Commentando
un post sul blog di X mi chiedevo come fosse possibile che la maggioranza dei lettori di fantascienza nostrani fosse così conservatrice.
La domanda è da un po' che mi frulla in testa, forse è tempo di provare a dare qualche risposta.
Innanzitutto, siamo sicuri che il pubblico fantascientifico sia tanto conservatore?
A fare un giro tra gli scaffali delle librerie pare evidente: degli scrittori che occupano perennemente lo spazio dedicato alla sf la maggior parte è morta e sepolta da decenni. Le sparute novità (che già questo è un termine esageratamente ottimista) sono seppellite tra decine di ristampe: su un'ipotetica disponibilità di 100 volumi quelli scritti negli ultimi dieci anni si contano sulle dita delle mani.
La situazione si ripete più o meno negli stessi termini uscendo dalle librerie e provando a chiacchierare con qualche lettore. I nomi che saltano fuori son sempre gli stessi. Si parte da Asimov & Dick, se si è fortunati si sente citare Ballard, si arriva al massimo a Simmons e Sterling, e naturalmente a William Gibson (sempre sia lodato) che però conta ormai la gran parte dei suoi lettori al di fuori del ghetto fantascientifico.
Certo, quest'analisi superficiale potrebbe anche essere indicativa di un genere ormai in declino, a prescindere dai gusti dei lettori. Un genere insomma in cui sono proprio gli autori a latitare, a cui manca la capacità di rinnovarsi, senza idee o prospettive.
Ovviamente io non sono d'accordo.
A smentire l'idea di un genere al capolinea ci sono tizi che rispondo al nome di Stross, Banks, MacDonald, Egan, Chang (ma questi sono solo i primi che mi vengono in mente). Tutti questi autori hanno avuto almeno un assaggio di traduzione italiana. Nessuno di loro ha avuto il ben che minimo successo, almeno a giudicare dalla loro storia editoriale, salvo che tra una microscopica schiera di appassionati all'interno della già piccola nicchia dei lettori di fantascienza. Per quei lettori gli autori citati sono un garanzia di qualità, per la maggioranza del pubblico sono troppo
particolari, troppo
letterari (come mi disse una volta Sandrone Dazieri a proposito di MacDonald), per essere apprezzati.
Non so da dove nasca questa situazione, ma ho le mie teorie.
I libri degli autori citati sono all'altezza dei migliori romanzi mainstream, sono opere che affascinano, turbano, emozionano, ma sono anche storie che richiedono sempre un minimo di impegno al lettore. Questi scrittori non scrivono romanzi facili, per quanto siano divertenti (e lo sono!) non si limitano al puro intrattenimento, ma inducono riflessioni, pongono dubbi, speculano senza risparmiarsi sulla realtà, sulla morale, sulla storia.
Ma il lettore di fantascienza italiano standard della realtà non sa che farsene. Cerca la fuga, l'evasione, il divertimento scacciapensieri. E fa benissimo così, ci mancherebbe. Non ho la minima intenzione di fargli cambiare idea: ognuno è libero di scegliersi le letture che preferisce, che leggere dovrebbe sempre rimanere innanzitutto un divertimento.
Detto questo a me rimane comunque la necessità di capire com'è che il lettore conservatore continua a trovare pane per i suoi denti, mentre quelli che apprezzano l'idea di una fantascienza speculativa sono costretti a leggere i romanzi in lingua originale.
Forse è quindi il caso di rimodulare la domanda iniziale. Non è tanto il pubblico conservatore il problema della fantascienza in Italia, quanto piuttosto l'assenza di un pubblico di lettori di fantascienza disposti ad avventurarsi dove nessun altro lettore italico è mai giunto prima.
Come siamo arrivati a questa situazione? Perché nel resto del mondo occidentale si pubblica e si legge quella fantascienza più ricca e
difficile che qui invece non trova lettori? Le risposte standard sono sempre le stesse: la cultura scientifica in Italia è sempre stata deficitaria; già ci son pochi lettori figurati quelli di sf; la fantascienza è quella roba coi razzoni, i robot e magari gli ufo, roba da ragazzini coi brufoli insomma.
E certo sono tutte risposte che hanno una loro forza, sono credibili e seppur poco consolanti danno qualche spiegazione.
Ma io ho un'altra idea.
Io credo che la responsabilità della mancanza di evoluzione dei lettori italiani di fantascienza sia anche, se non soprattutto, di Urania.
Sì. Proprio Urania. La rivista che all'inizio della sua storia ha senz'altro contribuito alla diffusione della fantascienza in Italia, ma che ormai è una delle principali cause del suo appiattimento, almeno secondo il mio modesto parere.
Pensiamoci un attimo.
- Urania ha proposto costantemente in edicola per più di cinquant'anni, con cadenze di uscita che sono arrivate a essere anche settimanali, una fantascienza adatta ad un pubblico di massa privilegiando quindi la quantità, a fronte di una qualità che doveva per forza di cose livellarsi al ribasso per accontentare più gente possibile. Per lo stesso motivo è ormai invalsa popolarmente l'idea che la fantascienza sia lettura d'evasione, niente di serio, qualcosa da leggere se non sia ha niente di meglio da fare.
- Urania ha ucciso il mercato della fantascienza in Italia. Il prezzo dei volumi in edicola ha costruito nel tempo l'idea che la fantascienza dovesse costare poco (pochissimo) col risultato che sono progressivamente scomparsi (almeno a livello di prezzo) i tascabili di fantascienza che hanno sempre costituito il serbatoio per tutte quelle proposte
diverse che nel tempo avrebbero potuto costruire uno zoccolo duro di lettori in libreria.
Quanti sono disposti a spendere 18 euro per un autore di cui non hanno mai sentito parlare? Qual è l'editore disposto a proporre a un prezzo medio qualcosa che il suo pubblico di riferimento è abituato a pagare pochissimo?
Risultato: meno libri di fantascienza in libreria, meno scelta all'interno del genere, ristampa costante di quei tre nomi tre che continuano a vendere.
- Urania ha umiliato la fantascienza scritta proponendo per decenni traduzioni parziali, censure assurde, traduzioni grossolane. Così facendo ha abbassato ulteriormente la qualità delle sue proposte.
- Per i non addetti ai lavori in Italia Urania è sinonimo di fantascienza scritta.
Sono più di cinquant'anni che Urania detta lo standard di quello che è fantascienza nella penisola. La conseguenza più deleteria è che questo è vero soprattutto per chi non si occupa di sf, non la legge, non la frequenta. E che si ritrova come modello ideale di fantascienza quella proposta - con tutti i difetti summenzionati - dalla rivista Mondadori. Piaccia o no, Urania è il biglietto da visita per chi si avvicina per la prima volta al genere.
Questo fatto forse aiuta spiegare la progressiva riduzione dei lettori, il fallimento di un ricambio generazionale che non c'è mai stato, la sufficienza con cui è considerato il genere al di fuori delle aree protette in cui viene coltivato, e protetto, e soffocato.
Non so come si possa risolvere questo stato di cose, non so nemmeno se si riesca a ipotizzare una soluzione. Del resto io sono solo un lettore, ma mi piace la fantascienza, mi piace la capacità che ha di riflettere sull'oggi senza essere impastoiata dall'attualità, mi piacciono le sue potenzialità narrative, la meraviglia e la tragedia, l'emozione e la speculazione.
Vorrei solo poterla continuare a leggere.
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