27 ottobre 2010

Un report sulla Notte dell'Iguana Vivente, ovvero della buona compagnia


Picture by Iguana Jo.
Un po' per alleggerire l'aria che tira da 'ste parti, un po' perché questo è un bel ricordo da conservare, ecco qua il report sullo stato del' Iguana (ops… della Notte dell'iguana vivente), nelle parole di Marco (certo che bisognerebbe fare qualcosa per 'sto nickname, eh!).
Enjoy!


Arrivo alle 10:04 in Stazione ad Alessandria. Subito squilla il telefonino. E’ Giorgio, l’identità segreta di Iguana, che è già lì che aspetta. E’ uguale alle foto sul blog, non mi sembra un granché come identità segreta, almeno Clark Kent si toglieva gli occhiali. Parliamo un po’ e subito arriva Elvezio. Visto che sul suo blog qualcuno si interrogava sul suo aspetto fisico, dirimo la questione: sembra molto più tamarro che nerd. Hai anche la vaga sensazione che stia per darti una manata agli occhiali e scappare via colla tua merendina. Poi sotto l’influsso dell’alcool confesserà di possedere il team-up dell’Uomo Ragno con Orestolo il Papero, rivelandosi tamarro fuori ma NERD DENTRO.
Partiamo. Giorgio/Iguana non ha molto guardato la mappa, perché gli piace girovagare in auto e sbagliare un po’ la strada, così ha modo di farci sentire la sua compilation delle 20 canzoni
(qui, ma non commentate lì che sennò Urania non vi pubblicherà mai).
Parliamo di musica, fino a che non arrivano le canzoni degli U2 : Uan Loov, Uaan Laaif, Uàan Uàan. Mentre io medito di vendicarmi con un cd di musica post-punk/avant-gard/industrial australiana, Elvezio si sente ispirato a raccontarci il suo ultimo incubo, in cui lui fa l’hostess in un aereo da cui ogni tanto spariscono dei passeggeri (probabilmente tutti avevano fatto spese in un determinato negozio nel centro di Milano). Poi si scopre che c’era una stanza segreta in cui un uomo nudo aveva scuoiato le povere vittime.
Poiché non mi sembra originalissimo e noto qualche falla nella trama, gli dico che mi sembra una sceneggiatura vincente. Taccio sulle evidenti interpretazioni psicanalitiche, che siamo ancora troppo sobri.
Dopo aver sbagliato strada un paio di volte arriviamo a Nizza Monferrato e incontriamo gli altri: Davide e suo fratello e Fulvio e un suo amico che si chiama Marco come me ma è un lurker, cioè una di quelle persone che parlano solo quando hanno qualcosa di interessante da dire e quindi la mia antimateria.
Ci mettiamo a discutere di fantascienza in Italia e all’estero, passando poi alla blogosfera italiana; naturalmente sono discorsi a quattr’occhi che non vanno ripetuti, che i blog hanno orecchie.
Si parla bene dei presenti, bene degli assenti, MOLTO BENE di donne compagne mogli che hanno dato buca all’ultimo minuto: “TESORO, vorrei TANTO ma ho l’emicrania. Ci vai da solo all’incontro coi tuoi amici sfigati, vero cicci?”.
Ripartiamo verso Vaglio Serra. Elvezio incomincia a manifestare segni di allergia da natura, e parla di sacrifici umani nei campi di grano, matrimoni fra consanguinei e mutanti subumani.
Iguana è d’accordo: sarebbe molto meglio se vivessimo all’interno di una astronave della Cultura.
Nel mentre arriviamo ad un rudere abbandonato che non ha molto l’aria del ristorante, ma è perché abbiamo seguito Davide che non sa la strada invece di Fulvio.
Arrivati a Vaglio Serra, scopriamo che è ancora presto. Mentre facciamo un giretto per il paese e Iguana fotografa la ruggine Davide ci spiega: 1) La differenza fra Langhe e Monferrato 2) Tre possibili teorie sull’origine del nome Monferrato 3) Perché in questa zona ci sono molti paesi coi doppi nomi 4) Ogni scarafone è bello a mamma sua, ma se sei un entomologo di fama mondiale a tua madre gli scarafoni non piacciono lo stesso. Finito il giro con sguardo sulla vallata e profezia post-apocalittica è ora di andare a mangiare.
Sul menù lascerei la parola a Davide, perché non ho mica capito se il civet sia un uccello o un marsupiale e se abbia qualcosa a che fare col caffè che ho bevuto dopo. Comunque ordiniamo un tris di primi – ottimi, come del resto il secondo e il dolce al cioccolato con crema di menta, per non parlare del vino.
Discutiamo variamente di fantascienza, qualcuno ancora non ha visto la LUCE su M John Harrison, di comics, della convention a cui è stato Fulvio la settimana precedente, con una esposizione di piedistalli per spade laser, della discriminazione o meno subita dai nerd, della fantascienza in Italia e dei lettori di Urania, e in generale politica universo e tutto quanto. Iguana ha anche portato tre libri in regalo – due son belli ma li ho letti il terzo parla del processo alla Juventus. Sarebbe stato l’ideale per Orlando, ma lui non c’è così ce lo giochiamo io e Elvezio (granata pallidi) ma glielo lascio quando mi rendo conto che degli atti del processo non mi interessano molto, io la Juve la odio sulla fiducia.
Due bottiglie dopo arriva anche il momento di caffè e ammazzacaffè. Fulvio che non ha forse chiaro quest’ultimo concetto vorrebbe ordinare un cappuccino(!) e berlo dopo il liquore, ma lo facciamo rinsavire.
Il Laphroaig è quel tocco di classe che conclude ottimamente il pasto.
Visitiamo poi una cantina sociale, dove io e altri due figuri il cui nome non ripeto assaggiamo ripetutamente tutto il vino che ci finisce tra le grinfie mentre gli altri continuano i loro discorsi intellettuali.
Inizia a piovere, ci si sposta a casa di Fulvio e si continuano i discorsi, fino a che è ora di andare.

25 ottobre 2010

Urania & Me


picture by Franco Brambilla.
Visto che altrove mi si accusa di odiare Urania e di non perdere occasione di darle contro, e dato che non mi interessa mettermi a disquisire sulla correttezza di certe affermazioni (che del resto ormai la mia opinione è viziata dal pregiudizio), mi limito a elencare qualche dato.
Questo il capo d'accusa :
"…nella foga di combattere il Grande Nemico del Fantastico Italiano (vale a dire quella meschina di Urania, Madre di Tutti i Mali), ti sei lanciato a testa bassa contro chiunque ti capitasse a tiro. Inutile fare l’elenco delle persone che hanno collaborato o pubblicato su Urania nell’ultimo anno e che sono finite nel tritacarne, il che rende comunque ormai prevedibili le tue prese di posizione. Ciò che continuo a non spiegarmi è l’ostinazione, che ha assunto i modi e le dimensioni di una vera e propria campagna."

Partiamo con l'esaminare quante volte io abbia parlato dei romanzi o delle antologie pubblicate da Urania e dintorni (Urania, Urania Collezione, Urania Millemondi, Epix) e di come mi sono espresso al riguardo.
Va bene se prendo come periodo di riferimento gli ultimi due anni?
Da gennaio 2009 a ottobre 2010 ho parlato di 26 volumi editi nelle summenzionate collane (27 se consideriamo che il romanzo di Alastair Reynolds è stato diviso in due volumi).
Di queste recensioni, 15 sono state positive, 5 sono state neutre e 6 sono state negative.
Qui di seguito trovate l'elenco dei link, con riferimento agli autori o ai titoli delle antologie. Un segno + sta per recensione positiva, un segno = sta per recensione neutra, mentre un segno - sta per recensione negativa:

Febbraio 2009:
Ken MacLeod = / Robert J. Sawyer +

Marzo 2009:
Joe Haldeman + / Jacques Spitz +

Aprile 2009:
Dario Tonani =

Maggio 2009:
Walter Tevis + / Ken MacLeod =

Luglio 2009:
Robert J. Sawyer + / Mauro Antonio Miglieruolo -

Settembre 2009:
Bad Prisma -

Ottobre 2009:
Ken MacLeod + / L'altra faccia della realtà + / Arthur C. Clarke +

Novembre 2009:
Francesco Verso -

Dicembre 2009:
Samuel Marolla + / Alastair Reynolds -

Gennaio 2010:
Vittorio Catani -

Febbraio 2010:
Anthony Boucher + / Joe Haldeman +

Aprile 2010:
Cordwainer Smith +

Maggio 2010:
Greg Egan + / Nicoletta Vallorani -

Luglio 2010:
Robert Silverberg =


E questo è per sottolineare come non perda occasione di parlar male delle proposte uraniche. (Tra l'altro qualche mese fa ho anche suggerito ai lettori del blog di acquistare e leggere il numero di Urania dedicato a John Harrison, non male per chi viene accusato di promuovere una campagna anti-urania.)



Andiamo avanti.
Oltre a parlare dei singoli volumi usciti per Urania e dintorni, nel corso degli anni ho discusso anche del ruolo avuto da Urania nel definire la percezione della fantascienza in Italia.
In quell'ambito sono stato molto critico nei confronti della rivista Mondatori. (i link sono qui: 1, 2, e 3).
Nonostante quel che pare essere un'opinione diffusa, in nessuna di quelle occasioni ho avanzato alcuna critica agli attuali curatori di Urania. Anzi, mi pare di aver esplicitamente scritto come nessuna colpa possa essere imputata a Giuseppe Lippi o a Sergio Altieri, che sono convinto facciano del loro meglio nei rispettivi ruoli.

Però è vero, tra gli oltre 300 post di questo blog, in quello scritto in data 25 agosto 2010, ho effettivamente criticato lo staff di Urania per i tagli che vengono praticati sui romanzi originali pubblicati dalla rivista. Giudicate voi quanto nelle mie parole siano ravvisabili "… toni sgradevoli […] nel loro voler apparire persuasivi e accondiscendenti mentre tra le righe serpeggiavano accuse di incoerenza, disonestà e opportunismo.".

Questo è quanto.
Aggiungo solo una postilla personale. Credevo di avere le spalle abbastanza robuste da sopportare qualsiasi polemica si potesse scatenare sul mio operato in rete. Nel corso degli anni ho assistito e partecipato ad alcuni momenti davvero terribili che hanno riguardato la vita e le relazioni della comunità fantascientifica nostrana. Ma mai mi era successo di percorrere quella che sembra essere una strada senza ritorno nei rapporti con una persona che ritengo tuttora una delle migliori tra tutte quelle che si occupano di fantascienza in Italia. Persona che per anni ho considerato uno dei miei più cari amici, dentro e fuori il fandom.
Non so come questa storia andrà a finire.
Però è davvero dura da mandar giù…

20 ottobre 2010

Letture luglio/agosto 2010 - terza parte


Picture by Iguana Jo.
Carlo D'Amicis - Escluso il cane
Qualche post fa parlavo di romanzi fighetti, intendendo con questo termine quelle opere in cui la presunzione dell'autore (che questa sia ideologica, artistica o retorica ha in fondo poca importanza) impedisce al lettore di godere appieno del libro che ha tra le mani.
Escluso il cane rientra a pieno titolo in questa definizione.
Ci rientra perché l'autore piega qualunque pretesa di realismo all'esigenza primaria di comporre un'opera fortemente ideologizzata.
Ci rientra per la presenza di un protagonista caratterizzato solo per i suoi difetti, che si vorrebbero magari surrealmente divertenti, ma che alla lunga risultano solo irritanti.
Ci rientra per la sovrabbondanza di spunti problematici - ma tanto, troppo, ammiccanti - che l'autore innesta nel corpo del romanzo senza un approfondimento degno di questo nome (la relazione del protagonista con il suo compagno, con la madre, con il commercialista; la moglie e la figlia del dottore; il sottobosco criminale; lo stesso cane del titolo).

In effetti per quanto l'idea forte del romanzo (il fondamentalismo de noatri, la fede dogmatica, il cinismo cattolico romano) sia condivisibile e apprezzabile, non è certo sufficiente a tenere in piedi un romanzo che stenta a reggersi sulle esili gambe della trama giudiziaria da una parte e del romanzo di formazione dall'altra. Se poi a questi difetti si aggiunge l'idea, non so se dell'editore o dell'autore stesso, di presentare Escluso il cane come un romanzo spiritoso, quando il presunto umorismo tende invece al patetico, si arriva forse a capire la delusione provata da questo lettore.
Un'ultima nota sulla scrittura di Carlo D'Amicis. La scelta di uno stile personale è sempre apprezzabile, non m'era però mai capitato di imbattermi in una tale quantità di parentesi all'interno di un romanzo. Arrivato a fine lettura posso dire che utilizzare l'inciso come unico tratto caratterizzante la propria scrittura non mi pare sia stata una scelta troppo felice.


Stephen King - Shining
Per la lettura di Shining devo ringraziare Elvezio Sciallis, che sulle pagine di Malpertuis ha invitato i suoi lettori a una discussione sul romanzo.
Con l'eccezione della saga della Torre Nera, che sto leggendo in questi mesi, la mia esperienza con i romanzi di Stephen King risale a parecchi anni fa. Avevo più o meno vent'anni quando lessi una manciata dei suoi romanzi. Ma Shining ancora mi mancava. Del resto avevo visto il film, quindi…

La storia della famiglia Torrance credo sia ormai nota ai più. Ma leggerla nella sua versione originale è stata comunque una piacevole esperienza.
Tra le note positive del romanzo c'è l'indubbia capacità di Stephen King di far crescere la suspance, dosando perfettamente gli avvenimenti, calibrando al millimetro i momenti di tensione e sviluppando la storia in un crescendo vertiginoso fino alla risoluzione finale della vicenda.
Certo, l'inizio può apparire un po' lento, quasi traballante nel suo incedere sincopato, due passi avanti e un'occhiata al passato, una sosta di riflessione e uno sguardo laterale. Ma poi la vicenda ingrana, le pagine scorrono veloci, l'azione si fa incalzante.
In effetti un dubbio mi ha accompagnato per buona parte della prima metà del romanzo: se le mie aspettative, in qualche modo frustrate dal passo estremamente lento del racconto, dipendessero dalla conoscenza pregressa di quel che sarebbe successo più avanti. Tanto da non vedere l'ora di assistere alle vicissitudine dei Torrance alle prese con l'Overlook Hotel per partecipare - finalmente! - all'esplosione delle relazioni tra i vari personaggi.

Tra i difetti di Shining vanno evidenziati la ricorsività di certe immagini, che se da un lato costituiscono un legame tra le varie fasi dell'evoluzione dei personaggi (penso per esempio alle vespe, reali o metaforiche, che accompagnano il lettore per tutto il romanzo, o all'alcolismo come epitome di ogni dipendenza, al cui riferimento non sfugge alcun personaggio), dall'altra risultano fin stucchevoli nella loro meccanicità.
Se l'abuso di certe immagini e situazioni appesantisce il passo del romanzo, quello che secondo me è il difetto principale di Shining rimane l'ambiguità con cui King tratta la degenerazione di Jack Torrance. O, per meglio dire, la risoluzione dell'equivoca ambiguità in cui l'autore infila a forza il suo protagonista.
La discesa di Jack Torrance nell'inferno della paranoia è resa magistralmente. Il lettore assiste impotente e partecipe alla progressiva distruzione di ogni freno inibitore alla furia atavica che lo contraddistingue. Stephen King è molto abile a centellinare ogni informazione che possa far luce sulle cause e le motivazioni che muovono il suo protagonista. Proprio per questo motivo non si capisce perché l'autore non riesca - o non voglia - fare il passo definitivo e condannare Jack alla sua dannazione personale, e decida invece di attribuire ogni responsabilità delle sue azioni allo spirito oscuro che domina l'Overlook.
Quanto sarebbe stato più potente e disturbante l'immagine di un padre che insegue il figlioletto sapendo benissimo quel che sta facendo?
Io credo che per la redenzione finale di Jack Torrance siano intervenuti un paio di fattori non secondari. A me piace pensare che la sovrapponibilità biografica tra autore e personaggio deve aver costituito un legame non facile da tagliare, ma poi, più razionalmente, penso alla considerazione, tutt'altro che marginale, sulla commerciabilità della sua narrativa, che Stephen King ha sempre avuto ben chiara nella sua carriera. Dopotutto un finale che limita il coinvolgimento morale del lettore ai minimi termini è decisamente più consolante - e quindi vendibile - di uno che chiede allo stesso lettore di mettere in dubbio le proprie certezze riguardo certi legami famigliari.
E poi naturalmente c'è sempre la possibilità che, con certe premesse, quello fosse l'unico risultato possibile. Del resto non ricordo di aver mai visto Stephen King muoversi al di fuori di una gabbia morale decisamente polarizzata e riconoscibile. Non per nulla i sui personaggi più memorabili si situano sempre in quella fascia d'età compresa tra l'infanzia e l'adolescenza, in cui etica e morale sono perfettamente sovrapponibili e il dubbio si limita all'aspetto più superficiale di qualsiasi scelta.

In ogni caso Shining, pur letto a oltre trent'anni dalla sua pubblicazione, rimane tuttora una lettura piacevole.
Forse soprattutto per chi, come me, pratica il genere horror solo lateralmente e nemmeno troppo spesso.

14 ottobre 2010

Venti canzoni


Picture by Iguana Jo.
Le regole del gioco le ha stabilite Davide qui. Io ci ho messo più di due settimane a sfornare l'elenco che segue: scegliere solo venti canzoni è stato più difficile di quanto credevo (non so più quante volte ho riscritto la lista in questi giorni, e se dovessi riscriverla domani sarebbe ancora diversa).
Ma non posso rimandare oltre, quindi bando agli indugi e via che andiamo.
In rigoroso ordine alfabetico questi sono i venti 45 giri virtuali che non mi stanco mai di ascoltare:

AC/DC - Highway to Hell / Back in Black
Gli AC/DC sono stati il primo gruppo capace di far tremare le casse del mio registratore. Il primo per cui ricevevo pressanti richieste di abbassare il volume. Per molti anni ho smesso di ascoltarli, ma mio figlio li ha appena scoperti. Bon Scott è ancora capace di tenerci buona compagnia.

David Bowie - Space Oddity / Heroes
Anche Bowie arriva diritto dritto dalla mia adolescenza. Ma certe canzoni non le scordi più.
Queste due rimangono tuttora tra le mie preferite.

Nick Cave - The Mercy Seat / Babe, I'm on Fire
Il fantasma di Nick Cave mi perseguita da anni. E sono anni in cui la sua musica è stata un continuo crescendo. Ho scelto The Mercy Seat per la sua carica devastante, Babe, I'm on Fire perché nonostante il disco da cui provenga non sia certo memorabile, la progressione di questo pezzo lo è alla grande.

The Clash - London Calling / White Riot
Difficilissimo scegliere un pezzo, forse ancor più complicato sceglierne due. Ma tant'è. Ecco i Clash.

Eddie Cochran - Summertime Blues / C'mon Everybody
Da qualche parte bisogna pure cominciare. E la musica di Eddie Cochran era la più sporca e cattiva tra i rocker delle origini.
Energia grezza.

Dresden Dolls - Coin-Operated Boy / Girl Anachronism
I Dresden Dolls sono in questo elenco in rappresentanza della musica che ascolto di più in questi ultimi tempi, Se la sono giocata con una delle varie incarnazioni di Jack White e con i Gogol Bordello. Ha vinto Amanda Palmer, ma è stata dura.

Jimi Hendrix - Voodoo Child / Crossroad Traffic
Uno spazio per Jimi Hendrix ci sarà sempre, dovunque e comunque. Questa è storia.

Nirvana - Smell Like Teen Spirit / Come As You Are
Nevermind è stato il primo CD che ho comperato quando mi sono finalmente potuto permettere uno stereo. Una boccata d'aria fresca (si fa per dire) in un periodo in cui facevo fatica a trovare la strada giusta.

Pearl Jam - Rearviewmirror / Once
I Pearl Jam mi hanno regalato uno dei migliori tre concerti della mia vita e tra tutti i loro pezzi Rearviewmirror è la canzone a cui sono più affezionato. Per la B-Side la scelta è stata difficile. Ma Once è il primo pezzo del loro primo disco. E chi ben comincia…

Pink Floyd - Hey You / Wish You Were Here
Ho imparato l'inglese con i testi di The Wall. Anche se ormai li ascolto di rado, e più i primi dischi degli ultimi, un posticino per i Pink Floyd lo dovevo trovare.

Otis Redding - Try a Little Tenderness / (Sittin' on) The Dock of the Bay
Il Rythm & Blues, il Funky, il Soul, sono diventati una parte dei miei ascolti sempre più importante nel corso degli anni. Se il rock nel mio immaginario è rabbia ed energia, la musica nera è passione e godimento. Scegliere un solo autore o una sola canzone è impossibile, ma citare Otis Redding è obbligatorio.

R.E.M. - Everybody Hurts / The One I Love
Di certo i R.E.M. hanno composto canzoni più significative delle due che ho scelto. Ma a queste sono particolarmente legato, Bei ricordi, bella gente, ottima musica.

Sam & Dave - Hold on, I'm comin' / Soul Man
Hold on, I'm comin' risale al 1966 (gran bell'anno, lasciatemelo dire!) e non ha niente del suono patinato tipico Motown che ha dominato la scena R&B negli anni successivi, suono ed etichetta cui si deve il successo della musica nera tra noi visi pallidi. Sono tutt'ora molto grato ai fratelli Blues che me l'hanno fatta scoprire.

Sly and the Family Stone - If You Want Me to Stay / Underdog
Avrei potuto mettere in lista qualche pezzo di Prince, o di James Brown. Ho scelto Sly and the Family Stone per le buone vibrazioni che non smettono di trasmettermi.

Patti Smith - Dancing Barefoot / Because The Night
Patti Smith come i Clash come Nick Cave come Tom Waits è tra i pochissimi artisti che non ho smesso un attimo di ascoltare negli ultimi vent'anni. Scegliere un pezzo o due è una tortura. Beccatevi questi che mi permettono di infilare di soppiatto anche qualcosa del Boss nel mucchio.

Sonic Youth - Teen Age Riot / Sugar Kane
I Sonic Youth sono nell'elenco più per meriti assoluti, che per le singole canzoni scelte. Nel loro caso faccio fatica a isolare un brano dall'impatto complessivo di ogni singolo disco. Per me i Sonic Youth hanno rappresentato la scoperta delle qualità del rumore e il piacere della distorsione. Se devo pensare a un suono che abbia segnato il cambio di millennio, io penso a loro.

Stiff Little Fingers - Alternative Ulster / Tin Soldiers
Fino a pochi anni fa non avevo mai visto gli Stiff Little Fingers dal vivo. Vedere questi pimpanti cinquantenni ancora carichi, divertiti e divertenti, alle prese con le canzoni che hanno formato il mio gusto per questo tipo di sonorità è stata una specie di rivelazione. Provenendo da una terra altrettanto divisa, Alternative Ulster è un inno che m'è venuto facile far mio.

Suicide - Ghost Rider / Frankie Teardrop
La fantascienza che amavo (e che tuttora fa battere il mio cuore) fatta musica. È noto che William GIbson ai tempi di Neuromante ascoltava gli Steely Dan, ma per me il suono dello Sprawl è quello dei Suicide. Shock e poesia, anche senza chitarre.

U2 - One / The Unforgettable Fire
One è La canzone. Forse l'unica in questa lista per cui non ho avuto alcun dubbio. In One c'è tutto. Ma se per voi mancasse qualcosa, lo trovate in The Unforgettable Fire.

Tom Waits - Ol' 55 / San Diego Serenade
Negli oltre quarant'anni di carriera Tom Waits ha attraversato tutto lo spettro sonoro, dal pop al rumore, dal blues all'avanguardia, dal piano alle percussioni. Difficile decidere qual è il mio Tom Waits preferito. Ho deciso di puntare al passato, un po' per l'innegabile nostalgia, un po' perché certe canzoni viaggiano da troppo tempo insieme a me per poterle ignorare.


OK. È tutto. Ma che fatica!

Prossimamente le grandi assenti: le venti canzoni italiane che hanno fatto la (mia) storia. Iniziate a preparare le vostre liste!

06 ottobre 2010

Inception


Originally uploaded by BestLife Movie.
Certo che con un blog che si occupa per gran parte del suo tempo di fantascienza e dintorni diventa quasi obbligatorio spendere due parole su Inception. La sfida è riuscire a scrivere qualcosa di minimamente originale, capace di offrire qualche spunto in più a chi a proposito del film a ha già letto di tutto, a chi si appresta a vederlo e a chi invece si diverte a discuterne. Non so se ci riuscirò. Poi mi direte.

Il film è pazzesco. Ogni commento positivo letto in giro è giusto e sacrosanto. Non per niente quando siamo usciti dal cinema la prima reazione è stata verificare se avessimo una qualche trottola in tasca, che non si sa mai.
Però l'esaltazione immediata che un film come questo suscita non è sufficiente a spegnere qualche domandina fastidiosa, che non ha smesso di riecheggiare in sottofondo per tutta la visione della pellicola.
Lo so, ora mi beccherò del rompipalle integralista e pure un po' ossessivo, però… oh… quando una cosa non la capisco io chiedo.

Mettiamola così. Christopher Nolan è stato bravissimo a costruire un meccanismo narrativo in grado di avvolgere lo spettatore, sia sul piano della complessità apparente della trama (e ci voleva, vista la media da cerebrolesi del cinema popolare che va per la maggiore di questi tempi), sia al livello zero del bombardamento sensoriale, sia - e questa mi pare una novità nel cinema dell'autore britannico - dal punto di vista emozionale.
Sui meriti tecnici di Inception si son già spesi fiumi di byte. La sceneggiature, il montaggio, la messa in scena. Tutte cose formidabili. Stupore e meraviglia conducono lo spettatore per mano fino al degno finale. La struttura stessa del film è talmente coinvolgente che diventa difficile rimanere sufficientemente lucidi e distaccati da notare le incrinature nella costruzione del cinema-sogno nolaniano.

Ma anche se non pregiudicano l'immediato godimento del film, le piccole crepe colte durante la visione di Inception mi hanno lasciato un senso di prurito addosso. E cosa c'è di meglio di un blog per grattarsi via i dubbi?

I bambini.
La presenza dei figli dei Cobb non mi ha convinto fin dalla loro prima comparsa in scena. Per due motivi fondamentali. Tirare in ballo i fanciulli quale motore emotivo di un film è scelta troppo facile. Mostrarceli poi sempre soffusi nei toni blurrati e giallastri tipo nostalgia anni '70, non fa che acuire il senso di incredulità che li circonda. Avendo però a che fare con un regista che fa della complessità un suo punto di forza questa scelta m'è sembrata - almeno inizialmente - volutamente ingannatrice. Quando s'è rivelata effettivamente vera l'esistenza dei pargoli ha rischiato da sola di uccidere tutta l'intricata costruzione del film.
Anche perché quale genitore si ritira da solo nel mondo dei sogni - con tutte le conseguenze del caso - con due frugoletti come quelli che fanno palpitare il cuore di Dom DiCaprio Cobb?

La paranoia.
Ci sta che il gruppo di estrattori capeggiato da DiCaprio sia attivamente ricercato, però ecco, l'inseguimento a Mombasa non fa che confermare la teoria di Mal sugli illusori livelli di realtà (che btw era convincente al punto giusto). Ma questo è un dettaglio critico indotto dalla mia, di paranoia. Non fateci troppo caso.

Il quoziente di letalità dei proiettili.
Non se qualcuno di voi la fuori ha letto Scusate il disturbo di Christopher Brookmyre (se non l'avete fatto, fatelo. Mi ringrazierete). In quel romanzo compare una riflessione che riguarda l'uso delle armi da fuoco nei film d'azione che condivido al 100% e che vi voglio riproporre.
In questo dialogo con la signora Laurence, sua ex-prof d'inglese al liceo, parla il protagonista, Ally McQuade:
" - … Tutte le teorie volano dalla finestra quando guardo un film. Io voglio lasciarmi prendere dalla storia, i cliché la rovinano, ma le convenzioni fanno parte del gioco.
- La sospensione dell'incredulità.
- Già. Qualcosa del genere. Sono pronto a mandar giù qualunque cosa, basta che il film rispetti un certo quoziente di letalità dei proiettili.
- Cioé?
- Ogni film d'azione stabilisce i propri canoni sulle armi da fuoco. In alcuni, ogni proiettile è potenzialmente letale. Persino il vecchio colpo alla spalla può sembrare pericolosamente vicino al petto. In altri, invece, le mitragliatrici sembrano le armi più innocue mai costruite dall'uomo. Per chiarire, a un'estremità dello spettro ci sono i film di Tarantino. Al di là della loro reputazione, lì non si spara molto, per cui quando qualcuno spara, fa sul serio, e di solito il proiettile è mortale. Un alto quoziente di letalità dei proiettili.
All'altro estremo ci sono i film di John Woo: miliardi di proiettili che colpiscono soltanto il vetro. Un basso quoziente di letalità dei proiettili. In un film a quoziente alto, se il cattivo prende di mira qualcuno, ci si devono aspettare litri di ketchup. In un film a quoziente basso, sarà solo una giornataccia per il portiere. A me stanno bene entrambi i tipi, purché le regole vengano seguite come si deve.
" (Scusate il disturbo, Meridiano Zero, traduzione di Vittorio Curtoni)

Con queste premesse Inception pare un film totalmente sballato, con un quoziente di letalità dei proiettili tanto incoerente da risultare indigesto. Sarà un dettaglio, ma per me è un dettaglio capace di compromettere il piacere della visione.
Oltretutto, vedere questi geek del sogno trasformarsi in tiratori scelti, in sciatori provetti, in quelli che a tutti gli effetti sembrano piccoli emuli del miglior James Bond, m'è parso un filo eccessivo. OK che saran cresciuti a pane e PS3 e che dal punto di vista dello spettacolo tutto funziona perfettamente, però…
(Poi è anche vero che se il sogno è mio, me lo gestisco io. Superpoteri, sparatorie e tutto.)


Fortunatamente tutti questi pruriti - che forse condividete, o magari no - non mi impediscono affatto di godere del piacere che comunque un film del genere mi procura. Solo ne avrei voluto di più, e di meglio.
Come dicevo all'inizio del post, queste non sono critiche che intaccano la sostanza di Inception, che rimane un gran bel giocattolo cinematografico, uno di quei film da rigirarsi tra le mani per vedere ogni volta un dettaglio diverso e allo stesso tempo una pellicola capace di proiettarmi in un'altra realtà. Dopotutto essere sommersi da alluvioni sensoriali di tal portata è un po' il motivo che ci porta al cinema.

O no?

05 ottobre 2010

La notte dell'iguana vivente

L'ho già scritto. Per me settembre è il mese più duro dell'anno. Ma ora (finalmente!) è finito e pur con qualche affanno sono in netta ripresa.
Per risollevare definitivamente le sorti di questo povero rettile ci voleva proprio un appuntamento come La notte dell'iguana vivente.
Cosa c'è di meglio che incontrare qualche amico per un pranzo a base di cibo e beveraggi e chiacchiere (più o meno) fantastiche?
L'appuntamento è fissato per sabato 16 ottobre. Tutti i dettagli li trovate qui.
(lo so lo so, in realtà la notte sarà un mezzogiorno di fuoco, però il giorno è lungo e la notte inevitabile)

Ci si vede tra le colline piemontesi!

(Non so chi sia l'autore della foto qui sopra. Me l'ha girata un amico che dovrebbe averla recuperata dal sito del National Geographic. Dovesse saltar fuori il nome del fotografo non mancherò di aggiornare i relativi crediti.)

04 ottobre 2010

Letture luglio/agosto 2010 - seconda parte


Picture by Iguana Jo.
Geoff Dyer - Paris Trance
Ma che libro inutile Paris Trance. Non so nemmeno più cosa mi ha attirato verso questo volume, forse un equivoco sul nome dell'autore, forse la fiducia nell'editore (finora Instar non mi aveva mai deluso). Se ho deciso di leggerlo quest'estate, dopo anni di limbo sullo scaffale dei libri in attesa di lettura, è stato per prepararmi alla nostra vacanza francese, probabilmente a causa del titolo e del bugiardino. Di sicuro mi aspettavo qualcosa di più.
In questo romanzo si raccontano le vite di quattro tizi di cui non mi sarebbe potuto importare meno, delle loro chiacchiere a proposito di cinema e altre amenità, del loro perdere tempo da stranieri a Parigi senza nulla di interessante da comunicare. Il tutto condito con qualche scena di sesso e un sacco di buchi nei momenti potenzialmente più interessanti, con immagini potenti e retoriche gettate in faccia al lettore senza alcuno sforzo di approfondimento (il cervo sanguinante, cazzo!), e un senso di progressiva noia e irritazione man mano che si procede nella lettura.
Se mai m'è capitato di leggere un romanzo fighetto, e per romanzo fighetto intendo quel genere di libro in cui l'autore fa di tutto per convincerti di essere migliore di lettore e personaggi, forte di premesse valide solo nella sua testa (che queste siano il suo presunto talento d'autore, il contenuto imprescindibile del suo testo o la qualità della sua scrittura, è un dettaglio irrilevante al fine del risultato) sbattendosene allegramente di ogni altro aspetto del suo operato, beh… Paris Trance è quel romanzo.


Jonathan Lethem - Chronic City
L'ho già detto quanto ammiro e rispetto Jonathan Lethem? Chronic City è l'ultimo tassello in un percorso che mi pare sempre più chiaro e delineato, che parte dalla fantascienza e arriva alla ridefinizione del quotidiano, passando per il recupero della memoria e il tentativo mai concluso di riconciliare gli opposti aspetti della nostra realtà condivisa.
In Chronic City si assiste al mirabile equilibrismo di Chase Insteadman, ex ragazzo d'oro della televisione americana, preso in mezzo tra tensioni controculturali e sfoggio di potere, tra la vita di strada e quella di Park Avenue, in una città, New York, presa d'assalto da forze incomprensibli e preda di se stessa.
Jonathan Lethem cerca l'ennesima sintesi tra arte e vita, tra ideale e pratica, tra conoscenza e pregiudizio, cercando di accostarsi al potere che muove le cose senza rimanerne soffocato. E lo fa con un garbo e un'umiltà inconsueta, con una compassione per il destino dei suoi personaggi che non diventa mai patetica o paternalista, che vira anzi verso un'apparente freddezza, per rendere accessibile al lettore una zona del disastro che risulterebbe altrimenti insopportabile.
In effetti nella New York messa in scena da Jonathan Lethem mi pare riecheggi molto dello spirito catastrofico ballardiano, con una differenza fondamentale: tanto le rappresentazioni dell'autore inglese erano cliniche, glaciali e distaccate, tanto quelle dell'americano risultano emozionanti e partecipate. Come se Lethem avesse deciso di esplorare la zona dall'interno, rifiutando il ruolo di semplice osservatore, cercando come Ballard di penetrare i meccanismi del spazio interno ribaltandoli nell'architettura della città e nelle relazioni tra i suoi abitanti, ma lasciando che l'umanità randagia delle sue storie sporchi (e arricchisca!) il panorama, piuttosto che offrircene uno spaccato documentaristico scevro di ogni possibilità di redenzione.
Chronic City è un racconto sul destino della nostra civiltà, sulle contraddizioni che la mantengono al limite dal suicidio, a guardare il cielo, a riconoscere uno schema, e quindi a costruirci sopra, costi quel che costi.
Chronic City è un tentativo di sopravvivenza.

27 settembre 2010

Weird Tales in italiano?


La settimana scorsa mi è arrivata la consueta newsletter dalla Wildside Press, editore americano di Weird Tales.
Tra le altre cose riportava, non troppo evidenziata, questa succosa notizia:
"An Italian-languaged edition of Weird Tales will be appearing soon, so international readers will have another option in months to come."

Ho provato a fare una rapida ricerca in rete ma tutto tace.
Voi ne sapete qualcosa di più?

21 settembre 2010

Giallo vs. Fantascienza


Picture by Iguana Jo.
La settimana scorsa tutto il mio (poco) tempo libero dedicato alla rete se n'è andato in una lunga e accesa discussione sulla Mailing List di Fantascienza (FML) che partendo dai tagli ai romanzi pubblicati da Urania è arrivata - inevitabilmente, visto che sull'argomento non riesco a proprio a tacere - a parlare di come la rivista mondadoriano abbia contribuito a plasmare la fantascienza italiana.

Tra i vari spunti dibattuti in lista la questione "giallo vs fantascienza" merita un trattamento privilegiato, perché in effetti è l'argomento che più spesso viene evocato per respingere la mia tesi secondo cui l'ingombrante presenza di Urania in edicola ha di fatto impedito il formarsi di una nuova generazione di lettori di fantascienza frustrando ogni tentativo editoriale che si proponesse di (ri)portare il genere in libreria (per approfondire ecco i soliti link: 1, 2 e 3).

Scrive Paolo:
"Alla fantascienza manca tutto quell'hype, quella carica e massa critica che invece ha avuto il giallo. Che pure, da narrativa di genere, piena di personaggi improbabili e maggiordomi assassini, è diventato ben accetto non solo dai lettori abituali, ma pure da tutti gli editori.
Chi ha decretato il successo del /giallo/ in Italia? I lettori del giallo mondadori che chiedevano più qualità? Sandrone Dazieri, se non ricordo male un incontro da Tecla, diceva che il lettore del GM è tradizionalista come (più) di quello di Urania, e se gli proponi un qualcosa di strano, innovativo, etc, te lo tirano dietro.
Ma allora, da dove arrivano i lettori e le collane da libreria?"


Perché dunque al giallo è riuscito il salto dall'edicola alla libreria, e alla fantascienza no? Perché il genere giallo ha mantenuto, se non accresciuto, il suo parco lettori e invece noi che leggiamo fantascienza siamo una specie in via d'estinzione?
Provo si seguito ad abbozzare una risposta. Ogni ulteriore elemento è come sempre benvenuto.

Sono convinto che il successo del giallo presso il pubblico generalista dipenda da quelle caratteristiche intrinseche al genere che lo rendono lettura decisamente più accessibile di quanto succeda generalmente con qualsiasi opera fantascientifica.
Nel genere giallo il lettore ha a che fare con una realtà che non richiede nessuna particolare collaborazione da pare sua per essere compresa, un ambiente che per quanto possa essere lontano (geograficamente, socialmente, culturalmente) mantiene intatti e comprensibili la maggior parte dei riferimenti.
L'approccio del lettore ad un'opera fantascientifica è in genere decisamente più complesso. Una storia che si svolge in un'altra realtà, per quanto quest'ultima possa essere legata a quella condivisa dal lettore, lo costringendo comunque a ricalibrare i sui parametri e ad esercitare uno sforzo di comprensione maggiore del suo omologo lettore di gialli.

Altro elemento che agevola il consumo di letteratura gialla e che rende i suoi romanzi tra le letture più rilassanti e scacciapensieri - di fatto l'unica letteratura popolare sopravvissuta al nuovo millennio (insieme a quella rosa) - è l'estrema canonicità di storie, personaggi, ambienti.
Le trame caratteristiche delle storie gialle, procedendo immancabilmente verso una conclusione definitiva, che riporta ordine partendo da una situazione caotica, sono di fatto conservative e consolatorie.
Non che storie di questo tipo non siano tipiche anche di molta fantascienza. La differenza fondamentale sta però nell'impossibilità per il lettore di stabilire a priori il canone cui si rifà quella determinata storia fantascientifica.

Per aggiungere difficoltà a difficoltà si aggiunge anche il linguaggio, che per molta della fantascienza attuale è legato a doppio filo con le frange più d'avanguardia e speculative di scienza e tecnologia, che spesso necessitano di un alfabeto - o almeno di un lessico - non sempre condiviso con il lettore generalista.

Detto in altre parole, la fantascienza, al contrario del giallo, non è più letteratura popolare.
La fantascienza è diventato un genere letterario che può soddisfare solo una nicchia del pubblico dei lettori. Trattarlo, qui e ora, nel 2010, come se i suoi numi tutelari fossero ancora Asimov, per i lettori di bocca buona, e Dick, per quelli più sofisticati, significa aver perso di vista quello che il genere sta offrendo ai suoi lettori nel resto del mondo. Significa ignorare l'esistenza potenziale di un pubblico che non sa nemmeno cosa si sta perdendo. Significa soprattutto aver chiuso gli occhi al futuro, ed essere destinati per questo al suicidio editoriale.

14 settembre 2010

Intervallo


Picture by Iguana Jo.
Avrei dovuto proseguire l'elenco delle mie letture estive. Avrei voluto parlare di qualche film visto di recente e discutere di un paio di cose che mi continuano a ritornare in mente.
Ma siamo a settembre che dal punto di vista lavorativo è il mese peggiore dell'anno. Come se non bastasse mi sono lasciato coinvolgere in una discussione su voi-sapete-cosa all'interno della Mailing List di Fantascienza.
Insomma, se capitate da queste parti alla ricerca di qualche nuovo post o per discutere di qualche lettura o semplicemente perché non avevate niente di meglio da fare, beh… portate pazienza.
Prima o poi dovrei riuscire a postare qualcosa di nuovo.

03 settembre 2010

Letture luglio/agosto 2010 - prima parte


Picture by alchimilla.
Terry Pratchett - Il prodigioso Maurice e i suoi geniali roditori
Terry Pratchett è uno di quei nomi che mi perseguita da quando sono sbarcato in rete e ho potuto annusare l'aria che tira tra gli appassionati di fantasy e fantascienza britannica. Leggevo le note che seguivano l'uscita dei vari romanzi con un misto di invidia e curiosità e non vedevo l'ora di poter metter le mani su qualche romanzo dell'autore inglese.
Quando però m'è capitato di leggere qualcuna delle prime traduzioni sbarcate in Italia, l'entusiasmo è via via calato. Sarà dipeso sicuramente dalla difficoltà di rendere nella nostra lingua la ricchezza di riferimenti e giochi di parole dell'inglese di Pratchett, ma alla lunga il suo umorismo, per quanto gradevole, tendeva ad annoiarmi.
Poi ho letto Good Omens e le cose sono cambiate: quel romanzo rientra tuttora nella mia personalissima top five dei libri più divertenti io abbia mai letto. Sulla copertina di quel libro, oltre al nome di Pratchett, c'era però anche quello di un tizio che avevo iniziato ad apprezzare dalla sua lunga frequentazione col Signore dei sogni. Forse per questo motivo nel mio giudizio il merito di quel libro se l'è preso in gran parte Neil Gaiman.
Ma il dubbio di aver sottovalutato Terry Pratchett non mi ha lasciato.
Almeno fino a un paio d'anni fa, quando ho finalmente visto la luce sotto forma di agile romanzo per ragazzi. L'intrepida Tiffany e i piccoli uomini liberi è puro genio in abiti da fanciullo. Un romanzo capace di parlare della vita, l'universo e tutto quanto con la grazia di un numero da circo eseguito per pochi intimi. Un capolavoro capace di riabilitare in un sol colpo tutta la dozzinale letteratura fantasy scritta nel mondo nei decenni precedenti.
Ed è normale che dopo un libro del genere mi sia rimasta la voglia di leggerne ancora, di leggerne di più. Il prodigioso Maurice e i suoi geniali roditori sembrava il titolo migliore per ritrovare lo stesso spirito che tanto avevo apprezzato in quel romanzo: meta-fantasy divertente con un occhio di riguardo per i giovani lettori ma nessun compromesso rispetto alla qualità della narrazione.
Diciamolo subito, Il prodigioso Maurice e i suoi geniali roditori non raggiunge le vette de L'intrepida TIffany. Scritta un paio d'anni prima, la storia di Maurice, del suo amico pifferaio e della compagnia di topi con cui viaggiano è servita probabilmente a Pratchett per testare nuovi ambiti d'azione, e preparare il terreno per l'arrivo della ragazzina in cerca del fratellino scomparso. Ma non di meno Il prodigioso Maurice è un ottimo romanzo, che pur giocando con i cliché della favola e del fantasy non si riduce mai a satira o parodia, ma vive di una sua qualità autonoma, non disdegnando una capatina nei dintorni della paura, dell'inquietudine e di una realistica speranza.


Hal Clement - Stella Doppia 61 Cygni
Stella Doppia 61 Cygni è hard-sf d'epca, ma con un gran bel tiro e una miscela di avventura ed estrapolazione scientifica che resiste agilmente, nonostante i suoi quasi sessant'anni, ai rigori del tempo. Non sono un particolare fan della fantascienza rigorosa e ultraortodossa (in senso puramente scientifico) come questa di Hal Clement. L'hard-sf mi interessa di più quando l'estrapolazione scientifica si coniuga alla riflessione sulle ricadute umane del'innovazione tecnologica (vedi Egan e compagnia, tanto per intendersi), ma nonostante tutto Stella Doppia 61 Cygni m'è piaciuto, forse proprio per la sua natura di meccanismo perfettamente oliato e a prova d'errore, senza nessun altro impegno se non quello della fedeltà alle leggi universali della gravitazione.


Jeffrey Ford - La forma dell'ombra
Meraviglie della rete. Questo libro mi è stato spedito da Jeffrey Ford in persona, con tanto di firma autografa, grazie alla generosa intercessione di Marco, che in questo modo mi ha obbligato a leggerlo e a parlarne.
Lo dico subito, La forma dell'ombra non mi ha convinto. Il dubbio è che più degli eventuali difetti del romanzo contino nel mio giudizio le mie idiosincrasie di lettore, che non ne può più di romanzi per adulti con protagonisti che vanno ancora alle elementari e che, per non farsi mancar nulla, hanno pure il loro bel serial killer maniaco del caso.
Andiamo con ordine. La forma dell'ombra parte alla fine di un imprecisata estate intorno alla metà degli anni sessanta e racconta il mistero di un oscura presenza che porta l'angoscia e il terrore nel paese del giovane protagonista, che con i suoi due fratelli cerca di risolvere il problema, rimanendone invece sempre più invischiato, cercando contemporaneamente di sopravvivere alla scuola e ai bulli del paese.
Tralasciando ogni commento sulla traduzione del romanzo (specialmente quella della prima parte, in cui ci sono frasi e situazioni che ho fatto davvero fatica a decifrare) a me pare che il punto di forza della storia sia la resa della famiglia del protagonista. Famiglia che nonostante i suoi evidenti limiti - per tutto il corso del romanzo sarà caratterizzata più per le sue assenze, che non per il suo ruolo di guida e protezione - assurge progressivamente a polo positivo della vicenda in contrapposizione all'ingombrante presenza dell'esterno, la cui ansia di controllo e repressione (che provenga dalla scuola, dal vicinato o dallo stesso uomo nero che perseguita il paese) è il vero ostacolo al bisogno di spazio e autonomia dei ragazzi di cui seguiamo le vicende.
Uno dei punti deboli della vicenda sta nella caratterizzazione e nella gestione del cattivo che, nonostante l'efferatezza dei suoi crimini, appare essere in definitiva assai meno pericoloso dei compagni di classe del protagonista, dimostrandosi soprattutto parecchio stupido, a giudicare almeno da quanto è dato sapere sulle sue scelte e sui suoi comportamenti.
Il difetto sostanziale del romanzo sta però nella decisione dell'autore di tirare in ballo il fantastico per risolvere e chiudere la vicenda.
Su questo punto un approfondimento mi pare obbligatorio.
Credo di essere in grado di accettare qualsiasi evento meraviglioso l'autore decida di propinarmi anzi, l'intromissione del fantastico in una storia apparentemente mainstream è una perversione narrativa che apprezzo molto! A patto però che l'aspetto soprannaturale non sia una semplice stampella messa lì a sorreggere una storia che altrimenti si affloscerebbe.
La forma dell'ombra si situa a metà del guado. Da una lato l'autore sfrutta ottimamente le capacità speciali della sorellina del protagonista per aggiungere prospettive inedite e qualche turbamento alla narrazione, dall'altro c'è la decisione di risolvere il thriller con una scorciatoia (non approfondisco per non rovinare la sorpresa ai lettori) che spegne la storia senza offrire in cambio nulla di indispensabile dal punto di vista della narrazione o di altrettanto potente dal punto di vista emotivo. In mezzo ritroviamo diversi episodi che vorrebbero incuriosire (o inquietare) ma che invece distraggono sia dal realismo esasperato dei rapporti del nucleo familiare del protagonista, sia da un possibile esito esplicitamente fantastico della vicenda.
Il risultato è che arrivato a fine lettura non riesco a giudicare se Jeffrey Ford sia stato troppo onesto, rischiando le debolezze della confezione thillerosa per racchiudere tutta la vicenda in una scatola fatta di memorie infantili (notoriamente fallaci) o troppo furbo, puntando sul facile appeal che da sempre spettri e fanciulli esercitano sul lettore sensibile.
Ma forse La forma dell'ombra è semplicemente un buon romanzo senza troppe ambizioni e sono io ad essere rimasto vittima di qualche menata e pregiudizio di troppo.
Leggetelo, e fatemi sapere la vostra opinione.


Gardner Dozois (a cura di) - Il meglio della SF/II
Seconda parte del volume che raccoglie il meglio delle raccolte annuali dedicate ai migliori racconti fantascientifici curate da Gardner Dozois dal 1985 al 2005.
Qui c'è il meglio del meglio quindi, se siete curiosi di conoscere cosa abbia prodotto la letteratura di fantascienza negli ultimi tempi, questo è il volume giusto.
Poi certo, messo di fronte al dover compilare un'antologia come questa ogni appassionato avrebbe stilato una lista diversa. Ma Gardner Dozois è un uomo di buon gusto e vaste conoscenze e le sue scelte sono degne di rispetto (forse il vincolo più stringente di questa antologia è il limite di un singolo racconto per ogni autore presente). In ogni caso se pure nel suo elenco avrei cambiato qualche titolo, non gliene faccio certo una colpa.
Ma qua si sta cercando il pelo nell'uovo, che da qualsiasi prospettiva la si guardi Il meglio della SF è davvero un'antologia superlativa.

25 agosto 2010

Oops, I did it again…


Picture by Iguana Jo.
Urania per me doveva rimanere un capitolo chiuso. Tutto quel che avevo da dire l'ho già detto anche troppe volte.
Però i fatti di questi giorni mi obbligano a tornare ancora sull'argomento.
Il motivo? La candida ammissione da parte del curatore di Urania che i romanzi pubblicati dalla collana mondadoriana subiscono tagli che possono arrivare fino al 15% del testo originale. Il che significa che una pagina su sette di quelle scritte dall'autore non verrà pubblicata e quindi letta dal pubblico uraniano.
Il motivo? Puramente economico. Nessuna censura, nessun giudizio di merito (si fa per dire), solo l'impossibilità da parte della rivista di superare un certo numero di pagine.
La candida confessione è stata accompagnata da un profluvio di gentilezze nei confronti dei lettori che avevano osato manifestare la loro sorpresa, indignazione e sì, addirittura protesta, sul blog della testata.
Il messaggio è chiaro: o vi leggete i volumi come ve li proponiamo o vi arrangiate. Se non vi va bene non venitecelo nemmeno a dire, che tanto la vostra opinione non ci interessa, anzi, ci annoia.

Io mi chiedo, e vorrei chiedere soprattutto al mio amico Giovanni che con Urania collabora fattivamente, fino a che punto si può considerare accettabile la manomissione di un testo originale da parte di un editore, dove è finito il diritto del lettore di lamentarsi di un prodotto che non corrisponde alle sue aspettative, quali sono i principi etici che governano la gestione di Urania (se ce ne sono…).
E poi Giovanni mi piacerebbe sapere qual è stata la tua reazione alla scoperta che la tanto esecrata pratica del taglio arbitrario del testo originale è stata riesumata da Urania proprio durante la gestione Lippi, che con tanto entusiasmo hai sempre difeso e sostenuto. Nessuna amarezza? Neanche un briciolo di delusione, di rabbia? Solo rassegnazione?
Dove tracci ora il tuo personale confine tra l'importanza della scrittura e le esigenze del mercato?

Immagino quali possano essere le risposte. L'impegno di Urania a pubblicare fantascienza che nessuna altro pubblica, la possibilità di leggere testi e autori altrimenti destinati all'oblio, la costante proposta di novità e classici che solo la testa uraniana propone al pubblico italiano. Che i limiti del mercato impongono scelte difficili, che si fa il possibile per portare a casa capra e cavoli. Che alla maggioranza del pubblico va bene così (tanto mica lo sa, no?)
Etc etc etc.

Ma non si era detto che la fantascienza era qualcosa di più di un tot di parole vendute a peso?

24 agosto 2010

Ted Chiang on Writing

"…the most likely reason for us to develop conscious software would be because it's fun, rather than because it's useful."

Ted Chiang è uno dei più grandi autori contemporanei di fantascienza. Se non lo avete ancora fatto procuratevi e leggete Storie della tua vita, che probabilmente è l'antologia fantascientifica più importante degli ultimi anni.

Per saperne di più su Ted Chiang, sul suo modo di affrontare la scrittura di un racconto o sulle sue idee riguardo scienza e magia, nonché su intelligenza artificiale e videogiochi, vi segnalo quest'intervista apparsa su boingboing un mesetto fa.
(L'intervista è in inglese, ma mi pare molto comprensibile).

(Artwork from The Lifecycle of Software Objects by Christian Pearce.)


23 agosto 2010

Ricominciamo


Picture by Iguana Jo.
Sono tornato dalle vacanze già da qualche giorno, ma se ritornare alla routine domestica è stato relativamente facile, non altrettanto posso dire per la mia vita on-line.
Tra il riprendere le fila dei vecchi discorsi, aggiornarsi sui vari post degli amici in rete (ma cavoli! un po' di ferie anche voi no, eh?) e il semplice sforzo di mettersi a sedere davanti a un monitor (chi me lo fa fare, dopo tanti giorni in giro per il mondo?) è andata a finire che per aggiornare il blog ho aspettato il ritorno al lavoro, che in fondo qua, davanti al monitor, sono obbligato a starci.

Nelle ultime settimane abbiamo macinato più di 3000 chilometri tra Francia e Germania, visto più bestie di quanto sia umanamente sopportabile (beh, quasi…), fatto il nostro dovere di turisti all'estero (wow! la torre Eiffel, il Louvre, Legoland!), mangiato un sacco di baguette, bistecche e crauti (e scoperto che quelli francesi, anzi, alsaziani, sono più buoni di quelli tedeschi), speso un sacco di soldi (ma quanto costa il cibo - e il vino, e la birra! - in Francia?). Ci siamo insomma stremati di vacanze, ma divertendoci un sacco nel frattempo.

Tra queste pagine girano soprattutto amanti della fantascienza e dintorni, e allora ecco un piccolo inciso dedicato a loro. Io non leggo il francese ma non potevo certo risparmiarmi un giro in libreria.
In Francia gli scaffali dedicati alla letteratura fantastica sono ben forniti. In quanto a numeri, il fantasy batte la fantascienza, ma quest'ultima si difende bene (diciamo che il rapporto dei volumi presenti è compreso tra il 2 a 1 e il 3 a 2 a favore del primo, ma se eliminassimo i metri dedicati a cicli, ciclini e cicloni fantasy il numero di titoli è quasi alla pari). Tra le note positive l'abbondanza di volumi tascabili compresi in una fascia di prezzo tra i sette e i dodici euro, tra quelle negative il costo delle prime edizioni che è addirittura superiore a quelle italiane (si parla di cifre dai venti euro in su per volumi intorno alle 500 pagine), prezzo accompagnato da una qualità di carta e confezione decisamente inferiore a quella delle corrispettive edizioni nostrane.
I nomi degli autori più importanti sono tutti ben presenti, accompagnati da una discreta pattuglia di autori locali. Roba da far scorrere più di una lacrimuccia a qualsiasi appassionato abituato al panorama italiota.
Un'ultima nota libraria sul mondo parallelo delle pagine disegnate: da parecchio tempo ho smesso di leggere fumetti, ma la quantità spropositata di proposte presenti, sia nelle librerie sia nei negozi specializzati, mi ha fatto rimpiangere un pochino la scelta. In questo caso non leggere la lingua locale è stata una fortuna, che altrimenti sarebbe stato davvero difficile resistere alla tentazione di lasciare la carta di credito al suo destino.

Ora che siam tornati a casa non so quanto sono preparato a riaffrontare i ritmi della vita normale (si fa per dire…), ma beh… ci si prova. Nell'attesa della notte dell'iguana (info a breve - si spera - su questi, e altrui, schermi), nei prossimi giorni si ritornerà a parlare di libri (e di qualche film).
Restate sintonizzati.

03 agosto 2010

Si parte


Picture by Iguana Jo.
Sistemati i mici, preparate le valigie, scelta la musica.
Abbiamo il serbatoio pieno, mezzo pacchetto di sigarette, è notte e no, non abbiamo gli occhiali da sole.

Insomma, ancora qualche ora e poi si parte.

Ci sentiamo tra un paio di settimane. Nel frattempo fate a modo e cercate di godervela come meglio potete.

A presto!

02 agosto 2010

Seconda visione - Fantascienza dalla Francia

Tra un paio di giorni saremo in Francia, ecco perché per questo giro di seconde visioni voglio recuperare quel che scrivevo a proposito di un paio di film di fantascienza francese usciti alla fine del secolo scorso.
È curioso vedere come a distanza di tempo l'importanza delle due pellicole sia cresciuta in maniera inversamente proporzionale agli investimenti fatti al momento delle rispettive uscite. Il primo di questi film è stato infatti lanciato con lo stesso dispendio di mezzi ed energie di solito riservati ai blockbuster hollywoodiani, mentre il secondo è stato difficile anche solo riuscire a vederlo.
Ma tant'è. Ecco quel che scrivevo all'epoca della visione de Il quinto elemento e de La città perduta.

IL QUINTO ELEMENTO
Premessa 1: a me i film di Luc Besson sono sempre piaciuti, a partire da Subway fino a Leon;

Premessa 2: i film d'azione spettacolare mi divertono molto (mi sono divertito anche a vedere ID4, il che è tutto dire...);

Premessa 3: trovo che Bruce Willis abbia del carisma, pur non essendo certo il massimo come attore.
Svolgimento:
Il quinto elemento è una palla mostruosa!

Probabilmente Besson ha dovuto accontentare troppe persone, o si è trovato costretto a fare un film che piacesse a tutti, boh... Per me il suo rimane un film anonimo, senza grinta e senza spunti.
Le uniche cose che ho apprezzato (tra l'altro le uniche che sapevano di sf) sono state l'ambientazione e i costumi. Per il resto mi chiedo ancora quale fosse il senso del film. Era forse un film d'azione? ma allora molto meglio un Die Hard qualsiasi. Una commedia ironica? ma lo avete visto quel capolavoro di Fuga da Los Angeles? un film di fantascienza? stiamo scherzando? era più fantascientifico Guerre Stellari.

Ed ecco i motivi per qui il film di Besson è (quasi) del tutto inguardabile:

1 - la storia non sta in piedi;

2 - i personaggi non stanno in piedi (e quando ci provano, cadono...);

3 - il ritmo sta in piedi, ma è un po' zoppicante, e questo non fa bene alle danze;*
4 - gli attori fanno quello che sono pagati per fare, ne più ne meno;

5 - il regista ha (aveva) le idee un bel po' confuse: manie di grandezza frustrate o produttori puntati alla schiena?

6 - c'è qualcuno che ha riso alle battute sparse a piene mani nel film?

7 - in definitiva qual'era il senso del film? a chiunque riesca a raccontarmi fedelmente il film senza scadere nel ridicolo i miei complimenti;
8 - era proprio necessaria la morale, nei 10 secondi finali?

E ora Tutto-Ciò-Che-Mi-È-Piaciuto nel V Elemento e che ho trovato Originale e/o Nuovo e/o Stimolante rispetto alla Restante Produzione Cinematografica Mondiale: le scenografie, i costumi.

* ritmo non è sinonimo di velocità. Perché il problema del Quinto Elemento non è la velocità. 
Il ritmo di un film è dettato dalla cadenza con cui si susseguono le varie scene, da come si spartiscono gli spazi dialoghi e sequenze d'azione, dal tempo dedicato all'uso di inquadrature diverse. Nel Quinto Elemento si susseguono un'accozzaglia di scene che prese singolarmente potevano anche avere un senso, una loro necessità. Il problema è la mancanza di amalgama (leggi sceneggiatura e regia) che avrebbe dovuto legare tali scene tra loro e aiutarle a raggiungere lo status di film. Conseguenza: noia mortale.
(1998)


LA CITTÀ PERDUTA
Finalmente sono riuscito a vedere La Cité des enfants perdus del duo Marc Caro & Jean-Pierre Jeunet, film che in Italia è passato come un fantasma con il titolo la città perduta. Anche la ricerca della videocassetta non è stata delle più agevoli. Ma d'altra parte alla follia dei distributori nostrani siamo ormai abituati, per cui passiamo oltre.

Sul film ci sarebbe molto da dire, ma la cosa migliore è riguardarselo. Visivamente è straordinario, meraviglioso, eccezionale. La storia è semplice e la sceneggiatura perfetta, ma quello che colpisce è lo stile della regia: melodramma, comiche anni '20, cartoon e soprattutto sf (in cui la "s" più che per science sta per steam) in un mix strepitoso.

Spero abbiate avuto la fortuna di vederlo, altrimenti mettetevi in caccia, penso ci sia bisogno di film di fantascienza come questo.
(2000)

30 luglio 2010

I'm a loser baby, so why don't you kill me?


Picture by Iguana Jo.
Speravo di riuscire a rimandare il tutto a dopo le vacanze, ma visto l'interesse che si spande per la rete come olio nel golfo del Messico, chi sono io per privarvi della mia indispensabile opinione? Molliamo gli indugi, che qua si parla di perdenti, falliti e scarti sociali in genere.

Tutto nasce da un'uscita strana di Elvezio Sciallis (vedi post su Shaun of the Dead, qui e su Malpertuis) e dai successivi dubbi su cosa sia un perdente e se un perdente si possa considerare tale, a prescindere dalla sua consapevolezza della propria condizione di perdente. La questione è stata poi rilanciata da un post di Davide Mana che riporta il discorso su un piano decisamente terreno.

Diciamolo subito. La figura del perdente è essenzialmente una figura retorica, un artificio narrativo, un utilissimo escamotage drammatico, ma nella vita vera il perdente non esiste.
In fondo voi, quanti perdenti conoscete? Nessuno, immagino, che sono sempre gli altri quelli che perdono.

Facciamo un passo indietro. Quand'è stata la prima volta che avete sentito il termine perdente riferito non a un evento sportivo ma alla riuscita della propria esistenza? Da quand'è che la vita si considera una gara?
Elementare (si fa per dire…): da quando il modello capitalista è uscito dalle sfere dell'alta finanza e dal suo guscio nordamericano per diffondersi capillarmente in ogni aspetto della nostra esistenza. Da quando abbiamo iniziato ad annusare il benessere e la carota in fondo al bastone è diventata sempre più concreta e reale. Da quando i vincitori hanno capito che senza gli sconfitti la vittoria non conta.
Non che prima del modello americano la competizione non esistesse, solo non aveva assunto quella componente totalizzante che la contraddistingue ora.

Ma se il perdente non esiste, la nostra percezione di vittoria o sconfitta sociale è vera e reale. Modulabile e modulare. Per ognuno di noi che non si sente adeguato alla gara sociale (di qualunque gara si tratti) c'è sempre qualcuno che se la passa peggio: per quello che non si può permettere il SUV c'è quello che gira con la Dacia, per l'impiegato frustrato c'è l'operaio alla catena, per quello che va in ferie a Rimini c'è quello che rimane a casa, per noi che leggiamo i libri c'è quello al bar con la gazzetta. La figura del Perdente è lo strumento di controllo sociale per eccellenza, scarica le frustrazioni verso il basso, riduce le responsabilità personali, consolida il ruolo del vincitore.

Detto questo, torniamo alla realtà del cinema e della letteratura, dove invece la figura del perdente non hai mai perso lo smalto che l'ha sempre contraddistinta. Del resto è molto comodo caratterizzare il dato personaggio per la sfiga che lo segna, fare assurgere quest'ultima a summa della sua esistenza per poi - a seconda del caso - ribaltarne le sorti in un finale catartico o farla sprofondare in un inferno senza vie d'uscita (meritato, ci mancherebbe!).
E qui diventerebbe interessante riflettere sulla potenza del simbolo "perdente", sulla sua elasticità d'utilizzo e sulla sua diffusione.
Io non ho gli strumenti per approfondire questo discorso, ma mi piacerebbe che qualcuno più dotato di me lo proseguisse.

Per concludere questo post sgangherato e frettoloso, mi rimane giusto il tempo per un'ultima nota sul concetto di beautiful loser, tanto caro a certa letteratura, a certo cinema. (Già il fatto di dover scrivere beautiful loser in inglese è significativo, che in italiano si rischia il ridicolo.)
Per quanto io possa aver amato quel film o quel libro, il beautiful loser è un personaggio odioso. Come altro definireste una persona che si crogiola nei suoi limiti e grazie ai suoi difetti ribalta la propria condizione? Fanculo. Molto meglio un tipo come Shaun, che riposta la mazza da cricket è pronto per un altro giro sulla ps, con birra e patatine e qualche zombie di contorno.

29 luglio 2010

Seconda visione - Fantasmi da Marte

Siamo a fine luglio e ho decisamente bisogno di ferie. Mi dispiace però lasciare il blog al suo destino. Ho deciso quindi di rispolverare qualche vecchia nota cinematografica - che chiamarle recensioni mi pare eccessivo - già girata in rete prima della nascita di queste pagine.
Prendetele per quel che valgono: un tuffo nel passato per ricordare qualche visione memorabile (nel bene e nel male) o un semplice riempitivo per rimpolpare queste pagine nell'attesa del risveglio del padrone di casa.

Partiamo con un classicone (si fa per dire), direttamente dal 2001.
Fantasmi da Marte di John Carpenter



Quali sono le caratteristiche del pulp? Del pulp fantascientifico almeno? 

Avventura, veri uomini, donnine, mostri, sangue, esplosioni, dialoghi da paura...
Altra caratteristica fondamentale: nel pulp non si butta via niente.



Tre righe di doverosa premessa per parlare della visione di quel filmazzo di Fantasmi da Marte di John Carpenter, che mi pare tragga l'ispirazione dritta dritta dal mondo dei pulp e del cinema minore.
Tutti i classici cliché dei film di serie B, tutte le idee dei precedenti film di Carpenter vengono frullate insieme per un risultato perfettamente godibile. C'è l'alieno tipo La Cosa, l'assedio a la Distretto 13, l'eroe cinico e cattivo alla Jena Plinskeen, le sparatorie alla Vampires (beh… queste ci sono un po' ovunque).

Peccato per qualche somiglianza di troppo con Pitch Black (coincidenza?), per il resto questo Fantasmi da Marte è un film da vedere con il volume a manetta, quintali di pop corn, birra fresca e rutto libero. 

Ciliegina sulla torta una colonna sonora (scritta come sempre dallo stesso Carpenter) semplicemente perfetta per il clima del film.

Fantasmi da marte è un film grezzo, sporco, povero, senza menate e con poche pretese ma semplicemente divertente. Il cinema di Carpenter ha preso una bella piega: gli ultimi tre film sono tra i più divertenti nel genere che ho visto negli ultimi anni.

Altro che Tim Burton, se c'è un regista che ama il cosiddetto cinema di serie B è proprio John Carpenter.
(2001)

22 luglio 2010

Shaun Rulez!


Original uploaded by Brandon Schaefer.
Era da tempo che mi ripromettevo di spendere due parole su Shaun of the dead. Questo post di Elvezio Sciallis su Malpertuis me ne ha dato l'occasione. Data la difficoltà che ho in questi giorni nell'accedere alle sue pagine, preferisco riportare qui quello che sarebbe stato un semplice commento sul suo blog.

Shaun of the dead (L'alba dei morti dementi in italia) è una commedia romantica con gli zombie. Il film, scritto, diretto e interpretato da Edgar Wright e Simon Pegg, è un esempio eccezionale di quel che qualche buona idea, una grande passione per il genere e una geniale incoscienza possono produrre.
Probabilmente l'aspetto più straordinario della pellicola sta nella scelta degli autori di non scendere ad alcun compromesso, sia nella rappresentazione delle situazioni comico/romantiche, che sfoderano tutti i cliché della più classica delle pellicole inglesi degli ultimi anni (penso alla massa più o meno informe dei titoli interpretati da Hugh Grant), sia nella messa in scena dell'assalto dei non-morti, che non ha assolutamente nulla di buffo (ok, non più buffo della media dei film di zombie), rimanendo anzi piuttosto fedele all'iconografia romeriana classica.
È dallo scontro di queste due archetipi narrativi apparentemente incompatibili che il film trae tutta la sua energia.

Altro aspetto di Shaun of the dead che non smette di meravigliarmi è quello di essere un film comico-con-i-mostri che non scade mai nei collaudati meccanismi della parodia o del grottesco. Non so voi, ma io non ricordo film comico-horrorifici che si salvino dalla facile scelta parodistica (da Frankenstein Junior, passando per L'armata delle tenebre, scendendo fino ai vari Scary Movie). Mantenere l'equilibrio e camminare sulla sottile linea che separa il ridicolo dal comico, il romantico dal patetico, l'orrore dal semplice spavento, è un altro dei grandissimi meriti della pellicola.
Questo è anche il fattore principale che me lo fa preferire a Hot Fuzz, l'opera successiva del duo Wright-Pegg.

Elvezio nella sua recensione si dilunga - e come daragli torto? -sulle specificità britanniche del film e sul confronto vincente rispetto a pellicole omologhe prodotte oltreoceano. C'è però un punto su cui non sono d'accordo. A un certo punto scrive:
" La natura di “perdente” di Shaun è così distante dalla nozione tipica americana o italiana da essere a tratti incomprensibile e aliena, un feroce tunnel nel quale nemmeno le più ardue prove del fato riescono a cambiare la natura di un individuo (è sufficiente guardare il finale del film…)."

Questa lettura del film mi lascia un po' perplesso. A parte la distinzione tra perdenti inglesi, americani o italiani che mi risulta incomprensibile, il punto è ancora un altro: Shaun NON è un perdente. Un perdente, per essere tale, dovrebbe riconoscere la propria situazione. Dovrebbe lottare, e caso mai fallire, per raggiungere il Successo.
A Shaun invece la sua vita va bene così. Se c'è una necessità di cambiamento è affrontata di mala voglia e solo per uniformare il proprio standard alle richieste del mondo esterno (la fidanzata, la mamma). Ci sarebbe semmai da chiedersi perché nella recensione si giudica perdente l'atteggiamento di Shaun, ma si uscirebbe forse fuori tema.
Se vogliamo proprio dare una lettura socio-politica al film (ma dobbiamo?), Shaun è l'archetipo del trentenne qualunque cresciuto nelle periferie dell'occidente post-industriale (che sia inglese è del tutto accessorio). È uno zombie sociale che messo in gara con altri zombie sfodera le sue doti umane solo per la breve durata del confronto, che poi è molto più semplice, confortevole e soddisfacente ritornare all'abulica prassi quotidiana fatta di amici e birra al pub piuttosto che cedere, capitolando, alle lusinghe di famiglia e lavoro.

Per me è cosa piuttosto rara rivedere un film a distanza ravvicinata, Shaun of the dead l'ho visto tre volte negli ultimi anni.
Dite che m'è piaciuto?

21 luglio 2010

Emergenza felina


Pictures by Iguana Jo & Aelle.
Nell'arco di qualche settimana, due mesi fa, le due giovani gatte che vivono con noi (giovani per non confonderle con Tre Calzini, la micia veterana che certe cose non può proprio farle) hanno partorito una decina di micini.
Degli otto cuccioli che sono sopravvissuti (Wally, la gatta numero uno, ha avuto un parto prematuro, e due piccoli non ce l'hanno fatta), sei sembrava avessero trovato tutti in breve tempo un nuovo compagno umano da adottare, mentre gli ultimi due erano ancora alla ricerca di una nuova casa.
Poi però chi mi aveva garantito l'accoglienza a un cucciolo s'è tirato indietro (bell'amico, eh!), lasciandoci quindi
tuttora con tre cuccioli in cerca di ospitalità.

Visto che tra le nostre conoscenze locali non siamo ancora riusciti a trovargli una sistemazione e che le ferie incombono, ho pensato bene di rivolgermi ai frequentatori del blog. Dopotutto qui dentro si parla un sacco di fantascienza ed è risaputo che la maggior parte dei frequentatori del genere ha una certa predisposizione alla convivenza felina.

Quindi fatevi avanti!
Potete venire a trovarci quando volete, in alternativa sono più che disposto a portarvi il micio che preferite fino a casa (perlomeno se abitate in Italia nei dintorni del 45° parallelo!).

I mici disponibili li vedete qui intorno.
Non sono meravigliosi?

(dimenticavo: per contattarmi in privato potete scrivermi all'indirizzo email: iguanajo (at) gmail.com)

16 luglio 2010

I migliori romanzi di fantascienza dal 1990 (fino a qualche anno fa)

Nei commenti del post precedente ci si chiedeva quali siano stati i romanzi più significativi tra quelli pubblicati nel genere fantascienza negli ultimi vent'anni.
Quella che segue è la mia personalissima top ten dei volumi editi dal 1990 in poi. Le regole sono semplici: dieci titoli, un titolo per autore, esclusivamente romanzi (e quindi niente antologie, racconti e/o romanzi brevi), solo fantascienza.
Ovviamente questa classifica risponde unicamente ai miei gusti, non ha alcuna pretesa di oggettività ed è valida qui e ora, che se me la chiedeste tra un mese sarebbe probabilmente diversa.

Stilando la classifica mi sono reso conto che per quanto io mi possa considerare un lettore forte, mi mancano un sacco di romanzi probabilmente fondamentali nella definizione della fantascienza attuale. Certo, posso sempre dare la colpa al fatto che in Italia sono dieci anni che in libreria non arriva (quasi) nulla di nuovo, e che leggere in originale mi è comunque più dispendioso (se non in termini economici, almeno dal punto di vista del tempo speso e dello sforzo fatto). Ma conta poco, i buchi rimarranno tali.
Quindi, se secondo voi nella lista che segue manca questo o quel titolo che avrebbe avuto tutti i numeri per entrare in classifica, segnalatemelo, che magari è la volta buona.

Ma bando agli indugi, ecco i titoli:

- Iain M. Banks, Use of Weapons (La guerra di Zakalwe), 1990
Che Iain M. Banks entrasse in questa classifica era scontato. Il dubbio semmai era con quale titolo. Ho scelto Use of Weapons perché è forse il meno divertente tra i suoi romanzi, ma di certo il più intenso, profondo ed emozionante.

- Greg Egan, Distress (Distress), 1995
Greg Egan avrebbe potuto da solo riempire mezza classifica. Ho scelto Distress per l'impegno civile e l'ottimismo di cui è farcito, oltre che per essere uno dei pochissimi tentativi di immaginare il prossimo futuro senza lasciarsi travolgere dalla disperazione ne tanto meno da un acritico entusiasmo.

- Neal Stephenson, The Diamond Age (L'era del diamante), 1995
Si era detto fantascienza e solo fantascienza. Quindi, anche se il Cryptonomicon rimane il romanzo più memorabile scritto da Neal Stephenson, l'era del diamante è la scelta obbligata. Questo romanzo rappresenta tuttora un'esperienza di lettura straordinaria per la complessità, la creatività e la meraviglia di cui sono fitte le sue pagine.

- Ian McDonald, Necroville (Necroville), 1994
Anche per Ian McDonald ho avuto l'imbarazzo della scelta. Probabilmente River of Gods o Brasyl sono romanzi migliori di Necroville. Ma è stata questa storia di non-morti e passione che mi ha fatto conoscere McDonald, e Necroville è tuttora il romanzo dell'era post-cyberpunk più eccitante che io ricordi.

- Mary Gentle, Ash - A Secret History (Ash - Una storia segreta 1-4), 1999
Ash è un esempio formidabile di come si possano coniugare scenari cari al fantasy più trito a contenuti meravigliosamente fantascientifici, con un approccio capace di accontentare sia chi cerca una lettura piena di sorprese, sia chi apprezza qualche riflessione non banale sulla realtà. E poi c'è Ash: come fai a dimenticarti una fanciulla come lei?

- Charles Stross, Accelerando (Accelerando), 2005
Charlie Stross è la voce più interessante della fantascienza degli ultimi anni. Forse Accelerando non è un capolavoro. Ma ci va decisamente vicino.

- Lois McMaster Bujold, A Civil Campain (Guerra di strategie), 1999
Non potevo non inserire la Bujold in questa classifica. Lo so, la sua è una fantascienza classica, scritta senza troppe concessioni allo stile o alla bellezza della lingua. Ma la saga di MIles Vorkosigan mi ha tenuto buona compagnia per molti anni e tra tutti i volumi che compongono il ciclo Lois McMaster Bujold almeno un capolavoro lo ha scritto: Guerra di strategie è la miglior commedia fantascientifica mi sia mai capitato di leggere. E se non siete d'accordo vi auguro un'invasione di scaraburre in salotto!

- Ayerdhal & Jean-Claude Dunyach, Étoiles mourantes (Stelle morenti), 1999
Stelle morenti è strepitoso per l'ambizione e la vastità dello scenario. Il romanzo del duo francese Ayerdhal & Dunyach riesce ad unire le più ardite speculazioni sociologiche con una trama densa di azione e meraviglie. Sarà anche debitore a più blasonati modelli britannici, ma Stelle Morenti è comunque space opera della miglior specie.

- Mikael Niemi, Svålhålet (Il manifesto dei cosmonisti), 2004
- Jonathan Lethem, Amnesia Moon (Amnesia Moon), 1995
Per gli ultimi due titoli di questa lista ho scelto due romanzi che con la fantascienza tradizionalmente edita nel nostro paese hanno poco a che fare. Non sono usciti per editori specializzati e godono di una qualità di scrittura superiore a quella usualmente riscontrabile all'interno del genere. Già questo mi sembra un ottimo motivo per inserirli in questa top-ten, ma qui non si tratta solo di stile e bella scrittura. Le storie di Niemi e Lethem, pur totalmente antitetiche per sensibilità e ambientazione, sono colme di quel senso di meraviglia, di scoperta e di inquietudine che da sempre associo alla miglior fantascienza.


Per concludere un cenno ai grandi assenti.
Ci sono autori che mi piacerebbe riuscire a inserire in qualunque classifica, ma per un motivo o per l'altro sono assenti. Penso a William Gibson che manca perché è difficile definire fantascienza il suo miglior romanzo post-Nuromante, o a Ted Chiang che ha scritto il più straordinario racconto degli ultimi vent'anni (mi riferisco a Storia della tua vita), ma che è, appunto, solo un racconto.
Altri autori che non sono entrati in classifica, ma che potrebbe benissimo rientrare nel novero dei migliori, sono Richard K. Morgan o Jon Courtenay Grimwood (e poi chissà quanti altri di cui non ho ancora letto niente).
Altra grande assente è la fantascienza italiana. Sono stato tentato di inserire Nessun uomo è mio fratello in classifica. Ma non ce l'ho fatta. La lettura è troppo recente e temo che l'entusiasmo appanni il mio giudizio.
Sono comunque convinto che se c'è un romanzo italiano che merita ogni possibile riconoscimento è quello.

Bene. È tutto.
Attendo i vostri dieci titoli.