Questo post nasce dalla costola di una discussione, lunga, accesa e spigolosa, nata dalle mie osservazioni su Il quinto principio e proseguita sulla Mailing List di Fantascienza, avente come nucleo del contendere la liceità o meno della lettura parziale di un'opera per giudicarla, la soggettività e l'oggettività della critica letteraria, il presunto pregiudizio del commentatore nei riguardi della fantascienza italiana.
A margine della discussione c'è stata anche la seguente osservazione:
"Forse ricorderai che quando si parlava dell'ultimo Tonani avevo tirato fuori la genesi della specie di Sawyer. Non è che sia ossessionato da Sawyer, ma davvero mi sembra un caso di scuola: lì ci sono tutti, ma proprio tutti, i difetti che la vulgata attribuisce alla sf italiana. Personaggi presi pari pari dai luoghi comuni, trama tenuta insieme con lo sputo, falle logiche da far rizzare i capelli e via di seguito. Eppure nessuno si è scandalizzato, anzi, non se ne è accorto proprio nessuno."
A cui io rispondevo:
"A me Sawyer era piaciuto. La sua è proprio quel genere di fantascienza "classica" che qua in italia non è mai mai nato. (l'esempio più prossimo è forse Alberto Cola - almeno le prime cose che ho letto: plot potente, personaggi immediatamente riconoscibili, poche menate e via che si va…).
Forse sarebbe interessante annotare quali sono le differenze nella mia percezione tra un romanzo di Sawyer e quelli, chessò, di Dario Tonani o di Vittorio Catani o di Giovanni De Matteo."
Questo post cerca di evidenziare le ragioni per cui il mio personalissimo giudizio sulla trilogia Neanderthaliana di Robert J. Sawyer (La genesi della specie, Fuga dal pianeta degli umani, Origine dell'ibrido ) è in definitiva migliore di quello formulato dopo aver letto L'algoritmo bianco di Dario Tonani.
La prima cosa da dire è che il sottoscritto potrebbe fare anche a meno della fantascienza di Sawyer: i suoi sono romanzi elementari per struttura, stile, speculazione. In nessuno dei libri di Sawyer si raggiungo quelle vette dell'immaginazione o della scrittura che ti rendono memorabile un romanzo. Ma Sawyer non è un dilettante, è un ottimo professionista che rimedia con lo studio, la preparazione e il metodo a quelle che potrebbero apparire come serie mancanze.
In questo senso leggere Sawyer non è mai una perdita di tempo. Nella sua trilogia Neanderthaliana non ci sono evidenti sciocchezze, non ci sono personaggi incoerenti o svolte palesemente improbabili. C'è l'invenzione e la speculazione che ci si attende da una buona storia di fantascienza classica, in cui date certe premesse il resto dovrebbe scorrere liscio come l'olio con magari qualche impennata nel ritmo per quel paio di svolte più o meno sorprendenti nel plot. L'originalità del progetto non è dovuta a chissà quale nuova idea, semmai all'ottimo world-building, così come la lettura non è resa avvincente da improvvisi scarti narrativi, quanto piuttosto dalla presenza di personaggi ben delineati e immediatamente identificabili.
In lista mi è stato fatto presente che non tutto nelle storie di Sawyer funziona a puntino, che ci sarebbero personaggi improbabili e avvenimenti realisticamente poco credibili. Dal mio punto di vista posso dire che se è vero che alcuni personaggi compiono azioni non propriamente consone alla situazione in cui sono calati, questi episodi non mi hanno dato eccessivo fastidio, un po' per la consapevolezza della realtà romanzesca in cui si ritrovano ad agire, un po' perché non hanno fatto saltare la soglia critica alla mia sospensione dell'incredulità.
Stessa cosa potrei dire per la questione delle conseguenze poco credibili ai fatti che avvengono nel romanzo. Ma dovrei anche precisare che per me il cuore della trilogia stava nella creazione della civiltà Neanderthaliana della Terra parallela. Il fatto che il resto della vicenda fosse costretto a piegarsi in qualche modo a quella particolare invenzione narrativa era scritto tra le righe nel patto stipulato tra lettore (questo lettore!) e l'autore del romanzo.
Discorso opposto per Dario Tonani. La scrittura dell'autore italiano è incomparabilmente superiore a quella del canadese Sawyer sia per la ricchezza delle suggestioni che emergono dalle sue pagine, sia per la resa cromatica unica del mondo in cui immerge le sue storie.
Riconoscendo questa superiorità stilistica io mi aspetto la stessa qualità anche nelle componenti prettamente narrative dei suoi romanzi: nella struttura del plot, nella creazione dei personaggi, nelle invenzioni che caratterizzano fantascientificamente le sue storie.
Se per quest'ultimo aspetto L'algoritmo bianco regge tranquillamente il confronto con i romanzi di Sawyer, la struttura del plot e soprattutto i personaggi non sono mai all'altezza dello scenario che Dario Tonani dispiega come elemento fondante la sua fantascienza. Non lo sono per due dettagli fondamentali: mancanza di profondità e coerenza.
I personaggi di Robert J. Sawyer risultano immediatamente riconoscibili. Questo significa che il lettore non fa nessuna fatica a seguirli e a immedesimarsi nei loro panni, di conseguenza nel corso della lettura non si generano mai confusioni di ruoli o sovrapposizione d'intenti. Certo, nessun personaggio rimane indelebilmente impresso nella memoria, Ponter Bondit non è un Elethiomel o un Prabir, ma tutti risultano egualmente vivi e reali agli occhi del lettore. Ne L'algoritmo bianco, al contrario, motivazioni e personalità del protagonista risultano parecchio vaghe se non palesemente incoerenti e quasi tutti i comprimari si perdono irrimediabilmente nello sfondo.
Un'altra differenza sostanziale tra i due autori sta nel peso della componente speculativa all'interno dei rispettivi romanzi. Se Tonani è superbo nella creazione e nella descrizione del suo mondo fantastico, il ruolo riservato all'estrapolazione speculativa della realtà fittizia in cui si svolge l'azione è lasciato più all'interpretazione del lettore, alla sua suggestione, piuttosto che all'intervento esplicito di una componente informativa. Questo non è un difetto, stante appunto la padronanza che ha l'autore delle capacità evocative della sua scrittura. D'altro canto Sawyer rimedia abilmente ai suoi limiti compositivi riuscendo a infilare nel racconto una messe di informazioni sorprendenti, realistiche e particolareggiate che ben difficilmente è riscontrabile in un normale romanzo di fantascienza italiana (a me è rimasta particolarmente impressa la digressione sulla presunta superiorità etica di una società di cacciatori/raccoglitori rispetto a quella che siamo abituati a ritenere più evoluta basata sull'agricoltura/allevamento, ma è solo una delle tante suggestioni (fanta)scientifiche che arricchiscono la trilogia).
La quantità d'informazione serve da un lato a mantenere vivo l'interesse del lettore anche in mancanza di vere svolte narrative, dall'altro lo rende complice e partecipe del percorso di scoperta che compie man mano che procede nel romanzo. L'algoritmo bianco fondandosi su un'unica linea narrativa e mancando di un valido contrappeso informativo avrebbe la possibilità di imporsi al lettore per la profondità che ci attenderebbe dalla scrittura di Tonani. Profondità che però svanisce una volta che lo sguardo del lettore passa dal contesto generale (in sostanza ambiente & idee di base) al particolare (personaggi, relazioni, svolte narrative).
In definitiva mi pare di poter dire che il giudizio espresso sui romanzi presi in esame è opposto rispetto alla mia opinione sulle capacità autoriali dei due scrittori. Se la lettura de L'algoritmo bianco mi ha soddisfatto di meno di quella dei romanzi di Sawyer è perché da un autore come Dario Tonani mi aspetto molto di più di quel che ritrovo nella fantascienza classica del canadese.
Magari mi sbaglio, ma se c'è qualcuno con le potenzialità per scrivere un grande romanzo, un'opera che rimanga impressa indelebilmente nel mio immaginario, beh… questo qualcuno assomiglia di certo più a Dario Tonani che a Robert J. Sawyer.
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04 febbraio 2010
29 gennaio 2010
A Torino!
Era da un po' che non mi capitava di avere un appuntamento con persone che non conosco per parlare di cose che non esistono.
Finalmente è successo.
Con la scusa della Mostra di Grafica Giapponese un pugno di frequentatori del fantastico nostrano si incontrerà domani in quel di Torino.
Si attendono eclissi di sole, viaggiatori atemporali, collassi stellari, piogge miracolose.
Ci si risente la prossima settimana.
…
Finalmente è successo.
Con la scusa della Mostra di Grafica Giapponese un pugno di frequentatori del fantastico nostrano si incontrerà domani in quel di Torino.
Si attendono eclissi di sole, viaggiatori atemporali, collassi stellari, piogge miracolose.
Ci si risente la prossima settimana.
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28 gennaio 2010
La luna è una severa maestra
Non lasciatevi ingannare: qui non si parla di Heinlein. Un titolo così evocativo mi sembrava però perfetto per introdurre queste note su Moon, il primo lungometraggio di Duncan Jones, altrimenti noto per essere figlio di nientepopodimeno che Ziggy Stardust in persona.
Saranno sicuramente (seee, come no!) le ascendenze paterne, ma era da tempo che non vedevo un film di vera fantascienza come Moon. (E Avatar? Sì, ok, è un film di vera fantascienza anche quello. Solo che, ecco, nel caso del film di Cameron la storia era decisamente surclassata dalla qualità delle immagini, mentre nel film di Jones, beh… ne parliamo più avanti.)
Cosa intendo per film di vera fantascienza? Se prendiamo come riferimento quello che gli spacciatori di cinema intendono come fantascienza, siamo già parecchio fuoristrada: ormai la famigerata sigla sci-fi sembra essersi trasformata in un comodo specchietto per attirare un pubblico alla ricerca dell'effetto speciale a tutti i costi mescolato all'azione adrenalinica, con sceneggiature ridotte a semplice optional, fastidioso ma necessario, per rimpolpare lo spettacolo.
Per me la vera fantascienza si ritrova in quel genere di cinema in cui storia e suggestioni fantascientifiche sono la ragione d'essere del film, un cinema in cui effetti speciali e meraviglie tecnologiche sono utilizzati per accentuare la credibilità dello sfondo e non quale unico motivo per godersi lo spettacolo, un cinema che non si dimentica di ragionare in termini provocatori sullo stato delle cose.
In questo senso gli ultimi film di fantascienza di un certo peso che m'è capitato di vedere al cinema sono davvero pochi. Penso a Eternal Sunshine of the Spotless Mind (aka Se mi lasci ti cancello) o a Gattaca, al limite a Serenity, ma non è che mi vengano in mente molti altri esempi.
E Avatar? Ok, se vogliamo considerare anche i film per ragazzi, va bene anche Avatar.
Torniamo sulla luna.
Moon racconta le ultime settimane di solitaria permanenza su una base lunare di Sam Bell, assunto con un contratto triennale per sorvegliare le operazioni di recupero pressoché automatizzate di Helium 3, elemento indispensabile per il fabbisogno energetico della Terra. Unica sua compagnia è Gerty, l'intelligenza artificiale che gestisce i sistemi della base. Da questa premessa si sviluppa una vicenda che forte dei modelli del passato (penso ovviamente a Kubrik, ma mi sembra che qualcosa il film lo debba anche a Spazio 1999) offre uno sguardo sufficientemente originale e complesso a più di un classico topos fantascientifico.
Moon è un gran bel film per la capacità di sceneggiatori e regista di raccontare in maniera efficace una storia tanto complessa quanto affascinante, tanto da riuscire a catturare l'attenzione dello spettatore senza utilizzare facili scappatoie (leggi senza calcare la mano su esplosioni o ammazzamenti, senza confondere le idee con montaggi fuori luogo, mantenendo la rotta narrativa puntata al bersaglio dall'inizio alla fine) o mortiferi spiegoni. Moon è una pellicola che si fa ricordare anche per l'eccellente lavoro svolto dal suo protagonista. Sam Rockwell regge da solo tutto il peso del film con una performance che ha dello straordinario per le emozioni che riesce a suscitare grazie alla ricchezza di sfumature e di toni della sua recitazione.
Moon non è un film perfetto. Lasciando stare i difetti scientifici, che non inficiano mai la visione (vedi per esempio la mancata simulazione della ridotta gravità lunare), c'è purtroppo da evidenziare come tutta la vicenda parta da un assunto francamente incredibile. Sebbene la coerenza interna della pellicola sia assoluta, questa mancanza - a patto di registrarla - rischia di lasciare lo spettatore a fine visione con un senso di delusione per le potenzialità narrative in qualche modo sprecate. Il dubbio che rimane è se la forza della storia raccontata in Moon valga la premessa inconsistente su cui si basa. (Mi rendo conto di risultare un po' criptico, almeno per chi non lo ha visto, ma non voglio rovinare la visione a nessuno, che nel film le sorprese non mancano). La mia risposta è comunque positiva: a prescindere dai suoi difetti un film come questo di Duncan Jones ne vale almeno dieci di quelli girati dai vari Spielberg, Scott o Lucas degli ultimi decenni.
In conclusione rimane da notare come Moon sia risultato praticamente invisibile ai frequentatori delle sale cinematografiche nazionali. lI mio ringraziamento va dunque a Elvezio Sciallis e a Vanamonde per averne parlato nei rispettivi blog, che altrimenti per la velocità con cui è apparso e subito scomparso dall'orizzonte Moon mi sarebbe sicuramente sfuggito.
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Saranno sicuramente (seee, come no!) le ascendenze paterne, ma era da tempo che non vedevo un film di vera fantascienza come Moon. (E Avatar? Sì, ok, è un film di vera fantascienza anche quello. Solo che, ecco, nel caso del film di Cameron la storia era decisamente surclassata dalla qualità delle immagini, mentre nel film di Jones, beh… ne parliamo più avanti.)
Cosa intendo per film di vera fantascienza? Se prendiamo come riferimento quello che gli spacciatori di cinema intendono come fantascienza, siamo già parecchio fuoristrada: ormai la famigerata sigla sci-fi sembra essersi trasformata in un comodo specchietto per attirare un pubblico alla ricerca dell'effetto speciale a tutti i costi mescolato all'azione adrenalinica, con sceneggiature ridotte a semplice optional, fastidioso ma necessario, per rimpolpare lo spettacolo.
Per me la vera fantascienza si ritrova in quel genere di cinema in cui storia e suggestioni fantascientifiche sono la ragione d'essere del film, un cinema in cui effetti speciali e meraviglie tecnologiche sono utilizzati per accentuare la credibilità dello sfondo e non quale unico motivo per godersi lo spettacolo, un cinema che non si dimentica di ragionare in termini provocatori sullo stato delle cose.
In questo senso gli ultimi film di fantascienza di un certo peso che m'è capitato di vedere al cinema sono davvero pochi. Penso a Eternal Sunshine of the Spotless Mind (aka Se mi lasci ti cancello) o a Gattaca, al limite a Serenity, ma non è che mi vengano in mente molti altri esempi.
E Avatar? Ok, se vogliamo considerare anche i film per ragazzi, va bene anche Avatar.
Torniamo sulla luna.
Moon racconta le ultime settimane di solitaria permanenza su una base lunare di Sam Bell, assunto con un contratto triennale per sorvegliare le operazioni di recupero pressoché automatizzate di Helium 3, elemento indispensabile per il fabbisogno energetico della Terra. Unica sua compagnia è Gerty, l'intelligenza artificiale che gestisce i sistemi della base. Da questa premessa si sviluppa una vicenda che forte dei modelli del passato (penso ovviamente a Kubrik, ma mi sembra che qualcosa il film lo debba anche a Spazio 1999) offre uno sguardo sufficientemente originale e complesso a più di un classico topos fantascientifico.
Moon è un gran bel film per la capacità di sceneggiatori e regista di raccontare in maniera efficace una storia tanto complessa quanto affascinante, tanto da riuscire a catturare l'attenzione dello spettatore senza utilizzare facili scappatoie (leggi senza calcare la mano su esplosioni o ammazzamenti, senza confondere le idee con montaggi fuori luogo, mantenendo la rotta narrativa puntata al bersaglio dall'inizio alla fine) o mortiferi spiegoni. Moon è una pellicola che si fa ricordare anche per l'eccellente lavoro svolto dal suo protagonista. Sam Rockwell regge da solo tutto il peso del film con una performance che ha dello straordinario per le emozioni che riesce a suscitare grazie alla ricchezza di sfumature e di toni della sua recitazione.
Moon non è un film perfetto. Lasciando stare i difetti scientifici, che non inficiano mai la visione (vedi per esempio la mancata simulazione della ridotta gravità lunare), c'è purtroppo da evidenziare come tutta la vicenda parta da un assunto francamente incredibile. Sebbene la coerenza interna della pellicola sia assoluta, questa mancanza - a patto di registrarla - rischia di lasciare lo spettatore a fine visione con un senso di delusione per le potenzialità narrative in qualche modo sprecate. Il dubbio che rimane è se la forza della storia raccontata in Moon valga la premessa inconsistente su cui si basa. (Mi rendo conto di risultare un po' criptico, almeno per chi non lo ha visto, ma non voglio rovinare la visione a nessuno, che nel film le sorprese non mancano). La mia risposta è comunque positiva: a prescindere dai suoi difetti un film come questo di Duncan Jones ne vale almeno dieci di quelli girati dai vari Spielberg, Scott o Lucas degli ultimi decenni.
In conclusione rimane da notare come Moon sia risultato praticamente invisibile ai frequentatori delle sale cinematografiche nazionali. lI mio ringraziamento va dunque a Elvezio Sciallis e a Vanamonde per averne parlato nei rispettivi blog, che altrimenti per la velocità con cui è apparso e subito scomparso dall'orizzonte Moon mi sarebbe sicuramente sfuggito.
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25 gennaio 2010
Cento di questi giorni
Di mia nonna Laura ho già parlato in queste pagine qualche anno fa.
Oggi mi va di ricordarla con questa foto scattata sabato, quando con tutta la famiglia abbiamo festeggiato i suoi cento anni.
Un secolo di vita.
A pensarci vengono i brividi.
E lei è ancora qui, presente e partecipe. Capace di commuoversi per un applauso di gruppo e di rimproverare mio zio per un bicchiere di troppo.
Mia nonna che alla sua età non si fa mancare un bicchiere di birra e i tortelli fritti, che sorride ai nipoti e non si è ancora stancata di averci tutti intorno.
Auguri nonna!
…
Oggi mi va di ricordarla con questa foto scattata sabato, quando con tutta la famiglia abbiamo festeggiato i suoi cento anni.
Un secolo di vita.
A pensarci vengono i brividi.
E lei è ancora qui, presente e partecipe. Capace di commuoversi per un applauso di gruppo e di rimproverare mio zio per un bicchiere di troppo.
Mia nonna che alla sua età non si fa mancare un bicchiere di birra e i tortelli fritti, che sorride ai nipoti e non si è ancora stancata di averci tutti intorno.
Auguri nonna!
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20 gennaio 2010
12 anni è l'età giusta.
Mi capita di rado di vedere un film appena uscito. Credo che per me vedere Avatar il giorno successivo al suo arrivo sugli schermi nazionali sia una specie di record.
Del resto non sarebbe successo neanche stavolta se, per una serie di fortunati eventi che contemplavano l'esigenza di festeggiare un compleanno, l'impossibilità di aspettare la data corretta e la voglia spasmodica di vedere 'sto film da parte di mio figlio, non ci fossimo ritrovai ad accompagnare al cinema 8 ragazzini di età compresa tra i nove e i dodici anni. Tutti vittima del marketing ovviamente, come del resto il sottoscritto. Come spiegare altrimenti la necessità di scrivere il milionesimo post reperibile in rete sull'ultima megaproduzione di James Cameron?
Già che ci siamo parliamo subito di marketing & industria, così ci caviamo il dente: quanto hanno speso per fare in modo che ci fiondassimo tutti al cinema contemporaneamente? Avevamo davvero così tanta fame da non vedere l'ora di credere alle promesse delle sirene hollywoodiane?
Ma poi, che cos'è questo Avatar?
Una storia? un luna park? un filmone-di-quelli-di-una-volta? intrattenimento? cultura? spettacolo? arte?
E James Cameron è un regista o un imprenditore di successo?
Io non lo so, e ho anzi le idee parecchio confuse.
Vediamo se con questo post riesco un po' a chiarirmele.
Partiamo col dire che Avatar è forse il film più meraviglioso io abbia mai visto. Non c'è scena che non mi abbia fatto sgranare gli occhi e lasciato a bocca aperta. Durante la visione si è sottoposti a un vero e proprio overload sensoriale, tanto che le categorie vero/falso, reale/fantastico, impossibile/incredibile non hanno più alcun senso. Pandora è qualcosa di mai visto prima. Andate a vederlo, se le immagini di questo film non vi meravigliano allora siete morti.
Detto questo toccherebbe parlare della storia, dei personaggi, del messaggio (seee…), ma non ne ho molta voglia. In giro per la rete ci son fior fiore di analisi, critiche e recensioni. Dal mio punto di vista non saprei cosa dire di più.
Forse l'unica considerazione che mi va di aggiungere al mucchio è che Cameron e compagnia devono avere ben poca fiducia nelle capacità intellettive del loro pubblico. Tutto nel film - complessità narrativa, problematiche affrontate, grado di realismo accettabile, profondità emotiva dei personaggi, messa in scena - m'è parso tarato su un'età presunta dello spettatore che si aggira intorno ai 12 anni. In questo senso Avatar non ha fatto che confermare l'idea che m'ero fatta di Cameron ascoltandolo mentre ribadiva la necessità di semplificare la storia (nelle vesti di produttore del Solaris di Steven Soderbergh) oppure vedendolo in azione sul set di Aliens, in quella che mi sembravano i prodromi di una crisi di nervi di fronte all'incomprensione di cui sembrava vittima la sua visione - indubbiamente valida ma decisamente più elementare rispetto all'Alien girato da Ridley Scott - del progetto.
Questa cosa non mi ha sorpreso, ma mai come in questo film, peraltro intelligente, senza sbavature narrative o particolari problemi di sceneggiatura, mi si è rivelata in tutta la sua banale verità: Avatar è un film per ragazzini.
Rassegnamoci (e godiamocelo) oppure incazziamoci (e godiamocelo), la nostra opinione non conta comunque nulla.
Dopotutto in Avatar è racchiuso tutto il meglio di quel che il Cinema avrà da offrirci nei prossimi anni. Siete pronti?
…
Del resto non sarebbe successo neanche stavolta se, per una serie di fortunati eventi che contemplavano l'esigenza di festeggiare un compleanno, l'impossibilità di aspettare la data corretta e la voglia spasmodica di vedere 'sto film da parte di mio figlio, non ci fossimo ritrovai ad accompagnare al cinema 8 ragazzini di età compresa tra i nove e i dodici anni. Tutti vittima del marketing ovviamente, come del resto il sottoscritto. Come spiegare altrimenti la necessità di scrivere il milionesimo post reperibile in rete sull'ultima megaproduzione di James Cameron?
Già che ci siamo parliamo subito di marketing & industria, così ci caviamo il dente: quanto hanno speso per fare in modo che ci fiondassimo tutti al cinema contemporaneamente? Avevamo davvero così tanta fame da non vedere l'ora di credere alle promesse delle sirene hollywoodiane?
Ma poi, che cos'è questo Avatar?
Una storia? un luna park? un filmone-di-quelli-di-una-volta? intrattenimento? cultura? spettacolo? arte?
E James Cameron è un regista o un imprenditore di successo?
Io non lo so, e ho anzi le idee parecchio confuse.
Vediamo se con questo post riesco un po' a chiarirmele.
Partiamo col dire che Avatar è forse il film più meraviglioso io abbia mai visto. Non c'è scena che non mi abbia fatto sgranare gli occhi e lasciato a bocca aperta. Durante la visione si è sottoposti a un vero e proprio overload sensoriale, tanto che le categorie vero/falso, reale/fantastico, impossibile/incredibile non hanno più alcun senso. Pandora è qualcosa di mai visto prima. Andate a vederlo, se le immagini di questo film non vi meravigliano allora siete morti.
Detto questo toccherebbe parlare della storia, dei personaggi, del messaggio (seee…), ma non ne ho molta voglia. In giro per la rete ci son fior fiore di analisi, critiche e recensioni. Dal mio punto di vista non saprei cosa dire di più.
Forse l'unica considerazione che mi va di aggiungere al mucchio è che Cameron e compagnia devono avere ben poca fiducia nelle capacità intellettive del loro pubblico. Tutto nel film - complessità narrativa, problematiche affrontate, grado di realismo accettabile, profondità emotiva dei personaggi, messa in scena - m'è parso tarato su un'età presunta dello spettatore che si aggira intorno ai 12 anni. In questo senso Avatar non ha fatto che confermare l'idea che m'ero fatta di Cameron ascoltandolo mentre ribadiva la necessità di semplificare la storia (nelle vesti di produttore del Solaris di Steven Soderbergh) oppure vedendolo in azione sul set di Aliens, in quella che mi sembravano i prodromi di una crisi di nervi di fronte all'incomprensione di cui sembrava vittima la sua visione - indubbiamente valida ma decisamente più elementare rispetto all'Alien girato da Ridley Scott - del progetto.
Questa cosa non mi ha sorpreso, ma mai come in questo film, peraltro intelligente, senza sbavature narrative o particolari problemi di sceneggiatura, mi si è rivelata in tutta la sua banale verità: Avatar è un film per ragazzini.
Rassegnamoci (e godiamocelo) oppure incazziamoci (e godiamocelo), la nostra opinione non conta comunque nulla.
Dopotutto in Avatar è racchiuso tutto il meglio di quel che il Cinema avrà da offrirci nei prossimi anni. Siete pronti?
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18 gennaio 2010
Ernesto Vegetti (1943-2010)
Ieri è stata una bella giornata, trascorsa tra rugby, chiacchiere e feste di compleanno. Poi son tornato a casa, ho acceso il computer e ho dato un'occhiata alla posta elettronica.
"Ernesto non c'è più. Se n'è andato stanotte."
Due frasi che mi hanno lasciato senza fiato, tanto incredibili apparivano.
Ernesto era un pilastro della fantascienza italiana, era il grande Catalogatore, era attivo da sempre nel fandom, tanto polemico quanto rispettato on-line, altrettanto amabile generoso e disponibile fuori dalla rete.
Molte sono le cose che ci dividevano, ma se c'è una persona che ha dimostrato sempre una coerenza, una correttezza e una disponibilità al confronto schietta, onesta e sincera era Ernesto Vegetti.
Ernesto mi è sempre sembrato una persona felice e soddisfatta della propria vita, una persona che ha sempre lottato con inalterato entusiasmo per le sue idee, una persona innamorata della fantascienza, una persona buona.
Senza di lui il mondo è un po' più povero.
…
"Ernesto non c'è più. Se n'è andato stanotte."
Due frasi che mi hanno lasciato senza fiato, tanto incredibili apparivano.
Ernesto era un pilastro della fantascienza italiana, era il grande Catalogatore, era attivo da sempre nel fandom, tanto polemico quanto rispettato on-line, altrettanto amabile generoso e disponibile fuori dalla rete.
Molte sono le cose che ci dividevano, ma se c'è una persona che ha dimostrato sempre una coerenza, una correttezza e una disponibilità al confronto schietta, onesta e sincera era Ernesto Vegetti.
Ernesto mi è sempre sembrato una persona felice e soddisfatta della propria vita, una persona che ha sempre lottato con inalterato entusiasmo per le sue idee, una persona innamorata della fantascienza, una persona buona.
Senza di lui il mondo è un po' più povero.
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15 gennaio 2010
Il quinto principio
A me dispiace per Vittorio Catani, che rimane una delle persone migliori io abbia conosciuto in questi anni di frequentazione dell'ambiente fantascientifico italiano, ma in questi giorni, man mano che scorrevo le opinioni positive della stragrande maggioranza dei lettori del suo romanzo appena uscito in un Urania speciale, beh… a me pareva di essere piombato inavvertitamente in una realtà alternativa in cui la buona fantascienza era diventata una cosa diversa (molto diversa!) da quella che credevo. Mi chiedevo infatti come fosse possibile che fossi il solo a trovare davvero terribile Il quinto principio.
Questo post ha quindi la presunzione di voler riportare la discussione in un sistema di coordinate letterarie in cui mi sento più a mio agio. Quella che segue non è una recensione, piuttosto un tentativo di stabilire un principio di realtà utile per rimettere i piedi per terra e ripartire con qualche riferimento più sicuro per le prossime avventure librarie.
M'è capitato molto di rado di non riuscire a finire un libro che stavo leggendo. Vuoi che mi prenda un inguaribile ottimismo, che magari poi la storia migliora (seee…); vuoi che mi arrenda alla noia e che prosegua rassegnato fino alla fine; vuoi che mi salga la curiosità morbosa di vedere fino a che punto si possa arrivare, ma solitamente arrivo fino in fondo ai libri che decido di leggere.
Però stavolta non ce l'ho proprio fatta. Sarà stata la mole, che arrivato a un terzo delle oltre 500 pagine de Il quinto principio e pensare che ne avevo ancora il doppio prima della fine mi ha davvero depresso. O forse la consapevolezza che con tutti i libri che sto accumulando in questo periodo ogni momento perso a leggere qualcosa di men che interessante è tempo che avrei potuto spendere meglio. Fatto sta che mi sono arreso.
I motivi per cui Il quinto principio non m'è proprio piaciuto sono diversi. Li vado a elencare in ordine sparso, in modo tale che i numerosi lettori che hanno apprezzato il romanzo possano agevolmente convincersi della mia scarsa sensibilità e/o della mia semplice ignoranza in materia.
- la sospensione dell'incredulità
Per leggere fantascienza un minimo di sospensione dell'incredulità è d'obbligo. Bisogna fidarsi dell'autore, tenere gli occhi aperti e lasciarsi stupire, accettare teorie o avvenimenti apparentemente (apertamente?) incredibili o fantastici. È anche vero che ognuno di noi ha un livello di soglia oltre il quale le cose precipitano fragorosamente: dal momento in cui un particolare avvenimento, una specifica teoria, una determinata azione del tal personaggio ti appaiono impossibili da mandar giù anche nel contesto meraviglioso in cui si collocano, beh… da quel momento in avanti è davvero difficile risalire la china.
Ne Il quinto principio, il mio personale indice d'incredibilità è andato rapidamente fuori scala.
Nei primissimi capitoli del romanzo abbiamo un uomo ricercato da quella che sembra l'organizzazione più potente del pianeta che viene catturato da due cazzutissimi agenti della stessa. Come fa a sfuggirgli? Attende che entrambi lo lascino solo in uno stanzino nel retro di una discoteca, stanzino a cui non chiudono nemmeno la porta, per poi tornare indisturbato a casa. Poche pagine più avanti c'è l'uomo più ricco del pianeta che decide di imbarcare sulla sua aereomobile una fanciulla da lui incaricata di spiare il suo peggior nemico (l'altro uomo più ricco del pianeta) perché gli tenga compagnia. Fanno sesso, lei lo vuole uccidere, lui si salva, lei vola fuori dall'aereomobile. Semplice e lineare. Il problema è che questa sequenza di avvenimenti vi farà rimpiangere la visione di un qualsiasi cartoon di Wile Coyote, tanto improbabili, irreali e francamente ridicole sono le singole scene in cui si sviluppa. Da qui in poi è una discesa ininterrotta, e nonostante altri momenti siano ben orchestrati, quando sono arrivato alla scena dell'asta antartica prima, e all'incontro del prigioniero sull'aereo poi, non ce l'ho più fatta e ho mollato il romanzo.
- scenari complessi per personaggi elementari
Lo scenario messo in piedi da Catani è maestoso nelle sue dimensioni e stupefacente per la sua complessità. In un mondo così complicato e interconnesso si muovono personaggi le cui personalità non raggiungono mai un livello di profondità paragonabile a quella dell'ambiente circostante e la cui voce non spicca mai riconoscibile in mezzo a quella di tutti gli altri.
Leggendo Il quinto principio avevo l'impressione di muovermi in un universo descritto da un VanVogt fuori tempo in pieno trip lisergico dopo un'immersione forzata in un racconto eganiano. Secondo me, qui e ora, si doveva fare di più per caratterizzare al meglio ogni singola persona che compare nel romanzo.
- sesso & carnazza
È possibile che tutti i personaggi femminili presentati fino a pagina 150 siano caratterizzati per le loro performance sessuali e poco altro? Magari parlano e agiscono, lottano e complottano, ma tutte queste azioni sono sempre e comunque subordinate a una qualche attività sessuale di poco precedente o successiva. E non importa che siano bambine impuberi o anziane rotte a qualsiasi esperienza, la loro relazione con il mondo del romanzo e con i maschi che lo frequentano è sempre presentata in chiave pseudo-erotica.
La rappresentazione delle relazioni tra i sessi che compare nel romanzo non è un filino riduttiva? Le donne non sanno fare/pensare proprio nient'altro?
- l'ideologia mi porta via
Capisco l'esigenza di Vittorio Catani di dare una connotazione politica al suo romanzo, e la apprezzo. I problemi sorgono quando la narrazione è costretta a piegarsi all'ideologia, con il rischio conseguente di perdere ogni possibilità di avvincere il lettore. Io ho interrotto la lettura del romanzo ben prima che questo diventasse un problema effettivo, però qualche campanello d'allarme è suonato già nei capitoli che ho avuto modo di leggere (vedi per esempio l'ossessione per una caratterizzazione estremamente aggressiva del mercato o la presentazione di Diaspar).
Ai difetti elencati (difetti secondo me) si aggiunge una struttura del romanzo fatta di molteplici punti di vista ed episodi apparentemente slegati. L'efficacia di questo tipo di montaggio, che mi pare sia ormai la norma per tutti i romanzi di genere superiori alle 300 pagine, è direttamente proporzionale al carisma dei personaggi di cui si seguono le vicende, alla capacità dell'autore di legare tra loro storie a prima vista molto lontane tra loro e al ritmo che i vari cambi di prospettiva riescono ad imprimere al romanzo. L'effetto complessivo dovrebbe risultare superiore alla somma delle singole parti, e la confusione rarefarsi man mano che si procede con la storia. Non so se Il quinto principio raggiunge questo risultato, se la frenesia iniziale trova una sua ragion d'essere a fine lettura. Io me lo auguro, magari chi ha letto il romanzo fino alla fine avrà le idee più chiare.
Arrivato in fondo al post voglio ribadire che nonostante il giudizio negativo espresso sul suo romanzo, la mia stima per Vittorio Catani rimane inalterata. La precisazione suonerà superflua, o addirittura stonata. Chissenefrega. Visti i precedenti che caratterizzano il piccolo mondo fantastico nostrano andava ribadita. Non è la capacità di scrivere un romanzo che determina le qualità di una persona, e la considerazione che ho per Vittorio Catani è decisamente superiore a quella che nutro per il suo romanzo.
…
Questo post ha quindi la presunzione di voler riportare la discussione in un sistema di coordinate letterarie in cui mi sento più a mio agio. Quella che segue non è una recensione, piuttosto un tentativo di stabilire un principio di realtà utile per rimettere i piedi per terra e ripartire con qualche riferimento più sicuro per le prossime avventure librarie.
M'è capitato molto di rado di non riuscire a finire un libro che stavo leggendo. Vuoi che mi prenda un inguaribile ottimismo, che magari poi la storia migliora (seee…); vuoi che mi arrenda alla noia e che prosegua rassegnato fino alla fine; vuoi che mi salga la curiosità morbosa di vedere fino a che punto si possa arrivare, ma solitamente arrivo fino in fondo ai libri che decido di leggere.
Però stavolta non ce l'ho proprio fatta. Sarà stata la mole, che arrivato a un terzo delle oltre 500 pagine de Il quinto principio e pensare che ne avevo ancora il doppio prima della fine mi ha davvero depresso. O forse la consapevolezza che con tutti i libri che sto accumulando in questo periodo ogni momento perso a leggere qualcosa di men che interessante è tempo che avrei potuto spendere meglio. Fatto sta che mi sono arreso.
I motivi per cui Il quinto principio non m'è proprio piaciuto sono diversi. Li vado a elencare in ordine sparso, in modo tale che i numerosi lettori che hanno apprezzato il romanzo possano agevolmente convincersi della mia scarsa sensibilità e/o della mia semplice ignoranza in materia.
- la sospensione dell'incredulità
Per leggere fantascienza un minimo di sospensione dell'incredulità è d'obbligo. Bisogna fidarsi dell'autore, tenere gli occhi aperti e lasciarsi stupire, accettare teorie o avvenimenti apparentemente (apertamente?) incredibili o fantastici. È anche vero che ognuno di noi ha un livello di soglia oltre il quale le cose precipitano fragorosamente: dal momento in cui un particolare avvenimento, una specifica teoria, una determinata azione del tal personaggio ti appaiono impossibili da mandar giù anche nel contesto meraviglioso in cui si collocano, beh… da quel momento in avanti è davvero difficile risalire la china.
Ne Il quinto principio, il mio personale indice d'incredibilità è andato rapidamente fuori scala.
Nei primissimi capitoli del romanzo abbiamo un uomo ricercato da quella che sembra l'organizzazione più potente del pianeta che viene catturato da due cazzutissimi agenti della stessa. Come fa a sfuggirgli? Attende che entrambi lo lascino solo in uno stanzino nel retro di una discoteca, stanzino a cui non chiudono nemmeno la porta, per poi tornare indisturbato a casa. Poche pagine più avanti c'è l'uomo più ricco del pianeta che decide di imbarcare sulla sua aereomobile una fanciulla da lui incaricata di spiare il suo peggior nemico (l'altro uomo più ricco del pianeta) perché gli tenga compagnia. Fanno sesso, lei lo vuole uccidere, lui si salva, lei vola fuori dall'aereomobile. Semplice e lineare. Il problema è che questa sequenza di avvenimenti vi farà rimpiangere la visione di un qualsiasi cartoon di Wile Coyote, tanto improbabili, irreali e francamente ridicole sono le singole scene in cui si sviluppa. Da qui in poi è una discesa ininterrotta, e nonostante altri momenti siano ben orchestrati, quando sono arrivato alla scena dell'asta antartica prima, e all'incontro del prigioniero sull'aereo poi, non ce l'ho più fatta e ho mollato il romanzo.
- scenari complessi per personaggi elementari
Lo scenario messo in piedi da Catani è maestoso nelle sue dimensioni e stupefacente per la sua complessità. In un mondo così complicato e interconnesso si muovono personaggi le cui personalità non raggiungono mai un livello di profondità paragonabile a quella dell'ambiente circostante e la cui voce non spicca mai riconoscibile in mezzo a quella di tutti gli altri.
Leggendo Il quinto principio avevo l'impressione di muovermi in un universo descritto da un VanVogt fuori tempo in pieno trip lisergico dopo un'immersione forzata in un racconto eganiano. Secondo me, qui e ora, si doveva fare di più per caratterizzare al meglio ogni singola persona che compare nel romanzo.
- sesso & carnazza
È possibile che tutti i personaggi femminili presentati fino a pagina 150 siano caratterizzati per le loro performance sessuali e poco altro? Magari parlano e agiscono, lottano e complottano, ma tutte queste azioni sono sempre e comunque subordinate a una qualche attività sessuale di poco precedente o successiva. E non importa che siano bambine impuberi o anziane rotte a qualsiasi esperienza, la loro relazione con il mondo del romanzo e con i maschi che lo frequentano è sempre presentata in chiave pseudo-erotica.
La rappresentazione delle relazioni tra i sessi che compare nel romanzo non è un filino riduttiva? Le donne non sanno fare/pensare proprio nient'altro?
- l'ideologia mi porta via
Capisco l'esigenza di Vittorio Catani di dare una connotazione politica al suo romanzo, e la apprezzo. I problemi sorgono quando la narrazione è costretta a piegarsi all'ideologia, con il rischio conseguente di perdere ogni possibilità di avvincere il lettore. Io ho interrotto la lettura del romanzo ben prima che questo diventasse un problema effettivo, però qualche campanello d'allarme è suonato già nei capitoli che ho avuto modo di leggere (vedi per esempio l'ossessione per una caratterizzazione estremamente aggressiva del mercato o la presentazione di Diaspar).
Ai difetti elencati (difetti secondo me) si aggiunge una struttura del romanzo fatta di molteplici punti di vista ed episodi apparentemente slegati. L'efficacia di questo tipo di montaggio, che mi pare sia ormai la norma per tutti i romanzi di genere superiori alle 300 pagine, è direttamente proporzionale al carisma dei personaggi di cui si seguono le vicende, alla capacità dell'autore di legare tra loro storie a prima vista molto lontane tra loro e al ritmo che i vari cambi di prospettiva riescono ad imprimere al romanzo. L'effetto complessivo dovrebbe risultare superiore alla somma delle singole parti, e la confusione rarefarsi man mano che si procede con la storia. Non so se Il quinto principio raggiunge questo risultato, se la frenesia iniziale trova una sua ragion d'essere a fine lettura. Io me lo auguro, magari chi ha letto il romanzo fino alla fine avrà le idee più chiare.
Arrivato in fondo al post voglio ribadire che nonostante il giudizio negativo espresso sul suo romanzo, la mia stima per Vittorio Catani rimane inalterata. La precisazione suonerà superflua, o addirittura stonata. Chissenefrega. Visti i precedenti che caratterizzano il piccolo mondo fantastico nostrano andava ribadita. Non è la capacità di scrivere un romanzo che determina le qualità di una persona, e la considerazione che ho per Vittorio Catani è decisamente superiore a quella che nutro per il suo romanzo.
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10 gennaio 2010
Into the Wild
Se passate da questo blog e siete in modalità cinica e disincantata cambiate aria che questo non è un post per voi. Si respirerà nostalgia e melassa, si scenderà la china della memoria per riandare col pensiero ai tempi andati.
L'occasione? L'altra sera ho visto finalmente Into the Wild.
Volete una critica seria o preferite l'onda lunga dei ricordi?
Non so se preferire Sean Penn attore o regista. Di sicuro i film che ha girato dietro la macchina da presa mi hanno impressionato per l'approccio serio alle storie che sceglie di narrare. Il suo è un cinema che si sofferma sugli scogli morali che fanno naufragare le solite mega produzioni hollywoodiane e che allo stesso tempo non cerca mai la scappatoia ironica o gli accomodamenti retorici tipici del modello di cinema indipendente a stelle e striscie che va per la maggiore. Mi sembra che Sean Penn sia tra i pochi autori americani (forse l'unico altrettanto coerente con quest'idea di cinema, pur con tutte le differenze del caso - generazionali, mi vien da pensare - è Clint Eastwood) che privilegia la forza del racconto all'uso smodato di particolari tecniche di ripresa, uno dei pochi registi il cui scomparire all'interno della messa in scena non è sinonimo di mancanza di stile quanto piuttosto di un'umiltà piuttosto rara in un mondo dominato dall'ego autoriale di un sacco di suoi colleghi.
Con queste premesse Into the Wild è in effetti un film parzialmente difettoso. La mia impressione è che una sorta di pudore abbia impedito a Penn di andare fino in fondo nell'indagare azioni e motivazioni del suo protagonista.
La storia narrata nel film è nota: Chris McCandless abbandona la sua vita di giovane rampollo di un'agiata famiglia americana per fuggire nei territori più selvaggi degli Stati Uniti e andare quindi a spegnersi, dopo due anni di vagabondaggi, nelle foreste dell'Alaska.
Rifuggendo l'agiografia che vorrebbe il buon Chris martire del sistema Sean Penn dimostra un buon equilibrio nel delinearne la personalità, ma allo stesso tempo il limitare unicamente a qualche accenno le problematiche personali che caratterizzano la sua scelta estrema rende in qualche modo monca la narrazione.
Nel seguire le vicissitudini di Chris si rimane costantemente in bilico tra punti di vista estremi e contraddittori: da un lato l'impatto scenografico dei panorami americani a sottolineare la bontà della sua scelta di vita, dall'altro l'intollerabile sventatezza che domina il suo peregrinare.
Durante la visione di Into the Wild è davvero difficile conciliare la solitudine ricercata ossessivamente dal protagonista con la ricchezza degli incontri umani che caratterizzano il suo viaggio. L'impressione più forte che m'è rimasta è che Chris McCandless abbia dato la risposta sbagliata a problemi veri, che fosse un ingenuo che alle buone letture non accompagnava un'altrettanto buona esperienza, un ragazzino egocentrico ed entusiasta come, per fortuna o per forza, sono la maggior parte dei ventenni, imperdonabile solo per aver pagato fino in fondo il prezzo delle sue scelte.
Ma nonostante gli indubbi limiti a me il film è piaciuto per tutta una serie di motivi che con lo specifico della vita di Chris McCandless hanno forse poco a che fare. Into the Wild è pieno di spunti interessanti: c'è lo sguardo paterno (e quindi pudico e rispettoso e sempre moralmente attento, forse anche troppo, ma non tanto da diventare insopportabile) che Sean Penn adotta per raccontare la storia, c'è la forza delle immagini, che la natura nel film non è mai accomodante e caramellosa, quanto piuttosto selvaggia e indifferente, ma comunque stupefacente, c'è la straordinaria colonna sonora, che sentire la voce Eddie Vedder accompagnare le tappe del viaggio di Chris aggiunge una nota struggente che non mi ha lasciato indifferente e -soprattutto? - c'è stata l'indubbia suggestione di una serie di situazioni che mi hanno fatto rivivere uno scorcio del mio passato.
Vedere la strada aperta davanti a te, il pollice alzato, il camion che si ferma, son cose che mi hanno riportato ai miei vent'anni, quando preso dalla febbre della scoperta facevo l'autostoppista solitario in giro per l'Europa. Gli incontri lungo la strada, quelli buoni e quelli meno buoni, le notti passate a dormire per strada, i passaggi memorabili e le volte che aspettare era l'unica cosa da fare, l'ebbrezza del viaggio, il sapore della solitudine, l'ospitalità inaspettata, la libertà sconfinata e la pioggia che sa di malinconia. Nel film queste cose ci sono tutte ed era da tempo che non le ritrovavo così vere in una storia. Solo per questo Into the Wild per me è già un film memorabile. Che poi qui e ora, con qualche anno in più sulle spalle, si faccia fatica a capire la fame di Chris è forse comprensibile, ma a vent'anni, beh… a vent'anni la morte, i soldi, persino la famiglia, sono cose lontane, partire (che sia fuga o scoperta) e cercare la propria verità è decisamente meglio.
(ve l'avevo detto che il tono sarebbe diventato insopportabilmente melenso, no?)
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L'occasione? L'altra sera ho visto finalmente Into the Wild.
Volete una critica seria o preferite l'onda lunga dei ricordi?
Non so se preferire Sean Penn attore o regista. Di sicuro i film che ha girato dietro la macchina da presa mi hanno impressionato per l'approccio serio alle storie che sceglie di narrare. Il suo è un cinema che si sofferma sugli scogli morali che fanno naufragare le solite mega produzioni hollywoodiane e che allo stesso tempo non cerca mai la scappatoia ironica o gli accomodamenti retorici tipici del modello di cinema indipendente a stelle e striscie che va per la maggiore. Mi sembra che Sean Penn sia tra i pochi autori americani (forse l'unico altrettanto coerente con quest'idea di cinema, pur con tutte le differenze del caso - generazionali, mi vien da pensare - è Clint Eastwood) che privilegia la forza del racconto all'uso smodato di particolari tecniche di ripresa, uno dei pochi registi il cui scomparire all'interno della messa in scena non è sinonimo di mancanza di stile quanto piuttosto di un'umiltà piuttosto rara in un mondo dominato dall'ego autoriale di un sacco di suoi colleghi.
Con queste premesse Into the Wild è in effetti un film parzialmente difettoso. La mia impressione è che una sorta di pudore abbia impedito a Penn di andare fino in fondo nell'indagare azioni e motivazioni del suo protagonista.
La storia narrata nel film è nota: Chris McCandless abbandona la sua vita di giovane rampollo di un'agiata famiglia americana per fuggire nei territori più selvaggi degli Stati Uniti e andare quindi a spegnersi, dopo due anni di vagabondaggi, nelle foreste dell'Alaska.
Rifuggendo l'agiografia che vorrebbe il buon Chris martire del sistema Sean Penn dimostra un buon equilibrio nel delinearne la personalità, ma allo stesso tempo il limitare unicamente a qualche accenno le problematiche personali che caratterizzano la sua scelta estrema rende in qualche modo monca la narrazione.
Nel seguire le vicissitudini di Chris si rimane costantemente in bilico tra punti di vista estremi e contraddittori: da un lato l'impatto scenografico dei panorami americani a sottolineare la bontà della sua scelta di vita, dall'altro l'intollerabile sventatezza che domina il suo peregrinare.
Durante la visione di Into the Wild è davvero difficile conciliare la solitudine ricercata ossessivamente dal protagonista con la ricchezza degli incontri umani che caratterizzano il suo viaggio. L'impressione più forte che m'è rimasta è che Chris McCandless abbia dato la risposta sbagliata a problemi veri, che fosse un ingenuo che alle buone letture non accompagnava un'altrettanto buona esperienza, un ragazzino egocentrico ed entusiasta come, per fortuna o per forza, sono la maggior parte dei ventenni, imperdonabile solo per aver pagato fino in fondo il prezzo delle sue scelte.
Ma nonostante gli indubbi limiti a me il film è piaciuto per tutta una serie di motivi che con lo specifico della vita di Chris McCandless hanno forse poco a che fare. Into the Wild è pieno di spunti interessanti: c'è lo sguardo paterno (e quindi pudico e rispettoso e sempre moralmente attento, forse anche troppo, ma non tanto da diventare insopportabile) che Sean Penn adotta per raccontare la storia, c'è la forza delle immagini, che la natura nel film non è mai accomodante e caramellosa, quanto piuttosto selvaggia e indifferente, ma comunque stupefacente, c'è la straordinaria colonna sonora, che sentire la voce Eddie Vedder accompagnare le tappe del viaggio di Chris aggiunge una nota struggente che non mi ha lasciato indifferente e -soprattutto? - c'è stata l'indubbia suggestione di una serie di situazioni che mi hanno fatto rivivere uno scorcio del mio passato.
Vedere la strada aperta davanti a te, il pollice alzato, il camion che si ferma, son cose che mi hanno riportato ai miei vent'anni, quando preso dalla febbre della scoperta facevo l'autostoppista solitario in giro per l'Europa. Gli incontri lungo la strada, quelli buoni e quelli meno buoni, le notti passate a dormire per strada, i passaggi memorabili e le volte che aspettare era l'unica cosa da fare, l'ebbrezza del viaggio, il sapore della solitudine, l'ospitalità inaspettata, la libertà sconfinata e la pioggia che sa di malinconia. Nel film queste cose ci sono tutte ed era da tempo che non le ritrovavo così vere in una storia. Solo per questo Into the Wild per me è già un film memorabile. Che poi qui e ora, con qualche anno in più sulle spalle, si faccia fatica a capire la fame di Chris è forse comprensibile, ma a vent'anni, beh… a vent'anni la morte, i soldi, persino la famiglia, sono cose lontane, partire (che sia fuga o scoperta) e cercare la propria verità è decisamente meglio.
(ve l'avevo detto che il tono sarebbe diventato insopportabilmente melenso, no?)
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04 gennaio 2010
Fantascienza a venire
C'è un tormentone che accompagna costantemente le avventure dei lettori di fantascienza. Non c'è anno che non si alzi una voce (o due, o tre) a proclamare la morte del nostro genere preferito.
Per riportare la situazione sotto controllo ho provato a dare un'occhiata in giro e vedere che prospettive ci sono per l'anno appena iniziato. Beh… a quanto pare per il 2010 sono attese carrettate di novità e tutte (o quasi) molto molto stuzzicanti. Chi glielo dice a 'sti scrittori che il genere è morto?
Ovviamente si parla della scena anglosassone, che qui da noi si vivacchia (anche se l'annuncio della prossima pubblicazione in italiano di Incandescence, il romanzo di Greg Egan del 2008, il ritorno della space opera di Peter Hamilton e l'arrivo su Urania di Charles Stross non sono notizie da buttar via…).
Andando in ordine sparso ecco qualche titolo in arrivo nei prossimi mesi dai miei autori preferiti.
Partiamo con The Dervish House di Ian McDonald. Dopo l'India e il Brasile, McDonald esplora le potenzialità narrative di Istanbul, con una storia di nanotecnologie, antichi misteri ottomani e misticismo orientale. Credo proprio che le straordinarie capacità immaginifiche dell'autore nordirlandese troveranno terreno molto fertile a cavallo del Bosforo.
Iain Banks alterna opere mainstrem a romanzi di fantascienza. Visto che nel 2009 è uscito Transition, per quest'anno si attende un nuovo romanzo di fantascienza. Io ci spero, anche se nel suo caso non ho poi questa fretta visto che ho ancora qui Matter in coda di lettura.
Anche China Mieville ha un nuovo romanzo in arrivo. Il titolo dovrebbe essere Kraken, il contenuto è misterioso, ma se tanto mi da tanto non dovrebbe allontanarsi troppo dai territori oscuri delle sue opere precedenti.
Charles Stross ha in programma di completare la saga dei Principi Mercanti. Non ho mai letto nulla di questo ciclo ma anche per lui vale quello che scrivevo per Banks: ho ancora un paio di suoi volumi da leggere, credo di essere a posto per tutto il 2010.
Greg Egan nel corso del 2010 pubblicherà Zendegi che al contrario degli ultimi suoi romanzi non sarà ambientato nello spazio in un remoto futuro ma qui, sulla Terra prossima ventura. Sarà una storia che si muoverà tra comunità virtuali e ricerche neurali. Conoscendo Egan sarà davvero interessante leggere fin dove si spingeranno le sue speculazioni (fanta)scientifiche.
Nei prossimi mesi tornerà in libreria anche Richard Morgan con The Dark Commands, che però probabilmente non riguarderà l'universo di Takeshi Kovacs.
Sembra che nel corso dell'anno ci sarà anche un altro gradito ritorno. Dopo otto anni dall'ultimo romanzo torna Miles Vorkosigan in CryoBurn. Spero solo che Lois McMaster Bujold abbia mantenuto intatta la verve che caratterizzava le ultime comparse del nostro Vor preferito.
Tra le autrici cui sono più affezionato c'è anche Connie Willis. Anche lei tornerà nel 2010 con un nuovo romanzo. Il titolo previsto è Blackout e sarà un'ucronia nello stesso univeso de L'anno del contagio (che non ho letto e non credo leggerò, almeno non a breve).
Tra gli autori con qualche seguito qui in italia sono degni di menzione i nuovi romanzi di Ken MacLeod (The Restoration Game) e Cory Doctorow (For the Win), mentre tra le autrici che mi è capitato di leggere con piacere negli ultimi anni vanno ricordate Jo Walton, che con Among Others uscirà dai territori della storia alternativa per proporre "a semi-autobiographical tale of growing up nerdy", e soprattutto Mary Gentle, che proporrà un romanzo ambientato da queste parti, almeno a vedere il titolo che è The Kingdom of the Two Sicilies.
Tra le altre novità in arrivo i nuovi romanzi di Alastair Reynolds (Terminal World) e Peter F. Hamilton (The Evolutionary Void) mentre tra le possibili sorprese, almeno a vedere i relativi titoli, vanno citati New Model Army di Adam Roberts, Kosher Guide to Imaginary Animals di Ann and Jeff VanderMeer.
L'ultima segnalazione va di diritto a un romanzo che sto aspettando ormai da parecchi anni. È più una speranza che una certezza, ma chissà mai che non sia finalmente la volta buona per il buon George R. R. Martin di dare alle stampe il suo A Dance With Dragons?
(fonti: Uraniamania, Cyberabad, io9, Richard Morgan Site, The Bujold Nexus)
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Per riportare la situazione sotto controllo ho provato a dare un'occhiata in giro e vedere che prospettive ci sono per l'anno appena iniziato. Beh… a quanto pare per il 2010 sono attese carrettate di novità e tutte (o quasi) molto molto stuzzicanti. Chi glielo dice a 'sti scrittori che il genere è morto?
Ovviamente si parla della scena anglosassone, che qui da noi si vivacchia (anche se l'annuncio della prossima pubblicazione in italiano di Incandescence, il romanzo di Greg Egan del 2008, il ritorno della space opera di Peter Hamilton e l'arrivo su Urania di Charles Stross non sono notizie da buttar via…).
Andando in ordine sparso ecco qualche titolo in arrivo nei prossimi mesi dai miei autori preferiti.
Partiamo con The Dervish House di Ian McDonald. Dopo l'India e il Brasile, McDonald esplora le potenzialità narrative di Istanbul, con una storia di nanotecnologie, antichi misteri ottomani e misticismo orientale. Credo proprio che le straordinarie capacità immaginifiche dell'autore nordirlandese troveranno terreno molto fertile a cavallo del Bosforo.
Iain Banks alterna opere mainstrem a romanzi di fantascienza. Visto che nel 2009 è uscito Transition, per quest'anno si attende un nuovo romanzo di fantascienza. Io ci spero, anche se nel suo caso non ho poi questa fretta visto che ho ancora qui Matter in coda di lettura.
Anche China Mieville ha un nuovo romanzo in arrivo. Il titolo dovrebbe essere Kraken, il contenuto è misterioso, ma se tanto mi da tanto non dovrebbe allontanarsi troppo dai territori oscuri delle sue opere precedenti.
Charles Stross ha in programma di completare la saga dei Principi Mercanti. Non ho mai letto nulla di questo ciclo ma anche per lui vale quello che scrivevo per Banks: ho ancora un paio di suoi volumi da leggere, credo di essere a posto per tutto il 2010.
Greg Egan nel corso del 2010 pubblicherà Zendegi che al contrario degli ultimi suoi romanzi non sarà ambientato nello spazio in un remoto futuro ma qui, sulla Terra prossima ventura. Sarà una storia che si muoverà tra comunità virtuali e ricerche neurali. Conoscendo Egan sarà davvero interessante leggere fin dove si spingeranno le sue speculazioni (fanta)scientifiche.
Nei prossimi mesi tornerà in libreria anche Richard Morgan con The Dark Commands, che però probabilmente non riguarderà l'universo di Takeshi Kovacs.
Sembra che nel corso dell'anno ci sarà anche un altro gradito ritorno. Dopo otto anni dall'ultimo romanzo torna Miles Vorkosigan in CryoBurn. Spero solo che Lois McMaster Bujold abbia mantenuto intatta la verve che caratterizzava le ultime comparse del nostro Vor preferito.
Tra le autrici cui sono più affezionato c'è anche Connie Willis. Anche lei tornerà nel 2010 con un nuovo romanzo. Il titolo previsto è Blackout e sarà un'ucronia nello stesso univeso de L'anno del contagio (che non ho letto e non credo leggerò, almeno non a breve).
Tra gli autori con qualche seguito qui in italia sono degni di menzione i nuovi romanzi di Ken MacLeod (The Restoration Game) e Cory Doctorow (For the Win), mentre tra le autrici che mi è capitato di leggere con piacere negli ultimi anni vanno ricordate Jo Walton, che con Among Others uscirà dai territori della storia alternativa per proporre "a semi-autobiographical tale of growing up nerdy", e soprattutto Mary Gentle, che proporrà un romanzo ambientato da queste parti, almeno a vedere il titolo che è The Kingdom of the Two Sicilies.
Tra le altre novità in arrivo i nuovi romanzi di Alastair Reynolds (Terminal World) e Peter F. Hamilton (The Evolutionary Void) mentre tra le possibili sorprese, almeno a vedere i relativi titoli, vanno citati New Model Army di Adam Roberts, Kosher Guide to Imaginary Animals di Ann and Jeff VanderMeer.
L'ultima segnalazione va di diritto a un romanzo che sto aspettando ormai da parecchi anni. È più una speranza che una certezza, ma chissà mai che non sia finalmente la volta buona per il buon George R. R. Martin di dare alle stampe il suo A Dance With Dragons?
(fonti: Uraniamania, Cyberabad, io9, Richard Morgan Site, The Bujold Nexus)
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31 dicembre 2009
Dodici libri da ricordare per l'anno che sta per finire
Eccomi qui con il più classico dei post di fine anno. Tra i tanti titoli letti nel 2009 questi sono i più memorabili.
Enjoy the lista e se avete voglia aggiungete i vostri titoli da ricordare.
Narrativa:
- Underworld, di Don De Lillo
- La concessione del telefono, di Andrea Camilleri
- Sayonara, Gangster, di Gen'ichiro Takahashi
- La fine del mondo e altre meraviglie, di Haruki Murakami
- Una questione privata, di Beppe Fenoglio
Saggistica:
- Nel cuore della foresta, di Roger Deakin
- Gli anarchici, di James Joll
- Anelli nell'io, di Douglas R. Hofstadter
Narrativa di genere (fantascienza, fantasy, horror, etc.):
- Pashazade, di Jon Courtenay Grimwood
- Storie della tua vita, di Ted Chiang
- Glasshouse, di Charles Stross
- Silverlock, di John Myers Myers
Non so quanto senso possano avere queste classifiche. A parte il divertimento nello stilarle a me sono comunque utili per tracciare una rotta tra le mie letture.
È evidente per esempio che per quanta fantascienza io abbia letto quest'anno, gli unici romanzi che mi hanno impressionato siano quelli letti in inglese: o sono stato molto sfortunato nella scelta delle storie tradotte o il mercato italiano offre davvero poco di memorabile.
Per quanto riguarda i titoli mainstream questo è l'anno in cui ho scoperto De Lillo e in cui sono tornato a frequentare Murakami.
Tra le sorpresa positive del 2009 vanno sicuramente annotati i nomi di Takahashi (di cui però non esiste nient'altro di tradotto in italiano) e di Aarto Paasilinna che se anche non è entrato in classifica, è stato comunque una bella scoperta.
Per diversificare un po' le mie letture ho provato a leggere autori che ho visto spesso citati tra le mie frequentazioni fuori e dentro la rete. Tra questi vanno ricordati almeno Bolaño e Izzo, i cui libri non mi hanno entusiasmato ma che almeno non sono stati deludenti come la Giménez-Bartlett.
Visto in retrospettiva questo 2009 non è stato uno degli anni migliori per la qualità dei titoli letti. Ma forse la media è stata abbassata dall'improvvisa voglia di tornare a frequentare i lidi del fantastico nostrano. Se da un lato ho scoperto con piacere un volume antologico come Alia, dall'altro devo notare come della decina scarsa di titoli letti si salvino giusto La ragazza dei miei sogni di Francesco Dimitri e Malarazza di Samuel Marolla - e mi dispiace davvero che per trovare qualcosa di decente sia dovuto uscire dai territori a me più congeniali della fantascienza, ma oh… speriamo che nel 2010 vada meglio.
Per i curiosi le classifiche degli anni scorsi sono qui: 2008, 2007, 2006, 2005, 2004, 2003.
Bene. Direi che siamo arrivati davvero alla fine.
Vi auguro un meraviglioso 2010. E che sia migliore dell'anno appena trascorso.
…
Enjoy the lista e se avete voglia aggiungete i vostri titoli da ricordare.
Narrativa:
- Underworld, di Don De Lillo
- La concessione del telefono, di Andrea Camilleri
- Sayonara, Gangster, di Gen'ichiro Takahashi
- La fine del mondo e altre meraviglie, di Haruki Murakami
- Una questione privata, di Beppe Fenoglio
Saggistica:
- Nel cuore della foresta, di Roger Deakin
- Gli anarchici, di James Joll
- Anelli nell'io, di Douglas R. Hofstadter
Narrativa di genere (fantascienza, fantasy, horror, etc.):
- Pashazade, di Jon Courtenay Grimwood
- Storie della tua vita, di Ted Chiang
- Glasshouse, di Charles Stross
- Silverlock, di John Myers Myers
Non so quanto senso possano avere queste classifiche. A parte il divertimento nello stilarle a me sono comunque utili per tracciare una rotta tra le mie letture.
È evidente per esempio che per quanta fantascienza io abbia letto quest'anno, gli unici romanzi che mi hanno impressionato siano quelli letti in inglese: o sono stato molto sfortunato nella scelta delle storie tradotte o il mercato italiano offre davvero poco di memorabile.
Per quanto riguarda i titoli mainstream questo è l'anno in cui ho scoperto De Lillo e in cui sono tornato a frequentare Murakami.
Tra le sorpresa positive del 2009 vanno sicuramente annotati i nomi di Takahashi (di cui però non esiste nient'altro di tradotto in italiano) e di Aarto Paasilinna che se anche non è entrato in classifica, è stato comunque una bella scoperta.
Per diversificare un po' le mie letture ho provato a leggere autori che ho visto spesso citati tra le mie frequentazioni fuori e dentro la rete. Tra questi vanno ricordati almeno Bolaño e Izzo, i cui libri non mi hanno entusiasmato ma che almeno non sono stati deludenti come la Giménez-Bartlett.
Visto in retrospettiva questo 2009 non è stato uno degli anni migliori per la qualità dei titoli letti. Ma forse la media è stata abbassata dall'improvvisa voglia di tornare a frequentare i lidi del fantastico nostrano. Se da un lato ho scoperto con piacere un volume antologico come Alia, dall'altro devo notare come della decina scarsa di titoli letti si salvino giusto La ragazza dei miei sogni di Francesco Dimitri e Malarazza di Samuel Marolla - e mi dispiace davvero che per trovare qualcosa di decente sia dovuto uscire dai territori a me più congeniali della fantascienza, ma oh… speriamo che nel 2010 vada meglio.
Per i curiosi le classifiche degli anni scorsi sono qui: 2008, 2007, 2006, 2005, 2004, 2003.
Bene. Direi che siamo arrivati davvero alla fine.
Vi auguro un meraviglioso 2010. E che sia migliore dell'anno appena trascorso.
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29 dicembre 2009
Letture dicembre 2009
Anticipo il solito elenco di letture mensili, che siamo a fine anno e rimane giusto il tempo per l'immancabile classifica.
Nell'attesa di concludere Contro il giorno (ma ci vorrà ancora un sacco di tempo) ecco qui un paio di titoli per concludere in bellezza, ma anche no, il 2009:
Andrea Camilleri - La concessione del telefono
La concessione del telefono è un romanzo storico travestito da commedia degli equivoci, un dramma sociale virato in farsa, una storia di sopravvivenza e sopraffazione, l'amarissimo ritratto di una regione e di un popolo oppressi allora come oggi dal peso di troppi poteri, la cronaca di una speranza che non affoga nel cinismo solo per le qualità dei singoli.
La concessione del telefono nelle sue poche pagine è un sacco di roba, ma la qualità più straordinaria del romanzo sta nella sua capacità di rimanere fedele a se stesso, mantenendo un equilibrio invidiabile tra ricostruzione storica e invenzione fantastica, tra istanze politiche e pulsioni sentimentali, tra racconto dei singoli ed epopea sociale.
La concessione del telefono è Andrea Camilleri al meglio delle sue possibilità.
Da leggere e rileggere.
Alastair Reynolds - Rivelazione 1 e 2
Prendete qualcuno degli autori delle migliori space opera degli ultimi vent'anni, chessò: Iain Banks, Peter Hamilton, Greg Egan. Togliete allo scozzese profondità e leggerezza, all'inglese la capacità di gestire decine di personaggi rendendo la vita - e la voce - di ognuno di loro interessante e personale, all'australiano il senso delle proporzioni e la dimensione cosmica. Già che ci siete abbassate di un paio di tacche il vostro rivelatore di sense of wonder. Quello che rimarrà sarà probabilmente simile a Rivelazione (Revelation Space in originale), primo romanzo del gallese Alastair Reynolds a giungere dalle nostre parti sulle pagine di Urania in due tomi di trecento pagine l'uno.
Lo scenario cosmico in cui si muovono i personaggi di Reynolds è ricco di spunti interessanti. Quel che davvero manca è un'idea abbastanza potente capace di reggere il peso della vicenda, che quel pugno di razze aliene e di fantasmi sparsi per il romanzo non sono certo all'altezza del compito.
Ma oltre allo scenario, la cui descrizione non offre mai al lettore quel senso di meraviglia che ogni space opera degna di questo nome dovrebbe essere in grado di evocare, il difetto maggiore di Revelation Space sta nei personaggi, che parlano e si relazionano tra loro - a prescindere dal loro status di politici ultracentenari, scienziati d'importanza galattica o astronavigatori cosmici - come se fossero adolescenti alle prese con un videogioco avventuroso le cui uniche opzioni siano cerca tesoro /uccidi nemico.
A questi difetti uniteci la sensazione di trovarsi alle prese con un autore senza un'idea chiara in mente di dove voglia andare a parare e beh… il disastro è fatto.
Ridatemi la Cultura, per favore.
…
Nell'attesa di concludere Contro il giorno (ma ci vorrà ancora un sacco di tempo) ecco qui un paio di titoli per concludere in bellezza, ma anche no, il 2009:
Andrea Camilleri - La concessione del telefono
La concessione del telefono è un romanzo storico travestito da commedia degli equivoci, un dramma sociale virato in farsa, una storia di sopravvivenza e sopraffazione, l'amarissimo ritratto di una regione e di un popolo oppressi allora come oggi dal peso di troppi poteri, la cronaca di una speranza che non affoga nel cinismo solo per le qualità dei singoli.
La concessione del telefono nelle sue poche pagine è un sacco di roba, ma la qualità più straordinaria del romanzo sta nella sua capacità di rimanere fedele a se stesso, mantenendo un equilibrio invidiabile tra ricostruzione storica e invenzione fantastica, tra istanze politiche e pulsioni sentimentali, tra racconto dei singoli ed epopea sociale.
La concessione del telefono è Andrea Camilleri al meglio delle sue possibilità.
Da leggere e rileggere.
Alastair Reynolds - Rivelazione 1 e 2
Prendete qualcuno degli autori delle migliori space opera degli ultimi vent'anni, chessò: Iain Banks, Peter Hamilton, Greg Egan. Togliete allo scozzese profondità e leggerezza, all'inglese la capacità di gestire decine di personaggi rendendo la vita - e la voce - di ognuno di loro interessante e personale, all'australiano il senso delle proporzioni e la dimensione cosmica. Già che ci siete abbassate di un paio di tacche il vostro rivelatore di sense of wonder. Quello che rimarrà sarà probabilmente simile a Rivelazione (Revelation Space in originale), primo romanzo del gallese Alastair Reynolds a giungere dalle nostre parti sulle pagine di Urania in due tomi di trecento pagine l'uno.
Lo scenario cosmico in cui si muovono i personaggi di Reynolds è ricco di spunti interessanti. Quel che davvero manca è un'idea abbastanza potente capace di reggere il peso della vicenda, che quel pugno di razze aliene e di fantasmi sparsi per il romanzo non sono certo all'altezza del compito.
Ma oltre allo scenario, la cui descrizione non offre mai al lettore quel senso di meraviglia che ogni space opera degna di questo nome dovrebbe essere in grado di evocare, il difetto maggiore di Revelation Space sta nei personaggi, che parlano e si relazionano tra loro - a prescindere dal loro status di politici ultracentenari, scienziati d'importanza galattica o astronavigatori cosmici - come se fossero adolescenti alle prese con un videogioco avventuroso le cui uniche opzioni siano cerca tesoro /uccidi nemico.
A questi difetti uniteci la sensazione di trovarsi alle prese con un autore senza un'idea chiara in mente di dove voglia andare a parare e beh… il disastro è fatto.
Ridatemi la Cultura, per favore.
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16 dicembre 2009
Letture novembre 2009
Ted Chiang - Storie della tua vita
Mi sono più volte lamentato di come molta della fantascienza più interessante edita nei paesi anglosassoni sia colpevolmente ignorata dagli editori nostrani. Questa antologia di racconti di Ted Chiang è la felice eccezione che conferma la regola. Storie della tua vita è una raccolta eccezionale come eccezionale è il suo autore. Ted Chiang nel corso della sua carriera ha pubblicato solo una manciata di racconti e nessun romanzo, eppure è ormai un punto di riferimento per chi cerca una fantascienza innovativa e originale per contenuti, invenzioni e profondità. Ted Chiang ha vinto tutti i più importanti premi del settore (credo che sia l'autore con la maggior quantità di premi per numero di racconti pubblicati), e insomma, è uno di quei pochi autori di cui leggerei anche la lista della spesa.
La maggior parte dei racconti raccolti nell'antologia erano già stati pubblicati, sparsi però in una decina di volumi (per la maggior parte nelle raccolte del meglio dell'anno, l'ormai consueto appuntamento estivo di Urania) e la possibilità di leggerli tutti insieme in un unico volume è davvero cosa rara nel panorama editoriale nostrano. Onore al merito a Stampa Alternativa dunque, che non so bene per quale improvviso colpo di genio ha deciso di proporlo al pubblico italiano.
Tra i racconti presenti va segnalato almeno Storia della tua vita che secondo me rappresenta uno dei vertici della narrativa di genere degli ultimi vent'anni.
Storia della tua vita parte come la classica vicenda di primo contatto, si dipana su piani temporali diversi, e man mano che procede si trasforma in un esperimento sul tema della coscienza di se e del libero arbitrio, con un nucleo ribollente umanità costituito da una storia d'amore da spezzare il cuore. Un capolavoro cui nessuna presentazione può rendere giustizia.
Degli altri racconti che compongono il volume (si va dall'antica Babilonia alla nascita del superuomo, incontrando angeli non proprio benevoli, passando per versioni alternative del nostro universo per arrivare fino allo straordinario reportage sulla bellezza che chiude l'antologia), l'unico che non mi ha lasciato del tutto soddisfatto, ma le mie aspettative erano davvero altissime, è 72 lettere, una vicenda ucronica dal sapore steampunk con un'idea di fondo davvero potente. Il difetto di questo racconto - se di difetto si può parlare - sta nel suo sembrare più il riassunto di un romanzo che una storia compiuta in sè tanti sono gli spunti interessanti solo accennati, i personaggi appena abbozzati e la quantità incredibile di suggestioni e problematiche affrontate (in breve, il racconto narra del tentativo di un gruppo di scienziati di risolvere il problema dell'approssimarsi della fine del mondo. Il tutto avviene in una Londra vittoriana parallela in cui i conflitti sociali sono ulteriormente complicati dalla massiccia presenza dei golem della tradizione ebraica, presenza assolutamente coerente con le leggi fisiche che governano quell'universo).
Le idee brillanti sono una caratteristica comune a tutti gli otto racconti dell'antologia (che poi ognuno abbia i suoi preferiti è inevitabile). In effetti Storie della tua vita rappresenta al meglio la fantascienza che mi piacerebbe leggere più spesso anche in italiano. Storie intessute di meraviglie che affermano con la forza dell'immaginazione la loro capacità di riflettere sulla realtà.
Francesco Verso - E-Doll
Del romanzo vincitore del premio Urania di quest'anno si è già discusso abbondantemente nei giorni scorsi. Se siete curiosi - e avete molto tempo libero - datevi una letta a questo post e ai relativi commenti.
Samuel Marolla - Malarazza
Dopo la delusione di Bad Prisma e i risultati non proprio memorabili del premio Urania, finalmente un libro che ti riconcilia con la letteratura di genere fatta in casa.
Prima di imbattermi in questa antologia di racconti non avevo mai sentito parlare di Samuel Marolla, del resto non sono molto pratico delle vie dell'horror nazionale, ma accidenti se scrive bene! Prendete nota scribacchini fantastici nazionali, che la capacità che ha questo autore di delineare con due tratti personaggi che ti restano poi piantati nella memoria è fenomenale. Per non parlare della presenza costante e viva dell'ambiente che circonda l'azione, che appare sempre assolutamente familiare ma che è capace di specchiare in un momento le inquietudini e i timori che avvolgono il lettore mentre procede tra le oscure vicende del libro.
Al di là di personaggi e ambienti, davvero sopra la media, non so quanto le trame dei racconti di Malarazza si distinguano per originalità, come già detto non seguo molto il genere, ma le tredici storie di questo volume sono comunque capaci di regalare qualche brivido e di tenere il lettore avvinto alla pagina.
Che è molto di più di quanto mi sia capitato con le storie made in italy lette ultimamente.
…
Mi sono più volte lamentato di come molta della fantascienza più interessante edita nei paesi anglosassoni sia colpevolmente ignorata dagli editori nostrani. Questa antologia di racconti di Ted Chiang è la felice eccezione che conferma la regola. Storie della tua vita è una raccolta eccezionale come eccezionale è il suo autore. Ted Chiang nel corso della sua carriera ha pubblicato solo una manciata di racconti e nessun romanzo, eppure è ormai un punto di riferimento per chi cerca una fantascienza innovativa e originale per contenuti, invenzioni e profondità. Ted Chiang ha vinto tutti i più importanti premi del settore (credo che sia l'autore con la maggior quantità di premi per numero di racconti pubblicati), e insomma, è uno di quei pochi autori di cui leggerei anche la lista della spesa.
La maggior parte dei racconti raccolti nell'antologia erano già stati pubblicati, sparsi però in una decina di volumi (per la maggior parte nelle raccolte del meglio dell'anno, l'ormai consueto appuntamento estivo di Urania) e la possibilità di leggerli tutti insieme in un unico volume è davvero cosa rara nel panorama editoriale nostrano. Onore al merito a Stampa Alternativa dunque, che non so bene per quale improvviso colpo di genio ha deciso di proporlo al pubblico italiano.
Tra i racconti presenti va segnalato almeno Storia della tua vita che secondo me rappresenta uno dei vertici della narrativa di genere degli ultimi vent'anni.
Storia della tua vita parte come la classica vicenda di primo contatto, si dipana su piani temporali diversi, e man mano che procede si trasforma in un esperimento sul tema della coscienza di se e del libero arbitrio, con un nucleo ribollente umanità costituito da una storia d'amore da spezzare il cuore. Un capolavoro cui nessuna presentazione può rendere giustizia.
Degli altri racconti che compongono il volume (si va dall'antica Babilonia alla nascita del superuomo, incontrando angeli non proprio benevoli, passando per versioni alternative del nostro universo per arrivare fino allo straordinario reportage sulla bellezza che chiude l'antologia), l'unico che non mi ha lasciato del tutto soddisfatto, ma le mie aspettative erano davvero altissime, è 72 lettere, una vicenda ucronica dal sapore steampunk con un'idea di fondo davvero potente. Il difetto di questo racconto - se di difetto si può parlare - sta nel suo sembrare più il riassunto di un romanzo che una storia compiuta in sè tanti sono gli spunti interessanti solo accennati, i personaggi appena abbozzati e la quantità incredibile di suggestioni e problematiche affrontate (in breve, il racconto narra del tentativo di un gruppo di scienziati di risolvere il problema dell'approssimarsi della fine del mondo. Il tutto avviene in una Londra vittoriana parallela in cui i conflitti sociali sono ulteriormente complicati dalla massiccia presenza dei golem della tradizione ebraica, presenza assolutamente coerente con le leggi fisiche che governano quell'universo).
Le idee brillanti sono una caratteristica comune a tutti gli otto racconti dell'antologia (che poi ognuno abbia i suoi preferiti è inevitabile). In effetti Storie della tua vita rappresenta al meglio la fantascienza che mi piacerebbe leggere più spesso anche in italiano. Storie intessute di meraviglie che affermano con la forza dell'immaginazione la loro capacità di riflettere sulla realtà.
Francesco Verso - E-Doll
Del romanzo vincitore del premio Urania di quest'anno si è già discusso abbondantemente nei giorni scorsi. Se siete curiosi - e avete molto tempo libero - datevi una letta a questo post e ai relativi commenti.
Samuel Marolla - Malarazza
Dopo la delusione di Bad Prisma e i risultati non proprio memorabili del premio Urania, finalmente un libro che ti riconcilia con la letteratura di genere fatta in casa.
Prima di imbattermi in questa antologia di racconti non avevo mai sentito parlare di Samuel Marolla, del resto non sono molto pratico delle vie dell'horror nazionale, ma accidenti se scrive bene! Prendete nota scribacchini fantastici nazionali, che la capacità che ha questo autore di delineare con due tratti personaggi che ti restano poi piantati nella memoria è fenomenale. Per non parlare della presenza costante e viva dell'ambiente che circonda l'azione, che appare sempre assolutamente familiare ma che è capace di specchiare in un momento le inquietudini e i timori che avvolgono il lettore mentre procede tra le oscure vicende del libro.
Al di là di personaggi e ambienti, davvero sopra la media, non so quanto le trame dei racconti di Malarazza si distinguano per originalità, come già detto non seguo molto il genere, ma le tredici storie di questo volume sono comunque capaci di regalare qualche brivido e di tenere il lettore avvinto alla pagina.
Che è molto di più di quanto mi sia capitato con le storie made in italy lette ultimamente.
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10 dicembre 2009
Attenti a quei due.
Bisogna che impari ad astenermi dalle facili battute. Ma giuro che non l'ho fatto apposta. Potete crederci o meno, ma la mia buonafede era totale. Non credevo davvero di aver toccato un tasto così sensibile.
Mi è successo di aver invitato due delle persone che apprezzo di più, almeno per quanto riguarda la mia vita on-line, a scendere - a tornare - in campo ('azz! che brutta espressione!), per prendere parte alla grande partita (seeee…) della critica alla produzione fantastica nazionale.
L'ho fatto con leggerezza, con una battuta e una frase gettate lì con noncuranza. Non l'avessi mai fatto.
Le risposte offrono un ritratto della scena letteraria italiota assolutamente nauseante e putrido, senza nessuna speranza di redenzione. Dal punto di vista di Davide ed Elvezio non è rimasta alcuna possibilità di praticare l'onesto mestiere del critico letterario in quella fogna fatta di reciproci opportunismi, gretta ignoranza e guerra per bande che costituisce l'humus su cui vegeta il fantastico nostrano.
Intendiamoci. Davide ed Elvezio hanno pienamente ragione. Ho assistito anch'io all'esplodere di polemiche pretestuose che sconfinavano presto in attacchi ad personam, ho visto le valanghe di merda spalate senza riguardo a destra e a manca pur di delegittimare il presunto nemico del momento, c'ero anch'io quando ai tentativi di ragionare pacatamente si rispondeva con insulti e pregiudizi. E capisco perfettamente la posizione di chi, piuttosto che sporcarsi ancora le mani, farsi venire un fegato così ed essere costretto a difendersi per colpe non sue, preferisce dedicarsi ad altro con maggiori soddisfazioni, che siano solo umane o anche professionali.
Però devo anche dire che negli ultimi anni la mia esperienza personale è leggermente diversa. E quindi volevo capire in quali dettagli differiscono i nostri rapporti col fantastico.
- le dimensioni contano. È fuori di dubbio che il mio blog sia assolutamente periferico e pressoché insignificante rispetto ad altre realtà della rete. E magari è proprio per questo motivo che le volte che mi è capitato di discutere, in maniera magari anche dura, sul particolare romanzo o antologia, i toni non sono mai degenerati.
- la fantascienza è meglio. Quando ho criticato un progetto letterario italiano, mi sono (quasi) sempre limitato a esaminare i rari frutti di quegli autori che continuano, nonostante tutto, a scrivere fantascienza. Scrittori folli e improvvidi (del resto mica scriverebbe sf altrimenti), ma anche gentili e disponibili. Scrittori con cui il dialogo in questo spazio non è mai cessato, nonostante le critiche. Persone per cui la mia stima è andata sempre aumentando, nonostante gli eventuali limiti riscontrati nei rispettivi testi.
Davide e, soprattutto, Elvezio si occupano di aspetti del fantastico più popolari (si fa per dire, ma rispetto alla sf non c'è partita, dai), con una produzione di base decisamente più abbondante e, probabilmente, con autori il cui ego è cresciuto in maniera direttamente proporzionale alle righe di fuffa sparpagliata in giro (che siano siti di amici degli amici, antologie più o meno professionali o spazi di espressione personali ehm ehm…).
- ma quale critica! In effetti quando si parla di recensioni a me vengono i capelli dritti (pochi, ma effettivamente diritti). Io non sono un critico. Io sono un lettore che commenta quello che legge. Non ho la preparazione che hanno Elvezio o Davide, al loro confronto sono un dilettante. Immagino quindi che i loro eventuali commenti sarebbero molto più incisivi di quanto possano mai essere le mie note. Eppure, paradossalmente, quanto più una critica è precisa, dettagliata, inesorabile tanto più sembra attirare reazioni irrazionali e sconnesse, tanto da degenerare spesso nell'attacco personale all'autore della recensione. (vedi anche il caso Gamberetta, che a me non sta particolarmente simpatica, ma i cui commenti non mancano certo di riscontri, prove testuali e dettagliate - sin maniacali - analisi della scrittura del determinato autore).
- c'è del marcio in Danimarca Mica solo lì. La situazione in cui versa il fantastico nazionale farebbe venire il latte alle ginocchia a persone ben più pavide di Davide ed Elvezio. In effetti qui da noi tutto sembra cospirare per rendere impossibile la vita ad una scena seria e produttiva. Dagli editori che non mancano un colpo nel mostrare miopia e chiusura al nuovo, agli autori, troppo spesso adulati o sbeffeggiati (e magari poco letti), ma colpevoli, a loro volta, di superficialità e ignoranza (delle strutture, della storia, degli autori che prima di loro hanno frequentato gli stessi territori), ai lettori che abituati come sono ad accontentarsi, difettano sempre più spesso di senso delle proporzioni nel giudicare questo o quel volume.
Presi tra questi ingranaggi, i potenziali critici si trovano spappolati ancor prima di iniziare ad accennare un discorso che vada oltre il tifo da stadio e tenti di approfondire il basilare "mi piace" / "non mi piace" con argomenti più o meno illuminanti, più o meno utili. Argomenti che sarebbero indispensabili a far crescere un ambiente che invece sembra non volerne assolutamente sapere.
- io scrivo, tu scrivi Ma forse il punto è un altro, e assai più comprensibile. Io non sono uno scrittore, non ho alcuna velleità letteraria, escluso un unico tentativo (premiato tra l'altro con pubblicazione e pure retribuito, tié!) non ho nemmeno mai tentato la via della narrazione. Davide ed Elvezio invece scrivono e questo, in un mondo tanto piccolo ed asfissiante quanto quello nostrano, è un peccato imperdonabile. Chiunque scriva sembra sia tenuto a fare solo questo, che non appena si azzarda ad esprimere un'opinione sul lavoro altrui viene immediatamente accusato di avere secondi fini, di nutrire una malcelata invidia, di avercela personalmente con il tal autore o il tal altro editore. Il tutto senza che gli argomenti espressi dal malcapitato di turno vengano nemmeno letti, tanto meno presi in considerazione, figurarsi messi in discussione. Capisco che dopo un po' uno si chieda chi glielo fa fare.
- la situazione è disperata ma per nulla seria Poi mi guardo intorno, e mi rendo conto che a occuparci di 'ste cose siamo i soliti quattro gatti, e allora mi viene un po' da sorridere, che quando ci sei dentro, queste ti sembrano le cose più importanti del mondo, ma basta fare un passo indietro e tutto assume una prospettiva diversa. Ma forse è proprio la sindrome da microverso quello che rovina l'ambiente, che in un posto tanto piccolo è inevitabile che non appena ti muovi pesti i piedi a qualcuno. Però ecco, sapendolo, basterebbe muoversi con un briciolo di calma e pazienza in più, e molti pestoni si potrebbe evitare.
A volerlo, certo.
Insomma, l'avrete capito: è un mondo difficile.
Io per ora insisto, vediamo un po' che succede.
…
Mi è successo di aver invitato due delle persone che apprezzo di più, almeno per quanto riguarda la mia vita on-line, a scendere - a tornare - in campo ('azz! che brutta espressione!), per prendere parte alla grande partita (seeee…) della critica alla produzione fantastica nazionale.
L'ho fatto con leggerezza, con una battuta e una frase gettate lì con noncuranza. Non l'avessi mai fatto.
Le risposte offrono un ritratto della scena letteraria italiota assolutamente nauseante e putrido, senza nessuna speranza di redenzione. Dal punto di vista di Davide ed Elvezio non è rimasta alcuna possibilità di praticare l'onesto mestiere del critico letterario in quella fogna fatta di reciproci opportunismi, gretta ignoranza e guerra per bande che costituisce l'humus su cui vegeta il fantastico nostrano.
Intendiamoci. Davide ed Elvezio hanno pienamente ragione. Ho assistito anch'io all'esplodere di polemiche pretestuose che sconfinavano presto in attacchi ad personam, ho visto le valanghe di merda spalate senza riguardo a destra e a manca pur di delegittimare il presunto nemico del momento, c'ero anch'io quando ai tentativi di ragionare pacatamente si rispondeva con insulti e pregiudizi. E capisco perfettamente la posizione di chi, piuttosto che sporcarsi ancora le mani, farsi venire un fegato così ed essere costretto a difendersi per colpe non sue, preferisce dedicarsi ad altro con maggiori soddisfazioni, che siano solo umane o anche professionali.
Però devo anche dire che negli ultimi anni la mia esperienza personale è leggermente diversa. E quindi volevo capire in quali dettagli differiscono i nostri rapporti col fantastico.
- le dimensioni contano. È fuori di dubbio che il mio blog sia assolutamente periferico e pressoché insignificante rispetto ad altre realtà della rete. E magari è proprio per questo motivo che le volte che mi è capitato di discutere, in maniera magari anche dura, sul particolare romanzo o antologia, i toni non sono mai degenerati.
- la fantascienza è meglio. Quando ho criticato un progetto letterario italiano, mi sono (quasi) sempre limitato a esaminare i rari frutti di quegli autori che continuano, nonostante tutto, a scrivere fantascienza. Scrittori folli e improvvidi (del resto mica scriverebbe sf altrimenti), ma anche gentili e disponibili. Scrittori con cui il dialogo in questo spazio non è mai cessato, nonostante le critiche. Persone per cui la mia stima è andata sempre aumentando, nonostante gli eventuali limiti riscontrati nei rispettivi testi.
Davide e, soprattutto, Elvezio si occupano di aspetti del fantastico più popolari (si fa per dire, ma rispetto alla sf non c'è partita, dai), con una produzione di base decisamente più abbondante e, probabilmente, con autori il cui ego è cresciuto in maniera direttamente proporzionale alle righe di fuffa sparpagliata in giro (che siano siti di amici degli amici, antologie più o meno professionali o spazi di espressione personali ehm ehm…).
- ma quale critica! In effetti quando si parla di recensioni a me vengono i capelli dritti (pochi, ma effettivamente diritti). Io non sono un critico. Io sono un lettore che commenta quello che legge. Non ho la preparazione che hanno Elvezio o Davide, al loro confronto sono un dilettante. Immagino quindi che i loro eventuali commenti sarebbero molto più incisivi di quanto possano mai essere le mie note. Eppure, paradossalmente, quanto più una critica è precisa, dettagliata, inesorabile tanto più sembra attirare reazioni irrazionali e sconnesse, tanto da degenerare spesso nell'attacco personale all'autore della recensione. (vedi anche il caso Gamberetta, che a me non sta particolarmente simpatica, ma i cui commenti non mancano certo di riscontri, prove testuali e dettagliate - sin maniacali - analisi della scrittura del determinato autore).
- c'è del marcio in Danimarca Mica solo lì. La situazione in cui versa il fantastico nazionale farebbe venire il latte alle ginocchia a persone ben più pavide di Davide ed Elvezio. In effetti qui da noi tutto sembra cospirare per rendere impossibile la vita ad una scena seria e produttiva. Dagli editori che non mancano un colpo nel mostrare miopia e chiusura al nuovo, agli autori, troppo spesso adulati o sbeffeggiati (e magari poco letti), ma colpevoli, a loro volta, di superficialità e ignoranza (delle strutture, della storia, degli autori che prima di loro hanno frequentato gli stessi territori), ai lettori che abituati come sono ad accontentarsi, difettano sempre più spesso di senso delle proporzioni nel giudicare questo o quel volume.
Presi tra questi ingranaggi, i potenziali critici si trovano spappolati ancor prima di iniziare ad accennare un discorso che vada oltre il tifo da stadio e tenti di approfondire il basilare "mi piace" / "non mi piace" con argomenti più o meno illuminanti, più o meno utili. Argomenti che sarebbero indispensabili a far crescere un ambiente che invece sembra non volerne assolutamente sapere.
- io scrivo, tu scrivi Ma forse il punto è un altro, e assai più comprensibile. Io non sono uno scrittore, non ho alcuna velleità letteraria, escluso un unico tentativo (premiato tra l'altro con pubblicazione e pure retribuito, tié!) non ho nemmeno mai tentato la via della narrazione. Davide ed Elvezio invece scrivono e questo, in un mondo tanto piccolo ed asfissiante quanto quello nostrano, è un peccato imperdonabile. Chiunque scriva sembra sia tenuto a fare solo questo, che non appena si azzarda ad esprimere un'opinione sul lavoro altrui viene immediatamente accusato di avere secondi fini, di nutrire una malcelata invidia, di avercela personalmente con il tal autore o il tal altro editore. Il tutto senza che gli argomenti espressi dal malcapitato di turno vengano nemmeno letti, tanto meno presi in considerazione, figurarsi messi in discussione. Capisco che dopo un po' uno si chieda chi glielo fa fare.
- la situazione è disperata ma per nulla seria Poi mi guardo intorno, e mi rendo conto che a occuparci di 'ste cose siamo i soliti quattro gatti, e allora mi viene un po' da sorridere, che quando ci sei dentro, queste ti sembrano le cose più importanti del mondo, ma basta fare un passo indietro e tutto assume una prospettiva diversa. Ma forse è proprio la sindrome da microverso quello che rovina l'ambiente, che in un posto tanto piccolo è inevitabile che non appena ti muovi pesti i piedi a qualcuno. Però ecco, sapendolo, basterebbe muoversi con un briciolo di calma e pazienza in più, e molti pestoni si potrebbe evitare.
A volerlo, certo.
Insomma, l'avrete capito: è un mondo difficile.
Io per ora insisto, vediamo un po' che succede.
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30 novembre 2009
Altro che pecore elettriche. (Rugby, tifo & androidi italiani)
Sarà la sovrapposizione temporale degli eventi, i test match autunnali che arrivano insieme al premio Urania, ma ultimamente mi son trovato a paragonare lo stato della fantascienza italiana a quello della nazionale di rugby.
Sia i giocatori che gli autori nostrani si impegnano davvero al massimo, si sacrificano e lottano al meglio delle loro capacità per conseguire un risultato che però non arriva (quasi) mai. Ovviamente il tifoso premia l'impegno ed è disposto a chiudere più di un occhio di fronte ai limiti strutturali della propria squadra (o del proprio autore) arrivando a festeggiare anche il minimo successo come fosse un trionfo o a considerare una sconfitta dignitosa come un evento da ricordare.
Ma se questo atteggiamento è giusto e doveroso di fronte allo spettacolo di una squadra che scende in campo nonostante l'inferiorità tecnica e combatte fino all'ultimo per mantenere fede all'impegno preso mettendo tutta la grinta che ha in corpo per conquistare o difendere quegli ultimi metri che portano alla linea di meta, questo atteggiamento, dicevo, mi pare leggermente sterile quando ci si sposta dal terreno di gioco al campo delle lettere.
Vedi per esempio E-Doll il romanzo di Francesco Verso fresco vincitore del Premio Urania.
Nelle piazze e nei vicoli fantascientifici che frequento non mi era mai capitato di imbattermi in tanto acritico entusiasmo. Se da un lato fa piacere vedere un autore italiano di fantascienza supportato da una posse di fan agguerrita e pronta a rintuzzare ogni minima critica, dall'altro dispiace notare come la teoria rugbistica di cui sopra venga ancora una volta confermata.
Non ho alcun dubbio sulla serietà e la dedizione alla causa fantascientifica di Francesco Verso e non faccio nessuna fatica a riconoscergli le migliori intenzioni e il più grande entusiasmo. Ciò non toglie che al confronto delle opere di _______ (inserite il nome di uno dei primi dieci autori di sf che vi vengono in mente) il suo E-Doll non ci fa una gran bella figura.
Quali sono i difetti di questo romanzo, e perché non si è fatto niente per correggerli?
Per rispondere alla seconda domanda voglio partire dalle parole di uno dei professionisti responsabili dell'assegnazione del premio Urania al romanzo: "in revisione è toccato a me decidere cosa lasciare - tutto - cosa cambiare - pochissimo - e cosa aggiungere, ossia niente."
Una risposta come questa mi lascia basito. O il romanzo in questione è l'opera memorabile di un formidabile genio come nella fantascienza italiana non s'è mai visto (alleluia!) oppure in quella battuta tocca leggerci tutta la rassegnazione di chi, avendo avuto a che fare per tutta la vita con le ambizioni artistiche dei nostri autori, non ha più la forza o la voglia o il coraggio di mettere mano al lavoro di revisione che, immagino, per un autore praticamente esordiente sia sempre necessario.
Certo, esiste sempre l'ipotesi che io non abbia capito nulla delle qualità intrinseche di E-Doll, quindi lasciatemi elencare quelli che secondo me sono gli ahimé numerosi difetti del romanzo prima di sommergermi d'insulti.
- trama: la vicenda narrata in E-Doll è interessante, si sviluppa in tre filoni principali raccontando parallelamente la storia di un'investigazione, il percorso di formazione di una ragazzina, la presa di coscienza di un androide. Il comune denominatore del romanzo è il sesso, presentato di volta in volta come unica consolazione per l'investigatore, come strumento di potere per la ragazza, come mestiere e insieme inesorabile condanna per l'androide.
Le basi per un buon romanzo ci sono tutte. Peccato che nei momenti di svolta le scelte dell'autore invece di coinvolgere e affascinare il lettore lo spingono a chiedersi se non si poteva proprio trovare una soluzione diversa. Vedi per esempio l'incredibile scena dell'interrogatorio in diretta tv tra il Fabbricante e l'investigatore (episodio fondamentale del romanzo gestito nel peggiore dei modi) o il ritorno continuo della stessa anonima comparsa in tre momenti chiave della vita di Maya (la ragazzina) o l'incongruenza tra le capacità di analisi e riconoscimento di Angel (l'androide) e il travestimento della sua allieva. Tolto l'esempio iniziale, davvero imperdonabile, gli altri sono difetti veniali, da citare perché costituiscono parte della massa critica complessiva che ti fanno dire a fine lettura che insomma, dai, si poteva fare di meglio.
- personaggi: show don't tell, show don't tell, show don't tell! Il lettore di E-Doll non si trova mai al fianco dei personaggi. La percezione dell'azione è sempre filtrata dall'ingombrante presenza dell'autore che spiega spiega ma solo raramente mostra quello che succede.
L'unico personaggio che parla con una voce riconoscibile è Angel. Sull'androide Francesco Verso ha effettivamente fatto un buon lavoro di caratterizzazione e personalizzazione. Gli altri personaggi, al contrario, non spiccano mai per come si muovono o per come si esprimono, semmai per come l'autore descrive le loro reazioni alle varie situazioni in cui si trovano.
Questo difetto è accentuato dalla difficoltà a capire le motivazioni che muovono i protagonisti. Considerazione che fa il paio con i dubbi riguardanti l'evoluzione degli stessi nel corso della vicenda. Che a Maya basti lo sguardo di un poliziotto per trasformarsi da sex-addicted a brava ragazza tutta scuola e famiglia o che le conseguenze della raggiunta consapevolezza di Angel siano quelle descritte nel finale del romanzo (e che abbia comunque bisogno di Maya per realizzarle), danno un'idea della natura dei personaggi del tutto contraddittoria rispetto a quella presentata fino a quel momento.
- linguaggio. Forse l'aspetto del romanzo che m'è piaciuto meno. Eccessivamente contorto e confuso nell'esposizione, soprattutto quando si astrae dall'azione per indugiare sulla filosofia o le riflessioni dei personaggi.
Un esempio: "Quando lei vede il membro artificiale ergersi e ingrossarsi, abbassa gli occhi su di esso, simbolo del maschio e della sua inutilità resasi necessaria per un casuale incidente evolutivo." (pag. 42)
Non so voi, mai io una frase come questa non riesco proprio a capirla. Se tenete conto che questo è con buona approssimazione il linguaggio di tutto il volume (almeno nei momenti interlocutori del romanzo, e non sono pochi), vi rendete conto delle difficoltà che si incontrano per arrivare con scioltezza alla fine del volume.
Un discorso analogo andrebbe fatto su come l'autore affronta in generale il tema del sesso che sta alla base di tutto il romanzo. A me è parso di cogliere un continuo altalernarsi di due timbri contrapposti che faticano davvero a raggiungere l'equilibrio: da una parte la scelta di parlare degli innumerevoli atti sessuali in maniera ellittica e allusiva, dall'altra l'improvviso passaggio - senza nessuna percepibile necessità narrativa - a un linguaggio decisamente più esplicito e diretto.
Probabilmente questa è una scelta stilistica consapevole, però ecco, io non sono riuscito ad apprezzarla.
- ambientazione. Se c'è una domanda che mi piacerebbe porre all'autore è "perché Mosca?". Quale imprescindibile necessità narrativa ti ha costretto a scegliere la città russa? Per il lettore nostrano non sarebbe stato più coinvolgente vedere svolgersi l'azione in una città italiana?
Oltretutto come viene caratterizzata l'ambientazione moscovita del romanzo? Gli unici aspetti locali degni di nota sono la toponomastica e la citazione, sparsa qua e là, di numerosi piatti immagino tipici (immagino poiché, non conoscendo il russo, non sai mai se quello che i protagonisti mangiano è dolce o salato, prelibato o disgustoso, alta gastronomia o fast food). La specificità dello sfondo russo scelto dall'autore, che siano le periferie urbane della metropoli, gli uffici pubblici o i centri commerciali, non emerge da nessun altro punto di vista.
(per un confronto vedi ad esempio Brasyl di Ian McDonald: nonostante l'autore risieda nei dintorni di Belfast il ritratto che offre della realtà brasiliana è memorabile per vividezza, tridimensionalità e spessore.)
- ideologia & morale. Qui si entra in territori dove il giudizio è ancora più soggettivo. Non si tratta quindi di valutare se E-Doll è giusto o sbagliato, quanto piuttosto di capire se sia stato capace di entrare in sintonia con la mia specifica visione del mondo.
In questo senso c'è almeno un aspetto del romanzo che non ho digerito, ovvero l'idea del sesso visto sostanzialmente in due modi: o come strumento di potere o come puro sfogo animale. In tutto E-Doll non si esce mai da questa dicotomia, riducendo in pratica ogni atto sessuale a un momento di sopraffazione (ritualizzato, volontario, piacevole ma comunque mai paritetico tra i partecipanti). Nel romanzo si va addirittura oltre, fino a collegare esplicitamente violenza urbana e sesso in una catena di causa/effetto secondo me del tutto arbitraria.
Significativo in quest'ottica è anche il fatto che, nonostante i rapporti e l'identità sessuale siano il tema principale di E-Doll, non ci sia in tutto il romanzo una sola pagina di sano erotismo. Nel sesso vario e molteplice praticato dai protagonisti non c'è alcuna gioia, al massimo qualche consolazione.
Ben triste, no?
Una considerazione finale riguardo la valanga di critiche espresse sul romanzo.
Io non credo assolutamente che Francesco Verso sia l'unico responsabile delle carenze del libro. Sono convinto che se fosse stato seguito con più attenzione sarebbe stato possibile mettere una pezza a tutti i difetti elencati. Perché in effetti qualcosa di apprezzabile in E-Doll c'è ed è una cosa piuttosto rara nel panorama della scrittura di genere in Italia: l'intenzione di scrivere un romanzo di fantascienza originale, la consapevolezza di affrontare temi adulti, l'ambizione di rinnovare il panorama sf italico tentando una strada diversa. Se il romanzo non mi è piaciuto non vuol dire che mancassero idee o prospettiva, ma forse (forse!) solo pratica ed esperienza.
Poi certo, rimane il fatto che il premio Urania è una scadenza ineludibile. Vorrei modestamente segnalare che non è obbligatorio assegnare il premio a tutti i costi. Se la qualità grezza dei manoscritti che giungono in redazione non è all'altezza di uno standard minimo, per una volta si potrebbe anche rinunciare a un romanzo di fantascienza italiana. Altrimenti si potrebbe decidere di lavorarci sopra, insieme all'autore, per realizzare un'opera che abbia almeno un minimo di possibilità di raggiungere il livello qualitativo minimo richiesto a qualsiasi altro romanzo di fantascienza straniera.
Ma forse il punto è altro ancora. Temo ci si stia abituando alla mediocrità e invece di promuovere politiche editoriali che facciano crescere i giovani scrittori si preferisca mandarli allo sbaraglio, tanto il pubblico è di bocca buona e beve di tutto.
Poi è vero, c'è anche la possibilità che io non abbia capito nulla e che E-Doll sia effettivamente un capolavoro, ma per questo temo non ci sia rimedio.
…
Sia i giocatori che gli autori nostrani si impegnano davvero al massimo, si sacrificano e lottano al meglio delle loro capacità per conseguire un risultato che però non arriva (quasi) mai. Ovviamente il tifoso premia l'impegno ed è disposto a chiudere più di un occhio di fronte ai limiti strutturali della propria squadra (o del proprio autore) arrivando a festeggiare anche il minimo successo come fosse un trionfo o a considerare una sconfitta dignitosa come un evento da ricordare.
Ma se questo atteggiamento è giusto e doveroso di fronte allo spettacolo di una squadra che scende in campo nonostante l'inferiorità tecnica e combatte fino all'ultimo per mantenere fede all'impegno preso mettendo tutta la grinta che ha in corpo per conquistare o difendere quegli ultimi metri che portano alla linea di meta, questo atteggiamento, dicevo, mi pare leggermente sterile quando ci si sposta dal terreno di gioco al campo delle lettere.
Vedi per esempio E-Doll il romanzo di Francesco Verso fresco vincitore del Premio Urania.
Nelle piazze e nei vicoli fantascientifici che frequento non mi era mai capitato di imbattermi in tanto acritico entusiasmo. Se da un lato fa piacere vedere un autore italiano di fantascienza supportato da una posse di fan agguerrita e pronta a rintuzzare ogni minima critica, dall'altro dispiace notare come la teoria rugbistica di cui sopra venga ancora una volta confermata.
Non ho alcun dubbio sulla serietà e la dedizione alla causa fantascientifica di Francesco Verso e non faccio nessuna fatica a riconoscergli le migliori intenzioni e il più grande entusiasmo. Ciò non toglie che al confronto delle opere di _______ (inserite il nome di uno dei primi dieci autori di sf che vi vengono in mente) il suo E-Doll non ci fa una gran bella figura.
Quali sono i difetti di questo romanzo, e perché non si è fatto niente per correggerli?
Per rispondere alla seconda domanda voglio partire dalle parole di uno dei professionisti responsabili dell'assegnazione del premio Urania al romanzo: "in revisione è toccato a me decidere cosa lasciare - tutto - cosa cambiare - pochissimo - e cosa aggiungere, ossia niente."
Una risposta come questa mi lascia basito. O il romanzo in questione è l'opera memorabile di un formidabile genio come nella fantascienza italiana non s'è mai visto (alleluia!) oppure in quella battuta tocca leggerci tutta la rassegnazione di chi, avendo avuto a che fare per tutta la vita con le ambizioni artistiche dei nostri autori, non ha più la forza o la voglia o il coraggio di mettere mano al lavoro di revisione che, immagino, per un autore praticamente esordiente sia sempre necessario.
Certo, esiste sempre l'ipotesi che io non abbia capito nulla delle qualità intrinseche di E-Doll, quindi lasciatemi elencare quelli che secondo me sono gli ahimé numerosi difetti del romanzo prima di sommergermi d'insulti.
- trama: la vicenda narrata in E-Doll è interessante, si sviluppa in tre filoni principali raccontando parallelamente la storia di un'investigazione, il percorso di formazione di una ragazzina, la presa di coscienza di un androide. Il comune denominatore del romanzo è il sesso, presentato di volta in volta come unica consolazione per l'investigatore, come strumento di potere per la ragazza, come mestiere e insieme inesorabile condanna per l'androide.
Le basi per un buon romanzo ci sono tutte. Peccato che nei momenti di svolta le scelte dell'autore invece di coinvolgere e affascinare il lettore lo spingono a chiedersi se non si poteva proprio trovare una soluzione diversa. Vedi per esempio l'incredibile scena dell'interrogatorio in diretta tv tra il Fabbricante e l'investigatore (episodio fondamentale del romanzo gestito nel peggiore dei modi) o il ritorno continuo della stessa anonima comparsa in tre momenti chiave della vita di Maya (la ragazzina) o l'incongruenza tra le capacità di analisi e riconoscimento di Angel (l'androide) e il travestimento della sua allieva. Tolto l'esempio iniziale, davvero imperdonabile, gli altri sono difetti veniali, da citare perché costituiscono parte della massa critica complessiva che ti fanno dire a fine lettura che insomma, dai, si poteva fare di meglio.
- personaggi: show don't tell, show don't tell, show don't tell! Il lettore di E-Doll non si trova mai al fianco dei personaggi. La percezione dell'azione è sempre filtrata dall'ingombrante presenza dell'autore che spiega spiega ma solo raramente mostra quello che succede.
L'unico personaggio che parla con una voce riconoscibile è Angel. Sull'androide Francesco Verso ha effettivamente fatto un buon lavoro di caratterizzazione e personalizzazione. Gli altri personaggi, al contrario, non spiccano mai per come si muovono o per come si esprimono, semmai per come l'autore descrive le loro reazioni alle varie situazioni in cui si trovano.
Questo difetto è accentuato dalla difficoltà a capire le motivazioni che muovono i protagonisti. Considerazione che fa il paio con i dubbi riguardanti l'evoluzione degli stessi nel corso della vicenda. Che a Maya basti lo sguardo di un poliziotto per trasformarsi da sex-addicted a brava ragazza tutta scuola e famiglia o che le conseguenze della raggiunta consapevolezza di Angel siano quelle descritte nel finale del romanzo (e che abbia comunque bisogno di Maya per realizzarle), danno un'idea della natura dei personaggi del tutto contraddittoria rispetto a quella presentata fino a quel momento.
- linguaggio. Forse l'aspetto del romanzo che m'è piaciuto meno. Eccessivamente contorto e confuso nell'esposizione, soprattutto quando si astrae dall'azione per indugiare sulla filosofia o le riflessioni dei personaggi.
Un esempio: "Quando lei vede il membro artificiale ergersi e ingrossarsi, abbassa gli occhi su di esso, simbolo del maschio e della sua inutilità resasi necessaria per un casuale incidente evolutivo." (pag. 42)
Non so voi, mai io una frase come questa non riesco proprio a capirla. Se tenete conto che questo è con buona approssimazione il linguaggio di tutto il volume (almeno nei momenti interlocutori del romanzo, e non sono pochi), vi rendete conto delle difficoltà che si incontrano per arrivare con scioltezza alla fine del volume.
Un discorso analogo andrebbe fatto su come l'autore affronta in generale il tema del sesso che sta alla base di tutto il romanzo. A me è parso di cogliere un continuo altalernarsi di due timbri contrapposti che faticano davvero a raggiungere l'equilibrio: da una parte la scelta di parlare degli innumerevoli atti sessuali in maniera ellittica e allusiva, dall'altra l'improvviso passaggio - senza nessuna percepibile necessità narrativa - a un linguaggio decisamente più esplicito e diretto.
Probabilmente questa è una scelta stilistica consapevole, però ecco, io non sono riuscito ad apprezzarla.
- ambientazione. Se c'è una domanda che mi piacerebbe porre all'autore è "perché Mosca?". Quale imprescindibile necessità narrativa ti ha costretto a scegliere la città russa? Per il lettore nostrano non sarebbe stato più coinvolgente vedere svolgersi l'azione in una città italiana?
Oltretutto come viene caratterizzata l'ambientazione moscovita del romanzo? Gli unici aspetti locali degni di nota sono la toponomastica e la citazione, sparsa qua e là, di numerosi piatti immagino tipici (immagino poiché, non conoscendo il russo, non sai mai se quello che i protagonisti mangiano è dolce o salato, prelibato o disgustoso, alta gastronomia o fast food). La specificità dello sfondo russo scelto dall'autore, che siano le periferie urbane della metropoli, gli uffici pubblici o i centri commerciali, non emerge da nessun altro punto di vista.
(per un confronto vedi ad esempio Brasyl di Ian McDonald: nonostante l'autore risieda nei dintorni di Belfast il ritratto che offre della realtà brasiliana è memorabile per vividezza, tridimensionalità e spessore.)
- ideologia & morale. Qui si entra in territori dove il giudizio è ancora più soggettivo. Non si tratta quindi di valutare se E-Doll è giusto o sbagliato, quanto piuttosto di capire se sia stato capace di entrare in sintonia con la mia specifica visione del mondo.
In questo senso c'è almeno un aspetto del romanzo che non ho digerito, ovvero l'idea del sesso visto sostanzialmente in due modi: o come strumento di potere o come puro sfogo animale. In tutto E-Doll non si esce mai da questa dicotomia, riducendo in pratica ogni atto sessuale a un momento di sopraffazione (ritualizzato, volontario, piacevole ma comunque mai paritetico tra i partecipanti). Nel romanzo si va addirittura oltre, fino a collegare esplicitamente violenza urbana e sesso in una catena di causa/effetto secondo me del tutto arbitraria.
Significativo in quest'ottica è anche il fatto che, nonostante i rapporti e l'identità sessuale siano il tema principale di E-Doll, non ci sia in tutto il romanzo una sola pagina di sano erotismo. Nel sesso vario e molteplice praticato dai protagonisti non c'è alcuna gioia, al massimo qualche consolazione.
Ben triste, no?
Una considerazione finale riguardo la valanga di critiche espresse sul romanzo.
Io non credo assolutamente che Francesco Verso sia l'unico responsabile delle carenze del libro. Sono convinto che se fosse stato seguito con più attenzione sarebbe stato possibile mettere una pezza a tutti i difetti elencati. Perché in effetti qualcosa di apprezzabile in E-Doll c'è ed è una cosa piuttosto rara nel panorama della scrittura di genere in Italia: l'intenzione di scrivere un romanzo di fantascienza originale, la consapevolezza di affrontare temi adulti, l'ambizione di rinnovare il panorama sf italico tentando una strada diversa. Se il romanzo non mi è piaciuto non vuol dire che mancassero idee o prospettiva, ma forse (forse!) solo pratica ed esperienza.
Poi certo, rimane il fatto che il premio Urania è una scadenza ineludibile. Vorrei modestamente segnalare che non è obbligatorio assegnare il premio a tutti i costi. Se la qualità grezza dei manoscritti che giungono in redazione non è all'altezza di uno standard minimo, per una volta si potrebbe anche rinunciare a un romanzo di fantascienza italiana. Altrimenti si potrebbe decidere di lavorarci sopra, insieme all'autore, per realizzare un'opera che abbia almeno un minimo di possibilità di raggiungere il livello qualitativo minimo richiesto a qualsiasi altro romanzo di fantascienza straniera.
Ma forse il punto è altro ancora. Temo ci si stia abituando alla mediocrità e invece di promuovere politiche editoriali che facciano crescere i giovani scrittori si preferisca mandarli allo sbaraglio, tanto il pubblico è di bocca buona e beve di tutto.
Poi è vero, c'è anche la possibilità che io non abbia capito nulla e che E-Doll sia effettivamente un capolavoro, ma per questo temo non ci sia rimedio.
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24 novembre 2009
La gentilezza è rivoluzionaria
Chi è che ha detto che La gentilezza è rivoluzionaria? A me viene in mente Jack Kerouac (era ne I Vagabondi del Dharma? Mah…), ma si accettano smentite, integrazioni o approfondimenti. Chiunque sia stato ad avere l'illuminazione, "La gentilezza è rivoluzionaria" è stata la prima cosa che m'è venuta in mente guardando L'uomo che fissa le capre.
L'uomo che fissa le capre è un film gentile in tutti i suoi aspetti: da come introduce l'indagine giornalistica a come tratta temi delicati come devianza e finzione, fino ad arrivare all'approccio laterale con cui si aggancia alla cronaca bellica di questi ultimi anni.
Ma L'uomo che fissa le capre è anche un film spericolato, almeno a vedere i rischi che si prende inoltrandosi nelle zone marginali dei poteri extrasensoriali o nei territori limitrofi della dabbenaggine e del disturbo mentale, senza considerare il sapore tardo-sixties che impregna tutta la vicenda. Decidere di girare un film come questo ed evitare di virare il tutto in farsa o, al contrario, di trasformare il soggetto in una favoletta surreale e inoffensiva è uno dei grandi meriti di Grant Heslov, che nonostante sia all'esordio come regista - ma va ricordato almeno per aver scritto quel piccolo gioiello di Good Night, and Good Luck - riesce a mantenere in mirabile equilibrio l'innegabile verve comica del film con istanze decisamente serie, per offrire allo spettatore uno sguardo originale sugli usi e costumi dell'uomo belligerante americano.
Una menzione d'obbligo va ovviamente agli ottimi George Clooney e Ewan McGregor (per non parlare di quello scoppiato di Jeff Bridges) senza i quali un progetto come questo non sarebbe mai potuto andare in porto. Tra i tanti momenti in cui il loro apporto diventa fondamentale mi piace ricordare il continuo sovrapporsi della faccia Ewan McGregor all'archetipo dello jedi ripetutamente evocato da George Clooney nel corso della vicenda. Temevo che un giochino come questo potesse affossare definitivamente qualsiasi pretesa seria del film e invece è proprio il continuo rimando a una realtà evidentemente fantastica a rendere paradossalmente la storia ancora più vera di quanto credevo possibile.
Insomma, L'uomo che fissa le capre è un gran bel film. Andatelo a vedere.
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18 novembre 2009
Nessuna finzione
Ogni tanto capita. Inciampi in due frasi in un post che non ti aspetti, che ti fulmina per la pura e semplice verità che ti sbatte in faccia.
A me è successo ieri sera con S/T:
…preferisco teste dure non mi importa se le chiappe sono flosce.
Grazie, c.
…
A me è successo ieri sera con S/T:
…preferisco teste dure non mi importa se le chiappe sono flosce.
Grazie, c.
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17 novembre 2009
Aggiornamento sullo stato fotografico dell'iguana
Ma quante poche foto ho postato quest'anno in rete? Cos'è, mi son stancato di fotografare, son diventato timido o è solo stipsi produttiva?
In realtà quest'anno ho fotografato (abbiamo fotografato, considerando anche il lavoro di Annalisa) tanto quanto gli anni precedenti, con la differenza che se prima la fotografia era un'attività completamente svincolata da impegni o vincoli o necessità documentative, ora è invece molto più mirata a progetti specifici o a veri e propri lavori in corso.
Visto che però il tempo a disposizione è sempre lo stesso, quello rimasto libero per il cazzeggio internettaro, per la cosiddetta produzione artistica o semplicemente per sistemare le foto cui sono più affezionato s'è ridotto drasticamente.
Non che fotografare su commissione non sia piacevole, tutt'altro. Specie quando chi ti chiede una mano è un amico, o quando ti ritrovi a bordo campo a fotografare i giovani rugbisti in azione - per non parlare dei veterani di mille battaglie che ancora ci provano (se leggete queste righe non picchiatemi la prossima volta al campo!) - o quando fotografando un matrimonio scattano quei meccanismi di complicità che rendono certe giornate speciali.
Il problema semmai è che se questi lavoretti aiutano a finanziare la passione, dall'altra tolgono molta della libertà espressiva cui ero abituato. L'impegno necessario per trattare al meglio questi servizi riduce il tempo passato a sistemare le immagini al computer in un lavoro (quasi) come un altro, trasformando il divertimento in routine e la sperimentazione in metodo.
Però è anche vero che l'esperienza che si matura con questa attività è impagabile. Chi l'avrebbe mai detto che mi sarei trovato a dover fare un servizio di moda con tanto di modella in un vero studio fotografico? Chi si sarebbe mai immaginato di ritrovarsi a pensare come rendere al meglio le stanze di un albergo?
Per non parlare delle difficoltà di fotografare il rugby, su campi sempre più grandi, con giocatori sempre più veloci, magari al freddo e al gelo, con il misero 70-200, che è l'unico tele che ho a disposizione.
Quindi ecco qua. Questa è la situazione. Continuerò a postare su flickr, certo. Credo che a breve ritornerò pure pro (che incredibile a dirsi, della decina di foto caricate su Getty Images un paio me le hanno pure vendute. E quindi chissà mai che a dargliene qualcun'altra non si riesca a guadagnare qualche soldino).
Non credo ci sia poi molta gente lì fuori che sente la mia mancanza (a parte la Lui, ovvio, sempre sia lodata!), ma nel caso vi stiate chiedendo che fine ho fatto, beh… ora lo sapete.
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In realtà quest'anno ho fotografato (abbiamo fotografato, considerando anche il lavoro di Annalisa) tanto quanto gli anni precedenti, con la differenza che se prima la fotografia era un'attività completamente svincolata da impegni o vincoli o necessità documentative, ora è invece molto più mirata a progetti specifici o a veri e propri lavori in corso.
Visto che però il tempo a disposizione è sempre lo stesso, quello rimasto libero per il cazzeggio internettaro, per la cosiddetta produzione artistica o semplicemente per sistemare le foto cui sono più affezionato s'è ridotto drasticamente.
Non che fotografare su commissione non sia piacevole, tutt'altro. Specie quando chi ti chiede una mano è un amico, o quando ti ritrovi a bordo campo a fotografare i giovani rugbisti in azione - per non parlare dei veterani di mille battaglie che ancora ci provano (se leggete queste righe non picchiatemi la prossima volta al campo!) - o quando fotografando un matrimonio scattano quei meccanismi di complicità che rendono certe giornate speciali.
Il problema semmai è che se questi lavoretti aiutano a finanziare la passione, dall'altra tolgono molta della libertà espressiva cui ero abituato. L'impegno necessario per trattare al meglio questi servizi riduce il tempo passato a sistemare le immagini al computer in un lavoro (quasi) come un altro, trasformando il divertimento in routine e la sperimentazione in metodo.
Però è anche vero che l'esperienza che si matura con questa attività è impagabile. Chi l'avrebbe mai detto che mi sarei trovato a dover fare un servizio di moda con tanto di modella in un vero studio fotografico? Chi si sarebbe mai immaginato di ritrovarsi a pensare come rendere al meglio le stanze di un albergo?
Per non parlare delle difficoltà di fotografare il rugby, su campi sempre più grandi, con giocatori sempre più veloci, magari al freddo e al gelo, con il misero 70-200, che è l'unico tele che ho a disposizione.
Quindi ecco qua. Questa è la situazione. Continuerò a postare su flickr, certo. Credo che a breve ritornerò pure pro (che incredibile a dirsi, della decina di foto caricate su Getty Images un paio me le hanno pure vendute. E quindi chissà mai che a dargliene qualcun'altra non si riesca a guadagnare qualche soldino).
Non credo ci sia poi molta gente lì fuori che sente la mia mancanza (a parte la Lui, ovvio, sempre sia lodata!), ma nel caso vi stiate chiedendo che fine ho fatto, beh… ora lo sapete.
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10 novembre 2009
Letture ottobre 2009
Don DeLillo - Great Jones Street
La cosa migliore di Great Jones Street è il suo essere un racconto in presa diretta dai tenebrosi anni '70. La cosa peggiore di Great Jones Street? Continuare a essere un romanzo in presa diretta dai rutilanti anni '70.
Gli anni '70 descritti da DeLillo sono proprio come me li immagino: deprimenti, umidi e oscuri. Con quella qualità desaturata dei colori che invece di creare un'atmosfera la demolisce. Il romanzo è brillante, intendiamoci. DeLillo scrive come pochi altri. L'unico limite sta appunto nella scarsa attualità del mondo che descrive. Un mondo che anticipa il nostro ma che nel frattempo è praticamente scomparso, diventando territorio per scrittori nostalgici - e non è il caso di DeLillo - o rockers incurabili. Il mito del rock'n'roll decrittabile dalla vicenda di Great Jones Street (la rockstar in fuga dalla band, la crisi creativa, la droga e il businness) è qualcosa che ormai non esiste più, essendo stato ormai divorato dalla febbre del punk e dalla voracità di MTV. Però è in qualche modo consolante vedere narrare già nel 1973 la devoluzione di quella che all'epoca era ancora un icona rivoluzionaria. Dopotutto, e nonostante tutto, la musica non è finita e forse, da qualche parte, il fantasma di Bucky Wunderlick è ancora vivo, anche se è probabilmente troppo sfatto per combattere insieme a noi.
Roberto Bolaño - Chiamate telefoniche
Roberto Bolaño è il primo scrittore che scopro grazie ad Anobii. Dopo averne sentito decantare le lodi da più di un vicino, m'è venuto voglia di provare a leggerlo. Ho scelto questo volume di racconti un po' perché le antologie mi son sempre piaciute, un po' perché la forma breve mi consente di assaggiare aspetti diversi della sua produzione.
Magari mi sbaglio, ma l'impressione più forte che mi ha lasciato Roberto Bolaño è quella di essere un sopravvissuto (ai terribili anni '70 sudamericani, al talento artistico, al destino dei coetanei scomparsi) e di non riuscire a prescindere dal suo destino di uomo di lettere in esilio, in fuga, in perenne crisi esistenziale. I protagonisti delle sue storie sono sempre solitari, con seri problemi di socializzazione, con un qualche trauma alle spalle cui però non riescono proprio a rinunciare. Sono persone normali che si muovono ai margini del grande mondo la fuori, che non capiscono, che tentano di interpretare, ma che non cercano mai veramente di comprendere.
Ecco, forse il limite di questi racconti è che troppo spesso tra le righe delle storie (diverse, con una varietà di panorami e personaggi e situazioni) si vede l'autore, sempre l'autore, comunque l'autore, che non riesce a farsi da parte, a lasciar vivere autonomamente persone e situazioni, a non far pesare la sua ingombrante presenza, avvolgendo la realtà nelle spire a volte sin troppo soffocanti della creazione letteraria.
I racconti tormentati di Chiamate telefoniche sembrano avere un passato più profondo di quel che realmente hanno. Si collocano volontariamente fuori tempo, ma raggiungono a volte un'intensità rara, specie quando le tensioni tra necessità artistica e storia raccontata si sciolgono in un magistrale equilibrio narrativo.
Non so se leggerò altro di Bolaño, che in fondo non sento troppo vicino, di certo non rimpiango la lettura di questo volume.
Lucius Shepard - Stelle senzienti
Rock'n'roll e fantascienza. In realtà in Stelle senzienti c'è giusto il tempo per una sbirciata dietro le quinte del primo e per una spruzzata veloce della seconda, che poi il romanzo è finito. Però questa storia di Lucius Shepard funziona per l'evidente conoscenza che l'autore ha del sottobosco rock e per la sensibilità e l'affetto che dimostra nel tratteggiare i suoi personaggi, che siano coppie in crisi, bestie musicali o quarantenni rassegnati. La favola della realizzazione del talento potenziale, della sua perdita e delle conseguenze che il contatto con una forza superiore porta con sé sarà anche un tema già letto e riletto, ma questa versione di Shepard è comunque capace di regalare qualche emozione.
Jon Courtenay Grimwood - Pashazade
Perché nessuno mi ha mai parlato di Jon Courtenay Grimwood? Ricordo un'unica citazione di quest'autore ai tempi di ICF, la persona che ne parlava era affidabile e quindi mi ero debitamente segnato il titolo del romanzo. Però da allora son passati quasi 10 anni di assordante silenzio. Possibile che questo scrittore sia così poco conosciuto da 'ste parti?
Me lo chiedo perché Pashazade è una delle cose più interessanti, divertenti e avvincenti lette in ambito fantascientifico negli ultimi anni. Nel romanzo di Jon Courtenay Grimwood c'è un protagonista memorabile che si rivela nella sua complessità man mano che si procede con la lettura; c'è un'ambientazione formidabile: un'Alessandria d'Egitto di un prossimo futuro ucronico in cui le due guerre mondiali non ci sono mai state, ma che non per questo appare meno credibile o reale; c'è un plot avvincente, a metà strada tra mistero della camera chiusa e noir urbano; ci sono una serie di comprimari che si fanno ricordare, colti all'incrocio tra oriente e occidente, in precario equilibrio tra fascinazioni tecnologiche e tradizioni millenarie.
Insomma, in Pashazade c'è tutto quel che serve per divertirsi, tanto che adesso non vedo l'ora di mettere le mani sui due romanzi successivi della serie.
Beppe Fenoglio - Una questione privata
Vedi cosa mi perdo a ignorare scientemente la letteratura italiana? Sì, sono una vittima del sistema scolastico, ma sto cercando di rimediare. Dammi tempo, che un po' alla volta questi grandi autori italiani me li voglio leggere tutti. Un grazie a Chiara, quindi, che mi ha suggerito Beppe Fenoglio.
Nella corposa introduzione al romanzo si spiega come Una questione privata sia IL romanzo della Resistenza. Non so se è davvero così che, per dire, a me era già piaciuto moltissimo La messa dell'uomo disarmato. Di certo nel romanzo di Fenoglio si avverte tutta la fatica, il sudore e il freddo della lotta partigiana, si avverte la furia e la passione condita con la paura, la fame e la noia. Si scorge per un attimo un'Italia complicata e molteplice, uno schieramento tutt'altro che monolitico di fronte al nemico, la violenza improvvisa e accecante ma anche un'onestà che sa davvero d'altri tempi.
Che il tutto abbia la forma di un romanzo d'amore (ma siamo più dalle parti della passione ossessiva e furiosa di Wuthering Heights piuttosto che nel reparto baci-e-consolazione della narrativa romantica) è una specie di arcano, ipnotico ed emozionante e razionalmente quasi incomprensibile, almeno letto qui e ora.
In effetti sono arrivato alla fine di una Una questione privata scosso e stravolto quasi come Milton, il protagonista del romanzo. Non so se è l'insieme di suggestioni evocate dal racconto o se è la capacità di Fenoglio di farci rivivere un momento fondamentale della nostra storia, ma leggere questo libro è stata un'esperienza quasi commovente. In poco più di cento pagine ci rivediamo come eravamo, come saremmo sempre dovuti essere, come forse non saremo mai. E non so se è una fortuna o la più grande disgrazia ci potesse capitare.
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La cosa migliore di Great Jones Street è il suo essere un racconto in presa diretta dai tenebrosi anni '70. La cosa peggiore di Great Jones Street? Continuare a essere un romanzo in presa diretta dai rutilanti anni '70.
Gli anni '70 descritti da DeLillo sono proprio come me li immagino: deprimenti, umidi e oscuri. Con quella qualità desaturata dei colori che invece di creare un'atmosfera la demolisce. Il romanzo è brillante, intendiamoci. DeLillo scrive come pochi altri. L'unico limite sta appunto nella scarsa attualità del mondo che descrive. Un mondo che anticipa il nostro ma che nel frattempo è praticamente scomparso, diventando territorio per scrittori nostalgici - e non è il caso di DeLillo - o rockers incurabili. Il mito del rock'n'roll decrittabile dalla vicenda di Great Jones Street (la rockstar in fuga dalla band, la crisi creativa, la droga e il businness) è qualcosa che ormai non esiste più, essendo stato ormai divorato dalla febbre del punk e dalla voracità di MTV. Però è in qualche modo consolante vedere narrare già nel 1973 la devoluzione di quella che all'epoca era ancora un icona rivoluzionaria. Dopotutto, e nonostante tutto, la musica non è finita e forse, da qualche parte, il fantasma di Bucky Wunderlick è ancora vivo, anche se è probabilmente troppo sfatto per combattere insieme a noi.
Roberto Bolaño - Chiamate telefoniche
Roberto Bolaño è il primo scrittore che scopro grazie ad Anobii. Dopo averne sentito decantare le lodi da più di un vicino, m'è venuto voglia di provare a leggerlo. Ho scelto questo volume di racconti un po' perché le antologie mi son sempre piaciute, un po' perché la forma breve mi consente di assaggiare aspetti diversi della sua produzione.
Magari mi sbaglio, ma l'impressione più forte che mi ha lasciato Roberto Bolaño è quella di essere un sopravvissuto (ai terribili anni '70 sudamericani, al talento artistico, al destino dei coetanei scomparsi) e di non riuscire a prescindere dal suo destino di uomo di lettere in esilio, in fuga, in perenne crisi esistenziale. I protagonisti delle sue storie sono sempre solitari, con seri problemi di socializzazione, con un qualche trauma alle spalle cui però non riescono proprio a rinunciare. Sono persone normali che si muovono ai margini del grande mondo la fuori, che non capiscono, che tentano di interpretare, ma che non cercano mai veramente di comprendere.
Ecco, forse il limite di questi racconti è che troppo spesso tra le righe delle storie (diverse, con una varietà di panorami e personaggi e situazioni) si vede l'autore, sempre l'autore, comunque l'autore, che non riesce a farsi da parte, a lasciar vivere autonomamente persone e situazioni, a non far pesare la sua ingombrante presenza, avvolgendo la realtà nelle spire a volte sin troppo soffocanti della creazione letteraria.
I racconti tormentati di Chiamate telefoniche sembrano avere un passato più profondo di quel che realmente hanno. Si collocano volontariamente fuori tempo, ma raggiungono a volte un'intensità rara, specie quando le tensioni tra necessità artistica e storia raccontata si sciolgono in un magistrale equilibrio narrativo.
Non so se leggerò altro di Bolaño, che in fondo non sento troppo vicino, di certo non rimpiango la lettura di questo volume.
Lucius Shepard - Stelle senzienti
Rock'n'roll e fantascienza. In realtà in Stelle senzienti c'è giusto il tempo per una sbirciata dietro le quinte del primo e per una spruzzata veloce della seconda, che poi il romanzo è finito. Però questa storia di Lucius Shepard funziona per l'evidente conoscenza che l'autore ha del sottobosco rock e per la sensibilità e l'affetto che dimostra nel tratteggiare i suoi personaggi, che siano coppie in crisi, bestie musicali o quarantenni rassegnati. La favola della realizzazione del talento potenziale, della sua perdita e delle conseguenze che il contatto con una forza superiore porta con sé sarà anche un tema già letto e riletto, ma questa versione di Shepard è comunque capace di regalare qualche emozione.
Jon Courtenay Grimwood - Pashazade
Perché nessuno mi ha mai parlato di Jon Courtenay Grimwood? Ricordo un'unica citazione di quest'autore ai tempi di ICF, la persona che ne parlava era affidabile e quindi mi ero debitamente segnato il titolo del romanzo. Però da allora son passati quasi 10 anni di assordante silenzio. Possibile che questo scrittore sia così poco conosciuto da 'ste parti?
Me lo chiedo perché Pashazade è una delle cose più interessanti, divertenti e avvincenti lette in ambito fantascientifico negli ultimi anni. Nel romanzo di Jon Courtenay Grimwood c'è un protagonista memorabile che si rivela nella sua complessità man mano che si procede con la lettura; c'è un'ambientazione formidabile: un'Alessandria d'Egitto di un prossimo futuro ucronico in cui le due guerre mondiali non ci sono mai state, ma che non per questo appare meno credibile o reale; c'è un plot avvincente, a metà strada tra mistero della camera chiusa e noir urbano; ci sono una serie di comprimari che si fanno ricordare, colti all'incrocio tra oriente e occidente, in precario equilibrio tra fascinazioni tecnologiche e tradizioni millenarie.
Insomma, in Pashazade c'è tutto quel che serve per divertirsi, tanto che adesso non vedo l'ora di mettere le mani sui due romanzi successivi della serie.
Beppe Fenoglio - Una questione privata
Vedi cosa mi perdo a ignorare scientemente la letteratura italiana? Sì, sono una vittima del sistema scolastico, ma sto cercando di rimediare. Dammi tempo, che un po' alla volta questi grandi autori italiani me li voglio leggere tutti. Un grazie a Chiara, quindi, che mi ha suggerito Beppe Fenoglio.
Nella corposa introduzione al romanzo si spiega come Una questione privata sia IL romanzo della Resistenza. Non so se è davvero così che, per dire, a me era già piaciuto moltissimo La messa dell'uomo disarmato. Di certo nel romanzo di Fenoglio si avverte tutta la fatica, il sudore e il freddo della lotta partigiana, si avverte la furia e la passione condita con la paura, la fame e la noia. Si scorge per un attimo un'Italia complicata e molteplice, uno schieramento tutt'altro che monolitico di fronte al nemico, la violenza improvvisa e accecante ma anche un'onestà che sa davvero d'altri tempi.
Che il tutto abbia la forma di un romanzo d'amore (ma siamo più dalle parti della passione ossessiva e furiosa di Wuthering Heights piuttosto che nel reparto baci-e-consolazione della narrativa romantica) è una specie di arcano, ipnotico ed emozionante e razionalmente quasi incomprensibile, almeno letto qui e ora.
In effetti sono arrivato alla fine di una Una questione privata scosso e stravolto quasi come Milton, il protagonista del romanzo. Non so se è l'insieme di suggestioni evocate dal racconto o se è la capacità di Fenoglio di farci rivivere un momento fondamentale della nostra storia, ma leggere questo libro è stata un'esperienza quasi commovente. In poco più di cento pagine ci rivediamo come eravamo, come saremmo sempre dovuti essere, come forse non saremo mai. E non so se è una fortuna o la più grande disgrazia ci potesse capitare.
…
04 novembre 2009
Tarantino Kamikaze
Cos'ha Bastardi senza gloria di così poco convincente? Perché per la prima volta dopo aver visto un film di Quentin Tarantino non sono uscito dal cinema entusiasta e saltellante (cavoli, a me era piaciuto un sacco perfino il bistrattato Deathproof…)?
É già qualche giorno che ripenso al film (il che vuol già dire qualcosa). La mia opinione al riguardo ha attraversato tutto lo spettro dei giudizi possibili, che mai come in questo film i colpi di genio si alternano, spesso nel giro di un attimo, addirittura nello stesso spazio/tempo!, a momenti di incomprensibile piattezza, i virtuosismi ai colpi d'accetta.
Per uscire dall'impasse voglio provare a riassumere (e magari trovare un senso) alle svariate impressioni che il film mi ha lasciato.
- ma quant'è bravo 'sto uomo?
La premessa sottintesa agli appunti che seguono è che pochi altri registi sono al momento capaci di fare film di tale caratura tecnica. Al volo mi vengono in mente i fratelli Coen, che però si posizionano ideologicamente agli antipodi di Tarantino. Dal punto di vista della regia, della messa in scena, dei dialoghi, del ritmo e della fotografia credo che pochi film raggiungano il livello di perfezione qualitativa di Bastardi senza gloria. Se c'è un qualche difetto è forse nella sceneggiatura e nel montaggio, ma nel complesso questo è un film decisamente superiore alla media.
- l'intero è inferiore alla somma delle sue parti
Se in un film come Kill Bill la scansione in capitoli della narrazione aveva un senso per accentuare i campi di ritmo e di stile cinematografico che caratterizzavano le varie fasi della vendetta della sposa, ne i Bastardi senza gloria i vari episodi in cui è diviso il film non si distinguono per particolari variazioni sul canone, e sebbene presi da soli siano più o meno tutti memorabili, le improvvise cesure tra un capitolo e l'altro si pongono come indebite interruzioni del flusso della storia, distraendo lo spettatore e costringendolo a ricostruire di volta in volta la vicenda appena ricominciata. Qual è il senso di questa frammentazione? Narrare più storie parallele non è mai stato un problema per Tarantino, come mai in questo caso c'è così poca organicità tra i vari capitoli?
- la questione della lingua
Non c'è intervento in rete che non celebri l'utillizzo delle varie lingue nel corso del film. A me pare che questo aspetto sia stato sopravvalutato. Certo, i passaggi da inglese a tedesco a francese a italiano sono brillanti, l'utilizzo della barriera linguistica come abile escamotage per far passare informazioni selezionate è decisamente funzionale, ma non riesco a levarmi di dosso l'impressione che Tarantino si sia semplicemente divertito a confondere le acque, a darsi un tono e a regalarsi un facile apprezzamento da parte di certa critica.
Lo dico perché in fondo l'utilizzo delle diverse lingue non è funzionale a sottolineare chissà quale differenza culturale, politica, economica - vedi per un confronto Eastern Promises (La promessa dell'assassino) di David Cronenberg - ma rappresenta unicamente una soluzione tecnica (elegante, certo) per fa procedere la vicenda.
- il cinema, soprattutto
Discorso simile a quello della lingua qui sopra. La massiccia presenza di tutta 'sta autoreferenzialità metafilmica alla fine m'è parsa stucchevole e forzata. Gli unici momenti in cui ho avvertito un sincero trasporto per il cinema sono quelli in cui Shoshanna e il suo assistente montano lo spezzone di pellicola nel film di Göbbels. Per il resto il continuo giocare a rimpiattino tra film e cinema a cui si assiste durante la visione m'è sembrato sin troppo spudorato per prenderlo sul serio. Trattandosi di Tarantino, questo aspetto di Inglorious Basterds m'è parso di volta in volta un giochino autocelebrativo, uno zuccherino concesso ai veri credenti, uno specchietto per le allodole attira critici da quotidiano.
(Paradigmatica in questo senso la scena in cui - ta-dan - l'azione si sposta improvvisamente - indebitamente, verrebbe da dire - sul suolo inglese.)
Solo quando i riferimenti sono più sottili emerge il manico del vero regista e del cineasta appassionato. Vedi per esempio la sovrapposizione tra il film nazista e gli avvenimenti in cabina di proiezione. Con lo stesso protagonista nello stesso momento nella medesima situazione. O la proiezione della risata del pre-finale sullo schermo in fiamme. Fortunatamente a Tarantino bastano un paio di scene così per riconciliarti col film.
- la violenza
Tarantino e la violenza. Quante parole sono già state spese al riguardo? Da parte mia posso solo notare come si sia evoluta la rappresentazione della violenza nel corso della sua carriera.
Dall'esaltazione estetizzante dei primi film, al ridicolo di Jacky Brown, all'astrazione di Kill Bill, passando per il grottesco di Deathproof fino alla messa in scena oltremodo reale e dolorosa di questo Bastardi senza gloria.
In effetti quest'ultimo film è forse il primo di Tarantino in cui gli scoppi di violenza sono ridotti al minimo, e proprio per questo decisivi nel trasmettere la realtà delle conseguenze del gesto violento. Il primo in cui lo spettatore è colpito direttamente dall'oltraggio fisico perpetrato alla vittima del caso.
Che si tratti di subire la visione di un cranio spappolato a colpi di mazza da baseball o di assistere allo sforzo bestiale di uno strangolamento, o al contrario di rimanere travolti dall'incomprensibile sparatoria all'interno nel seminterrato (niente slow motion, solo velocità e sangue), la violenza in questo film colpisce per quanto di offensivo (e osceno) risulta immediatamente percepibile allo spettatore. Che è esattamente l'opposto di quanto i blockbuster ci hanno ormai assuefatto ad accettare.
I colpi di Tarantino fanno male. E proprio per questo diventano difficili da mandar giù con indifferenza.
- i buoni e i cattivi
I nazisti sono il male, sceglierli quindi come cattivi vede gli spettatori allineati a priori in un giudizio morale generalmente condiviso. La qualità disturbante di Bastardi senza gloria sta anche nella capacità di Quentin Tarantino di riflettere su questo assunto costringendo il suo pubblico a scendere a patti con una rappresentazione del conflitto in cui i buoni sono personaggi pieni d'odio, che non accettano altra soluzione che quella finale, che sono disposti a immolarsi per la morte del nemico, che dimostrano continuamente un'adesione integrale alla causa, mentre i cattivi sono gli unici che dimostrano qualche sprazzo di umanità, a partire dal capitano tedesco che non capitola, passando per il neo-genitore fiducioso, per arrivare all'eroe innamorato che non manca di mostrare orrore per la sua stessa impresa.
Il tutto senza retorici rovesciamenti di prospettiva (che i nazisti siano il male non è mai in dubbio), ma compiendo un'operazione piuttosto insolita nel cinema popolare di questi decenni: rendere evidenti la complessità e le complicazioni di qualsiasi conflitto. Di nuovo, costringendo lo spettatore a fare i conti con la propria umanità.
- conclusioni
All'inizio dicevo che per la prima volta un film di Tarantino non mi ha entusiasmato. In effetti di tutti i suoi film Bastardi senza gloria è di certo il meno divertente. Ma non è detto che questo sia un difetto. Dopotutto andare al cinema e uscire con più domande di quando si è entrati sarà anche meno rilassante, ma è di certo più stimolante.
S'è parlato un po' ovunque della presunta maturità espressiva raggiunta dal regista, da parte mia credo che un po' rimpiangerò il Tarantino cazzone ed esagerato dei suoi film precedenti, ma sono curioso di vedere dove arriverà con questa sua nuova consapevolezza.
Fino a ieri i suoi film erano solo cinema, d'ora in avanti, chissà…
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É già qualche giorno che ripenso al film (il che vuol già dire qualcosa). La mia opinione al riguardo ha attraversato tutto lo spettro dei giudizi possibili, che mai come in questo film i colpi di genio si alternano, spesso nel giro di un attimo, addirittura nello stesso spazio/tempo!, a momenti di incomprensibile piattezza, i virtuosismi ai colpi d'accetta.
Per uscire dall'impasse voglio provare a riassumere (e magari trovare un senso) alle svariate impressioni che il film mi ha lasciato.
- ma quant'è bravo 'sto uomo?
La premessa sottintesa agli appunti che seguono è che pochi altri registi sono al momento capaci di fare film di tale caratura tecnica. Al volo mi vengono in mente i fratelli Coen, che però si posizionano ideologicamente agli antipodi di Tarantino. Dal punto di vista della regia, della messa in scena, dei dialoghi, del ritmo e della fotografia credo che pochi film raggiungano il livello di perfezione qualitativa di Bastardi senza gloria. Se c'è un qualche difetto è forse nella sceneggiatura e nel montaggio, ma nel complesso questo è un film decisamente superiore alla media.
- l'intero è inferiore alla somma delle sue parti
Se in un film come Kill Bill la scansione in capitoli della narrazione aveva un senso per accentuare i campi di ritmo e di stile cinematografico che caratterizzavano le varie fasi della vendetta della sposa, ne i Bastardi senza gloria i vari episodi in cui è diviso il film non si distinguono per particolari variazioni sul canone, e sebbene presi da soli siano più o meno tutti memorabili, le improvvise cesure tra un capitolo e l'altro si pongono come indebite interruzioni del flusso della storia, distraendo lo spettatore e costringendolo a ricostruire di volta in volta la vicenda appena ricominciata. Qual è il senso di questa frammentazione? Narrare più storie parallele non è mai stato un problema per Tarantino, come mai in questo caso c'è così poca organicità tra i vari capitoli?
- la questione della lingua
Non c'è intervento in rete che non celebri l'utillizzo delle varie lingue nel corso del film. A me pare che questo aspetto sia stato sopravvalutato. Certo, i passaggi da inglese a tedesco a francese a italiano sono brillanti, l'utilizzo della barriera linguistica come abile escamotage per far passare informazioni selezionate è decisamente funzionale, ma non riesco a levarmi di dosso l'impressione che Tarantino si sia semplicemente divertito a confondere le acque, a darsi un tono e a regalarsi un facile apprezzamento da parte di certa critica.
Lo dico perché in fondo l'utilizzo delle diverse lingue non è funzionale a sottolineare chissà quale differenza culturale, politica, economica - vedi per un confronto Eastern Promises (La promessa dell'assassino) di David Cronenberg - ma rappresenta unicamente una soluzione tecnica (elegante, certo) per fa procedere la vicenda.
- il cinema, soprattutto
Discorso simile a quello della lingua qui sopra. La massiccia presenza di tutta 'sta autoreferenzialità metafilmica alla fine m'è parsa stucchevole e forzata. Gli unici momenti in cui ho avvertito un sincero trasporto per il cinema sono quelli in cui Shoshanna e il suo assistente montano lo spezzone di pellicola nel film di Göbbels. Per il resto il continuo giocare a rimpiattino tra film e cinema a cui si assiste durante la visione m'è sembrato sin troppo spudorato per prenderlo sul serio. Trattandosi di Tarantino, questo aspetto di Inglorious Basterds m'è parso di volta in volta un giochino autocelebrativo, uno zuccherino concesso ai veri credenti, uno specchietto per le allodole attira critici da quotidiano.
(Paradigmatica in questo senso la scena in cui - ta-dan - l'azione si sposta improvvisamente - indebitamente, verrebbe da dire - sul suolo inglese.)
Solo quando i riferimenti sono più sottili emerge il manico del vero regista e del cineasta appassionato. Vedi per esempio la sovrapposizione tra il film nazista e gli avvenimenti in cabina di proiezione. Con lo stesso protagonista nello stesso momento nella medesima situazione. O la proiezione della risata del pre-finale sullo schermo in fiamme. Fortunatamente a Tarantino bastano un paio di scene così per riconciliarti col film.
- la violenza
Tarantino e la violenza. Quante parole sono già state spese al riguardo? Da parte mia posso solo notare come si sia evoluta la rappresentazione della violenza nel corso della sua carriera.
Dall'esaltazione estetizzante dei primi film, al ridicolo di Jacky Brown, all'astrazione di Kill Bill, passando per il grottesco di Deathproof fino alla messa in scena oltremodo reale e dolorosa di questo Bastardi senza gloria.
In effetti quest'ultimo film è forse il primo di Tarantino in cui gli scoppi di violenza sono ridotti al minimo, e proprio per questo decisivi nel trasmettere la realtà delle conseguenze del gesto violento. Il primo in cui lo spettatore è colpito direttamente dall'oltraggio fisico perpetrato alla vittima del caso.
Che si tratti di subire la visione di un cranio spappolato a colpi di mazza da baseball o di assistere allo sforzo bestiale di uno strangolamento, o al contrario di rimanere travolti dall'incomprensibile sparatoria all'interno nel seminterrato (niente slow motion, solo velocità e sangue), la violenza in questo film colpisce per quanto di offensivo (e osceno) risulta immediatamente percepibile allo spettatore. Che è esattamente l'opposto di quanto i blockbuster ci hanno ormai assuefatto ad accettare.
I colpi di Tarantino fanno male. E proprio per questo diventano difficili da mandar giù con indifferenza.
- i buoni e i cattivi
I nazisti sono il male, sceglierli quindi come cattivi vede gli spettatori allineati a priori in un giudizio morale generalmente condiviso. La qualità disturbante di Bastardi senza gloria sta anche nella capacità di Quentin Tarantino di riflettere su questo assunto costringendo il suo pubblico a scendere a patti con una rappresentazione del conflitto in cui i buoni sono personaggi pieni d'odio, che non accettano altra soluzione che quella finale, che sono disposti a immolarsi per la morte del nemico, che dimostrano continuamente un'adesione integrale alla causa, mentre i cattivi sono gli unici che dimostrano qualche sprazzo di umanità, a partire dal capitano tedesco che non capitola, passando per il neo-genitore fiducioso, per arrivare all'eroe innamorato che non manca di mostrare orrore per la sua stessa impresa.
Il tutto senza retorici rovesciamenti di prospettiva (che i nazisti siano il male non è mai in dubbio), ma compiendo un'operazione piuttosto insolita nel cinema popolare di questi decenni: rendere evidenti la complessità e le complicazioni di qualsiasi conflitto. Di nuovo, costringendo lo spettatore a fare i conti con la propria umanità.
- conclusioni
All'inizio dicevo che per la prima volta un film di Tarantino non mi ha entusiasmato. In effetti di tutti i suoi film Bastardi senza gloria è di certo il meno divertente. Ma non è detto che questo sia un difetto. Dopotutto andare al cinema e uscire con più domande di quando si è entrati sarà anche meno rilassante, ma è di certo più stimolante.
S'è parlato un po' ovunque della presunta maturità espressiva raggiunta dal regista, da parte mia credo che un po' rimpiangerò il Tarantino cazzone ed esagerato dei suoi film precedenti, ma sono curioso di vedere dove arriverà con questa sua nuova consapevolezza.
Fino a ieri i suoi film erano solo cinema, d'ora in avanti, chissà…
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