30 agosto 2007

The Jacket


Picture by Iguana Jo.
Nel tentativo di rimediare alle visioni fantascientifiche che mi sono perso negli ultimi anni sto un po' alla volta recuperando dall'oblio qualche film meritevole grazie soprattutto ai consigli di qualche amico fidato.

Grazie al suggerimento di Babi l'altra sera ci siamo guardati The Jacket, film anglo-americano di John Maybury con protagonista uno splendido Adrien Brody.
Non so perché ci è sfuggito al momento dell'uscita, non so nemmeno come sia stato distribuito, ma di una cosa sono praticamente certo: non è stato presentato come film di fantascienza. Le ragioni sono misteriose, ma forse nemmeno più di tanto: ormai come fantascientifici vengono definiti solo quei film che vivono di azione ed effetti speciali. Quelli che per qualche strano motivo si fondano su una storia vengono esclusi di default dalla categoria.

Comunque sia The Jacket è fantascienza in una delle sua varianti più classiche e caratteristiche. Ma The Jacket è soprattutto cinema, un cinema che si muove tra I confini della realtà e Qualcuno volò sul nido del cuculo, con un'attenzione al colore, al montaggio e agli effetti speciali decisamente attuale.

Oltre all'interessante plot fantascientifico, il maggior pregio di The Jacket sta nell'intensità dei personaggi che non risultano mai fuori posto o eccessivi e che riescono con la loro personalità ad esaltare il dramma e il mistero che si dipana nel corso del film.
Accanto ad Adrien Brody, perfetto nel ruolo dell'alienato (e a tratti terrorizzato) protagonista, c'è unaKeira Knightley carina e frantumata quanto basta, ma soprattutto ci sono una serie di comprimari fondamentali per l'ottima riuscita complessiva della pellicola. Il carismatico Kris Kristofferson è uno psicoterapeuta con le idee chiare e non poca rabbia da smaltire, mentre la superlativa Jennifer Jason Leigh una collega un poco turbata da quello che accade nella clinica psichiatrica in cui si svolge gran parte della storia. Clinica in cui non può mancare il classico malato di mente capace di stringere un qualche legame con il protagonista. La scelta è caduta su Daniel Craig in versione pre-Bond, che non fa rimpiangere i pazzerielli che tenevano compagnia a Jack Nicholson nel manicomio più famoso del cinema.

The Jacket non è un film perfetto, in alcuni passaggi lo sviluppo della vicenda è un po' frettoloso e in altri troppo ammiccante, ma la tensione rimane sufficientemente alta fino alla fine. Da segnalare la notevole colonna sonora che mescola sapientemente rumori ambientali, musica originale (di Brian Eno) e qualche azzeccata canzone (da ricordare la versione di We Have All the Time in the World interpretata da Iggy Pop ad accompagnare il finale e i titoli di coda).

Il primo film americano dell'inglese John Maybury (prodotto tra gli altri da Steven Soderbergh e George Clooney) è un ottimo esempio di come si possano costruire buoni film di fantascienza senza appoggiarsi totalmente agli effetti speciali, raccontando storie costruite sulla qualità dei personaggi e sulla forza della trama. Se vi fosse sfuggito vi consiglio di recuperare il dvd.

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27 agosto 2007

Heathcliff & me


Picture by Iguana Jo.
Rieccomi a parlare di libri e di inattese sorprese. Tutto nasce dal fatto che quest'estate ho sbagliato le previsioni e i due libri che mi ero portato in vacanza si sono dimostrati insufficienti a riempire il tempo libero in campeggio. Fortunatamente Annalisa, in piena immersione nell'800 inglese, aveva pensato bene di portare con sé Cime Tempestose ed essendo lei ancora impegnata in altre letture ho dovuto leggermi il romanzo di Emily Brontë, che in effetti imbattersi in Heathcliff e compagnia non era proprio nei miei programmi.

Ora non è che io abbia un feeling particolare con la letteratura ottocentesca inglese. Le mie uniche esperienze con autori dell'epoca erano limitate a Kipling e a Conrad e mi son sempre ben guardato dall'avvicinarmi a tutti i romanzi scritti da quella schiera di fanciulle anglosassoni che si erano dedicate alla scrittura non avendo evidentemente nulla di meglio da fare. Per me Wuthering Heights era solo una canzone di Kate Bush ispirata a un libro ottocentesco, che dell'omonimo romanzo conoscevo giusto il titolo.

Beh… a quanto pare sbagliavo davvero. Le ragazze sapevano scrivere! Avevano storie da raccontare! E che personaggi…

Vedi per esempio Heathcliff, protagonista indiscusso della vicenda. Il misterioso signore di Wuthering Heights sembra avere più di una vaga parentela con il signor Kurtz: l'ossessione che lo anima, l'oscurità che lo permea, rimandano direttamente al cuore di tenebra conradiano.
Cime Tempestose mi ha sorpreso soprattutto per quest'immersione nel lato oscuro dell'animo umano. Chi se l'aspettava tutta quest'umanità malata dalla penna di una ragazza di campagna? Chi si immaginava che dalla desolata brughiera inglese potessero emergere figure così drammaticamente tridimensionali, così vive e vere a dispetto del palcoscenico quasi astratto in cui si muovono? Perché non è certo sul realismo esasperato che si fonda la vicenda del romanzo, quanto piuttosto sul distillato di passioni archetipe che muove i personaggi tutti, alternativamente, vittime e artefici di un destino che fin quasi alla fine travolge ogni possibilità di pacifica (o rassegnata) esistenza.
Nella mia scarsa conoscenza della letteratura dell'epoca ero convinto che Cime Tempestose fosse solo una storia d'amore, ma toglietevi dalla testa che abbia a che fare con uno qualsiasi degli insulsi polpettoni pseudoromantici che sembrano andare per la maggiore di questi tempi, che questo è soprattutto un gran bel romanzo.

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21 agosto 2007

Dieci cose che ho (ri)scoperto sulla Germania.


Mahlzeit! Picture by Iguana Jo.
- i tedeschi sorridono! Lo fanno molto più spesso degli italiani. Inoltre sono molto più gentili e disponibili di quanto uno si aspetti. (tranne quando guidano).

- In Germania si mangia bene (e si spende poco). Ok. Non sanno fare la pasta, e questo è evidentemente un handicap senza rimedio, ma per quanto riguarda carne, verdure, pane e dolci non temono confronti. In più si spende davvero poco, almeno per gli standard a cui sono abituato da queste parti. In quattro al ristorante in una zona turistica come la Foresta nera abbiamo sempre speso tra i 35 e i 50 euro in totale. Una birra media costa 2 (sì. proprio due!) euro.

- In Germania piove. E quando non piove è nuvolo. Ma di quei cieli nuvolosi grigi grigi grigi che ti fan venire la tristezza pensando a chi se li ritrova così per tutto l'anno.
Però quelle volte che spunta fuori il sole è davvero uno spettacolo!

- La Foresta Nera è molto poco foresta e molto poco nera. Da una foresta mi aspetto che sia selvatica, impenetrabile, misteriosa. Quella tedesca è frequentata da troppo tempo per essere ancora tale, più che una foresta sembra un bosco molto esteso. E riguardo al nero, beh… effettivamente tra gli alberi è piuttosto scuro, ma la gamma dei verdi disponibile è davvero esagerata: dai fogliami più diversi, ai prati, dall'acqua di torrenti e laghi al fieno e ai frutteti che la circondano - per non citare le automobili che sfrecciano lungo le strade che la attraversano (avete presente il gusto cromatico delle auto tedesche?) direi proprio che la definizione Foresta Nera non sia da prendere alla lettera.

- Il pane (e dintorni) dei fornai tedeschi è il più buono del mondo.

- Le strade tedesche sono il sogno di ogni automobilista, se solo prendessero il codice stradale un po' meno sul serio… Guidare lungo le strade montane della Germania è una meraviglia: asfalto perfetto, curve sinuose, larghezza incredibile, piazzole nei punti più impensabili per non parlare del panorama. Tutto sembra progettato al meglio per mettere a suo agio l'automobilista. Salvo poi trovare il tizio che entrando in paese inchioda per passare dai 100 ai 50 km/h in un decimo di secondo, il tizio che ti suona perché ai superato inavvertitamente la mezzeria o quello che protesta perché l'hai superato rientrando in corsia proprio davanti a lui.

- Andare in piscina o al museo costa meno della metà di quanto costi in Italia.

- La densità di negozi di souvenir nei paesi più caratteristici è (quasi) pari a quella riscontrabile in qualunque lungomare della riviera romagnola. Anche la quantità di turisti che vi si accalcano è paragonabile.

- il Deutsches Museum di Monaco è uno di luoghi più meravigliosi del mondo. (Oltre ad essere così enorme e denso di informazioni da poterci passare tranquillamente una settimana di ferie senza annoiarsi minimamente).

- La birra tedesca è sopravvalutata.

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30 luglio 2007

Supernova Express


Picture by Iguana Jo.
Sono reduce dal viaggio inaugurale dell'espresso connettivista. La sensazione è simile a quella che ti ritrovi addosso dopo un viaggio sui treni nostrani: qualche scorcio interessante a illuminare la noia del viaggio, ma quanta fatica per arrivare in fondo!

Evidentemente il problema che ho con i racconti che compongono l'antologia nasce dall'idea di fantascienza che mi porto appresso. Per me la fantascienza è soprattutto esplorazione del mondo, speculazione sulla realtà, idee più o meno innovative messe in gioco nel cortile del comune quotidiano.
Salvo rare eccezioni in Supernova express non c'è nulla di tutto questo. C'è il solipsismo portato a paradigma dell'incapacità di comprensione del mondo, c'è l'introspezione drammatica che tende alla masturbazione mentale, c'è un'adolescenziale ansia di parlarsi addosso senza l'esperienza e l'ironia necessarie ad alleggerire l'atmosfera e poi c'è l'ennesimo rivestirsi dei panni dei grandi ormai consunti.

Dei dodici racconti presenti nell'antologia gli unici che salverei dalla nuclearizzazione sono L'hobby dek signor Zafsky di Luca Bonatesta (ecco il mondo! ecco persone e non manichini!), Intorno alla singolarità di Giovanni De Matteo (non sarà estremamente originale ma Giovanni sa come scrivere un racconto. Fantascienza doc, solo un po' troppo romantica per il sottoscritto) e L'incanto di Bambola di Lukha Kremo Baroncinj (che per questa volta rinuncia alle folli digressioni, limita le ingenuità al minimo e sforna un racconto micidiale, sicuramente il migliore dell'antologia).

Tre racconti sono un po' pochi per un'antologia ambiziosa come questa. Non che mi aspettassi un capolavoro, ma un volume più innovativo, almeno sul fronte fantascientifico, beh… questo sì.
Nonostante il contagioso entusiasmo dei Connettivisti (che malgrado i risultati è sempre cosa buona e giusta) per lo sbocciare di una nuova via alla fantascienza italiana bisognerà attendere ancora, che forse i tempi non sono ancora maturi.
Rimaniamo in ascolto.

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27 luglio 2007

Kyashan!


Picture by Iguana Jo.
Melodrammatico, intenso, criptico. Ma anche epico, oscuro, teatrale.
Kyashan è tutto questo e molto di più. È fantascienza che parla intensamente d'attualità, è un film dalla parte dell'umanità stritolata dallo stato di guerra permanente (contro il terrorismo, contro i mostri, contro se stessa). Un film talmente sovraccarico di emozioni primarie da arrivare a sublimarle senza per questo risultarne soffocato. Un film violento e terribile sulla guerra, il potere che la alimenta, il razzismo che la genera. Un film costruito in maniera pressoché perfetta, che si alimenta della sua storia e trova nella circolarità dello sviluppo la chiave per mantenere alta la tensione senza rinunciare ai colpi di scena e senza scadere nella banalità manichea da blockbuster hollywoodiano.
Una storia epica che nonostante il pessimismo che la contraddistingue non rinuncia a prendere posizione, a ricercare una pur tenue speranza, ad implorare una tregua dalla disperazione.

Ma soprattutto Kyashan è bellissimo.
Non ricordo un altro film che mi abbia colpito in modo così dirompente per il puro fascino delle immagini, per i virtuosismi degli artisti coinvolti nella sua realizzazione, per le scelte di regia, i cambi di ritmo, per la capacità di convogliare emozioni con lo stupefacente uso del colore e dell'elaborazione digitale e infine per lo splendido accompagnamento sonoro che rende davvero indimenticabile la visione del dvd.

Insomma un film davvero incredibile per intensità e fascino. Lo avevo colpevolmente ignorato fino a ieri (vatti a fidare delle recensioni in rete…), ora sono davvero contento di averlo finalmente visto.
Onore al merito al regista Kazuaki Kiriya e a tutti gli artisti che hanno contribuito a rendere memorabile questo film.

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23 luglio 2007

Ragazzi in cammino


Picture by 12dam.
Dave Eggers colpisce ancora: oltre ad essere probabilmente uno dei più grandi narratori della contemporaneità occidentale riesce con il suo nuovo romanzo a realizzare un piccolo miracolo, regalando le sue capacità compositive a una storia che doveva essere raccontata.

Eravamo solo ragazzi in cammino (What is the What) è l'autobiografia di Valentino Achak Deng: la storia della sua odissea, dalla distruzione del suo villaggio nel Sudan meridionale all'approdo negli Stati Uniti tredici anni dopo, fino alla pubblicazione di questo libro.
Un autobiografia che è un romanzo perché, come racconta Valentino nelle prime pagine del volume, non tutto quello che succede nel corso della storia è capitato a lui, e non tutto quello che è capitato a lui è raccontato nelle pagine del volume.
Ma non c'è esagerazione, finzione o invenzione nel racconto della sua storia, piuttosto la semplice impossibilità per un bambino in fuga di ricordare e registrare tutti i terrificanti particolari di un esodo di massa attraverso un paese in guerra.

Se c'è un merito in questo romanzo è quello di restituire un'identità, una voce, una storia a quell'umanità indistinta che etichettiamo superficialmente come profuga.
Dalle pagine del libro emerge chiaramente la terrificante realtà dei conflitti africani (in questo caso il Sudan), e grazie al racconto di Valentino le sterminate fila di popolazioni in marcia che a tutti è capitato di vedere in tv assumono realtà e sostanza anche per chi come me non era mai riuscito a farsene una ragione, che il profugo è sempre stato una figura astratta, un simbolo e una categoria, sempre coniugato al plurale e mai identificato con un nome, una persona, una vita. Le persona in marcia viste da un elicottero o riprese da un fuoristrada delle nazioni unite di passaggio difficilmente riescono a diventare individui. Eravamo solo ragazzi in cammino restituisce storia e dignità a tutte queste persone. Di più: gli offre la possibilità di essere riconosciuti come individui.

Anche solo per questo motivo leggere Eravamo solo ragazzi in cammino è un'esperienza memorabile. Ma probabilmente l'aspetto puramente documentativo sarebbe poca cosa se non fosse accompagnato dalla capacità dell'autore di intrattenere e accompagnare il lettore attraverso le varie esperienze che hanno segnato la vita di Valentino. In questo senso il lavoro di Dave Eggers è stato fondamentale: l'autore non si limite a far sua la voce del narratore, ma costruisce e organizza il racconto in maniera mirabile incrociando l'attualità della vita di Valentino negli Stati Uniti con il suo passato di bambino in fuga prima e di abitante di un campo profughi poi. Costruendo in questo modo un romanzo incredibilmente realistico, emozionante, avvincente.
Un romanzo da leggere assolutamente.

(Per saperne di più sul romanzo, su Valentino Achak Deng e sul conflitto sudanese potete visitare il sito www.valentinoachakdeng.com.)

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17 luglio 2007

The Stars My Destination


Picture by Iguana Jo.
Quando a fine giugno siamo stati a Campo Imperatore abbiamo avuto la fortuna di poter visitare l'osservatorio astronomico: la porta era aperta, siamo entrati e un disponibilissimo astronomo (almeno credo fosse tale) si è offerto per illustrarci il lavoro dell'equipe scientifica che occupa l'osservatorio.

A parte ogni considerazione tecnica (il telescopio, l'osservazione notturna, la digitalizzazione delle immagini, la cupola - wow! - rotante) la cosa che mi ha insieme sorpreso e fatto felice è stato scoprire nello spazio comune dell'osservatorio, insieme a televisore, videocassette e riviste tecniche, due interi scaffali dedicati a libri di fantascienza, praticamente gli unici volumi di narrativa presenti nella sala.

Insomma, se anche lassù dove la scienza si confronta con il cosmo c'è qualcuno che sogna e gioca a immaginare il futuro forse c'è ancora qualche speranza.

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16 luglio 2007

Ecco il vincitore!


Picture by Iguana Jo.
X aka Giovanni De Matteo è il vincitore dell'edizione 2007 del Premio Urania.
Qui potete leggere il comunicato ufficiale, da parte mia i più calorosi complimenti a Giovanni, che oltre ad essere un bravo scrittore di fantascienza considero ormai un amico.

Ci risentiamo a novembre con il nuovo Urania tra le mani per scoprire quale sarà il titolo e soprattutto il contenuto del romanzo di Giovanni.

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09 luglio 2007

Rapporto letture - Giugno 2007


Picture by Iguana Jo.
Favorito da una settimana di vacanza il mese appena trascorso s'è rivelato davvero ricco di letture. Ecco l'elenco:

- Le dame di Grace Adieu di Susanna Clarke
Dopo Jonathan Strange e il signor Norrell un'altra possibilità per godere della raffinata prosa dell'autrice. Meraviglioso.
(Un'ottima e dettagliata recensione la trovate nel blog di Vanamonde)

- La fame che abbiamo di Dave Eggers
Dave Eggers è dio. C'è poco da aggiungere. Nessuno come lui riesce ad emozionarmi raccontano quel poco di vita che anima i suoi personaggi. Tizi che hanno il mondo in mano, ma che ancora non gli basta (se mai se ne accorgono).
Persone (e cani!) in cui è anche troppo facile riconoscersi, persi e affamati come siamo.

- Soluzione finale di Michael Chabon
Un piccolo volume per l'ultima indagine di Sherlock Holmes. Vecchio e scricchiolante ma sembre acuto e intransigente osservatore del mondo. Chabon descrive con sensibilità e partecipazione la vecchiaia che non si arrende alla cattiveria del mondo. Una bella sorpresa.

- Undici solitudini di Richard Yates
Gli undici racconti del volume sono uno specchiofedele degli USA alla fine degli anni '50 ma per la qualità della scrittura, la loro nitidezza e intensità sembrano scritti ieri. Non so se sia davvero un volume fondamentale per la letteratura americana, come viene più volte definito tra copertina e introduzione, di certo a me è piaciuto molto.

- Il manifesto dei cosmonisti di Mikael Niemi
Poca fantascienza questo mese. Ma questo non potete perdervelo. Ne ho parlato più diffusamente qui .

- Stelle lontane di Samuel R. Delany
Avevo grandi aspettative riguardo questo volume che era da tempo che non leggevo Delany. Le mie speranze sono rimaste parzialmente deluse ma questa raccolta di racconti rimane un ottimo condensato delle tematiche e dello stile che caratterizzano le opere degli anni sessanta dell'autore.

- Il caso Jane Eyre di Jasper Fforde
Ne avevo letto parecchio tempo fa sul blog di Amrhan e quando l'ho finalmente incrociato in libreria non me lo sono lasciato scappare. Beh… Amrhan aveva proprio ragione: Il caso Jane Eyre è un romanzo capace di mescolare con disinvoltura fantascienza e soprannaturale e letteratura inglese,e di farlo in modo brillante e appassionante. Un volume imperdibile per chi ama una qualunque delle categorie citate, o per chi apprezza semplicemente un romanzo divertente.

Per il mese prossimo in arrivo ancora Eggers, e poi Stross e una buona dose di rock'n'roll.

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04 luglio 2007

Delany tra le stelle


Picture by ::sarmax::.
Se mi chiedeste quali sono i miei scrittori di fantascienza preferiti fino a qualche tempo fa non avrei esitato a infilare Samuel Delany nel mucchio. Ma le cose cambiano e ora non sono più tanto sicuro che lui rientrerebbe nel novero. Non che improvvisamente mi faccia schifo. Anzi. Solo che probabilmente era da troppo tempo che non lo (ri)leggevo e le sensazioni che mi ha lasciato il volume Stelle lontane, raccolta della più significativa produzione breve  del nostro, non son state tutte positive.

Ovviamente la responsabilità è solo mia: non avevo mai notato quanto Delany tendesse verso una strana idea molto sixties dell'esistenza (per quel che vuol dire…).
Ok, lui negli anni sessanta c'è cresciuto e probabilmente le vibrazioni nell'aria erano quelle, ma a me è venuta un po' a noia vedermi ribadire più e più volte 'sta cosa della supremazia dell'arte, la costruzione barocca degli scenari e l'estetica del crimine accompagnata di pari passo all'esaltazione romantica della creazione artistica. In definitiva credo proprio di aver raggiunto il mio livello critico di saturazione nei confronti delle atmosfere tra il mistico e il decadente che costituiscono le caratteristiche dominanti della sua produzione dell'epoca.

Non che sia tutto da buttar via: le fantastiche creazioni propriamente fantascientifiche rimangono ancora degne di nota. Come rimane memorabile l'ardita costruzione metanarrativa di Stella Imperiale e alcune delle visioni davvero meravigliose di cui sono ricche le sue opere. Ma per quanto riguarda il puro piacere della lettura posso ormai tranquillamente affermare che il mio entusiasmo per il Delany di quegli anni era un filo eccessivo.
Non credevo che anche un autore come lui potesse risentire del passaggio del tempo, l'aura che lo circondava mi sembrava francamente inossidabile. Di certo rimane uno degli autori più importanti per quanto riguarda lo svecchiamento e il rinnovamento della fantascienza (e per questo s'è già guadagnato la sua fetta di effimera immortalità almeno tra i cultori del genere), molto più influente e decisivo di uno come Zelazny a cui spesso viene accostato. Ma anche lui ha fatto il suo tempo, che gli anni sessanta del ventesimo secolo sono ormai davvero lontani.

Mi rimangono le Storie di Neveryon e Triton come esempi indiscutibili di qualità letteraria, anche se dopo quest'esperienza il dubbio che anche il Delany del decennio successivo sia ormai solo un ricordo è effettivamente più tangibile. (rileggere o non rileggere questo è il problema!)
Una cosa comunque è sicura: le ore spese tra le sue pagine non sono mai state tempo perso e se di Delany m'è rimasto solo il ricordo, sono ancora pronto per lasciarmi stupire da qualcosa che sia altrettanto visionario e potente da scrutare tra i fantasmi di questo nuovo millennio.

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02 luglio 2007

Traduzioni di cemento


Picture by WayneO42.
Di ritorno da una breve vacanza cercavo un libro brillante e veloce da leggere prima del ritorno al lavoro.
La scelta è caduta su Giungla di cemento del buon Charlie Stross.
Una certezza, mi son detto: primo titolo di Stross in italiano, premio Hugo, pubblicato su Odissea la collana di romanzi brevi Delos Books: non possono certo aver scelto una ciofeca e lo avranno curato nel migliore dei modi.

Poi ho iniziato a leggerlo, e mi son cadute le palle (perdonate il francesismo).
Immagino, anzi, ne sono certo, che il romanzo sia davvero brillante, scritto con il solito stile leggero tipico di Stross. Le idee ci sono e all'autore riesce di infilare tra una battuta e l'altra il fior fiore della tecnologia attuale insieme a mostri lovecraftiani a go go. Insomma un perfetto connubio di hi-tech, azione e presenze soprannaturali.

Senonché nell'edizione italiana tutto il ritmo, la leggerezza, l'ironia che permea la prosa di Stross si perdono completamente, che raramente mi sono imbattuto in una traduzione peggiore di questa.
Oh… intendiamoci, probabilmente il senso letterale delle frasi di cui è composto il romanzo c'è tutto. Ma l'impressione è che la traduttrice (o il team di traduttori, che sono ben 4 quelli citati nel colophon) non abbia capito una mazza del senso complessivo di quanto andava traducendo.
Indicativo della scarsa qualità della traduzione sono ad esempio il numero di "esso" o di "ciò" presenti tra le pagine, alcune frasi totalmente incomprensibili, parole varie usate a cazzo (secondo me, eh!).
L'uso smodato di parole in maiuscolo - probabilmente presenti anche nell'originale - non tradotte, o tradotte solo saltuariamente.
Termini che nel corso della vicenda cambiano. C'è lo Scorpion Stare fondamentale nello sviluppo della trama che diventa da metà romanzo in poi Scorpion Square (e ribadisco: ma perché non tradurlo?).
E poi errori marchiani come la presenza di una struttura usata dal terzo reich in germania con il nome in inglese (aargh!).

Ma qualcuno in Delos ha letto la traduzione prima di dare l'ok alla stampa?

Ragazzi io mi fido di voi, ma come si fa a proporre al pubblico un lavoro simile? Che servizio si rende al lettore, allo scrittore (il suo primo titolo in italiano!!!), alla casa editrice stessa?

Non so se pubblicherete le altre avventure di Bob Howard, io mi auguro sinceramente di sì. Ma spero davvero che controlliate meglio quello che esce con il vostro marchio in copertina.

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22 giugno 2007

Io, flickr e la censura


Picture by Iguana Jo.
Ora che la tempesta pare passata voglio provare a capire cosa è successo su flickr in questi giorni.

In breve: la settimana scorsa vengono annunciate le localizzazioni in sette lingue del sito di flickr. Contestualmente a tale implementazione gli utenti registrati in quattro distinte nazioni si trovano improvvisamente impedito l'accesso a tutte le immagini non considerate sicure. (piccola precisazione: tutte le immagini su flickr vengono categorizzate per il loro contenuto in safe, moderate, restricted, non sto qui a spiegare i metodi parecchio discutibili per assegnare le immagini in queste categorie).
Questa ha fatto giustamente imbestialire gli utenti interessati, soprattutto quelli tedeschi non avezzi a tali forme di censura, che dall'oggi al domani si sono visti limitare univocamente la loro esperienza flickriana.

Da qui è partita una campagna massiccia di protesta. E visto la latitanza dello staff flickriano la cosa ha preso dimensioni piuttosto estese.

Alla fine la risposta da flickr è arrivata, attribuendo le responsabilità di tale censura alla legislazione tedesca particolarmente rigida riguardo l'accesso di minorenni a contenuti _maturi_ (diciamo così, che non saprei come meglio definirli).
È stato fatto notare come fossero decine i siti tedeschi che permettevano la fruizione di tali materiali senza incorrere in sanzioni, l'unica precauzione adottata è il controllo dell'età al momento dell'accesso al sito.

Dopo qualche altro migliaio di messaggi più o meno attinenti al problema è arrivata la soluzione di compromesso: gli utenti tedeschi potranno scegliere di accedere alle immagini safe o al massimo alle immagini moderate. Le immagini restricted sono "per ora" (in attesa di qualche innovazione tecnica ad hoc, parola di flickr) riservate alla visione privata.

Fin qui la cronaca.

Quello che però più mi ha sorpreso è stata la controcampagna innestata da alcun utenti che si son detti irritati dalla protesta anti-censura in corso.
I toni erano i più svariati, dal "cosa protesti se non sai nemmeno di cosa si sta parlando", al "flickr è un'azienda privata, può piacere o meno, ma non ha alcun dovere verso i suoi clienti", al "ti pare che sia un buon motivo protestare per l'impossibilità di vedere qualche tetta quando in giro ci sono intere nazioni che sono messe molto peggio" etc etc etc…
Il tutto accompagnato dal cattivo sapore del moralismo della domenica, quello per cui basta che qualcuno provi a fare qualcosa che subito un altro gli da addosso, quasi a scaricare in questo modo la coscienza e/o i nervi e/o le proprie personali idiosincrasie.
(sono stati davvero in pochi quelli che mi hanno colpito per le motivazioni addotte alle loro critiche, questi li ringrazio perché m'han dato comunque da riflettere)

Visto che ho aderito alla protesta provo qui di seguito a spiegare i miei motivi, copincollando da qualche intervento fatto in rete (detto per chi magari vi ritrovasse cose già lette).

- Personalmente sono enormemente debitore verso flickr per la mia crescita fotografica e umana di questi ultimi due anni e mezzo. Questo non significa subire passivamente ogni decisione cali dall'alto, ma sentirsi parte di una comunità viva e dinamica in grado, se serve, di far sentire la propria voce.
Una manifestazione massiccia di dissenso come questa ha molte possibilità di successo proprio perché colpisce il punto debole della corporation: la sua necessità di badare principalmente (unicamente?) al profitto.
Per aziende come Flickr il profitto si basa fondamentalmente sulla reputazione che sono in grado di creare intorno ai propri servizi. E se una buona reputazione ci mette un sacco di tempo a formarsi è invece capace di crollare in un attimo per una qualsiasi cazzata l'azienda non sia in grado di controllare.
A tal proposito questo caso (flickr vs utenti tedeschi incazzati) diventerà a mio avviso un esempio da manuale.

- La protesta non è inutile. Se vi ho aderito è per il semplice motivo che mi pare ci siano delle concrete possibilità di soluzione. (mentre protestare contro il governo cinese, o contro l'FBI non credo avrebbe le stesse possibilità di riuscita). Oltretutto questa è una cosa tangibile, la germania non è la cina, è un paese nel quale possiamo tranquillamente riconoscerci.
Inoltre alla questione "censura" va sommata la gestione del problema da parte di flickr/yahoo e la mancanza di rispetto nei confronti dei suoi utenti.
Tutto ciò oltre all'ovvio dibattito sulla natura profondamente repressiva di ogni forma di censura.

- Il fatto che ci sia sempre una causa migliore/più importante/più soddisfacente per cui battersi è la scusa più vecchia del mondo per non fare un cazzo.


Spero di aver riassunto correttamente l'andamento della questione. Cosa succederà ora? Non lo so, per quanto mi riguarda il futuro non è ancora stato scritto (thanks Joe!).

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21 giugno 2007

Come Kowalski, meglio di Kowalski


A screen caption from Vanishing Point
Originally uploaded by WANNABTRAINBUFF.
Kowalski era il protagonista di Vanishing Point (Punto Zero in italiano) che è probabilmente il miglior film automobilistico io abbia mai visto. Punto Zero è una micidiale pellicola del 1971 in cui due automobili e i rispettivi piloti si affrontano in una sfida mozzafiato per le strade del west. Come moltissime altre opere del periodo è impregnato di una forte componente politica, e come altrettanti film del genere è un film votato all'autodistruzione.
Ma perché parlarne qui e ora?
Perché ieri ho visto Death Proof (A prova di morte), l'ultima fatica di Quentin Tarantino, e il nome di Kowalski e la sua automobile sono citati, evocati e utilizzati fino al midollo (o all'ultima saldatura del telaio della sua Dodge, per essere corretti). Già questa è una gran cosa, che era un pezzo che non ripensavo a quel film, e assaporarne il ricordo è stata una bella sensazione, ma ovviamente Tarantino non è regista da operazioni nostalgiche. Anzi. Tarantino ce la mette tutta per farci sentire cos'era il cinema di una volta, per farci vedere come si possono recuperare e restituire le emozioni brutali di quel tipo di film a questo nuovo secolo, per farci toccare con mano il suo amore per il Cinema.

Perché ormai oggi Tarantino è il Cinema. Almeno quel tipo di cinema che ormai non esiste più, quello che per due ore godi come un riccio per il semplice e diretto trasferimento di emozioni dallo schermo alla tua poltroncina. Il tipo di cinema che non va alla ricerca di significati nascosti, di facili ammiccamenti, di allineamenti modaioli.
Quello che ti spara dritto in faccia tutta la sua capacità di sorprenderti, di orrificarti, di divertirti.

Che poi è vero: Tarantino ricicla i clichè dei b-movie di tutto il mondo. Ma la sua capacità cinematografica è tale che riesce a distillare, anzi a sublimare, tutti quei temi triti e ritriti (donne e motori e sesso e violenza e morte e vendetta e donne e motori) per creare qualcosa di radicalmente nuovo, almeno per questi anni. Opere che raggiungono l'astrazione formale, che ormai volano al di fuori di qualsiasi confine terreno per innalzarsi ben al di là dello splatter e del road-movie da cui provengono per diventare cinema assoluto. Film che non lasciano dubbi o domande o chissà quali meditazioni interiori, film il cui Messaggio è il film stesso, film talmente immersi nel mondo del cinema da non necessitare più di alcuna realtà esterna.
Film che sfidano lo spettatore critico, che lo obbligano a confrontarsi con tutto il cinema visto fino a quel momento. Che operano una scissione netta nel pubblico: da una parte chi ama il cinema, dall'altra chi va a vedere i film.

Per tutti questi motivi non c'è molto da dire su Death Proof, bisogna vederlo.
Al limite posso segnalare che era dai tempi di Jena Plissken che Kurt Russell non era così figo. Che vedere all'opera Zoe Bell è davvero da brividi. Che varrebbe la pena vedere i film anche solo per i dialoghi che lo caratterizzano.
Insomma andate a vederlo, poi mi saprete dire.

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19 giugno 2007

Cosmonisti di tutto il mondo, unitevi!


Picture by tsogy.
Come sanno bene gli affezionati lettori esistono svariate declinazioni del genere fantascienza. Da quella avventurosa a quella hard tutta scienza e tecnologia, da quella umoristica a quella impegnata. Le librerie degli appassionati sono piene di space opera o cyberpunk, di viaggi nel tempo o speculazioni sociali. Esistono le utopie, le distopie, le ucronie, la fantascienza arriva addirittura a permeare romanzi dai toni melanconici o nostalgici… Insomma, di fantascienza ce n'è per tutti i gusti.
Non mi ero però ancora imbattuto in un libro di fantascienza dolce.
Come definire altrimenti questo Manifesto dei Cosmonisti dello svedese Mikael Niemi?
Gli episodi narrativi che compongono il volume (che chiamarli racconti darebbe un'idea di scarsa omogeneità e romanzo non renderebbe la sostanza dell'opera) affrontano i più svariati canoni della fantascienza, dal volo spaziale al primo contatto, dallo shock del futuro alle teorie cosmologiche più sfrenate, ma lo fanno con una leggerezza, un brio e una dolcezza che non m'è mai capitato di trovare in altre opere di genere. Il paragone più calzante a cui riesco a pensare è forse con il miglior Stefano Benni, ma senza l'ossessione per la (satira) politica. O forse, ancora meglio: non so se tra voi c'è chi frequenta il salottino verde linkato qui a fianco, ecco… se la Lui scrivesse fantascienza probabilmente sfornerebbe racconti come questi di Niemi.

Fantascienza decisamente di periferia verrebbe da dire, molto lontana - anche geograficamente - dalle esigenze commerciali che caratterizzano la produzione anglosassone, scritta da un autore che deve averne letta molta e vista ancora di più. E fantascienza che compare piuttosto sorprendentemente in una collana specializzata che pare essa stessa abbastanza stupefatta dallo strano contenuto del libro. Questa almeno è l'impressione nel leggere la postfazione della traduttrice che spara nomi piuttosto casuali (Adams e Bradbury, che ok, magari per certi versi c'entrano pure… ma Dick???) e non sembra molto a suo agio con la materia narrata. In ogni caso questa de Il Manifesto dei Cosmonisti è fantascienza sopraffina che mescola abilmente il sapore dei vecchi classici con una sensibilità decisamente attuale e un punto di vista inconsueto che dona nuova freschezza a panorami che ai lettori più smaliziati potranno apparire come già ripetutamente visitati.

Sarà il fascino dell'estremo nord, terra di contrasti estremi e gusti semplici, che ben rieccheggiano tra le pagine piene di meraviglie e strani soggetti che animano la lettura, sarà la capacità dell'autore di lasciarti sempre sorridente pur senza chiudere le porte al dubbio e all'oscurità che ci circondano. Saranno tutti i dettagli curiosi e i particolari stravaganti, ma per me Il Manifesto dei Cosmonisti s'è rivelata una lettura davvero piacevole.

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Just a Tree



Prendo tempo, nell'attesa che qualcosa succeda.

Giusto per capire quanto mi sto inguaiando, contemporaneamente alla protesta per il comportamento di Flickr abbiamo fatto partire con Dario Tonani un nuovo gruppo dedicato a Infect@.

Stavo chiedendomi che collegamenti ci siano e quanta coerenza sia rintracciabile tra le due cose. La risposta è: nessuna. Però non mi sento troppo in colpa. Fintanto che dura - Flickr intendo - è meglio sfruttarlo. Quando tutto sarà finito troverò, spero, un nuovo giocattolo per mostrare al mondo quel che so fare, quel che ho da dire.


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18 giugno 2007

Al campo di rugby



Visto che la questione flickr/censura è tutt'altro che chiusa ho deciso di postare qui qualche foto, sperando che nel frattempo le cose si risolvano per il meglio.

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15 giugno 2007

Fly Away


Picture by Iguana Jo.
Per la prima volta da quando sono approdato su flickr sto pensando seriamente di andarmene.

Quello che sta succedendo in queste ore (in questi giorni) mi sta nauseando. Dopo due giorni dall'implementazione di questa sorta di censura preventiva che colpisce solo alcuni utenti non è ancora arrivata da parte dello staff di flickr nessuna spiegazione esaustiva sulle cause e i motivi che hanno portato a questa situazione.
A prescindere da ogni altra considerazione, per me è intollerabile l'idea che qualcuno si arroghi il diritto di decidere per gli altri cosa è bene e cosa è male, e nello specifico flickriano cosa sia visibile e cosa non lo sia.

Di sicuro si presentasse un'alternativa valida farei le valige oggi stesso. Ma non credo che un'alternativa esista (o esisterà nel prossimo futuro): ormai la censura preventiva in rete è un fatto, non un'ipotesi.

L'unica cosa che davvero mi frena dall'andarmene è il pensiero di quanto andrei perdendo. E non parlo solo di foto, visibilità e occasioni. Parlo delle persone, quelle che ho conosciuto, quelle che non avrei l'opportunità di conoscere. Penso alle possibiltà di crescita, umana e artistica, che flickr mi ha offerto in questi due anni e mezzo.

Avete una soluzione?

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08 giugno 2007

O.P.G. - Reggio Emilia


Picture by Iguana Jo.
Saliamo le scale, al buio. Questa parte dell'edificio è in via di ristrutturazione, probabilmente l'ingresso da cui siamo entrati è lo stesso che utilizzano i muratori.
Un paio di rampe e c'è il primo corridoio, qui la ristrutturazione si ferma sulla porta, se ci fosse una porta.
La vista è quella che ci accompagnerà per la prima parte della visita. Muri scrostati e finestre spalancate, vetri rotti e merda di piccione, sporco da abbandono, non da frequentazione umana.
Siamo nell'ala amministrativa della struttura, le porte delle stanze (uffici?) sono normali, di legno, gli ambienti sono vuoti, l'unico dettaglio che appare quasi nuovo è l'enorme insegna DIREZIONE appesa sopra l'ingresso, sfondato, che da accesso agli uffici.
Più oltre si iniziano a vedere le prime inferriate. Siamo in un corridoio ambulatoriale estremamente luminoso, con tutto un lato che si affaccia sull'esterno. Le grate alle finestre qui sono ovunque.
Il corridoio è interrotto da cancellate di ferro ogni 10/15 metri. Le pareti scrostate sono colorate di un azzurro ospedaliero. All'ingresso di una sezione c'è la vecchia scritta Laboratorio Scientifico che incute qualche timore e forse ci prepara all'ingresso della sezione carceraria propriamente detta.

Ora i corridoi sono decisamente più oscuri, le uniche finestre si aprono alle due estremità del passaggio. Il soffitto è a volta, parecchio alto, tutto è dipinto nei toni del bianco e del grigio, sui due lati si aprono le innumerevoli celle di detenzione e ricovero. La stessa struttura si ripete su più piani. Poche celle si distinguono per dimensione o posizione, forse erano adibite a usi speciali (rabbrividisco involontariamente), ma tutte sono diverse tra loro per qualche particolare: colpiscono le mattonelle dell'angolo lavandino/turca dei colori più disparati (probabilmente non per scelta ma per l'uso di materiali di recupero), l'altezza del soffitto, la presenza di piccoli pensili. Tutte le celle sono ben illuminate, che le finestre in questo edificio si sprecano, tutte sono circondate da sbarre di ferro, anche la porta di legno è ovviamente rinforzata, in tutte doveva esserci un televisore appeso in alto, di cui resta unicamente il supporto. Il dettaglio più inquietante, l'unico davvero disturbante, è la presenza costante in tutte le celle di uno o più spioncini di vetro perennemente aperti ad osservare la vita dei pazienti/carcerati. Non credevo si arrivasse a tanto…

La nostra visita termina al piano terra, passiamo per una sala, forse una ex-cappella, almeno a giudicare dall'enorme crocefisso in bella vista, che con il grande schermo teso in fondo alla stanza doveva servire come sala cinema; passiamo dal parlatorio, dal bar - per gli impiegati immagino - e poi, attraverso un altro lungo corridoio, arriviamo alle cucine, per finire poi nel colorato ingresso principale.

L'ospedale psichiatrico giudiziario di Reggio Emilia non ci riserva altre sorprese, Non abbiamo visitato gli altri edifici della struttura, quelli costruiti successivamente al corpo originale, nato come convento, passato nell'uso a fortezza per poi diventare carcere ospedale per tutto il secolo scorso.

Queste mura devono aver assistito a storie terribili, ora però molte delle inquietudini e dei fantasmi se ne sono andati insieme agli arredi e ad ogni altra traccia di presenza umana. Alcune sezioni sono invase dai piccioni, in un bagno il guano arriva al mezzo metro d'altezza, i pochi oggetti rimasti riguardano più la vita burocratica della struttura che non quella delle persone ricoverate. Di queste ultime rimane appena qualche brandello di poster appeso a un muro e un nome o due nei registri o nelle schede dimenticate.
Ma l'edificio non ha perso nulla del suo fascino sinistro e l'immaginazione può spaziare tra le celle, i corridoi, gli ambulatori, luoghi adatti a esercitare la memoria, che qui dentro le persone venivano dimenticate, rimosse dalle nostre civili coscienze. Rimane solo la curiosità di sapere se qualcuno uscito da queste mura sia riuscito a conservare uno straccio di dignità, a rifarsi una vita, a rimanere libero.

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05 giugno 2007

Rapporto letture - Maggio 2007


Picture by Iguana Jo.
Mese positivo sul fronte letture questo maggio 2007. Romanzi e racconti magari più leggeri del solito ma con una qualità di scrittura sembra ben oltre la sufficienza.

Ma andiamo in fila. Di Accelerando di Charlie Stross e di Infect@ di Dario Tonani ho già scritto (vedi link), l'ultima lettura fantascientifica del mese è un classico: Largo! Largo! di Harry Harrison. Un romanzo decisamente consigliabile, scritto con uno stile pacato e avvincente, che descrive la progressiva dissoluzione di qualsiasi speranza nella New York sovrappopolata alla fine del XX secolo. Scritto negli anni '60 periodo in cui la crisi demografica calamitava l'interesse di molti scrittori di fantascienza Largo! Largo! si distingue per l'approccio noir, per il realismo dei dettagli e per la mancanza di qualsiasi retorica salvifica di solito ben presente nella sf americana del periodo. Una bella sorpresa insomma.

Cambiando totalmente genere ecco gli ultimi due volumi della trilogia di Bartimeus di Jonathan Stroud, L'occhio del golem e La porta di Tolomeo in cui si portano a compimento le vicende del giovane mago Nathaniel, del demone Bartimeus e si scopre il catastrofico esito delle trame di potere all'interno della nomenklatura magica che opprime l'Inghilterra.
Romanzi leggeri certo, adatti ad un pubblico di tutte le età, ma con un sottotesto molto interessante su potere, libertà e rivoluzione (mica robetta, eh!). Non male per un ciclo fantasy pubblicato sulla scia di Harry Potter, ma che riesce a splendere di luce propria illuminato com'è dalla presenza di un demone assolutamente brillante e da quella di un giovane mago che per una volta non si merita tutti gli onori della cronaca.

Infine un po' di violenza texana per concludere in bellezza questo mese di letture: ho finalmente letto In un tempo freddo e oscuro del grande Joe Lansdale. Nei racconti che compongono l'antologia ci sono tutti i temi e le situazioni cari all'autore texano: dal noir campagnolo, alla fantascienza tenebrosa, dal racconto brillante dalle venature splatter alla violenza più cupa e disturbante. Un volume per ribadire ancora una volta le capacità di scrittore di Lansdale, nell'attesa di qualcosa di più corposo e recente.

Per il mese prossimo attendetevi almeno un paio di antologie, con sapori tra il retrò fantastico dalla vecchia Inghilterra e lo stupefacente andante da quello che si appresta a diventare il mio scrittore serio (!) preferito.

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04 giugno 2007

Intervista al maestro Pippo Casarini


Picture by Iguana Jo.
Ho provato a cercare in rete qualche informazione riguardo Pippo Casarini. Non ne ho trovate. Ho quindi pensato bene di riportare qui l'intervista dei bambini della scuola elementare Gramsci di Modena al maestro Pippo Casarini pubblicata nel giornalino scolastico.

I bambini delle classi terze hanno partecipato al grande spettacolo “L’ombelico del mondo…perché tutto è uno” che si è tenuto il 29 maggio al Teatro Comunale, per festeggiare il cinquantesimo anno della scuola Collodi che, come le scuole Gramsci e Bersani, fa parte dell’XI Circolo.
Per questa occasione avevamo preparato, con l’esperto Laura Polato, la versione jazz della canzone “44 gatti”.
Forse non tutti sanno che l’autore è modenese: Pippo Casarini, un simpatico nonno (chissà se si offende) di 82 anni.
Dopo aver studiato la canzone, e non è stato molto facile perché la versione jazz è diversa da quella tradizionale, avevamo invitato il maestro Casarini a scuola per avere il suo OK e per fargli alcune domande.
Così è nata questa intervista.
Come è nata la canzone “44 gatti”?
Mi sono sempre piaciuti i gatti e perfino quando ero in India avevo due gattini neri bellissimi. Poi, quando ero a Nonantola a insegnare mi è venuto in mente di scrivere una canzone per bambini e così ho scritto “44 gatti”: 44 era la mia età.
E il Pappagallo giramondo?
L’anno dopo aver vinto lo Zecchino d’oro, ho mandato una canzone che parlava di un pappagallo balbuziente modenese, ma c’era una frase in dialetto (a sun d’Modna) e allora è stata scartata.
A chi hai dedicato “44 gatti?”
L’ho dedicata al mio gattino che si chiamava Agostino e che ha vissuto fino a 21 anni.
Quando hai scritto la musica dell’orchestra a quali strumenti ti sei interessato?
Io sono pianista, ho scritto la canzone al pianoforte e per la voce. La voce e il testo sono importantissimi, specialmente in questa canzone, perché c’è tutta la storia dei gatti senza padrone.
Preferisci suonare da solo o in gruppo?
Ho suonato per un po’ da solo, ma mi piace di più il trio : pianoforte, basso e batteria..
Perché hai trasformato “44 gatti” in jazz?
Per fare una versione un po’ diversa.
Perché hai fatto cantare la versione jazz a tua figlia?
Ma non è mia figlia! È una cantante molto brava, è la figlia di un musicista mio amico.
Quante canzoni hai scritto nella tua carriera?
Tante, ne avrò scritte 500.
Qual è la tua preferita?
“44 gatti” , senza dubbio, ma io ho scritto anche per Pavarotti, nel suo disco “Volare” c’è una mia canzone che si intitola “Fra tanta gente”.
Quando hai cominciato a suonare?
Abbastanza tardi, a 13 anni. Sapete perché? Adesso ve lo dico.
C’era un maestro di pianoforte che veniva a mangiare dove abitavo io, siccome non pagava mai il conto, il mio papà gli ha detto: “Beh, insomma, le dispiace se le mando a lezione mio figlio, così almeno qualcosa si recupera.” Perché dovete sapere che i musicisti sono spesso spiantati. E così ho cominciato; poi avevo anche un fratello violinistamolto bravo, eravamo una famiglia di musicisti.
In che anno hai vinto lo Zecchino d’oro?
Nel ’68, quando avevo 44 anni, era il decimo anno dello Zecchino.
Ti ha cambiato la vita vincere lo Zecchino?
L’ha cambiata moltissimo, intanto mi ha fatto scoprire che ero capace di scrivere delle canzoni per bambini, tanto che ne ho scritte molte altre, poi è stata una soddisfazione vincere, perché in quell’anno erano arrivate allo Zecchino 550 canzoni, tra le quali bisognava sceglierne dodici. Nello stesso anno c’erano anche la mitica “Popoff”, “Il valzer del moscerino” e “Il torero Camomillo”.

Il nostro incontro è terminato con il nostro canto di “44 gatti” e con l’OK del maestro per l’esecuzione del brano allo spettacolo .
GRAZIE !!!!!!!!!
I bambini e le insegnanti delle classi terze

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