30 aprile 2008

Rumore di fondo

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Seguendo questo link (o cliccando sull'immagine qui sopra) potrete scaricare il pdf della serie di cartoline che promuovono la presentazione di Frammenti di una rosa quantica (700 Kb) presso la libreria Feltrinelli di Modena.
A breve il comunicato sulla mostra!

23 aprile 2008

La strada


Picture by Iguana Jo.
Dopo le prime pagine de La strada di Cormac McCarthy ero convinto di avere finalmente sotto mano l'esempio perfetto di narrativa di genere sdoganata. Un romanzo paradigmatico della tendenza attuale consistente nel presentare storie di fantascienza senza relegarle nel ghetto cui appartengono, censurando qualsiasi riferimento possa avvicinare il volume al genere cui più propriamente appartiene.

Ma poi sono andato avanti con la lettura. Lungo La strada ho sofferto, ho pianto e mi sono sentito terribilmente vicino a quell'uomo e a quel bambino, profughi in una terra che non ne vuole più sapere di umanità e passione.
Chissenefrega quindi della collocazione letteraria del romanzo, che si fotta l'ansia catalogatoria che ogni tanto mi prende e fanculo anche a tutta la fantascienza buona o meno buona: ne La strada di McCarthy c'è tutto quanto valga la pena di raccontare. Incasellarlo in una categoria precisa è già volerne limitare la portata, le ambizioni e le conseguenze.

Il romanzo è straziante, una fuga senza speranza in mondo senza futuro con la memoria azzerata dal costante assedio del grigio nulla che circonda i protagonisti. Eppure qualche traccia di calore, un sospiro di vita, si continua comunque ad avvertire, flebile, sussurrato ma persistente, nel rapporto tra padre e figlio che accompagna il lettore per tutto il racconto: nel fuoco che conservano, nell'impossibilità della resa, negli struggenti, memorabili piccoli scambi di parole che sottolineano i momenti del loro percorso.

Probabilmente l'aspetto più straordinario de La strada è l'equilibrio e la sobrietà della scrittura di McCarthy. La capacità di raccontare con le sole parole indispensabili il più oscuro dei nostri futuri possibili, senza didascalismi, senza sbrodolamenti morali o concessioni spettacolari all'apocalisse che descrive,. La desolazione quasi metafisica che fa da sfondo alla vicenda e soprattutto i rari dialoghi sono un capolavoro di espressività. Il contrasto assoluto tra la familiarità delle parole e il contesto circostante, la necessità di un'affermazione morale in una situazione totalmente insostenibile, la vita che si trascina con le unghie e coi denti fino alla fine del mondo, scevra da ogni possibilità di nostalgia: La strada racchiude interi universi al suo interno. Arrivati alla fine ci si troverà a osservare la realtà con occhi diversi.


(Un grazie a Dario e Silvia che me lo hanno consigliato)

21 aprile 2008

L'AstraCon che non c'è stata.


Originally uploaded by Iguana Jo.
Vi capita mai di viaggiare con un fuso temporale diverso da quello del mondo circostante?
Quest'ultimo fine-settimana c'era l'Astracon a Villasanta. Dovendo esporre i miei lavori io e Annalisa siamo partiti per tempo venerdì pomeriggio, abbiamo allestito lo spazio a nostra disposizione e poi ci siamo messi in paziente attesa, sia del pubblico che sarebbe accorso a fiumi, sia degli eventi che avrebbero animato la giornata.

Abbiamo temporeggiato.

Abbiamo visitato con calma le altre mostre.

Abbiamo aspettato.

Abbiamo chiacchierato con gli altri artisti.

Abbiamo atteso.

Abbiamo scambiato due parole con due persone in visita.

Siamo andati a fare merenda e siamo tornati.

Abbiamo bevuto un'altra birra.

Abbiamo aspettato ancora un po'.

Intorno alle 20.30 ci sono passati a prendere tre amici e siamo andati a cena.

Alle 21.00 era prevista la proiezione di Dark Resurrection. Vuoi per la compagnia, vuoi per la cena messicana, non ce l'abbiamo proprio fatta a essere presenti. Così ci siamo persi il primo degli appuntamenti clou della tre giorni fanta-connettivista.
Col senno di poi questa scarsa sincronia tra i nostri tempi e quelli della convention è stato il problema principale per tutta la nostra permanenza a Villasanta.
Comunque sia, questo è tutto per il primo giorno all'Astracon. Possiamo dire che abbiamo trascorso giornate più memorabili.


Sabato pomeriggio è trascorso come fosse una fotocopia del venerdì.
Sostituite lo spettacolo teatrale (in cui La Sentinella di Fredric Brown è stata fatta a pezzi da una messa in scena quanto meno incongrua - anche se la soggettiva sulle sabbie era davvero suggestiva, per i primi dieci minuti) alle chiacchiere con gli artisti.
Dopo qualche ora trascorsa in compagnia di Paolo nella vana speranza che qualcosa succedesse Ci siamo dati alla macchia. Spero per chi l'ha vissuta che la serata sia stata un po' più entusiasmante.

Noi domenica siamo ripartiti. I tempi morti delle due giornate precedenti hanno messo a dura prova la nostra resistenza. Sebbene mi fossi ripromesso di fermarmi almeno per il pomeriggio, non ce l'ho proprio fatta. Spero che la giornata e soprattutto l'appuntamento finale con Alan Altieri, Giuseppe Lippi, Silvio Sosio e Paolo Attivissimo, sia stato un successo. Me lo auguro per gli amici che a questa AstraCon credevano davvero, me lo auguro per chi ha fatto i salti mortali per organizzare e partecipare ai vari appuntamenti.
Io sono tornato a casa un po' sconfortato: forse siamo noi che abbiamo fatto fatica a sincronizzarci con i tempi della Con (quante volte ho chiesto cosa prevedeva il programma? proprio non voleva saperne di entrarmi in mente…). Forse era la Con ad essere un po' fuori tempo. A me è rimasta la sensazione di un'occasione mancata. L'anno scorso l'evento era riuscito senza dubbio meglio, pur con tutte le limitazioni sia di orari che di spazi.

Da questa AstraCon di positivo riporto a casa le chiacchiere fatte con Michelangelo Miani e con Gatto, i preziosi consigli e gli scambi di opinioni sulla maniera migliore di presentare il proprio lavoro, sull'esperienza del lavoro creativo e sul come si dovrebbe realizzare e presentare una mostra. Magari per tre giorni di Convention non è tanto, ma è sempre meglio di niente.


15 aprile 2008

Viva l'Italia


Picture by Iguana Jo.
È già qualche giorno che volevo scrivere due righe riguardo agli ultimi film visti. Purtroppo nel frattempo siamo stati travolti dal fine settimana elettorale.
Fate attenzione quindi. Questo post contiene paragoni azzardati tra cinema e società, oltre a una buona dose d'incoscienza e un'irragionevole incapacità di adeguarsi alla realtà.


Ieri la destra ha riconquistato l'Italia. Evidentemente non ci meritiamo niente di meglio. Del resto se una volta eravamo famosi per inventiva e immaginazione, ora il meglio che sappiamo produrre sembra essere una grande nostalgia per il tempo che fu.

Vedi per esempio Mio fratello è figlio unico, uno degli esempi migliori di tipico film italiano degli ultimi tempi. E confrontalo magari con 28 settimane dopo altro film figlio di questi tempi sbandati.
Tra i due film c'è tutta la differenza che contraddistingue l'Italia dal resto del mondo occidentale.
Tanto il primo è controllato ed emozionante, nostalgico senza essere retorico, quasi pedagogico nel voler spiegare ai ragazzi scamarcio-maniaci d'oggi il percorso dei nostri padri, quanto il secondo è efficace ed appassionante nel mostrare come tutti i migliori propositi siano destinati alla devastazione senza speranza. Nel primo si cerca la speranza nelle nuove generazioni, nel secondo le nuove generazioni sono fottute in partenza. Però con il film italiano ci si commuove, mentre con quello inglese ci si diverte.

Certo, si dirà, il primo è un film serio con tutte le sue cose al posto giusto, mica una cagata splatter/ orrorifica /fantascientifica grondante sangue, cliché e morti ammazzati come il secondo. Mio fratello è figlio unico racconta la realtà, la Storia, l'altro è solo cinema.

Però mi chiedo, perché in Italia il modello di cinema popolare non-idiota è quello di Lucchetti mentre in Gran Bretagna si fanno film come 28 settimane dopo o i figli degli uomini o capolavori come Shawn of the Dead? Cos'è che ci impedisce di affrancarci da un immaginario vecchio e risaputo per poter fantasticare (anche nella maniera più sbracata e allucinante) su scenari che non siano la solita riproposizione di ragazzi-che-crescono-in-un-mondo-difficile, crisi-dei-20-o-30-o-40-anni, destra-vs-sinistra tra anonimi quartieri operai / borghesi o fabbrica / ufficietto (come se operai o borghesi fossero ancora categorie reali…)?

Per tornare a bomba sul risultato elettorale, e ribadendo che evidentemente non ci meritiamo di meglio che un governo in cui l'esaltazione acritica della nostra grandezza andrà di pari passo con l'emarginazione di ogni forma di dissenso, non mi rimane che constatare che l'Italia che mi piacerebbe vedere si trova probabilmente in un universo parallelo. Però una cosa vorrei davvero capirla: da dove nasce la totale incapacità della sinistra (ehi! i film che piacciono sono di sinistra! incredibile!) di immaginare un futuro diverso (mica necessariamente migliore, non sono così ingenuo) da quello antico e stantio e retorico delle destre trionfanti?

Io mi fermo qui. Ve l'ho detto, non riesco ad adeguarmi a questa realtà. Preferisco farmi qualche bel viaggio tra le suggestioni dell'ultimo minuto piuttosto che mettermi a ragionare seriamente sui perché e i per come. Se invece volevate leggere un post serio pieno di lucida disperazione e rimpianto e leggerezza sul risultato elettorale, beh… Leonardo è qui per questo.
Viva l'italia.

09 aprile 2008

Dichiarazione di voto.


Picture by Iguana Jo.
Fino a ieri ero convinto che avrei votato PD, non perché apprezzi particolarmente programma e candidati del partito veltroniano, semplicemente perché non c'è niente di meglio all'orizzonte.

In effetti le motivazioni che mi spingevano verso il PD erano più legate a sensazioni di stomaco piuttosto che a elaborate analisi politiche o sociali. Tra l'altro nessuna di queste ragioni dipende particolarmente dal programma politico del partito di Veltroni, il che è tutto dire.
Vediamole un po':

- Mi pare che tra tutti gli elettori impegnati in questa tornata, quelli che voteranno il PD sono quelli che mi danno più garanzie di controllo sull'operato dei propri candidati, quelli che mi pare abbiano l'atteggiamento più costruttivo rispetto allo stato disastroso del paese, quelli più disponibili al dialogo. No, non confondo elettori ed eletti, ma sui secondi non faccio troppo affidamento.

- Le parole, i proclami, i modi della destra (di tutta la destra) rappresentano tutto ciò che non sopporto dello scenario politico e sociale nazionale. A dettare il passo della competizione elettorale c'è l'armata dei predicatori d'odio, dei prendi i soldi e scappa e del panem et circenses a gogo. Gente che cerca il voto facendo leva sugli istinti più bassi del corpo elettorale, sulla paura e il sospetto, piuttosto che sulla bontà della proposta politica. Beh… io 'sta gente vorrei vederla davvero rimossa dal panorama politico nazionale, anche a costo di sopportare Veltroni e compagnia per i prossimi cinque anni.

- L'opzione del non voto, sponsorizzata da Grillo & Co. non è mai stata così presente come quest'anno sulla scena nazionale. Rispetto le opinioni di (quasi) tutti, dopotutto la scelta della fetta di salame nella scheda ha tentato anche me, e parecchio, ma sono arrivato alla conclusione che non votare non rappresenta altro che un'illusione di protesta, oltre a essere per molti l'estremo tentativo di ottenere un'improbabile verginità politica. Come se poi il giorno dopo le elezioni non ci ritrovassimo di nuovo tutti ad avere a che fare con l'amministrazione pubblica, con un lavoro, con la gestione di una famiglia. Insomma, alla fine mi pare che Grillo & Co. siano molto molto bravi a lamentarsi, a sparare nel mucchio, a condannare i loro colpevoli senza preoccuparsi troppo di trovare qualcosa da salvare. Ma non li ho mai visti assumersi una qualche responsabilità, sforzarsi di trovare qualcosa di decente da salvare, lavorare per costruire piuttosto che per distruggere.
In fondo sono convinto che la classe politica che ci ritroviamo rappresenti benissimo i cittadini italiani. O pensate davvero che privilegio, corruzione e sfruttamento siano limitati al Palazzo?

- Rimane da considerare la sinistra. A me comunisti e compagnia son sempre stati simpatici. Probabilmente sono idealmente molto più vicino a loro che non alle altre compagini in gara. Il problema, e non è un problema da poco, è il caravanserraglio che sono diventati. Così come si presentano mi danno l'idea di un'accozzaglia confusa e dispersa, tesa più alla conquista di una qualche poltrona che alla difesa di un'idea o alla realizzazione di un programma. Spero che nei prossimi anni da questa (con)fusione di idee, partiti e personaggi possa nascere qualcosa di nuovo. Nell'attesa sarà gioco che si impegnino di più sui fatti e le proposte piuttosto che non sulle solite dichiarazioni di principio, che suoneranno anche bene, ma portano davvero da qualche parte?


Fino a ieri l'idea era dunque quella di votare PD. Ma oggi ho scoperto grazie al blog di Leonardo questa interessante e convincente analisi sul voto utile regione per regione.
Di conseguenza credo proprio che il mio voto andrà al Partito Democratico per la Camera, alla Sinistra Arcobaleno per il Senato.

(Nel caso ve lo stiate chiedendo, la foto in alto non c'entra nulla. Però mi piaceva.)


08 aprile 2008

Appuntamento all'Astracon!

Dal 18 al 20 aprile sarò anch'io all'Astracon, la convention fantascientifica che si svolgerà presso il cinema teatro Astrolabio a Villasanta, nei pressi di Monza.
Porterò con me una quindicina di tavole per presentare al pubblico alcune delle immagini che corredano l'antologia connettivista Frammenti di una rosa quantica insieme ad altri lavori assimilabili per intenzioni e suggestioni al panorama fantascientifico che si dispiegherà nei tre giorni dell'evento.

Per farsi un'idea dei contenuti e del ricco programma delle giornate monzesi vi rimando all'articolo pubblicato qualche giorno fa su Fantascienza.com.

Per seguire in diretta e interagire con tutti gli eventi dell'Astracon è stato invece creato un blog: astracon.wordpress.com.

Appuntamento all'Astrolabio dunque, da venerdì fino a domenica 20 aprile!

03 aprile 2008

Rapporto letture - Marzo 2008


Picture by Iguana Jo.
Nell'attesa di finire Giochi sacri, le restanti letture di marzo sono tutte made in italy.
Ecco l'elenco:

Christian Raimo (a cura di) - Il corpo e il sangue d'Italia
Per prima cosa lasciatemi dire che è davvero una fortuna che in Italia esistano ancora editori come minimum fax. È soprattutto grazie al loro lavoro (e a quello di pochi altri editori nostrani) che si tenta di percorrere strade (troppo) poco battute, esercitare scelte e proporre progetti che non rientrano nello standard omologato dell'offerta editoriale italiana.
In quest'ottica Il corpo e il sangue d'Italia è un esempio perfetto: un volume che cerca di coniugare le capacità narrative degli autori con l'ambizione, anzi, con la necessità, di spiegare e spiegarsi qualche pezzo del paese in cui siamo immersi.
Operazioni come questa si portano sempre dietro il loro bel carico di incognite. Il rischio connaturato a questo libro, che è prima di tutto la raccolta di una serie di reportage su vari aspetti del nostro paese, è quello di eccedere nel gusto affabulatorio e narcisista degli autori, di esaltare il mestiere dello scrittore piuttosto di approfondire la realtà di cui tratta. In effetti degli otto contributi all'antologia più di uno tende a deragliare dal racconto delle viscere del paese verso un più personale viaggio nella propria incapacità di relazionarsi compiutamente con la realtà circostante.
Per fortuna però tra i diversi contributi presenti ci sono aspetti misconsociuti del nostro paese resi con grande maestria e partecipazione. Penso all'incontro con la realtà quotidiana degli imam nelle nostre metropoli, allo sguardo su uno scorcio di Calabria da cui si intravedono molti nodi di quella che è la vita normale in quelle terre, ma soprattutto a quello che è secondo me il pezzo più memorabile dell'intera raccolta. Mi riferisco a Il responsabile dello stile di Antonio Pascale, una sorta di meta-reportage sulle modalità di rappresentazione della realtà nella sua trasposizione mediatica, che nonostante sia il contributo più off topic del volume è anche quello che più di tutti illumina di consapevolezza l'idea che abbiamo (che ci siamo fatti) dell'Italia che ci circonda. Di certo il pezzo di Pascale è quello che alla fine mi ha lasciato più materia su cui riflettere.
Perché in fondo la mia reazione viscerale alla lettura dei vari squarci aperti dagli autori nel cuore della penisola è stata una sorta di sollievo, prima di tutto per la fortuna che ho avuto nell'essere nato a Bolzano e abitare a Modena, e poi per il fatto di avere un lavoro soddisfacente e una famiglia che non è stata poi così difficile veder crescere. Non mi sento un privilegiato, e non provo neppure sensi di colpa, ci mancherebbe. Ho piuttosto la consapevolezza che poteva andarmi molto molto peggio.

AA. VV. - Robot 49 & Robot 50
Finalmente ho iniziato a colmare il gap tra gli ultimi numeri di Robot letti ormai un paio d'anni fa e le ultime uscite. Il fatto è che sebbene Robot sia l'unica rivista di fantascienza che valga davvero la pena leggere, la qualità media della narrativa delle sue pagine è piuttosto altalenante. Si passa da pezzi da novanta come Neil Gaiman ad esordi narrativi non pienamente riusciti, alla riproposizione di materiale storico che personalmente non riesco ad apprezzare più di tanto.
In effetti i due numeri di Robot letti questo mese non spiccano certo per la qualità dei racconti, piuttosto per la presenza di articoli (che siano saggi critici, approfondimenti o materiale puramente informativo) davvero interessanti. Da segnalare per esempio le interviste a Richard K. Morgan (nel numero 49) e quella a Charlie Stross (nel numero 50). Per tornare alla narrativa, non vorrei aver dato l'impressione che sia tutta da buttar via. Se continuo a seguire Robot è proprio per la sua proposta di narrativa breve. La forma racconto è infatti tra quelle che più apprezzo, oltre ad essere tra le più caratteristiche del genere fantascienza, ma è sempre più difficile ritrovarla in libreria.
Tra le piacevoli sorprese del numero 49 vanno segnalati la riproposizione di Ketama, divertito e divertente racconto hard-boiled uscito dalla tastiera di Silvio Sosio qualche anno fa, il folgorante inizio di Viaggio ai confini della notte di Giovanni De Matteo che se anche poi non si conclude nel migliori dei modi, rimane un ottimo esempio di robusta fantascienza. Nel numero cinquanta spicca la presenza di un Premio Hugo Tk'tk'tk di David D. Levine (piacevole, ma non entusiasmante) e del celebrato Harry Turtledove che ci offre uno scorcio di storia alternativa non troppo esaltante, almeno dal mio punto di vista. Nello stesso numero si segnalano pure il racconto di Alberto Cola vincitore del Premio Italia e la riproposizione di un racconto di Anna Rinonapoli, Gita al pianeta madre che nonostante sia appesantito da un moralismo piuttosto evidente brilla però per un uso del linguaggio davvero effervescente.
Da leggere, come sempre, gli editoriali di Vittorio Curtoni.

AA. VV. - Frammenti di una rosa quantica
Finalmente ho letto Frammenti di una rosa quantica fino in fondo, e sebbene l'abbia finito solo ieri, e Marzo sia ormai già passato, beh… perché perdere l'occasione?
Tra i motivi che mi hanno trattenuto dal leggere preventivamente i racconti che sarebbero poi andati a comporre l'antologia c'era anche il malcelato timore che non fossero all'altezza delle aspettative. La mia esperienza con Supernova Express, la prima raccolta connettivista uscita un anno fa, non era stata delle migliori. Temevo che il livello qualitativo dei racconti proposti in questo nuovo volume fosse paragonabile a quello non certo entusiasmante dell'antologia precedente.
Beh… sono davvero felice di poter dire che mi sbagliavo alla grande.

Insieme ai nomi ormai conosciuti e apprezzati di Dario Tonani o Alberto Cola, vanno citati tra gli autori dei racconti che più ho apprezzato almeno Filippo C. Battaglia, Fernando Fazzari e Marco Milani, che seppur con qualche ingenuità, i primi due per lo meno, danno comunque prova di ottime capacità compositive.
Anche nei Frammenti di una rosa quantica ci sono racconti che non mi hanno soddisfatto (ma trovatemi un'antologia di soli capolavori!), in compenso però, a fronte di un livello medio più che dignitoso, nel corso della lettura ci si imbatte in vere e proprie gemme in grado di illuminare da sole tutto il volume.
Se da un lato si rischia ormai di dare per scontate le capacità di Giovanni De Matteo non si può non rimanere sorpresi dalla densità e dalla ricchezza di suggestioni del suo Orizzonte degli eventi, un racconto che sembra essere uscito dal magico incontro di William Gibson con Greg Egan a casa di Samuel Delany. Spero che Giovanni voglia approfondire l'esplorazione di questa porzione di universo, come lettore non vedo l'ora di poterci tornare.
Altra menzione per il racconto di Alex Tonelli. Me ne avessero parlato prima, avrei scartato l'idea di un racconto come L’ultima stanza del mondo come qualcosa di velleitario o di terribilmente palloso. E invece la scrittura cristallina dell'autore mi ha conquistato con le sue atmosfere tra il claustrofobico, l'onirico e il surreale, con la tensione crescente e l'impossibilità di una risposta. Un racconto davvero splendido.
Ultima citazione per Amiens, 1905 di Simone Conti. Un racconto che mi ha fatto ritornare con la memoria ai pomeriggi spesi da bambino tra le pagine dei romanzi di Giulio Verne. Un racconto emozionato ed emozionante, che non si limita a citare in maniera precisa e partecipata le opere dell'autore francese ma che si esalta nella sua capacità di commuovere e di sorprendere il fortunato lettore.

Arrivato in fondo al volume mi ritrovo assai più speranzoso di prima riguardo al futuro della fantascienza made in italy. Credo sia il risultato migliore che questi Frammenti di una rosa quantica potessero ottenere.

Questo è tutto per il mese appena trascorso. Per il mese prossimo ancora Robot, McCarthy e finalmente l'India di Vikram Chandra.


Seguite il link per le letture di gennaio e febbraio.

26 marzo 2008

Il futuro è sporco


Picture by Iguana Jo.
Non so voi, ma io mi sono sempre chiesto da dove arrivi all'autore l'idea per le copertine dei libri che leggo. O meglio, mi son sempre chiesto in che modo fossero legati immagine e testo.
In alcuni casi la risposta è sin troppo ovvia. Ma in altri la suggestione è più misteriosa, per arrivare poi all'estremo opposto in cui non c'è proprio alcun legame tra immagine di copertina e il contenuto del volume.
Le cose si fanno ancora più interessanti quando mi capita tra le mani un volume illustrato. Non che succeda spesso, anzi. Ultimamente gli unici casi del genere riguardano le uscite di Robot. Anche in questo caso le risposte sono quasi sempre piuttosto immediate. Le illustrazioni che accompagnano i racconti rappresentano solitamente una sorta di visualizzazione delle immagini reperibili all'interno della storia stessa.

Se parlo di copertine, illustrazioni e fantascienza il motivo è prevedibile: questo mese ha visto finalmente la luce Frammenti di una rosa quantica , l'antologia di racconti fanta-connettivisti che ho avuto la ventura di illustrare con le mie immagini.
Quando si tratta di fotografia e fantascienza sono piuttosto incosciente. Quindi, nonostante la mia esperienza nel settore sia pressoché nulla, quando mi è stata chiesta la disponibilità per collaborare a questo progetto non me lo sono fatto ripetere due volte. Lascio a chi leggerà l'antologia ogni giudizio sulla qualità delle immagini (ogni feedback è più che benvenuto!), qui voglio provare a raccontare come sono nate la illustrazioni che corredano i racconti.

Il primo obiettivo che mi sono posto è stato quello di abbandonare l'iconografia fantascientifica classica.
Quella iconografia che rappresenta un futuro tutto plastica e metallo lucido, in cui le linee aerodinamiche di palazzi o astronavi si confrontano con gli spigoli di tecnologie improbabili, armi minacciose e oscuri macchinari alieni.

Nelle mie immagini ho cercato di raffigurare il futuro (se la fantascienza si deve occupare del futuro) per come lo immagino: più vicino a una pozza protoplasmatica di rifiuti organici che a un grattacielo svettante sulle umane miserie, con la fotografia a evocare un tempo le cui fondamenta sono piantate nelle rovine accumulate nel corso dei secoli, uno spazio in cui qualche sprazzo di luce e di vitalità sarà sempre presente, ma in cui anche la più piccola speranza di redenzione si dovrà continuamente confrontare con un fardello sempre più gravoso di ricordi e fallimenti, di sogni riciclati e ideali duri a morire.

Quando con Kremo ci siamo accordati per le modalità tecniche di realizzazione delle immagini la prima cosa che ha fatto è stata spedirmi (quasi) tutti i racconti che avrebbero poi composto l'antologia. Questo per aiutarmi a creare il giusto accompagnamento alle storie che avrei dovuto illustrare.
Riflettendo su quale sarebbe stato l'approccio migliore, sono partito dal presupposto che le mie immagini avrebbero anticipato il racconto, costituendone una sorta di premessa. Non avrebbe quindi avuto molto senso provare a rappresentare un particolare passaggio delle pagine successive. Oltretutto mi ero ripromesso di evitare, per quanto possibile, la trappola dell'immagine didascalica, come pure di anticipare al lettore qualche aspetto della trama.
A costo di peccare di eccessiva confidenza ho deciso di non leggere il materiale narrativo. O meglio: di ogni racconto mi sono limitato a leggere gli incipit, le prime righe o qualche paragrafo, giusto per lasciarmi suggestionare dall'atmosfera con l'intento di riproporla poi in ambito visivo, senza essere legato in maniera più concreta al contenuto dei racconti stessi.
Non so se il risultato è all'altezza delle aspettative, siano esse quelle degli autori dei racconti o quelle dei lettori che si imbatteranno nelle immagini tra una storia e l'altra. Io sono moderatamente soddisfatto delle mie realizzazioni. Non tutte sono pienamente riuscite, qualcuna va forse un po' troppo fuori dal tracciato del racconto che accompagna, ma di almeno un paio sono davvero orgoglioso.
Insomma, per essere la mia prima volta non è andata troppo male.


19 marzo 2008

Arthur C. Clarke


Originally uploaded by jadc01.
Ieri Arthur C. Clarke ci ha lasciati.
Aveva la bella età di novant'anni e da decenni aveva lasciato la natia Inghilterra per trasferirsi nello Sri Lanka.
Con lui se ne va uno degli ultimi autori che hanno fatto la storia della fantascienza fin dalle sue origini.


Tra i ricordi migliori di quel periodo meraviglioso in cui la fantascienza era per me ancora tutta da esplorare svetta Incontro con Rama, ma credo sia davvero difficile stabilire quale possa essere il suo romanzo migliore.
Le sue sono solide storie di esplorazione, con una forte componente scientifica e speculativa, ma al contempo sono opere piene di meraviglia, capaci di esplorare le possibilità e il mistero del futuro riuscendo nello stesso tempo ad essere avvincenti e stimolanti.
Memorabili sono anche i racconti di Clarke, fulminanti per la capacità di illuminare con la sola forza dell'evidenza scientifica le pieghe più oscure della nostra civiltà. Tra questi bisogna citare almeno La stella o i Nove miliardi di nomi di dio.

Escludendo 2001 Odissea nello spazio con i vari seguiti più o meno dimenticabili, non c'è molto di Clarke disponibile al momento in libreria. Alcuni dei suoi migliori racconti sono reperibili nelle antologie della serie Le Grandi Storie della Fantascienza edita da Bompiani a partire dall'ottavo volume (dedicato al 1946).
Se vi doveste imbattere in qualche suo romanzo in giro per bancarelle o in qualche negozio di libri usati non lasciatevelo scappare.

Per approfondire la conoscenza con l'autore inglese vi rimando a questo speciale di Delos pubblicato qualche anno fa.


17 marzo 2008

Il samurai di Melville


Originally uploaded by Bally_Hoo.
Questo post è un po' un azzardo. Lo è per una serie di motivi che si possono riassumere nella mia ignoranza del contesto in cui va collocato il tema del post stesso. D'altra parte chiacchierare di cinema è un passatempo interessante, in cui nessuno, per quanto titolato, ha ragione a prescindere. Un campo in cui la verità è solo un'opinione, tanto più credibile quanto più coerenti saranno le parole espresse con quanto effettivamente visibile nel film oggetto del discorso.

Se son qua a parlare del samurai di Jean-Pierre Melville (anche se in qui da noi è passato con il roboante titolo di Frank Costello, faccia d'angelo) è grazie alla visione di di Non è un paese per vecchi e alla successiva discussione con Alessandro Baratti che nella sua recensione (Money for Nothing) suggeriva curiosi paragoni tra il film dei fratelli Coen e il noir anni '60 del francese.
Il paragone era suggestivo, ma del cinema francese di quegli anni non so praticamente nulla (ok, i nomi grossi li conoscono tutti, ma io di film dell'epoca ne avrò visti in tutto una decina…) e quindi via, guardiamoci 'sto Melville.

Prima di chiedere ad Alessandro cosa si fosse fumato per azzardare un parallellismo tra Melville e i Coen che nemmeno Nadia Comaneci, devo comunque ringraziarlo per l'opportunità che mi ha dato di conoscere Frank Costello. Uno di quegli incontri che poi ti chiedi come hai fatto a non averlo mai sentito nominare prima.
Perché una cosa va detta subito: Le Samuraï (titolo originale del film di Melville), è tra i film più cool sia dato di vedere. Ogni dettaglio, dal protagonista, al suo abbigliamento, dalle stanze d'albergo desolate al night club, fino ai poliziotti e ai mandanti, sbarluccica di tale fighitudine che rischia seriamente di abbagliare lo spettatore. Non una parola di troppo, non un gesto inutile, le facce da duri e la sigaretta sempre accesa. Accidenti! Se non fosse stato per quel goffo tentativo di intercettazione ambientale, che strappa un sorriso, e per quel maledetto uccello in gabbia, che invece suscita sensazioni opposte, il film è di una glacialità da lasciare senza parole.
Ecco, forse questa freddezza di esecuzione è la vera forza di Melville, ed ecco anche il motivo per cui ogni paragone con il cinema dei Coen mi pare fuori luogo.
Ma come? non è proprio la freddezza una delle caratteristiche dei fratellini americani? Certo, solo che l'utilizzo che ne fanno è antitetico rispetto a quello del francese.
I fratelli Coen fanno letteralmente di tutto per lasciar fuori le emozioni dai loro film, l'incapacità di sentire è una caratteristica fondante del loro cinema, l'assenza di qualsiasi coinvolgimento, il muoversi pressoché casuale dei loro personaggi è finalizzato al caos, che per gli autori mi pare sia il carattere qualificante tutta l'umana esistenza.

Tutto il contrario insomma della prospettiva di Melville. Per il regista francese i silenzi, l'incapacità di relazione, la solitudine non fanno che accentuare il profondo romanticismo del suo protagonista. L'ossessione per il controllo totale (si dia un'occhiata agli improbabili mazzi di chiavi che i personaggi si portano in giro), la ricerca dell'esecuzione perfetta, la mancanza di qualsiasi dettaglio superfluo, l'algida sensazione di assenza supportata da una fotografia che privilegia i toni freddi del blu e del verde, sono alcune degli indizi che l'autore semina lungo il percorso per confermare nello spettatore la presenza di uno schema, di una logica magari oscura, che permette però di trovare un senso ultimo alla vita dei suoi personaggi. Lo stesso finale non fa che confermare la necessità di un codice a cui rapportarsi, che possa dare un senso "oggettivo" alla propria esistenza altrimenti vuota.

In definitiva a me pare che Melville svuoti il film per renderlo il più pieno possibile, mentre i Coen li riempiono di ogni dettagli, anche il più superfluo per mettere in scena tutta l'assenza di senso di cui sono capaci.
Non potrebbero muoversi su binari più diversi. Chissà se la loro destinazione è la stessa?

08 marzo 2008

Donne


Picture by babeffe.
Oggi è l'otto marzo, festa della donna, e quella che segue è una storia che racconta il senso di questa data. L'ha scritta la mia amica Lui un paio d'anni fa. Nel frattempo abbiamo scoperto che quell'episodio non è realmente successo, ma nonostante le cose non siano andate esattamente così, le parole della Lui non hanno perso nulla della loro forza.
Io sono convinto che siano le storie più ancora della Storia a fare di noi quello che siamo. Per questo motivo il racconto della Lui rimane per me molto più vero e vivo di molta della retorica che accompagna questa giornata.
Buona lettura.


1908: come unghie a graffiare vetro nero

Erano arrabbiate. Tristi, erano sfruttate. Vivevano come animali, lavoravano come schiave. Non avevano diritti, solo doveri. Non avevano un compenso che si potesse chiamare paga. Poi, altro. Di peggio. Erano donne. Erano niente. Erano carne da macello.

Una di loro alza la testa. Quale sarà stata la causa scatenante? Un figlio ammalato, la dignità ancora una volta calpestata da una mano addosso, la stanchezza che non permette un razionale pensiero? Comunque, una di loro alza la testa. Basta. Pensa. Basta. Dice. Basta. Urla. Altre donne alzano la testa. Alcune per zittirla, perché non possono rinunciare a quei quattro soldi, e non hanno mai pensato di poter vivere in maniera diversa. Ma altre no, si uniscono. Basta. La voce si alza, le braccia si incrociano. Mi immagino il “padrone”. Cazzo vogliono, queste. Cazzo dicono, cazzo fanno. Dovrebbero ringraziarmi, dovrebbero baciarmi i piedi.

L’urlo è alto, le braccia si uniscono, le donne spengono le macchine, non producono. Non solo. Parlano. Di cose assurde, di dignità, di compenso, di orari, di diritti. Parlano. Poi si alzano ed escono. Da quella fabbrica fumo polvere sudore ansia sfruttamento. Escono e guardano in alto. Quanto tempo è che non vedono il sole? quanti anni sono che entrano col buio della notte ed escono col buio di quella successiva, e via a correre, e via a lavorare e via a preparare lavare accudire via via via. Escono e c’è il sole. Alzano la faccia a quel calore, nonostante sia ancora freddo.

Il giorno dopo ancora. Le donne ci tornano, in fabbrica, ma parlano. Dicono cose che fanno pensare. Le parole sanno di pulito, di bello. Sanno di una vita che forse, ecco, forse sarebbe possibile vivere.

I giorni passano. Le donne guardano con occhi fissi quelli del padrone, ed i suoi urli non sono alti come il loro silenzio improvviso.

I giorni passano, le donne sono più alte, ci scappa un sorriso, ogni tanto, perché la rabbia che avevano dentro sta uscendo fuori, e con quella il veleno che inacidiva il loro viso e la loro vita.

Un sorriso che ha nome: si chiama speranza. si chiama dignità.

E’ ora di uscire. E’ finito l’orario. Si preparano. Vanno alle porte, parlano ancora fra loro. Domani sarà un altro giorno di lotta, ma adesso è tempo di andarsene. Che capisca il padrone che non scherzano. Si piegherà anche lui.

Le porte sono bloccate. Ci provano insieme. Corrono, da una porta all’altra. Niente. Cosa succede. Cosa…urlano, adesso. Prima è rabbia, sono insulti, sono pugni alzati, sono botte a quelle porte chiuse. Poi è paura, che serpeggia, si allunga, prende alla gola. No, non è solo paura. E’ puzza di fumo. Il terrore. Il panico. Donne corrono, si scontrano, i pugni alle porte si fanno forsennati, sangue dalle mani, graffi sui volti, pensieri impazziti, i miei figli, il mio uomo, devo uscire, devo vivere, voglio vivere.

Il fumo diventa fiamme, le fiamme diventano fuoco tutto brucia, tutto: pareti, legno, tutto. I vestiti delle donne, sembrano torce che fuggono, si scontrano contro altre torce, il fuoco nei capelli, la pelle, il dolore, l’odore osceno di carne bruciata…

Tutto si consuma, in quelle fiamme. Una fabbrica, 129 storie personali, ed una storia collettiva.

Mr. Johnson, il padrone della fabbrica, ha bloccato tutte le porte della fabbrica. E poi, è stato dato fuoco. E’ New York. E’ il 1908. 129 donne sono morte. Per credere ad una vita dignitosa. Per ribellarsi ad una condizione disumana. Morte ammazzate, come topi in trappola.

A loro, e a tutte le PERSONE, persone e non solo donne, il mio ringraziamento, per avermi permesso una vita migliore.


06 marzo 2008

Io …err …sono …err …leggend …err


Originally uploaded by ryankg.
Grazie alla segnalazione di Domenico (aka 7di9) ho dato un'occhiata al finale alternativo dell'ultima sciagurata versione cinematografica di Io sono leggenda.

Ora che l'ho visto non so che pensare. Di sicuro questi 7 minuti alternativi non peggiorano il mio giudizio sul film (peggio di così…) ma mi chiedo se davvero gli autori pensavano che sarebbero bastati quel minuto di zucchero e miele (bestiale) per raddrizzare una storia che più banale e retorica e biecamente misticheggiante (la voce diddio! niente di meno!) di così non si poteva? E dire che la prima mezz'ora del film m'era pure piaciuta…

Povero Matheson.

(M'è pure sorto un dubbio; non è che il buon Will Smith scelga gli script a cui collaborare in base alla probabilità di sputtanare il testo originale da cui son tratti? Oltre a Io sono leggenda mi torna in mente Io, robot, ma probabilmente la lista andrebbe approfondita. In confronto a tali magnifici esempi di cinema di fantascienza ci toccherà in qualche modo rivalutare il bistrattato Indipendence Day!)


04 marzo 2008

Rapporto letture - Febbraio 2008


Picture by Iguana Jo.
Letture leggere per febbraio, con qualche sorpresa inaspettata a illuminare la lista:

Tonino Benacquista - Saga
Grazie a Gianluca e Marco che me l'hanno prima consigliato e poi recuperato, ho finalmente letto questo gustoso romanzo del francese Tonino Benacquista. Una sfrenata corsa lungo la china della televisione popolare, nei panni di quattro sceneggiatori di soap lasciati liberi di produrre l'impensabile, con un finale da fantascienza e un sacco di roba interessante nel frattempo. Non avevo mai sentito parlare dell'autore o del romanzo (è uscito per Einaudi nel 1998), ma se siete alla ricerca di un libro divertente sul duro mestiere dello sceneggiatore, beh… questo fa davvero al caso vostro.

Joanne Kathleen Rowling - Harry Potter e l'Ordine della fenice
Quinto capitolo della saga Potter, con tutti i pregi e i difetti dei volumi che lo hanno preceduto. In questo caso la vicenda ci mette davvero troppo a partire, ma quando finalmente decolla non delude le aspettative del lettore.
Pur senza essere particolarmente originale o innovativa la saga di Harry Potter si fa leggere che è un piacere. Prima o poi arriverò fino in fondo…

Theodore L. Thomas e Kate Wilhelm - Clone
L'altra gradita sorpresa del mese arriva da questo Clone che Urania Collezione ha riproposto in edicola nel gennaio scorso.
L'incipit fantascientifico del romanzo è poco più di una scusa per scatenare la belva, che presto tutta la storia vira verso i toni più spaventosi dell'incubo urbano. Gli autori creano un piccolo gioiello di tensione, rimanendo in perfetto equilibrio tra le tentazioni dello splatter e la commossa partecipazione ai destini degli innumerevoli personaggi coinvolti nella scia di distruzione.
Un romanzo secco e spaventoso come non se ne fanno (quasi) più che arriva dritto dritto dal 1965. Da cercare per bancarelle, dove è probabilmente disponibile anche nell'edizione precedente, uscita sempre per Urania con il titolo Dalle fogne di Chicago.

Neil Gaiman - Il cimitero senza lapidi e altre storie nere
Quest'antologia non fa che confermare quanto scrivevo qualche tempo fa: Neil Gaiman dovrebbe lasciar perdere il romanzo serio e continuare a raccontare le cronache del suo mondo fantastico, che le storie che provengono da quelle lande sono davvero memorabili.
Il cimitero senza lapidi e altre storie nere è un'antologia estremamente varia per temi e situazioni, ma in tutti i racconti si percepisce trasparente il tocco di Gaiman, capace trasformare la più quotidiana delle situazioni in una finestra per il fantastico e la magia. Da segnalare il racconto che da il titolo alla raccolta (che è poi un estratto dal suo prossimo romanzo per ragazzi), Cavalleria (delizioso racconto totalmente inglese), Come parlare con le ragazze alle feste in cui Gaiman declina il suo talento in versione fantascientifica e quella cosa strana che risponde al titolo de Il caso dei ventiquattro merli in cui il mondo delle filastrocche inglesi per bambini ci viene offerto in salsa hard-boiled.
Da centellinare più che da leggere.

Philip José Farmer - Notte di luce
Di PJ Farmer ho letto giusto un anno fa il suo Creatori di universi, che non mi aveva entusiasmato.
Le avventure di padre Carmody narrate nei racconti che compongono Notte di luce sono meglio, certo, però sono ben lungi dall'essere una lettura totalmente soddisfacente.
Sebbene riesca a ad apprezzare le tematiche e il quadro generale della sua fantascienza, quando arrivo a finire un libro di Farmer la sensazione dominante è la perplessità, come se mancasse qualcosa, come se avesse sprecato un'occasione. Non so se il mio mancato gradimento dipenda dal fatto di trovare irrimediabilmente datati i suoi lavori, o se invece la causa sia lo scarso approfondimento di personaggi e situazioni con cui imbastisce le sue storie, però il risultato non cambia. Evidentemente Farmer non fa per me.



Anche per febbraio è fatta. Nel prossimo rapporto qualche lettura esotica, con un tour attraverso il corpo e il sangue d'Italia e un viaggio in India. Rimanete sintonizzati.

Seguite il link per le letture di gennaio.


29 febbraio 2008

Non è un paese per vecchi - Secondo tempo


Picture by Iguana Jo.
In cerca di risposte ai vari dubbi generati dalla visione dell'ultimo film dei fratelli Coen mi sono imbattuto in questa recensione.
Le parole di Gianluca Pelleschi non fugano le mie perplessità, però insieme a quelle dei commentatori successivi aggiungono un po' di carne al fuoco e mi costringono a un ulteriore tentativo di riflessione.
(Non sarò mai all'altezza di tali recensori, mi mancano l'esperienza, le visioni e il vocabolario, ma oh… bisogna sapersi accontentare)

Meditando dunque su Non è un paese per vecchi sono arrivato alla conclusione che non ha senso prendersela con i fratelli Coen se la maggior parte dei recensori ha voluto trovare significati politici o morali o etici nella loro pellicola.

Non dico che non ce ne siano, dico solo che non è che rappresentino chissà quale colpo di genio. Mettere a confronto le debolezze di uno sceriffo nostalgico e anche troppo umano con l'implacabile cammino della morte, nella persona del grottesco Chigurh, non è certo una gran novità. Per questo motivo credo che fermarsi a giudicare Non è un paese per vecchi per le sue presunte qualità di racconto morale sia fuorviante.

Le sue qualità sono altre.
In fondo Non è un paese per vecchi è un ottimo thriller autistico: un thriller in cui l'emozione è bandita, l'empatia con i personaggi è ridotta ai minimi termini, anche la semplice partecipazione alla vicenda è frustrata dagli scarti improvvisi della trama, e l'incomprensibile gestione narrativa della storia non fa che aumentare il senso di inquietudine di chi guarda. A salvare l'incolpevole (e magari appassionato) spettatore c'è però il cinema dei fratelli Coen: le magie incontestabili della messa in scena e del racconto. La lucidità di una camera fissa, l'uso consapevole e anticonvenzionale del climax, la casualità fittizia di scelte e gesti e parole dei personaggi.

Quindi non si rimane delusi, e si è costretti a seguire trepidanti la totale disumanità del suo protagonista, fino all'esito finale della sua corsa. Al polo opposto, a calamitare le speranze e l'attenzione rimane la cadenzata partecipazione narrativa dello sceriffo, che serve ottimamente da contraltare umano (e quindi limitato, debole, parziale e in fondo retorico) all'esuberante e incontenibile energia distruttiva del killer.
Tutti gli altri personaggi ( a partire da Llewelin) sono accessori per dipanare la tesi inumana dei fratelli Coen.
Siamo tutti fottuti.

26 febbraio 2008

Non è un paese per vecchi


Picture by Iguana Jo.
E così - sorpesa sorpresa - l'ultimo film del fratelli Ethan e Joel Coen ha vinto l'Oscar. Ma perché poi non avrebbe dovuto vincerlo? Dopotutto Non è un paese per vecchi è il classico thriller con psicopatico, uomo in fuga e un bel panorama. Roba americana al cento per cento insomma.
Certo, è girato con un estro artistico decisamente superiore alla media ed è fruibile a più livelli. Ma è anche un film molto attento a farsi piacere, infarcito com'è di tutti quei dettagli che fanno la gioia del cinefilo (l'assenza di qualsiasi colonna sonora musicale, l'elisione dei punti di maggior impatto narrativo, l'uso smodato di auto d'epoca), la necessaria suspence per il cosiddetto spettatore qualsiasi e, dulcis in fundo, la doverosa violenza richiesta da un film del genere in questo inizio di millennio. Insomma, c'è pane per i denti di gran parte del pubblico: c'è anche la possibilità di un coinvolgimento romantico!

In effetti il film è piaciuto assai anche a me.
Non è un paese per vecchi è cupo, massiccio e implacabile, con qualche raro sorriso che affiora e accompagna lo spettatore verso il lato più oscuro della provincia americana.
M'è piaciuto dicevo, però m'è rimasto qualche dubbio a cui non riesco a dare una spiegazione convincente.

- Perché il film (come del resto il romanzo di Cormac McCarthy da cui è tratto) si svolge nel 1980?
Dando per scontato che in una pellicola nulla accade per caso, l'unica risposta che mi son dato è sostanzialmente pratica: per permettere ai personaggi di utilizzare gli strumenti (le riceventi!) che fanno muovere la vicenda. Altri motivi? è così indispensabile che l'uomo in fuga sia un reduce del Vietnam? Naah…

Ambientare a quasi trent'anni dal presente un film che parla di cambio di valori e in cui la riflessione sul tempo passato è uno dei temi principali, m'è parso indebolire il discorso piuttosto che rafforzarlo. Lo stacco che si genera con l'attualità è così forte che non si avverte più il senso di tutte quelle chiacchiere sul tempo passato, sul cambiamento dei valori, sull'aumento della violenza...
A meno che il senso non sia proprio quello: come quando si sente dire che non esistono più le mezze stagioni, che un tempo era meglio, che non ci sono più i giovani di una volta.
Che è sostanzialmente quello che lo sceriffo ripete per tutta la durata del film.


- Dov'è questa profonda riflessione sul male cui tutti i critici fanno riferimento?
Il male nel film, ovvero il killer in caccia, è una presenza elementale. Non ha alcunché di umano, è riconosciuto ovunque per il pazzo scatenato che è. Ma se il male è tanto inesorabile, se è assimilabile a un cataclisma naturale, se non offre alcun appiglio alla pietà, alla razionalità, nemmeno alla cupidigia del suo attore, se il male è del tutto casuale, che riflessioni vuoi che offra?
In questo senso il film m'è parso decisamente immorale. Qualsiasi decisione tu possa prendere non avrai alcun controllo sulle sue conseguenze e nessuna responsabilità, alla fin fine.

- Perché i fratelli Coen hanno deciso di non farci vedere l'eliminazione di quei protagonisti della vicenda destinati a morire?
Non è che in fondo gli autori parteggino per il killer? Tutto lo sviluppo del film tende a far scivolare piano piano lo spettatore nelle vesti di Anton Chigurh, che è sì un pazzo omicida, ma è un pazzo privo di tutti quei difetti che rendono decisamente più umani tutti gli altri personaggi. Di più, il suo comportamento si situa al di là di qualsiasi possibilità di controllo o di giudizio morale, proprio a causa della follia che lo rende del tutto inumano e alieno a qualsiasi concetto di pietà o giustizia.
Fin dai primi assassinii, quelli commessi nel prologo della vicenda, gli autori fanno in modo che lo spettatore non si trovi davvero a empatizzare per le vittime, vuoi per l'ovvia insipienza della prima, vuoi per l'inconsueta modalità di esecuzione della seconda. Ma in generale, ovunque ci sia la possibilità che lo spettatore possa simpatizzare con la vittima, i fratelli Coen gli tolgono l'imbarazzo, non facendolo assistere al misfatto. Anzi, in uno dei momenti più genuinamente sorprendenti (parlo di quello che succede alla fine del film) l'immedesimazione del pubblico è sapientemente indirizzata verso l'inumano assassino, cui è destinata l'ultima emozione di stomaco del film.
Per questo forse alla fine del film non mi sono sentito del tutto soddisfatto.
M'è parso che nella messa in scena fosse presente una buona dose di morbosità, che non depone certo a favore degli autori, almeno dal mio punto di vista.


Mi piacerebbe che qualche visitatore del blog riuscisse a darmi risposte più convincenti, aiutandomi a capire meglio un film che così come l'ho visto s'è fatto piacere solo superficialmente, quando invece sono convinto che qualcosa, che probabilmente continua a sfuggirmi, si muovesse più in profondità.
Ah… non valgono risposte che tirino in ballo il romanzo di McCarthy, autore che leggerò a breve, ma che è comunque esentato da qualsiasi necessità di giustificare il film a cui ha dato origine.
(tra l'altro per quel che ho visto il film avrebbe potuto benissimo essere stato tratto da un qualche racconto di Joe R. Lansdale, almeno per l'oscura atmosfera texana che lo caratterizza.)

Per finire una nota curiosa: venerdì sera a vedere il film la sala era piena per tre quarti e l'età media si aggirava intorno ai 60 anni. Vorrà dire qualcosa?

(il discorso ha avuto un seguito in questo post)

20 febbraio 2008

Comunicato stampa


Picture by Iguana Jo.
“Frammenti di una rosa quantica”
14 autori italiani per scrivere la fantascienza del XXI secolo


Esce in libreria pubblicata da Kipple Officina Libraria la seconda antologia del movimento connettivista: 14 racconti che esplorano altrettante sfaccettature del fantastico in lingua italiana. Prefazione di Luca Masali

Esce nelle librerie del circuito NdA il 25.2.08 (e prossimamente nei circuiti Feltrinelli e Mondadori) Frammenti di una rosa quantica, la seconda antologia del movimento connettivista, curata da Lukha Kremo Baroncinij, pubblicata da Kipple Officina Libraria con la prefazione di Luca Masali.

L’antologia riunisce 14 racconti di altrettanti autori italiani, che riflettono altrettante sfaccettature del fantastico contemporaneo in lingua italiana: un’araba fenice che i percorsi mainstream dell’editoria nazionale si ostinano a ritenere inesistente, o quantomeno a ignorare. Quasi tutti gli autori si riconoscono nell’ampio manifesto del Connettivismo, pur percorrendo cammini tematici e stilistici personali e particolari: si va dal cyberpunk all’hard sf, fino al fanta-noir, solo per fare qualche esempio.

La raccolta è introdotta da Luca Masali (già vincitore del premio Urania e autore de I Biplani di D’annunzio e La Perla alla fine del Mondo), grande estimatore della nuova fantascienza. Infatti, scrive Masali nella prefazione che “I Connettivisti sono un gruppo di scrittori che rappresentano la punta di diamante di coloro che scavano nelle pieghe più profonde del genere, reinventando in continuazione il materiale più esplosivo e sovversivo che esista”.

Di seguito riportiamo titoli dei racconti e nomi degli autori, nell’ordine con cui compaiono nell’indice:

Orizzonte degli eventi di Giovanni De Matteo
(vincitore del Premio Urania 2006 con il romanzo “Sezione Pigreco Quadro”, ed. Mondadori)
SPAM di Filippo C. Battaglia
L’uomo dei pupazzi di schiuma di Dario Tonani
Chandra, sogna la neve che brucia di Alberto Cola
Cento anni di Sandro Battisti
Principio d’induzione di Roberto Furlani
137 di Lukha Kremo Baroncinij
Confiteor di Mario Gazzola
L’ultima stanza del mondo di Alex Tonelli
Afterlife di Daniele Pasquini
Esperimento quantico di Domenico Mastrapasqua
La favola nera di Marco Milani
L’istante gelido di Fernando Fazzari
Amiens (1905) di Simone Conti

Illustrazioni di Giorgio Raffaelli.

“Il carattere dell’interdisciplinarità rappresenta bene lo stile e le intenzioni dei connettivisti” afferma Lukha Kremo Baroncinji, curatore dell’antologia, autore di uno dei racconti inclusi e fondatore della Kipple Officina Libraria, nella sua nota in chiusura del volume. “Questo volume raccolglie i frammenti di questa rosa di persone legate tra loro per motivi che potremo definire quantici”.


19 febbraio 2008

Urania e la fantascienza. Parte seconda.


Picture by Aelle.
Spero che a Davide L. Malesi non dispiaccia se rispondo da qui al suo ultimo contributo alla discussione che si è sviluppata su Vibrisse bollettino in seguito alla pubblicazione del mio post precedente su Urania e fantascienza.

Scrive Davide: "Volendo, si può sintetizzare la mia opinione in questi termini: la SF è in crisi ovunque allo stesso modo, ma le dimensioni del mercato disponibile possono amplificare, o ridurre, gli effetti di questa crisi, tra cui l'offerta in termini di libri; laddove un mercato di modeste dimensioni sia colpito dalla crisi, i primi a scomparire dagli scaffali saranno gli autori un po' più impegnativi, quelli meno "commerciali", o semplicemente meno conosciuti."

Il ragionamento di Davide non fa una piega. Però secondo me i conti continuano a non tornare.
Stante una situazione di mercato che sembra analoga in tutti i paesi occidentali, lui sostiene che l'unica variabile che ha influito negativamente in italia in maggior misura rispetto agli altri paesi, e da cui deriva la situazione ancor più mediocre che contraddistingue il nostro mercato per quanto riguarda la pubblicazione e la diffusione di volumi fantascientifici in libreria è una generico "il mercato librario in italia è più modesto che altrove".
Boh… a me sembra una risposta che dice tutto e non dice nulla. Soprattutto perché Davide con le sue argomentazioni afferma implicitamente che la presenza di Urania non ha mai avuto alcuna influenza sul mercato italiano della fantascienza.
Sostenere che una pubblicazione con più di 50 anni di storia e con oltre 1500 volumi pubblicati non abbia contribuito in alcun modo all'idea di fantascienza del pubblico nostrano mi pare un po' miope.
Ma non voglio annoiare con la ripetizione dei motivi per cui secondo me l'influenza di Urania s'è rivelata negativa, chi vuole li può (ri)leggere nel mio post originale.
Qui voglio ribadire un punto che forse non ho sottolineato abbastanza.
Il lettore di sf consolidato (intendo quello che nei meravigliosi anni settanta comperava e leggeva sf in libreria) non è il soggetto principale del mio ragionamento (anche se mi vien da pensare che se non è scomparso, deve aver continuato a cercare unicamente la sf precedente al 1984…).
A me interessa di più chiedermi come mai non c'è stato alcun ricambio nel pubblico fantascientifico. Mi interessa capire come mai l'offerta di fantascienza in libreria sia andata via via sclerotizzandosi sui soliti quattro vecchi nomi. Come mai per il pubblico generalista la fantascienza scritta in italia non è Nord ne Fanucci, ma non è nemmeno Mondadori. È solo Urania, con tutti i pregiudizi del caso.

E mi sta bene il ragionamento sul cambio di sensibilità, sul fatto che il genere non tiri più come una volta, sulla generale compressione del mercato. Tutte cose che danno un'idea credibilmente globalizzata della crisi della fantascienza. Ma voler negare che l'unico elemento fattuale che distingue il nostro mercato da tutti i mercati stranieri non abbia avuto alcuna influenza beh… mi pare un voler negare l'evidenza.
Avete presente Occam?


14 febbraio 2008

Urania e la fantascienza


Picture by Iguana Jo.
Commentando un post sul blog di X mi chiedevo come fosse possibile che la maggioranza dei lettori di fantascienza nostrani fosse così conservatrice.
La domanda è da un po' che mi frulla in testa, forse è tempo di provare a dare qualche risposta.

Innanzitutto, siamo sicuri che il pubblico fantascientifico sia tanto conservatore?
A fare un giro tra gli scaffali delle librerie pare evidente: degli scrittori che occupano perennemente lo spazio dedicato alla sf la maggior parte è morta e sepolta da decenni. Le sparute novità (che già questo è un termine esageratamente ottimista) sono seppellite tra decine di ristampe: su un'ipotetica disponibilità di 100 volumi quelli scritti negli ultimi dieci anni si contano sulle dita delle mani.

La situazione si ripete più o meno negli stessi termini uscendo dalle librerie e provando a chiacchierare con qualche lettore. I nomi che saltano fuori son sempre gli stessi. Si parte da Asimov & Dick, se si è fortunati si sente citare Ballard, si arriva al massimo a Simmons e Sterling, e naturalmente a William Gibson (sempre sia lodato) che però conta ormai la gran parte dei suoi lettori al di fuori del ghetto fantascientifico.

Certo, quest'analisi superficiale potrebbe anche essere indicativa di un genere ormai in declino, a prescindere dai gusti dei lettori. Un genere insomma in cui sono proprio gli autori a latitare, a cui manca la capacità di rinnovarsi, senza idee o prospettive.

Ovviamente io non sono d'accordo.
A smentire l'idea di un genere al capolinea ci sono tizi che rispondo al nome di Stross, Banks, MacDonald, Egan, Chang (ma questi sono solo i primi che mi vengono in mente). Tutti questi autori hanno avuto almeno un assaggio di traduzione italiana. Nessuno di loro ha avuto il ben che minimo successo, almeno a giudicare dalla loro storia editoriale, salvo che tra una microscopica schiera di appassionati all'interno della già piccola nicchia dei lettori di fantascienza. Per quei lettori gli autori citati sono un garanzia di qualità, per la maggioranza del pubblico sono troppo particolari, troppo letterari (come mi disse una volta Sandrone Dazieri a proposito di MacDonald), per essere apprezzati.

Non so da dove nasca questa situazione, ma ho le mie teorie.
I libri degli autori citati sono all'altezza dei migliori romanzi mainstream, sono opere che affascinano, turbano, emozionano, ma sono anche storie che richiedono sempre un minimo di impegno al lettore. Questi scrittori non scrivono romanzi facili, per quanto siano divertenti (e lo sono!) non si limitano al puro intrattenimento, ma inducono riflessioni, pongono dubbi, speculano senza risparmiarsi sulla realtà, sulla morale, sulla storia.
Ma il lettore di fantascienza italiano standard della realtà non sa che farsene. Cerca la fuga, l'evasione, il divertimento scacciapensieri. E fa benissimo così, ci mancherebbe. Non ho la minima intenzione di fargli cambiare idea: ognuno è libero di scegliersi le letture che preferisce, che leggere dovrebbe sempre rimanere innanzitutto un divertimento.
Detto questo a me rimane comunque la necessità di capire com'è che il lettore conservatore continua a trovare pane per i suoi denti, mentre quelli che apprezzano l'idea di una fantascienza speculativa sono costretti a leggere i romanzi in lingua originale.
Forse è quindi il caso di rimodulare la domanda iniziale. Non è tanto il pubblico conservatore il problema della fantascienza in Italia, quanto piuttosto l'assenza di un pubblico di lettori di fantascienza disposti ad avventurarsi dove nessun altro lettore italico è mai giunto prima.

Come siamo arrivati a questa situazione? Perché nel resto del mondo occidentale si pubblica e si legge quella fantascienza più ricca e difficile che qui invece non trova lettori? Le risposte standard sono sempre le stesse: la cultura scientifica in Italia è sempre stata deficitaria; già ci son pochi lettori figurati quelli di sf; la fantascienza è quella roba coi razzoni, i robot e magari gli ufo, roba da ragazzini coi brufoli insomma.

E certo sono tutte risposte che hanno una loro forza, sono credibili e seppur poco consolanti danno qualche spiegazione.
Ma io ho un'altra idea.
Io credo che la responsabilità della mancanza di evoluzione dei lettori italiani di fantascienza sia anche, se non soprattutto, di Urania.
Sì. Proprio Urania. La rivista che all'inizio della sua storia ha senz'altro contribuito alla diffusione della fantascienza in Italia, ma che ormai è una delle principali cause del suo appiattimento, almeno secondo il mio modesto parere.

Pensiamoci un attimo.
- Urania ha proposto costantemente in edicola per più di cinquant'anni, con cadenze di uscita che sono arrivate a essere anche settimanali, una fantascienza adatta ad un pubblico di massa privilegiando quindi la quantità, a fronte di una qualità che doveva per forza di cose livellarsi al ribasso per accontentare più gente possibile. Per lo stesso motivo è ormai invalsa popolarmente l'idea che la fantascienza sia lettura d'evasione, niente di serio, qualcosa da leggere se non sia ha niente di meglio da fare.

- Urania ha ucciso il mercato della fantascienza in Italia. Il prezzo dei volumi in edicola ha costruito nel tempo l'idea che la fantascienza dovesse costare poco (pochissimo) col risultato che sono progressivamente scomparsi (almeno a livello di prezzo) i tascabili di fantascienza che hanno sempre costituito il serbatoio per tutte quelle proposte diverse che nel tempo avrebbero potuto costruire uno zoccolo duro di lettori in libreria.
Quanti sono disposti a spendere 18 euro per un autore di cui non hanno mai sentito parlare? Qual è l'editore disposto a proporre a un prezzo medio qualcosa che il suo pubblico di riferimento è abituato a pagare pochissimo?
Risultato: meno libri di fantascienza in libreria, meno scelta all'interno del genere, ristampa costante di quei tre nomi tre che continuano a vendere.

- Urania ha umiliato la fantascienza scritta proponendo per decenni traduzioni parziali, censure assurde, traduzioni grossolane. Così facendo ha abbassato ulteriormente la qualità delle sue proposte.

- Per i non addetti ai lavori in Italia Urania è sinonimo di fantascienza scritta.
Sono più di cinquant'anni che Urania detta lo standard di quello che è fantascienza nella penisola. La conseguenza più deleteria è che questo è vero soprattutto per chi non si occupa di sf, non la legge, non la frequenta. E che si ritrova come modello ideale di fantascienza quella proposta - con tutti i difetti summenzionati - dalla rivista Mondadori. Piaccia o no, Urania è il biglietto da visita per chi si avvicina per la prima volta al genere.
Questo fatto forse aiuta spiegare la progressiva riduzione dei lettori, il fallimento di un ricambio generazionale che non c'è mai stato, la sufficienza con cui è considerato il genere al di fuori delle aree protette in cui viene coltivato, e protetto, e soffocato.


Non so come si possa risolvere questo stato di cose, non so nemmeno se si riesca a ipotizzare una soluzione. Del resto io sono solo un lettore, ma mi piace la fantascienza, mi piace la capacità che ha di riflettere sull'oggi senza essere impastoiata dall'attualità, mi piacciono le sue potenzialità narrative, la meraviglia e la tragedia, l'emozione e la speculazione.
Vorrei solo poterla continuare a leggere.

08 febbraio 2008

Da vedere

Ancora a proposito di internet e fotografia, ma in tono decisamente più leggero: ecco flickr (ma non solo flickr) come non lo avete mai visto!
Provate a installare questo plug-in sul vostro browser. È uno spettacolo!

06 febbraio 2008

Disavventure con la fotografia

La foto che vedete qui a fianco è stata postata ieri da Violator3 sul suo stream.
È un buon punto di partenza per parlare dell'uso improprio delle immagini reperibili in rete. Nel suo caso una sua foto è stata scaricata da flickr per essere stampata su un manifesto senza permesso e senza alcun rispetto per il suo lavoro.

Che sia praticamente impossibile avere il controllo di quanto si rende pubblico in rete è cosa ovvia e quasi scontata. Questo non toglie che quando capita di vedere il proprio lavoro sfruttato impunemente per gli scopi più diversi e negli ambiti più disparati beh… un po' di incazzatura ti sale lo stesso.
Soprattutto quando scegli di pubblicare le tue immagini con la licenza Creative Commons che permette l'utilizzo libero a chiunque, purché senza fini commerciali, con l'unico obbligo di attribuire all'autore la paternità dell'opera.

È vero, non esiste una soluzione pratica alla questione, quindi probabilmente l'unica difesa è parlarne il più possibile e segnalare pubblicamente chiunque faccia un uso improprio di opere non sue.
La settimana scorsa m'è capitato un caso esemplare. Stavo commentando un post su Pisolandia quando mi sono accorto che l'icona di un altro visitatore aveva un che di familiare.
Sono andato sulle sue pagine e mi sono accorto che sia la sua icona, sia un immagine postata sul blog erano ricavati da una mia fotografia postata su flickr un paio di anni fa. Di più: nel loro spazio l'immagine in questione risultava protetta da copyright!

Ho fatto presente ai signori in questione che il loro comportamento non era dei più corretti. Non avendo ricevuto riscontro di alcun tipo ho provato a insistere.
Tutto quello che ho ottenuto è stato l'eliminazione del © dalla foto e qualche commento di insulti sul mio blog.

La cosa davvero meravigliosa di tutta la storia è che il blog di cui sopra ha come tema principale, come scopo d'esistenza e ragione d'essere la mobilitazione della cittadinanza tutta di fronte all'immoralità dilagante e alle ingiustizie della società italiana. bwha! bwha! bwha!



Altro giro altro regalo. I signori di un sito turistico riminese hanno l'abitudine di postare notizie di loro interesse accostandole a foto prese liberamente in giro per la rete. Essendo palese la natura commerciale dell'attività ho fatto presente la licenza con cui sono rilasciate le mie foto. Chiedendo anche, nel caso non fossero disponibili ad eliminare le foto dal sito, il pagamento per i diritti di utilizzo delle immagini.
In questo caso l'avvertimento ha avuto successo e tutte le mie foto sono sparite dal sito.



Per fortuna non tutti i casi di riproposizione delle proprie immagini in rete sono fraudolenti. Seguendo per esempio questo link si può apprezzare come in molti casi l'utilizzo delle mie immagini corrisponda in pieno ai termini della licenza Creative Commons.



C'è poi da aprire un altro capitolo sul comportamento dei professionisti dell'informazione. È proprio di questi giorni la scoperta da parte di un utente di flickr di una sua foto tra le pagine del Corriere della Sera, pubblicata senza nemmeno informare l'autore, men che meno retribuendolo per l'immagine.
Casi simili non sono isolati, e qualcosa di simile è capitato anche ad Annalisa, ma il top tra le esperienze personali lo devo a Rockstar. Nel 2006 ho fatto qualche scatto al concerto di Ben Harper, in agosto sono stato contattato dalla redazione di Rockstar che voleva acquistare una mia foto. Yuppie! Yeah! Fantastico! La foto è stata pubblicata nel numero uscito a settembre. Mi aspettavo il pagamento nel giro di qualche mese e invece da allora son passati 15 mesi e ancora non ho visto un euro. Ho provato a chiamare mi hanno detto di avere pazienza. Ho richiamato, mi hanno detto che il pagamento dipende dall'amministrazione. Alla fine ho lasciato perdere: l'importo, 40 euro, non è certo di quelli che ti cambiano la vita, per me era più questione di correttezza professionale. Una merce evidentemente sempre più rara.