13 luglio 2010

Letture giugno 2010


Picture by subhasish.
Ian McDonald - Cyberabad Days
È un crescendo continuo questo volume di racconti di Ian McDonald. Ambientate tutte nell'India prossima ventura già raccontata in River of Gods, le storie di Cyberabad Days allargano lo sguardo dalla città di Varanasi, capitale di uno degli stati nati dalla separazione dell'India all'inizio del XXI secolo, alle nazioni confinanti, alle loro città e soprattutto ai loro abitanti.
Tutti i racconti di Cyberabad Days sono ritratti intensi e meravigliosi di personaggi alle prese con il drastico cambiamento del loro mondo. Attraverso gli occhi e le vicende dei sui protagonisti McDonald tesse e dispiega un arazzo narrativo denso di sapori al contempo esotici e familiari, dominato dall'eterno conflitto tra tradizione e innovazione. Conflitto che nei racconti dell'autore nordirlandese si risolve sempre con insospettabili mediazioni, con la tecnologia che si piega al ricchissimo serbatoio di storie e contraddizioni che caratterizza il continente indiano e con i suoi abitanti che trovano sempre nuove risorse per conservare privilegi e connessioni al di là del più vertiginoso dei cambiamenti.
Un altro degli aspetti straordinari dei racconti di Cyberabad Days sta nella capacità di McDonald di esaltare la singolarità di ognuno dei suoi personaggi senza mai elevarla al di sopra della storia di cui sono protagonisti, riuscendo invece a trasmettere al lettore il loro essere parte di un universo inesorabilmente più vasto e complesso delle loro pur notevoli esistenze. Hanno tutte un sapore dolce-amaro queste storie, costrette come sono a mediare tra fragilità umane e meraviglie tecnologiche, tra sogni individuali e incubi sociali.
L'india di Ian McDonald mi ha ricordato quella, altrettanto ricca e profumata, dei romanzi di Vikram Chandra con in più un sacco di ottime idee fantascientifiche a rendere più interessante il panorama.
Non male per un pallido abitante delle isole britanniche.


Robert Silverberg - L'uomo stocastico
Io ho un grosso buco nella mia libreria fantascientifica che comprende quasi tutto quel che è uscito nel corso degli anni '70 dello scorso secolo. Urania Collezione è piuttosto parca nella proposta di romanzi che risalgono a quegli anni e la pubblicazione di un'opera piuttosto conosciuta come L'uomo stocastico rapresenta quindi un'ottima occasione per assaporare l'aria che tirava in quegli anni.
In effetti questo romanzo di Robert Silverberg sa un po' di vecchio. Le dinamiche che determinano i comportamenti dei personaggi di questo romanzo odorano di seventies lontano un miglio (la politica, le sette, il disagio urbano, il petrolio). Oltretutto il quid del romanzo (determinismo vs libero arbitrio) ha un esito terrificante (almeno dal mio punto di vista), ma nonostante tutto L'uomo stocastico si legge volentieri, che il tono pacato e tranquillo di Silverberg è tutt'altro che soporifero, e i dubbi e le suggestioni che è capace di evocare non sono - comunque la si pensi - per nulla tranquillizzanti.


Peter Hamilton - Il sogno del vuoto
Con l'enorme trilogia de L'alba della notte (qualche migliaio di pagine distribuite, nell'edizione italiana, in dieci numeri di Urania) Peter Hamilton mi aveva divertito come pochi altri autori di fantascienza: scenari cosmici, ambientazioni esotiche, personaggi affascinanti, meraviglie a gogò, un plot complicatissimo per dimensioni eppure elementare nello sviluppo. Quei tre romanzi hanno rappresentato per me quanto di meglio la fantascienza popolare possa produrre al giorno d'oggi.
Non appena si è diffusa la notizia che Urania avrebbe proposto ai lettori italiani un altro progetto monstre di Peter Hamilton, ne son rimasto piacevolmente colpito e ho atteso con impazienza lo sbarco in libreria de Il sogno del vuoto, primo volume della trilogia del Vuoto.
Purtroppo però in questo romanzo non tutto funziona come dovrebbe. Gli ingredienti che avevano reso un piacere la lettura dell'Alba della notte ci sono tutti, ma la capacità di dosare le informazioni, l'equilibrio tra le varie componenti, e l'immediatezza che contraddistingueva quell'opera si perdono in una gestione del plot piuttosto confusa, nell'eccesso di infodump che contraddistingue troppe pagine del volume e soprattutto nell'incapacità dell'autore di infondere personalità riconoscibili e singolari alla galleria di personaggi che affollano il romanzo.
Il sogno del vuoto si lascia leggere, che nonostante i difetti molti dei singoli episodi in cui è frammentata la trama rimangono spettacolari e seducenti, però ecco, mi aspettavo un romanzo più solido e consistente. Speriamo nel secondo capitolo.


Virginia Woolf - La signora Dalloway
Campo, controcampo, soggettiva, panoramica e poi improvvisi primi piani e flashback e veloci scarti laterali per poi tornare in soggettiva sul dettaglio e chiudere con una carrellata verso l'alto. Cinema insomma, di quello al contempo spettacolare e profondo. Qualcosa che nella mia ignoranza non mi sarei mai aspettato potesse uscire dalla penna di un'autrice inglese nel primo quarto del secolo scorso.
E invece La signora Dalloway è un vero incanto di romanzo, scritto in maniera sublime (e tradotto altrettanto bene da Nadia Fusini), ricchissimo di spunti interessanti, capace di offrire un ritratto della buona società inglese tra le due guerre come probabilmente nessun testo storico è capace di fare. Un romanzo da assaporare lentamente per gustare al meglio il talento di cui Virginia Woolf fa sfoggio nel piegare l'indubbio virtuosismo della sua prosa al racconto di una mondo in via d'estinzione.

08 luglio 2010

À la France! (sì, ma dove?)


Picture by Iguana Jo.
Quest'anno per le vacanze finalmente si torna in Francia.
Non avendo molto tempo a nostra disposizione abbiamo deciso di trascorrere una settimana nei dintorni di Parigi e di utilizzare un'altra decina di giorni per fare qualche tappa lungo la strada di avvicinamento alla capitale francese.
Dato che della Francia non ne so poi molto, ci farebbe molto piacere se i visitatori di queste pagine ci dessero qualche consiglio.
C'è qualche località un cui dobbiamo assolutamente fermarci nel nostro viaggio verso Parigi? Ci sono castelli medievali, boschi incantati, meraviglie tecnologiche che valgano la sosta e che possano essere di qualche interesse per due preadolescenti irrequieti?
C'è qualche b&b / trattoria / ristorante / cantina che non ci possiamo assolutamente perdere, vuoi per le leccornie eno-gastronomiche, vuoi per il prezzo abbordabile, vuoi per la qualità della sosta?

Insomma, se un po' di Francia v'è rimasta nel cuore questo è il momento per condividerla con noi.

Grazie!

Per finire, e forse anche per capire cosa ci piace, questo è uno slideshow delle mie vecchie foto francesi:



30 giugno 2010

Da dove vengo

Quello che segue è un vecchio progetto fotografico già pubblicato su flickr qualche anno fa.
Lo ripropongo qui e ora a causa di una serie di suggestioni sulla memoria, sulle differenze tra i bambini di oggi e quelli di ieri, sui luoghi dell'infanzia, nate dalla lettura di questo post. Il pezzo di Giovanni tocca questi argomenti solo parzialmente, però mi ha fatto ritornare in mente queste vecchie foto e i ricordi che evocano.


(1967-1985)

Casa mia, almeno per la maggior parte dei miei primi 19 anni di vita.

(1969-1972)

L'asilo. Sembra piuttosto tenebroso, ma l'aspetto inganna e nonostante fosse l'asilo delle suore ho degli ottimi ricordi di questo posto.

(1972-1977)

La scuola elementare. Tenuto conto che nel suo seminterrato c'era la biblioteca di quartiere ( quante ore ci ho passato? quante scoperte devo a questo posto?) era praticamente la mia seconda casa.

(1977-1980)

Le medie. Ai tempi era un prefabbricato con licenza di distruzione. Non è cambiato poi molto, anche se ora sembra un posto per bene.

(1973-1981)

Il vicolo. Quanti pomeriggi, quante estati cì abbiamo passato. Era il nostro parco giochi. La nostra palestra.

(1974-1979)

Hic sunt leones. Uno dei segni di confine che caratterizzava la mia infanzia. Oltre questa cappella iniziava il quartiere tedesco. Un altro mondo con tacito divieto d'accesso, sconosciuto e inesplorato (e lo sarebbe rimasto per parecchi anni ancora).

(1975-1986)

La parrocchia. In realtà nella foto c'è solo la scala che portava dal retro della parrocchia al campo di calcio e poi su, fino alla montagna.
Ho fatto qualche foto alla chiesa, ma nessuna mi piaceva quanto questa. Visto che in fondo in quegli anni la chiesa l'ho lasciata, preferisco lasciare la foto della scala. Dopotutto l'ho percorsa molte più volte di quanto abbia attraversato la navata della chiesa, e con molta più soddisfazione.

(1980-1986)

Il campetto della parrocchia. Dopo il vicolo, quel campo da calcio sterrato è stata la nostra naturale destinazione. Da allora questo campo è cambiato tanto da essere praticamente irriconoscibile: ha il fondo sintetico, le tribune, persino gli spogliatoi. Quando ci giocavamo (ore e ore i sabati pomeriggio, le serate d'estate, risultati incredibili: 38-27, 42-12, 35-35 e chi fa gol ha vinto) era sassi e polvere e il rubinetto per l'acqua.

(1981-1986)

La panchina. Per chiudere in bellezza ecco il posto dove cominciavano le nostre serate. Non è proprio la stessa panchina (nel frattempo hanno ristrutturato il parco, e quindi l'originale non c'è più), però è molto vicina a dov'era la nostra. Immagino che la vita di (quasi) tutti i ragazzi italiani sia passata per una panchina simile.


(Per chi volesse saperne di più: avevo già parlato di Bolzano e delle sue particolarità in questi vecchi post: piccola città, bastardo posto, Bolzano/Bozen: apartheid provinciale)

25 giugno 2010

Try rugby!

Lo so. Questo video risulterà facile e scontato. Per non dire vagamente sessista.
Però ho visto qualche partita di questo mondiale, e quando ci vuole ci vuole.

Enjoy!



22 giugno 2010

On-Off (Line)


Picture by Iguana Jo.
Nel caso foste preoccupati, non sono scomparso, non sono scappato, sto bene. Se sono meno on-line del solito è per una serie di fortunati eventi, che comprendono tra le altre cose un sacco di cene in compagnia (alcune da fotografo, altre per celebrare la fine stagione rugbystica, senza contare gli anniversari di matrimonio, i soliti amici, etc etc) e l'allestimento di un set fotografico in azienda, che mi ha costretto ad alzare il culo dalla scrivania e abbandonare quindi il mio fido Mac e ogni possibilità di connessione nelle ore di lavoro. Ah… ho pure ricominciato coi giochi di ruolo (gran bella cosa, btw)!

Le cose vanno splendidamente quindi, ma visto che il tempo libero a disposizione è sempre lo stesso, da qualche parte bisognava tagliare. Ma state tranquilli (o forse no), che prima o poi le cose torneranno normali.

Oggi però ho un po' di tempo e ne approfitto quindi per sistemare un paio di cose che ho lasciato in sospeso.

- Per prima cosa volevo segnalarvi questo post da qualcun altro che non sono io. Si parla di lettura in lingua originale e le considerazioni di Gianluca al riguardo sono totalmente condivisibili.
Sono pochi anni che leggo in inglese pur non avendo una gran padronanza della lingua parlata. All'inizio ero scettico riguarda la mia capacità di comprensione del testo, ma ora l'unico handicap che mi frena dall'affrontare un romanzo in lingua straniera è il tempo di lettura, che è quasi il doppio di quello necessario per leggere in italiano.


- Nello spazio commenti dell'ultimo post si discuteva di Vance, Hamilton e recensioni lette in giro per la rete. In particolare si tirava in ballo il commento di Giovanni Dell'Orto a Pianeta d'acqua.
Non condividendo l'approccio di Giovanni sono andato a pescarlo su Anobii dove ci siamo scambiati qualche mail nel tentativo di chiarire le rispettive opinione sulla fantascienza, la vita e tutto quanto.
Una cosa scritta da Giovanni mi ha colpito e un pochino turbato (per i controllori della netiquette: ho chiesto il permesso all'autore per pubblicare qui le sue parole):
"Se recensisco un libro di storia, teologia, filosofia, politica, teoria dell'informazione, ci tengo ad essere preso sul serio. […]
Ma se scrivo di fantascienza (o di fumetti, o di musica rock, o di romanzi porno, o...), non stiamo parlando delle stesse cose.
Se parlo di politica parlo di cose reali ed importanti. Se parlo di marzianini verdi che comunicano telepaticamente, parlo di cose non esistenti, quindi di uno svago intellettuale.""Se recensisco un libro di storia, teologia, filosofia, politica, teoria dell'informazione, ci tengo ad essere preso sul serio. […]
Ma se scrivo di fantascienza (o di fumetti, o di musica rock, o di romanzi porno, o...), non stiamo parlando delle stesse cose.
Se parlo di politica parlo di cose reali ed importanti. Se parlo di marzianini verdi che comunicano telepaticamente, parlo di cose non esistenti, quindi di uno svago intellettuale."


Al che io replicavo che per me la letteratura ha la stessa importanza della storia o della filosofia, molto più della teologia e forse un po' meno della politica, e quindi faccio fatica a condividere una linea di pensiero come questa. Oltretutto pensando alla fantascienza non sono certo i marzianini verdi la prima cosa che mi viene in mente. Per me la fantascienza è legata a filo doppio col reale, più di qualsiasi altro genere letterario (potenzialmente molto di più).

Voi che dite? Forse sarebbe davvero il caso di considerare fantascienza e simili come letteratura d'evasione e stop? O non ci priveremmo in questo modo di un'opportunità unica di riflettere sul reale, magari in maniera obliqua o laterale, ma divertendoci comunque un sacco lungo la strada?
O magari dovremmo iniziare a prendere meno sul serio politica e filosofia, che è un'altra di quelle cose che pare tabù anche solo a pensarle…

(NB non ho intenzione di polemizzare con Giovanni Dell'Orto: riguardo a quanto scrive ci siamo già abbondantemente chiariti. Usavo le sue parole come spunto per riflettere sulla percezione che si ha della fantascienza al di fuori dei confini del piccolo quartiere in cui prosperiamo (si fa per dire). Questa cosa della percezione di un ambito particolare (può essere la fantascienza, ma anche l'universo gay, o la vita quotidiana in Ucraina) da parte di chi quel determinato mondo conosce solo di sfuggita è davvero affascinante e porta a riflessioni interessanti sul nostro concetto di realtà.)


- In questi giorni sto leggendo molta fantascienza (sai che novità!).
Sono quasi alla fine del Millemondi Hamiltoniano: per quanto Il sogno del vuoto sia divertente mi son piaciuti molto molto di più i volumazzi dell'Alba della notte. Se Hamilton m'è parso in calo, Ian MacDonald si conferma invece ai massimi livelli anche con i racconti di Cyberabad Days, uno di quei casi in cui la fantascienza non si limita a dar forma e colore a un intero mondo, ma ne rende l'invenzione indistinguibile da una potenziale realtà appena dietro l'angolo.
Ma di entrambi i volumi ne riparliamo tra qualche giorno.
Vi volevo chiedere piuttosto se avete notizie fresche sul destino di Epix. Ve lo chiedo molto egoisticamente perché a Luglio era prevista (finalmente!) la pubblicazione di Cuore d'Acciaio di Michael Swanwick, che per me è uno di quei romanzo capaci da soli di dar senso a un'intera collana. Visto il preoccupante silenzio sui blog mondadori, non so se iniziare a preoccuparmi.


- Volevo segnalarvi anche il blog di una vecchia conoscenza internettara. Erano anni che non ci si sentiva (sapete come vanno le cose in rete, in questo caso poi la distanza fisica non aiuta di certo), e mi fa molto piacere vederlo ancora vivo e vegeto e pensante.


Bene, per ora è tutto. Vado a rispondere a un paio di commenti. Voi fate a modo, che il tempo per leggervi lo trovo sempre. È scrivere, che siano riposte - si spera sensate - o nuovi post, che mi costa tempo e fatica. A presto!

09 giugno 2010

Letture aprile-maggio 2010 - terza parte


Picture by Iguana Jo.
AA.VV. - Robot 55
Sono rimasto un po' indietro con la lettura di Robot. Il numero 55 risale ormai a un paio d'anni fa (nel frattempo siamo arrivati al 59, se non sbaglio) ma pian pianino conto di rimettermi in pari (datemi delle giornate di 36 ore, per favore!).
La gemma di questo numero è (ovviamente!) il racconto di Ted Chiang: Il mercante e il portale dell’alchimista è un brillante esempio di come i più classici temi della fantascienza possono ancora offrire ottime opportunità per storie straordinarie. In questo caso si parla di viaggi nel tempo all'epoca dell'Arabia affascinante delle Mille e un notte, per un racconto che si distingue per la meravigliosa cura dei dettagli e un meccanismo narrativo a orologeria.
Dopo un simile esempio è difficile proporre altra fantascienza allo stesso livello. In effetti nessuno degli altri racconti che arricchiscono questo Robot è all'altezza di quello di Chiang. Tra quelli da ricordare vanno citati almeno L'ospite di Giampietro Stocco, che nonostante qualche furbizia di troppo è un pregevole racconto ambientato in una Terra futura in bilico tra tribalismi e post-umanesimo, e Chi ha paura di Wolf 359? di Ken MacLeod, che si muove agile e veloce sui terreni classici dell'avventura spaziale, tra colonie perdute e minacce cosmiche.


Jostein Gaarder - C'è nessuno?
C'è nessuno? è una piccola storia per fanciulli che ho letto dietro richiesta di mio figlio. Nonostante il sapore fantascientifico - c'è un bimbo alieno che piomba inaspettato sulla Terra - questa storia vira troppo sul pedagogico andante per essere davvero divertente. Certo, si pone l'attenzione sulla curiosità e sulla capacità di porre le giuste domande, ma con un sapore da predicozzo che non mi è mica piaciuto tanto. Jacopo comunque lo ha apprezzato, anche se non ha saputo spiegarmi bene perché.


Stephen King - La sfera del buio
Quarto capitolo della storia di Roland e compagni alla ricerca della Torre Nera. Senza dubbio la cosa migliore del romanzo è l'ambientazione western condita di soprannaturale, insieme alla consueta ottima gestione di personaggi e avvenimenti da parte di Stephen King. La fine dell'infanzia di Roland, la sua tormentata storia d'amore, il rapporto con gli amici e il peso della responsabilità sono resi ottimamente, e il romanzo si rivela appassionante fino alla sua conclusione.
L'unico aspetto che continua a non convincermi mano a mano che proseguo nella lettura della saga è l'inconsueta trasparenza dei meccanismi narrativi che fanno procedere la storia. Come se dietro le gesta dei protagonisti e la messe di avvenimenti che si susseguono ne La sfera del buio, come del resto nel precedente Terre desolate, si avvertissero la meccanicità di certe azioni/reazioni e lo schema e il progetto della saga. Tanto che, nonostante il tiro e le indubbie emozioni, mi è rimasta la fastidiosa sensazione che il laboratorio creativo dell'autore non fosse sufficientemente mimetizzato tra le pagine del romanzo.


Andrea Camilleri - Le ali della sfinge
Ah, Montalbano… Non l'ho mai letto con dedizione e costanza, tanto meno badando alla sequenza dei romanzi o ai cambiamenti delle vite dei vari personaggi. Però ogni volta che mi capita di leggere uno di questi romanzi di Camilleri è come ritrovare un vecchio amico e, soprattutto, la stessa Sicilia che ricordo da un paio di viaggi da quelle parti (quanto tempo è passato…).
Sulla storia c'è poco da dire, la trama gialla m'è parsa più forte e vera dell'ultima che ho letto, ma altrettanto spalmata su un romanzo che vorrebbe dire altro e di più di quello che appare a prima vista. La Sicilia appunto, e la durezza e la meraviglia del vivere da quelle parti.


Primo Levi - Il sistema periodico
"… "Il sistema periodico" vuole essere in primo luogo polemico verso una cultura accademica e umanistica che esclude la possibilità di interpretare la scienza, la materia, l'esperienza concreta in termini poetici." (Primo Levi, estratto da un 'intervista su Rosalucsemblog)
Mi ero ripromesso già da tempo di leggere di racconti di Primo Levi. Me ne avevano parlato bene in tanti, ma per un motivo o per l'altro continuavo a rimandare. Il problema probabilmente stava nell'identificare Primo Levi con l'esperienza del Lager, nel non riuscire a vederlo come persona piena, completa, con una vita che andasse oltre quell'anno trascorso ad Auschwitz. In breve, nel non voler trasformare il simbolo in persona, il testimone in semplice scrittore.
Ora che ho letto Il sistema periodico posso dire che Primo Levi era un ottimo autore, capace di coniugare mirabilmente l'esperienza con la scrittura, la biografia con l'invenzione, mantenendo ben salda la barra della concretezza, legandosi ben saldo alla terra (che vuol dire chimica e lavoro e chiarezza d'espressione e d'intenti) piuttosto che agli spazi eterei dell'arte e dello spirito tanto cari alla massa imbelle degli scrittori nostrani. Doveva essere una persona interessante Primo Levi, ed è una fortuna poterlo ri-conoscere attraverso i suoi libri.


01 giugno 2010

Nova Swing


Copertina dal blog di Urania.
Qualche giorno fa si discuteva della fantascienza di Michael John Harrison.
Ora che Nova Swing sta per arrivare in edicola non posso esimermi dal segnalarlo a tutti i lettori del blog.
Non so se la mia reazione a questo romanzo sarà migliore di quella, negativa, che è seguita alla lettura di Luce dell'universo. Di sicuro la fantascienza di Harrison è decisamente diversa da quella che i lettori di Urania sono abituati a leggere.
Voi dategli una possibilità, che poi magari se ne riparla.

Trattandosi di Urania un'avvertimento è obbligatorio: se volete leggere questo romanzo procuratevelo in fretta, che tra un mese sparisce.

31 maggio 2010

Letture aprile-maggio 2010 - seconda parte


Picture by Iguana Jo.
Charles Stross - Halting State
Decidere di scrivere un romanzo di fantascienza ambientato pochi anni nel futuro e non virarlo in catastrofe o rivoluzione è sempre un grosso rischio. Ma a Charlie Stross piace rischiare, e con Halting State ottiene un grande risultato, riuscendo a coniugare un ottimo giallo fantascientifico con una credibile estrapolazione delle tendenze tecnologico-sociali di questi anni.
Come sempre nelle opere di Stross le idee si sprecano. In Halting State si passa con nonchalance dalle rapine a mano armata ai danni di banche virtuali alle meraviglie della realtà aumentata, dalla Scozia nazione indipendente ai conflitti di competenze tra forze di polizia diverse, alla dura vita di freelancer e dipendenti alle prese con superiori più o meno competenti, il tutto insaporito da una spruzzata di spionaggio internazionale e qualche omicidio assortito. Ma Stross non si accontenta di sfornare trovate e speculazioni a go go, lo fa pure in maniera divertente (e divertita), con più di una strizzatina d'occhio a tutti i nerd qua fuori.
La fantascienza di Charlie Stross sta diventando un riferimento sempre più importante nel panorama internazionale e un romanzo come questo è decisamente inconsueto. Certo, ci sono altri autori che esplorano la normalità del prossimo futuro, ma scelgono solitamente panorami più esotici (penso a Ian McDonald) o abbandonano le caratteristiche più salienti del genere (penso a William Gibson). L'unico altro autore di peso che si muove in ambiti paralleli a quelli strossiani credo sia Greg Egan , almeno prima di darsi alla space opera più spinta (ma che già col prossimo romanzo dovrebbe tornare a frequentare tempi a noi più vicini).
(Sui rischi connessi alla scrittura di fantascienza ambientata nel futuro prossimo potete dare un'occhiata a questo post, che riguarda i problemi che sta incontrando Stross nella stesura del seguito di Halting State.)


Margaret Killjoy - Guida steampunk all'apocalisse
Non so quanti di voi ricordano il leggendario e famigerato Manuale delle Giovani Marmotte. Beh, questa Guida steampunk all'apocalisse ne è la versione riveduta e corretta - decisamente più cool - per questi tempi confusi.
Più che il contenuto manualistico, in realtà piuttosto scarsino, il volumetto è interessante per il tentativo di stabilire qualche punto fermo in materia di Steampunk, intendendo il termine sia nel senso di stile di vita (!!!) che in quello, più limitato, ma certo più conosciuto, di corrente letteraria, prendendo come riferimento il movimento artigianale/artistico riconducibile alla passione per la macchina a vapore (o per meglio dire: alla tecnologia fai da te) e per i formalismi estetici pseudo-proto-tardo-vittoriani.
A parte tutte le belle chiacchiere, a me pare che tolto l'indubbio fascino visivo (dovuto, credo, a un mix di nostalgia analogica e semplicità d'approccio) lo Steampunk sia per questo secolo quello che il medioevo fantastico di derivazione Howard/Tolkeniana è stato per la seconda metà del novecento. Roba che nonostante tutte le buone intenzioni dei suoi sostenitori tenderà a precipitare in un substrato conservativo senza speranza d'innovazione e soprattutto senza alcun futuro frequentabile. Io comunque rimango alla finestra, che (speriamo!) magari mi sbaglio.


Elmore Leonard - Il grande salto
Dopo la scorpacciata western di qualche mese fa ecco il primo romanzo contemporaneo di Elmore Leonard.
Il grande salto è un thriller piuttosto confuso nelle sue premesse e disordinato nella strada che percorre per arrivare alla conclusione, però è graziato da un'ottima scrittura, dalla perfetta padronanza dell'umanità dei vari personaggi e dal taglio unico dei dialoghi. Del resto potete chiederlo a chiunque: Leonard è famoso proprio per questo.
Però il taglio secco ed essenziale dei racconti western era davvero un'altra cosa.

26 maggio 2010

England Tour 2010


Picture by Iguana Jo.
Approfittando di qualche giorno a casa ho dato una sistemata alle foto scattate nel fine settimana britannico.
Ecco la cronaca fotografica della tre giorni rugbistica in terra d'albione.
Buona visione:

Da Modena a Bristol


A Bath


Millennium Stadium


Lydney, le nostre partite


Lydney, gli altri e il terzo tempo


Verso casa



(purtroppo youtube non ha accettato alcune delle scelte musicali che corredavano gli slideshow. Dato che non ho ne la voglia ne il tempo di rifare tutto, sperando poi che la musica scelta non infranga di nuovo qualche regola di copyright, mi sono accontentato di qualche soluzione di ripiego. Spero che i video siano comunque godibili.)


21 maggio 2010

Letture aprile-maggio 2010 - prima parte


picture by TommyOshima.
Greg Egan - La scala di Schild
La scala di Schild è l'ultimo romanzo di Greg Egan pubblicato in Italia, su Urania, ormai quattro anni fa. Lo conservavo intonso in libreria non essendoci grosse prospettive di nuove opere dell'autore australiano. Però ora è ragionevolmente certa la prossima traduzione di Incandescence. Quindi, perché rimandare ulteriormente?
La scala di Schild si muove nei territori prossimi alla space opera sui generis di Diaspora, privilegiando lo scenario cosmico piuttosto che le speculazioni sul prossimo futuro. Il nucleo della vicenda vede un'umanità sparpagliata per tutta la galassia alle prese con un problema di dimensioni eccezionali: una nuova conformazione fisica della realtà che divora progressivamente lo spazio occupato dai discendenti dell'uomo.
In questo scenario. in cui abbondano miracoli (scientifici!) e meraviglie. si dipana la solita trama eganiana, con un protagonista emotivamente incerto, decisamente più a suo agio nello studio scientifico degli eventi piuttosto che nel rapporto con altri esseri umani.
Per quanto io adori Egan questo romanzo non mi ha entusiasmato quanto i suoi precedenti. L'andamento della vicenda è piuttosto schematico e nonostante le estrapolazioni scientifiche diano il consueto capogiro, questa volta mi sono sembrate meno conturbanti, ricche e stupefacenti di quanto solitamente accade con le vertiginose speculazioni di questo autore. Forse il salto dall'immensamente grande all'incredibilmente piccolo che avviene più volte nel corso del romanzo produce un eccessivo disorientamento e un senso d'irrealtà cui si fa fatica ad adeguarsi, o forse sono le dinamiche umane sottese alla trama che risultano troppo didascaliche e in definitiva non risolte, fatto sta che La scala di Schild, per quanto piacevole, è ben distante dal livello di meraviglia di Diaspora o dalla capacità di riflettere sul presente di opere come Teranesia o Distress.
Greg Egan si conferma ai vertici nel ristretto ambito della produzione fantascientifica più rigorosa e scientificamente attendibile, però ecco, io da lui mi aspetto sempre qualcosa di più.


David Mitchell - Sogno Numero 9
Vatti a fidare dei consigli dei vicini di blog! Questo romanzo mi era stato spacciato per quanto di meglio la fantasy attuale possa offrire al lettore e beh… non è mica vero.
Sogno Numero 9 è un gran bel romanzo, una lettura avvincente e stimolante, ma di fantastico non ha praticamente nulla. Detto questo devo comunque ringraziare Davide Mana per aver citato questo romanzo in un suo vecchio post, perché fantasy o non fantasy il romanzo di David Mitchell s'è rivelato un'ottima lettura.
In Sogno Numero 9 riecheggia tutto il Giappone che ho conosciuto nei romanzi di Murakami o nei film di Kitano, incrociato con una concretezza che m'è parsa decisamente occidentale e un gusto per il pastiche fantastico e per il pulp (da intendersi in senso lato, con la narrazione che non procede mai per la via più spedita ma che si diverte tra deviazioni e sorpassi e sogni e risvegli e improvvise svolte narrative) la cui provenienza non saprei bene dove collocare sull'atlante ma che rende la lettura di questo romanzo un'esperienza a tratti entusiasmante.
David Mitchell è più giapponese di quanto credevo possibile per un occidentale la qual cosa pone alcuni interessanti interrogativi: quanto della mia idea del Giappone corrisponde alla realtà di quel paese? come è stato recepito questo romanzo in terra nipponica? quanto conta l'esperienza di David Mitchell nel contesto in cui s'è trovato a vivere - lui è un inglese trasferitosi per otto anni a Hiroshima a insegnare materie tecniche - per raccontare una storia come questa e non risultare in nessun momento artificiale o forzato?
Quali che siano le risposte a queste domande rimane il fatto che Sogno Numero 9 è uno di quei romanzi che ti colpiscono ben oltre l'ultima pagina. Consigliato.


Nicoletta Vallorani - Il cuore finto di DR
Parte bene Il cuore finto di DR, con quel passo pesante e disincantato del cyberpunk degli inizi. Nessuna ironia, molto noir e una pioggia perenne per calcare la mano sull'atmosfera desolata di una Milano ancor più grigia sporca e disperata di quella che riempie il nostro immaginario. Ben presto però la tenuta del plot deraglia sui dettagli della costruzione di un mondo futuro, che per quanto si sforzi non riesce mai a diventare vero e credibile agli occhi del lettore.
Non so se l'errore di Nicoletta Vallorani sia stato quello di voler mettere troppa carne al fuoco dimenticandosi di mescolare a dovere gli ingredienti, o se l'eccessiva vicinanza a storia e personaggi le ha fatto perdere di vista la prospettiva globale del racconto. Il risultato comunque è un romanzo che soffre di troppe ingenuità per risultare interessante, con una trama che perde nell'incredibilità dei particolari quello che ha faticosamente messo insieme sul piano della complessità delle relazioni tra personaggi.
Questo romanzo ha ormai un paio di decadi sulle spalle, ma non fa che confermare tutti i miei pregiudizi nei confronti della produzione di genere nostrana.

13 maggio 2010

Aye, Old England!

Picture by Iguana Jo.
Tra poche ore si parte per l'Inghilterra per un fine settimana a base di rugby e baracca.
Ci si sente la prossima settimana.
Nel frattempo fate a modo!

12 maggio 2010

Nicto Mirabilis


Originally uploaded by Iguana Jo.
Le esperienze degli anni scorsi non sono servite a niente.
Imperterriti e privi di ogni vergogna abbiamo partecipato anche quest'anno a Quattro Giorni Corti, il concorso per cortometraggi organizzato dal Nonantola Film Festival.
Per chi ne fosse all'oscuro Quattro Giorni Corti è un concorso cinematografico che prevede la realizzazione di un cortometraggio di quattro minuti da realizzarsi totalmente nei quattro giorni che vanno dalla sera del mercoledì, giorno in cui vengono sorteggiati i generi ai quali le varie troupe dovranno attenersi, e in cui vengono rivelati gli elementi obbligatori che dovranno comparire nei cortometraggi, fino alla sera della domenica, termine ultimo per la consegna del proprio lavoro.

Quest'anno il genere che ci è capitato in sorte era "documentario", gli elementi obbligatori una cuffia, un compasso e la frase "dobbiamo resistere a tutti i costi".
La troupe quest'anno era decisamente ridotta (e anche un po' malandata) ma non ci siamo persi d'animo e siamo riusciti a completare il nostro documentario nei tempi richiesti.

Qui sotto potete ammirare Nicto Mirabilis. A seguire qualche considerazione sulla realizzazione del corto.



Tenuto conto dei nostri limiti quest'anno siamo abbastanza soddisfatti del nostro cortometraggio. Tanto che per una volta speravamo davvero di riuscire a raggiungere la finale, che consisteva nella proiezione pubblica dei venti migliori cortometraggi pervenuti alla giuria.
Non ci siamo riusciti e la cosa è comprensibile. Non siamo ciechi ai difetti della nostra creatura (i più evidenti sono l'intermezzo fotografico che non siamo riusciti a realizzare come avremmo voluto a causa dei nostri limiti tecnici, e soprattutto il finale, che è frutto di un compromesso dell'ultima ora e che non ha soddisfatto nessuno) ma secondo noi l'idea di base risultava comunque sufficientemente complessa e valida da meritare una maggiore considerazione. Soprattutto dopo aver visto alcuni dei film arrivati alla finale.
Ma vabbé, noi non ci scoraggiamo, che non abbiamo alcuna intenzione di privare il mondo del nostro talento!

06 maggio 2010

"A IGUANA JO PIACCIONO GLI U2!!! (pensare che pareva uno in gamba...)"


Picture by Iguana Jo.
Visto che mi si dileggia per i miei gusti musicali, provare a elencare i motivi per cui un certo gruppo irlandese m'è rimasto nel cuore mi sembra il minimo che possa fare (per compromettere definitivamente la mia credibilità).

- Nel 1983 avevo 16 anni quando uscì un album che, per me che vivevo ai confini del mondo, è sembrato qualcosa di sconvolgente rispetto alla plastica che risuonava dalle radio dell'epoca. Dovevo ancora scoprire i Clash veri, ma quel disco risuonava nella mia testa come più tardi avrebbe fatto London Calling. Ero ignorante, certo, ma War ha davvero cambiato la rotta dei miei gusti musicali.

- Primi anni '80: di concerti dalle mie parti nemmeno a parlarne (oh sì, ogni tanto capitava Vasco o Baglioni, o cantanti simili, ma concerti rock? Figurarsi…). Immaginatevi l'impatto di Under a Blood Red Sky e del video di un concerto tra le rosse rocce del Colorado.

- Per tutti noi c'è quella canzone che ti rimane dentro per sempre. legata com'è a un determinato periodo, a certe sensazioni, a una precisa esperienza. Nel giro dei tre anni che hanno preceduto la mia partenza da quella piccola città questi ragazzotti me ne hanno regalate una mezza dozzina. E voi dite che me ne dovrei dimenticare?

- Arriviamo al 1987. Nel frattempo sono cresciuto, ho scoperto un sacco di altra bella musica. Ma nel mese di maggio di quell'anno si terranno a Modena due concerti che rimangono ad oggi - specialmente il primo - uno degli spettacoli più emozionanti cui abbia mai assistito. E dopo certe emozioni un minimo di gratitudine bisogna averla.

- Nel 1988 io e il mio amico Paolo andiamo in autostop negli States. In giro per le strade d'America la cosa più simile a ricordarci contemporaneamente da dove arrivavamo e dove stavamo andando erano le note degli U2 che risuonavano spesso e volentieri dalle radio che accompagnavano il nostro viaggio. Era l'anno di Rattle and Hum ed eravamo nel posto giusto al momento giusto.

- Negli anni '90 l'adolescenza era un lontano ricordo. Ma certi legami non si spezzano facilmente ed era confortante sentire che se tu cambiavi, anche il gruppo musicale cui eri più affezionato non si riduceva a ripetersi, ma esplorava nuove possibilità.
Si spostava verso pop ed elettronica, ok. Ma se questo è il prezzo per canzoni come One allora beh… io sono più che disposto a pagarlo e pagarlo e pagarlo.

- Ora che gli U2 sono diventati un classico per vecchie cariatidi è facile sputargli addosso.
Mi dicono che è il loro atteggiamento a risultare insopportabile, che i soldi, il successo, le tasse e le prediche, e cambiamo il mondo e siamo tutti più buoni…
Per me sono stronzate.
Come se essere famosi costringesse a diventar santi, a non sbagliare più, a muoversi su un livello diverso da quello di noi comuni mortali. Come se fare i musicisti non fosse un mestiere come un altro, fatto da persone uguali a noi, solo con un talento diverso.
Non so perché guardando in giro tra le mie conoscenze in rete gli U2 raccolgano tanta antipatia. Io comunque a Bono & Co. rimango affezionato.
Mi hanno regalato bei momenti, ed è più di quel che posso dire della maggior parte delle persone che ne parlano male.

"I must be an acrobat
To talk like this
And act like that
And you can dream
So dream out loud
And don't let the bastards grind you down"


28 aprile 2010

Take the Ball and Run!


Originally uploaded by Iguana Jo.
Non sono un giocatore di rugby.
Per quanto abbia sempre apprezzato questo sport e nonostante vent'anni fa alcuni dei miei migliori compagni d'avventura fossero rugbisti doc, quando avrei avuto l'età giusta non avevo né il fisico né la forma mentale più adatta per dedicarmi seriamente allo sport. Di giocare a rugby poi, nemmeno a parlarne…

Più o meno un anno e mezzo fa sono cambiate un po' di cose. Non che nel frattempo io abbia messo su il fisico o chissaché. Anzi.
Diciamo che, accompagnando i figli agli allenamenti (di rugby, ovviamente!), la voglia di farsi qualche sgroppata sul campo è cresciuta progressivamente. A questo aggiungeteci un paio di genitori (ovviamente tutti ex-rugbisti che da poco avevano ripreso l'attività sportiva) con i loro "solo per tenersi in forma chetticredi?" oppure "giusto per farti una corsetta, mica devi giocare…" ed ecco che mi si sono spalancate le porte del rugby.

Per farla breve, che tra le altre cose grazie al rugby ora c'ho pure un braccio steccato (e quando ti chiedono"ma cosa ti sei fatto?" e tu "ho preso una botta giocando a rugby" gli sguardi passano nel giro di qualche secondo dal compatimento, all'incredulità al "…pensa te, chi l'avrebbe mai detto…" e ritorno), da un po' di tempo faccio allenamento e gioco con gli ex-giocatori del Modena Rugby.

OK. Non è che giocando con gente che da venti/trent'anni fa viaggiare la palla ovale, gente che è arrivata fino in serie A, nel giro di pochi mesi io abbia imparato cosa vuol dire giocare a rugby.
Diciamocela tutta, come rugbista sono decisamente scarso. Però non me ne frega un granché dal momento che, capace o meno, mi diverto un bel po'. E male che vada posso sempre fare qualche foto.
Dieci giorni fa, al mio secondo torneo, ho anche partecipato al glorioso tuffeta dei Modena Veterans.
Cosa chiedere di più? Un tour nella terra del rugby? Fatto!
A metà maggio andrò in trasferta con i miei compagni di squadra dalle parti di Bristol per un triangolare con una squadra francese e una rappresentativa inglese.

Poi certo, avere più di quarant'anni e godersela come ragazzini a scontrarsi con altri vecchietti in giro per il mondo forse non la racconta molto giusta sulle mie capacità intellettive.
Però oh… tuffeta-tah…!

22 aprile 2010

Ancora sulla fantascienza italiana (poi per un po' basta, promesso)


Picture by Iguana Jo.
Nonostante mi fossi ripromesso di astenermi - non per chissà quale nobile o imprescindibile motivo, semplicemente per non annoiare quei tre amici lettori che mi ritrovo - mi è toccato scrivere l'ennesimo post sullo stato della fantascienza italiana. Lo so, ho rotto le palle, ma ve lo dico da subito; se non siete tra quelle quattro persone a cui interessa il dibattito saltate tranquillamente il post. Prometto solennemente che nel prossimo NON si parlerà di fantascienza.

Questo post nasce da una costola del post del 15 aprile. Nello spazio commenti di quel post è intervenuto Carmine Treanni, curatore dello speciale di Delos sulla fantascienza italiana, che ha replicato con spirito costruttivo e dovizia di argomenti agli appunti che facevo al contenuto di quello speciale.
Qui tento di chiarire ulteriormente la mia opinione in merito.

La critica sostanziale che facevo allo speciale di Delos era l'approccio in qualche modo accondiscendente nell'affrontare la questione della qualità della fantascienza prodotta in Italia.
Proprio perché il genere sta godendo di una certa fioritura - almeno a livello produttivo - (e guardate che ne sono ben felice; checché ne dicano in giro, io sono decisamente a favore della buona fantascienza ovunque venga prodotta!) sono convinto che sia necessario raddoppiare gli sforzi critici per esaltarne gli aspetti migliori e censurare senza mezzi termini i tentativi velleitari e/o pretenziosi che rischiano di riportarci alla triste situazione in cui ci si trovava fino a una decina d'anni fa. Certo, fare i dovuti distinguo tra prodotti buoni e meno buoni è attività difficile e rischiosa, legata com'è alla soggettività, all'esperienza e alla reputazione del dato recensore, ma credo che sia su questo terreno che si giochi una partita fondamentale per il futuro della fantascienza. Per questo motivo mi sarei aspettato anche da Fantascienza.com, che rimane lo spazio più autorevole a trattare il genere in italia, un approccio più critico nei confronti di quanto disponibile sul mercato.

A margine di questa constatazione mi chiedevo se, stante la qualità media delle proposte fantascientifiche italiane, fosse giusto privilegiare la pubblicazione di autori nostrani piuttosto che privare il pubblico italiano di opere e scrittori che stanno facendo la storia del nostro genere preferito.

Qui credo ci siano le divergenze più profonde tra la mia opinione e quella di Carmine Treanni.
Carmine scrive che preferisce parlare di fantascienza scritta in italia piuttosto che di fantascienza italiana. Non potrei essere più d'accordo. Per questo motivo mi chiedo: se l'origine geografica del prodotto è indifferente, e quel che conta è unicamente la qualità, perché dovrebbe essere preferibile privilegiare la produzione nazionale piuttosto che quella straniera?
A me non interessa tenere la contabilità geografica degli autori. Mi interessa leggere storie capaci di meravigliarmi, sorprendermi, turbarmi. La mia posizione da lettore e appassionato è: benvenga la fantascienza nostrana, ma che la si pubblichi applicando gli stessi standard che si adottano per il resto della produzione mondiale. Vi pare un approccio così assurdo?

La fantascienza italiana vive, viene pubblicata e viene consumata in una costante tensione tra due forze opposte e ugualmente deleterie: c'è chi la detesta per partito preso, chi non crede nemmeno possa esistere, chi non perde occasione per dare addosso a chiunque osi solo accennarne (ma questo partito mi pare in leggero calo nell'ultimo periodo) e chi invece al contrario la esalta aprioristicamente, chi la sostiene senza neppure leggerla (conosco scrittori che han sempre comperato ogni volume di fantascienza italiana pubblicato, pur di contribuire in qualche modo alla causa), chi si entusiasma al minimo accenno di italianità comparso in un testo. E poi ovviamente ci sono i tifosi: i parenti e gli amici dell'ultimo autore appena pubblicato, gli ultras dello sberleffo e della critica oggettiva del testo e compagnia cantante…

Da quando frequento il fandom - e sono ormai una buona dozzina d'anni - ho sempre visto la fantascienza italiana vivere in un regime di trattamento speciale. Ma quali sono le ragioni profonde che inducono chiunque se ne occupi a considerare la fantascienza scritta in Italia come un mostro alieno?
Perché solo a nominare le parole fantascienza italiana si devono suscitare sempre tali vespai?
Perché qua in giro siamo tutti così suscettibili? È una caratteristica genetica del lettore fantascientifico o è una tara ambientale?
Prendendo spunto da quel che scriveva Carmine provo a elencare qualche risposta, se volete contribuire fatevi sotto…


- è una questione culturale.
Nell'intervento di Carmine Treanni questa "questione culturale" assume un aspetto ben più positivo di quel che usava essere (si deve pubblicare la sf italiana perché siamo in Italia, perdio!). Nelle sue parole si presume un'apertura dell'industria editoriale al prodotto fantascientifico italiano. Fosse vero sarebbe meraviglioso, perché significherebbe prima di tutto uno sdoganamento della sf tout court.
Invece, se di apertura si tratta, questa riguarda due/tre editori: Mondadori, (o meglio la sua divisione editoriale per le edicole), DelosBooks che però una certa attenzione alla produzione nostrana l'ha dimostrata sin dalle sue origini (vedi i volumi di Zunic e Cola editi dalla sua incarnazione editoriale primordiale) e poi chi altri? A beh… Elara, che però se non la cerchi difficilmente la incontri sul tuo cammino. Insomma a me pare che tolta la corazzata Urania, ci siano da festeggiare ben poche aperture culturali che dir si voglia.

- se non li pubblichi non crescono.
Quest'affermazione ha certamente un fondo di verità. Senza una scena viva e pulsante difficilmente si creano le premesse perché nuovi scrittori possano nascere e sviluppare le loro doti. Ora mi chiedo, quale scena fantascientifica potrà mai nascere in Italia, se andando in libreria non si trova praticamente nulla di quel che di buono viene pubblicato nel resto del mondo?
Insomma prima di coltivare un vivaio di scrittori sarebbe il caso di darsi da fare a crescere una generazione di lettori. E secondo me più roba buona si rende disponibile più è probabile che Tizio o Caio si mettano a scrivere opere ispirate. Si torna quindi al discorso iniziale: pasturateci a libri ottimi e vedrete che i frutti non mancheranno. Dateci la solita fuffa e altra fuffa leggerete (vedi ben la scena fantasy, per un esempio non troppo campato in aria).

- e il lettore dov'é?
a me pare che molti dei problemi della scrittura di genere in italia siano dovuti a una sorta di autorcentrismo dell'ambiente. La maggior parte dei personaggi attivi nel fandom è formata da scrittori wannabe (oltre che da qualche scrittore vero, prontamente invidiato / esaltato / deriso / acclamato dalla claque del caso). Il 90% delle figure che ruotano intorno alla catena produttiva sono anch'essi autori part-time. Per quella che è la mia esperienza la cosa più importante per molte di queste persone è arrivare alla pubblicazione (l'editore è indifferente, l'edizione pure, la distribuzione un dettaglio, etc etc). Dal loro punto di vista, assolutamente legittimo, essere pubblicati corrisponde ad una sorta di consacrazione. Ora Sono Uno Scrittore.
I motivi di questo stato di cose sono da attribuire ai più diversi motivi: il fatto che l'industria culturale italiana ha sempre disprezzato il genere, costringendo chiunque avesse qualche velleità autoriale ad arrangiarsi; il conseguente dilettantismo nei suoi aspetti migliori (l'entusiasmo) e peggiori (la scarsa professionalità); quella strana cosa che è l'orgoglio del ghetto; il nascere di dinamiche amicali perverse (se hai una persona piazzata al posto giusto si aprono le porte al clan).
Nessuno di questi fattori è il male incarnato, ma tutti contribuiscono ad un circolo vizioso la cui unica vittima è la qualità della narrativa e l'unico a rimetterci è il lettore. Sì, proprio quel lettore che tutti cercano, ma che nessuno sembra mai voler porre al centro del suo lavoro.

- che abbiano ragione gli uffici marketing?
gli uffici marketing dominano i colossi editoriali e odiano la fantascienza e quel che è peggio odiano i lettori di fantascienza. Il loro piano è eliminarci tutti uno a uno eliminando la letteratura che ci sostiene e che potrebbe portarci alla moltiplicazione incontrollata.
Ci odiano, non c'è dubbio. Altrimenti come spiegare l'assenza ormai decennale di una qualsiasi collana libraria dedicata alla fantascienza? (no, voi di Delos non fate eccezione, voi non avete un ufficio marketing!)
Se c'è una cosa che odiano di più della fantascienza è senza ombra di dubbio la fantascienza italiana.
Qualcuno ha mai preso in considerazione l'idea che forse, magari, abbiano ragione?
Come si fa a vendere un libro di fantascienza in Italia? Tutte i tentativi degli ultimi vent'anni han dato esito disastroso, dall'Einaudi Vertigo a Fanucci, dai Cosmo Oro della Nord all'ultimo apprezzabile tentativo di Armenia. Al momento l'unica collana di inediti che sopravvive in libreria è Odissea (un nome un programma!) che grazie alla prudenza e all'accortezza dei suoi curatori sembra ritagliarsi uno spazio sempre più visibile in libreria.
A voi lettori lì fuori va bene così?
A me no, ma a parte dibattere sui motivi per cui le cose sono arrivate a 'sto punto , avete un'idea su come risollevare le sorti del panorama fantascientifico nazionale? Io non ne ho, ma non mi rassegno. Per esempio, sono sicuro che la qualità alla lunga premia, che pubblicare solo per riempire gli scaffali non ha senso, che senza un continuo confronto tra lettori e scrittori ed editori non si va da nessuna parte.
Come sono altrettanto sicuro che senza un'apertura al grande mondo la fuori non ci sia alcuna speranza per il piccolo universo fantascientifico nostrano.

A voi la palla…

15 aprile 2010

Leggo, e rilancio.


Picture by Iguana Jo.
Probabilmente sto per perdere un'altra occasione per tacere, ma che ci volete fare, quando mi scappa mi scappa…

Ho letto con molto interesse lo speciale sullo stato della fantascienza italiana pubblicato sull'ultimo numero di Delos: come lettore è sempre un piacere leggere quel che pensano della situazione editoriale contingente le persone che i libri li scrivono.
Tolto l'usuale constatazione di come la fantascienza come genere nel suo complesso. e ancor di più nella sua incarnazione nostrana, faccia dannatamente fatica ad arrivare in libreria, la cosa che mi ha colpito dei vari interventi (sono dodici gli scrittori coinvolti) è stato vedere emergere una prospettiva in qualche modo contraddittoria sullo stato della fantascienza italiana: da una lato pare che questo tipo di narrativa non abbia mai avuto un accesso così diffuso alla pubblicazione come invece sta succedendo nell'ultimo paio d'anni, dall'altro si ribadisce come il pubblico dei lettori di fantascienza sia in costante riduzione.
Un altro aspetto dello speciale che mi ha colpito è la dose di melassa sparsa abbondantemente tra le righe dei vari interventi. Va bene la diplomazia, va bene la prudenza, ma quest'approccio alla situazione così morbido, da grande famiglia felice, mi ha provocato un certo fastidio, quasi che parlare di fantascienza, qui e ora, significhi soprattutto fare attenzione a non pestare il piede sbagliato. E qui non mi riferisco tanto agli interventi degli autori, quanto a quelli di contorno che cercando di tracciare un quadro generale sullo stato dell'arte fantascientifica nostrana.

Intendiamoci, io condivido pressoché in toto l'atteggiamento di chi auspica un maggior spirito cooperativo all'interno del genere, di chi chiede di abbattere i muri dei rispettivi orticelli e si appella all'onestà intellettuale di chiunque voglia intervenire per offrire il suo contributo allo sviluppo della scena. Però m'è parso di avvertire come nota di fondo un certo atteggiamento, che dal mio personalissimo punto di vista faccio davvero fatica ad accettare: "tutto va bene, tutto funziona, lasciateli lavorare che le cose andranno sempre meglio, e chi osa dire il contrario rema contro e va bandito".
Certo, io qui sopra esagero di proposito il tono degli interventi di Carmine Treanni, Salvatore Proietti e Giampaolo Rai. Però mi pare innegabile che ci sia un tentativo di assopire o comunque smussare i toni più accesi del dibattito (lasciatemelo chiamare così, anche se…) sullo stato della fantascienza italiana che da sempre appassiona grandi e piccini in giro per la rete.
Di nuovo, l'approccio di cui sopra è comprensibile. Spesso parlando di fantascienza italiana il rumore della polemica è diventato insostenibile e il discorso critico sui testi del tutto accessorio all'esaltazione parossistica dell'ego dei vari recensori, lettori, critici e semplici passanti che vagano come anime in pena per l'inferno della rete in cerca d'attenzione.
Non mi va di ripetere per l'ennesima volta la mia opinione, se vi interessa la potete trovare in calce a questo intervento di X. Qui mi interessa ribadire che a mio parere l'unica risposta al rumore non è tapparsi le orecchie quanto piuttosto fare buona musica, che l'unica risposta al pressapochismo è l'ìnformazione dettagliata, che le chiacchiere superficiali si possono sconfiggere solo con l'approfondimento. Se poi la maggior parte del pubblico preferisce divertirsi tra flame e scambi d'invettive, beh… è un problema che non sono comunque in grado di risolvere. Mi basta tirarmene fuori e sperare che la mia voce non si confonda col rumore di fondo.

Un approccio simile me lo aspetterei anche da chi di fantascienza si occupa seriamente.
Per questo motivo non capisco la necessità di raccontarsi la bella favoletta sullo stato della fantascienza italiana che traspare negli interventi pubblicati su Delos.
Se vogliamo parlare di fantascienza in italia non possiamo davvero fingere che vada davvero tutto così bene.
Per contribuire al dibattito, spero in maniera costruttiva, ecco quelli che secondo me sono un paio dei nodi che lo speciale delosiano evita di affrontare.

- La qualità della fantascienza in Italia.
A me pare che si festeggi il successo della pubblicazione in quanto tale, a prescindere da ogni considerazione, se non come nota a margine, sulla qualità di quanto pubblicato. Io non ho letto tutti i romanzi citati nello speciale, e sarò stato particolarmente sfortunato (o più probabilmente sono troppo esigente), ma la qualità media di quanto letto negli ultimi anni è ben lungi da un livello tale da attirare nuovi lettori al genere.

- Non si è mai pubblicata tanta fantascienza italiana come nell'ultimo periodo.
Siamo sicuri sia un bene? Avete per caso visto moltiplicarsi le pubblicazioni di genere in libreria? A me non sembra. Quindi, se la matematica non è un'opinione, la presenza di un maggior numero di pubblicazioni di autori italiani è andata a discapito della produzione straniera. Da lettore a lettore: siamo sicuri che preferiamo leggere Francesco Verso piuttosto che Iain Banks? o Vittorio Catani invece di Ian McDonald?
Lo so. È un discorso antipatico, e sarei la persona più felice del mondo se in libreria ci fosse spazio per entrambe le proposte. Al momento però mi pare che le cose vadano in questo modo. Dal punto di vista degli autori di genere italiani il momento offre grandi opportunità di vedere i propri sforzi premiati, ma dal mio punto di vista di lettore tocca considerare anche cosa mi sto perdendo.
E poi ci si potrebbe porre anche qualche domandina altrettanto antipatica sui motivi di queste scelte editoriali (nel recente passato la scelta analoga di un editore specializzato di privilegiare autori italiani rispetto ai tradizionali autori anglosassoni è stato il primo segnale della crisi che ha anticipato quella che s'è rivelata poi una situazione irreversibile).

- Ehi! Ma gli altri dove sono?
Non si dovrebbe parlare degli assenti, però ho notato con un certo dispiacere che tra tutti gli interventi di scrittori presentati nello speciale mancano proprio quelli che nell'ultimo periodo ho apprezzato di più. Dove sono Clelia Farris o il gruppo che fa capo ad Alia? Ragazzi, a me piacerebbe davvero conoscere la vostra opinione!
Altre voci che mi sarebbe piaciuto ascoltare sono quelle di un Tullio Avoledo o degli altri autori chiamati da minimum fax a scrivere fantascienza per il progetto Anteprima nazionale, che avrebbero potuto offrire un punto di vista esterno sulla stato della letteratura di genere. Ma ok, non si può avere tutto.
(Sia chiaro che questo NON è una critica a chi ha preparato questo numero monografico di Delos. Qualche anno fa ho curato anch'io un speciale analogo e so quanto è difficile avere risposte rapide da parecchie decine di persone, anche solo a quel paio di domande poste da Delos)

- Il sogno.
Dice bene Salvatore MLK Proietti. Il suo sogno è bellissimo, meraviglioso, decisamente allettante. Ma è un sogno. La realtà, che piaccia o meno, è molto diversa. Io non ho sogni di così squisita fattura e non credo che fare appelli generici serva a qualcosa. Mi limito a osservare che la pluralità di voci, a volte discordanti, spesso stonate, potrebbe ridursi, se non l'ha già fatto, da ricchezza quale dovrebbe essere a mero rumore di fondo.
Credo che solo l'esempio e la qualità delle proposte possa fare la differenza.
Insomma, se amate la fantascienza, datevi una mossa.
E fanculo a chi ci vuole male.


(potrebbe essere utile leggere parallelamente a questo post anche l'intervento di Elvezio Sciallis su Malpertuis. In quel post non si parla di Delos, e nemmeno di fantascienza, si parla di critica, di letteratura e cinema di genere, di internet e dell'aria che tira. Io trovo il suo approccio molto interessante, nonostante il peso della personalità del suo autore rischi a volte di soffocare il valore dei suoi argomenti.)

08 aprile 2010

Letture marzo 2010


Picture by Iguana Jo.
Jon Courtenay Grimwood - Effendi
Secondo volume della trilogia arabesca, Effendi conferma tutte le qualità di Jon Courtenay Grimwood. Se Pashazade era incentrato sulla misteriosa figura di Ashraf Bey (ne parlavo qui), in questo romanzo la vicenda esplora l'oscuro passato dell'uomo più ricco di El Iskandryia, nonché genitore dell'ex promessa sposa di Raf.
La cosa più notevole di Effendi è la capacità di Grimwood di immergere il lettore nel mezzo dell'azione per mezzo di capitoli apparentemente slegati tra loro (con punti di vista sempre diversi, collocazioni temporali non lineari, un sacco di roba che avviene dietro le quinte), creando un mosaico di episodi che, lungi dal disperdere la vicenda, la concentrano nei suoi punti nodali, conferendo al contempo un ritmo esaltante agli avvenimenti. La miscela di storia alternativa e riflessioni etico/politiche (i conflitti africani hanno un grosso peso nella vicenda) insieme all'approccio alle storie personali dei protagonisti crea un'atmosfera drammatica unica e nonostante qualche situazione appaia realisticamente eccessiva il romanzo non sfugge mai al controllo del suo autore.
Dopo Pashazade e nell'attesa di leggere l'ultimo capitolo della trilogia, questo Effendi s'è rivelato un altro ottimo romanzo. Consigliato a tutti coloro che leggono in lingua inglese.


Clelia Farris - Nessun uomo è mio fratello
Dopo aver parlato del romanzo di Clelia Farris in questo post è nata un'accesa discussione sulle qualità del romanzo. Io rimango dell'opinione che Nessun uomo è mio fratello sia qualcosa di mai visto prima nell'ambito della fantascienza italiana. Non mi rimane dunque che rinnovarvi l'invito a procurarvelo, che tra le proposte della letteratura di genere nostrana è difficile trovare un altro romanzo con una simile qualità di scrittura.


Viktor Pelevin - L' elmo del terrore
Che senso ha 'sto libercolo?
L'unica momento degna di nota di questo romanzo filosofico (?), che immagino sia stato scritto per motivi alimentari - che altrimenti c'è da porsi qualche domanda sull'ego dell'autore - è la descrizione dell'intero sistema di elaborazione cultural-psicologico umano nella struttura dell'elmo del terrore che da titolo al volume. Altro non c'ho trovato, se non la fastidiosa sicumera del continuo parlarsi addosso dei vari personaggi che frequentano le sue pagine.
Precipitare in questo vortice che mescola agilmente - o furbescamente, dipende dai punti di vista - internet e minotauri, oltre a mito e storia e metafisica, offre probabilmente qualche spunto di interesse dal punto di vista narrativo, ma io l'ho trovato oltremodo irritante, sia per la presunzione dell'autore, via via sempre più evidente, di voler racchiudere in queste poche pagine il cosiddetto senso della vita, sia per lo scorcio cinico e disincantato (ma così figo…) che offre dell'umanità. Quasi che volersene distinguere, costi quel che costi, sia la priorità non detta di Viktor Pelevin. Un pochino di umiltà in più non avrebbe guastato.


Leonard Susskind - La guerra dei buchi neri
Trovo in qualche modo confortante che ci siano persone sparse ai quattro angoli del pianeta che passano il loro tempo a ricercare, sperimentare, calcolare e speculare sulla struttura intima dell'universo, passando senza timori reverenziali dalle particelle elementari che costituiscono le basi invisibili della realtà (di tutta la realtà!) ai buchi neri, più o meno teorici, ma sempre decisamente affascinanti, alle più incredibili teorie cosmologiche.
Sono riuscito a seguire il professor Susskind fino a circa metà volume. La meccanica quantistica non mi terrorizza più come faceva un tempo e nemmeno il confronto tra la fisica classica e quella relativistica mi lascia più spaesato, per non parlare del fascino che strutture come gli orizzonti degli eventi hanno sempre esercitato sul sottoscritto. Quando però La guerra dei buchi neri passa a trattare di spazi multidimensionali, di teoria delle stringhe o del famigerato paradigma olografico, beh… il mio povero cervelletto ha tirato il freno a mano per proseguire poi col pilota automatico.
Leonard Susskind ha un bel parlare di riconfigurare le proprie strutture mentali, e si sforza il più possibile di rendere digeribili al suo pubblico concetti davvero formidabili. Io però non ce l'ho fatta. Mi sono limitato a fidarmi e a stupirmi della vastità e della complessità raggiunta dalla fisica odierna.
Poi mi sono guardato qualche puntata di Big Bang Theory e grazie a Sheldon mi son riconciliato con l'universo e tutto quanto di complicato qua fuori.


Cordwainer Smith - Norstrilia
Per parafrasare un commento letto su Anobii, non ho capito perché Norstrilia mi è piaciuto. La cosa non ha senso.
Il fatto è che nonostante la visione del mondo che accompagna il lettore nel suo viaggio in compagnia di Rod McBan da Norstrilia alla Terra e ritorno sia molto lontana dalla mia, le avventure del protagonista alla ricerca di un significato da dare alla propria esistenza non sono affatto male. Sarà lo stile particolare di Cordwainer Smith che tratta il futuro come fosse intessuto di leggenda, la sua vervé immaginifica (diamine, pecore malate gigantesche alla base dell'economia dell'intero universo! …e poi G'mell e tutte le altre simpatiche bestiole, sagge, enigmatiche, pratiche o in crisi mistica che indicano la strada al buon Rod, per non parlare di donne di servizio transgender e compagnia bella…), o forse è l'impressione di trovarsi di fronte a un romanzo nato agli inizi degli anni sessanta ma già con la testa nei decenni successivi. Fatto sta che Norstrilia mi è piaciuto, nonostante il sapore d'antiquariato e la sensibilità sottilmente reazionaria nel trattare col genere umano.

31 marzo 2010

Sotto il segno della pecora


Picture by Iguana Jo.
Quando si dice la sincronia. Venerdì nominavo Haruki Murakami parlando del romanzo di Clelia Farris. Sabato ho trovato a metà prezzo Kafka sulla spiaggia e oggi scopro che da un paio di settimane è di nuovo disponibile in libreria Sotto il segno della pecora.

Nel corso degli anni Sotto il segno della pecora è diventato una sorta di sacro graal per gli amanti nostrani dell'autore giapponese. Uscito nel 1992 per Longanesi, prima che Murakami fosse un nome conosciuto al grande pubblico, non era più stato ristampato da allora. Io lo stavo inutilmente cercando da tempo, praticamente da quando, letto Dance Dance Dance, ho scoperto il legame che univa i due romanzi.
Ora Einaudi l'ha riportato in libreria in una nuova traduzione di Antonietta Pastore con il titolo Nel segno della pecora.

Non fatelo sparire un'altra volta, per favore.

26 marzo 2010

Nessun uomo è mio fratello


Picture by Aelle.
Vi avverto, questo post corre il rischio di trasformarsi strada facendo in uno spot, e se succederà lo farà del tutto consapevolmente. Perché non capita tutti i giorni (non mi era MAI capitato) di leggere un romanzo italiano di fantascienza come Nessun uomo è mio fratello di Clelia Farris.

Nessun uomo è mio fratello è una perla preziosa, un piccolo gioiello ancor più straordinario se pensiamo che questo è un romanzo di fantascienza, anzi, un romanzo di fantascienza italiana. Le qualità del romanzo di Clelia Farris lo rendono tanto inconsueto, originale e prezioso che diventa doveroso provare a parlarne per diffonderne la conoscenza il più possibile, con buona pace di chi pretende che in questo blog si lavori sempre e solo contro la produzione nostrana.

Nessun uomo è mio fratello è inconsueto per la naturalezza e la profondità della caratterizzazione dei vari personaggi che calcano le scene del romanzo. Con pochi accenni e una sensibilità rara Clelia Farris rende immediatamente vivi, riconoscibili e tridimensionali anche le comparse più invisibili. Quante volte ci siamo imbattuti in personaggi che sembrano vivere solo in funzione del plot imbastito dall'autore? In questo romanzo è piuttosto il contrario. I vari tipi umani che animano la storia sembrano tutti avere una vita loro da qualche parte, fuori dalla pagina, tanto è naturale il loro ingresso in scena, le loro relazioni - tra loro e con il protagonista - e il modo personale di muoversi negli spazi del romanzo. Se questo è valido per i comprimari ancora più mirabile è la costruzione del carattere del protagonista: Enki, figlio senza madre di un contadino dispotico, che dopo un'infanzia vissuta con qualche problema tra le risaie del villaggio natale approda a una vita randagia e segreta tra i palazzi e i viali della grande città.
Le contraddizioni che caratterizzano il suo percorso di crescita sono rese in maniera tanto credibile da risultare del tutto inevitabili, e rendono la personalità di Enki decisamente complessa, tanto che se l'identificazione con la sua vicenda è immediata, i dubbi e i turbamenti che lo perseguitano diventano per il lettore interrogativi sempre più stimolanti man mano che ci si inoltra nel mondo del romanzo.

L'ambiente in cui si muove il protagonista è l'aspetto forse più originale di Nessun uomo è mio fratello.
Mi è piaciuto il modo in cui Clelia Farris ha mantenuto le connotazioni generali dello scenario molto sfumate (non sappiamo dove o quando siamo, non sappiamo nemmeno se ci troviamo nel nostro universo, anche se personalmente propendo per un paese tipo Vietnam un qualche centinaio di anni nel futuro), e al contempo l'estrema precisione e il dettaglio con cui descrive le condizioni del mondo che circonda da vicino i suoi abitanti. Il vedersi piombare in una realtà aliena (come contesto) ma estremamente familiare (nei particolari) rende il lettore immediatamente partecipe e attento alla vita e agli avvenimenti che animano le giornate dei vari protagonisti del racconto. Il world-building è progressivo e prosegue fino al termine della lettura con un equilibrio davvero raro per un'autrice che in fondo è solo al secondo romanzo. Il lettore accompagna Enki nel suo percorso di apprendimento e scopre con lui la realtà che lo circonda. Gli scarti temporali che caratterizzano la vicenda, se da un alto sorprendono il lettore scagliandolo improvvisamente in una terra incognita, dall'altro lo obbligano ad avvicinarsi sempre più al punto di vista del protagonista, unica certezza - si fa per dire - in un mondo in rapido mutamento.

Nel confronto tra Enki e il suo mondo entra in gioco l'aspetto fantascientifico del romanzo, ed è nella gestione del carattere diverso di questa realtà che Clelia Farris dimostra l'efficacia della sua scrittura. Proprio nel suo essere senza ombra di dubbio un romanzo di solidissima - e personalissima - fantascienza Nessun uomo è mio fratello è forse il libro più prezioso che possiate trovare oggi in libreria. In questo romanzo non ci sono spiegoni, il volume dell'infodump è ridotto ai minimi termini tanto da risultare all'effetto pratico del tutto irrilevante, eppure ogni pagina del romanzo trasuda fantascienza, ogni avvenimento è permeato dalla diversa realtà che sottende ogni azione di tutti i personaggi del romanzo, i turbamenti e l'evoluzione del carattere del protagonista sono scanditi dal suo perenne confrontarsi con l'essenza di questo mondo altro.
Il nucleo pulsante di Nessun uomo è mio fratello è costituito dalla dicotomia Vittime/Carnefici che abbraccia ogni aspetto del mondo di Enki. A leggerlo nella presentazione del romanzo mi sembrava quanto di più trito e banale e scontato si potesse incontrare oggi, XXI secolo, in un romanzo di fantascienza. Il classico esempio di un tema già sviscerato fino alla noia dai grandi autori del passato riciclato dal volenteroso autore italiano di turno in mancanza di un'ispirazione più originale.
E invece…
E invece Clelia Farris è abilissima nel mantenere l'humus fantascientifico della vicenda costantemente fuori fuoco, lasciandolo maturare tra il non spiegato e quei singoli episodi, apparentemente accessori, che lo portano improvvisamente alla ribalta. Quello che rimane è il confronto tra un giovane uomo e una realtà che gli risulta incomprensibile prima, intollerabile poi. L'intero universo narrativo del romanzo è costantemente costretto a fare i conti con la realtà aliena del marchio che distingue coloro che nascono Vittime da coloro che nascono Carnefici. Tutta la società è strutturata secondo codici non scritti che vedono le vittime come remissivi agnelli in attesa di un lupo che ne gestisca energie e capacità. La storia di Enki è quella di una ribellione ad uno status quo inalterabile, codificato nel genoma stesso della popolazione.
Le scelte di Enki, le sue azioni e loro conseguenze dettano i tempi narrativi del romanzo. Ma molto più efficace m'è sembrata l'atmosfera che l'autrice ha saputo ricreare. Un'atmosfera che a me pare debba qualcosa a Miyazaki e a Murakami, rispettivamente per il ritratto leggermente surreale di ambienti e persone al primo, per l'esasperato individualismo asociale del protagonista al secondo, oltre che a un indubbia conoscenza di luoghi e dinamiche sociali che si incontrano trasfigurati nel romanzo ma che sono spazi e relazioni reali, qui e ora.

Leggendo Nessun uomo è mio fratello non ho colto alcun difetto sostanziale, forse qualche situazione rimane un po' troppo didascalica (penso soprattutto al rapporto univoco vittima/carnefice - che forse andava maggiormente approfondito - o ai problemi connessi alla fabbrica di tessuti) ma in generale la scrittura di Clelia Farris m'è parsa sempre perfettamente calibrata, matura e capace di gestire le situazioni più difficili.

Nessun uomo è mio fratello è davvero un ottimo romanzo, ma soprattutto è una graditissima e inaspettata sorpresa. Se seguite questo blog sapete come la penso sulla fantascienza italiana. È quindi davvero un piacere imbattersi in opere capaci da sole di ribaltare la mia opinione su quel che è in grado di offrire il genere a noi lettori qua fuori.
Insomma, cercate questo volume, leggetelo e parlatene. E non fatevi ingannare dall'immagine di copertina.
Dentro il libro è molto, molto, meglio.

16 marzo 2010

Letture febbraio 2010


Picture by Iguana Jo.
AA.VV. - Alia. L'arcipelago del fantastico.
Di questo numero di Alia ho parlato abbondantemente in questo post. Qui non mi resta che rinnovare l'invito a procurarvelo. Se siete appassionati di letteratura fantastica e curiosi di conoscere ciò che sono in grado di proporre gli autori italiani entro i suoi ampi spazi, beh… questo Alia è un'ottima introduzione al genere.


Thomas Pynchon - Contro il giorno
Anche il romanzone di Thomas Pynchon s'è meritato un post apposito qualche giorno fa. Ma Contro il giorno è un romanzo capace come pochi di restituire al mondo la complessità delle sue storie ed è talmente ricco di suggestioni e denso di contenuti che nessun post può rendergli giustizia. Sono davvero contento di averlo incontrato.


Philip Pullman - Lo spaventapasseri e il suo servitore
Mio figlio Jacopo ha 9 anni ed è rimasto tanto soddisfatto da questa storia da volere assolutamente che la leggessi anch'io. Lo spaventapasseri e il suo servitore ha la struttura della più classica delle favole e racconta le peripezie dei due personaggi del titolo (una sorta di Don Chisciotte e Sancio Panza a misura di bambino). Ma questo piccolo romanzo di Philip Pullman è anche una favola in cui la parola magia non viene mai utilizzata (in compenso si citano atomi ed elettricità), una storia in cui i cattivi non sono orchi o stregoni ma finanzieri e avvocati. Ne Lo spaventapasseri e il suo servitore non si lesinano trovate brillanti e inserti meravigliosi, ma questi elementi fantastici non impediscono di scorgere le piccole meschinerie che caratterizzano molti degli incontri lungo la strada e soprattutto la cattiveria di tutte le strutture di potere che i due protagonisti incontrano sul loro cammino.
Probabilmente un bimbo di nove anni non è in grado di cogliere tutti questi dettagli, ma se lo spirito di questo tipo di narrazione è sufficientemente forte da rimanergli comunque impresso per me è già una bella soddisfazione.


Elmore Leonard - Tutti i racconti western
Il West come ultima possibilità per l'immaginazione. Il West come simbolo e paradigma di un'umanità scomparsa. Il West come alambicco storico per distillare l'anima di un'epoca. Il West come sangue e sudore e polvere, come silenzio e violenza e improvvisi scoppi di dolcezza.
Il West di Elmore Leonard è il West che tutti conosciamo, quello degli Apache e dei cow-boy, delle giacche blu e dei pistoleri, delle case nella prateria ai margini del bosco e dei saloon, degli sceriffi, delle diligenze. Ma le storie western di Elmore Leonard rappresentano qualcosa di più di un semplice ritorno nostalgico allo spirito della frontiera. Scritti per la maggior parte mezzo secolo fa questi racconti riescono nel mirabile compito di ridefinire le coordinate del mito anche per i lettori di questo nuovo millennio. Spogliati da qualsiasi folklore, incredibilmente ricchi di passione, con uno sfondo che da mero palcoscenico diventa parte integrante della storia, fondamentale anzi a definire ruoli e caratteri della varia umanità che lo attraversa, i racconti di Leonard sono tanto essenziali da risultare immensi ed eterni come il cielo e il deserto dell'Arizona e i suoi protagonisti veri giganti che si stagliano scolpiti come montagne alla luce del tramonto.
Onore al merito anche a Luca Conti che mi ha dato l'impressione di aver svolto un ottimo lavoro di traduzione soprattutto nello svecchiare il linguaggio per adeguarlo ai tempi.
Cavalcarono verso Ovest, il resto è storia.

15 marzo 2010

Houston, avevamo un problema.


Picture by kozan.
Non che ora sia magicamente scomparso, ma almeno è rientrato entro coordinate più comprensibili e, speriamo, risolvibili. Comunque sia sono di nuovo qua, dopo una settimana piuttosto pesante. Ma non voglio farla tanto lunga, piuttosto scusarmi con chi è rimasto in attesa di una risposta ai suoi commenti, o a un'email di ritorno: ogni tanto la vita vera ha la precedenza.
Mi dispiace anche di essermi perso un bel po' di altre chiacchiere e frequentazioni on-line, ma per questo si rimedia a breve. Stay tuned.

03 marzo 2010

In medio stat virtus?


Picture by Iguana Jo.
Qualche giorno fa su uno Strano Attrattore è comparso un post che univa polemica a recensione e che comprendeva una dichiarazione programmatica che si basava su un preciso assunto:
"Parlo di libri nella norma … Sono questi libri a fornire lo stato di salute di un genere, essendo per la massa molto più facile condizionare la percezione esterna di quanto non lo sia per un singolo titolo … o per un singolo autore … "

Per quanto riguarda la recensione del romanzo di Oppegaard e la discussione sullo stato dei rapporti tra fandom e letteratura di genere vi rimando al post originale di X.
Qui mi interessa approfondire il discorso su quali sono gli aspetti preponderanti di un genere letterario che ne determinano una data percezione presso il pubblico generalista e quello specializzato. Nello specifico si parlerà di fantascienza, ma credo che le ipotesi che salteranno fuori siano valide anche per i generi limitrofi, in particolare fantasy e horror.

Il motivo che mi ha spinto a scrivere queste note è molto semplice. Trovo che la tesi espressa da Giovanni De Matteo sia davvero poco convincente e non individui correttamente i valori che spingono un lettore a riconoscere le caratteristiche salienti di un genere letterario.
Come facciamo a essere certi che per i lettori sia la massa dei prodotti qualsiasi - purché etichettati come fantascienza - a determinare il riconoscimento di tutto un genere? Da dove deriverebbe questa identificazione?
Immagino che l'unico modo che il lettore ha di farsi un'idea di un genere sia frequentarlo, magari sporadicamente o eccezionalmente - penso al lettore generalista o mainstream che dir si voglia - o al contrario in maniera più assidua, addirittura esclusiva e univoca, come accade ai lettori specializzati più spesso di quanto non ritenessi possibile.
Sono convinto che l'idea che questi due lettori tipici si faranno della fantascienza sia poco sovrapponibile, ma comunque in qualche modo coerente con quello che il genere ha da offrire.

Detto questo, a me pare che sia assai più probabile che, qualsiasi tipo di lettore si voglia considerare, la percezione di cosa sia in un dato momento il genere fantascienza non possa in alcun caso derivare dal prodotto letterario medio quanto piuttosto da due modelli fondamentali: il classico sempreverde o il nuovo paradigma. Al primo possiamo ascrivere chessò, Isaac Asimov piuttosto che Philip Dick e romanzi come Fahrenheit 451 o Fanteria dello spazio, al secondo, dai contorni decisamente più sfumati, autori come James Ballard o Iain Banks e romanzi come Neuromante o Distress o qualsiasi altro titolo sia riuscito a dare uno scossone al genere e/o al suo particolare pubblico di quel determinato periodo.

Il lettore generalista si farà un'idea della fantascienza per averne sentito parlare, per averla vista citata, per aver letto i testi più noti e più facilmente reperibili in libreria. Nessuno di noi lettori specializzati consiglierà mai a un amico mainstream un testo che consideri meno che fondamentale. Può anche succedere, e temo capiti con una frequenza non insolita, che il lettore generalista decida di sapere benissimo cos'è la fantascienza basandosi sull'assunto che è quella roba che vendono in edicola oppure trovandosi a leggere proprio l'Urania medio da cui è partita la discussione. Ma temo che in tal caso sia ben poco probabile che questo lettore torni sui suoi passi e dia una seconda possibilità al nostro genere preferito.

Il lettore specializzato, al contrario, sa già benissimo che esistono un sacco di fantascienze diverse e credo sappia altrettanto bene quali sottogeneri apprezza di più e quali preferirebbe evitare. La sua percezione del genere deriva dalla quantità di letture pregresse e da quelli che per lui sono i riferimenti principali. Avendo letto nella sua storia di lettore decine di romanzi e racconti ben lungi dalla perfezione (il cosiddetto prodotto medio) sarà naturalmente più disponibile a scendere a compromessi sulla qualità letteraria del testo, ma al contempo non perderà mai di vista quelle che sono, a suo giudizio, le vette della produzione. Ambirà di conseguenza a trovare quanto più spesso possibile testi analoghi. Come credo capiti a tutti, tenderà a ricordare soprattutto le opere che più lo hanno entusiasmato o, al contrario, quelle che proprio non gli sono andate giù, relegando all'oblio tutti quei volumi che lo hanno magari divertito, ma che costituendo la gran massa delle sue letture non sono stati in grado di colpirlo come solo i grandi racconti o romanzi sono riusciti a fare.

Da questi esempi mi pare evidente che un modello come quello prospettato da Giovanni nel suo blog sia del tutto alieno alla mia esperienza.
C'è però un'ulteriore considerazione da fare.
Se il discorso appena fatto lo trasliamo dal mondo dei lettori a quello degli scrittori le cose acquistano effettivamente un senso diverso. Se ci immaginiamo un autore che voglia misurarsi con il genere fantascienza allora sì che il discorso sulla qualità media del genere ha una sua credibilità. Uno scrittore sa benissimo che, quali che siano le sue aspettative, l'ipotesi di aver realizzato il prossimo capolavoro fantascientifico globale è con tutta probabilità abbastanza remota. Se è dotato di un minimo di umiltà e concretezza riconoscerà i propri limiti e accetterà di confrontarsi con quello che, con un approccio antitetico rispetto a quello del lettore riportato precedentemente, possiamo continuare a definire prodotto medio. Si rapporterà con quella che è l'offerta letteraria del momento, con la segreta speranza di essere premiato dai lettori stessi, con la consapevolezza che "capolavoro" è una definizione che si coniuga a un testo solo dopo che è stato letto, non al momento della stesura, tantomeno a quello della sua pubblicazione.