Ma che libro inutile Paris Trance. Non so nemmeno più cosa mi ha attirato verso questo volume, forse un equivoco sul nome dell'autore, forse la fiducia nell'editore (finora Instar non mi aveva mai deluso). Se ho deciso di leggerlo quest'estate, dopo anni di limbo sullo scaffale dei libri in attesa di lettura, è stato per prepararmi alla nostra vacanza francese, probabilmente a causa del titolo e del bugiardino. Di sicuro mi aspettavo qualcosa di più.
In questo romanzo si raccontano le vite di quattro tizi di cui non mi sarebbe potuto importare meno, delle loro chiacchiere a proposito di cinema e altre amenità, del loro perdere tempo da stranieri a Parigi senza nulla di interessante da comunicare. Il tutto condito con qualche scena di sesso e un sacco di buchi nei momenti potenzialmente più interessanti, con immagini potenti e retoriche gettate in faccia al lettore senza alcuno sforzo di approfondimento (il cervo sanguinante, cazzo!), e un senso di progressiva noia e irritazione man mano che si procede nella lettura.
Se mai m'è capitato di leggere un romanzo fighetto, e per romanzo fighetto intendo quel genere di libro in cui l'autore fa di tutto per convincerti di essere migliore di lettore e personaggi, forte di premesse valide solo nella sua testa (che queste siano il suo presunto talento d'autore, il contenuto imprescindibile del suo testo o la qualità della sua scrittura, è un dettaglio irrilevante al fine del risultato) sbattendosene allegramente di ogni altro aspetto del suo operato, beh… Paris Trance è quel romanzo.


Jonathan Lethem - Chronic City
L'ho già detto quanto ammiro e rispetto Jonathan Lethem? Chronic City è l'ultimo tassello in un percorso che mi pare sempre più chiaro e delineato, che parte dalla fantascienza e arriva alla ridefinizione del quotidiano, passando per il recupero della memoria e il tentativo mai concluso di riconciliare gli opposti aspetti della nostra realtà condivisa.
In Chronic City si assiste al mirabile equilibrismo di Chase Insteadman, ex ragazzo d'oro della televisione americana, preso in mezzo tra tensioni controculturali e sfoggio di potere, tra la vita di strada e quella di Park Avenue, in una città, New York, presa d'assalto da forze incomprensibli e preda di se stessa.
Jonathan Lethem cerca l'ennesima sintesi tra arte e vita, tra ideale e pratica, tra conoscenza e pregiudizio, cercando di accostarsi al potere che muove le cose senza rimanerne soffocato. E lo fa con un garbo e un'umiltà inconsueta, con una compassione per il destino dei suoi personaggi che non diventa mai patetica o paternalista, che vira anzi verso un'apparente freddezza, per rendere accessibile al lettore una zona del disastro che risulterebbe altrimenti insopportabile.
In effetti nella New York messa in scena da Jonathan Lethem mi pare riecheggi molto dello spirito catastrofico ballardiano, con una differenza fondamentale: tanto le rappresentazioni dell'autore inglese erano cliniche, glaciali e distaccate, tanto quelle dell'americano risultano emozionanti e partecipate. Come se Lethem avesse deciso di esplorare la zona dall'interno, rifiutando il ruolo di semplice osservatore, cercando come Ballard di penetrare i meccanismi del spazio interno ribaltandoli nell'architettura della città e nelle relazioni tra i suoi abitanti, ma lasciando che l'umanità randagia delle sue storie sporchi (e arricchisca!) il panorama, piuttosto che offrircene uno spaccato documentaristico scevro di ogni possibilità di redenzione.
Chronic City è un racconto sul destino della nostra civiltà, sulle contraddizioni che la mantengono al limite dal suicidio, a guardare il cielo, a riconoscere uno schema, e quindi a costruirci sopra, costi quel che costi.
Chronic City è un tentativo di sopravvivenza.

16 luglio 2010

I migliori romanzi di fantascienza dal 1990 (fino a qualche anno fa)

Nei commenti del post precedente ci si chiedeva quali siano stati i romanzi più significativi tra quelli pubblicati nel genere fantascienza negli ultimi vent'anni.
Quella che segue è la mia personalissima top ten dei volumi editi dal 1990 in poi. Le regole sono semplici: dieci titoli, un titolo per autore, esclusivamente romanzi (e quindi niente antologie, racconti e/o romanzi brevi), solo fantascienza.
Ovviamente questa classifica risponde unicamente ai miei gusti, non ha alcuna pretesa di oggettività ed è valida qui e ora, che se me la chiedeste tra un mese sarebbe probabilmente diversa.

Stilando la classifica mi sono reso conto che per quanto io mi possa considerare un lettore forte, mi mancano un sacco di romanzi probabilmente fondamentali nella definizione della fantascienza attuale. Certo, posso sempre dare la colpa al fatto che in Italia sono dieci anni che in libreria non arriva (quasi) nulla di nuovo, e che leggere in originale mi è comunque più dispendioso (se non in termini economici, almeno dal punto di vista del tempo speso e dello sforzo fatto). Ma conta poco, i buchi rimarranno tali.
Quindi, se secondo voi nella lista che segue manca questo o quel titolo che avrebbe avuto tutti i numeri per entrare in classifica, segnalatemelo, che magari è la volta buona.

Ma bando agli indugi, ecco i titoli:

- Iain M. Banks, Use of Weapons (La guerra di Zakalwe), 1990
Che Iain M. Banks entrasse in questa classifica era scontato. Il dubbio semmai era con quale titolo. Ho scelto Use of Weapons perché è forse il meno divertente tra i suoi romanzi, ma di certo il più intenso, profondo ed emozionante.

- Greg Egan, Distress (Distress), 1995
Greg Egan avrebbe potuto da solo riempire mezza classifica. Ho scelto Distress per l'impegno civile e l'ottimismo di cui è farcito, oltre che per essere uno dei pochissimi tentativi di immaginare il prossimo futuro senza lasciarsi travolgere dalla disperazione ne tanto meno da un acritico entusiasmo.

- Neal Stephenson, The Diamond Age (L'era del diamante), 1995
Si era detto fantascienza e solo fantascienza. Quindi, anche se il Cryptonomicon rimane il romanzo più memorabile scritto da Neal Stephenson, l'era del diamante è la scelta obbligata. Questo romanzo rappresenta tuttora un'esperienza di lettura straordinaria per la complessità, la creatività e la meraviglia di cui sono fitte le sue pagine.

- Ian McDonald, Necroville (Necroville), 1994
Anche per Ian McDonald ho avuto l'imbarazzo della scelta. Probabilmente River of Gods o Brasyl sono romanzi migliori di Necroville. Ma è stata questa storia di non-morti e passione che mi ha fatto conoscere McDonald, e Necroville è tuttora il romanzo dell'era post-cyberpunk più eccitante che io ricordi.

- Mary Gentle, Ash - A Secret History (Ash - Una storia segreta 1-4), 1999
Ash è un esempio formidabile di come si possano coniugare scenari cari al fantasy più trito a contenuti meravigliosamente fantascientifici, con un approccio capace di accontentare sia chi cerca una lettura piena di sorprese, sia chi apprezza qualche riflessione non banale sulla realtà. E poi c'è Ash: come fai a dimenticarti una fanciulla come lei?

- Charles Stross, Accelerando (Accelerando), 2005
Charlie Stross è la voce più interessante della fantascienza degli ultimi anni. Forse Accelerando non è un capolavoro. Ma ci va decisamente vicino.

- Lois McMaster Bujold, A Civil Campain (Guerra di strategie), 1999
Non potevo non inserire la Bujold in questa classifica. Lo so, la sua è una fantascienza classica, scritta senza troppe concessioni allo stile o alla bellezza della lingua. Ma la saga di MIles Vorkosigan mi ha tenuto buona compagnia per molti anni e tra tutti i volumi che compongono il ciclo Lois McMaster Bujold almeno un capolavoro lo ha scritto: Guerra di strategie è la miglior commedia fantascientifica mi sia mai capitato di leggere. E se non siete d'accordo vi auguro un'invasione di scaraburre in salotto!

- Ayerdhal & Jean-Claude Dunyach, Étoiles mourantes (Stelle morenti), 1999
Stelle morenti è strepitoso per l'ambizione e la vastità dello scenario. Il romanzo del duo francese Ayerdhal & Dunyach riesce ad unire le più ardite speculazioni sociologiche con una trama densa di azione e meraviglie. Sarà anche debitore a più blasonati modelli britannici, ma Stelle Morenti è comunque space opera della miglior specie.

- Mikael Niemi, Svålhålet (Il manifesto dei cosmonisti), 2004
- Jonathan Lethem, Amnesia Moon (Amnesia Moon), 1995
Per gli ultimi due titoli di questa lista ho scelto due romanzi che con la fantascienza tradizionalmente edita nel nostro paese hanno poco a che fare. Non sono usciti per editori specializzati e godono di una qualità di scrittura superiore a quella usualmente riscontrabile all'interno del genere. Già questo mi sembra un ottimo motivo per inserirli in questa top-ten, ma qui non si tratta solo di stile e bella scrittura. Le storie di Niemi e Lethem, pur totalmente antitetiche per sensibilità e ambientazione, sono colme di quel senso di meraviglia, di scoperta e di inquietudine che da sempre associo alla miglior fantascienza.


Per concludere un cenno ai grandi assenti.
Ci sono autori che mi piacerebbe riuscire a inserire in qualunque classifica, ma per un motivo o per l'altro sono assenti. Penso a William Gibson che manca perché è difficile definire fantascienza il suo miglior romanzo post-Nuromante, o a Ted Chiang che ha scritto il più straordinario racconto degli ultimi vent'anni (mi riferisco a Storia della tua vita), ma che è, appunto, solo un racconto.
Altri autori che non sono entrati in classifica, ma che potrebbe benissimo rientrare nel novero dei migliori, sono Richard K. Morgan o Jon Courtenay Grimwood (e poi chissà quanti altri di cui non ho ancora letto niente).
Altra grande assente è la fantascienza italiana. Sono stato tentato di inserire Nessun uomo è mio fratello in classifica. Ma non ce l'ho fatta. La lettura è troppo recente e temo che l'entusiasmo appanni il mio giudizio.
Sono comunque convinto che se c'è un romanzo italiano che merita ogni possibile riconoscimento è quello.

Bene. È tutto.
Attendo i vostri dieci titoli.

09 febbraio 2010

Letture gennaio 2010


Picture by Iguana Jo.
Vittorio Catani - Il quinto principio
De Il quinto principio ho già parlato in questo post a cui vi rimando per eventuali nuovi commenti, critiche e/o discussioni.
Non azzardo ulteriori approfondimenti, che ogni parola può essere usata contro di me.
(Scherzo, eh! che come dicevo altrove tra fantascientisti ci vogliamo tutti molto bene!)


Anthony Boucher - Storie del tempo e dello spazio
Quando incappo in una di queste antologie di racconti anni '50 mi sembra sempre di ritrovare un vecchio amico. Sarà che la mia esperienza di lettore di fantascienza si è formata su testi scritti in quegli anni, ma per me leggere dei turbamenti più o meno inquietanti, più o meno fantastici della comoda vita conformista a stelleestrisce che si ritrova con una preoccupante frequenza nei racconti fantascientifici di quegli anni è una specie di ritorno a casa.
Nello specifico questi racconti di Anthony Boucher hanno tutti quel sapore di sigaro e scotch e moglie di là a preparare la cena che per me è ormai sinonimo di buona lettura nostalgica. Illuminante, forse più qui e ora che non laggiù e allora, e sempre piacevole.


Jonathan Lethem - Memorie di un artista della delusione
Capita a volte di imbattersi in autori che sembra abbiano scritto le loro cose apposta per te. Beh… io non ho praticamente nulla in comune con Jonathan Lethem eppure leggendo i saggi raccolti in questo volume - o come m'è successo leggendo La fortezza della solitudine - non posso fare a meno di ritrovare nelle sue parole e nei suoi racconti moltissime cose del mio passato.
Tra le tante occasioni di interesse e di riflessione di queste Memorie di un artista della delusione mi piace ricordare l'excursus sull'opera omnia di Philip K. Dick (che è in qualche modo esemplare di come dal ghetto fantascientifico si possa - e si debba - uscire, se non altro per dare un'occhiata al resto del mondo, senza perdere nulla dell'amore che ci lega a certi luoghi) e la voracità onnivora nei confronti di libri dischi cinema che emerge prepotente dal racconto delle vicissitudini familiari del giovane Lethem e che ha caratterizzato l'adolescenza di parecchi di noi qua fuori.
Un'ultima nota sulla bonus track del volume, ovvero il lungo pezzo appassionato, attento e disincantato sul padrino del soul. James Brown non è mai stato tra i miei soul-men preferiti, però accidenti, che razza di uomo!


Joe Haldeman - Cronomacchina accidentale
Ogni volta che mi capita per le mani un libro firmato da Joe Haldeman so già come andrà a finire. Di recente mi è successo con l'antologico Guerra eterna: Ultimo Atto o con I protomorfi: mi ritrovo a sogghignare felice tra scenari che appartengono alla fantascienza più classica ma che presi in mano da Haldeman danno un'impressione di freschezza e novità che non ti aspetteresti mai.
Cronomacchina accidentale non fa eccezione: sebbene la struttura della vicenda sia quanto di più scontato e prevedibile sia dato cercare nella fantascienza contemporanea, il talento di Haldeman riesce comunque a trasformare la lettura in un'esperienza brillante e seducente. Quante storie di viaggi nel tempo abbiamo già letto? Bene, stavolta succederà esattamente quello che vi aspettate (più o meno), con le solite puntate in futuri alternativamente accoglienti e inquietanti, con incontri fortunati, fughe precipitose e salvataggi per il rotto della cuffia e soprattutto con l'obbligatoria presenza - e risoluzione - del paradosso temporale di turno. Nonostante l'abbondanza di cliché - peraltro abilmente gestiti dall'autore - nelle peripezie del fisico Matt Fuller in giro per lo spazio tempo c'è evidentemente qualcosa capace di avvincere e appassionare il lettore. Questo qualcosa è l'indubbio talento di Haldeman nel rendere i sui personaggi assolutamente umani e comprensibili, la leggerezza e il ritmo del racconto, la capacità di infilare tra le pieghe delle sue storie qualche nota felicemente inquietante e provocatoria.
Tra gli autori capaci di rivitalizzare la buona vecchia fantascienza con cui sono cresciuto credo che Joe Haldeman sia il migliore.

28 febbraio 2007

La fortezza della solitudine


Picture by Iguana Jo.
Volevo provare a buttare giù qualche riga per raccontarvi La fortezza della solitudine, quanto mi abbia colpito, come sia rimasto affascinato dalla capacità di Jonathan Lethem di raccontare la crescita, i turbamenti, la solitudine di un ragazzo nella Brooklyn anni '70. Mi sono però reso conto di non esserne capace. Voglio dire, un riassunto del libro è piuttosto inutile e limitarmi a dirvi quanto sia fantastico, beh… potete immaginarvelo.

Provo piuttosto a spiegarvi perché io sia rimasto folgorato da questo romanzo. Probabilmente sarò troppo parziale e soggettivo, ma di recensioni in rete ce ne sono già a pacchi, di persone che hanno apprezzato La fortezza della solitudine soprattutto per la sua collocazione temporale, per la Brooklyn che si racconta, per gli accenni al punk o alla storia del soul. Forse poi a voi il libro piacerà perché si parla di supereroi o per le questioni razziali e la droga. O magari per il suo approccio disincantato alla fantascienza. Chi lo sa…

Per me è andata così.
A volte ti imbatti in una storia che improvvisamente illumina il tratto di strada che hai percorso fino a quel momento. In un autore che sembra sapere cose su di te che nemmeno ricordavi. Non importa se la storia si svolge a Brooklyn piuttosto che in California, se tu nella tua infanzia un nero non l'hai mai incontrato, se la scuola che frequentavi e gli amici che avevi erano completamente diversi. Se la tua esperienza con la droga si limita a una canna o due.
La verità è molto più semplice dei dettagli che la compongono.

I pezzi del caleidoscopio che Lethem costruisce sono fatti delle lacerazioni tra il mondo che vorremmo, il mondo che abbiamo intravisto lungo la via e quello che invece c'è toccato in sorte. I vetri che lo compongono sono colorati da sentimenti atrofizzatisi per la lunga resistenza al terrore quotidiano, schegge di quella gemma che conservi ben nascosta in fondo, da qualche parte, per sopravvivere. Ciò che lo tiene insieme è il tradimento, per esistere, e il pentimento, inutile, per riprovarci, inutilmente. Che tutto quello che ti rimane è puntare al cielo, solo per rimanere in piedi. Con la necessità di un superpotere, uno qualsiasi, che non può essere tutto qui quello su cui puoi contare.

Poi certo c'è la capacità di ricordare, la magia delle giornate passate a giocare per strada, le amicizie fantastiche e totalizzanti di quando hai 10/12 anni e ti accorgi che il mondo non è come te lo aspettavi. Quando ti rendi conto che per quanto tu voglia appartenere a qualcosa sei sempre quello fuori posto, quello che comunque la vita preferisce raccontarla piuttosto che viverla. E nonostante tutto non si abbatte, non diventa il nostro vicino cinico e sconfitto, ma trova un rifugio: una fortezza della solitudine da cui scrutare il mondo, subendone tutto il fascino, confortato dalla vastità delle possibilità, della miriade dei destini possibili.
Pronto a rinunciare ai superpoteri, se serve a salvare il proprio mondo. Magari da solo, ma conquistando una specie di pace. Alla fine.
Ecco, incontrare Dylan Ebdus è stato tutto questo e molto di più. Ma io non sono bravo come Lethem. Per questo conviene dare un'occhiata al suo romanzo, alla sua fortezza.