Ultimo titolo memorabile letto nel 2016. Nei prossimi post si parlerà (finalmente!) dei primi libri da ricordare in questo 2017. Saranno sempre brevi flash per riflettere sulle letture fatte, e magari offrire agli eventuali passanti un piccolo spazio per confrontarsi su autori e titoli che hanno apprezzato (o anche no, il bello della lettura è che ognuno è solo con il libro e i propri gusti, propensioni, idiosincrasie ed esperienze).
Oggi si parla di Tito di Gormenghast, di Mervyn Peake.
Tito di Gormenghast è un romanzo straordinario, che non ha eguali nella mia esperienza di lettore. Parte come una vecchia favola: il castello, il vecchietto misterioso, il tetro maggiordomo, il ragazzo perduto e via via uno stuolo di servitori dall’apparenza bestiale. Ma è solo la prima impressione, che già da subito la scrittura roboante, esagerata, ricchissima di Mervyn Peake rende immediatamente chiaro al lettore che siamo in altri territori narrativi.
Quella di Tito di Gormenghast è una storia fantastica, dominata dalla presenza assoluta e inevitabile dal Gormenghast del titolo, fortezza eterna e cupa montagna incombente (e non è chiaro chi ha preso il nome da chi). Gormenghast è una Fortezza Bastiani in versione britannica, abitata da una serie di personaggi indimenticabili, tratteggiati tra il grottesco e il caricaturale dalla penna ispirata dell’autore che si ferma appena in tempo prima di trasformarli in macchiette. Sono vivi e bruciano di desiderio e ambizione, sono brutali ed egoisti e generosi, e tutti insieme lottano macchinano e strepitano (a seconda delle rispettive singolari personalità) per erodere, scalfire, rompere lo scenario immobile che ha intagliato per ognuno di loro un ruolo preciso, apparentemente immutabile eppure fragile all’interno dell’universo di Gormenghast.
Tito è l’erede al trono della casata dei De Lamenti, signori di Gormenghast, ed è la sua nascita a scatenare le trame e gli accadimenti che sanciranno il destino degli abitanti della fortezza e dei suoi sobborghi. La narrazione alterna punti di vista e personaggi, descrizioni (dense e ricchissime) a momenti d’azione (brevi e fulminanti). Protagonista della narrazione è il ritratto spietato di una nobiltà critallizzata nel rituale delle relazioni di corte al confronto con il vitalismo bestiale del popolo che li circonda, illuminato a tratti da momenti di emozione quasi commoventi (ma mai patetici) e disinnescato nei suoi tratti più terrificanti da un vena di umorismo folle e sotterraneo che accentua i tratti tragici della vicenda e accompagna il lettore fino alla fine del volume.
Come ogni storia fantasy che si rispetti, Tito di Gormenghast è il primo volume di una trilogia, che si completa con i successivi Gormenghast e Via da Gormenghast, tutti editi da Adelphi, anche se non tutti di facile reperibilità.
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15 marzo 2017
17 febbraio 2017
Letture: Absolutely Nothing, di Giorgio Vasta e Ramak Fazel
Proseguo la carrellata sulle migliori letture fatte nel 2016 (lo so,
siamo già a febbraio, ma dopo questo ne manca solo una…), brevi
flash per ricordare e riflettere sui libri che ho letto, e magari
offrire agli eventuali
passanti un piccolo spazio per confrontarsi su autori e titoli che hanno
apprezzato (o anche no, il bello della lettura è che ognuno è solo con
il libro e i propri gusti, propensioni, idiosincrasie ed esperienze).
Oggi si parla di Absolutely Nothing - Storie e sparizioni nei deserti americani, di Giorgio Vasta e Ramak Fazel.
Absolutely Nothing, Storie e sparizioni nei deserti americani è forse il libro più sorprendente letto nel 2016. Non è un romanzo, piuttosto un curioso ibrido tra diario di viaggio, saggio psicogeografico sul sud-ovest degli Stati Uniti, parabola metafisica e pop sull’immaginario (cannibale) e la realtà (immensa) che circonda come un territorio alieno i protagonisti di questa sorta di esplorazione, vagabondaggio, vacanza in uno dei territori più frequentati dall’immaginario occidentale.
Giorgio Vasta, in compagnia del fotografo Ramak Fazel e dell’editore Giovanna Silva partono per due settimane on the road alla ricerca degli spazi conquistati, abitati e poi abbandonati ai margini del deserto americano. Si parte da improbabili progetti di urbanizzazione turistica, si esplora quel che rimane dei sogni di divertimento eretti come cattedrali nel deserto, si visitano vecchi siti minerari e comunità sopravvissute alla fama improvvisa e al rapido declino di qualche apparizione cinematografica. Si passa per Roswell e si arriva fino a New Orleans. In mezzo incontri con personaggi che sopravvivano, resistono e prosperano (si fa per dire…) ai margini del grande sogno americano.
A condire il racconto il rapporto con il viaggio e l’immaginario americano delle voci narranti, con un Giorgio Vasta abbacinato e disperso, Ramak Fazel portatore di una vaga vena di scazzo e divertimento, e Silva nel ruolo di voce enciclopedica e guida razionale al viaggio d’esplorazione.
Ai margini del racconto la famiglia antropofaga che imperversa alla periferia della visione, nutrendosi delle stesse immagini che ha contribuito a creare, e le felici citazioni del testo che forse più si avvicina al mood di questo viaggio, quel Continuum di Gernsback di William Gibson che narra in forma di racconto quei sogni di un futuro passato di cui il deserto americano sembra non possa fare a meno di continuare a cibarsi.
Absolutely Nothing è un libro sorprendente perché, nonostante non aggiunga nulla di nuovo alle riflessioni che qualsiasi viaggiatore che si muova consapevolmente in quelle lande (che i viaggi siano virtuali o reali non è importante) si trova costretto a fare (è una questione di dimensioni, che un paesaggio così enorme ha bisogno di una lettura che aiuti a circoscriverlo, pena la perdita di qualsiasi punto di riferimento), ne da un’interpretazione in perenne fase discendente, senza enfasi, senza retorica, senza epica. Ed è un approccio raro e prezioso, affrontando certi spazi che, ormai è assodato, hanno definitivamente colonizzato il nostro subconscio.
Il dubbio che risuona a fine lettura, alla fine del viaggio, è però molto più concreto: Giorgio Vasta si sarà divertito durante questa sorta di vacanza di lavoro?
Chissà…
…
Oggi si parla di Absolutely Nothing - Storie e sparizioni nei deserti americani, di Giorgio Vasta e Ramak Fazel.
Absolutely Nothing, Storie e sparizioni nei deserti americani è forse il libro più sorprendente letto nel 2016. Non è un romanzo, piuttosto un curioso ibrido tra diario di viaggio, saggio psicogeografico sul sud-ovest degli Stati Uniti, parabola metafisica e pop sull’immaginario (cannibale) e la realtà (immensa) che circonda come un territorio alieno i protagonisti di questa sorta di esplorazione, vagabondaggio, vacanza in uno dei territori più frequentati dall’immaginario occidentale.
Giorgio Vasta, in compagnia del fotografo Ramak Fazel e dell’editore Giovanna Silva partono per due settimane on the road alla ricerca degli spazi conquistati, abitati e poi abbandonati ai margini del deserto americano. Si parte da improbabili progetti di urbanizzazione turistica, si esplora quel che rimane dei sogni di divertimento eretti come cattedrali nel deserto, si visitano vecchi siti minerari e comunità sopravvissute alla fama improvvisa e al rapido declino di qualche apparizione cinematografica. Si passa per Roswell e si arriva fino a New Orleans. In mezzo incontri con personaggi che sopravvivano, resistono e prosperano (si fa per dire…) ai margini del grande sogno americano.
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| Foto di Ramak Fazel |
A condire il racconto il rapporto con il viaggio e l’immaginario americano delle voci narranti, con un Giorgio Vasta abbacinato e disperso, Ramak Fazel portatore di una vaga vena di scazzo e divertimento, e Silva nel ruolo di voce enciclopedica e guida razionale al viaggio d’esplorazione.
Ai margini del racconto la famiglia antropofaga che imperversa alla periferia della visione, nutrendosi delle stesse immagini che ha contribuito a creare, e le felici citazioni del testo che forse più si avvicina al mood di questo viaggio, quel Continuum di Gernsback di William Gibson che narra in forma di racconto quei sogni di un futuro passato di cui il deserto americano sembra non possa fare a meno di continuare a cibarsi.
Absolutely Nothing è un libro sorprendente perché, nonostante non aggiunga nulla di nuovo alle riflessioni che qualsiasi viaggiatore che si muova consapevolmente in quelle lande (che i viaggi siano virtuali o reali non è importante) si trova costretto a fare (è una questione di dimensioni, che un paesaggio così enorme ha bisogno di una lettura che aiuti a circoscriverlo, pena la perdita di qualsiasi punto di riferimento), ne da un’interpretazione in perenne fase discendente, senza enfasi, senza retorica, senza epica. Ed è un approccio raro e prezioso, affrontando certi spazi che, ormai è assodato, hanno definitivamente colonizzato il nostro subconscio.
Il dubbio che risuona a fine lettura, alla fine del viaggio, è però molto più concreto: Giorgio Vasta si sarà divertito durante questa sorta di vacanza di lavoro?
Chissà…
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08 febbraio 2017
Letture: Cecità, di José Saramago
Proseguo la carrellata sulle migliori letture fatte nel 2016 (lo so, siamo già a febbraio, ma dopo questo ne mancano ancora solo due…), brevi
flash per ricordare e riflettere sui libri che ho letto, e magari
offrire agli eventuali
passanti un piccolo spazio per confrontarsi su autori e titoli che hanno
apprezzato (o anche no, il bello della lettura è che ognuno è solo con
il libro e i propri gusti, propensioni, idiosincrasie ed esperienze).
Oggi si parla di Cecità, di José Saramago.
Cecità è un romanzo fisico, quasi biologico: di colpisce nella carne, ti impressiona i sensi, fa accaponare la pelle e accarezza la tua anima pensante. È un libro in cui il non vedere domina, ma che tu lettore non puoi fare a meno di visualizzare, tanto potenti sono le immagini che Saramago ti piazza sotto gli occhi.
Cecità ha (meritata) fama di essere anche un testo politico, dove per “politico” si intende spesso quella caratteristica della distopia per cui gratta gratta la scorza di civiltà che regola il nostro vivere sociale vien via in un attimo, nel tempo che serve a riconquistare la soddisfazione dei propri bisogni primari. Ma in questo senso Cecità non ha nulla di particolarmente originale, soprattutto per un lettore di fantascienza, che di storie che affrontano l'apocalisse civile sono ormai piene le librerie.
Dal mio punto di vista le qualità politiche del romanzo emergono invece prepotenti nella scelta di rendere anonimi i protagonisti, nel caratterizzarli per le loro azioni e per la loro capacità solidale, nel legare il privilegio alla massima sofferenza, e quindi alla responsabilità e, infine, nell’imporre alla narrazione e quindi alla memoria un ruolo quasi passivo, di registratore pavido e indispensabile (penso al personaggio dello scrittore, alter ego consapevole dell’autore stesso).
Non so se Cecità rappresenti il culmine dell’opera di José Saramago: certo è un romanzo perfetto nella sua semplicità, come un sasso che ti colpisce in mezzo agli occhi.
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Oggi si parla di Cecità, di José Saramago.
Cecità è un romanzo fisico, quasi biologico: di colpisce nella carne, ti impressiona i sensi, fa accaponare la pelle e accarezza la tua anima pensante. È un libro in cui il non vedere domina, ma che tu lettore non puoi fare a meno di visualizzare, tanto potenti sono le immagini che Saramago ti piazza sotto gli occhi.
Cecità ha (meritata) fama di essere anche un testo politico, dove per “politico” si intende spesso quella caratteristica della distopia per cui gratta gratta la scorza di civiltà che regola il nostro vivere sociale vien via in un attimo, nel tempo che serve a riconquistare la soddisfazione dei propri bisogni primari. Ma in questo senso Cecità non ha nulla di particolarmente originale, soprattutto per un lettore di fantascienza, che di storie che affrontano l'apocalisse civile sono ormai piene le librerie.
Dal mio punto di vista le qualità politiche del romanzo emergono invece prepotenti nella scelta di rendere anonimi i protagonisti, nel caratterizzarli per le loro azioni e per la loro capacità solidale, nel legare il privilegio alla massima sofferenza, e quindi alla responsabilità e, infine, nell’imporre alla narrazione e quindi alla memoria un ruolo quasi passivo, di registratore pavido e indispensabile (penso al personaggio dello scrittore, alter ego consapevole dell’autore stesso).
Non so se Cecità rappresenti il culmine dell’opera di José Saramago: certo è un romanzo perfetto nella sua semplicità, come un sasso che ti colpisce in mezzo agli occhi.
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27 gennaio 2017
Letture: Uomini e cani, di Omar Di Monopoli
Proseguo la carrellata sulle migliori letture fatte nel 2016 (dopo questo ne mancano ancora tre!), brevi
flash per ricordare e riflettere sui libri che ho letto, e magari
offrire agli eventuali
passanti un piccolo spazio per confrontarsi su autori e titoli che hanno
apprezzato (o anche no, il bello della lettura è che ognuno è solo con
il libro e i propri gusti, propensioni, idiosincrasie ed esperienze).
Oggi si parla di Uomini e cani, di Omar Di Monopoli.
Non so se la fuori amate il primo Lansdale come me, le sue storie essenziali, secche eppure brillanti. Quei personaggi scolpiti nella pietra che diventano vivi nonostante tutte le apparenze. Le trame complesse eppure chiarissime, nei loro sviluppi, incroci, ribaltamenti. La passione per quel che ci circonda, che nonostante lo schifo c’è sempre qualcosa da salvare.
Ecco, se amate questo tipo di storie Uomini e cani è il romanzo perfetto per trascorrere qualche ora tra le lande derelitte e desolate di una Puglia periferica, tanto dimenticata da sembrare quasi Texas.
Di Omar di Monopoli avevo sentito parlare benissimo in rete da più di un amico, ma se finalmente sono riuscito a leggerlo lo devo a Eddy (che dopo averlo sentito decantarne i pregi mi sono sentito praticamente obbligato a provarlo) e ai ragazzi della Miskatonic University di Reggio Emilia, che son riusciti a recuperarmi una copia del libro altrimenti introvabile.
Uomini e cani è stata la lettura pulp dell’anno, dopo la (quasi) delusione degli ultimi Lansdale letti, Omar Di Monopoli non mi ha fatto rimpiangere nemmeno per un attimo lo scrittore texano.
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Oggi si parla di Uomini e cani, di Omar Di Monopoli.
Non so se la fuori amate il primo Lansdale come me, le sue storie essenziali, secche eppure brillanti. Quei personaggi scolpiti nella pietra che diventano vivi nonostante tutte le apparenze. Le trame complesse eppure chiarissime, nei loro sviluppi, incroci, ribaltamenti. La passione per quel che ci circonda, che nonostante lo schifo c’è sempre qualcosa da salvare.Ecco, se amate questo tipo di storie Uomini e cani è il romanzo perfetto per trascorrere qualche ora tra le lande derelitte e desolate di una Puglia periferica, tanto dimenticata da sembrare quasi Texas.
Di Omar di Monopoli avevo sentito parlare benissimo in rete da più di un amico, ma se finalmente sono riuscito a leggerlo lo devo a Eddy (che dopo averlo sentito decantarne i pregi mi sono sentito praticamente obbligato a provarlo) e ai ragazzi della Miskatonic University di Reggio Emilia, che son riusciti a recuperarmi una copia del libro altrimenti introvabile.
Uomini e cani è stata la lettura pulp dell’anno, dopo la (quasi) delusione degli ultimi Lansdale letti, Omar Di Monopoli non mi ha fatto rimpiangere nemmeno per un attimo lo scrittore texano.
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24 gennaio 2017
Visioni: Arrival (2016)
In questi giorni la rete pullula di recensioni, osservazioni, note critiche e grida d'entusiasmo nei confronti di Arrival, il film che Denis Villeneuve ha realizzato partendo dal magnifico racconto Storia della tua vita di Ted Chiang.
Da parte mia non ho alcuna intenzione di proporvi una recensione (in giro ce ne sono un sacco che analizzato la pellicola molto meglio di quanto sarei in grado di fare io), anche perché ho talmente amato il film che qualsiasi cosa io possa scrivere sarebbe viziata in partenza.
Quel che voglio provare a fare è cercare di capire e riassumere i motivi per cui Arrival è stato un colpo al cuore:
- il rispetto per il testo originale, e in generale la fedeltà della narrazione cinematografica ai temi, alle atmosfere e alle idee di Storia della tua vita. Arrival non ricalca pedissequamente il racconto di Chiang, ma ne mantiene intatto lo spirito nonostante le differenze dei media coinvolti, e lo fa splendere;
- il viso dolente e concentrato di Amy Adams, perfetta nel ruolo della dottoressa Banks (e la meraviglia, quando serve… wow!);
- le astronavi;
- la narrazione della scienza e degli scienziati, pacata e meravigliosa, e senza nessuno spiegone (o quasi);
- l'anelito ideale e la speranza: vedere i più classici dei militari e funzionari governativi cambiare idea, e mettersi a disposizione senza mai, per nessun motivo, abdicare al loro stronzissimo ruolo;
- l'attentato, spiegato senza una sola parola eppure trasparente nella sua disperata volontà di distruzione;
- la lingua aliena, bellissima;
- i ricordi che procedono in entrambi i sensi, e l'amore che invece va a senso unico;
- l'equilibrio tra storia personale e storia collettiva;
- il senso del meraviglioso, sussurrato e sparso a piene mani in ogni dove;
- la sensazione di ritrovarsi a vedere un film fatto apposta per me, con tutte le cose giuste al posto giusto, per emozionarmi come poche altre volte;
Insomma, andatelo a vedere, è bellissimo.
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13 gennaio 2017
Letture: Il cinghiale che uccise Liberty Valance, di Giordano Meacci
Proseguo la carrellata sulle migliori letture fatte nel 2016, brevi flash per ricordare e riflettere sui libri che ho letto, e magari offrire agli eventuali
passanti un piccolo spazio per confrontarsi su autori e titoli che hanno
apprezzato (o anche no, il bello della lettura è che ognuno è solo con
il libro e i propri gusti, propensioni, idiosincrasie ed esperienze).
Oggi si parla de Il cinghiale che uccise Liberty Valance, di Giordano Meacci.
Come mai tra i libri italiani letti nel 2016 Il cinghiale che uccise Liberty Valance è quello che mi ha colpito di più?
Merito di Apperbohr, il cinghiale protagonista del romanzo, che si pone come splendido riflesso della vita confusa e impoverita degli umani che vivono nel paese di Corsignano, persi nella loro quotidianità fatta di abitudini, cerchi in tondo, poche illusioni, frustrazioni e desideri anche troppo terreni.
Il cinghiale illuminato da un’improvvisa consapevolezza fa da splendido, ingenuo e potente contraltare alla comunità umana: grufola nel fango, ma guarda al cielo, e non smette mai, nemmeno per un attimo, di porsi domande e cercare significati e significanti nella luce sorprendente di una coscienza vergine.
La scrittura di Giordano Meacci è stupefacente per come rende vivi e riconoscibili le decine di personaggi che ricorrono (e si rincorrono) nel romanzo, nonostante il montaggio non lineare degli avvenimenti, scelta azzardata forse, ma indispensabile per immergere senza mediazioni il lettore nel disordine e nella casualità che caratterizza le loro esistenze. Pur nella fugacità della loro presenza ci si affeziona agli uomini e alle donne di Corsignano e alle loro relazioni, ci si riconosce nel loro vagare e nelle loro necessità, ci si illude che un’ordine superiore possa ricondurre la normalità delle loro esistenze a uno schema propriamente romanzesco, con l’unico risultato di ritrovarsi alla conclusione del libro con un’unica agrodolce verità, e un filo di commossa emozione, tutte rinchiuse nel destino di Apperbohr.
Il cinghiale che uccise Liberty Valance è un romanzo straordinario e sorprendente, concreto e meraviglioso. Un libro che chiede molto al lettore, ma che in cambio gli offre una nuova prospettiva sulla vita, l’universo e tutto quanto. Non capita spesso.
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Oggi si parla de Il cinghiale che uccise Liberty Valance, di Giordano Meacci.
Come mai tra i libri italiani letti nel 2016 Il cinghiale che uccise Liberty Valance è quello che mi ha colpito di più?
Merito di Apperbohr, il cinghiale protagonista del romanzo, che si pone come splendido riflesso della vita confusa e impoverita degli umani che vivono nel paese di Corsignano, persi nella loro quotidianità fatta di abitudini, cerchi in tondo, poche illusioni, frustrazioni e desideri anche troppo terreni.
Il cinghiale illuminato da un’improvvisa consapevolezza fa da splendido, ingenuo e potente contraltare alla comunità umana: grufola nel fango, ma guarda al cielo, e non smette mai, nemmeno per un attimo, di porsi domande e cercare significati e significanti nella luce sorprendente di una coscienza vergine.
La scrittura di Giordano Meacci è stupefacente per come rende vivi e riconoscibili le decine di personaggi che ricorrono (e si rincorrono) nel romanzo, nonostante il montaggio non lineare degli avvenimenti, scelta azzardata forse, ma indispensabile per immergere senza mediazioni il lettore nel disordine e nella casualità che caratterizza le loro esistenze. Pur nella fugacità della loro presenza ci si affeziona agli uomini e alle donne di Corsignano e alle loro relazioni, ci si riconosce nel loro vagare e nelle loro necessità, ci si illude che un’ordine superiore possa ricondurre la normalità delle loro esistenze a uno schema propriamente romanzesco, con l’unico risultato di ritrovarsi alla conclusione del libro con un’unica agrodolce verità, e un filo di commossa emozione, tutte rinchiuse nel destino di Apperbohr.
Il cinghiale che uccise Liberty Valance è un romanzo straordinario e sorprendente, concreto e meraviglioso. Un libro che chiede molto al lettore, ma che in cambio gli offre una nuova prospettiva sulla vita, l’universo e tutto quanto. Non capita spesso.
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21 dicembre 2016
Letture: Mumbo Jumbo, di Ishmael Reed
Proviamo a rianimare il blog con una serie di post che nelle
intenzioni hanno l’ambizione di segnalare le migliori letture fatte in
questo 2016.
Saranno brevi flash che mi serviranno a ricordare e a riflettere sui libri che ho letto, e magari a offrire agli eventuali passanti un piccolo spazio per confrontarsi su autori e titoli che hanno apprezzato (o anche no, il bello della lettura è che ognuno è solo con il libro e i propri gusti, propensioni, idiosincrasie ed esperienze).
Oggi si parla di Mumbo Jumbo, di Ishmael Reed.
Mumbo Jumbo non è un libro facile. È un romanzo tossico e virulento, complesso, ipnotico e, nel complesso, incredibile.
Ma Mumbo Jumbo è anche un libro magnifico, avvincente e illuminante.
Una scorribanda nella storia americana (siamo negli anni ’20, raccontati però dai rabbiosi anni ’70, e la musica nera si trasmette come una malattia, partendo dalla provincia rurale fino alle metropoli americane). È un inno alla cultura africana in America con tutta la sua storia di contrapposizione, mescolanza ed esclusione dalla cultura ufficiale. È una storia di paranoia e politica, di rabbia e poesia.
Per entrare nel romanzo ho fatto fatica, che la prosa sincopata, elusiva e allusiva di Reed non è certo accogliente, ma quando il testo ha fatto finalmente click, non sono più riuscito a mettere giù il volume, tanto è ricco, voluttuoso e affascinante.
Consigliato a chi ama Pynchon e il jazz, ma anche (soprattutto?) a chi si chiede da dove arriva l’hip-hop, a chi cerca suggestioni fantastiche innestate sul corpo della storia, a chi cerca percorsi alternativi nel suo viaggio nella letteratura americana.
…
Saranno brevi flash che mi serviranno a ricordare e a riflettere sui libri che ho letto, e magari a offrire agli eventuali passanti un piccolo spazio per confrontarsi su autori e titoli che hanno apprezzato (o anche no, il bello della lettura è che ognuno è solo con il libro e i propri gusti, propensioni, idiosincrasie ed esperienze).
Oggi si parla di Mumbo Jumbo, di Ishmael Reed.
Mumbo Jumbo non è un libro facile. È un romanzo tossico e virulento, complesso, ipnotico e, nel complesso, incredibile.
Ma Mumbo Jumbo è anche un libro magnifico, avvincente e illuminante.
Una scorribanda nella storia americana (siamo negli anni ’20, raccontati però dai rabbiosi anni ’70, e la musica nera si trasmette come una malattia, partendo dalla provincia rurale fino alle metropoli americane). È un inno alla cultura africana in America con tutta la sua storia di contrapposizione, mescolanza ed esclusione dalla cultura ufficiale. È una storia di paranoia e politica, di rabbia e poesia.
Per entrare nel romanzo ho fatto fatica, che la prosa sincopata, elusiva e allusiva di Reed non è certo accogliente, ma quando il testo ha fatto finalmente click, non sono più riuscito a mettere giù il volume, tanto è ricco, voluttuoso e affascinante.
Consigliato a chi ama Pynchon e il jazz, ma anche (soprattutto?) a chi si chiede da dove arriva l’hip-hop, a chi cerca suggestioni fantastiche innestate sul corpo della storia, a chi cerca percorsi alternativi nel suo viaggio nella letteratura americana.
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19 dicembre 2016
Letture: Occupy Me, di Tricia Sullivan
Proviamo a rianimare il blog con una serie di post che nelle
intenzioni hanno l’ambizione di segnalare le migliori letture fatte in
questo 2016.
Saranno brevi flash che mi serviranno a ricordare e a riflettere sui libri che ho letto, e magari a offrire agli eventuali passanti un piccolo spazio per confrontarsi su autori e titoli che hanno apprezzato (o anche no, il bello della lettura è che ognuno è solo con il libro e i propri gusti, propensioni, idiosincrasie ed esperienze).
Oggi si parla di Occupy Me, di Tricia Sullivan.
Da quando abbiamo iniziato l’avventura editoriale di Zona 42 è molto più difficile riuscire a parlare di libri di fantascienza sul blog (già tenerlo vivo è risultato quasi impossibile!). I motivi credo siano ovvi: stiamo leggendo molti romanzi in lingua originale, per alcuni di questi stiamo lavorando per riuscire a portarli in Italia, ad altri siamo costretti a rinunciare per i più diversi motivi. In entrambi i casi preferiamo muoverci senza troppo rumore per non creare false aspettative e per non bruciare eventuali buone notizie.
Occupy Me è l’eccezione che conferma la regola.
Occupy Me è l’ultimo romanzo pubblicato da Tricia Sullivan, autrice dell’eccellente Selezione naturale edito in italiano all’inizio dell’anno da Zona 42. Il motivo per cui parlo del romanzo qui dentro è semplice: non lo tradurremo in italiano (almeno non a breve!), ma le caratteristiche narrative di Occupy Me si prestano benissimo a un discorso più generale (e poi è un ottimo romanzo!).
Non pubblicheremo Occupy Me per il semplice motivo che riteniamo che il pubblico italiano non sia pronto per un libro simile (parlo naturalmente in generale, che sappiamo benissimo che alcuni di voi adorerebbero il romanzo della Sullivan!)
Occupy Me parte nel deposito di uno sfasciacarrozze dalle parti di New York, con Pearl (un donnone di mezza età che passa il tempo a sollevare pesi, dopo essersi risvegliata senza un passato all’interno di un frigorifero). Una partenza tranquilla per un romanzo che esplode immediatamente con una serie di elementi che ad elencarli uno a uno non ci si crede: un uomo (ma forse sono due…) in cerca di vendetta per il destino della sua gente vittima di una guerra del petrolio, ali d’angelo multidimensionali, ricerca dell’immortalità, una veterinaria scozzese riluttante, alieni disperati, valigette misteriose e società segrete dedite al benessere globale.
E non ho nemmeno citato lo pterodattilo!
Troppo? Forse. So solo che la trama architettata da Tricia Sullivan riesce a rendere credibili e affascinanti tutti gli elementi eterogenei presenti nel romanzo, che nulla appare forzato o gratuito, che in mezzo alla quantità strabiliante di meraviglia, non mancano aspetti di una profondità inusitata (viste soprattutto le premesse), che non avrei mai creduto di riuscire ad amare così tanto un romanzo dove capita di imbattersi in angeli svolazzanti (ok, non il tipo di angelo canonico, ma tant’è…).
Occupy Me è un romanzo straordinario nel senso più letterale del termine: difficilmente riuscirete a trovare in giro un libro altrettanto strano che sia al contempo tanto appassionante e leggibile, che riesca nel giro di poche pagine a divertire e a emozionare il lettore.
Occupy Me è un tripudio di meraviglia e sorprese, e se siete lettori curiosi in cerca di un libro che abbia tutte le potenzialità di travolgervi, bé, non fatevelo scappare.
Per concludere lascio parlare Tricia Sullivan, che nel suo intervento a Stranimondi presentava con quetse parole la sua fantascienza:
“Occupy Me è un rompicapo selvaggio e adrenalinico che parla di consapevolezza e cosmologia. Tutti i miei libri parlano di consapevolezza, in modo più o meno esplicito. Molti di loro trattano anche di dualismo, e di solito utilizzo punti di vista paralleli per ottenere l’effetto desiderato. Lo faccio – soprattutto in Maul, che è da poco stato pubblicato in italiano da Zona 42 col titolo di Selezione naturale – sovrapponendo trame che c’entrano poco le une con le altre, lasciando che si scontrino per vedere cosa ne esce fuori. Mi piace lasciare ai lettori lo spazio per l’interpretazione. Mi piace farli sentire disorientati, fargli mancare la terra sotto ai piedi. Per me è proprio questa l’essenza stessa della fantascienza, ancora di più che della narrativa realistica. Lasciare che il lettore possa mettere la propria immaginazione al lavoro, che possa contribuire con la sua interpretazione. Scrivo libri per persone a cui piace masticare le idee, che hanno i denti e la voglia di pensare. Non ho nessuna intenzione di imboccarle.”
Se siete questo tipo di lettore, Occupy Me è il vostro romanzo.
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Saranno brevi flash che mi serviranno a ricordare e a riflettere sui libri che ho letto, e magari a offrire agli eventuali passanti un piccolo spazio per confrontarsi su autori e titoli che hanno apprezzato (o anche no, il bello della lettura è che ognuno è solo con il libro e i propri gusti, propensioni, idiosincrasie ed esperienze).
Oggi si parla di Occupy Me, di Tricia Sullivan.
Da quando abbiamo iniziato l’avventura editoriale di Zona 42 è molto più difficile riuscire a parlare di libri di fantascienza sul blog (già tenerlo vivo è risultato quasi impossibile!). I motivi credo siano ovvi: stiamo leggendo molti romanzi in lingua originale, per alcuni di questi stiamo lavorando per riuscire a portarli in Italia, ad altri siamo costretti a rinunciare per i più diversi motivi. In entrambi i casi preferiamo muoverci senza troppo rumore per non creare false aspettative e per non bruciare eventuali buone notizie.
Occupy Me è l’eccezione che conferma la regola.
Occupy Me è l’ultimo romanzo pubblicato da Tricia Sullivan, autrice dell’eccellente Selezione naturale edito in italiano all’inizio dell’anno da Zona 42. Il motivo per cui parlo del romanzo qui dentro è semplice: non lo tradurremo in italiano (almeno non a breve!), ma le caratteristiche narrative di Occupy Me si prestano benissimo a un discorso più generale (e poi è un ottimo romanzo!).
Non pubblicheremo Occupy Me per il semplice motivo che riteniamo che il pubblico italiano non sia pronto per un libro simile (parlo naturalmente in generale, che sappiamo benissimo che alcuni di voi adorerebbero il romanzo della Sullivan!)
Occupy Me parte nel deposito di uno sfasciacarrozze dalle parti di New York, con Pearl (un donnone di mezza età che passa il tempo a sollevare pesi, dopo essersi risvegliata senza un passato all’interno di un frigorifero). Una partenza tranquilla per un romanzo che esplode immediatamente con una serie di elementi che ad elencarli uno a uno non ci si crede: un uomo (ma forse sono due…) in cerca di vendetta per il destino della sua gente vittima di una guerra del petrolio, ali d’angelo multidimensionali, ricerca dell’immortalità, una veterinaria scozzese riluttante, alieni disperati, valigette misteriose e società segrete dedite al benessere globale.
E non ho nemmeno citato lo pterodattilo!
Troppo? Forse. So solo che la trama architettata da Tricia Sullivan riesce a rendere credibili e affascinanti tutti gli elementi eterogenei presenti nel romanzo, che nulla appare forzato o gratuito, che in mezzo alla quantità strabiliante di meraviglia, non mancano aspetti di una profondità inusitata (viste soprattutto le premesse), che non avrei mai creduto di riuscire ad amare così tanto un romanzo dove capita di imbattersi in angeli svolazzanti (ok, non il tipo di angelo canonico, ma tant’è…).
Occupy Me è un romanzo straordinario nel senso più letterale del termine: difficilmente riuscirete a trovare in giro un libro altrettanto strano che sia al contempo tanto appassionante e leggibile, che riesca nel giro di poche pagine a divertire e a emozionare il lettore.
Occupy Me è un tripudio di meraviglia e sorprese, e se siete lettori curiosi in cerca di un libro che abbia tutte le potenzialità di travolgervi, bé, non fatevelo scappare.
Per concludere lascio parlare Tricia Sullivan, che nel suo intervento a Stranimondi presentava con quetse parole la sua fantascienza:
“Occupy Me è un rompicapo selvaggio e adrenalinico che parla di consapevolezza e cosmologia. Tutti i miei libri parlano di consapevolezza, in modo più o meno esplicito. Molti di loro trattano anche di dualismo, e di solito utilizzo punti di vista paralleli per ottenere l’effetto desiderato. Lo faccio – soprattutto in Maul, che è da poco stato pubblicato in italiano da Zona 42 col titolo di Selezione naturale – sovrapponendo trame che c’entrano poco le une con le altre, lasciando che si scontrino per vedere cosa ne esce fuori. Mi piace lasciare ai lettori lo spazio per l’interpretazione. Mi piace farli sentire disorientati, fargli mancare la terra sotto ai piedi. Per me è proprio questa l’essenza stessa della fantascienza, ancora di più che della narrativa realistica. Lasciare che il lettore possa mettere la propria immaginazione al lavoro, che possa contribuire con la sua interpretazione. Scrivo libri per persone a cui piace masticare le idee, che hanno i denti e la voglia di pensare. Non ho nessuna intenzione di imboccarle.”Se siete questo tipo di lettore, Occupy Me è il vostro romanzo.
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13 dicembre 2016
Letture: L’onore perduto di Katharina Blum, di Heinrich Böll
Proviamo a rianimare il blog con una serie di post che nelle
intenzioni hanno l’ambizione di segnalare le migliori letture fatte in
questo 2016.
Saranno brevi flash che mi serviranno a ricordare e a riflettere sui libri che ho letto, e magari a offrire agli eventuali passanti un piccolo spazio per confrontarsi su autori e titoli che hanno apprezzato (o anche no, il bello della lettura è che ognuno è solo con il libro e i propri gusti, propensioni, idiosincrasie ed esperienze).
Il libro di oggi è L’onore perduto di Katharina Blum, di Heinrich Böll
Heinrich Böll è uno di quegli autori cui debbo un debito di riconoscenza che non riuscirò mai a saldare, visto il contributo dei suoi libri alla mia formazione personale. Leggerlo oggi, dopo decenni dall’ultima volta, è stato incredibile per la freschezza, l’attualità e lo spirito di questo gigante della letteratura contemporanea.
L’onore perduto di Katharina Blum è un romanzo che arriva dritto dritto dagli anni ’70, uno scritto che si può leggere a molteplici livelli: c’è il giallo, la riflessione sui media, il ritratto di una fetta di società tedesca, l’esercizio di stile mai fine a se stesso.
Leggere L’onore perduto di Katharina Blum è stato una gioia: ritrovare e riconoscere ancora una volta il rigore e la leggerezza, la rabbia e la compassione che per me sono inscindibili dalla scrittura di Heinrich Böll è stato come ritornare a casa.
(per approfondire i contenuti del romanzo consiglio questa recensione di Sabrina Campolongo su PaginaUno)
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Saranno brevi flash che mi serviranno a ricordare e a riflettere sui libri che ho letto, e magari a offrire agli eventuali passanti un piccolo spazio per confrontarsi su autori e titoli che hanno apprezzato (o anche no, il bello della lettura è che ognuno è solo con il libro e i propri gusti, propensioni, idiosincrasie ed esperienze).
Il libro di oggi è L’onore perduto di Katharina Blum, di Heinrich Böll
Heinrich Böll è uno di quegli autori cui debbo un debito di riconoscenza che non riuscirò mai a saldare, visto il contributo dei suoi libri alla mia formazione personale. Leggerlo oggi, dopo decenni dall’ultima volta, è stato incredibile per la freschezza, l’attualità e lo spirito di questo gigante della letteratura contemporanea.
L’onore perduto di Katharina Blum è un romanzo che arriva dritto dritto dagli anni ’70, uno scritto che si può leggere a molteplici livelli: c’è il giallo, la riflessione sui media, il ritratto di una fetta di società tedesca, l’esercizio di stile mai fine a se stesso.
Leggere L’onore perduto di Katharina Blum è stato una gioia: ritrovare e riconoscere ancora una volta il rigore e la leggerezza, la rabbia e la compassione che per me sono inscindibili dalla scrittura di Heinrich Böll è stato come ritornare a casa.
(per approfondire i contenuti del romanzo consiglio questa recensione di Sabrina Campolongo su PaginaUno)
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07 dicembre 2016
Letture: Mette pioggia, di Gianni Tetti
Proviamo a rianimare il blog con una serie di post che nelle
intenzioni hanno l’ambizione di segnalare le migliori letture fatte in
questo 2016.
Saranno brevi flash che mi serviranno a ricordare e a riflettere sui libri che ho letto, e magari a offrire agli eventuali passanti un piccolo spazio per confrontarsi su autori e titoli che hanno apprezzato (o anche no, il bello della lettura è che ognuno è solo con il libro e i propri gusti, propensioni, idiosincrasie ed esperienze).
Il libro di oggi è Mette pioggia, di Gianni Tetti
Come si scelgono i libri che leggiamo?
Tolti autori e libri che già conosco, a orientare le mie scelte sono i suggerimenti degli amici, qualche recensione illuminante, i commenti letti qua e là, titoli e scrittori citati in altre storie che mi è capitato di leggere.
Per Mette pioggia le cose sono andate diversamente. Grazie a una serie di fortunati eventi ho assistito a una presentazione del romanzo durante la quale Gianni Tetti ha letto qualche pagina del suo libro: sarò stato l’entusiasmo e la carica dell’autore, la sua abilità affabulatrice o il suo talento di lettore, ma ascoltarlo per quelle poche righe è stato sufficiente a decidere di volerlo leggere.
La lettura del romanzo ha confermato quel che di buono m’era parso di percepire nel corso della presentazione. In una Sardegna malata, avvolta in un sudario sfiancante, nell’attesa di una pioggia liberatoria, si muove una manciata di uomini e donne che cercano di sopravvivere alla loro quotidianità alterata.
Gianni Tetti si prende qualche rischio nel mettere in scena la solita carrellata di personaggi miserabili, sfigati e ignoranti, ma quel che salva il libro è la scrittura dell’autore, che risulta personale, scarna, energetica e, forse il tratto che più mi è rimasto impresso, compassionevole.
Ma i personaggi da soli non sarebbero sufficienti a garantire la qualità del romanzo: è la gestione dell’atmosfera, il caldo opprimente, il senso di isolamento, la quieta disperazione e il furore sotterraneo, a fare la differenza e a condurre il lettore a un finale straordinario, forse uno dei migliori che mi sia capitato di leggere negli ultimi anni.
In questi giorni Gianni Tetti è in giro per l’Italia a presentare il suo ultimo romanzo, Grande Nudo, un tomo di oltre 600 pagine appena pubblicato da Neo Edizioni. Se vi capita l’occasione, andate ad ascoltarlo. Non ve ne pentirete.
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Saranno brevi flash che mi serviranno a ricordare e a riflettere sui libri che ho letto, e magari a offrire agli eventuali passanti un piccolo spazio per confrontarsi su autori e titoli che hanno apprezzato (o anche no, il bello della lettura è che ognuno è solo con il libro e i propri gusti, propensioni, idiosincrasie ed esperienze).
Il libro di oggi è Mette pioggia, di Gianni Tetti
Come si scelgono i libri che leggiamo?
Tolti autori e libri che già conosco, a orientare le mie scelte sono i suggerimenti degli amici, qualche recensione illuminante, i commenti letti qua e là, titoli e scrittori citati in altre storie che mi è capitato di leggere.
Per Mette pioggia le cose sono andate diversamente. Grazie a una serie di fortunati eventi ho assistito a una presentazione del romanzo durante la quale Gianni Tetti ha letto qualche pagina del suo libro: sarò stato l’entusiasmo e la carica dell’autore, la sua abilità affabulatrice o il suo talento di lettore, ma ascoltarlo per quelle poche righe è stato sufficiente a decidere di volerlo leggere.
La lettura del romanzo ha confermato quel che di buono m’era parso di percepire nel corso della presentazione. In una Sardegna malata, avvolta in un sudario sfiancante, nell’attesa di una pioggia liberatoria, si muove una manciata di uomini e donne che cercano di sopravvivere alla loro quotidianità alterata.
Gianni Tetti si prende qualche rischio nel mettere in scena la solita carrellata di personaggi miserabili, sfigati e ignoranti, ma quel che salva il libro è la scrittura dell’autore, che risulta personale, scarna, energetica e, forse il tratto che più mi è rimasto impresso, compassionevole.
Ma i personaggi da soli non sarebbero sufficienti a garantire la qualità del romanzo: è la gestione dell’atmosfera, il caldo opprimente, il senso di isolamento, la quieta disperazione e il furore sotterraneo, a fare la differenza e a condurre il lettore a un finale straordinario, forse uno dei migliori che mi sia capitato di leggere negli ultimi anni.
In questi giorni Gianni Tetti è in giro per l’Italia a presentare il suo ultimo romanzo, Grande Nudo, un tomo di oltre 600 pagine appena pubblicato da Neo Edizioni. Se vi capita l’occasione, andate ad ascoltarlo. Non ve ne pentirete.
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06 dicembre 2016
Letture: The Dark Defiles, di Richard K. Morgan
Proviamo a rianimare il blog con una serie di post che nelle
intenzioni hanno l’ambizione di segnalare le migliori letture fatte in
questo 2016.
Saranno brevi flash che mi serviranno a ricordare e a riflettere sui libri che ho letto, e magari a offrire agli eventuali passanti un piccolo spazio per confrontarsi su autori e titoli che hanno apprezzato (o anche no, il bello della lettura è che ognuno è solo con il libro e i propri gusti, propensioni, idiosincrasie ed esperienze).
Il libro di oggi è il terzo di una trilogia che ho letto in lingua originale: The Dark Defiles di Richard K. Morgan.
The Dark Defiles è il capitolo conclusivo della trilogia A Land Fit for Heroes. Ho parlato dei capitoli precedenti qui (The Steel Remains) e qui (The Cold Commands). Vi consiglio di leggere quei post per una presentazione più approfondita dei temi e delle situazioni caratteristici della trilogia.
Se The Steel Remains mi aveva entusiasmato, e The Cold Commands lasciato decisamente più freddo (!), The Dark Defiles si è rivelata una lettura travolgente. Tutto il meglio del primo romanzo (azione, personaggi, ambientazione!) e del secondo (scrittura immaginifica, tocchi lisergici) vengono esaltati in una storia che chiude tutti i fili narrativi intessuti da Morgan per condurre il lettore a un finale che si rivela essere assolutamente soddisfacente.
Se poi tra di voi c’è chi ha amato Takeshi Kovacs, bé, aspettatevi qualche sorpresina…
Vi lascio con una riflessione a margine, forse inevitabile pensando al genere di libri che più apprezzo: se solo tutta la fantascienza travestita da fantasy fosse di questo livello (anche se a ripensarci, esempi memorabili ce ne sono, dal Libro del Nuovo sole di Gene Wolfe a Inversioni, e Matter, di Iain M. Banks), forse qualche lettore fantasioso cambierebbe più agevolmente sponda.
Per concludere una nota sull’edizione italiana. Di questo trittico di romanzi sono usciti per Gargoyle i primi due capitoli (intitolati rispettivamente Sopravvissuti e Esclusi), del terzo non v’è traccia. Tra l’altro le dimensioni di The Dark Defiles sono quasi il doppio rispetto a The Steel Remains o a The Cold Commands, il che rende la prospettiva di leggere in italiano The Dark Defiles piuttosto nebulosa. Ma voi che leggete in inglese non fatevelo scappare!
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Saranno brevi flash che mi serviranno a ricordare e a riflettere sui libri che ho letto, e magari a offrire agli eventuali passanti un piccolo spazio per confrontarsi su autori e titoli che hanno apprezzato (o anche no, il bello della lettura è che ognuno è solo con il libro e i propri gusti, propensioni, idiosincrasie ed esperienze).
Il libro di oggi è il terzo di una trilogia che ho letto in lingua originale: The Dark Defiles di Richard K. Morgan.
The Dark Defiles è il capitolo conclusivo della trilogia A Land Fit for Heroes. Ho parlato dei capitoli precedenti qui (The Steel Remains) e qui (The Cold Commands). Vi consiglio di leggere quei post per una presentazione più approfondita dei temi e delle situazioni caratteristici della trilogia.
Se The Steel Remains mi aveva entusiasmato, e The Cold Commands lasciato decisamente più freddo (!), The Dark Defiles si è rivelata una lettura travolgente. Tutto il meglio del primo romanzo (azione, personaggi, ambientazione!) e del secondo (scrittura immaginifica, tocchi lisergici) vengono esaltati in una storia che chiude tutti i fili narrativi intessuti da Morgan per condurre il lettore a un finale che si rivela essere assolutamente soddisfacente.
Se poi tra di voi c’è chi ha amato Takeshi Kovacs, bé, aspettatevi qualche sorpresina…
Vi lascio con una riflessione a margine, forse inevitabile pensando al genere di libri che più apprezzo: se solo tutta la fantascienza travestita da fantasy fosse di questo livello (anche se a ripensarci, esempi memorabili ce ne sono, dal Libro del Nuovo sole di Gene Wolfe a Inversioni, e Matter, di Iain M. Banks), forse qualche lettore fantasioso cambierebbe più agevolmente sponda.
Per concludere una nota sull’edizione italiana. Di questo trittico di romanzi sono usciti per Gargoyle i primi due capitoli (intitolati rispettivamente Sopravvissuti e Esclusi), del terzo non v’è traccia. Tra l’altro le dimensioni di The Dark Defiles sono quasi il doppio rispetto a The Steel Remains o a The Cold Commands, il che rende la prospettiva di leggere in italiano The Dark Defiles piuttosto nebulosa. Ma voi che leggete in inglese non fatevelo scappare!
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05 dicembre 2016
Letture: La sinagoga degli iconoclasti di Rodolfo Wilcock
Proviamo a rianimare il blog con una serie di post che nelle intenzioni hanno l’ambizione di segnalare le migliori letture fatte in questo 2016.
Saranno brevi flash che mi serviranno a ricordare e a riflettere sui libri che ho letto, e magari a offrire agli eventuali passanti un piccolo spazio per confrontarsi su autori e titoli che hanno apprezzato (o anche no, il bello della lettura è che ognuno è solo con il libro e i propri gusti, propensioni, idiosincrasie ed esperienze).
Partiamo con un piccolo libro pieno di cose dentro: La sinagoga degli iconoclasti di Rodolfo Wilcock.
Il volumetto di Wilcock è una raccolta di ritratti di pazzi, burloni, furfanti e idealisti, accomunati dall’eccezionale entusiasmo nelle loro intenzioni di cambiare, aggiustare, sistemare il mondo intero.
Siamo dalle parti dell’800 creativo e positivista, epoca di grandi trasformazioni, attraversati da tempi decisamente infiammabili e con una risposta allo shock del futuro che vira sempre più spesso al meraviglioso, con un accozzaglia di filosofi, scienziati, inventori, dilettanti e professionisti, improvvisati o con decenni di studi alle spalle, costantemente immortalati a occhi sgranati ad aspettare e preparare quel che di nuovo arriverà domani (dopodomani, al massimo…).
La sensazione durante la lettura è stata spesso quella di sbirciare una sorta di facebook antelitteram, con le idee più scriteriate fianco a fianco a ipotesi ponderate e ricercate con un acume certosino. E senza lo spazio commenti.
Erano tempi ingenui, certo, ma che energia!
(Per la lettura della La sinagoga degli iconoclasti devo un ringraziamento a Jacopo Berti, e all’ottima recensione del suo blog).
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Saranno brevi flash che mi serviranno a ricordare e a riflettere sui libri che ho letto, e magari a offrire agli eventuali passanti un piccolo spazio per confrontarsi su autori e titoli che hanno apprezzato (o anche no, il bello della lettura è che ognuno è solo con il libro e i propri gusti, propensioni, idiosincrasie ed esperienze).
Il volumetto di Wilcock è una raccolta di ritratti di pazzi, burloni, furfanti e idealisti, accomunati dall’eccezionale entusiasmo nelle loro intenzioni di cambiare, aggiustare, sistemare il mondo intero.
Siamo dalle parti dell’800 creativo e positivista, epoca di grandi trasformazioni, attraversati da tempi decisamente infiammabili e con una risposta allo shock del futuro che vira sempre più spesso al meraviglioso, con un accozzaglia di filosofi, scienziati, inventori, dilettanti e professionisti, improvvisati o con decenni di studi alle spalle, costantemente immortalati a occhi sgranati ad aspettare e preparare quel che di nuovo arriverà domani (dopodomani, al massimo…).
La sensazione durante la lettura è stata spesso quella di sbirciare una sorta di facebook antelitteram, con le idee più scriteriate fianco a fianco a ipotesi ponderate e ricercate con un acume certosino. E senza lo spazio commenti.
Erano tempi ingenui, certo, ma che energia!
(Per la lettura della La sinagoga degli iconoclasti devo un ringraziamento a Jacopo Berti, e all’ottima recensione del suo blog).
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27 aprile 2016
Ultime notizie dalla Zona - aprile-maggio 2016
Post in mirror con il sito di Zona 42, per comunicare anche qui dentro le ultime notizie dalla Zona.

Bentornati nella Zona!
Siamo ormai alla fine di Aprile, Real Mars è uscito da una decina di giorni e i primi lettori sono già entusiasti del romanzo di Alessandro Vietti.
Cosa chiedere di più? Forse la possibilità di incontrare l'autore a spasso per librerie?
Vediamo un po' se riusciamo ad accontentarvi.
Ecco qui di seguito le ultime novità dalla Zona.
ZONA 42 IN TOUR
Abbiamo fissato le prime date per presentare Real Mars dal vivo con Alessandro Vietti. Il primo appuntamento è fissato per sabato 7 maggio alla libreria Bookowski di Genova. Alessandro Vietti è genovese DOC, far esordire il suo romanzo nella città ligure ci sembrava cosa buona e giusta!
A fine maggio saremo invece a Milano, alla libreria Open di Viale Monte Nero che ci ha già visti ospiti un paio di volte (l'ultima per presentare Arresto di Sistema con la partecipazione straordinaria di Charles Stross). La data fissata per l'incontro con i lettori è sabato 28 maggio.
Maggiori particolari arriveranno al più presto.
Per tutti i dettagli di questi e dei nuovi eventi che ci vedranno protagonisti in compagnia di Alessandro Vietti vi rimandiamo alla nostra pagina facebook costantemente aggiornata con le ultime novità.
PREMIO ITALIA 2016
Nel finesettimana del 20/21/22 maggio si terrà a Bellaria la quarantaduesima edizione dell'ItalCon, inglobata come ormai consuetudine negli ultimi anni nella StarCon, la superconvention che riunisce sotto un unico tetto gli appassionati di svariate serie cinematografiche e televisive.
Noi non terremo alcuna presentazione (è una lunga storia…) ma saremo molto probabilmente presenti almeno con i nostri libri nella giornata di sabato 21 maggio.
Nella serata di sabato verranno anche assegnati i Premi Italia 2016. Come forse ricorderete noi siamo in gara per il miglior romanzo italiano di fantascienza con Dimenticami Trovami Sognami, di Andrea Viscusi; per il miglior romanzo internazionale di fantascienza con Arresto di sistema di Charles Stross, con il miglior traduttore (con Silvia Castoldi & Marco Passarello, in lizza per il loro lavoro su Regina del Sole di Karl Schroeder) e per la miglior collana italiana di fantascienza, con I libri dell'Iguana.
CAMPAGNA ABBONAMENTI
La campagna abbonamenti che abbiamo lanciato all'inizio dell'anno terminerà alla fine del mese. Avete quindi ancora qualche giorno per approfittare della formula di abbonamento che abbiamo creato appositamente per chi vuole sostenere il progetto Zona 42 e risparmiare al contempo qualche euro sull'acquisto dei singoli volumi in arrivo nei prossimi mesi.
L'abbonamento che proponiamo ai nostri lettori prevede la possibilità di ricevera a casa senza alcuna spesa di spedizione i primi cinque libri del nostro programma editoriale 2016/2017 al prezzo speciale di 66 euro.
A Selezione naturale, di Tricia Sullivan, e Real Mars, di Alessandro Vietti, usciti nelle ultime settimane, seguiranno Sole pirata, di Karl Schroeder, romanzo conclusivo della trilogia di Virga, Fellahin di Jon Courtenay Grimwood ed Elysium, di Jennifer Marie Brissett.
S
SELEZIONE NATURALE
Prosegue con buona lena la marcia di Selezione naturale alla conquista di nuovi lettori.
È di pochi giorni fa l'ottima recensione uscita su Bossy.it che affronta il romanzo di Tricia Sullivan dal punto di vista esterno rispetto a quello del mondo della letteratura di genere a cui siamo solitamente abituati.
Se uno degli obiettivi principali di Zona 42 è quello di cercare di allargare il pubblico dei lettori capaci di apprezzare i romanzi che proponiamo, questa recensione è un gran bel segnale e insieme un ottimo aspicio per il futuro del nostro progetto editoriale.
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Bentornati nella Zona!
Siamo ormai alla fine di Aprile, Real Mars è uscito da una decina di giorni e i primi lettori sono già entusiasti del romanzo di Alessandro Vietti.
Cosa chiedere di più? Forse la possibilità di incontrare l'autore a spasso per librerie?
Vediamo un po' se riusciamo ad accontentarvi.
Ecco qui di seguito le ultime novità dalla Zona.
ZONA 42 IN TOUR
Abbiamo fissato le prime date per presentare Real Mars dal vivo con Alessandro Vietti. Il primo appuntamento è fissato per sabato 7 maggio alla libreria Bookowski di Genova. Alessandro Vietti è genovese DOC, far esordire il suo romanzo nella città ligure ci sembrava cosa buona e giusta!
A fine maggio saremo invece a Milano, alla libreria Open di Viale Monte Nero che ci ha già visti ospiti un paio di volte (l'ultima per presentare Arresto di Sistema con la partecipazione straordinaria di Charles Stross). La data fissata per l'incontro con i lettori è sabato 28 maggio.
Maggiori particolari arriveranno al più presto.
Per tutti i dettagli di questi e dei nuovi eventi che ci vedranno protagonisti in compagnia di Alessandro Vietti vi rimandiamo alla nostra pagina facebook costantemente aggiornata con le ultime novità.
PREMIO ITALIA 2016
Nel finesettimana del 20/21/22 maggio si terrà a Bellaria la quarantaduesima edizione dell'ItalCon, inglobata come ormai consuetudine negli ultimi anni nella StarCon, la superconvention che riunisce sotto un unico tetto gli appassionati di svariate serie cinematografiche e televisive.
Noi non terremo alcuna presentazione (è una lunga storia…) ma saremo molto probabilmente presenti almeno con i nostri libri nella giornata di sabato 21 maggio.
Nella serata di sabato verranno anche assegnati i Premi Italia 2016. Come forse ricorderete noi siamo in gara per il miglior romanzo italiano di fantascienza con Dimenticami Trovami Sognami, di Andrea Viscusi; per il miglior romanzo internazionale di fantascienza con Arresto di sistema di Charles Stross, con il miglior traduttore (con Silvia Castoldi & Marco Passarello, in lizza per il loro lavoro su Regina del Sole di Karl Schroeder) e per la miglior collana italiana di fantascienza, con I libri dell'Iguana.
CAMPAGNA ABBONAMENTI
La campagna abbonamenti che abbiamo lanciato all'inizio dell'anno terminerà alla fine del mese. Avete quindi ancora qualche giorno per approfittare della formula di abbonamento che abbiamo creato appositamente per chi vuole sostenere il progetto Zona 42 e risparmiare al contempo qualche euro sull'acquisto dei singoli volumi in arrivo nei prossimi mesi.
L'abbonamento che proponiamo ai nostri lettori prevede la possibilità di ricevera a casa senza alcuna spesa di spedizione i primi cinque libri del nostro programma editoriale 2016/2017 al prezzo speciale di 66 euro.
A Selezione naturale, di Tricia Sullivan, e Real Mars, di Alessandro Vietti, usciti nelle ultime settimane, seguiranno Sole pirata, di Karl Schroeder, romanzo conclusivo della trilogia di Virga, Fellahin di Jon Courtenay Grimwood ed Elysium, di Jennifer Marie Brissett.
SELEZIONE NATURALE
È di pochi giorni fa l'ottima recensione uscita su Bossy.it che affronta il romanzo di Tricia Sullivan dal punto di vista esterno rispetto a quello del mondo della letteratura di genere a cui siamo solitamente abituati.
Se uno degli obiettivi principali di Zona 42 è quello di cercare di allargare il pubblico dei lettori capaci di apprezzare i romanzi che proponiamo, questa recensione è un gran bel segnale e insieme un ottimo aspicio per il futuro del nostro progetto editoriale.
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05 aprile 2016
Real Mars: la copertina
Come ormai di consueto, presento in mirror sul blog il post di presentazione della copertina del nuovo romanzo di Zona 42. Ecco Real Mars, di Alessandro Vietti!
Real Mars, di Alessandro Vietti sarà il prossimo romanzo edito da Zona 42.
Siamo davvero felici di presentarvi oggi in anteprima la copertina cha Annalisa Antonini ha preparato per il libro.
Ma di cosa parla Real Mars? Chi segue la pagina facebook di Ettore Lombardi una qualche idea se l'è probabilmente già fatta, anche se Alessandro Vietti è stato molto abile nel gioco del vedo / non vedo sui reali contenuti della storia.
Real Mars racconta del viaggio della Europe 1 verso Marte, progettato e realizzato dall'ESA con il contributo economico derivato dalla vendita dei diritti di sfruttamento mediatico della missione a un consorzio internazionale di network. Se mai un giorno non troppo distante andremo davvero su Marte, è probabile che la nostra esperienza non sarà molto diversa da quella narrata nel romanzo: quattro astronauti in viaggio e miliardi di persone a guardarli e a commentare, a meravigliarsi e a disprezzare, a modificare il palinsesto della propria vita in funzione del programma.
Real Mars ci racconta quanta umanità abbiamo perduto abbracciando la comodità dell'emozione televisiva, ma ci mostra anche quanta umanità c'è ancora là fuori, anche se magari per trovarla bisogna percorrere qualche centinaio di milioni di chilometri e arrivare al termine dell'avventura più estrema ed emozionante della Storia dell'Uomo.
Scritto da Alessandro Vietti con rara vivacità e profondità, Real Mars è un originale, irriverente, indimenticabile romanzo sui nostri tempi.
Nei prossimi giorni attiveremo la pagina dedicata al romanzo, con la possibilità di scaricare i primi capitoli dello stesso.
Real Mars sarà disponibile sul nostro sito e quindi in libreria a partire da lunedì 18 aprile.
Rimanete sintonizzati!
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Real Mars, di Alessandro Vietti sarà il prossimo romanzo edito da Zona 42.
Siamo davvero felici di presentarvi oggi in anteprima la copertina cha Annalisa Antonini ha preparato per il libro.
Ma di cosa parla Real Mars? Chi segue la pagina facebook di Ettore Lombardi una qualche idea se l'è probabilmente già fatta, anche se Alessandro Vietti è stato molto abile nel gioco del vedo / non vedo sui reali contenuti della storia.
Real Mars racconta del viaggio della Europe 1 verso Marte, progettato e realizzato dall'ESA con il contributo economico derivato dalla vendita dei diritti di sfruttamento mediatico della missione a un consorzio internazionale di network. Se mai un giorno non troppo distante andremo davvero su Marte, è probabile che la nostra esperienza non sarà molto diversa da quella narrata nel romanzo: quattro astronauti in viaggio e miliardi di persone a guardarli e a commentare, a meravigliarsi e a disprezzare, a modificare il palinsesto della propria vita in funzione del programma.
Real Mars ci racconta quanta umanità abbiamo perduto abbracciando la comodità dell'emozione televisiva, ma ci mostra anche quanta umanità c'è ancora là fuori, anche se magari per trovarla bisogna percorrere qualche centinaio di milioni di chilometri e arrivare al termine dell'avventura più estrema ed emozionante della Storia dell'Uomo.
Scritto da Alessandro Vietti con rara vivacità e profondità, Real Mars è un originale, irriverente, indimenticabile romanzo sui nostri tempi.
Nei prossimi giorni attiveremo la pagina dedicata al romanzo, con la possibilità di scaricare i primi capitoli dello stesso.
Real Mars sarà disponibile sul nostro sito e quindi in libreria a partire da lunedì 18 aprile.
Rimanete sintonizzati!
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18 gennaio 2016
Visioni: Revenant (2015)
La settimana scorsa, parlando di Macbeth, notavo come uno scenario reso in maniera straordinaria non è sufficiente a rendere memorabile un film. Sabato abbiamo visto Revenant e be', se in Macbeth il panorama era una bella cornice e un ottimo sfondo per una narrazione non perfettamente riuscita, lo scenario naturale che avvolge la vicenda narrata da Iñárritu diventa personaggio fondamentale nello sviluppo della storia, nel farsi protagonista tanto quanto bestie e uomini di un'epopea come da tempo non mi capitava di vedere.
Revenant è un western, e come tale deve fare i conti con un canone scolpito nella pietra. E Revenant è quindi retorico, semplice, diretto. Violento e appassionato come solo i migliori western riescono ad essere.
Di diverso e di memorabile Revenant ha un settore tecnico incredbilmente evoluto, capace di mescolare cgi e riprese dal vero in un modo mai visto prima (forse solo il precedente film di Iñárritu, Birdman, è stato capace di fare altrettanto, in un contesto peraltro completamente diverso).
Revenant è un film perfetto nella sua solidità, che sfrutta fino in fondo il talento dei due attori protagonisti, Leonardo "sguardo fisso" DiCaprio e Tom "occhi sfuggenti" Hardy, che mettono a disposizione del film il loro intero corpo, pelle, muscoli e sguardi, appunto, sia che non si perdano mai in chiacchiere - DiCaprio (sia prima che dopo l'intervento alla gola) - sia che sommergano i compagni di parole, ridondanti e prepotenti - Hardy.
Dicevo della retorica che permea tutta la pellicola. Retorica inevitabile, volendo girare un western canonico, ma retorica gestita benissimo dal regista, che la sfrutta per far procedere speditamente la storia (in questo senso è emblematica la scena dell'indiano impiccato) ed evidenziare senza soffermarcisi troppo sopra gli aspetti dovuti in un certo tipo di narrazione.
E dicevo anche della semplicità della storia, con una uomo che caccia un altro uomo per il più primitivo dei motivi. Quel che è tutt'altro che semplice è il ritmo e la cadenza del racconto, che si regge in equilibrio perfetto sulla continua triangolazione tra uomini, natura e immaginazione, con i primi rappresentati con tratti esasperati nella loro essere monotoni e monolitici nelle esigenze e nei desideri; la seconda a porsi come continuo limite da superare, esprimendosi in un linguaggio che è indispensabile conoscere per potervi sopravvivere; e infine l'immaginazione: che siano sogni o ricordi, l'immaginazione lavora, nonostante tutto, per fornire scopi e risorse a un uomo altrimenti perduto, a regalare un angolo riparato in cui trascorrere la notte.
Revenant è un film durissimo che non fa sconti a nessuno, che fa pagare con gli interessi allo spettatore la sofferenza percepibile in ogni secondo di film girato. Ed è proprio questa la sua grandezza: Revenant è un film popolare, nel senso migliore del termine, con alla regia un uomo perfettamente consapevole del potere del cinema, che esce vincente dalla sfida proprio perché non scende ai compromessi di tutti quei cosiddetti blockbuster d'autore in cui siamo incappati negli ultimi anni (ogni riferimento a Christopher Nolan è voluto).
Andatelo a vedere, che un film del genere è capace di riconciliarti da solo con buona parte del cinema popolare contemporaneo.
…
12 gennaio 2016
Visioni: Macbeth (2015)
Perché il Macbeth di Justin Kurzel è indubbiamente bello, ma nel giudizio complessivo questa è semmai un'aggravante, non una giustificazione.
Macbeth è la tragedia shakespeariana sul tradimento, una storia che esplora alcuni degli aspetti più sordidi dell'animo umano. Una storia che più nera di così è difficile immaginarla.
La lettura che ne da Kurzel punta tutto su effetti speciali e carisma attoriale, per una messsa in scena che non brilla per una qualche originale scelta narrativa, ma solo per i colori dello scenario e per gli sguardi e la preesenza di un Michael Fassbender in stato di grazia.
E potrebbe anche funzionare, dopotutto non è che la vicenda di Macbeth sia poi così complessa. Per dire, l'utilizzo delle Norne è efficace (ma perché cinque?), ìasciare a loro il compito di essere l'unico motore della vicenda un po' meno.
Idem per Lady Macbeth. Marion Cotillard è convincente nelle prime scene in cui compare: la sua cattiveria è evidente, come credibile è il suo riuscito tentativo di corrompere il marito. Ma poi che succede alla regina? Perché da perfida istigatrice di ogni malvagità si trasforma in un agnellino paziente, con tanto di occhioni tristi?
Emblematica dello scarso equilibrio che caratterizza questa produzione è la scena del banchetto mancato, che ho trovato quasi imbarazzante: Macbeth che chiacchiera amabilmente con gli assassini del fido Banquo in mezzo alla folla degli ospiti, mentre il richiamo della regina al brindisi si ripete quanto? Quattro, cinque volte? e gli ospiti che alla fine se ne vanno digiuni. Poi per fortuna c'è il fantasma di Banquo che salva in extremis il bilancio complessiva del momento, ma arriva un po' tardi, con l'affanno.
Nonostante i difetti, non sono uscito del tutto deluso dalla visione. Forse le mie aspettative erano davvero troppo alte, e il film, come dicevo sopra, è visivamente davvero bello, tanto che m'ha quasi convinto a ritornare in Scozia (come se ci fosse bisogno di un film!). E Michael Fassbender offre un interpretazione di Macbeth davvero entusiasmante, prestando sguardo e corpo in progressivo disfacimento a un personaggio che ora non potrò più pensare reso altrimenti. Considerate poi che io non ho questa gran dimestichezza con l'opera shakespeariana, e quindi il mio giudizio è viziato da una certa distanza di fondo.
Ma tant'è, a voi è piaciuto?
…
03 gennaio 2016
Letture: il meglio del 2015 - seconda parte
Buon anno a tutti!
Ecco la seconda parte della lista delle mie migliori letture del 2015.
Qui non si parla di fantascienza ma di tutto il resto della produzione letteraria che mi è capitata per le mani negli scorsi dodici mesi.
In effetti l'anno appena trascorso è stato uno dei più miseri come quantità di letture, le cause sono quelle che citavo nel post precedente: Zona 42 mi ha fatto diventare un lettore per lavoro, che tra i libri letti sperando di poterli un giorno pubblicare, quelli letti perché qualche autore ce li ha inviati con la speranza di essere pubblicato e le numerose (ri)letture causa revisione dei libri che abbiamo pubblicato, il tempo da dedicare ai libri in attesa magari da anni sull'apposito scaffale si è sempre più ridotto.
Comunque sia andata qualche buon libro l'ho pur letto e se ne segnalo solo due, non vuol dire che non ci sia spazio per qualche altro suggerimento, magari più controverso, ma su cui mi piacerebbe confrontarmi con altri lettori.
I miei due libri dell'anno sono stati, in ordine di lettura Nel mondo a venire, di Ben Lerner, e Siamo tutti completamente fuori di noi, di Karen Joy Fowler.
Nel mondo a venire racconta di come tutti i tempi possibili siano lì, a disposizione della nostra vita, di come navigare tra presente, passato e futuro sia opera eminentemente letteraria, di come la nostra vita si incastri quasi casualmente tra i vettori del tempo e di come le altre persone, le altre storie, siano tanto indispensabili quanto inutili se non inserite nella nostra personale narrazione.
Ben Lerner racconta la vita del suo alter ego letterario, tra crisi, viaggi, scelte e ricordi, e se riesce a coinvolgere il lettore lo fa grazie a uno stile ricco e terso allo stesso tempo, con la scelta vincente di guardare soprattutto al mondo là fuori invece di intrattenersi nell'esame del proprio ombelico. A metà strada tra Jonathan Lethem e il West, Nel mondo a venire è un romanzo stupefacente per la quantità di suggestioni che porta con sé.
Siamo tutti completamente fuori di noi, è un romanzo strano, difficile parlarne senza rovinare la sopresa al lettore che voglia avventurarcisi. Perché quel che parte come una storia di famiglia in crisi (i figli partono, le mamme invecchiano…) si trasforma in qualcos'altro, man mano che si rivelano origini e conseguenze del mistero che sta alla base del romanzo (una sorella scomparsa).
Karen Joy Fowler condisce la storia di personaggi sfuggevoli e situazioni precarie e di improvvisi momenti di candida introspezione, tanto che il lettore (questo lettore) è costantemente spiazzato dal contenuto del romanzo che sembra essere sempre a un passo da un rivelazione definitiva. Tra le righe ci sono e succedono un sacco di cose interessanti, c'è tanta scienza (intesa come ragionamento su, piuttosto che come contenuti scientifici veri e propri), c'è una famiglia allo sbando per quelli che si scoprono essere i motivi sbagliati, c'è il raggiungimento di una consapevolezza che suona tanto amara quanto consolatoria.
Un gran bel romanzo insomma, profondo e sorprendente.
Se i due titoli qui sopra rappresentano senza dubbio le migliori letture dell'anno, devo citare anche quelle che si son rivelate più o meno deludenti. Si tratta di due autori americani le cui opere precedenti ho apprezzato assai e di un autore italiano, che non conoscevo, ma dal cui romanzo mi aspettavo qualcosa di diverso, di meglio.
Tra i contemporanei Jonathan Lethem è forse l'autore americano che amo di più, nel blog ho parlato spesso e volentieri dei suoi libri, di come abbia ritrovato nella sua scrittura una certa sintonia di vsione, una comunanza di interessi. I giardini dei dissidenti è il suo primo romanzo in cui non sono riuscito a entrare, l'ho trovato distante e fuori fuoco, concentrato come mi è parso sul chi (con personaggi sovracarichi di personalità, storie, suggestioni e manie) perdendo per strada il come, il perché, il cosa. E per un romanzo che vuole dichiaratamente percorrere la storia dei gruppi alternativi al potere americano mi pare difetto piuttosto sostanzioso. Poi certo, il romanzo si legge che è un piacere, perché Lethem rimane uno dei migliori scrittori sulla piazza. però ecco, mi aspettavo qualcosa di più.
Per Dave Eggers non ho mai nutrito lo stesso entusiasmo ma per me rimane comunque un autore importante, che qualche suo libro mi ha davvero colpito. Non posso dire lo stesso de Il Cerchio, romanzo che affronta temi importanti per la nostra contemporaneitò, ma che risulta schiacciato dall'intento pedagogico dell'autore. Di questo romanzo ho parlato in maniera un pochino pià approfondità qui.
Altro romanzo interessante letto negli ultimi mesi, ma che non è riuscito a convincermi del tutto, è XXI Secolo di Paolo Zardi. In questo caso credo che i problemi di sintonia col romanzo siano dipesi più dalle mie aspettative che non da difetti intrinseci al testo di Zardi. A leggere la presentazione del libro mi aspettavo un testo dalla forte componente distopica, una storia calata in un contesto di crisi che raccontasse la nostra reazione, o il nostro adattamento, a tempi ancora pià grigi di quelli che stiamo vivendo. Purtroppo (dal mio punto di vista) XXI Secolo è solo il racconto di una crisi personale, con il mondo in disfacimento in cui è calata la storia poco più che una nota di colore a caratterizzare in maniera ancora più esplicita la situazione del protagonista.
Ultima nota sullo stato del blog. Come già detto più volte, mantenere vivo e attivo il blog è compito superiore alle mie possibilità attuali. Scrivere qui dentro mi manca però molto, per cui non è detto che non riesca a ritagliarmi qualche istante per qualche nota sulle letture future, che per me non c'è nulla come ripensare per iscritto a quanto letto per scoprire aspetti nuovi, sia nel testo in questione sia nel mio approccio alla lettura. Non prometto nulla, e voi non trattenete il respiro nell'attesa di un nuovo post, ma è una cosa a cui tengo parecchio. Speriamo di risentirci presto!
…
Ecco la seconda parte della lista delle mie migliori letture del 2015.
Qui non si parla di fantascienza ma di tutto il resto della produzione letteraria che mi è capitata per le mani negli scorsi dodici mesi.
In effetti l'anno appena trascorso è stato uno dei più miseri come quantità di letture, le cause sono quelle che citavo nel post precedente: Zona 42 mi ha fatto diventare un lettore per lavoro, che tra i libri letti sperando di poterli un giorno pubblicare, quelli letti perché qualche autore ce li ha inviati con la speranza di essere pubblicato e le numerose (ri)letture causa revisione dei libri che abbiamo pubblicato, il tempo da dedicare ai libri in attesa magari da anni sull'apposito scaffale si è sempre più ridotto.
Comunque sia andata qualche buon libro l'ho pur letto e se ne segnalo solo due, non vuol dire che non ci sia spazio per qualche altro suggerimento, magari più controverso, ma su cui mi piacerebbe confrontarmi con altri lettori.
I miei due libri dell'anno sono stati, in ordine di lettura Nel mondo a venire, di Ben Lerner, e Siamo tutti completamente fuori di noi, di Karen Joy Fowler.
Nel mondo a venire racconta di come tutti i tempi possibili siano lì, a disposizione della nostra vita, di come navigare tra presente, passato e futuro sia opera eminentemente letteraria, di come la nostra vita si incastri quasi casualmente tra i vettori del tempo e di come le altre persone, le altre storie, siano tanto indispensabili quanto inutili se non inserite nella nostra personale narrazione.Ben Lerner racconta la vita del suo alter ego letterario, tra crisi, viaggi, scelte e ricordi, e se riesce a coinvolgere il lettore lo fa grazie a uno stile ricco e terso allo stesso tempo, con la scelta vincente di guardare soprattutto al mondo là fuori invece di intrattenersi nell'esame del proprio ombelico. A metà strada tra Jonathan Lethem e il West, Nel mondo a venire è un romanzo stupefacente per la quantità di suggestioni che porta con sé.
Siamo tutti completamente fuori di noi, è un romanzo strano, difficile parlarne senza rovinare la sopresa al lettore che voglia avventurarcisi. Perché quel che parte come una storia di famiglia in crisi (i figli partono, le mamme invecchiano…) si trasforma in qualcos'altro, man mano che si rivelano origini e conseguenze del mistero che sta alla base del romanzo (una sorella scomparsa).Karen Joy Fowler condisce la storia di personaggi sfuggevoli e situazioni precarie e di improvvisi momenti di candida introspezione, tanto che il lettore (questo lettore) è costantemente spiazzato dal contenuto del romanzo che sembra essere sempre a un passo da un rivelazione definitiva. Tra le righe ci sono e succedono un sacco di cose interessanti, c'è tanta scienza (intesa come ragionamento su, piuttosto che come contenuti scientifici veri e propri), c'è una famiglia allo sbando per quelli che si scoprono essere i motivi sbagliati, c'è il raggiungimento di una consapevolezza che suona tanto amara quanto consolatoria.
Un gran bel romanzo insomma, profondo e sorprendente.
Se i due titoli qui sopra rappresentano senza dubbio le migliori letture dell'anno, devo citare anche quelle che si son rivelate più o meno deludenti. Si tratta di due autori americani le cui opere precedenti ho apprezzato assai e di un autore italiano, che non conoscevo, ma dal cui romanzo mi aspettavo qualcosa di diverso, di meglio.
Tra i contemporanei Jonathan Lethem è forse l'autore americano che amo di più, nel blog ho parlato spesso e volentieri dei suoi libri, di come abbia ritrovato nella sua scrittura una certa sintonia di vsione, una comunanza di interessi. I giardini dei dissidenti è il suo primo romanzo in cui non sono riuscito a entrare, l'ho trovato distante e fuori fuoco, concentrato come mi è parso sul chi (con personaggi sovracarichi di personalità, storie, suggestioni e manie) perdendo per strada il come, il perché, il cosa. E per un romanzo che vuole dichiaratamente percorrere la storia dei gruppi alternativi al potere americano mi pare difetto piuttosto sostanzioso. Poi certo, il romanzo si legge che è un piacere, perché Lethem rimane uno dei migliori scrittori sulla piazza. però ecco, mi aspettavo qualcosa di più.
Per Dave Eggers non ho mai nutrito lo stesso entusiasmo ma per me rimane comunque un autore importante, che qualche suo libro mi ha davvero colpito. Non posso dire lo stesso de Il Cerchio, romanzo che affronta temi importanti per la nostra contemporaneitò, ma che risulta schiacciato dall'intento pedagogico dell'autore. Di questo romanzo ho parlato in maniera un pochino pià approfondità qui.Altro romanzo interessante letto negli ultimi mesi, ma che non è riuscito a convincermi del tutto, è XXI Secolo di Paolo Zardi. In questo caso credo che i problemi di sintonia col romanzo siano dipesi più dalle mie aspettative che non da difetti intrinseci al testo di Zardi. A leggere la presentazione del libro mi aspettavo un testo dalla forte componente distopica, una storia calata in un contesto di crisi che raccontasse la nostra reazione, o il nostro adattamento, a tempi ancora pià grigi di quelli che stiamo vivendo. Purtroppo (dal mio punto di vista) XXI Secolo è solo il racconto di una crisi personale, con il mondo in disfacimento in cui è calata la storia poco più che una nota di colore a caratterizzare in maniera ancora più esplicita la situazione del protagonista.
Ultima nota sullo stato del blog. Come già detto più volte, mantenere vivo e attivo il blog è compito superiore alle mie possibilità attuali. Scrivere qui dentro mi manca però molto, per cui non è detto che non riesca a ritagliarmi qualche istante per qualche nota sulle letture future, che per me non c'è nulla come ripensare per iscritto a quanto letto per scoprire aspetti nuovi, sia nel testo in questione sia nel mio approccio alla lettura. Non prometto nulla, e voi non trattenete il respiro nell'attesa di un nuovo post, ma è una cosa a cui tengo parecchio. Speriamo di risentirci presto!
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29 dicembre 2015
Letture: il meglio del 2015 - prima parte
Proviamo a rianimare il blog con il consueto post riassuntivo delle migliori letture dell'anno. L'idea è di dividere l'elenco in due parti, la prima dedicata alle letture fantascientifiche, la seconda a tutti gli altri libri meno categorizzabili in un genere specifico.
Una premessa d'obbligo prima di partire. L'anno scorso è partito il progetto Zona 42. Essere diventato editore è una grande soddisfazione, ma comporta dei vincoli, soprattutto quando mi trovo a parlare di libri che rientrano nel nostro panorama editoriale. Non troverete quindi nell'elenco che segue quei libri che per un motivo o per l'altro non mi sono piaciuti, né quei titoli che magari ho molto apprezzato ma per i quali non siamo ancora certi di riuscire a proporre un'edizione Zona 42 nel prossimo futuro.
…
Sono due i titoli fantascientifici che più mi hanno entusiasmato nel corso del 2015.
Il primo è Embassytown di China Miéville, che con questo romanzo offre ai lettori il titolo più propriamente fantascientifico della sua produzione. Embassytown parte come la più classica delle space opera, per poi trasformarsi in una storia di incontri, scontri e rivelazioni con al centro una profonda e originale indagine sull'uso della lingua e della parola come strumento di potere, come dipendenza, come mezzo privilegiato di comunicazione esclusiva ed escludente. Per la prima volta nella mia esperienza con lo scrittore inglese i personaggi del romanzo risultano pienamente compiuti, e lo sviluppo della trama ha un ritmo, una coerenza e un'efficacia esemplare.
Come Zona 42 ci sarebbe piaciuto molto proporre Embassytown ai lettori italiani, sembrava infatti che Fanucci (l'editore italiano di Mieville) non fosse più interessato all'autore inglese. Abbiamo poi scoperto che il romanzo è effettivamente in traduzione per la casa edtrice romana, che mi auguro lo pubblichi al più presto.
L'altro romanzo capace di entusiasmarmi come solo di rado mi succede è stato Elysium, di Jennifer Marie Brissett. Il libro dell'autrice anglo-giamaicana ha tutte le caratteristiche che mi appassionano nella migliore fantascienza: un ambientazione che si dispiega piena di mistero e meraviglia man mano che si procede nella lettura; una notevole densità di idee che rimescolano abilmente i canoni del genere; una scrittura dei personaggi spericolata per i rischi che l'autrice si prende e che risulta tanto ambiziosa quanto riuscita; una storia capace di emozionare e insieme di riflettere in maniera mai banale sulle relazioni che ci legano agli altri, su cosa definisce la nostra identità, sul rapporto che abbiamo con la nostra storia individuale e collettiva.
Sono molto orgoglioso di poter dire che Zona 42 pubblicherà prossimamente questo formidabile romanzo.
…
Se i due romanzi qui sopra rappresentano senza alcun dubbio le migliori letture di genere dell'anno, i titoli che seguono sono anch'essi degni di nota.
Partiamo dall'Italia, che se c'è un libro che mi ha sorpreso positivamente negli ultimi mesi questo è senza dubbio My Little Moray Eel, romanzo autoprodotto di Lucia Patrizi, che nonostante il titolo in lingua inglese è totalmente italiano, per l'ambientazione, i personaggi e le suggestioni.
My Little Moray Eel si sviluppa su due piani temporali, raccontando da un punto di vista periferico di uno scontro di civiltà e delle sue conseguenze. Lucia Patrizi sceglie di adottare la prospettiva parziale di una ragazza che si trova suo malgrado coinvolta in una vicenda troppo grande per lei. L'autrice è abilissima a mantenere sempre alta la tensione narrativa, dosando con maestria ed equilibrio gli scorci della crisi globale con quelli assai più personali della vita della protagonista, che sebbene abbia trovato a tratti insopportabile nella sua incarnazione più giovane, è perfetta nel suo indesiderato ruolo di ponte tra due mondi.
Ho aspettato parecchio tempo prima di leggere Zero History, di William Gibson. La delusione di Guerreros mi ha tenuto giustamente lontano dai suoi libri. Ma Gibson è pur sempre Gibson, un autore che gode di una linea di credito privilegiata con il sottoscritto e quindi, seppur con qualche anno di ritardo, eccomi a parlare di quello che è al momento il suo ultimo romanzo pubblicato in italiano.
Per Zero History vale la regola gibsoniana dei libri dispari (se avete qualche dubbio controllate la sua bibliografia), che questo romanzo è decisamente meglio del precedente. Come in Guerreros anche qui c'è l'ormai consueta carrellata di spazi e gadget over the top, la ricorrente freddezza di luoghi e situazioni, ma stavolta ci sono personaggi che hanno un'anima e una storia che si fa leggere, con uno sviluppo e una conclusione che non delude il lettore. La fantascienza nel romanzo è più nelle atmosfere del racconto che non nell'effettiva presenza di idee originali o situazioni innovative, ma se non altro Gibson conferma di non aver perso la presa su un presente che ha contribuito a plasmare.
…
Le ultime due citazioni in questo personale elenco di buone letture vanno a La ragazza che sapeva troppo di M.R. Carey, e a Europe in Autumn di Dave Hutchinson.
Nonostante si collochi nell'ormai abusato filone dell'apocalisse zombie La ragazza che sapeva troppo riesce a distinguersi per un uso consapevole dei cliché del genere, per il ritmo che l'autore imprime alla narrazione e per la presenza di una protagonista che si fa ricordare. Ciliegina sulla torta l'innesto sulla classica trama zombie di un paio d'idee di stretta derivazione fantascientifica ottimamente
sfruttate, che donano al romanzo quel livello di lettura in più. La ragazza che sapeva troppo non è certo un capolavoro, ma tra le letture leggere dell'anno è quella che più mi ha impressionato.
Europe in Autumn è invece un romanzo solo parzialmente riuscito, ma si merita la segnalazione per l'originalità dell'ambientazione e una sorprendente svolta nella vicenda che ha l'unico difetto di arrivare troppo avanti nel complesso della storia. Il romanzo di Hutchinson (il primo di una trilogia) si svolge in un'Europa del prossimo futuro che sta vivendo una disintegrazione delle entità nazionali, con micronazioni che sorgono, si definiscono e lottano con i vicini. In questo scenario si muove una misteriosa organizzazione di corrieri che facilita il passaggio dei confini a merci e persone. Il protagonista, un ex-cuoco estone emigrato per lavoro in Polonia, si troverà ad affrontare varie avventure prima di trovarsi coinvolto in un mistero che coinvolge l'intero continente.
Il romanzo m'è parso difettoso per la sua frammentazione e per la fatica con cui giunge finalmente al suo punto focale, ma la ricchezza e il dettaglio dell'ambiente in cui si svolge sono un valido contraltare ai punti deboli che lo caratterizzano.
Questo è tutto per quanto riguarda le mie migliori letture fantascientifiche dell'anno. Le vostre quali sono state?
…
Una premessa d'obbligo prima di partire. L'anno scorso è partito il progetto Zona 42. Essere diventato editore è una grande soddisfazione, ma comporta dei vincoli, soprattutto quando mi trovo a parlare di libri che rientrano nel nostro panorama editoriale. Non troverete quindi nell'elenco che segue quei libri che per un motivo o per l'altro non mi sono piaciuti, né quei titoli che magari ho molto apprezzato ma per i quali non siamo ancora certi di riuscire a proporre un'edizione Zona 42 nel prossimo futuro.
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Sono due i titoli fantascientifici che più mi hanno entusiasmato nel corso del 2015.
Il primo è Embassytown di China Miéville, che con questo romanzo offre ai lettori il titolo più propriamente fantascientifico della sua produzione. Embassytown parte come la più classica delle space opera, per poi trasformarsi in una storia di incontri, scontri e rivelazioni con al centro una profonda e originale indagine sull'uso della lingua e della parola come strumento di potere, come dipendenza, come mezzo privilegiato di comunicazione esclusiva ed escludente. Per la prima volta nella mia esperienza con lo scrittore inglese i personaggi del romanzo risultano pienamente compiuti, e lo sviluppo della trama ha un ritmo, una coerenza e un'efficacia esemplare.
Come Zona 42 ci sarebbe piaciuto molto proporre Embassytown ai lettori italiani, sembrava infatti che Fanucci (l'editore italiano di Mieville) non fosse più interessato all'autore inglese. Abbiamo poi scoperto che il romanzo è effettivamente in traduzione per la casa edtrice romana, che mi auguro lo pubblichi al più presto.
L'altro romanzo capace di entusiasmarmi come solo di rado mi succede è stato Elysium, di Jennifer Marie Brissett. Il libro dell'autrice anglo-giamaicana ha tutte le caratteristiche che mi appassionano nella migliore fantascienza: un ambientazione che si dispiega piena di mistero e meraviglia man mano che si procede nella lettura; una notevole densità di idee che rimescolano abilmente i canoni del genere; una scrittura dei personaggi spericolata per i rischi che l'autrice si prende e che risulta tanto ambiziosa quanto riuscita; una storia capace di emozionare e insieme di riflettere in maniera mai banale sulle relazioni che ci legano agli altri, su cosa definisce la nostra identità, sul rapporto che abbiamo con la nostra storia individuale e collettiva.
Sono molto orgoglioso di poter dire che Zona 42 pubblicherà prossimamente questo formidabile romanzo.
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Se i due romanzi qui sopra rappresentano senza alcun dubbio le migliori letture di genere dell'anno, i titoli che seguono sono anch'essi degni di nota.
Partiamo dall'Italia, che se c'è un libro che mi ha sorpreso positivamente negli ultimi mesi questo è senza dubbio My Little Moray Eel, romanzo autoprodotto di Lucia Patrizi, che nonostante il titolo in lingua inglese è totalmente italiano, per l'ambientazione, i personaggi e le suggestioni.
My Little Moray Eel si sviluppa su due piani temporali, raccontando da un punto di vista periferico di uno scontro di civiltà e delle sue conseguenze. Lucia Patrizi sceglie di adottare la prospettiva parziale di una ragazza che si trova suo malgrado coinvolta in una vicenda troppo grande per lei. L'autrice è abilissima a mantenere sempre alta la tensione narrativa, dosando con maestria ed equilibrio gli scorci della crisi globale con quelli assai più personali della vita della protagonista, che sebbene abbia trovato a tratti insopportabile nella sua incarnazione più giovane, è perfetta nel suo indesiderato ruolo di ponte tra due mondi.
Ho aspettato parecchio tempo prima di leggere Zero History, di William Gibson. La delusione di Guerreros mi ha tenuto giustamente lontano dai suoi libri. Ma Gibson è pur sempre Gibson, un autore che gode di una linea di credito privilegiata con il sottoscritto e quindi, seppur con qualche anno di ritardo, eccomi a parlare di quello che è al momento il suo ultimo romanzo pubblicato in italiano.
Per Zero History vale la regola gibsoniana dei libri dispari (se avete qualche dubbio controllate la sua bibliografia), che questo romanzo è decisamente meglio del precedente. Come in Guerreros anche qui c'è l'ormai consueta carrellata di spazi e gadget over the top, la ricorrente freddezza di luoghi e situazioni, ma stavolta ci sono personaggi che hanno un'anima e una storia che si fa leggere, con uno sviluppo e una conclusione che non delude il lettore. La fantascienza nel romanzo è più nelle atmosfere del racconto che non nell'effettiva presenza di idee originali o situazioni innovative, ma se non altro Gibson conferma di non aver perso la presa su un presente che ha contribuito a plasmare.
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Le ultime due citazioni in questo personale elenco di buone letture vanno a La ragazza che sapeva troppo di M.R. Carey, e a Europe in Autumn di Dave Hutchinson.
Nonostante si collochi nell'ormai abusato filone dell'apocalisse zombie La ragazza che sapeva troppo riesce a distinguersi per un uso consapevole dei cliché del genere, per il ritmo che l'autore imprime alla narrazione e per la presenza di una protagonista che si fa ricordare. Ciliegina sulla torta l'innesto sulla classica trama zombie di un paio d'idee di stretta derivazione fantascientifica ottimamente
sfruttate, che donano al romanzo quel livello di lettura in più. La ragazza che sapeva troppo non è certo un capolavoro, ma tra le letture leggere dell'anno è quella che più mi ha impressionato.
Europe in Autumn è invece un romanzo solo parzialmente riuscito, ma si merita la segnalazione per l'originalità dell'ambientazione e una sorprendente svolta nella vicenda che ha l'unico difetto di arrivare troppo avanti nel complesso della storia. Il romanzo di Hutchinson (il primo di una trilogia) si svolge in un'Europa del prossimo futuro che sta vivendo una disintegrazione delle entità nazionali, con micronazioni che sorgono, si definiscono e lottano con i vicini. In questo scenario si muove una misteriosa organizzazione di corrieri che facilita il passaggio dei confini a merci e persone. Il protagonista, un ex-cuoco estone emigrato per lavoro in Polonia, si troverà ad affrontare varie avventure prima di trovarsi coinvolto in un mistero che coinvolge l'intero continente.Il romanzo m'è parso difettoso per la sua frammentazione e per la fatica con cui giunge finalmente al suo punto focale, ma la ricchezza e il dettaglio dell'ambiente in cui si svolge sono un valido contraltare ai punti deboli che lo caratterizzano.
Questo è tutto per quanto riguarda le mie migliori letture fantascientifiche dell'anno. Le vostre quali sono state?
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30 novembre 2015
Letture: Il Cerchio, di Dave Eggers
Dave Eggers è diventato grande, e a forza di occuparsi di cose serie ha iniziato a preoccuparsi di quel che succede nel mondo, e probabilmente a volerlo cambiare. (Non lo vogliamo tutti? gli scrittori, soprattutto?)
Il Cerchio è un tassello importante in questo percorso che parte dall'Opera struggente di un formidabile genio, passa per Eravamo solo ragazzi in cammino e arriva nel cuore della California tecnologica, dove si progetta un futuro che, piaccia o meno, coinvolge noi tutti.
Eggers prende un'azienda ipotetica, una sorta di moloch futuro in cui convergono le caratteristiche di quelli che adesso sono gli assi portanti della nostra vita online, e porta alle estreme conseguenze le tendenze più sinistre (e al contempo più popolari, almeno per un certo tipi di utente) della gestione delle informazioni personali tanto care ai vari google o facebook di turno. Niente di particolarmente inquietante, a prima vista, ma che nella progressione romanzata della vicenda assume tinte decisamente più fosche e, ahinoi, decisamente realistiche.
Il Cerchio funziona molto bene come strumento di informazione e prevenzione di una catastrofe annunciata. Se Eggers si fosse limitato a scrivere un pamphlet di controinformazione sarebbe stato perfetto. Ma chi li legge, oggi, i pamphlet di controinformazione?
Nell'ottica politico/didattica che sembra guidare la sua tastiera, Eggers ha pensato bene di strutturare la sua denuncia in forma narrativa, innestando sul nucleo ideologico della vicenda personaggi e relazioni che, immagino, dovrebbero aiutare il lettore a immedesimarsi nel progressivo precipitare della situazione.
In questa prospettiva è comprensibile la scelta di un registro narrativo povero (pensando alle capacità compositive di Eggers, chiaro), a personaggi monolitici nel loro ruolo, a situazioni sempre in bilico tra farsa e tragedia, che purtroppo non si decidono mai a precipitare nel vuoto a cui sempre si accompagnano (purtoppo dal mio punto di vista, che avrei preferito un approccio più esplicito e diretto a certe relazioni, che nel romanzo si stemperano sempre in una comoda neutralità - penso a tutti i rapporti che Mae stringe o mantente, dall'amica, ai genitori, ai suoi partner).
Più di una volta mi son chiesto nel corso della lettura a chi fosse indirizzato questo romanzo, quale fosse il suo pubblico ideale. Non sono sicuro di volerlo davvero sapere, perché se mettersi a scrivere un romanzo che è l'epigono perfetto per il nuovo millennio di opere come 1984, è in un certo senso fondamentale, temo che la scrittura de Il Cerchio suoni troppo scontata e prevedibile per essere davvero allarmante, quasi che l'assuefazione che ormai abbiamo per certi strumenti ci avesse preparati al sonno della ragione cui sottende tutta la storia di Mae, e che il Cerchio sia ormai pronto a essere chiuso.
Siamo così lontani dal considerare la privacy un furto, o i segreti come bugie?
…
Il Cerchio è un tassello importante in questo percorso che parte dall'Opera struggente di un formidabile genio, passa per Eravamo solo ragazzi in cammino e arriva nel cuore della California tecnologica, dove si progetta un futuro che, piaccia o meno, coinvolge noi tutti.
Eggers prende un'azienda ipotetica, una sorta di moloch futuro in cui convergono le caratteristiche di quelli che adesso sono gli assi portanti della nostra vita online, e porta alle estreme conseguenze le tendenze più sinistre (e al contempo più popolari, almeno per un certo tipi di utente) della gestione delle informazioni personali tanto care ai vari google o facebook di turno. Niente di particolarmente inquietante, a prima vista, ma che nella progressione romanzata della vicenda assume tinte decisamente più fosche e, ahinoi, decisamente realistiche.
Il Cerchio funziona molto bene come strumento di informazione e prevenzione di una catastrofe annunciata. Se Eggers si fosse limitato a scrivere un pamphlet di controinformazione sarebbe stato perfetto. Ma chi li legge, oggi, i pamphlet di controinformazione?
Nell'ottica politico/didattica che sembra guidare la sua tastiera, Eggers ha pensato bene di strutturare la sua denuncia in forma narrativa, innestando sul nucleo ideologico della vicenda personaggi e relazioni che, immagino, dovrebbero aiutare il lettore a immedesimarsi nel progressivo precipitare della situazione.
In questa prospettiva è comprensibile la scelta di un registro narrativo povero (pensando alle capacità compositive di Eggers, chiaro), a personaggi monolitici nel loro ruolo, a situazioni sempre in bilico tra farsa e tragedia, che purtroppo non si decidono mai a precipitare nel vuoto a cui sempre si accompagnano (purtoppo dal mio punto di vista, che avrei preferito un approccio più esplicito e diretto a certe relazioni, che nel romanzo si stemperano sempre in una comoda neutralità - penso a tutti i rapporti che Mae stringe o mantente, dall'amica, ai genitori, ai suoi partner).
Più di una volta mi son chiesto nel corso della lettura a chi fosse indirizzato questo romanzo, quale fosse il suo pubblico ideale. Non sono sicuro di volerlo davvero sapere, perché se mettersi a scrivere un romanzo che è l'epigono perfetto per il nuovo millennio di opere come 1984, è in un certo senso fondamentale, temo che la scrittura de Il Cerchio suoni troppo scontata e prevedibile per essere davvero allarmante, quasi che l'assuefazione che ormai abbiamo per certi strumenti ci avesse preparati al sonno della ragione cui sottende tutta la storia di Mae, e che il Cerchio sia ormai pronto a essere chiuso.
Siamo così lontani dal considerare la privacy un furto, o i segreti come bugie?
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20 ottobre 2015
Cose che Zona 42 ha fatto a Stranimondi, cose che Zona 42 farà in futuro.
Questo post compare in mirror sul sito di Zona 42. Lo posto anche qui per permettere ai passanti di esprimere la loro opinione nello spazio commenti. Buona lettura!

La prima edizione di STRANIMONDI si è conclusa con un successo che ha superato ogni aspettativa. Poterci annoverare tra coloro che hanno contribuito a organizzare l'evento è per noi motivo d'orgoglio.
Ma cos'abbiamo combinato durante la due giorni milanese?
Il ricordo più vivido è quello di un sacco di chiacchiere davanti al nostro stand. Incontrare le decine di appassionati che son passati a trovarci è stata un esperienza formidabile, capace da sola di darci il senso e le dimensioni di quello che stiamo tentando di fare. Vedere il generale apprezzamento (se non l'entusiasmo) che circonda le nostre proposte librarie è stato davvero gratificante, e se dovesse mai mancarci la motivazione per proseguire nel nostro lavoro, bé, basterà ripensare alle parole dei lettori per ritrovare nuovo slancio.

Detto questo, parliamo di quel che è successo a Milano, ovvero dei due appuntamenti ufficiali che riguardavano Zona 42.
Sabato pomeriggio abbiamo presentato Dimenticami Trovami Sognami in compagnia dell'autore Andrea Viscusi alla platea di Stranimondi. Ci era già capitato di presentare il romanzo in varie occasioni, ma mai ci saremmo aspettati una tale risposta dal pubblico: parlare di DTS davanti a una sala gremita è stato davvero emozionante.
E sono sicuro che se anche avessimo avuto 2 ore invece dei 30 minuti a nostra disposizione non ci saremmo proprio annoiati vista la disponibilità e la voglia di partecipazione che ci ha dimostrato il pubblico.
Domenica mattina abbiamo invece avuto l'onore di avere con noi tutti i traduttori che hanno lavorato con Zona 42 in questi primi mesi di attività: Silvia Castoldi e Marco Passarello che hanno tradotti Il Sole dei soli e Regina del Sole, Chiara Reali che ha tradotto Desolation Road, Pashazade ed Effendi, Marco Piva che ha tradotto Arresto di sistema. Erano con noi per presentare gli ultimi romanzi usciti e, soprattutto, per parlare di quel che ci attende per il prossimo anno.

Il programma editoriale 2016 di Zona 42 è praticamente definito (dobbiamo solo chiarirci le idee riguardo all'eventualità di far uscire un nuovo romanzo italiano). Nel corso dei prossimi mesi pubblicheremo la conclusione della trilogia di Virga di Karl Schroeder (Sole pirata, probabile uscita tarda primavera 2016) e della trilogia arabesca di Jon Courtenay Grimwood (Fellahin, probabile uscita estate 2016). Insieme a questi due volumi arriveranno - finalmente! - i romanzi di due autrici finora inedite in Italia: Tricia Sullivan, americana che vive in Gran Bretagna ormai da parecchi anni, e Jennifer Marie Brissett, anglo-giamaicana, che però risiede dall'età di quattro anni negli Stati Uniti. Parliamo dunque di questi due titoli che rappresentano la vera novità per quanto riguarda le nostre proposte: a inizio anno pubblicheremo Maul, di Tricia Sullivan, per poi proporvi, in autunno, Elysium, di Jennifer Marie Brissett.
Ma come siamo arrivati a scegliere questi due titoli?
Era dall'inizio del nostro percorso editoriale che cercavamo un'autrice da poter affiancare agli autori che abbiamo pubblicato finora. Purtoppo le nostre scelte di allora non sono andate a buon fine: diritti esclusivi in mano ad altri editori, gare perse all'ultimo euro, tempi lunghi per avere risposte certe…
Ci siamo quindi messi al lavoro per trovare qualche altro titolo che presentasse quelle caratteristiche per noi fondamentali in un romanzo di fantascienza: un testo che fosse pieno di sense of wonder, capace di riflettere sulla contemporaneità e trasportare il lettore in una realtà altra, intrattenendolo dalla prima all'ultima pagina con una scrittura che si facesse ricordare.
La ricerca è stata lunga e meticolosa. Alla fine ci siamo trovati con almeno una manciata di romanzi davvero ottimi. Tra questi ne abbiamo scartato qualcuno per le dimensioni, altri perché secondo noi mal si prestavano a una trasposizione italiana. Siamo rimasti con i due titoli citati, che vi andiamo a presentare qui di seguito.
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Maul di Tricia Sullivan è stato segnalato dalla critica fantascientifica anglosassone come uno dei migliori romanzi di fantascienza femminile scritti dopo il 2000.
È arrivato in finale ai premi Tiptree, Clarke e BSFA, e ha ricevuto commenti entusiasti da più di un autore di genere (tra i tanti segnaliamo la recensione di Justina Robson sul Guardian). Charles Stross ha scritto a proposito di Tricia Sullivan e di Maul: "I first met Tricia's writing with "Maul" back in 2005, which had the most memorably mind-warping opening sequence of any book I read that year; she's one of the most interesting new SF authors to arrive on the British SF/F publishing scene this century".
Maul racconta di uno scontro tra gang di ragazze lungo i corridoi di un centro commerciale, mentre parallelamente si snoda la vicenda di un uomo prigioniero di un laboratorio di ricerca, costretto a combattere una disperata battaglia contro un virus che potrebbe cambiare la storia di un'umanità appena sopravvissuta a un'epidemia che ha sterminato la maggior parte della popolazione maschile.
Maul è un romanzo che gioca con i luoghi comuni, viaggia a velocità supersonica e mescola abilmente la riflessione sul ruolo dei generi con un tasso d'azione che è difficile trovare gestito con tale abilità a questi livelli.
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Elysium, di Jennifer Marie Brissett è invece una novità assoluta. Pubblicato l'anno scorso negli Stati Uniti, ha fruttato all'autrice una menzione d'onore al Premio Philip K. Dick oltre a una candidatura tra i finalisti del Premio Locus (forse il più rappresentativo premio conferito dalla critica negli Stati Uniti).
Elysium è un romanzo straordinario per come riesce a coniugare alcuni temi tipici della fantascienza a una storia di profonda umanità. Il talento dell'autrice risalta nella qualità della scrittura e nel modo estremamente originale con cui gestisce il racconto, tenendo il focus della vicenda sulla relazione tra i due personaggi principali, sviluppando un discorso sull'identità, l'individuo e la Storia, con risultati narrativi davvero sorprendenti.
Elysium ha ricevuto recensioni entusiaste dai più diversi lettori. Tra tutte segnaliamo quella di Paul di Filippo (autore piuttosto noto anche qui in Italia), pubblicata da Locus.
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Terminata questa rapida carrellata sulle novità che ci riguardano, chiudiamo il post con un ultimo sentito ringraziamento a tutti coloro che son passati a trovarci a Milano. Con la promessa che faremo di tutto perché STRANIMONDI abbia un seguito l'anno prossimo.
(Un ringraziamo speciale a Luca Cresta, che ha scattato le foto di Stranimondi che vedete qui sopra.)
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La prima edizione di STRANIMONDI si è conclusa con un successo che ha superato ogni aspettativa. Poterci annoverare tra coloro che hanno contribuito a organizzare l'evento è per noi motivo d'orgoglio.
Ma cos'abbiamo combinato durante la due giorni milanese?
Il ricordo più vivido è quello di un sacco di chiacchiere davanti al nostro stand. Incontrare le decine di appassionati che son passati a trovarci è stata un esperienza formidabile, capace da sola di darci il senso e le dimensioni di quello che stiamo tentando di fare. Vedere il generale apprezzamento (se non l'entusiasmo) che circonda le nostre proposte librarie è stato davvero gratificante, e se dovesse mai mancarci la motivazione per proseguire nel nostro lavoro, bé, basterà ripensare alle parole dei lettori per ritrovare nuovo slancio.
Detto questo, parliamo di quel che è successo a Milano, ovvero dei due appuntamenti ufficiali che riguardavano Zona 42.
Sabato pomeriggio abbiamo presentato Dimenticami Trovami Sognami in compagnia dell'autore Andrea Viscusi alla platea di Stranimondi. Ci era già capitato di presentare il romanzo in varie occasioni, ma mai ci saremmo aspettati una tale risposta dal pubblico: parlare di DTS davanti a una sala gremita è stato davvero emozionante.
E sono sicuro che se anche avessimo avuto 2 ore invece dei 30 minuti a nostra disposizione non ci saremmo proprio annoiati vista la disponibilità e la voglia di partecipazione che ci ha dimostrato il pubblico.
Domenica mattina abbiamo invece avuto l'onore di avere con noi tutti i traduttori che hanno lavorato con Zona 42 in questi primi mesi di attività: Silvia Castoldi e Marco Passarello che hanno tradotti Il Sole dei soli e Regina del Sole, Chiara Reali che ha tradotto Desolation Road, Pashazade ed Effendi, Marco Piva che ha tradotto Arresto di sistema. Erano con noi per presentare gli ultimi romanzi usciti e, soprattutto, per parlare di quel che ci attende per il prossimo anno.
Il programma editoriale 2016 di Zona 42 è praticamente definito (dobbiamo solo chiarirci le idee riguardo all'eventualità di far uscire un nuovo romanzo italiano). Nel corso dei prossimi mesi pubblicheremo la conclusione della trilogia di Virga di Karl Schroeder (Sole pirata, probabile uscita tarda primavera 2016) e della trilogia arabesca di Jon Courtenay Grimwood (Fellahin, probabile uscita estate 2016). Insieme a questi due volumi arriveranno - finalmente! - i romanzi di due autrici finora inedite in Italia: Tricia Sullivan, americana che vive in Gran Bretagna ormai da parecchi anni, e Jennifer Marie Brissett, anglo-giamaicana, che però risiede dall'età di quattro anni negli Stati Uniti. Parliamo dunque di questi due titoli che rappresentano la vera novità per quanto riguarda le nostre proposte: a inizio anno pubblicheremo Maul, di Tricia Sullivan, per poi proporvi, in autunno, Elysium, di Jennifer Marie Brissett.
Ma come siamo arrivati a scegliere questi due titoli?
Era dall'inizio del nostro percorso editoriale che cercavamo un'autrice da poter affiancare agli autori che abbiamo pubblicato finora. Purtoppo le nostre scelte di allora non sono andate a buon fine: diritti esclusivi in mano ad altri editori, gare perse all'ultimo euro, tempi lunghi per avere risposte certe…
Ci siamo quindi messi al lavoro per trovare qualche altro titolo che presentasse quelle caratteristiche per noi fondamentali in un romanzo di fantascienza: un testo che fosse pieno di sense of wonder, capace di riflettere sulla contemporaneità e trasportare il lettore in una realtà altra, intrattenendolo dalla prima all'ultima pagina con una scrittura che si facesse ricordare.
La ricerca è stata lunga e meticolosa. Alla fine ci siamo trovati con almeno una manciata di romanzi davvero ottimi. Tra questi ne abbiamo scartato qualcuno per le dimensioni, altri perché secondo noi mal si prestavano a una trasposizione italiana. Siamo rimasti con i due titoli citati, che vi andiamo a presentare qui di seguito.
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È arrivato in finale ai premi Tiptree, Clarke e BSFA, e ha ricevuto commenti entusiasti da più di un autore di genere (tra i tanti segnaliamo la recensione di Justina Robson sul Guardian). Charles Stross ha scritto a proposito di Tricia Sullivan e di Maul: "I first met Tricia's writing with "Maul" back in 2005, which had the most memorably mind-warping opening sequence of any book I read that year; she's one of the most interesting new SF authors to arrive on the British SF/F publishing scene this century".
Maul racconta di uno scontro tra gang di ragazze lungo i corridoi di un centro commerciale, mentre parallelamente si snoda la vicenda di un uomo prigioniero di un laboratorio di ricerca, costretto a combattere una disperata battaglia contro un virus che potrebbe cambiare la storia di un'umanità appena sopravvissuta a un'epidemia che ha sterminato la maggior parte della popolazione maschile.
Maul è un romanzo che gioca con i luoghi comuni, viaggia a velocità supersonica e mescola abilmente la riflessione sul ruolo dei generi con un tasso d'azione che è difficile trovare gestito con tale abilità a questi livelli.
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Elysium è un romanzo straordinario per come riesce a coniugare alcuni temi tipici della fantascienza a una storia di profonda umanità. Il talento dell'autrice risalta nella qualità della scrittura e nel modo estremamente originale con cui gestisce il racconto, tenendo il focus della vicenda sulla relazione tra i due personaggi principali, sviluppando un discorso sull'identità, l'individuo e la Storia, con risultati narrativi davvero sorprendenti.
Elysium ha ricevuto recensioni entusiaste dai più diversi lettori. Tra tutte segnaliamo quella di Paul di Filippo (autore piuttosto noto anche qui in Italia), pubblicata da Locus.
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Terminata questa rapida carrellata sulle novità che ci riguardano, chiudiamo il post con un ultimo sentito ringraziamento a tutti coloro che son passati a trovarci a Milano. Con la promessa che faremo di tutto perché STRANIMONDI abbia un seguito l'anno prossimo.
(Un ringraziamo speciale a Luca Cresta, che ha scattato le foto di Stranimondi che vedete qui sopra.)
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