Ho ripreso in mano un libro di Raphael A. Lafferty parecchi anni dopo l'ultima volta, in seguito alla discussione nata in calce al post che Elvezio Sciallis ha dedicato a Thomas Disch (per capire come da quest'ultimo si sia arrivati a Lafferty… beh, lascio al passante curioso il piacere della scoperta. …e sì, ho poi letto anche Gomorra e dintorni, ma se ne riparla tra qualche tempo).
Sebbene Raphael A. Lafferty non sia uno di quegli scrittori popolari che piacciono a grandi e piccini, la sua originalità e il suo talento compositivo sono fuori discussione. La scrittura di Lafferty è di quelle che sgomitano e spingono per farsi notare, tanto appare più esuberante e complessa rispetto a quella di tanti suoi colleghi contemporanei. Per lo stesso motivo il suo nome è più conosciuto tra chi frequenta le zone più esterne della galassia fantascientifica che non tra i fan dell'avventura spaziale tout court.
Detto questo tocca però aggiungere che a me Raphael A. Lafferty non ha mai entusiasmato. Certo, ha scritto racconti notevoli e i suoi testi si leggono comunque volentieri, ma ho sempre trovato il suo approccio al genere un po' troppo freddo e concettuale per i miei gusti.
Vedi per esempio questo Cantata Spaziale.
Il romanzo d'esordio di Lafferty, pubblicato nel 1968, offre al lettore una riscrittura in chiave yankee delle avventure di Ulisse nel suo viaggio verso casa. Se la preparazione letteraria di Lafferty è fuori discussione, e i riferimenti omerici gustosi, il suo svuotare l'Odissea di ogni contenuto epico, per attualizzarla e riportarla nei territori della fantascienza popolare, non mi ha convinto a causa della distanza che costantemente separa il lettore da avvenimenti e personaggi. La mia incapacità di partecipare e divertirmi alle imprese del capitano Roadstrum e della sua ciurma, in costante e meccanica progressione da un ostacolo all'altro, in una galassia che pare una succursale di Disneyland per quanto artefatta e artificiale appare, è sintomatica della mia mancanza di sintonia con la scrittura di Lafferty più ancora che con il tema del romanzo. (Del resto Silverlock di John Myers Myers, che è un romanzo che si muove negli stessi ambiti di riscoperta e riscrittura dei miti letterari occidentali mi aveva invece lasciato decisamente soddisfatto.)
Nella scrittura di Lafferty si percepisce forte il divertimento dell'autore e lo sforzo di svuotare di ogni seriosità il testo, ma con lo scorrere fluido e scanzonato dell'avventura quel che rimane al lettore è un senso di vacuità che risulta in qualche modo fuori registro in una storia che nel suo mantenersi costantemente sopra le righe dovrebbe risultare decisamente più sanguigna e dirompente. Nel corso della lettura di Cantata Spaziale capita di sorridere, ma si fa davvero fatica ad appassionarsi e da un autore osannato come Raphael A. Lafferty mi aspettavo qualcosina di più.
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31 maggio 2011
Letture. Fantascienza che fu: Cantata spaziale, di Raphael A. Lafferty
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