10 settembre 2007

La montagna


Picture by Iguana Jo.
Lasciatemi spiegare due o tre cose sulla montagna, che mica è chiaro a tutti cosa ci sia di così seducente nel fare della fatica su e giù per i monti passando intere giornate a camminare con uno zaino sulle spalle.
Una fondamentale precisazione da fare, prima di sbrodolare tutta la mia insana passione per i monti, è quella di distinguere (per quanto in modo generico e superficiale) tra chi le montagne le conquista e chi invece ci cammina semplicemente in mezzo, ovvero tra chi arrampica e chi attraversa.
Il fatto è che io non ho mai avvertito l'esigenza di arrivare alla cima. Per me la spinta fondamentale per affrontare la montagna è sempre stata vedere cosa c'è dall'altra parte. Del resto puntare alla cima m'è sempre parso un vicolo cieco (voglio dire: una volta che sei arrivato nel punto più alto dove altro vai?). Insomma non è per il gusto della scalata e della conquista che mi piace andare tra i monti. Mi basta esserne circondato per essere già soddisfatto.

Probabilmente tutto dipende dall'esserci nato in mezzo. Del resto da quando ho lasciato Bolzano, l'unica cosa di cui ho davvero sento la mancanza sono proprio le montagne. La loro imponenza, la loro visibilità sono senza dubbio aspetti importanti ma questa specie di nostalgia non è dovuta solo a fattori estetici o paesaggistici. È qualcosa di più: probabilmente essere andato a camminare per le dolomiti fin da bambino ha rappresentato una sorta di imprinting, un legame profondo con la natura stessa del territorio.

Forse le montagne sono un po' come il mare per chi è nato sulla costa. Rappresentano una possibilità, il mistero, l'avventura. Impedendo un facile accesso ad altre terre, nascondendole alla vista, sono un invito costante al viaggio e alla scoperta.
Non so se chi è nato in pianura può capire. Camminare in un bosco, salire oltre il limite degli alberi verso la prossima forcella, scoprire passo dopo passo un territorio inesplorato, rendersi conto della Terra, della sua consistenza e delle sue dimensioni. Confrontarsi con il rischio di perdersi, vedere ridursi progressivamente le tracce umane (che non scompaiono mai, riescono piuttosto a trovare un loro spazio armonico nel paesaggio), essere in balia dei capricci del tempo, per poi arrivare infine a scoprire cosa c'è dall'altra parte.
E poi la maestosità della roccia, il suo permanere oltre i nostri confini temporali, e la fatica, sempre la fatica, che ti riporta indietro in un tempo più selvatico e sensuale. La fatica che elimina le mediazioni a cui siamo abituati tra noi e il risultato dei nostri sforzi, la fatica che offre una soddisfazione per ogni passo, un risultato, un avvicinamento. La fatica che in montagna si misura sempre in ore di cammino mai in chilometri percorsi…

La montagna fa parte di me, del modo in cui sono cresciuto, di quello che sono diventato.
Però dopo tanti anni passati in pianura uno crede quasi di essersela dimenticata, quasi appartenesse a una vita precedente. Così quando dopo tanto tempo ti ritrovi a calcare di nuovo le tracce di un sentiero, è quasi una sorpresa ritrovare le vecchie sensazioni, sentire nuovamente tutto il fascino della camminata alpina. E non importa se il sentiero che percorri sia uno dei più frequentati tra quelli dolomitici, non importa se il silenzio e la solitudine intorno alle Tre Cime di Lavaredo siano quasi un'utopia. L'unica cosa davvero importante è sentire il ritmo del cammino, la vastità del cielo, la presenza della montagna.

"...e vidi il sole che percotea la montagna
essere più luminoso quivi
che nella bassa pianura... "

Leonardo da Vinci

05 settembre 2007

Rapporto letture - Luglio/Agosto 2007


Originally uploaded by biblioragazzi.
L'estate è un periodo prodigo di letture. Direi che anche quest'anno è andata abbastanza bene. Ecco quindi l'elenco dei libri degli ultimi due mesi. Ogni commento è come sempre benvenuto.

Charlie Stross - Giungla di cemento
Un giro sull'ottovolante fantastico del sig. Stross. Leggerezza & fantascienza & burocrazia & mostri vari. Peccato per la traduzione italiana che non rende merito alla scrittura dell'autore. Ne avevo già parlato qui.

Lester Bangs - Deliri, desideri e distorsioni
Secondo volume dedicato agli scritti di Lester Bangs. La scrittura di Bangs è potente e lisergica e scomposta, ma tra i deliri e le distorsioni è possibile intravedere la passione, la rabbia e la compassione che animano il suo lavoro, che in fondo il rock'n'roll è un mezzo come un altro per parlare della vita, dell'universo, di tutto quanto.
Se sei un grande scrittore almeno. E Bangs lo era.

Jeffery Deaver - Sotto terra
Prima volta che mi imbatto in questo autore che pare essere apprezzatissimo tra i cultori del thriller. Il romanzo in questione è certamente piacevole, i personaggi azzeccati, la trama sufficientemente interessante. D'altra parte però nel libro non c'è niente che colpisca davvero il lettore. Per qualche ora di puro intrattenimento va benissimo, se cercate qualcosa di memorabile beh… non è questo il caso.

Joe R. Lansdale - Una stagione selvaggia
Cronologicamente Una stagione selvaggio è il primo romanzo della serie che ha per protagonisti Hap Collins & Leonard Pine, ma arriva in Italia dopo che i successivi quattro volumi sono già stati pubblicati. La prima avventura dei due bravi ragazzi texani soffre di tutte le ingenuità di un'opera scritta da un autore alle prime armi ma ha comunque il pregio di svelare qualche retroscena della vita del dinamico duo. E poi Lansdale è Lansdale, leggerlo è sempre un piacere anche quando non è al massimo delle sue capacità.

Dave Eggers - Erano solo ragazzi in cammino. Autobiografia di Valentino Achak Deng
Sicuramente il libro migliore di questi ultimi due mesi. Ne avevo già parlato in questo post. Leggetelo.

AA.VV. - Supernova Express - Antologia manifesto del Connettivismo
La fantascienza italiana tenta un nuovo approccio alla scrittura, ma ad oggi manca ancora un'opera di riferimento su cui poter costruire un movimento. Supernova Express avrebbe potuto/dovuto rappresentare la vetrina narrativa del manifesto connettivista, il risultato però non è tra i più incoraggianti e secondo me siamo ancora lontani dal tracciare una nuova via per la fantascienza nostrana. Spero ardentemente di sbagliarmi.

Andrea Camilleri - La voce del violino
Camilleri ormai è un classico, e anche se personalmente preferisco i suoi romanzi storici, Montalbano è sempre e comunque una certezza. Questo romanzo non fa eccezione e si conferma una lettura piacevole più per la capacità dell'autore di rendere vivi i personaggi e indimenticabile la sua Sicilia che per la trama gialla, in verità piuttosto esile, che lo caratterizza.

David G. Hartwell & Kathryn Cramer (a cura di) - Venti galassie
Da qualche tempo l'Urania Millemondi estivo è dedicato alla raccolta dei migliori racconti dell'anno curata da David G. Hartwell e Kathryn Cramer. In questo caso l'anno presentato è il 2003 e i venti racconti che compongono l'antologia offrono un buon panorama di quella che è la fantascienza attuale. Ci sono tutti i nomi più importanti della scena con racconti che affrontano il genere con approcci decisamente variegati, sintomo che la fantascienza ha ancora qualcosa da dire. Non tutti i racconti mi hanno pienamente soddisfatto ma la qualità media è decisamente buona.
Anche in questo caso spiace notare come la traduzione italiana non sempre sia all'altezza del testo. In questo caso tutta la seconda parte del volume soffre secondo me di un eccessivo appiattimento stilistico. Ma vabbé, meglio che niente…

Nick Laird - La banda delle casse da morto
In parte incuriosito dalla presentazione sul sito di minimum fax, in parte a causa delle precedenti memorabili letture nordirlandesi (vedi p. es. Ian McDonald o Robert McLiam Wilson) mi sono letto il romanzo d'esordio di Nick Laird. La lettura non delude le aspettative. Ok, il romanzo non è un capolavoro, ok, tratta temi già letti e riletti. Però lo fa con grazia e ironia, con una storia brillante e avvincente, con personaggi che suscitano tenerezza e simpatia. Niente di trascendentale ma in definitiva un romanzo piacevole, ottimo per il periodo estivo.

Mikael Niemi - Musica rock da Vittula
Idem come sopra. In questo caso la molla è stata la lettura dell'opera successiva dell'autore svedese. Ma se Il Manifesto dei Cosmonisti m'era parso un'originale rilettura dei temi e delle situazioni di tutta la fantascienza che l'ha preceduto, questo Musica rock da Vittula è il solito romanzo di formazione. Piacevole e divertente, malinconico e brillante. Che rimane impresso soprattutto per l'esoticità dell'ambientazione piuttosto che per la profondità dei personaggi o per l'originalità della scrittura. Mi aspettavo qualcosa di più, ma in fondo quello che ho trovato mi ha lasciato comunque soddisfatto.

Emily Brontë - Cime tempestose
Se il romanzo di Eggers è stata la lettura del mese, il classico di Emily Brontë è di certo il romanzo più sorprendente di quest'estate. Ne ho già parlato in questo post, qui non mi rimane che ribadire la mia totale rivalutazione della letteratura dell'epoca (anche se il merito va spartito con Susanna Clarke che con il suo Jonathan Strange e il signor Norrell è stata la vera molla per affrontare l'ottocento inglese).

Wilson Tucker - L'anno del sole quieto
Altra sorpresa in chiave minore, che in realtà non mi aspettavo molto da questo romanzo fantascientifico del 1970. Invece Wilson Tucker mi ha sorpreso per il tono pacato e sommesso del romanzo, per la capacità di tenere sotto controllo le derive fideistico/religiose che potevano distruggere la storia, per la semplicità con cui conduce in porto la sua apocalittica vicenda.
Ma a parte ogni considerazione sulla qualità letteraria del romanzo devo aggiungere che L'anno del sole quieto è uno dei titoli migliori in cui mi sia imbattuto.

E anche per questa volta l'elenco è finito.
Per il prossimo mese vi avverto: si tornerà a parlare di grande (esagerata!) fantascienza.

Le puntate precedenti invece le potete trovare qui:
Gennaio, Febbraio, Marzo/Aprile, Maggio, Giugno.

30 agosto 2007

The Jacket


Picture by Iguana Jo.
Nel tentativo di rimediare alle visioni fantascientifiche che mi sono perso negli ultimi anni sto un po' alla volta recuperando dall'oblio qualche film meritevole grazie soprattutto ai consigli di qualche amico fidato.

Grazie al suggerimento di Babi l'altra sera ci siamo guardati The Jacket, film anglo-americano di John Maybury con protagonista uno splendido Adrien Brody.
Non so perché ci è sfuggito al momento dell'uscita, non so nemmeno come sia stato distribuito, ma di una cosa sono praticamente certo: non è stato presentato come film di fantascienza. Le ragioni sono misteriose, ma forse nemmeno più di tanto: ormai come fantascientifici vengono definiti solo quei film che vivono di azione ed effetti speciali. Quelli che per qualche strano motivo si fondano su una storia vengono esclusi di default dalla categoria.

Comunque sia The Jacket è fantascienza in una delle sua varianti più classiche e caratteristiche. Ma The Jacket è soprattutto cinema, un cinema che si muove tra I confini della realtà e Qualcuno volò sul nido del cuculo, con un'attenzione al colore, al montaggio e agli effetti speciali decisamente attuale.

Oltre all'interessante plot fantascientifico, il maggior pregio di The Jacket sta nell'intensità dei personaggi che non risultano mai fuori posto o eccessivi e che riescono con la loro personalità ad esaltare il dramma e il mistero che si dipana nel corso del film.
Accanto ad Adrien Brody, perfetto nel ruolo dell'alienato (e a tratti terrorizzato) protagonista, c'è unaKeira Knightley carina e frantumata quanto basta, ma soprattutto ci sono una serie di comprimari fondamentali per l'ottima riuscita complessiva della pellicola. Il carismatico Kris Kristofferson è uno psicoterapeuta con le idee chiare e non poca rabbia da smaltire, mentre la superlativa Jennifer Jason Leigh una collega un poco turbata da quello che accade nella clinica psichiatrica in cui si svolge gran parte della storia. Clinica in cui non può mancare il classico malato di mente capace di stringere un qualche legame con il protagonista. La scelta è caduta su Daniel Craig in versione pre-Bond, che non fa rimpiangere i pazzerielli che tenevano compagnia a Jack Nicholson nel manicomio più famoso del cinema.

The Jacket non è un film perfetto, in alcuni passaggi lo sviluppo della vicenda è un po' frettoloso e in altri troppo ammiccante, ma la tensione rimane sufficientemente alta fino alla fine. Da segnalare la notevole colonna sonora che mescola sapientemente rumori ambientali, musica originale (di Brian Eno) e qualche azzeccata canzone (da ricordare la versione di We Have All the Time in the World interpretata da Iggy Pop ad accompagnare il finale e i titoli di coda).

Il primo film americano dell'inglese John Maybury (prodotto tra gli altri da Steven Soderbergh e George Clooney) è un ottimo esempio di come si possano costruire buoni film di fantascienza senza appoggiarsi totalmente agli effetti speciali, raccontando storie costruite sulla qualità dei personaggi e sulla forza della trama. Se vi fosse sfuggito vi consiglio di recuperare il dvd.


27 agosto 2007

Heathcliff & me


Picture by Iguana Jo.
Rieccomi a parlare di libri e di inattese sorprese. Tutto nasce dal fatto che quest'estate ho sbagliato le previsioni e i due libri che mi ero portato in vacanza si sono dimostrati insufficienti a riempire il tempo libero in campeggio. Fortunatamente Annalisa, in piena immersione nell'800 inglese, aveva pensato bene di portare con sé Cime Tempestose ed essendo lei ancora impegnata in altre letture ho dovuto leggermi il romanzo di Emily Brontë, che in effetti imbattersi in Heathcliff e compagnia non era proprio nei miei programmi.

Ora non è che io abbia un feeling particolare con la letteratura ottocentesca inglese. Le mie uniche esperienze con autori dell'epoca erano limitate a Kipling e a Conrad e mi son sempre ben guardato dall'avvicinarmi a tutti i romanzi scritti da quella schiera di fanciulle anglosassoni che si erano dedicate alla scrittura non avendo evidentemente nulla di meglio da fare. Per me Wuthering Heights era solo una canzone di Kate Bush ispirata a un libro ottocentesco, che dell'omonimo romanzo conoscevo giusto il titolo.

Beh… a quanto pare sbagliavo davvero. Le ragazze sapevano scrivere! Avevano storie da raccontare! E che personaggi…

Vedi per esempio Heathcliff, protagonista indiscusso della vicenda. Il misterioso signore di Wuthering Heights sembra avere più di una vaga parentela con il signor Kurtz: l'ossessione che lo anima, l'oscurità che lo permea, rimandano direttamente al cuore di tenebra conradiano.
Cime Tempestose mi ha sorpreso soprattutto per quest'immersione nel lato oscuro dell'animo umano. Chi se l'aspettava tutta quest'umanità malata dalla penna di una ragazza di campagna? Chi si immaginava che dalla desolata brughiera inglese potessero emergere figure così drammaticamente tridimensionali, così vive e vere a dispetto del palcoscenico quasi astratto in cui si muovono? Perché non è certo sul realismo esasperato che si fonda la vicenda del romanzo, quanto piuttosto sul distillato di passioni archetipe che muove i personaggi tutti, alternativamente, vittime e artefici di un destino che fin quasi alla fine travolge ogni possibilità di pacifica (o rassegnata) esistenza.
Nella mia scarsa conoscenza della letteratura dell'epoca ero convinto che Cime Tempestose fosse solo una storia d'amore, ma toglietevi dalla testa che abbia a che fare con uno qualsiasi degli insulsi polpettoni pseudoromantici che sembrano andare per la maggiore di questi tempi, che questo è soprattutto un gran bel romanzo.

21 agosto 2007

Dieci cose che ho (ri)scoperto sulla Germania.


Mahlzeit! Picture by Iguana Jo.
- i tedeschi sorridono! Lo fanno molto più spesso degli italiani. Inoltre sono molto più gentili e disponibili di quanto uno si aspetti. (tranne quando guidano).

- In Germania si mangia bene (e si spende poco). Ok. Non sanno fare la pasta, e questo è evidentemente un handicap senza rimedio, ma per quanto riguarda carne, verdure, pane e dolci non temono confronti. In più si spende davvero poco, almeno per gli standard a cui sono abituato da queste parti. In quattro al ristorante in una zona turistica come la Foresta nera abbiamo sempre speso tra i 35 e i 50 euro in totale. Una birra media costa 2 (sì. proprio due!) euro.

- In Germania piove. E quando non piove è nuvolo. Ma di quei cieli nuvolosi grigi grigi grigi che ti fan venire la tristezza pensando a chi se li ritrova così per tutto l'anno.
Però quelle volte che spunta fuori il sole è davvero uno spettacolo!

- La Foresta Nera è molto poco foresta e molto poco nera. Da una foresta mi aspetto che sia selvatica, impenetrabile, misteriosa. Quella tedesca è frequentata da troppo tempo per essere ancora tale, più che una foresta sembra un bosco molto esteso. E riguardo al nero, beh… effettivamente tra gli alberi è piuttosto scuro, ma la gamma dei verdi disponibile è davvero esagerata: dai fogliami più diversi, ai prati, dall'acqua di torrenti e laghi al fieno e ai frutteti che la circondano - per non citare le automobili che sfrecciano lungo le strade che la attraversano (avete presente il gusto cromatico delle auto tedesche?) direi proprio che la definizione Foresta Nera non sia da prendere alla lettera.

- Il pane (e dintorni) dei fornai tedeschi è il più buono del mondo.

- Le strade tedesche sono il sogno di ogni automobilista, se solo prendessero il codice stradale un po' meno sul serio… Guidare lungo le strade montane della Germania è una meraviglia: asfalto perfetto, curve sinuose, larghezza incredibile, piazzole nei punti più impensabili per non parlare del panorama. Tutto sembra progettato al meglio per mettere a suo agio l'automobilista. Salvo poi trovare il tizio che entrando in paese inchioda per passare dai 100 ai 50 km/h in un decimo di secondo, il tizio che ti suona perché ai superato inavvertitamente la mezzeria o quello che protesta perché l'hai superato rientrando in corsia proprio davanti a lui.

- Andare in piscina o al museo costa meno della metà di quanto costi in Italia.

- La densità di negozi di souvenir nei paesi più caratteristici è (quasi) pari a quella riscontrabile in qualunque lungomare della riviera romagnola. Anche la quantità di turisti che vi si accalcano è paragonabile.

- il Deutsches Museum di Monaco è uno di luoghi più meravigliosi del mondo. (Oltre ad essere così enorme e denso di informazioni da poterci passare tranquillamente una settimana di ferie senza annoiarsi minimamente).

- La birra tedesca è sopravvalutata.


30 luglio 2007

Supernova Express


Picture by Iguana Jo.
Sono reduce dal viaggio inaugurale dell'espresso connettivista. La sensazione è simile a quella che ti ritrovi addosso dopo un viaggio sui treni nostrani: qualche scorcio interessante a illuminare la noia del viaggio, ma quanta fatica per arrivare in fondo!

Evidentemente il problema che ho con i racconti che compongono l'antologia nasce dall'idea di fantascienza che mi porto appresso. Per me la fantascienza è soprattutto esplorazione del mondo, speculazione sulla realtà, idee più o meno innovative messe in gioco nel cortile del comune quotidiano.
Salvo rare eccezioni in Supernova express non c'è nulla di tutto questo. C'è il solipsismo portato a paradigma dell'incapacità di comprensione del mondo, c'è l'introspezione drammatica che tende alla masturbazione mentale, c'è un'adolescenziale ansia di parlarsi addosso senza l'esperienza e l'ironia necessarie ad alleggerire l'atmosfera e poi c'è l'ennesimo rivestirsi dei panni dei grandi ormai consunti.

Dei dodici racconti presenti nell'antologia gli unici che salverei dalla nuclearizzazione sono L'hobby dek signor Zafsky di Luca Bonatesta (ecco il mondo! ecco persone e non manichini!), Intorno alla singolarità di Giovanni De Matteo (non sarà estremamente originale ma Giovanni sa come scrivere un racconto. Fantascienza doc, solo un po' troppo romantica per il sottoscritto) e L'incanto di Bambola di Lukha Kremo Baroncinj (che per questa volta rinuncia alle folli digressioni, limita le ingenuità al minimo e sforna un racconto micidiale, sicuramente il migliore dell'antologia).

Tre racconti sono un po' pochi per un'antologia ambiziosa come questa. Non che mi aspettassi un capolavoro, ma un volume più innovativo, almeno sul fronte fantascientifico, beh… questo sì.
Nonostante il contagioso entusiasmo dei Connettivisti (che malgrado i risultati è sempre cosa buona e giusta) per lo sbocciare di una nuova via alla fantascienza italiana bisognerà attendere ancora, che forse i tempi non sono ancora maturi.
Rimaniamo in ascolto.


27 luglio 2007

Kyashan!


Picture by Iguana Jo.
Melodrammatico, intenso, criptico. Ma anche epico, oscuro, teatrale.
Kyashan è tutto questo e molto di più. È fantascienza che parla intensamente d'attualità, è un film dalla parte dell'umanità stritolata dallo stato di guerra permanente (contro il terrorismo, contro i mostri, contro se stessa). Un film talmente sovraccarico di emozioni primarie da arrivare a sublimarle senza per questo risultarne soffocato. Un film violento e terribile sulla guerra, il potere che la alimenta, il razzismo che la genera. Un film costruito in maniera pressoché perfetta, che si alimenta della sua storia e trova nella circolarità dello sviluppo la chiave per mantenere alta la tensione senza rinunciare ai colpi di scena e senza scadere nella banalità manichea da blockbuster hollywoodiano.
Una storia epica che nonostante il pessimismo che la contraddistingue non rinuncia a prendere posizione, a ricercare una pur tenue speranza, ad implorare una tregua dalla disperazione.

Ma soprattutto Kyashan è bellissimo.
Non ricordo un altro film che mi abbia colpito in modo così dirompente per il puro fascino delle immagini, per i virtuosismi degli artisti coinvolti nella sua realizzazione, per le scelte di regia, i cambi di ritmo, per la capacità di convogliare emozioni con lo stupefacente uso del colore e dell'elaborazione digitale e infine per lo splendido accompagnamento sonoro che rende davvero indimenticabile la visione del dvd.

Insomma un film davvero incredibile per intensità e fascino. Lo avevo colpevolmente ignorato fino a ieri (vatti a fidare delle recensioni in rete…), ora sono davvero contento di averlo finalmente visto.
Onore al merito al regista Kazuaki Kiriya e a tutti gli artisti che hanno contribuito a rendere memorabile questo film.

23 luglio 2007

Ragazzi in cammino


Picture by 12dam.
Dave Eggers colpisce ancora: oltre ad essere probabilmente uno dei più grandi narratori della contemporaneità occidentale riesce con il suo nuovo romanzo a realizzare un piccolo miracolo, regalando le sue capacità compositive a una storia che doveva essere raccontata.

Eravamo solo ragazzi in cammino (What is the What) è l'autobiografia di Valentino Achak Deng: la storia della sua odissea, dalla distruzione del suo villaggio nel Sudan meridionale all'approdo negli Stati Uniti tredici anni dopo, fino alla pubblicazione di questo libro.
Un autobiografia che è un romanzo perché, come racconta Valentino nelle prime pagine del volume, non tutto quello che succede nel corso della storia è capitato a lui, e non tutto quello che è capitato a lui è raccontato nelle pagine del volume.
Ma non c'è esagerazione, finzione o invenzione nel racconto della sua storia, piuttosto la semplice impossibilità per un bambino in fuga di ricordare e registrare tutti i terrificanti particolari di un esodo di massa attraverso un paese in guerra.

Se c'è un merito in questo romanzo è quello di restituire un'identità, una voce, una storia a quell'umanità indistinta che etichettiamo superficialmente come profuga.
Dalle pagine del libro emerge chiaramente la terrificante realtà dei conflitti africani (in questo caso il Sudan), e grazie al racconto di Valentino le sterminate fila di popolazioni in marcia che a tutti è capitato di vedere in tv assumono realtà e sostanza anche per chi come me non era mai riuscito a farsene una ragione, che il profugo è sempre stato una figura astratta, un simbolo e una categoria, sempre coniugato al plurale e mai identificato con un nome, una persona, una vita. Le persona in marcia viste da un elicottero o riprese da un fuoristrada delle nazioni unite di passaggio difficilmente riescono a diventare individui. Eravamo solo ragazzi in cammino restituisce storia e dignità a tutte queste persone. Di più: gli offre la possibilità di essere riconosciuti come individui.

Anche solo per questo motivo leggere Eravamo solo ragazzi in cammino è un'esperienza memorabile. Ma probabilmente l'aspetto puramente documentativo sarebbe poca cosa se non fosse accompagnato dalla capacità dell'autore di intrattenere e accompagnare il lettore attraverso le varie esperienze che hanno segnato la vita di Valentino. In questo senso il lavoro di Dave Eggers è stato fondamentale: l'autore non si limite a far sua la voce del narratore, ma costruisce e organizza il racconto in maniera mirabile incrociando l'attualità della vita di Valentino negli Stati Uniti con il suo passato di bambino in fuga prima e di abitante di un campo profughi poi. Costruendo in questo modo un romanzo incredibilmente realistico, emozionante, avvincente.
Un romanzo da leggere assolutamente.

(Per saperne di più sul romanzo, su Valentino Achak Deng e sul conflitto sudanese potete visitare il sito www.valentinoachakdeng.com.)

17 luglio 2007

The Stars My Destination


Picture by Iguana Jo.
Quando a fine giugno siamo stati a Campo Imperatore abbiamo avuto la fortuna di poter visitare l'osservatorio astronomico: la porta era aperta, siamo entrati e un disponibilissimo astronomo (almeno credo fosse tale) si è offerto per illustrarci il lavoro dell'equipe scientifica che occupa l'osservatorio.

A parte ogni considerazione tecnica (il telescopio, l'osservazione notturna, la digitalizzazione delle immagini, la cupola - wow! - rotante) la cosa che mi ha insieme sorpreso e fatto felice è stato scoprire nello spazio comune dell'osservatorio, insieme a televisore, videocassette e riviste tecniche, due interi scaffali dedicati a libri di fantascienza, praticamente gli unici volumi di narrativa presenti nella sala.

Insomma, se anche lassù dove la scienza si confronta con il cosmo c'è qualcuno che sogna e gioca a immaginare il futuro forse c'è ancora qualche speranza.


16 luglio 2007

Ecco il vincitore!


Picture by Iguana Jo.
X aka Giovanni De Matteo è il vincitore dell'edizione 2007 del Premio Urania.
Qui potete leggere il comunicato ufficiale, da parte mia i più calorosi complimenti a Giovanni, che oltre ad essere un bravo scrittore di fantascienza considero ormai un amico.

Ci risentiamo a novembre con il nuovo Urania tra le mani per scoprire quale sarà il titolo e soprattutto il contenuto del romanzo di Giovanni.


09 luglio 2007

Rapporto letture - Giugno 2007


Picture by Iguana Jo.
Favorito da una settimana di vacanza il mese appena trascorso s'è rivelato davvero ricco di letture. Ecco l'elenco:

- Le dame di Grace Adieu di Susanna Clarke
Dopo Jonathan Strange e il signor Norrell un'altra possibilità per godere della raffinata prosa dell'autrice. Meraviglioso.
(Un'ottima e dettagliata recensione la trovate nel blog di Vanamonde)

- La fame che abbiamo di Dave Eggers
Dave Eggers è dio. C'è poco da aggiungere. Nessuno come lui riesce ad emozionarmi raccontano quel poco di vita che anima i suoi personaggi. Tizi che hanno il mondo in mano, ma che ancora non gli basta (se mai se ne accorgono).
Persone (e cani!) in cui è anche troppo facile riconoscersi, persi e affamati come siamo.

- Soluzione finale di Michael Chabon
Un piccolo volume per l'ultima indagine di Sherlock Holmes. Vecchio e scricchiolante ma sembre acuto e intransigente osservatore del mondo. Chabon descrive con sensibilità e partecipazione la vecchiaia che non si arrende alla cattiveria del mondo. Una bella sorpresa.

- Undici solitudini di Richard Yates
Gli undici racconti del volume sono uno specchiofedele degli USA alla fine degli anni '50 ma per la qualità della scrittura, la loro nitidezza e intensità sembrano scritti ieri. Non so se sia davvero un volume fondamentale per la letteratura americana, come viene più volte definito tra copertina e introduzione, di certo a me è piaciuto molto.

- Il manifesto dei cosmonisti di Mikael Niemi
Poca fantascienza questo mese. Ma questo non potete perdervelo. Ne ho parlato più diffusamente qui .

- Stelle lontane di Samuel R. Delany
Avevo grandi aspettative riguardo questo volume che era da tempo che non leggevo Delany. Le mie speranze sono rimaste parzialmente deluse ma questa raccolta di racconti rimane un ottimo condensato delle tematiche e dello stile che caratterizzano le opere degli anni sessanta dell'autore.

- Il caso Jane Eyre di Jasper Fforde
Ne avevo letto parecchio tempo fa sul blog di Amrhan e quando l'ho finalmente incrociato in libreria non me lo sono lasciato scappare. Beh… Amrhan aveva proprio ragione: Il caso Jane Eyre è un romanzo capace di mescolare con disinvoltura fantascienza e soprannaturale e letteratura inglese,e di farlo in modo brillante e appassionante. Un volume imperdibile per chi ama una qualunque delle categorie citate, o per chi apprezza semplicemente un romanzo divertente.

Per il mese prossimo in arrivo ancora Eggers, e poi Stross e una buona dose di rock'n'roll.

04 luglio 2007

Delany tra le stelle


Picture by ::sarmax::.
Se mi chiedeste quali sono i miei scrittori di fantascienza preferiti fino a qualche tempo fa non avrei esitato a infilare Samuel Delany nel mucchio. Ma le cose cambiano e ora non sono più tanto sicuro che lui rientrerebbe nel novero. Non che improvvisamente mi faccia schifo. Anzi. Solo che probabilmente era da troppo tempo che non lo (ri)leggevo e le sensazioni che mi ha lasciato il volume Stelle lontane, raccolta della più significativa produzione breve  del nostro, non son state tutte positive.

Ovviamente la responsabilità è solo mia: non avevo mai notato quanto Delany tendesse verso una strana idea molto sixties dell'esistenza (per quel che vuol dire…).
Ok, lui negli anni sessanta c'è cresciuto e probabilmente le vibrazioni nell'aria erano quelle, ma a me è venuta un po' a noia vedermi ribadire più e più volte 'sta cosa della supremazia dell'arte, la costruzione barocca degli scenari e l'estetica del crimine accompagnata di pari passo all'esaltazione romantica della creazione artistica. In definitiva credo proprio di aver raggiunto il mio livello critico di saturazione nei confronti delle atmosfere tra il mistico e il decadente che costituiscono le caratteristiche dominanti della sua produzione dell'epoca.

Non che sia tutto da buttar via: le fantastiche creazioni propriamente fantascientifiche rimangono ancora degne di nota. Come rimane memorabile l'ardita costruzione metanarrativa di Stella Imperiale e alcune delle visioni davvero meravigliose di cui sono ricche le sue opere. Ma per quanto riguarda il puro piacere della lettura posso ormai tranquillamente affermare che il mio entusiasmo per il Delany di quegli anni era un filo eccessivo.
Non credevo che anche un autore come lui potesse risentire del passaggio del tempo, l'aura che lo circondava mi sembrava francamente inossidabile. Di certo rimane uno degli autori più importanti per quanto riguarda lo svecchiamento e il rinnovamento della fantascienza (e per questo s'è già guadagnato la sua fetta di effimera immortalità almeno tra i cultori del genere), molto più influente e decisivo di uno come Zelazny a cui spesso viene accostato. Ma anche lui ha fatto il suo tempo, che gli anni sessanta del ventesimo secolo sono ormai davvero lontani.

Mi rimangono le Storie di Neveryon e Triton come esempi indiscutibili di qualità letteraria, anche se dopo quest'esperienza il dubbio che anche il Delany del decennio successivo sia ormai solo un ricordo è effettivamente più tangibile. (rileggere o non rileggere questo è il problema!)
Una cosa comunque è sicura: le ore spese tra le sue pagine non sono mai state tempo perso e se di Delany m'è rimasto solo il ricordo, sono ancora pronto per lasciarmi stupire da qualcosa che sia altrettanto visionario e potente da scrutare tra i fantasmi di questo nuovo millennio.

02 luglio 2007

Traduzioni di cemento


Picture by WayneO42.
Di ritorno da una breve vacanza cercavo un libro brillante e veloce da leggere prima del ritorno al lavoro.
La scelta è caduta su Giungla di cemento del buon Charlie Stross.
Una certezza, mi son detto: primo titolo di Stross in italiano, premio Hugo, pubblicato su Odissea la collana di romanzi brevi Delos Books: non possono certo aver scelto una ciofeca e lo avranno curato nel migliore dei modi.

Poi ho iniziato a leggerlo, e mi son cadute le palle (perdonate il francesismo).
Immagino, anzi, ne sono certo, che il romanzo sia davvero brillante, scritto con il solito stile leggero tipico di Stross. Le idee ci sono e all'autore riesce di infilare tra una battuta e l'altra il fior fiore della tecnologia attuale insieme a mostri lovecraftiani a go go. Insomma un perfetto connubio di hi-tech, azione e presenze soprannaturali.

Senonché nell'edizione italiana tutto il ritmo, la leggerezza, l'ironia che permea la prosa di Stross si perdono completamente, che raramente mi sono imbattuto in una traduzione peggiore di questa.
Oh… intendiamoci, probabilmente il senso letterale delle frasi di cui è composto il romanzo c'è tutto. Ma l'impressione è che la traduttrice (o il team di traduttori, che sono ben 4 quelli citati nel colophon) non abbia capito una mazza del senso complessivo di quanto andava traducendo.
Indicativo della scarsa qualità della traduzione sono ad esempio il numero di "esso" o di "ciò" presenti tra le pagine, alcune frasi totalmente incomprensibili, parole varie usate a cazzo (secondo me, eh!).
L'uso smodato di parole in maiuscolo - probabilmente presenti anche nell'originale - non tradotte, o tradotte solo saltuariamente.
Termini che nel corso della vicenda cambiano. C'è lo Scorpion Stare fondamentale nello sviluppo della trama che diventa da metà romanzo in poi Scorpion Square (e ribadisco: ma perché non tradurlo?).
E poi errori marchiani come la presenza di una struttura usata dal terzo reich in germania con il nome in inglese (aargh!).

Ma qualcuno in Delos ha letto la traduzione prima di dare l'ok alla stampa?

Ragazzi io mi fido di voi, ma come si fa a proporre al pubblico un lavoro simile? Che servizio si rende al lettore, allo scrittore (il suo primo titolo in italiano!!!), alla casa editrice stessa?

Non so se pubblicherete le altre avventure di Bob Howard, io mi auguro sinceramente di sì. Ma spero davvero che controlliate meglio quello che esce con il vostro marchio in copertina.

22 giugno 2007

Io, flickr e la censura


Picture by Iguana Jo.
Ora che la tempesta pare passata voglio provare a capire cosa è successo su flickr in questi giorni.

In breve: la settimana scorsa vengono annunciate le localizzazioni in sette lingue del sito di flickr. Contestualmente a tale implementazione gli utenti registrati in quattro distinte nazioni si trovano improvvisamente impedito l'accesso a tutte le immagini non considerate sicure. (piccola precisazione: tutte le immagini su flickr vengono categorizzate per il loro contenuto in safe, moderate, restricted, non sto qui a spiegare i metodi parecchio discutibili per assegnare le immagini in queste categorie).
Questa ha fatto giustamente imbestialire gli utenti interessati, soprattutto quelli tedeschi non avezzi a tali forme di censura, che dall'oggi al domani si sono visti limitare univocamente la loro esperienza flickriana.

Da qui è partita una campagna massiccia di protesta. E visto la latitanza dello staff flickriano la cosa ha preso dimensioni piuttosto estese.

Alla fine la risposta da flickr è arrivata, attribuendo le responsabilità di tale censura alla legislazione tedesca particolarmente rigida riguardo l'accesso di minorenni a contenuti _maturi_ (diciamo così, che non saprei come meglio definirli).
È stato fatto notare come fossero decine i siti tedeschi che permettevano la fruizione di tali materiali senza incorrere in sanzioni, l'unica precauzione adottata è il controllo dell'età al momento dell'accesso al sito.

Dopo qualche altro migliaio di messaggi più o meno attinenti al problema è arrivata la soluzione di compromesso: gli utenti tedeschi potranno scegliere di accedere alle immagini safe o al massimo alle immagini moderate. Le immagini restricted sono "per ora" (in attesa di qualche innovazione tecnica ad hoc, parola di flickr) riservate alla visione privata.

Fin qui la cronaca.

Quello che però più mi ha sorpreso è stata la controcampagna innestata da alcun utenti che si son detti irritati dalla protesta anti-censura in corso.
I toni erano i più svariati, dal "cosa protesti se non sai nemmeno di cosa si sta parlando", al "flickr è un'azienda privata, può piacere o meno, ma non ha alcun dovere verso i suoi clienti", al "ti pare che sia un buon motivo protestare per l'impossibilità di vedere qualche tetta quando in giro ci sono intere nazioni che sono messe molto peggio" etc etc etc…
Il tutto accompagnato dal cattivo sapore del moralismo della domenica, quello per cui basta che qualcuno provi a fare qualcosa che subito un altro gli da addosso, quasi a scaricare in questo modo la coscienza e/o i nervi e/o le proprie personali idiosincrasie.
(sono stati davvero in pochi quelli che mi hanno colpito per le motivazioni addotte alle loro critiche, questi li ringrazio perché m'han dato comunque da riflettere)

Visto che ho aderito alla protesta provo qui di seguito a spiegare i miei motivi, copincollando da qualche intervento fatto in rete (detto per chi magari vi ritrovasse cose già lette).

- Personalmente sono enormemente debitore verso flickr per la mia crescita fotografica e umana di questi ultimi due anni e mezzo. Questo non significa subire passivamente ogni decisione cali dall'alto, ma sentirsi parte di una comunità viva e dinamica in grado, se serve, di far sentire la propria voce.
Una manifestazione massiccia di dissenso come questa ha molte possibilità di successo proprio perché colpisce il punto debole della corporation: la sua necessità di badare principalmente (unicamente?) al profitto.
Per aziende come Flickr il profitto si basa fondamentalmente sulla reputazione che sono in grado di creare intorno ai propri servizi. E se una buona reputazione ci mette un sacco di tempo a formarsi è invece capace di crollare in un attimo per una qualsiasi cazzata l'azienda non sia in grado di controllare.
A tal proposito questo caso (flickr vs utenti tedeschi incazzati) diventerà a mio avviso un esempio da manuale.

- La protesta non è inutile. Se vi ho aderito è per il semplice motivo che mi pare ci siano delle concrete possibilità di soluzione. (mentre protestare contro il governo cinese, o contro l'FBI non credo avrebbe le stesse possibilità di riuscita). Oltretutto questa è una cosa tangibile, la germania non è la cina, è un paese nel quale possiamo tranquillamente riconoscerci.
Inoltre alla questione "censura" va sommata la gestione del problema da parte di flickr/yahoo e la mancanza di rispetto nei confronti dei suoi utenti.
Tutto ciò oltre all'ovvio dibattito sulla natura profondamente repressiva di ogni forma di censura.

- Il fatto che ci sia sempre una causa migliore/più importante/più soddisfacente per cui battersi è la scusa più vecchia del mondo per non fare un cazzo.


Spero di aver riassunto correttamente l'andamento della questione. Cosa succederà ora? Non lo so, per quanto mi riguarda il futuro non è ancora stato scritto (thanks Joe!).


21 giugno 2007

Come Kowalski, meglio di Kowalski


A screen caption from Vanishing Point
Originally uploaded by WANNABTRAINBUFF.
Kowalski era il protagonista di Vanishing Point (Punto Zero in italiano) che è probabilmente il miglior film automobilistico io abbia mai visto. Punto Zero è una micidiale pellicola del 1971 in cui due automobili e i rispettivi piloti si affrontano in una sfida mozzafiato per le strade del west. Come moltissime altre opere del periodo è impregnato di una forte componente politica, e come altrettanti film del genere è un film votato all'autodistruzione.
Ma perché parlarne qui e ora?
Perché ieri ho visto Death Proof (A prova di morte), l'ultima fatica di Quentin Tarantino, e il nome di Kowalski e la sua automobile sono citati, evocati e utilizzati fino al midollo (o all'ultima saldatura del telaio della sua Dodge, per essere corretti). Già questa è una gran cosa, che era un pezzo che non ripensavo a quel film, e assaporarne il ricordo è stata una bella sensazione, ma ovviamente Tarantino non è regista da operazioni nostalgiche. Anzi. Tarantino ce la mette tutta per farci sentire cos'era il cinema di una volta, per farci vedere come si possono recuperare e restituire le emozioni brutali di quel tipo di film a questo nuovo secolo, per farci toccare con mano il suo amore per il Cinema.

Perché ormai oggi Tarantino è il Cinema. Almeno quel tipo di cinema che ormai non esiste più, quello che per due ore godi come un riccio per il semplice e diretto trasferimento di emozioni dallo schermo alla tua poltroncina. Il tipo di cinema che non va alla ricerca di significati nascosti, di facili ammiccamenti, di allineamenti modaioli.
Quello che ti spara dritto in faccia tutta la sua capacità di sorprenderti, di orrificarti, di divertirti.

Che poi è vero: Tarantino ricicla i clichè dei b-movie di tutto il mondo. Ma la sua capacità cinematografica è tale che riesce a distillare, anzi a sublimare, tutti quei temi triti e ritriti (donne e motori e sesso e violenza e morte e vendetta e donne e motori) per creare qualcosa di radicalmente nuovo, almeno per questi anni. Opere che raggiungono l'astrazione formale, che ormai volano al di fuori di qualsiasi confine terreno per innalzarsi ben al di là dello splatter e del road-movie da cui provengono per diventare cinema assoluto. Film che non lasciano dubbi o domande o chissà quali meditazioni interiori, film il cui Messaggio è il film stesso, film talmente immersi nel mondo del cinema da non necessitare più di alcuna realtà esterna.
Film che sfidano lo spettatore critico, che lo obbligano a confrontarsi con tutto il cinema visto fino a quel momento. Che operano una scissione netta nel pubblico: da una parte chi ama il cinema, dall'altra chi va a vedere i film.

Per tutti questi motivi non c'è molto da dire su Death Proof, bisogna vederlo.
Al limite posso segnalare che era dai tempi di Jena Plissken che Kurt Russell non era così figo. Che vedere all'opera Zoe Bell è davvero da brividi. Che varrebbe la pena vedere i film anche solo per i dialoghi che lo caratterizzano.
Insomma andate a vederlo, poi mi saprete dire.

19 giugno 2007

Cosmonisti di tutto il mondo, unitevi!


Picture by tsogy.
Come sanno bene gli affezionati lettori esistono svariate declinazioni del genere fantascienza. Da quella avventurosa a quella hard tutta scienza e tecnologia, da quella umoristica a quella impegnata. Le librerie degli appassionati sono piene di space opera o cyberpunk, di viaggi nel tempo o speculazioni sociali. Esistono le utopie, le distopie, le ucronie, la fantascienza arriva addirittura a permeare romanzi dai toni melanconici o nostalgici… Insomma, di fantascienza ce n'è per tutti i gusti.
Non mi ero però ancora imbattuto in un libro di fantascienza dolce.
Come definire altrimenti questo Manifesto dei Cosmonisti dello svedese Mikael Niemi?
Gli episodi narrativi che compongono il volume (che chiamarli racconti darebbe un'idea di scarsa omogeneità e romanzo non renderebbe la sostanza dell'opera) affrontano i più svariati canoni della fantascienza, dal volo spaziale al primo contatto, dallo shock del futuro alle teorie cosmologiche più sfrenate, ma lo fanno con una leggerezza, un brio e una dolcezza che non m'è mai capitato di trovare in altre opere di genere. Il paragone più calzante a cui riesco a pensare è forse con il miglior Stefano Benni, ma senza l'ossessione per la (satira) politica. O forse, ancora meglio: non so se tra voi c'è chi frequenta il salottino verde linkato qui a fianco, ecco… se la Lui scrivesse fantascienza probabilmente sfornerebbe racconti come questi di Niemi.

Fantascienza decisamente di periferia verrebbe da dire, molto lontana - anche geograficamente - dalle esigenze commerciali che caratterizzano la produzione anglosassone, scritta da un autore che deve averne letta molta e vista ancora di più. E fantascienza che compare piuttosto sorprendentemente in una collana specializzata che pare essa stessa abbastanza stupefatta dallo strano contenuto del libro. Questa almeno è l'impressione nel leggere la postfazione della traduttrice che spara nomi piuttosto casuali (Adams e Bradbury, che ok, magari per certi versi c'entrano pure… ma Dick???) e non sembra molto a suo agio con la materia narrata. In ogni caso questa de Il Manifesto dei Cosmonisti è fantascienza sopraffina che mescola abilmente il sapore dei vecchi classici con una sensibilità decisamente attuale e un punto di vista inconsueto che dona nuova freschezza a panorami che ai lettori più smaliziati potranno apparire come già ripetutamente visitati.

Sarà il fascino dell'estremo nord, terra di contrasti estremi e gusti semplici, che ben rieccheggiano tra le pagine piene di meraviglie e strani soggetti che animano la lettura, sarà la capacità dell'autore di lasciarti sempre sorridente pur senza chiudere le porte al dubbio e all'oscurità che ci circondano. Saranno tutti i dettagli curiosi e i particolari stravaganti, ma per me Il Manifesto dei Cosmonisti s'è rivelata una lettura davvero piacevole.

Just a Tree



Prendo tempo, nell'attesa che qualcosa succeda.

Giusto per capire quanto mi sto inguaiando, contemporaneamente alla protesta per il comportamento di Flickr abbiamo fatto partire con Dario Tonani un nuovo gruppo dedicato a Infect@.

Stavo chiedendomi che collegamenti ci siano e quanta coerenza sia rintracciabile tra le due cose. La risposta è: nessuna. Però non mi sento troppo in colpa. Fintanto che dura - Flickr intendo - è meglio sfruttarlo. Quando tutto sarà finito troverò, spero, un nuovo giocattolo per mostrare al mondo quel che so fare, quel che ho da dire.


18 giugno 2007

Al campo di rugby



Visto che la questione flickr/censura è tutt'altro che chiusa ho deciso di postare qui qualche foto, sperando che nel frattempo le cose si risolvano per il meglio.

15 giugno 2007

Fly Away


Picture by Iguana Jo.
Per la prima volta da quando sono approdato su flickr sto pensando seriamente di andarmene.

Quello che sta succedendo in queste ore (in questi giorni) mi sta nauseando. Dopo due giorni dall'implementazione di questa sorta di censura preventiva che colpisce solo alcuni utenti non è ancora arrivata da parte dello staff di flickr nessuna spiegazione esaustiva sulle cause e i motivi che hanno portato a questa situazione.
A prescindere da ogni altra considerazione, per me è intollerabile l'idea che qualcuno si arroghi il diritto di decidere per gli altri cosa è bene e cosa è male, e nello specifico flickriano cosa sia visibile e cosa non lo sia.

Di sicuro si presentasse un'alternativa valida farei le valige oggi stesso. Ma non credo che un'alternativa esista (o esisterà nel prossimo futuro): ormai la censura preventiva in rete è un fatto, non un'ipotesi.

L'unica cosa che davvero mi frena dall'andarmene è il pensiero di quanto andrei perdendo. E non parlo solo di foto, visibilità e occasioni. Parlo delle persone, quelle che ho conosciuto, quelle che non avrei l'opportunità di conoscere. Penso alle possibiltà di crescita, umana e artistica, che flickr mi ha offerto in questi due anni e mezzo.

Avete una soluzione?


08 giugno 2007

O.P.G. - Reggio Emilia


Picture by Iguana Jo.
Saliamo le scale, al buio. Questa parte dell'edificio è in via di ristrutturazione, probabilmente l'ingresso da cui siamo entrati è lo stesso che utilizzano i muratori.
Un paio di rampe e c'è il primo corridoio, qui la ristrutturazione si ferma sulla porta, se ci fosse una porta.
La vista è quella che ci accompagnerà per la prima parte della visita. Muri scrostati e finestre spalancate, vetri rotti e merda di piccione, sporco da abbandono, non da frequentazione umana.
Siamo nell'ala amministrativa della struttura, le porte delle stanze (uffici?) sono normali, di legno, gli ambienti sono vuoti, l'unico dettaglio che appare quasi nuovo è l'enorme insegna DIREZIONE appesa sopra l'ingresso, sfondato, che da accesso agli uffici.
Più oltre si iniziano a vedere le prime inferriate. Siamo in un corridoio ambulatoriale estremamente luminoso, con tutto un lato che si affaccia sull'esterno. Le grate alle finestre qui sono ovunque.
Il corridoio è interrotto da cancellate di ferro ogni 10/15 metri. Le pareti scrostate sono colorate di un azzurro ospedaliero. All'ingresso di una sezione c'è la vecchia scritta Laboratorio Scientifico che incute qualche timore e forse ci prepara all'ingresso della sezione carceraria propriamente detta.

Ora i corridoi sono decisamente più oscuri, le uniche finestre si aprono alle due estremità del passaggio. Il soffitto è a volta, parecchio alto, tutto è dipinto nei toni del bianco e del grigio, sui due lati si aprono le innumerevoli celle di detenzione e ricovero. La stessa struttura si ripete su più piani. Poche celle si distinguono per dimensione o posizione, forse erano adibite a usi speciali (rabbrividisco involontariamente), ma tutte sono diverse tra loro per qualche particolare: colpiscono le mattonelle dell'angolo lavandino/turca dei colori più disparati (probabilmente non per scelta ma per l'uso di materiali di recupero), l'altezza del soffitto, la presenza di piccoli pensili. Tutte le celle sono ben illuminate, che le finestre in questo edificio si sprecano, tutte sono circondate da sbarre di ferro, anche la porta di legno è ovviamente rinforzata, in tutte doveva esserci un televisore appeso in alto, di cui resta unicamente il supporto. Il dettaglio più inquietante, l'unico davvero disturbante, è la presenza costante in tutte le celle di uno o più spioncini di vetro perennemente aperti ad osservare la vita dei pazienti/carcerati. Non credevo si arrivasse a tanto…

La nostra visita termina al piano terra, passiamo per una sala, forse una ex-cappella, almeno a giudicare dall'enorme crocefisso in bella vista, che con il grande schermo teso in fondo alla stanza doveva servire come sala cinema; passiamo dal parlatorio, dal bar - per gli impiegati immagino - e poi, attraverso un altro lungo corridoio, arriviamo alle cucine, per finire poi nel colorato ingresso principale.

L'ospedale psichiatrico giudiziario di Reggio Emilia non ci riserva altre sorprese, Non abbiamo visitato gli altri edifici della struttura, quelli costruiti successivamente al corpo originale, nato come convento, passato nell'uso a fortezza per poi diventare carcere ospedale per tutto il secolo scorso.

Queste mura devono aver assistito a storie terribili, ora però molte delle inquietudini e dei fantasmi se ne sono andati insieme agli arredi e ad ogni altra traccia di presenza umana. Alcune sezioni sono invase dai piccioni, in un bagno il guano arriva al mezzo metro d'altezza, i pochi oggetti rimasti riguardano più la vita burocratica della struttura che non quella delle persone ricoverate. Di queste ultime rimane appena qualche brandello di poster appeso a un muro e un nome o due nei registri o nelle schede dimenticate.
Ma l'edificio non ha perso nulla del suo fascino sinistro e l'immaginazione può spaziare tra le celle, i corridoi, gli ambulatori, luoghi adatti a esercitare la memoria, che qui dentro le persone venivano dimenticate, rimosse dalle nostre civili coscienze. Rimane solo la curiosità di sapere se qualcuno uscito da queste mura sia riuscito a conservare uno straccio di dignità, a rifarsi una vita, a rimanere libero.


05 giugno 2007

Rapporto letture - Maggio 2007


Picture by Iguana Jo.
Mese positivo sul fronte letture questo maggio 2007. Romanzi e racconti magari più leggeri del solito ma con una qualità di scrittura sembra ben oltre la sufficienza.

Ma andiamo in fila. Di Accelerando di Charlie Stross e di Infect@ di Dario Tonani ho già scritto (vedi link), l'ultima lettura fantascientifica del mese è un classico: Largo! Largo! di Harry Harrison. Un romanzo decisamente consigliabile, scritto con uno stile pacato e avvincente, che descrive la progressiva dissoluzione di qualsiasi speranza nella New York sovrappopolata alla fine del XX secolo. Scritto negli anni '60 periodo in cui la crisi demografica calamitava l'interesse di molti scrittori di fantascienza Largo! Largo! si distingue per l'approccio noir, per il realismo dei dettagli e per la mancanza di qualsiasi retorica salvifica di solito ben presente nella sf americana del periodo. Una bella sorpresa insomma.

Cambiando totalmente genere ecco gli ultimi due volumi della trilogia di Bartimeus di Jonathan Stroud, L'occhio del golem e La porta di Tolomeo in cui si portano a compimento le vicende del giovane mago Nathaniel, del demone Bartimeus e si scopre il catastrofico esito delle trame di potere all'interno della nomenklatura magica che opprime l'Inghilterra.
Romanzi leggeri certo, adatti ad un pubblico di tutte le età, ma con un sottotesto molto interessante su potere, libertà e rivoluzione (mica robetta, eh!). Non male per un ciclo fantasy pubblicato sulla scia di Harry Potter, ma che riesce a splendere di luce propria illuminato com'è dalla presenza di un demone assolutamente brillante e da quella di un giovane mago che per una volta non si merita tutti gli onori della cronaca.

Infine un po' di violenza texana per concludere in bellezza questo mese di letture: ho finalmente letto In un tempo freddo e oscuro del grande Joe Lansdale. Nei racconti che compongono l'antologia ci sono tutti i temi e le situazioni cari all'autore texano: dal noir campagnolo, alla fantascienza tenebrosa, dal racconto brillante dalle venature splatter alla violenza più cupa e disturbante. Un volume per ribadire ancora una volta le capacità di scrittore di Lansdale, nell'attesa di qualcosa di più corposo e recente.

Per il mese prossimo attendetevi almeno un paio di antologie, con sapori tra il retrò fantastico dalla vecchia Inghilterra e lo stupefacente andante da quello che si appresta a diventare il mio scrittore serio (!) preferito.

04 giugno 2007

Intervista al maestro Pippo Casarini


Picture by Iguana Jo.
Ho provato a cercare in rete qualche informazione riguardo Pippo Casarini. Non ne ho trovate. Ho quindi pensato bene di riportare qui l'intervista dei bambini della scuola elementare Gramsci di Modena al maestro Pippo Casarini pubblicata nel giornalino scolastico.

I bambini delle classi terze hanno partecipato al grande spettacolo “L’ombelico del mondo…perché tutto è uno” che si è tenuto il 29 maggio al Teatro Comunale, per festeggiare il cinquantesimo anno della scuola Collodi che, come le scuole Gramsci e Bersani, fa parte dell’XI Circolo.
Per questa occasione avevamo preparato, con l’esperto Laura Polato, la versione jazz della canzone “44 gatti”.
Forse non tutti sanno che l’autore è modenese: Pippo Casarini, un simpatico nonno (chissà se si offende) di 82 anni.
Dopo aver studiato la canzone, e non è stato molto facile perché la versione jazz è diversa da quella tradizionale, avevamo invitato il maestro Casarini a scuola per avere il suo OK e per fargli alcune domande.
Così è nata questa intervista.
Come è nata la canzone “44 gatti”?
Mi sono sempre piaciuti i gatti e perfino quando ero in India avevo due gattini neri bellissimi. Poi, quando ero a Nonantola a insegnare mi è venuto in mente di scrivere una canzone per bambini e così ho scritto “44 gatti”: 44 era la mia età.
E il Pappagallo giramondo?
L’anno dopo aver vinto lo Zecchino d’oro, ho mandato una canzone che parlava di un pappagallo balbuziente modenese, ma c’era una frase in dialetto (a sun d’Modna) e allora è stata scartata.
A chi hai dedicato “44 gatti?”
L’ho dedicata al mio gattino che si chiamava Agostino e che ha vissuto fino a 21 anni.
Quando hai scritto la musica dell’orchestra a quali strumenti ti sei interessato?
Io sono pianista, ho scritto la canzone al pianoforte e per la voce. La voce e il testo sono importantissimi, specialmente in questa canzone, perché c’è tutta la storia dei gatti senza padrone.
Preferisci suonare da solo o in gruppo?
Ho suonato per un po’ da solo, ma mi piace di più il trio : pianoforte, basso e batteria..
Perché hai trasformato “44 gatti” in jazz?
Per fare una versione un po’ diversa.
Perché hai fatto cantare la versione jazz a tua figlia?
Ma non è mia figlia! È una cantante molto brava, è la figlia di un musicista mio amico.
Quante canzoni hai scritto nella tua carriera?
Tante, ne avrò scritte 500.
Qual è la tua preferita?
“44 gatti” , senza dubbio, ma io ho scritto anche per Pavarotti, nel suo disco “Volare” c’è una mia canzone che si intitola “Fra tanta gente”.
Quando hai cominciato a suonare?
Abbastanza tardi, a 13 anni. Sapete perché? Adesso ve lo dico.
C’era un maestro di pianoforte che veniva a mangiare dove abitavo io, siccome non pagava mai il conto, il mio papà gli ha detto: “Beh, insomma, le dispiace se le mando a lezione mio figlio, così almeno qualcosa si recupera.” Perché dovete sapere che i musicisti sono spesso spiantati. E così ho cominciato; poi avevo anche un fratello violinistamolto bravo, eravamo una famiglia di musicisti.
In che anno hai vinto lo Zecchino d’oro?
Nel ’68, quando avevo 44 anni, era il decimo anno dello Zecchino.
Ti ha cambiato la vita vincere lo Zecchino?
L’ha cambiata moltissimo, intanto mi ha fatto scoprire che ero capace di scrivere delle canzoni per bambini, tanto che ne ho scritte molte altre, poi è stata una soddisfazione vincere, perché in quell’anno erano arrivate allo Zecchino 550 canzoni, tra le quali bisognava sceglierne dodici. Nello stesso anno c’erano anche la mitica “Popoff”, “Il valzer del moscerino” e “Il torero Camomillo”.

Il nostro incontro è terminato con il nostro canto di “44 gatti” e con l’OK del maestro per l’esecuzione del brano allo spettacolo .
GRAZIE !!!!!!!!!
I bambini e le insegnanti delle classi terze

31 maggio 2007

Un giorno a teatro


Picture by Iguana Jo.
Fare foto mi piace e sono abbastanza incosciente da volerci provare anche quando l'inesperienza e l'oggettiva difficoltà tecnica lo sconsiglierebbero. Quindi quando le maestre di mio figlio hanno cercato un genitore che avesse tempo e voglia di andare al Teatro Comunale per fotografare lo spettacolo che avrebbe festeggiato i 50 anni della scuola Collodi di Modena mi sono offerto volontario senza starci troppo a pensare sù. (ehi! il teatro comunale! poterlo girare dietro le quinte, su e giù per i palchi, fino agli angoli più nascosti! yuppie!)

Così preso dall'entusiasmo sono arrivato in teatro intorno alle dieci di mattina, che in teoria a quell'ora dovevano iniziare le prove generali. Fortunatamente le prove sono iniziate con un discreto ritardo e così ho potuto vagare indisturbato per tutto l'edificio. Ho scoperto che il Teatro Comunale è un vero labirinto, con porte che si aprono ovunque e conducono ovunque (tranne magari al luogo dove credevi di stare andando), che i camerini del teatro sono tutto tranne che lussuosi, e che ce ne sono ben quattro piani! che all'ultimo piano esiste un laboratorio di sartoria con tutto il necessario per la confezione di costumi al volo. Che ancora più in alto, nel sottotetto, sopra palcoscenico e platea, c'è una grande sala dedicata alla scenografia (però era vuota, mannaggia), che tra una sala prove e un ripostiglio ci sono pure degli uffici normali, che in un teatro ci sono più bagni che finestre, che le scale per il pubblico sono di media tre/quattro volte più larghe di quelle utilizzate dagli addetti ai lavori. Ho notato che esiste uno spropositato numero di porte tonde (chi ci aveva mai fatto caso prima?), che il retro del teatro assomiglia più a un magazzino in disuso che al luogo dove nasce lo spettacolo e soprattutto ho constatato quanto sia emozionante calcare l'enorme palcoscenico anche se non c'è nessuno a guardarti in platea.
Probabilmente lo si sarà capito, ma per me è stata la prima volta dietro le quinte di un teatro di queste dimensioni, con questa storia, ed è stata davvero un'esperienza.

Poi son cominciate le prove e io ho iniziato a fotografare bambini maestre e costumi, ho imparato la dura lezione degli scatti al buio (o quasi), la difficoltà del cogliere l'atto decisivo e quella della scelta della posizione, quest'ultima indispensabile per poter scattare durante lo spettacolo senza essere preso a calci da tecnici e affini. Alla fine tra le centinaia di foto fatte ce n'è qualcuna che non è nemmeno troppo male. Insomma per essere stata la mia prima volta a teatro è stata una gran bella giornata.

…e lo spettacolo? Beh… i bimbi son stati magnifici, pazienti e precisi come non mi sarei mai aspettato. Le maestre alla fine avevano più di un capello dritto, ma anche per loro la soddisfazione è stata tanta. Il pubblico di genitori era ovviamente entusiasta.
Meglio di così di non poteva andare!


22 maggio 2007

Accelerando


Picture by Iguana Jo.
Mi sono reso conto che qui dentro non ho ancora avuto modo di parlare di Accelerando. Rimedio subito, visto che nel giro di un mese il volume in questione dovrebbe essere finalmente disponibile anche nelle librerie italiane.

Accelerando è il romanzo più ambizioso di Charlie Stross. Partendo dai primi anni del prossimo decennio arriva alla fine del secolo (per quanto abbia ancora senso parlare di secoli…) dopo una sfrenata galoppata attraverso le trasformazioni che ci potrebbe riservare il prossimo futuro.

Le idee, le speculazioni, le invenzioni si sprecano: era dai tempi di Egan che non mi imbattevo in una quantità di creatività fantascientifica così densa per unità di pagine: dalla delocalizzazione della propria capacità cognitiva alla ristrutturazione del sistema solare, dalle aragoste spaziali ai nuovi sistemi legali per il controllo della schiavitù, dall'inumana espansione economica universale all'incontro con nuove entità intelligenti, fino all'indispensabile presenza del felino di turno.
Ma di notevolmente diverso dalle opere di Greg Egan in Stross c'è una leggerezza, una capacità di intrattenimento, una voglia di divertirsi e divertire che è raro trovare in un autore così all'avanguardia. Basti dire che ciò che lega i vari episodi in cui è strutturato il romanzo sono le vicissitudini della famiglia Macs, la battaglia legale post-separazione che mette a confronto Manfred e l'ex-moglie, i loro rapporti con la figlia e il destino del gatto domestico.

Insomma Accelerando è un romanzo trascinante, sorprendente, illuminante e divertente come da tempo non ne leggevo, una vera boccata d'ossigeno nel panorama fantascientifico internazionale.
Un romanzo da leggere assolutamente. Probabilmente ancora più indispensabile se solitamente non leggete fantascienza (e alla fine non vedrete più questo mondo con i soliti occhi).


15 maggio 2007

Milano infetta.


Picture by Z79.
Provate ad immaginare Alice, magari proprio quella disneyana che se ne va a spasso nel Paese delle Meraviglie, in giro per la New York del 1999 immaginata da John Carpenter per il suo Jena Plissken. Ecco, questa è già una buona approssimazione della Milano raccontata da Dario Tonani nel suo Infect@.

I protagonisti del romanzo vagano tra palazzi fatiscenti e costruzioni azzardate, nel grigio variabile della metropoli lombarda bagnata da una pioggia senza fine (che fa molto L.A. Deckardiana), in mezzo a una colorata (letteralmente!) fauna di cartoon di ogni genere: dai paperi di disneyana memoria a coyote più o meno aggressivi, tra gigantesche Betty Bop e Popeye riconvertiti a lavoratori urbani. La trama, piuttosto esile, è poco più di una scusa per un viaggio lisergico nelle periferie degradate del prossimo decennio.

I panorami che Tonani disegna sono affascinanti, senz'altro la cosa migliore del romanzo. Gli edifici in rovina, gli appartamenti assortiti, magari riconvertiti in bordelli economici, i ponteggi improvvisati, le fabbriche abbandonate, il popolo ibrido che li frequenta, le tracce di passaggi e frequentazioni più o meno equivoche più o meno effimere, sono tutte istantanee che rimangono scolpite nella memoria. Fino ad arrivare alla fine del viaggio in una Linate trasformata da aeroporto secondario a luogo surreale e immaginifico, in cui le mete diventano aeroplani e i viaggi si consumano al loro interno.
Infect@ da questo punto di vista è un romanzo imperdibile (ed è un peccato che essendo passato su Urania ormai si sia perso nel limbo dei resi da edicola), che grazie alla pura potenza evocativa riesce a farsi perdonare l'assenza di una trama forte. Infect@ non è esente da altri difetti: se la cripticità dell'idea alla base del romanzo contribuisce al fascino psichedelico della lettura, l'incapacità dell'autore di dettarne regole coerenti ne costituisce forse il più grosso limite. Però oltre alle notevoli capacità descrittive vanno menzionati a merito di Tonani almeno i personaggi (poliziotti, drogati, gangster e altri derelitti), che paiono scolpiti nella roccia del pulp d'antan, che parlano tra loro con dialoghi sempre brillanti, secchi e definitivi, neanche ci fosse un Hammett alla regia, personaggi ai quali non si può non affezionarsi.

Da quel che si legge in giro pare che Dario Tonani stia lavorando a un seguito. Rimaniamo in attesa, che di certo questo Infect@ s'è rivelato un'altra piacevole sorpresa nel panorama fantascientifico nazionale.
Forse che stia davvero per nascere una via nostrana alla fantascienza?


11 maggio 2007

Ma voi lo sapevate?


Originally uploaded by han Soete.
Riporto da qui:
Condannata la polizia per il G8 di Genova 2001
Segreto di Stato: a Genova ci fu un disegno repressivo, prima condanna per la Polizia al G8 del 2001. La censura da parte dei media è stata rigida ed assoluta: della sentenza di Genova non si doveva parlare. Infatti incredibilmente non ne ha scritto neanche il Manifesto e dovrebbe spiegare perché. Alzi la mano chi ha saputo che la settimana scorsa a Genova c'è stata la prima condanna per i pestaggi della Polizia durante il G8 del 2001. Eppure la sentenza di Genova è un passaggio capitale per la ricostruzione della verità e la giustizia di quello che successe nel capoluogo ligure oramai 6 anni fa. E ci spiega anche molto del disegno politico sotteso alla repressione [Gennaro Carotenuto].
leggi tutto l'articolo

(Grazie a Selene per averlo segnalato sulla FML)

09 maggio 2007

Comunista!

Chi? Io?
No, purtroppo non sono comunista. Dico purtroppo perché da quando sto a Modena, da ben prima che il grande Partito Comunista venisse assimilato, sono sempre stato emozionato e affascinato dalla partecipazione, dal senso di appartenenza, dall'orgoglio dei vecchi compagni che si vedevano riuniti nelle manifestazioni, nelle polisportive, alle feste de l'Unità. Quasi un senso di nostalgia per non avere storie di resistenza nel mio passato familiare, una malinconia dell'animo per non essere mai riuscito a credere davvero a qualcosa di così grande, di così unificante.

In realtà tutta la liturgia comunista tanto mi affascinava quanto mi allontanava. Cresciuto come sono in un ambiente cattolico impegnato, nel comunismo che andavo scoprendo mi rimanevano razionalmente impressi più l'ortodossia e la regola, che la storia e il movimento. E questa fedeltà alla parola calata dall'alto, il doveroso adeguarsi all'ordine naturale delle cose tanto mi allontanava dalla religione quanto mi impediva di accogliere un'ideologia per certi versi altrettanto opprimente.
Oltretutto se da una parte ero esaltato dalla capacità di coinvolgimento, dall'impeto progressista e dalla gloriosa storia dei movimenti rivoluzionari, dall'altra c'era l'idea costante che il comunismo realizzato s'era sempre rivelato una tragedia, che il Potere è il Potere, e che chiunque lo gestisca ci sarà sempre lo sfigato (i milioni di sfigati) che ne subirà le conseguenze. Che facce tristi come quelle che si vedevano nelle immagini provenienti dall'europa orientale non ne avevo mai viste.

Forse per questo ho sempre preferito il lato anarchico della strada, la rinuncia a qualsiasi coinvolgimento che comportasse gerarchie e firme in bianco, dichiarazioni di fede e affermazioni di principio. Probabilmente non cambierò il mondo, non farò alcuna rivoluzione, ma già poter decidere del mio mondo, della mia visione delle cose, è una piccola conquista.

Nel frattempo cammino fianco a fianco a nuovi compagni, che siano comunisti o no poco importa. Quello che conta, che è sempre contato, è la rabbia nei confronti dell'ingiustizia, la capacità di indignarsi di fronte allo schifo che ci circonda, ma soprattutto quella buona dose di ironia e leggerezza per affrontare tutti i giorni il mondo marcio in cui siamo costretti a muoverci e resistere resistere resistere.

03 maggio 2007

Rapporto letture - Marzo/Aprile 2007


Picture by Iguana Jo.
Rieccomi con la cronaca delle mie letture mensili. Dato che Marzo è saltato per motivi indipendenti dalla mia volontà (si dice così, no?) eccovi una doppia razione di storie, osservazioni e critiche sparse…

- Crash di James G Ballard
Tecnopornografia dall'era della macchina. Psicopatologia della periferia urbana, tra grigi casermoni, serpentoni di automobili in coda e gente senza meta. Non credo che un libro simile possa piacere, certo che la visione ballardiana delle tensioni animali alla periferia del nostro vivere civile è estremamente interessante. Degna di nota anche la prefazione dello stesso Ballard specialmente nei passi in cui spiega la sua scelta di darsi alla fantascienza per descrivere il malessere dell'uomo tecnologico.

- L'amuleto di Samarcanda di Jonathan Stroud
Sull'onda del fenomeno Potteriano una trilogia decisamente più oscura rispetto alla saga della Rowlings. Nell'Inghilterra di Stroud una dittatura della magia domina e opprime la maggioranza non magica. In questa società decisamente più tetra cresce Nathaniel, quasi il gemello oscuro di Harry Potter. Il romanzo non è niente male, grazie soprattutto alla presenza del demone Bartimeus, unico contatto di Nathaniel con la realtà fuori dalla porta di casa, che illumina di allegro sarcasmo tutta la vicenda. I seguiti sono in coda di lettura. A breve nuove impressioni sull'evoluzione del personaggio.

- Revenant di Giovanni De Matteo.
Dei racconti di Giovanni De Matteo ho già parlato qui. Vi consiglio di dargli una possibilità, specie se volete provare la via italiana al postumanesimo.

- Sotto il culo della rana. In fondo a una miniera di carbone di Tibor Fischer
La lettura migliore del bimestre. La cronaca tragicomica del periodo 1944/1956 nell'Ungheria comunista, con il regime che mostra la sua faccia più cinica e spietata e un protagonista che tenta in tutti i modi di godersi i suoi vent'anni scansando gli ingranaggi del sistema. Durissimo e avvincente, scanzonato e commovente. Un gran bel romanzo.

- L'imperatore di Gondwana di Paul Di Filippo
Nei racconti che compongono l'antologia si passa dalla storia alternativa ai viaggi spaziali, dalla fantascienza più scanzonata all'avant-pop più provocatorio, il tutto condito da una leggerezza che è forse la cosa migliore dell'autore. Una nota di demerito per il curatore di Urania che ha deciso di eliminare alcuni dei racconti presenti nella versione originale dell'antologia lasciandone però un paio già editi in italia, uno dei quali uscito pochi mesi fa proprio per Urania.

- Senza tregua di George Alec Effinger
La delusione del mese. Erano anni che cercavo questo romanzo dopo averne sentito cantare le lodi da diversi lettori fantascientifici. Il romanzo si legge senza opporre resistenza, certo, però mi aspettavo sinceramente di più. L'ambientazione araba del Budayeen è originale e riesce a catturare il lettore, ma il protagonista, di origini magrebine, è fin troppo debitore al modello chandleriano dell'investigatore privato per risultare vivo e reale in quel contesto. Inoltre il lato fantascientifico della vicenda, che doveva apparire decisamente originale all'epoca dell'uscita del romanzo, risulta oggi quanto meno datato, lasciando all'esilissima trama gialla l'arduo compito di reggere da sola il peso del romanzo.
Ho già da tempo i due seguiti di questo romanzo, che faccio? Gli do una possibilità o sono allo stesso livello di questo?

- Stark di Edward Bunker
Questa invece è stata una bella sorpresa. Non mi aspettavo molto, dopotutto Stark è solo un inedito giovanile di Bunker, una delle sue prime prove di scrittore. Ma nonostante i difetti questo romanzo si legge d'un fiato, tanta è la vita, l'esperienza, la passione che Bunker riesce a mettere nella vicenda. Stark ha tutte le caratteristiche del romanzo pulp, con personaggi scolpiti nella pietra, avvenimenti che si susseguono senza tregua, sorprese e sangue e pistole spianate. E poi ancora sesso e droga e locali malfamati.
Da leggere prima di uscire per una birra con gli amici. E chissà come concluderete la serata…

26 aprile 2007

Catastrofe in salsa anglo-messicana


Originally uploaded by ~Lore.
Mi piacerebbe capire cosa c'è in Inghilterra che genera tutte queste visioni catastrofiche. Deve essere qualcosa di tanto sostanziale e potente da riuscire a contagiare anche a un regista messicano come Alfonso Cuarón.
Mi riferisco ovviamente al suo Children of Men (aka I figli degli uomini), straordinario film sulla degenerazione sociale del prossimo futuro. Certo, la causa in questo caso è piuttosto evidente: da 18 anni non nasce un nuovo bambino e la civiltà sta precipitando su su se stessa. Ma scenari simili sono piuttosto consueti nella produzione cinematografica inglese e ancor di più nella sua letteratura fantascientifica. Qualche mese fa m'è capitato di leggere Barbagrigia di Brian Aldiss, che parte dalle stesse premesse del film di Cuarón (tratto tra l'altro dall'opera di P.D. James, un'altra autrice inglese) sviluppandosi poi in un arco di tempo più ampio, ma di esempio simili son piene le biblioteche. Oltre ad Aldiss, basterebbe pensare a Burgess, a Orwell, a Wyndham, a Ballard, ma anche ad autori relativamente minori come Hoyle o Youd. Anche cinematograficamente gli esempi si sprecano: da Brazil ai Sopravvissuti, da Arancia Meccanica ai recenti 28 giorni dopo e V for Vendetta.

A stimolare la vena apocalittica di tutti questi autori sono forse gli scenari dell'idilliaca campagna inglese che si scontrano con la realtà suburbana degradata, forse il fatto di essere gli ultimi rappresentanti di un sogno imperiale, o magari gli strascichi politici della seconda guerra mondiale, con l'incubo fascista mai del tutto esorcizzato. Non so se qualcuno ha mai indagato questa propensione per la catastrofe sociale, di certo questa tendenza tutta inglese mi incuriosisce.

Ma torniamo al film. Children of Men non sarebbe nemmeno questo capolavoro di originalità se non fosse per l'uso magistrale della tecnica cinematografica che lo caratterizza. Lunghe scene d'azione estremamente complesse girate senza tagli, punti di ripresa innovativi, straordinario uso dei colori e dei toni. Il tutto offerto allo sguardo dello spettatore senza compiacimento e senza troppa retorica, per coinvolgerlo quanto più possibile, per fargli sentire l'angoscia dei tempi, la disperazione dei luoghi, il terrore palpabile dei protagonisti e infine le tracce di un'esile speranza.
Un gran bel film insomma, in cui l'azione è al servizio del racconto. Una pellicola in cui ragionando sul futuro prossimo si mettono in scena situazioni e paure del tutto attuali e quotidiane. Da vedere e rivedere.

24 aprile 2007

Ritorno in fabbrica

Sotto questa drammatica foto di Confused Vision si chiacchierava di memoria, ritorni al passato, vita vissuta. Ci si chiedeva che effetto avrebbe fatto a un vecchio operaio tornare nella sua fabbrica e ritrovarla dismessa, abbandonata, in rovina.

A leggere i commenti le sensazioni che avrebbe provato quest'ipotetica persona sarebbero state per lo più negative, ritrovare desolazione e morte dove un tempo c'era vita e lavoro non può che portare cattivi pensieri. O almeno questa era l'opinione, semplificata, certo, che caratterizza molti delle osservazioni lasciate sotto la foto.

Io non sono d'accordo.
Non che abbia delle certezze al riguardo, prima di tutto perché non sono un vecchio operaio. Ma ho anch'io qualche esperienza di ritorni in ambienti irriconoscibili, qualche ricordo di spazi cambiati, di luoghi memorabili non più immediatamente identificabili.

Ritornare in un luogo al quale siamo legati (una vecchia scuola, la casa dove abitavamo, il luogo dove abbiamo iniziato a lavorare) è sempre una sorpresa, ma diventa una delusione solo se glielo permettiamo. Gli spazi cambiano, ma soprattutto le persone, noi, cambiamo. I luoghi visti nella prospettiva del ritorno evocano ricordi, non realtà, ci permettono di viaggiare nel tempo per rivedere come erano, come eravamo. Quel che ora sono diventati è solo uno strato superficiale, una maschera che nasconde la nostra vita passata. E non importa se questi edifici sono luccicanti di ristrutturazioni recenti o in rovina, abbandonati dal tempo passato, sono comunque spazi in cui possiamo ritornare ad esplorare le possibilità perdute strada facendo, e soprattutto ricordare, rimpiangere o compatire quello che allora eravamo.

Ma torniamo alla vecchia fabbrica.
Non so come vivesse il suo lavoro il nostro ipotetico operaio. Io lo immagino legato alla macchina, a maledire il tempo trascorso alla catena, a sognare un mondo senza fabbrica, a rimpiangere il tempo trascorso nei campi. A pensare, se ancora ci riesce, alle sue ore prima del lavoro, a immaginarsi nel distruggere 'sta cazzo di prigione, magari insieme ai suoi compagni. A liberarsi dal giogo del lavoro e ad abbattere i muri che li circondano.
Tornasse ora lì dentro sarebbe forse felice di vedere che finalmente in fabbrica non c'è più nessuno. Che tra quelle mura di operai non ne muoiono più soffocati dalla routine, sommersi dai debiti, massacrati dalla fatica.

Ma allora una fabbrica vuota è una sconfitta o una vittoria?
Non lo so, di certo non invidio chi era costretto a lavorarci. Entrambi i miei nonni lavoravano in fabbriche simili, uno ci ha lasciato la pelle. Forse per questo non riesco a sentire questa gran nostalgia per le vecchie fabbriche.
E no, non mi dispiace vederle cadere a pezzi, monumenti al nostro passato recente, in rovina.

19 aprile 2007

Bronchite, Paganello, Accelerando & Cinema!


Picture by Iguana Jo.
Perdonate la latitanza di queste ultime settimane, ma siamo stati a Rimini al Paganello, mi sono beccato la bronchite (erano anni che non mi ammalavo, e ovviamente doveva capitarmi il primo fine settimana che trascorriamo lontani da casa…). Nonostante la febbre lo spettacolo dei frisbisti (e dei flickriani!) in azione è stato davvero notevole e come ciliegina sulla torta abbiamo pure esplorato l'ex-corderia di Viserba. Mi spiace solo non essere stato troppo presente nei momenti più festaioli, ma vabbé, ci rifaremo.

Per quanto riguarda letture e visioni non ho niente di particolarmente eccitante da segnalare, ho saltato la cronaca delle letture di marzo ma mi rifarò a fine mese.
Nell'attesa posso aggiungere che sto leggendo Accelerando di Charlie Stross che si sta dimostrando un libro esplosivo, con una concentrazione di idee per pagina davvero entusiasmante. Non so se lo riuscirò a finire per Aprile, la lettura in inglese mi porta via un sacco di tempo in più, ma di certo è un volume che posso consigliare già da ora…

Ma a proposito di fantascienza, la più grossa novità del periodo è la prima produzione cinematografica del sottoscritto. Ok, i risultati non saranno di quelli da trasmettere ai posteri, però ci siamo divertiti assai.
Tutto è nato grazie all'entusiasmo di Gianluca che mi ha coinvolto nella partecipazione al concorso per cortometraggi del primo Nonantola Film Festival. I vincoli del concorso erano piuttosto stringenti (4 giorni per fare il corto, niente materiale d'archivio, genere e dettagli della messa in scena obbligatori) e la partecipazione notevole (oltre 70 troupe iscritte). Neanche a farlo apposta per noi è stato estratto il genere fantascienza e quindi nonostante non fossimo proprio in forma smagliante ci siamo ritenuti obbligati a portare il progetto fino in fondo. I risultati non sono stati particolarmente eclatanti: non siamo entrati nei venti corti finalisti, e giustamente, almeno per i difetti che caratterizzavano obiettivamente il nostro film. Ma stiamo lavorando a un montaggio alternativo. E poi, appena pronti, dovremo trovare il coraggio di mostrarlo al mondo.

Rimanete sintonizzati.


03 aprile 2007

Due notiziole veloci veloci


Picture by mycrotchetyluv.
Serenity, il film di fantascienza di cui parlavo qui , è stato nominato miglior film di genere dai lettori di SFX Magazine.
(un grazie a Matteo per la segnalazione)

Questa la classifica completa:
1. Serenity
2. Star Wars
3. Blade Runner
4. Planet of the Apes
5. The Matrix
6. Alien
7. Forbidden Planet
8. 2001: A Space Odyssey
9. The Terminator
10. Back to the Future

A me pare un tantino esagerato, ma tant'è.
(quasi quasi mi vien voglia di mettere giù la mia bella classifica dei migliori film di fantascienza…)



Altra notizia, decisamente più interessante, è l'uscita in libreria di Giochi sacri il nuovo romanzo di Vikram Chandra. L'autore indiano, pressoché sconosciuto ai più, ha già all'attivo due volumi in italia editi dalla scomparsa Ishtar libri: il meraviglioso, stupefacente, entusiasmante Terra Rossa Pioggia Scrosciante e la raccolta di racconti Amore e nostalgia a Bombay. Entrambi i volumi sono ancora reperibili in qualche libreria, e ve li consiglio senz'altro (sono anche bellissimi dal punto di vista grafico/editoriale),
Vikram Chandra è un narratore sopraffino, che riesce a trasmettere la magia e la complessità dell'India mescolando abilmente storia, tecnologia, eventi soprannaturali e personaggi memorabili. Terra Rossa Pioggia Scrosciante in questo senso è indimenticabile e rimane uno dei migliori romanzi mi sia mai capitato di leggere.