27 maggio 2008

Frammenti di presentazione


Simone Conti - Picture by Iguana Jo.
Sabato un nugolo di Connettivisti è calato su Modena per la presentazione del volume Frammenti di una rosa quantica presso la libreria Feltrinelli. Queste sono alcune note a margine dell'evento.

Per me è stata la prima volta in veste di organizzatore di un evento simile, ma nonostante l'inesperienza mi pare che la promozione della presentazione sia stata fatta del migliore dei modi: articoli sui quotidiani locali, locandine presso la libreria e in qualche altro spazio scelto, informazioni in rete su un siti e blog vari, pieghevoli e volantini a tappeto per tutta la settimana precedente l'avvenimento. E in più una mostra fotografica a fare da cornice, in modo tale che anche chi non è un lettore forte e guarda solo le figure potesse avere qualche soddisfazione.
Purtroppo nonostante tutto il lavoro di preparazione svolto le persone presenti in sala erano davvero poche. Poco importa se chi ha già partecipato a iniziative simili mi ha abbondantemente rassicurato che i numeri sono sempre questi, che quando ci sono più di venti persone è già un successo, per me la scarsa partecipazione è stata una piccola delusione. Non che ci aspettassimo troppo. Sappiamo tutti che la fantascienza italiana non gode certo di un gran pubblico, ma vista la sede, la data e l'occasione ci auguravamo tutti un'affluenza maggiore.

Fortunatamente il giudizio di chi ha partecipato alla presentazione è stato unanimemente positivo. Non mi riferisco tanto alle parole degli autori presenti, quanto piuttosto all'opinione di alcuni amici, nessuno dei quali particolarmente legato alla lettura fantascientifica, che un po' per le foto, un po' per curiosità hanno fatto un salto in Feltrinelli. Tutti sono rimasti davvero colpiti dal tuffo in quel nucleo pulsante della fantascienza italiana che è il Connettivismo.
L'atmosfera è andata via via riscaldandosi man mano che gli autori si rilassavano e che i discorsi si allontanavano dalla didascalica presentazione dei racconti raccolti nell'antologia per affrontare temi tradizionali quali la misera situazione dell'editoria fantascientifica italiana per arrivare poi a discutere dei massimi sistemi (temi leggeri quali il ruolo dell'uomo nell'universo, la guerra ai tempi della connessione, con una spruzzata di Beckett e Kafka tanto per gradire) passando per l'immancabile tentativo di definire in poche parole cosa sia il Connettivismo (tentativo fallito, ovviamente!). Credo che se non fosse stato per la chiusura della libreria saremmo ancora tutti lì a chiacchierarne amabilmente.

In definitiva un'ottima giornata quindi, con un pensiero dispiaciuto per chi non c'era, suggellata dalla cena finale in cui il Connettivismo ha dato come sempre il meglio di sè.
Alla prossima!

(Qui è possibile scaricare le foto in alta risoluzione della presentazione. Attenzione: sono circa 33 Mb.)


14 maggio 2008

Rumore di fondo - la locandina


Venerdì 23 maggio alle ore 18.30, presso la libreria Feltrinelli in via Cesare Battisti 17 a Modena, apre Rumore di fondo la mia prima mostra fotografica.

Questa è l'introduzione alla mostra estratta dalla presentazione a cura di Marinella Bonaffini.

"... ho cercato di raffigurare il futuro (...) per come lo immagino: più vicino a una pozza protoplasmatica di rifiuti organici che a un grattacielo svettante sulle umane miserie.
Ho cercato con la fotografia di evocare un tempo le cui fondamenta sono piantate nelle rovine accumulate nel corso dei secoli, uno spazio in cui qualche sprazzo di luce e di vitalità sarà sempre presente, ma in cui anche la più piccola speranza di redenzione si dovrà continuamente confrontare con un fardello sempre più gravoso di ricordi e fallimenti, di sogni riciclati e ideali duri a morire."

Giorgio Raffaelli

Catturare l’oggetto reale senza privarlo mai del suo simulacro. Tra chiarore e oscurità, tra quotidiano e alieno in una prospettiva surreale e fantastica, lontana dal nostro desiderio di realtà, i luoghi di Giorgio Raffaelli sono spazi in cui la staticità assume la forma dell’oggetto rappresentato, luoghi in cui il silenzio delle cose si manifesta come luce. Come a determinare la chiusura al mondo, lo scatto fotografico sottrae frammenti di realtà, sottolinea la quotidianità della cura e al contempo dell’abbandono.
L’attenzione è una una paziente attesa rivolta all’apertura verso tutti i mondi possibili. In ogni scheggia di luce si piega la struttura compositiva dell’immagine e la definizione stessa dell’oggetto diviene elemento strutturale. Il tempo è violentato nella sua struttura mentre si riversa in luoghi antichi e in atmosfere di desolazione, tra scenari metafisici e suggestioni visive la materia indagabile è tanto più vasta quanto più gli strumenti a disposizione dell’artista consentono di rivelarne l’entità e l’effetto sulla percezione.
Marinella Bonaffini


09 maggio 2008

Rapporto letture - Aprile 2008


Picture by Esther_G.
Quasi fuori tempo massimo ecco l'elenco delle letture d'aprile:

Vikram Chandra - Giochi sacri
Partiamo con il libro che mi ha accompagnato per gli ultimi due mesi. Giochi sacri è un romanzo sontuoso che attraverso il racconto delle vicissitudini dei suoi protagonisti dipinge un ritratto del continente indiano ricchissimo di storie, di umori, di suggestioni. Un romanzo in cui la più diversa umanità cerca di venire a patti con la confusione del mondo. Un romanzo che ti lascia senza fiato per l'ambizione del racconto e la capacità di Vikram Chandra di non perdere mai il controllo del suo narrare.

Citando dalla recensione che ne fa Vanamonde (e che consiglio a tutti di andare a leggere):
"Ci sono due soli motivi per cui potreste non volerlo leggere. Il primo è la colossale lunghezza (ma vale la pena). Il secondo è che la lingua del romanzo è infarcita da parole hindi e urdu, tanto che c'è un glossario di venti pagine in fondo. Per alcuni questo sarà un ostacolo insormontabile, ma per me questo è un ulteriore pregio: come il siciliano di Camilleri, anche l'hindi di Chandra è un mezzo per trasportarci instantaneamente in un altro mondo, e darci il desiderio di conoscerlo e comprenderlo. Così, ora che ho finito il libro, non solo so che Bombay ha cambiato nome da 12 anni e si chiama Mumbai, ma conosco anche abbastanza turpiloquio hindi da poter sostenere una conversazione nei peggiori bassifondi indiani. Quindi, maderchod che non siete altro, non avete più scuse: muovete il gaand e andate a comprare questo bhenchod di un libro, ci scommetto le goli che vi piacerà!"


AA. VV. - Robot 51 & Robot 52
Il livello di questi due numeri di Robot è decisamente superiore a quello delle uscite precedenti (vedi letture di marzo).
Finalmente la sezione narrativa è all'altezza delle mie aspettative, con i racconti di Robert Silverberg e Paul Di FIlippo (nel numero 51) e di Charlie Stross, Ezio FIleno Carabba e Cory Doctorow (nel numero 52) un gradino sopra tutti gli altri.
Per quanto riguarda i contenuti informativo/saggistici anche questi numeri di Robot si confermano davvero ricchi per la varietà e l'interesse degli articoli. Ci sono pezzi che possono appassionare ogni genere di lettore, da quello distratto, che magari preferisce cinema e tv, a quello fondamentalista che legge sempre e solo fantascienza.
Insomma, se non lo avete ancora fatto, date una possibilità a Robot!


AA. VV. - Tu sei lei
Sono un po' in imbarazzo a parlare di questo libro: come si fa a accostarsi in maniera obiettiva a un volume introdotto con tanta arrogante sicumera dal suo curatore?
Insomma, senza la terribile introduzione i racconti presenti avrebbero forse qualche speranza di essere letti in quanto semplici storie, magari concedendo la discriminante di genere alle autrici, ma sempre e comunque come storie: più o meno interessanti, più o meno emozionanti, più o meno memorabili.
Invece a precedere il contenuto vero e proprio del volume c'è il predicozzo altisonante del sig. Genna, che crede evidentemente di avere partorito (lui! da solo!) l'opera seminale del femminino nostrano, che pare rivolgere il suo sforzo retorico non tanto al comune lettore (guai!) quanto piuttosto a un ipotetico pubblico elitario, non so con quale scopo o scusa, magari proprio per chiedere udienza ed essere finalmente accolto tra le sue schiere. Bleah…
Mannaggia a lui.
Quasi mi rovina il piacere della lettura.
Perché seppure con qualche eccezione Tu sei lei è una lettura piacevole. Non ho molta dimestichezza con la narrativa femminile contemporanea (non ho mai considerato il genere dell'autore nella scelta delle mie letture, ma in effetti è vero, la maggior parte delle mie scelte sono al maschile) e non mi aspettavo il capolavoro. Però nelle otto storie scelte a rappresentare la sensibilità autoriale femminile di questo scorcio di secolo c'è sicuramente del buono.
Ma andiamo con ordine. Si parte con Surf di Carola Susani: la trama del racconto è interessante, i personaggi ben delineati e lo sviluppo non perde la concretezza che dovrebbe contraddistinguere una storia come questa. Mi rimane però un sapore di artificiosità nella scrittura che poco riesco a conciliare con la vicenda narrata. (Sarà la capote della Fiesta? Mah…)
Lemuri di Helena Janeczek è la solita storia di italiani in vacanza, che sono sempre diversi e inevitabilmente meglio degli altri, e poi è una storia di famiglia. Però è molto piacevole e ben scritta. Fa venir voglia di approfondire la conoscenza con l'autrice.
In morte di Babsi J di Babsi Jones è forse la cosa più brutta dell'intera antologia. In genere non sopporto la gente che si parla addosso. In questo caso si raggiunge l'apoteosi, con l'autrice che si moltiplica per quattro con l'unico scopo apparente di parlarsi addosso meglio. Da dimenticare.
Come nessuna madre avrebbe mai fatto di Veronica Raimo è esaltante per la struttura e la progressione del racconto. Uno di quei rari casi in cui pur senza avvertire una particolare vicinanza con la materia narrata mi sono sentito avvolto dalla forza della pagina scritta. Magnetico.
La ragazza-cane di Donata Feroldi è uno dei due/tre racconti che valgono da soli la lettura dell'antologia. Meraviglioso e inquietante, Donata Feroldi osa spingersi dove nessuna delle altre autrici sembra aver voglia di andare (con un'unica eccezione): nei territori dell'immaginazione più sfrenata, con un piede nel nostro mondo e l'altro ovunque (ma non qui) per produrre un racconto indicibilmente denso, ricco, commovente e folle. Come la realtà.
Baby Blues di Alina Marazzi è l'altro episodio inutile di quest'antologia. A che serve un racconto come questo? Cosa dice di più di quello che già sappiamo? Lo dice forse in modo diverso? Baby Blues m'è parso la forzatura di una provocazione svuotata da ogni intento provocatorio. Inutile, appunto.
Per fortuna che a seguire c'è Tirare alla cieca di Federica Manzon, una storia narrata per elisioni successive, l'unica nel volume senza donne, in cui il mistero slavo che circonda i protagonisti rivela progressivamente gli scorci di una realtà aliena, drammatica e terribilmente viva. Arrivi alla fine e vorresti leggerne ancora.
La morte per mezzo di me di Esther G arriva come un fulmine a bruciare ogni possibilità residua di scrivere altro. Probabilmente il racconto di Esther G è l'unico che poteva concludere degnamente questa antologia: racchiusa nelle sue 15 pagine c'è la summa del rapporto tra donna e potere negli ultimi duemila e rotti anni. Più oltre non è concesso andare.
La cosa insieme bella e durissima e sconvolgente è che tra queste pagine, tra la violenza e la clinica freddezza, tra l'emozione e la sopraffazione, si avverte a tratti una risata beffarda, una raggiunta tranquillità d'animo. Come a dire, domani è un altro giorno, nonostante tutto, si vivrà.


Cormac McCarthy - La strada
Sul capolavoro di Cormac McCarthy mi sono già dilungato in questo post. Qui non mi rimane che ribadire la struggente potenza di questo piccolo romanzo. Da leggere. Assolutamente.



Questo è tutto per il mese appena trascorso. Per la prossima puntata aspettatevi della grande fantascienza e il ritorno di David Foster Wallace da queste parti.


Seguite i link per le letture di gennaio, febbraio e marzo.

07 maggio 2008

In gara


La foto che vedete qui sopra partecipa al concorso L'incarico di Canon.

Se vi piace e avete due minuti da perdere votatela e fatela votare!

Grazie!

06 maggio 2008

4uattro° - Zona virale


Picture by Iguana Jo.
Anche quest'anno abbiamo incoscientemente partecipato a 4 giorni corti, il concorso per cortometraggi organizzato dal Nonantola Film Festival.
Anche quest'anno non siamo stati ammessi alla finale.
(Giustamente, oserei dire!).

Ma dato che siamo piuttosto orgogliosi della nostra creatura (e anche senza vergogna, almeno a sentire chi ci sta vicino!) abbiamo deciso che il mondo non poteva rinunciare alla visione del nostro magnifico film.

Prima di cominciare con la proiezione ecco qualche estratto dal regolamento del concorso:

- La gara consiste nel realizzare in 4 giorni di lavorazione un cortometraggio della durata massima di 4 minuti, dai titoli di testa ai titoli di coda compresa la colonna sonora (originale o per la quale si sia in possesso delle necessarie autorizzazioni).
- Il cortometraggio dovrà contenere alcuni elementi obbligatori che verranno comunicati ad inizio gara e dovrà rispettare il genere assegnato per sorteggio durante la serata di inizio gara.

Gli elementi obbligatori sono tre.
un particolare di costume: giubbotto catarifrangente
l'oggetto di scena: lucchetto
una battuta obbligatoria: "è solo questione di tempo"

Per noi è stato estratto il genere Horror.
Buon divertimento.



(i responsabili del capolavoro, oltre al sottoscritto, sono Gianluca V, Gianluca P, Giovanni X, Nicoletta, Raffaella & Anna)



30 aprile 2008

Rumore di fondo

.
Seguendo questo link (o cliccando sull'immagine qui sopra) potrete scaricare il pdf della serie di cartoline che promuovono la presentazione di Frammenti di una rosa quantica (700 Kb) presso la libreria Feltrinelli di Modena.
A breve il comunicato sulla mostra!

23 aprile 2008

La strada


Picture by Iguana Jo.
Dopo le prime pagine de La strada di Cormac McCarthy ero convinto di avere finalmente sotto mano l'esempio perfetto di narrativa di genere sdoganata. Un romanzo paradigmatico della tendenza attuale consistente nel presentare storie di fantascienza senza relegarle nel ghetto cui appartengono, censurando qualsiasi riferimento possa avvicinare il volume al genere cui più propriamente appartiene.

Ma poi sono andato avanti con la lettura. Lungo La strada ho sofferto, ho pianto e mi sono sentito terribilmente vicino a quell'uomo e a quel bambino, profughi in una terra che non ne vuole più sapere di umanità e passione.
Chissenefrega quindi della collocazione letteraria del romanzo, che si fotta l'ansia catalogatoria che ogni tanto mi prende e fanculo anche a tutta la fantascienza buona o meno buona: ne La strada di McCarthy c'è tutto quanto valga la pena di raccontare. Incasellarlo in una categoria precisa è già volerne limitare la portata, le ambizioni e le conseguenze.

Il romanzo è straziante, una fuga senza speranza in mondo senza futuro con la memoria azzerata dal costante assedio del grigio nulla che circonda i protagonisti. Eppure qualche traccia di calore, un sospiro di vita, si continua comunque ad avvertire, flebile, sussurrato ma persistente, nel rapporto tra padre e figlio che accompagna il lettore per tutto il racconto: nel fuoco che conservano, nell'impossibilità della resa, negli struggenti, memorabili piccoli scambi di parole che sottolineano i momenti del loro percorso.

Probabilmente l'aspetto più straordinario de La strada è l'equilibrio e la sobrietà della scrittura di McCarthy. La capacità di raccontare con le sole parole indispensabili il più oscuro dei nostri futuri possibili, senza didascalismi, senza sbrodolamenti morali o concessioni spettacolari all'apocalisse che descrive,. La desolazione quasi metafisica che fa da sfondo alla vicenda e soprattutto i rari dialoghi sono un capolavoro di espressività. Il contrasto assoluto tra la familiarità delle parole e il contesto circostante, la necessità di un'affermazione morale in una situazione totalmente insostenibile, la vita che si trascina con le unghie e coi denti fino alla fine del mondo, scevra da ogni possibilità di nostalgia: La strada racchiude interi universi al suo interno. Arrivati alla fine ci si troverà a osservare la realtà con occhi diversi.


(Un grazie a Dario e Silvia che me lo hanno consigliato)

21 aprile 2008

L'AstraCon che non c'è stata.


Originally uploaded by Iguana Jo.
Vi capita mai di viaggiare con un fuso temporale diverso da quello del mondo circostante?
Quest'ultimo fine-settimana c'era l'Astracon a Villasanta. Dovendo esporre i miei lavori io e Annalisa siamo partiti per tempo venerdì pomeriggio, abbiamo allestito lo spazio a nostra disposizione e poi ci siamo messi in paziente attesa, sia del pubblico che sarebbe accorso a fiumi, sia degli eventi che avrebbero animato la giornata.

Abbiamo temporeggiato.

Abbiamo visitato con calma le altre mostre.

Abbiamo aspettato.

Abbiamo chiacchierato con gli altri artisti.

Abbiamo atteso.

Abbiamo scambiato due parole con due persone in visita.

Siamo andati a fare merenda e siamo tornati.

Abbiamo bevuto un'altra birra.

Abbiamo aspettato ancora un po'.

Intorno alle 20.30 ci sono passati a prendere tre amici e siamo andati a cena.

Alle 21.00 era prevista la proiezione di Dark Resurrection. Vuoi per la compagnia, vuoi per la cena messicana, non ce l'abbiamo proprio fatta a essere presenti. Così ci siamo persi il primo degli appuntamenti clou della tre giorni fanta-connettivista.
Col senno di poi questa scarsa sincronia tra i nostri tempi e quelli della convention è stato il problema principale per tutta la nostra permanenza a Villasanta.
Comunque sia, questo è tutto per il primo giorno all'Astracon. Possiamo dire che abbiamo trascorso giornate più memorabili.


Sabato pomeriggio è trascorso come fosse una fotocopia del venerdì.
Sostituite lo spettacolo teatrale (in cui La Sentinella di Fredric Brown è stata fatta a pezzi da una messa in scena quanto meno incongrua - anche se la soggettiva sulle sabbie era davvero suggestiva, per i primi dieci minuti) alle chiacchiere con gli artisti.
Dopo qualche ora trascorsa in compagnia di Paolo nella vana speranza che qualcosa succedesse Ci siamo dati alla macchia. Spero per chi l'ha vissuta che la serata sia stata un po' più entusiasmante.

Noi domenica siamo ripartiti. I tempi morti delle due giornate precedenti hanno messo a dura prova la nostra resistenza. Sebbene mi fossi ripromesso di fermarmi almeno per il pomeriggio, non ce l'ho proprio fatta. Spero che la giornata e soprattutto l'appuntamento finale con Alan Altieri, Giuseppe Lippi, Silvio Sosio e Paolo Attivissimo, sia stato un successo. Me lo auguro per gli amici che a questa AstraCon credevano davvero, me lo auguro per chi ha fatto i salti mortali per organizzare e partecipare ai vari appuntamenti.
Io sono tornato a casa un po' sconfortato: forse siamo noi che abbiamo fatto fatica a sincronizzarci con i tempi della Con (quante volte ho chiesto cosa prevedeva il programma? proprio non voleva saperne di entrarmi in mente…). Forse era la Con ad essere un po' fuori tempo. A me è rimasta la sensazione di un'occasione mancata. L'anno scorso l'evento era riuscito senza dubbio meglio, pur con tutte le limitazioni sia di orari che di spazi.

Da questa AstraCon di positivo riporto a casa le chiacchiere fatte con Michelangelo Miani e con Gatto, i preziosi consigli e gli scambi di opinioni sulla maniera migliore di presentare il proprio lavoro, sull'esperienza del lavoro creativo e sul come si dovrebbe realizzare e presentare una mostra. Magari per tre giorni di Convention non è tanto, ma è sempre meglio di niente.


15 aprile 2008

Viva l'Italia


Picture by Iguana Jo.
È già qualche giorno che volevo scrivere due righe riguardo agli ultimi film visti. Purtroppo nel frattempo siamo stati travolti dal fine settimana elettorale.
Fate attenzione quindi. Questo post contiene paragoni azzardati tra cinema e società, oltre a una buona dose d'incoscienza e un'irragionevole incapacità di adeguarsi alla realtà.


Ieri la destra ha riconquistato l'Italia. Evidentemente non ci meritiamo niente di meglio. Del resto se una volta eravamo famosi per inventiva e immaginazione, ora il meglio che sappiamo produrre sembra essere una grande nostalgia per il tempo che fu.

Vedi per esempio Mio fratello è figlio unico, uno degli esempi migliori di tipico film italiano degli ultimi tempi. E confrontalo magari con 28 settimane dopo altro film figlio di questi tempi sbandati.
Tra i due film c'è tutta la differenza che contraddistingue l'Italia dal resto del mondo occidentale.
Tanto il primo è controllato ed emozionante, nostalgico senza essere retorico, quasi pedagogico nel voler spiegare ai ragazzi scamarcio-maniaci d'oggi il percorso dei nostri padri, quanto il secondo è efficace ed appassionante nel mostrare come tutti i migliori propositi siano destinati alla devastazione senza speranza. Nel primo si cerca la speranza nelle nuove generazioni, nel secondo le nuove generazioni sono fottute in partenza. Però con il film italiano ci si commuove, mentre con quello inglese ci si diverte.

Certo, si dirà, il primo è un film serio con tutte le sue cose al posto giusto, mica una cagata splatter/ orrorifica /fantascientifica grondante sangue, cliché e morti ammazzati come il secondo. Mio fratello è figlio unico racconta la realtà, la Storia, l'altro è solo cinema.

Però mi chiedo, perché in Italia il modello di cinema popolare non-idiota è quello di Lucchetti mentre in Gran Bretagna si fanno film come 28 settimane dopo o i figli degli uomini o capolavori come Shawn of the Dead? Cos'è che ci impedisce di affrancarci da un immaginario vecchio e risaputo per poter fantasticare (anche nella maniera più sbracata e allucinante) su scenari che non siano la solita riproposizione di ragazzi-che-crescono-in-un-mondo-difficile, crisi-dei-20-o-30-o-40-anni, destra-vs-sinistra tra anonimi quartieri operai / borghesi o fabbrica / ufficietto (come se operai o borghesi fossero ancora categorie reali…)?

Per tornare a bomba sul risultato elettorale, e ribadendo che evidentemente non ci meritiamo di meglio che un governo in cui l'esaltazione acritica della nostra grandezza andrà di pari passo con l'emarginazione di ogni forma di dissenso, non mi rimane che constatare che l'Italia che mi piacerebbe vedere si trova probabilmente in un universo parallelo. Però una cosa vorrei davvero capirla: da dove nasce la totale incapacità della sinistra (ehi! i film che piacciono sono di sinistra! incredibile!) di immaginare un futuro diverso (mica necessariamente migliore, non sono così ingenuo) da quello antico e stantio e retorico delle destre trionfanti?

Io mi fermo qui. Ve l'ho detto, non riesco ad adeguarmi a questa realtà. Preferisco farmi qualche bel viaggio tra le suggestioni dell'ultimo minuto piuttosto che mettermi a ragionare seriamente sui perché e i per come. Se invece volevate leggere un post serio pieno di lucida disperazione e rimpianto e leggerezza sul risultato elettorale, beh… Leonardo è qui per questo.
Viva l'italia.

09 aprile 2008

Dichiarazione di voto.


Picture by Iguana Jo.
Fino a ieri ero convinto che avrei votato PD, non perché apprezzi particolarmente programma e candidati del partito veltroniano, semplicemente perché non c'è niente di meglio all'orizzonte.

In effetti le motivazioni che mi spingevano verso il PD erano più legate a sensazioni di stomaco piuttosto che a elaborate analisi politiche o sociali. Tra l'altro nessuna di queste ragioni dipende particolarmente dal programma politico del partito di Veltroni, il che è tutto dire.
Vediamole un po':

- Mi pare che tra tutti gli elettori impegnati in questa tornata, quelli che voteranno il PD sono quelli che mi danno più garanzie di controllo sull'operato dei propri candidati, quelli che mi pare abbiano l'atteggiamento più costruttivo rispetto allo stato disastroso del paese, quelli più disponibili al dialogo. No, non confondo elettori ed eletti, ma sui secondi non faccio troppo affidamento.

- Le parole, i proclami, i modi della destra (di tutta la destra) rappresentano tutto ciò che non sopporto dello scenario politico e sociale nazionale. A dettare il passo della competizione elettorale c'è l'armata dei predicatori d'odio, dei prendi i soldi e scappa e del panem et circenses a gogo. Gente che cerca il voto facendo leva sugli istinti più bassi del corpo elettorale, sulla paura e il sospetto, piuttosto che sulla bontà della proposta politica. Beh… io 'sta gente vorrei vederla davvero rimossa dal panorama politico nazionale, anche a costo di sopportare Veltroni e compagnia per i prossimi cinque anni.

- L'opzione del non voto, sponsorizzata da Grillo & Co. non è mai stata così presente come quest'anno sulla scena nazionale. Rispetto le opinioni di (quasi) tutti, dopotutto la scelta della fetta di salame nella scheda ha tentato anche me, e parecchio, ma sono arrivato alla conclusione che non votare non rappresenta altro che un'illusione di protesta, oltre a essere per molti l'estremo tentativo di ottenere un'improbabile verginità politica. Come se poi il giorno dopo le elezioni non ci ritrovassimo di nuovo tutti ad avere a che fare con l'amministrazione pubblica, con un lavoro, con la gestione di una famiglia. Insomma, alla fine mi pare che Grillo & Co. siano molto molto bravi a lamentarsi, a sparare nel mucchio, a condannare i loro colpevoli senza preoccuparsi troppo di trovare qualcosa da salvare. Ma non li ho mai visti assumersi una qualche responsabilità, sforzarsi di trovare qualcosa di decente da salvare, lavorare per costruire piuttosto che per distruggere.
In fondo sono convinto che la classe politica che ci ritroviamo rappresenti benissimo i cittadini italiani. O pensate davvero che privilegio, corruzione e sfruttamento siano limitati al Palazzo?

- Rimane da considerare la sinistra. A me comunisti e compagnia son sempre stati simpatici. Probabilmente sono idealmente molto più vicino a loro che non alle altre compagini in gara. Il problema, e non è un problema da poco, è il caravanserraglio che sono diventati. Così come si presentano mi danno l'idea di un'accozzaglia confusa e dispersa, tesa più alla conquista di una qualche poltrona che alla difesa di un'idea o alla realizzazione di un programma. Spero che nei prossimi anni da questa (con)fusione di idee, partiti e personaggi possa nascere qualcosa di nuovo. Nell'attesa sarà gioco che si impegnino di più sui fatti e le proposte piuttosto che non sulle solite dichiarazioni di principio, che suoneranno anche bene, ma portano davvero da qualche parte?


Fino a ieri l'idea era dunque quella di votare PD. Ma oggi ho scoperto grazie al blog di Leonardo questa interessante e convincente analisi sul voto utile regione per regione.
Di conseguenza credo proprio che il mio voto andrà al Partito Democratico per la Camera, alla Sinistra Arcobaleno per il Senato.

(Nel caso ve lo stiate chiedendo, la foto in alto non c'entra nulla. Però mi piaceva.)


08 aprile 2008

Appuntamento all'Astracon!

Dal 18 al 20 aprile sarò anch'io all'Astracon, la convention fantascientifica che si svolgerà presso il cinema teatro Astrolabio a Villasanta, nei pressi di Monza.
Porterò con me una quindicina di tavole per presentare al pubblico alcune delle immagini che corredano l'antologia connettivista Frammenti di una rosa quantica insieme ad altri lavori assimilabili per intenzioni e suggestioni al panorama fantascientifico che si dispiegherà nei tre giorni dell'evento.

Per farsi un'idea dei contenuti e del ricco programma delle giornate monzesi vi rimando all'articolo pubblicato qualche giorno fa su Fantascienza.com.

Per seguire in diretta e interagire con tutti gli eventi dell'Astracon è stato invece creato un blog: astracon.wordpress.com.

Appuntamento all'Astrolabio dunque, da venerdì fino a domenica 20 aprile!

03 aprile 2008

Rapporto letture - Marzo 2008


Picture by Iguana Jo.
Nell'attesa di finire Giochi sacri, le restanti letture di marzo sono tutte made in italy.
Ecco l'elenco:

Christian Raimo (a cura di) - Il corpo e il sangue d'Italia
Per prima cosa lasciatemi dire che è davvero una fortuna che in Italia esistano ancora editori come minimum fax. È soprattutto grazie al loro lavoro (e a quello di pochi altri editori nostrani) che si tenta di percorrere strade (troppo) poco battute, esercitare scelte e proporre progetti che non rientrano nello standard omologato dell'offerta editoriale italiana.
In quest'ottica Il corpo e il sangue d'Italia è un esempio perfetto: un volume che cerca di coniugare le capacità narrative degli autori con l'ambizione, anzi, con la necessità, di spiegare e spiegarsi qualche pezzo del paese in cui siamo immersi.
Operazioni come questa si portano sempre dietro il loro bel carico di incognite. Il rischio connaturato a questo libro, che è prima di tutto la raccolta di una serie di reportage su vari aspetti del nostro paese, è quello di eccedere nel gusto affabulatorio e narcisista degli autori, di esaltare il mestiere dello scrittore piuttosto di approfondire la realtà di cui tratta. In effetti degli otto contributi all'antologia più di uno tende a deragliare dal racconto delle viscere del paese verso un più personale viaggio nella propria incapacità di relazionarsi compiutamente con la realtà circostante.
Per fortuna però tra i diversi contributi presenti ci sono aspetti misconsociuti del nostro paese resi con grande maestria e partecipazione. Penso all'incontro con la realtà quotidiana degli imam nelle nostre metropoli, allo sguardo su uno scorcio di Calabria da cui si intravedono molti nodi di quella che è la vita normale in quelle terre, ma soprattutto a quello che è secondo me il pezzo più memorabile dell'intera raccolta. Mi riferisco a Il responsabile dello stile di Antonio Pascale, una sorta di meta-reportage sulle modalità di rappresentazione della realtà nella sua trasposizione mediatica, che nonostante sia il contributo più off topic del volume è anche quello che più di tutti illumina di consapevolezza l'idea che abbiamo (che ci siamo fatti) dell'Italia che ci circonda. Di certo il pezzo di Pascale è quello che alla fine mi ha lasciato più materia su cui riflettere.
Perché in fondo la mia reazione viscerale alla lettura dei vari squarci aperti dagli autori nel cuore della penisola è stata una sorta di sollievo, prima di tutto per la fortuna che ho avuto nell'essere nato a Bolzano e abitare a Modena, e poi per il fatto di avere un lavoro soddisfacente e una famiglia che non è stata poi così difficile veder crescere. Non mi sento un privilegiato, e non provo neppure sensi di colpa, ci mancherebbe. Ho piuttosto la consapevolezza che poteva andarmi molto molto peggio.

AA. VV. - Robot 49 & Robot 50
Finalmente ho iniziato a colmare il gap tra gli ultimi numeri di Robot letti ormai un paio d'anni fa e le ultime uscite. Il fatto è che sebbene Robot sia l'unica rivista di fantascienza che valga davvero la pena leggere, la qualità media della narrativa delle sue pagine è piuttosto altalenante. Si passa da pezzi da novanta come Neil Gaiman ad esordi narrativi non pienamente riusciti, alla riproposizione di materiale storico che personalmente non riesco ad apprezzare più di tanto.
In effetti i due numeri di Robot letti questo mese non spiccano certo per la qualità dei racconti, piuttosto per la presenza di articoli (che siano saggi critici, approfondimenti o materiale puramente informativo) davvero interessanti. Da segnalare per esempio le interviste a Richard K. Morgan (nel numero 49) e quella a Charlie Stross (nel numero 50). Per tornare alla narrativa, non vorrei aver dato l'impressione che sia tutta da buttar via. Se continuo a seguire Robot è proprio per la sua proposta di narrativa breve. La forma racconto è infatti tra quelle che più apprezzo, oltre ad essere tra le più caratteristiche del genere fantascienza, ma è sempre più difficile ritrovarla in libreria.
Tra le piacevoli sorprese del numero 49 vanno segnalati la riproposizione di Ketama, divertito e divertente racconto hard-boiled uscito dalla tastiera di Silvio Sosio qualche anno fa, il folgorante inizio di Viaggio ai confini della notte di Giovanni De Matteo che se anche poi non si conclude nel migliori dei modi, rimane un ottimo esempio di robusta fantascienza. Nel numero cinquanta spicca la presenza di un Premio Hugo Tk'tk'tk di David D. Levine (piacevole, ma non entusiasmante) e del celebrato Harry Turtledove che ci offre uno scorcio di storia alternativa non troppo esaltante, almeno dal mio punto di vista. Nello stesso numero si segnalano pure il racconto di Alberto Cola vincitore del Premio Italia e la riproposizione di un racconto di Anna Rinonapoli, Gita al pianeta madre che nonostante sia appesantito da un moralismo piuttosto evidente brilla però per un uso del linguaggio davvero effervescente.
Da leggere, come sempre, gli editoriali di Vittorio Curtoni.

AA. VV. - Frammenti di una rosa quantica
Finalmente ho letto Frammenti di una rosa quantica fino in fondo, e sebbene l'abbia finito solo ieri, e Marzo sia ormai già passato, beh… perché perdere l'occasione?
Tra i motivi che mi hanno trattenuto dal leggere preventivamente i racconti che sarebbero poi andati a comporre l'antologia c'era anche il malcelato timore che non fossero all'altezza delle aspettative. La mia esperienza con Supernova Express, la prima raccolta connettivista uscita un anno fa, non era stata delle migliori. Temevo che il livello qualitativo dei racconti proposti in questo nuovo volume fosse paragonabile a quello non certo entusiasmante dell'antologia precedente.
Beh… sono davvero felice di poter dire che mi sbagliavo alla grande.

Insieme ai nomi ormai conosciuti e apprezzati di Dario Tonani o Alberto Cola, vanno citati tra gli autori dei racconti che più ho apprezzato almeno Filippo C. Battaglia, Fernando Fazzari e Marco Milani, che seppur con qualche ingenuità, i primi due per lo meno, danno comunque prova di ottime capacità compositive.
Anche nei Frammenti di una rosa quantica ci sono racconti che non mi hanno soddisfatto (ma trovatemi un'antologia di soli capolavori!), in compenso però, a fronte di un livello medio più che dignitoso, nel corso della lettura ci si imbatte in vere e proprie gemme in grado di illuminare da sole tutto il volume.
Se da un lato si rischia ormai di dare per scontate le capacità di Giovanni De Matteo non si può non rimanere sorpresi dalla densità e dalla ricchezza di suggestioni del suo Orizzonte degli eventi, un racconto che sembra essere uscito dal magico incontro di William Gibson con Greg Egan a casa di Samuel Delany. Spero che Giovanni voglia approfondire l'esplorazione di questa porzione di universo, come lettore non vedo l'ora di poterci tornare.
Altra menzione per il racconto di Alex Tonelli. Me ne avessero parlato prima, avrei scartato l'idea di un racconto come L’ultima stanza del mondo come qualcosa di velleitario o di terribilmente palloso. E invece la scrittura cristallina dell'autore mi ha conquistato con le sue atmosfere tra il claustrofobico, l'onirico e il surreale, con la tensione crescente e l'impossibilità di una risposta. Un racconto davvero splendido.
Ultima citazione per Amiens, 1905 di Simone Conti. Un racconto che mi ha fatto ritornare con la memoria ai pomeriggi spesi da bambino tra le pagine dei romanzi di Giulio Verne. Un racconto emozionato ed emozionante, che non si limita a citare in maniera precisa e partecipata le opere dell'autore francese ma che si esalta nella sua capacità di commuovere e di sorprendere il fortunato lettore.

Arrivato in fondo al volume mi ritrovo assai più speranzoso di prima riguardo al futuro della fantascienza made in italy. Credo sia il risultato migliore che questi Frammenti di una rosa quantica potessero ottenere.

Questo è tutto per il mese appena trascorso. Per il mese prossimo ancora Robot, McCarthy e finalmente l'India di Vikram Chandra.


Seguite il link per le letture di gennaio e febbraio.

26 marzo 2008

Il futuro è sporco


Picture by Iguana Jo.
Non so voi, ma io mi sono sempre chiesto da dove arrivi all'autore l'idea per le copertine dei libri che leggo. O meglio, mi son sempre chiesto in che modo fossero legati immagine e testo.
In alcuni casi la risposta è sin troppo ovvia. Ma in altri la suggestione è più misteriosa, per arrivare poi all'estremo opposto in cui non c'è proprio alcun legame tra immagine di copertina e il contenuto del volume.
Le cose si fanno ancora più interessanti quando mi capita tra le mani un volume illustrato. Non che succeda spesso, anzi. Ultimamente gli unici casi del genere riguardano le uscite di Robot. Anche in questo caso le risposte sono quasi sempre piuttosto immediate. Le illustrazioni che accompagnano i racconti rappresentano solitamente una sorta di visualizzazione delle immagini reperibili all'interno della storia stessa.

Se parlo di copertine, illustrazioni e fantascienza il motivo è prevedibile: questo mese ha visto finalmente la luce Frammenti di una rosa quantica , l'antologia di racconti fanta-connettivisti che ho avuto la ventura di illustrare con le mie immagini.
Quando si tratta di fotografia e fantascienza sono piuttosto incosciente. Quindi, nonostante la mia esperienza nel settore sia pressoché nulla, quando mi è stata chiesta la disponibilità per collaborare a questo progetto non me lo sono fatto ripetere due volte. Lascio a chi leggerà l'antologia ogni giudizio sulla qualità delle immagini (ogni feedback è più che benvenuto!), qui voglio provare a raccontare come sono nate la illustrazioni che corredano i racconti.

Il primo obiettivo che mi sono posto è stato quello di abbandonare l'iconografia fantascientifica classica.
Quella iconografia che rappresenta un futuro tutto plastica e metallo lucido, in cui le linee aerodinamiche di palazzi o astronavi si confrontano con gli spigoli di tecnologie improbabili, armi minacciose e oscuri macchinari alieni.

Nelle mie immagini ho cercato di raffigurare il futuro (se la fantascienza si deve occupare del futuro) per come lo immagino: più vicino a una pozza protoplasmatica di rifiuti organici che a un grattacielo svettante sulle umane miserie, con la fotografia a evocare un tempo le cui fondamenta sono piantate nelle rovine accumulate nel corso dei secoli, uno spazio in cui qualche sprazzo di luce e di vitalità sarà sempre presente, ma in cui anche la più piccola speranza di redenzione si dovrà continuamente confrontare con un fardello sempre più gravoso di ricordi e fallimenti, di sogni riciclati e ideali duri a morire.

Quando con Kremo ci siamo accordati per le modalità tecniche di realizzazione delle immagini la prima cosa che ha fatto è stata spedirmi (quasi) tutti i racconti che avrebbero poi composto l'antologia. Questo per aiutarmi a creare il giusto accompagnamento alle storie che avrei dovuto illustrare.
Riflettendo su quale sarebbe stato l'approccio migliore, sono partito dal presupposto che le mie immagini avrebbero anticipato il racconto, costituendone una sorta di premessa. Non avrebbe quindi avuto molto senso provare a rappresentare un particolare passaggio delle pagine successive. Oltretutto mi ero ripromesso di evitare, per quanto possibile, la trappola dell'immagine didascalica, come pure di anticipare al lettore qualche aspetto della trama.
A costo di peccare di eccessiva confidenza ho deciso di non leggere il materiale narrativo. O meglio: di ogni racconto mi sono limitato a leggere gli incipit, le prime righe o qualche paragrafo, giusto per lasciarmi suggestionare dall'atmosfera con l'intento di riproporla poi in ambito visivo, senza essere legato in maniera più concreta al contenuto dei racconti stessi.
Non so se il risultato è all'altezza delle aspettative, siano esse quelle degli autori dei racconti o quelle dei lettori che si imbatteranno nelle immagini tra una storia e l'altra. Io sono moderatamente soddisfatto delle mie realizzazioni. Non tutte sono pienamente riuscite, qualcuna va forse un po' troppo fuori dal tracciato del racconto che accompagna, ma di almeno un paio sono davvero orgoglioso.
Insomma, per essere la mia prima volta non è andata troppo male.


19 marzo 2008

Arthur C. Clarke


Originally uploaded by jadc01.
Ieri Arthur C. Clarke ci ha lasciati.
Aveva la bella età di novant'anni e da decenni aveva lasciato la natia Inghilterra per trasferirsi nello Sri Lanka.
Con lui se ne va uno degli ultimi autori che hanno fatto la storia della fantascienza fin dalle sue origini.


Tra i ricordi migliori di quel periodo meraviglioso in cui la fantascienza era per me ancora tutta da esplorare svetta Incontro con Rama, ma credo sia davvero difficile stabilire quale possa essere il suo romanzo migliore.
Le sue sono solide storie di esplorazione, con una forte componente scientifica e speculativa, ma al contempo sono opere piene di meraviglia, capaci di esplorare le possibilità e il mistero del futuro riuscendo nello stesso tempo ad essere avvincenti e stimolanti.
Memorabili sono anche i racconti di Clarke, fulminanti per la capacità di illuminare con la sola forza dell'evidenza scientifica le pieghe più oscure della nostra civiltà. Tra questi bisogna citare almeno La stella o i Nove miliardi di nomi di dio.

Escludendo 2001 Odissea nello spazio con i vari seguiti più o meno dimenticabili, non c'è molto di Clarke disponibile al momento in libreria. Alcuni dei suoi migliori racconti sono reperibili nelle antologie della serie Le Grandi Storie della Fantascienza edita da Bompiani a partire dall'ottavo volume (dedicato al 1946).
Se vi doveste imbattere in qualche suo romanzo in giro per bancarelle o in qualche negozio di libri usati non lasciatevelo scappare.

Per approfondire la conoscenza con l'autore inglese vi rimando a questo speciale di Delos pubblicato qualche anno fa.


17 marzo 2008

Il samurai di Melville


Originally uploaded by Bally_Hoo.
Questo post è un po' un azzardo. Lo è per una serie di motivi che si possono riassumere nella mia ignoranza del contesto in cui va collocato il tema del post stesso. D'altra parte chiacchierare di cinema è un passatempo interessante, in cui nessuno, per quanto titolato, ha ragione a prescindere. Un campo in cui la verità è solo un'opinione, tanto più credibile quanto più coerenti saranno le parole espresse con quanto effettivamente visibile nel film oggetto del discorso.

Se son qua a parlare del samurai di Jean-Pierre Melville (anche se in qui da noi è passato con il roboante titolo di Frank Costello, faccia d'angelo) è grazie alla visione di di Non è un paese per vecchi e alla successiva discussione con Alessandro Baratti che nella sua recensione (Money for Nothing) suggeriva curiosi paragoni tra il film dei fratelli Coen e il noir anni '60 del francese.
Il paragone era suggestivo, ma del cinema francese di quegli anni non so praticamente nulla (ok, i nomi grossi li conoscono tutti, ma io di film dell'epoca ne avrò visti in tutto una decina…) e quindi via, guardiamoci 'sto Melville.

Prima di chiedere ad Alessandro cosa si fosse fumato per azzardare un parallellismo tra Melville e i Coen che nemmeno Nadia Comaneci, devo comunque ringraziarlo per l'opportunità che mi ha dato di conoscere Frank Costello. Uno di quegli incontri che poi ti chiedi come hai fatto a non averlo mai sentito nominare prima.
Perché una cosa va detta subito: Le Samuraï (titolo originale del film di Melville), è tra i film più cool sia dato di vedere. Ogni dettaglio, dal protagonista, al suo abbigliamento, dalle stanze d'albergo desolate al night club, fino ai poliziotti e ai mandanti, sbarluccica di tale fighitudine che rischia seriamente di abbagliare lo spettatore. Non una parola di troppo, non un gesto inutile, le facce da duri e la sigaretta sempre accesa. Accidenti! Se non fosse stato per quel goffo tentativo di intercettazione ambientale, che strappa un sorriso, e per quel maledetto uccello in gabbia, che invece suscita sensazioni opposte, il film è di una glacialità da lasciare senza parole.
Ecco, forse questa freddezza di esecuzione è la vera forza di Melville, ed ecco anche il motivo per cui ogni paragone con il cinema dei Coen mi pare fuori luogo.
Ma come? non è proprio la freddezza una delle caratteristiche dei fratellini americani? Certo, solo che l'utilizzo che ne fanno è antitetico rispetto a quello del francese.
I fratelli Coen fanno letteralmente di tutto per lasciar fuori le emozioni dai loro film, l'incapacità di sentire è una caratteristica fondante del loro cinema, l'assenza di qualsiasi coinvolgimento, il muoversi pressoché casuale dei loro personaggi è finalizzato al caos, che per gli autori mi pare sia il carattere qualificante tutta l'umana esistenza.

Tutto il contrario insomma della prospettiva di Melville. Per il regista francese i silenzi, l'incapacità di relazione, la solitudine non fanno che accentuare il profondo romanticismo del suo protagonista. L'ossessione per il controllo totale (si dia un'occhiata agli improbabili mazzi di chiavi che i personaggi si portano in giro), la ricerca dell'esecuzione perfetta, la mancanza di qualsiasi dettaglio superfluo, l'algida sensazione di assenza supportata da una fotografia che privilegia i toni freddi del blu e del verde, sono alcune degli indizi che l'autore semina lungo il percorso per confermare nello spettatore la presenza di uno schema, di una logica magari oscura, che permette però di trovare un senso ultimo alla vita dei suoi personaggi. Lo stesso finale non fa che confermare la necessità di un codice a cui rapportarsi, che possa dare un senso "oggettivo" alla propria esistenza altrimenti vuota.

In definitiva a me pare che Melville svuoti il film per renderlo il più pieno possibile, mentre i Coen li riempiono di ogni dettagli, anche il più superfluo per mettere in scena tutta l'assenza di senso di cui sono capaci.
Non potrebbero muoversi su binari più diversi. Chissà se la loro destinazione è la stessa?

08 marzo 2008

Donne


Picture by babeffe.
Oggi è l'otto marzo, festa della donna, e quella che segue è una storia che racconta il senso di questa data. L'ha scritta la mia amica Lui un paio d'anni fa. Nel frattempo abbiamo scoperto che quell'episodio non è realmente successo, ma nonostante le cose non siano andate esattamente così, le parole della Lui non hanno perso nulla della loro forza.
Io sono convinto che siano le storie più ancora della Storia a fare di noi quello che siamo. Per questo motivo il racconto della Lui rimane per me molto più vero e vivo di molta della retorica che accompagna questa giornata.
Buona lettura.


1908: come unghie a graffiare vetro nero

Erano arrabbiate. Tristi, erano sfruttate. Vivevano come animali, lavoravano come schiave. Non avevano diritti, solo doveri. Non avevano un compenso che si potesse chiamare paga. Poi, altro. Di peggio. Erano donne. Erano niente. Erano carne da macello.

Una di loro alza la testa. Quale sarà stata la causa scatenante? Un figlio ammalato, la dignità ancora una volta calpestata da una mano addosso, la stanchezza che non permette un razionale pensiero? Comunque, una di loro alza la testa. Basta. Pensa. Basta. Dice. Basta. Urla. Altre donne alzano la testa. Alcune per zittirla, perché non possono rinunciare a quei quattro soldi, e non hanno mai pensato di poter vivere in maniera diversa. Ma altre no, si uniscono. Basta. La voce si alza, le braccia si incrociano. Mi immagino il “padrone”. Cazzo vogliono, queste. Cazzo dicono, cazzo fanno. Dovrebbero ringraziarmi, dovrebbero baciarmi i piedi.

L’urlo è alto, le braccia si uniscono, le donne spengono le macchine, non producono. Non solo. Parlano. Di cose assurde, di dignità, di compenso, di orari, di diritti. Parlano. Poi si alzano ed escono. Da quella fabbrica fumo polvere sudore ansia sfruttamento. Escono e guardano in alto. Quanto tempo è che non vedono il sole? quanti anni sono che entrano col buio della notte ed escono col buio di quella successiva, e via a correre, e via a lavorare e via a preparare lavare accudire via via via. Escono e c’è il sole. Alzano la faccia a quel calore, nonostante sia ancora freddo.

Il giorno dopo ancora. Le donne ci tornano, in fabbrica, ma parlano. Dicono cose che fanno pensare. Le parole sanno di pulito, di bello. Sanno di una vita che forse, ecco, forse sarebbe possibile vivere.

I giorni passano. Le donne guardano con occhi fissi quelli del padrone, ed i suoi urli non sono alti come il loro silenzio improvviso.

I giorni passano, le donne sono più alte, ci scappa un sorriso, ogni tanto, perché la rabbia che avevano dentro sta uscendo fuori, e con quella il veleno che inacidiva il loro viso e la loro vita.

Un sorriso che ha nome: si chiama speranza. si chiama dignità.

E’ ora di uscire. E’ finito l’orario. Si preparano. Vanno alle porte, parlano ancora fra loro. Domani sarà un altro giorno di lotta, ma adesso è tempo di andarsene. Che capisca il padrone che non scherzano. Si piegherà anche lui.

Le porte sono bloccate. Ci provano insieme. Corrono, da una porta all’altra. Niente. Cosa succede. Cosa…urlano, adesso. Prima è rabbia, sono insulti, sono pugni alzati, sono botte a quelle porte chiuse. Poi è paura, che serpeggia, si allunga, prende alla gola. No, non è solo paura. E’ puzza di fumo. Il terrore. Il panico. Donne corrono, si scontrano, i pugni alle porte si fanno forsennati, sangue dalle mani, graffi sui volti, pensieri impazziti, i miei figli, il mio uomo, devo uscire, devo vivere, voglio vivere.

Il fumo diventa fiamme, le fiamme diventano fuoco tutto brucia, tutto: pareti, legno, tutto. I vestiti delle donne, sembrano torce che fuggono, si scontrano contro altre torce, il fuoco nei capelli, la pelle, il dolore, l’odore osceno di carne bruciata…

Tutto si consuma, in quelle fiamme. Una fabbrica, 129 storie personali, ed una storia collettiva.

Mr. Johnson, il padrone della fabbrica, ha bloccato tutte le porte della fabbrica. E poi, è stato dato fuoco. E’ New York. E’ il 1908. 129 donne sono morte. Per credere ad una vita dignitosa. Per ribellarsi ad una condizione disumana. Morte ammazzate, come topi in trappola.

A loro, e a tutte le PERSONE, persone e non solo donne, il mio ringraziamento, per avermi permesso una vita migliore.


06 marzo 2008

Io …err …sono …err …leggend …err


Originally uploaded by ryankg.
Grazie alla segnalazione di Domenico (aka 7di9) ho dato un'occhiata al finale alternativo dell'ultima sciagurata versione cinematografica di Io sono leggenda.

Ora che l'ho visto non so che pensare. Di sicuro questi 7 minuti alternativi non peggiorano il mio giudizio sul film (peggio di così…) ma mi chiedo se davvero gli autori pensavano che sarebbero bastati quel minuto di zucchero e miele (bestiale) per raddrizzare una storia che più banale e retorica e biecamente misticheggiante (la voce diddio! niente di meno!) di così non si poteva? E dire che la prima mezz'ora del film m'era pure piaciuta…

Povero Matheson.

(M'è pure sorto un dubbio; non è che il buon Will Smith scelga gli script a cui collaborare in base alla probabilità di sputtanare il testo originale da cui son tratti? Oltre a Io sono leggenda mi torna in mente Io, robot, ma probabilmente la lista andrebbe approfondita. In confronto a tali magnifici esempi di cinema di fantascienza ci toccherà in qualche modo rivalutare il bistrattato Indipendence Day!)


04 marzo 2008

Rapporto letture - Febbraio 2008


Picture by Iguana Jo.
Letture leggere per febbraio, con qualche sorpresa inaspettata a illuminare la lista:

Tonino Benacquista - Saga
Grazie a Gianluca e Marco che me l'hanno prima consigliato e poi recuperato, ho finalmente letto questo gustoso romanzo del francese Tonino Benacquista. Una sfrenata corsa lungo la china della televisione popolare, nei panni di quattro sceneggiatori di soap lasciati liberi di produrre l'impensabile, con un finale da fantascienza e un sacco di roba interessante nel frattempo. Non avevo mai sentito parlare dell'autore o del romanzo (è uscito per Einaudi nel 1998), ma se siete alla ricerca di un libro divertente sul duro mestiere dello sceneggiatore, beh… questo fa davvero al caso vostro.

Joanne Kathleen Rowling - Harry Potter e l'Ordine della fenice
Quinto capitolo della saga Potter, con tutti i pregi e i difetti dei volumi che lo hanno preceduto. In questo caso la vicenda ci mette davvero troppo a partire, ma quando finalmente decolla non delude le aspettative del lettore.
Pur senza essere particolarmente originale o innovativa la saga di Harry Potter si fa leggere che è un piacere. Prima o poi arriverò fino in fondo…

Theodore L. Thomas e Kate Wilhelm - Clone
L'altra gradita sorpresa del mese arriva da questo Clone che Urania Collezione ha riproposto in edicola nel gennaio scorso.
L'incipit fantascientifico del romanzo è poco più di una scusa per scatenare la belva, che presto tutta la storia vira verso i toni più spaventosi dell'incubo urbano. Gli autori creano un piccolo gioiello di tensione, rimanendo in perfetto equilibrio tra le tentazioni dello splatter e la commossa partecipazione ai destini degli innumerevoli personaggi coinvolti nella scia di distruzione.
Un romanzo secco e spaventoso come non se ne fanno (quasi) più che arriva dritto dritto dal 1965. Da cercare per bancarelle, dove è probabilmente disponibile anche nell'edizione precedente, uscita sempre per Urania con il titolo Dalle fogne di Chicago.

Neil Gaiman - Il cimitero senza lapidi e altre storie nere
Quest'antologia non fa che confermare quanto scrivevo qualche tempo fa: Neil Gaiman dovrebbe lasciar perdere il romanzo serio e continuare a raccontare le cronache del suo mondo fantastico, che le storie che provengono da quelle lande sono davvero memorabili.
Il cimitero senza lapidi e altre storie nere è un'antologia estremamente varia per temi e situazioni, ma in tutti i racconti si percepisce trasparente il tocco di Gaiman, capace trasformare la più quotidiana delle situazioni in una finestra per il fantastico e la magia. Da segnalare il racconto che da il titolo alla raccolta (che è poi un estratto dal suo prossimo romanzo per ragazzi), Cavalleria (delizioso racconto totalmente inglese), Come parlare con le ragazze alle feste in cui Gaiman declina il suo talento in versione fantascientifica e quella cosa strana che risponde al titolo de Il caso dei ventiquattro merli in cui il mondo delle filastrocche inglesi per bambini ci viene offerto in salsa hard-boiled.
Da centellinare più che da leggere.

Philip José Farmer - Notte di luce
Di PJ Farmer ho letto giusto un anno fa il suo Creatori di universi, che non mi aveva entusiasmato.
Le avventure di padre Carmody narrate nei racconti che compongono Notte di luce sono meglio, certo, però sono ben lungi dall'essere una lettura totalmente soddisfacente.
Sebbene riesca a ad apprezzare le tematiche e il quadro generale della sua fantascienza, quando arrivo a finire un libro di Farmer la sensazione dominante è la perplessità, come se mancasse qualcosa, come se avesse sprecato un'occasione. Non so se il mio mancato gradimento dipenda dal fatto di trovare irrimediabilmente datati i suoi lavori, o se invece la causa sia lo scarso approfondimento di personaggi e situazioni con cui imbastisce le sue storie, però il risultato non cambia. Evidentemente Farmer non fa per me.



Anche per febbraio è fatta. Nel prossimo rapporto qualche lettura esotica, con un tour attraverso il corpo e il sangue d'Italia e un viaggio in India. Rimanete sintonizzati.

Seguite il link per le letture di gennaio.


29 febbraio 2008

Non è un paese per vecchi - Secondo tempo


Picture by Iguana Jo.
In cerca di risposte ai vari dubbi generati dalla visione dell'ultimo film dei fratelli Coen mi sono imbattuto in questa recensione.
Le parole di Gianluca Pelleschi non fugano le mie perplessità, però insieme a quelle dei commentatori successivi aggiungono un po' di carne al fuoco e mi costringono a un ulteriore tentativo di riflessione.
(Non sarò mai all'altezza di tali recensori, mi mancano l'esperienza, le visioni e il vocabolario, ma oh… bisogna sapersi accontentare)

Meditando dunque su Non è un paese per vecchi sono arrivato alla conclusione che non ha senso prendersela con i fratelli Coen se la maggior parte dei recensori ha voluto trovare significati politici o morali o etici nella loro pellicola.

Non dico che non ce ne siano, dico solo che non è che rappresentino chissà quale colpo di genio. Mettere a confronto le debolezze di uno sceriffo nostalgico e anche troppo umano con l'implacabile cammino della morte, nella persona del grottesco Chigurh, non è certo una gran novità. Per questo motivo credo che fermarsi a giudicare Non è un paese per vecchi per le sue presunte qualità di racconto morale sia fuorviante.

Le sue qualità sono altre.
In fondo Non è un paese per vecchi è un ottimo thriller autistico: un thriller in cui l'emozione è bandita, l'empatia con i personaggi è ridotta ai minimi termini, anche la semplice partecipazione alla vicenda è frustrata dagli scarti improvvisi della trama, e l'incomprensibile gestione narrativa della storia non fa che aumentare il senso di inquietudine di chi guarda. A salvare l'incolpevole (e magari appassionato) spettatore c'è però il cinema dei fratelli Coen: le magie incontestabili della messa in scena e del racconto. La lucidità di una camera fissa, l'uso consapevole e anticonvenzionale del climax, la casualità fittizia di scelte e gesti e parole dei personaggi.

Quindi non si rimane delusi, e si è costretti a seguire trepidanti la totale disumanità del suo protagonista, fino all'esito finale della sua corsa. Al polo opposto, a calamitare le speranze e l'attenzione rimane la cadenzata partecipazione narrativa dello sceriffo, che serve ottimamente da contraltare umano (e quindi limitato, debole, parziale e in fondo retorico) all'esuberante e incontenibile energia distruttiva del killer.
Tutti gli altri personaggi ( a partire da Llewelin) sono accessori per dipanare la tesi inumana dei fratelli Coen.
Siamo tutti fottuti.

26 febbraio 2008

Non è un paese per vecchi


Picture by Iguana Jo.
E così - sorpesa sorpresa - l'ultimo film del fratelli Ethan e Joel Coen ha vinto l'Oscar. Ma perché poi non avrebbe dovuto vincerlo? Dopotutto Non è un paese per vecchi è il classico thriller con psicopatico, uomo in fuga e un bel panorama. Roba americana al cento per cento insomma.
Certo, è girato con un estro artistico decisamente superiore alla media ed è fruibile a più livelli. Ma è anche un film molto attento a farsi piacere, infarcito com'è di tutti quei dettagli che fanno la gioia del cinefilo (l'assenza di qualsiasi colonna sonora musicale, l'elisione dei punti di maggior impatto narrativo, l'uso smodato di auto d'epoca), la necessaria suspence per il cosiddetto spettatore qualsiasi e, dulcis in fundo, la doverosa violenza richiesta da un film del genere in questo inizio di millennio. Insomma, c'è pane per i denti di gran parte del pubblico: c'è anche la possibilità di un coinvolgimento romantico!

In effetti il film è piaciuto assai anche a me.
Non è un paese per vecchi è cupo, massiccio e implacabile, con qualche raro sorriso che affiora e accompagna lo spettatore verso il lato più oscuro della provincia americana.
M'è piaciuto dicevo, però m'è rimasto qualche dubbio a cui non riesco a dare una spiegazione convincente.

- Perché il film (come del resto il romanzo di Cormac McCarthy da cui è tratto) si svolge nel 1980?
Dando per scontato che in una pellicola nulla accade per caso, l'unica risposta che mi son dato è sostanzialmente pratica: per permettere ai personaggi di utilizzare gli strumenti (le riceventi!) che fanno muovere la vicenda. Altri motivi? è così indispensabile che l'uomo in fuga sia un reduce del Vietnam? Naah…

Ambientare a quasi trent'anni dal presente un film che parla di cambio di valori e in cui la riflessione sul tempo passato è uno dei temi principali, m'è parso indebolire il discorso piuttosto che rafforzarlo. Lo stacco che si genera con l'attualità è così forte che non si avverte più il senso di tutte quelle chiacchiere sul tempo passato, sul cambiamento dei valori, sull'aumento della violenza...
A meno che il senso non sia proprio quello: come quando si sente dire che non esistono più le mezze stagioni, che un tempo era meglio, che non ci sono più i giovani di una volta.
Che è sostanzialmente quello che lo sceriffo ripete per tutta la durata del film.


- Dov'è questa profonda riflessione sul male cui tutti i critici fanno riferimento?
Il male nel film, ovvero il killer in caccia, è una presenza elementale. Non ha alcunché di umano, è riconosciuto ovunque per il pazzo scatenato che è. Ma se il male è tanto inesorabile, se è assimilabile a un cataclisma naturale, se non offre alcun appiglio alla pietà, alla razionalità, nemmeno alla cupidigia del suo attore, se il male è del tutto casuale, che riflessioni vuoi che offra?
In questo senso il film m'è parso decisamente immorale. Qualsiasi decisione tu possa prendere non avrai alcun controllo sulle sue conseguenze e nessuna responsabilità, alla fin fine.

- Perché i fratelli Coen hanno deciso di non farci vedere l'eliminazione di quei protagonisti della vicenda destinati a morire?
Non è che in fondo gli autori parteggino per il killer? Tutto lo sviluppo del film tende a far scivolare piano piano lo spettatore nelle vesti di Anton Chigurh, che è sì un pazzo omicida, ma è un pazzo privo di tutti quei difetti che rendono decisamente più umani tutti gli altri personaggi. Di più, il suo comportamento si situa al di là di qualsiasi possibilità di controllo o di giudizio morale, proprio a causa della follia che lo rende del tutto inumano e alieno a qualsiasi concetto di pietà o giustizia.
Fin dai primi assassinii, quelli commessi nel prologo della vicenda, gli autori fanno in modo che lo spettatore non si trovi davvero a empatizzare per le vittime, vuoi per l'ovvia insipienza della prima, vuoi per l'inconsueta modalità di esecuzione della seconda. Ma in generale, ovunque ci sia la possibilità che lo spettatore possa simpatizzare con la vittima, i fratelli Coen gli tolgono l'imbarazzo, non facendolo assistere al misfatto. Anzi, in uno dei momenti più genuinamente sorprendenti (parlo di quello che succede alla fine del film) l'immedesimazione del pubblico è sapientemente indirizzata verso l'inumano assassino, cui è destinata l'ultima emozione di stomaco del film.
Per questo forse alla fine del film non mi sono sentito del tutto soddisfatto.
M'è parso che nella messa in scena fosse presente una buona dose di morbosità, che non depone certo a favore degli autori, almeno dal mio punto di vista.


Mi piacerebbe che qualche visitatore del blog riuscisse a darmi risposte più convincenti, aiutandomi a capire meglio un film che così come l'ho visto s'è fatto piacere solo superficialmente, quando invece sono convinto che qualcosa, che probabilmente continua a sfuggirmi, si muovesse più in profondità.
Ah… non valgono risposte che tirino in ballo il romanzo di McCarthy, autore che leggerò a breve, ma che è comunque esentato da qualsiasi necessità di giustificare il film a cui ha dato origine.
(tra l'altro per quel che ho visto il film avrebbe potuto benissimo essere stato tratto da un qualche racconto di Joe R. Lansdale, almeno per l'oscura atmosfera texana che lo caratterizza.)

Per finire una nota curiosa: venerdì sera a vedere il film la sala era piena per tre quarti e l'età media si aggirava intorno ai 60 anni. Vorrà dire qualcosa?

(il discorso ha avuto un seguito in questo post)