08 aprile 2010

Letture marzo 2010


Picture by Iguana Jo.
Jon Courtenay Grimwood - Effendi
Secondo volume della trilogia arabesca, Effendi conferma tutte le qualità di Jon Courtenay Grimwood. Se Pashazade era incentrato sulla misteriosa figura di Ashraf Bey (ne parlavo qui), in questo romanzo la vicenda esplora l'oscuro passato dell'uomo più ricco di El Iskandryia, nonché genitore dell'ex promessa sposa di Raf.
La cosa più notevole di Effendi è la capacità di Grimwood di immergere il lettore nel mezzo dell'azione per mezzo di capitoli apparentemente slegati tra loro (con punti di vista sempre diversi, collocazioni temporali non lineari, un sacco di roba che avviene dietro le quinte), creando un mosaico di episodi che, lungi dal disperdere la vicenda, la concentrano nei suoi punti nodali, conferendo al contempo un ritmo esaltante agli avvenimenti. La miscela di storia alternativa e riflessioni etico/politiche (i conflitti africani hanno un grosso peso nella vicenda) insieme all'approccio alle storie personali dei protagonisti crea un'atmosfera drammatica unica e nonostante qualche situazione appaia realisticamente eccessiva il romanzo non sfugge mai al controllo del suo autore.
Dopo Pashazade e nell'attesa di leggere l'ultimo capitolo della trilogia, questo Effendi s'è rivelato un altro ottimo romanzo. Consigliato a tutti coloro che leggono in lingua inglese.


Clelia Farris - Nessun uomo è mio fratello
Dopo aver parlato del romanzo di Clelia Farris in questo post è nata un'accesa discussione sulle qualità del romanzo. Io rimango dell'opinione che Nessun uomo è mio fratello sia qualcosa di mai visto prima nell'ambito della fantascienza italiana. Non mi rimane dunque che rinnovarvi l'invito a procurarvelo, che tra le proposte della letteratura di genere nostrana è difficile trovare un altro romanzo con una simile qualità di scrittura.


Viktor Pelevin - L' elmo del terrore
Che senso ha 'sto libercolo?
L'unica momento degna di nota di questo romanzo filosofico (?), che immagino sia stato scritto per motivi alimentari - che altrimenti c'è da porsi qualche domanda sull'ego dell'autore - è la descrizione dell'intero sistema di elaborazione cultural-psicologico umano nella struttura dell'elmo del terrore che da titolo al volume. Altro non c'ho trovato, se non la fastidiosa sicumera del continuo parlarsi addosso dei vari personaggi che frequentano le sue pagine.
Precipitare in questo vortice che mescola agilmente - o furbescamente, dipende dai punti di vista - internet e minotauri, oltre a mito e storia e metafisica, offre probabilmente qualche spunto di interesse dal punto di vista narrativo, ma io l'ho trovato oltremodo irritante, sia per la presunzione dell'autore, via via sempre più evidente, di voler racchiudere in queste poche pagine il cosiddetto senso della vita, sia per lo scorcio cinico e disincantato (ma così figo…) che offre dell'umanità. Quasi che volersene distinguere, costi quel che costi, sia la priorità non detta di Viktor Pelevin. Un pochino di umiltà in più non avrebbe guastato.


Leonard Susskind - La guerra dei buchi neri
Trovo in qualche modo confortante che ci siano persone sparse ai quattro angoli del pianeta che passano il loro tempo a ricercare, sperimentare, calcolare e speculare sulla struttura intima dell'universo, passando senza timori reverenziali dalle particelle elementari che costituiscono le basi invisibili della realtà (di tutta la realtà!) ai buchi neri, più o meno teorici, ma sempre decisamente affascinanti, alle più incredibili teorie cosmologiche.
Sono riuscito a seguire il professor Susskind fino a circa metà volume. La meccanica quantistica non mi terrorizza più come faceva un tempo e nemmeno il confronto tra la fisica classica e quella relativistica mi lascia più spaesato, per non parlare del fascino che strutture come gli orizzonti degli eventi hanno sempre esercitato sul sottoscritto. Quando però La guerra dei buchi neri passa a trattare di spazi multidimensionali, di teoria delle stringhe o del famigerato paradigma olografico, beh… il mio povero cervelletto ha tirato il freno a mano per proseguire poi col pilota automatico.
Leonard Susskind ha un bel parlare di riconfigurare le proprie strutture mentali, e si sforza il più possibile di rendere digeribili al suo pubblico concetti davvero formidabili. Io però non ce l'ho fatta. Mi sono limitato a fidarmi e a stupirmi della vastità e della complessità raggiunta dalla fisica odierna.
Poi mi sono guardato qualche puntata di Big Bang Theory e grazie a Sheldon mi son riconciliato con l'universo e tutto quanto di complicato qua fuori.


Cordwainer Smith - Norstrilia
Per parafrasare un commento letto su Anobii, non ho capito perché Norstrilia mi è piaciuto. La cosa non ha senso.
Il fatto è che nonostante la visione del mondo che accompagna il lettore nel suo viaggio in compagnia di Rod McBan da Norstrilia alla Terra e ritorno sia molto lontana dalla mia, le avventure del protagonista alla ricerca di un significato da dare alla propria esistenza non sono affatto male. Sarà lo stile particolare di Cordwainer Smith che tratta il futuro come fosse intessuto di leggenda, la sua vervé immaginifica (diamine, pecore malate gigantesche alla base dell'economia dell'intero universo! …e poi G'mell e tutte le altre simpatiche bestiole, sagge, enigmatiche, pratiche o in crisi mistica che indicano la strada al buon Rod, per non parlare di donne di servizio transgender e compagnia bella…), o forse è l'impressione di trovarsi di fronte a un romanzo nato agli inizi degli anni sessanta ma già con la testa nei decenni successivi. Fatto sta che Norstrilia mi è piaciuto, nonostante il sapore d'antiquariato e la sensibilità sottilmente reazionaria nel trattare col genere umano.

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31 marzo 2010

Sotto il segno della pecora


Picture by Iguana Jo.
Quando si dice la sincronia. Venerdì nominavo Haruki Murakami parlando del romanzo di Clelia Farris. Sabato ho trovato a metà prezzo Kafka sulla spiaggia e oggi scopro che da un paio di settimane è di nuovo disponibile in libreria Sotto il segno della pecora.

Nel corso degli anni Sotto il segno della pecora è diventato una sorta di sacro graal per gli amanti nostrani dell'autore giapponese. Uscito nel 1992 per Longanesi, prima che Murakami fosse un nome conosciuto al grande pubblico, non era più stato ristampato da allora. Io lo stavo inutilmente cercando da tempo, praticamente da quando, letto Dance Dance Dance, ho scoperto il legame che univa i due romanzi.
Ora Einaudi l'ha riportato in libreria in una nuova traduzione di Antonietta Pastore con il titolo Nel segno della pecora.

Non fatelo sparire un'altra volta, per favore.

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26 marzo 2010

Nessun uomo è mio fratello


Picture by Aelle.
Vi avverto, questo post corre il rischio di trasformarsi strada facendo in uno spot, e se succederà lo farà del tutto consapevolmente. Perché non capita tutti i giorni (non mi era MAI capitato) di leggere un romanzo italiano di fantascienza come Nessun uomo è mio fratello di Clelia Farris.

Nessun uomo è mio fratello è una perla preziosa, un piccolo gioiello ancor più straordinario se pensiamo che questo è un romanzo di fantascienza, anzi, un romanzo di fantascienza italiana. Le qualità del romanzo di Clelia Farris lo rendono tanto inconsueto, originale e prezioso che diventa doveroso provare a parlarne per diffonderne la conoscenza il più possibile, con buona pace di chi pretende che in questo blog si lavori sempre e solo contro la produzione nostrana.

Nessun uomo è mio fratello è inconsueto per la naturalezza e la profondità della caratterizzazione dei vari personaggi che calcano le scene del romanzo. Con pochi accenni e una sensibilità rara Clelia Farris rende immediatamente vivi, riconoscibili e tridimensionali anche le comparse più invisibili. Quante volte ci siamo imbattuti in personaggi che sembrano vivere solo in funzione del plot imbastito dall'autore? In questo romanzo è piuttosto il contrario. I vari tipi umani che animano la storia sembrano tutti avere una vita loro da qualche parte, fuori dalla pagina, tanto è naturale il loro ingresso in scena, le loro relazioni - tra loro e con il protagonista - e il modo personale di muoversi negli spazi del romanzo. Se questo è valido per i comprimari ancora più mirabile è la costruzione del carattere del protagonista: Enki, figlio senza madre di un contadino dispotico, che dopo un'infanzia vissuta con qualche problema tra le risaie del villaggio natale approda a una vita randagia e segreta tra i palazzi e i viali della grande città.
Le contraddizioni che caratterizzano il suo percorso di crescita sono rese in maniera tanto credibile da risultare del tutto inevitabili, e rendono la personalità di Enki decisamente complessa, tanto che se l'identificazione con la sua vicenda è immediata, i dubbi e i turbamenti che lo perseguitano diventano per il lettore interrogativi sempre più stimolanti man mano che ci si inoltra nel mondo del romanzo.

L'ambiente in cui si muove il protagonista è l'aspetto forse più originale di Nessun uomo è mio fratello.
Mi è piaciuto il modo in cui Clelia Farris ha mantenuto le connotazioni generali dello scenario molto sfumate (non sappiamo dove o quando siamo, non sappiamo nemmeno se ci troviamo nel nostro universo, anche se personalmente propendo per un paese tipo Vietnam un qualche centinaio di anni nel futuro), e al contempo l'estrema precisione e il dettaglio con cui descrive le condizioni del mondo che circonda da vicino i suoi abitanti. Il vedersi piombare in una realtà aliena (come contesto) ma estremamente familiare (nei particolari) rende il lettore immediatamente partecipe e attento alla vita e agli avvenimenti che animano le giornate dei vari protagonisti del racconto. Il world-building è progressivo e prosegue fino al termine della lettura con un equilibrio davvero raro per un'autrice che in fondo è solo al secondo romanzo. Il lettore accompagna Enki nel suo percorso di apprendimento e scopre con lui la realtà che lo circonda. Gli scarti temporali che caratterizzano la vicenda, se da un alto sorprendono il lettore scagliandolo improvvisamente in una terra incognita, dall'altro lo obbligano ad avvicinarsi sempre più al punto di vista del protagonista, unica certezza - si fa per dire - in un mondo in rapido mutamento.

Nel confronto tra Enki e il suo mondo entra in gioco l'aspetto fantascientifico del romanzo, ed è nella gestione del carattere diverso di questa realtà che Clelia Farris dimostra l'efficacia della sua scrittura. Proprio nel suo essere senza ombra di dubbio un romanzo di solidissima - e personalissima - fantascienza Nessun uomo è mio fratello è forse il libro più prezioso che possiate trovare oggi in libreria. In questo romanzo non ci sono spiegoni, il volume dell'infodump è ridotto ai minimi termini tanto da risultare all'effetto pratico del tutto irrilevante, eppure ogni pagina del romanzo trasuda fantascienza, ogni avvenimento è permeato dalla diversa realtà che sottende ogni azione di tutti i personaggi del romanzo, i turbamenti e l'evoluzione del carattere del protagonista sono scanditi dal suo perenne confrontarsi con l'essenza di questo mondo altro.
Il nucleo pulsante di Nessun uomo è mio fratello è costituito dalla dicotomia Vittime/Carnefici che abbraccia ogni aspetto del mondo di Enki. A leggerlo nella presentazione del romanzo mi sembrava quanto di più trito e banale e scontato si potesse incontrare oggi, XXI secolo, in un romanzo di fantascienza. Il classico esempio di un tema già sviscerato fino alla noia dai grandi autori del passato riciclato dal volenteroso autore italiano di turno in mancanza di un'ispirazione più originale.
E invece…
E invece Clelia Farris è abilissima nel mantenere l'humus fantascientifico della vicenda costantemente fuori fuoco, lasciandolo maturare tra il non spiegato e quei singoli episodi, apparentemente accessori, che lo portano improvvisamente alla ribalta. Quello che rimane è il confronto tra un giovane uomo e una realtà che gli risulta incomprensibile prima, intollerabile poi. L'intero universo narrativo del romanzo è costantemente costretto a fare i conti con la realtà aliena del marchio che distingue coloro che nascono Vittime da coloro che nascono Carnefici. Tutta la società è strutturata secondo codici non scritti che vedono le vittime come remissivi agnelli in attesa di un lupo che ne gestisca energie e capacità. La storia di Enki è quella di una ribellione ad uno status quo inalterabile, codificato nel genoma stesso della popolazione.
Le scelte di Enki, le sue azioni e loro conseguenze dettano i tempi narrativi del romanzo. Ma molto più efficace m'è sembrata l'atmosfera che l'autrice ha saputo ricreare. Un'atmosfera che a me pare debba qualcosa a Miyazaki e a Murakami, rispettivamente per il ritratto leggermente surreale di ambienti e persone al primo, per l'esasperato individualismo asociale del protagonista al secondo, oltre che a un indubbia conoscenza di luoghi e dinamiche sociali che si incontrano trasfigurati nel romanzo ma che sono spazi e relazioni reali, qui e ora.

Leggendo Nessun uomo è mio fratello non ho colto alcun difetto sostanziale, forse qualche situazione rimane un po' troppo didascalica (penso soprattutto al rapporto univoco vittima/carnefice - che forse andava maggiormente approfondito - o ai problemi connessi alla fabbrica di tessuti) ma in generale la scrittura di Clelia Farris m'è parsa sempre perfettamente calibrata, matura e capace di gestire le situazioni più difficili.

Nessun uomo è mio fratello è davvero un ottimo romanzo, ma soprattutto è una graditissima e inaspettata sorpresa. Se seguite questo blog sapete come la penso sulla fantascienza italiana. È quindi davvero un piacere imbattersi in opere capaci da sole di ribaltare la mia opinione su quel che è in grado di offrire il genere a noi lettori qua fuori.
Insomma, cercate questo volume, leggetelo e parlatene. E non fatevi ingannare dall'immagine di copertina.
Dentro il libro è molto, molto, meglio.

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16 marzo 2010

Letture febbraio 2010


Picture by Iguana Jo.
AA.VV. - Alia. L'arcipelago del fantastico.
Di questo numero di Alia ho parlato abbondantemente in questo post. Qui non mi resta che rinnovare l'invito a procurarvelo. Se siete appassionati di letteratura fantastica e curiosi di conoscere ciò che sono in grado di proporre gli autori italiani entro i suoi ampi spazi, beh… questo Alia è un'ottima introduzione al genere.


Thomas Pynchon - Contro il giorno
Anche il romanzone di Thomas Pynchon s'è meritato un post apposito qualche giorno fa. Ma Contro il giorno è un romanzo capace come pochi di restituire al mondo la complessità delle sue storie ed è talmente ricco di suggestioni e denso di contenuti che nessun post può rendergli giustizia. Sono davvero contento di averlo incontrato.


Philip Pullman - Lo spaventapasseri e il suo servitore
Mio figlio Jacopo ha 9 anni ed è rimasto tanto soddisfatto da questa storia da volere assolutamente che la leggessi anch'io. Lo spaventapasseri e il suo servitore ha la struttura della più classica delle favole e racconta le peripezie dei due personaggi del titolo (una sorta di Don Chisciotte e Sancio Panza a misura di bambino). Ma questo piccolo romanzo di Philip Pullman è anche una favola in cui la parola magia non viene mai utilizzata (in compenso si citano atomi ed elettricità), una storia in cui i cattivi non sono orchi o stregoni ma finanzieri e avvocati. Ne Lo spaventapasseri e il suo servitore non si lesinano trovate brillanti e inserti meravigliosi, ma questi elementi fantastici non impediscono di scorgere le piccole meschinerie che caratterizzano molti degli incontri lungo la strada e soprattutto la cattiveria di tutte le strutture di potere che i due protagonisti incontrano sul loro cammino.
Probabilmente un bimbo di nove anni non è in grado di cogliere tutti questi dettagli, ma se lo spirito di questo tipo di narrazione è sufficientemente forte da rimanergli comunque impresso per me è già una bella soddisfazione.


Elmore Leonard - Tutti i racconti western
Il West come ultima possibilità per l'immaginazione. Il West come simbolo e paradigma di un'umanità scomparsa. Il West come alambicco storico per distillare l'anima di un'epoca. Il West come sangue e sudore e polvere, come silenzio e violenza e improvvisi scoppi di dolcezza.
Il West di Elmore Leonard è il West che tutti conosciamo, quello degli Apache e dei cow-boy, delle giacche blu e dei pistoleri, delle case nella prateria ai margini del bosco e dei saloon, degli sceriffi, delle diligenze. Ma le storie western di Elmore Leonard rappresentano qualcosa di più di un semplice ritorno nostalgico allo spirito della frontiera. Scritti per la maggior parte mezzo secolo fa questi racconti riescono nel mirabile compito di ridefinire le coordinate del mito anche per i lettori di questo nuovo millennio. Spogliati da qualsiasi folklore, incredibilmente ricchi di passione, con uno sfondo che da mero palcoscenico diventa parte integrante della storia, fondamentale anzi a definire ruoli e caratteri della varia umanità che lo attraversa, i racconti di Leonard sono tanto essenziali da risultare immensi ed eterni come il cielo e il deserto dell'Arizona e i suoi protagonisti veri giganti che si stagliano scolpiti come montagne alla luce del tramonto.
Onore al merito anche a Luca Conti che mi ha dato l'impressione di aver svolto un ottimo lavoro di traduzione soprattutto nello svecchiare il linguaggio per adeguarlo ai tempi.
Cavalcarono verso Ovest, il resto è storia.

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15 marzo 2010

Houston, avevamo un problema.


Picture by kozan.
Non che ora sia magicamente scomparso, ma almeno è rientrato entro coordinate più comprensibili e, speriamo, risolvibili. Comunque sia sono di nuovo qua, dopo una settimana piuttosto pesante. Ma non voglio farla tanto lunga, piuttosto scusarmi con chi è rimasto in attesa di una risposta ai suoi commenti, o a un'email di ritorno: ogni tanto la vita vera ha la precedenza.
Mi dispiace anche di essermi perso un bel po' di altre chiacchiere e frequentazioni on-line, ma per questo si rimedia a breve. Stay tuned.

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03 marzo 2010

In medio stat virtus?


Picture by Iguana Jo.
Qualche giorno fa su uno Strano Attrattore è comparso un post che univa polemica a recensione e che comprendeva una dichiarazione programmatica che si basava su un preciso assunto:
"Parlo di libri nella norma … Sono questi libri a fornire lo stato di salute di un genere, essendo per la massa molto più facile condizionare la percezione esterna di quanto non lo sia per un singolo titolo … o per un singolo autore … "

Per quanto riguarda la recensione del romanzo di Oppegaard e la discussione sullo stato dei rapporti tra fandom e letteratura di genere vi rimando al post originale di X.
Qui mi interessa approfondire il discorso su quali sono gli aspetti preponderanti di un genere letterario che ne determinano una data percezione presso il pubblico generalista e quello specializzato. Nello specifico si parlerà di fantascienza, ma credo che le ipotesi che salteranno fuori siano valide anche per i generi limitrofi, in particolare fantasy e horror.

Il motivo che mi ha spinto a scrivere queste note è molto semplice. Trovo che la tesi espressa da Giovanni De Matteo sia davvero poco convincente e non individui correttamente i valori che spingono un lettore a riconoscere le caratteristiche salienti di un genere letterario.
Come facciamo a essere certi che per i lettori sia la massa dei prodotti qualsiasi - purché etichettati come fantascienza - a determinare il riconoscimento di tutto un genere? Da dove deriverebbe questa identificazione?
Immagino che l'unico modo che il lettore ha di farsi un'idea di un genere sia frequentarlo, magari sporadicamente o eccezionalmente - penso al lettore generalista o mainstream che dir si voglia - o al contrario in maniera più assidua, addirittura esclusiva e univoca, come accade ai lettori specializzati più spesso di quanto non ritenessi possibile.
Sono convinto che l'idea che questi due lettori tipici si faranno della fantascienza sia poco sovrapponibile, ma comunque in qualche modo coerente con quello che il genere ha da offrire.

Detto questo, a me pare che sia assai più probabile che, qualsiasi tipo di lettore si voglia considerare, la percezione di cosa sia in un dato momento il genere fantascienza non possa in alcun caso derivare dal prodotto letterario medio quanto piuttosto da due modelli fondamentali: il classico sempreverde o il nuovo paradigma. Al primo possiamo ascrivere chessò, Isaac Asimov piuttosto che Philip Dick e romanzi come Fahrenheit 451 o Fanteria dello spazio, al secondo, dai contorni decisamente più sfumati, autori come James Ballard o Iain Banks e romanzi come Neuromante o Distress o qualsiasi altro titolo sia riuscito a dare uno scossone al genere e/o al suo particolare pubblico di quel determinato periodo.

Il lettore generalista si farà un'idea della fantascienza per averne sentito parlare, per averla vista citata, per aver letto i testi più noti e più facilmente reperibili in libreria. Nessuno di noi lettori specializzati consiglierà mai a un amico mainstream un testo che consideri meno che fondamentale. Può anche succedere, e temo capiti con una frequenza non insolita, che il lettore generalista decida di sapere benissimo cos'è la fantascienza basandosi sull'assunto che è quella roba che vendono in edicola oppure trovandosi a leggere proprio l'Urania medio da cui è partita la discussione. Ma temo che in tal caso sia ben poco probabile che questo lettore torni sui suoi passi e dia una seconda possibilità al nostro genere preferito.

Il lettore specializzato, al contrario, sa già benissimo che esistono un sacco di fantascienze diverse e credo sappia altrettanto bene quali sottogeneri apprezza di più e quali preferirebbe evitare. La sua percezione del genere deriva dalla quantità di letture pregresse e da quelli che per lui sono i riferimenti principali. Avendo letto nella sua storia di lettore decine di romanzi e racconti ben lungi dalla perfezione (il cosiddetto prodotto medio) sarà naturalmente più disponibile a scendere a compromessi sulla qualità letteraria del testo, ma al contempo non perderà mai di vista quelle che sono, a suo giudizio, le vette della produzione. Ambirà di conseguenza a trovare quanto più spesso possibile testi analoghi. Come credo capiti a tutti, tenderà a ricordare soprattutto le opere che più lo hanno entusiasmato o, al contrario, quelle che proprio non gli sono andate giù, relegando all'oblio tutti quei volumi che lo hanno magari divertito, ma che costituendo la gran massa delle sue letture non sono stati in grado di colpirlo come solo i grandi racconti o romanzi sono riusciti a fare.

Da questi esempi mi pare evidente che un modello come quello prospettato da Giovanni nel suo blog sia del tutto alieno alla mia esperienza.
C'è però un'ulteriore considerazione da fare.
Se il discorso appena fatto lo trasliamo dal mondo dei lettori a quello degli scrittori le cose acquistano effettivamente un senso diverso. Se ci immaginiamo un autore che voglia misurarsi con il genere fantascienza allora sì che il discorso sulla qualità media del genere ha una sua credibilità. Uno scrittore sa benissimo che, quali che siano le sue aspettative, l'ipotesi di aver realizzato il prossimo capolavoro fantascientifico globale è con tutta probabilità abbastanza remota. Se è dotato di un minimo di umiltà e concretezza riconoscerà i propri limiti e accetterà di confrontarsi con quello che, con un approccio antitetico rispetto a quello del lettore riportato precedentemente, possiamo continuare a definire prodotto medio. Si rapporterà con quella che è l'offerta letteraria del momento, con la segreta speranza di essere premiato dai lettori stessi, con la consapevolezza che "capolavoro" è una definizione che si coniuga a un testo solo dopo che è stato letto, non al momento della stesura, tantomeno a quello della sua pubblicazione.

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25 febbraio 2010

Contro il giorno


Picture by Iguana Jo.
"I fought the Law
and the Law Won"

Thomas Pynchon è uno scrittore alquanto complicato. Per questo motivo riassumere in un post le innumerevoli suggestioni che la lettura di Contro il giorno mi ha regalato è forse la cosa più difficile io mi sia mai trovato a fare per questo blog.
C'ho messo un po' di tempo, che forse era meglio trascorressi altrimenti. Ma ci tenevo, che nonostante abbia impiegato più di due mesi per terminarne la lettura, 'sto romanzone mi ha davvero appassionato.

La prima cosa da sottolineare è che Contro il giorno è il primo romanzo di Thomas Pynchon tra le cui pagine io mi sia sentito completamente a mio agio. Nonostante la complessità della scrittura, la profondità indescrivibile (non è una figura retorica!) del dettaglio e l'esuberanza della trama, Contro il giorno è un romanzo accogliente che non cerca in alcun modi di mettere in difficoltà il lettore (mi era successo con L'arcobaleno della gravità) e che non è nemmeno troppo pesante e ossessivo come mi era parso Vineland.
Paradossalmente (e se lo dico è perché sempre di Pynchon stiamo parlando, e di un tomo di 1136 pagine) Contro il giorno è un romanzo leggero, che parte come un romanzo d'avventure ottocentesco, si trasforma in una saga western, per poi diventare il romanzo definitivo del XX secolo, con il suo mix incredibile di fantascienza e paranoia, di famiglia e sentimenti, di individui e società segrete e guerre sotterranee.
Ma Contro il giorno è tutto questo e anche di più: è una guida dettagliata alla rivoluzione (sociale, scientifica, personale, chi più ne ha più ne metta…), è un manuale per la liberazione dell'animo oppresso, un sussidiario minimo per tour operator dell'apocalisse. Soprattutto Contro il giorno è un inno all'anarchia, all'etica politica e alla morale anarchica, alla sua testa dura e incosciente, che nonostante le innumerevoli sconfitte costringe a rialzarsi, leccarsi le ferite e di nuovo vivere e lottare e godere.

Al centro del romanzo, a costituirne il nucleo pulsante, troviamo la famiglia Traverse, che partendo da un destino apparentemente segnato tra le montagne e le miniere del Colorado, si ritroverà sparsa per il mondo a percorrere quello che al lettore appare come l'infinito spettro delle possibilità: incontrandosi, perdendosi, tradendosi e rimanendo fedeli fino all'ultimo alla memoria della loro origine. Ma i quattro fratelli Traverse non sono i soli ad animare il romanzo. Tra le sue pagine si muovono decine di personaggi (se volete un consiglio, segnateveli man mano che li incontrate, potreste trovarlo utile per non perdere il filo) poco inclini alla sopravvivenza personale (quasi tutti), perennemente sull'orlo del baratro (ognuno di loro), tutti impegnati in una battaglia interminabile per liberarsi dal peso dei loro padri cercando nel frattempo di vivere al meglio il tempo che gli resta, lottando una guerra persa in partenza contro il giorno, contro il tempo, contro il potere, contro la morte.
I personaggi di Pynchon sono incapaci di stare fermi, il loro è un movimento entropico inarrestabile, che li porta dal Colorado alla Siberia, da Gottinga a Londra a Venezia a Parigi, dai deserti dell'Asia centrale al Messico infuocato, da Chicago ai Balcani. E ognuno di questi luoghi diventa vivo e vero più di quanto avrei mai immaginato fosse possibile. Insieme agli spazi fisici che fanno da sfondo all'azione è difficile non trovare assolutamente credibili anche le invenzioni più immaginifiche che costellano Contro il giorno: se non dubitiamo dell'evento di Tunguska come possiamo non credere al tunnel che attraversa il pianeta da un polo all'altro? Se del genio di Tesla sono pieni i testi più disparati, è difficile avere qualche dimestichezza con termini come quaternioni o vettoristi, come inestricabili sono realtà e fantasia quando entrano in gioco i VATI, la ricerca di Shambala e compagnia esoterica assortita. Ma allora dove situare il confine tra la Storia (delle lotte operaie americane, delle rivoluzioni messicane, dei dibattiti scientifici ottocenteschi) e l'invenzione romanzesca (il viaggio nel tempo, le meraviglie elettriche, il carico inquietante di quella nave che risale la corrente…)?
Di nuovo tocca tirare in ballo l'anarchia, compositiva questa volta, di cui Pynchon fa sfoggio, tanto che nel corso della lettura è impossibile rimanere legati a un codice, a un genere, a una regola, che non sia quella della creatività, insieme sfrenata e rigorosa, e della compassione che trascina il romanzo.

Il simbolo dell'intreccio tra Storia e romanzo sono senza dubbio i Compari del Caos, incredibile compagine di giovani aeronauti, protagonisti di mille avventure da romanzo d'appendice (tutte consultabili nelle biblioteche più fornite), che da entità fantastica al servizio di qualche misteriosa agenzia governativa si emancipano da irrealtà e potere per viaggiare libera nei cieli di una Terra terribilmente familiare.
Pynchon rende reale, realissimo, il viaggio meraviglioso dei Compari del Caos e trasforma invece nel più pazzesco romanzo d'avventure le vicissitudini della famiglia Traverse a spasso per il mondo. Usa tutte le chiavi del mazzo narrativo per creare un'opera totale in cui l'immaginazione si mescola con la storia, il dramma con la commedia, il tragico con il comico, la scienza con il pop, la politica con la geografia. Uno spazio da cui sono banditi i sogni, in cui personaggi sono troppo occupati a vivere e pensare, a calcolare e ricercare, a viaggiare e sopravvivere per permettersi qualche illusione sul destino che li attende.
Dalla mistica della dinamite a Shambala, dai viaggi nel tempo (ehi, il futuro non offre molte speranze!) alla fuga nell'aetere, dalla matematica estrema all'esoterismo, dalle macchine di Tesla alla rivoluzione, la fine è certa, ma lunga la strada c'è di che divertirsi, cercando verità, giustizia e amore.

In chiusura è doveroso dare il giusto riconoscimento a Massimo Bocchiola, che di Contro il giorno è il traduttore italiano. Non oso immaginare la fatica che deve comportare tradurre un autore come Thomas Pynchon, ma da quel che ho letto direi che ha fatto davvero un ottimo lavoro.

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17 febbraio 2010

Non c'è più il futuro di una volta.


Picture by Don Solo.
OK. a quanto pare il film di maggior successo in tutta la storia del mondo è un film di fantascienza.
A questa constatazione ne dovrebbe seguire logicamente che la fantascienza sia qualcosa che permea diffusamente la cultura popolare. Un ulteriore passettino e dovremmo arrivare a concludere che essendo la fantascienza un genere eminentemente letterario, con tutti gli eventuali sviluppi multimediali che seguono a cascata, tale genere dovrebbe ritrovarsi ottimamente rappresentato anche tra gli scaffali. Bene. Fatevi un giro in libreria e poi tornate qua. Bella la logica, eh?

Come? No, non preoccupatevi, non ho intenzione di ripartire con l'ennesima filippica sul negletto destino della fantascienza libraria. Tanto, a che servirebbe?
Mi piacerebbe piuttosto provare a capire come mai se da un lato la fantascienza trionfa incontrastata al botteghino, dall'altra fa una fatica bestia a farsi accettare dal pubblico dei lettori.
Oppure, detto in un altro modo: cos'hanno di così diverso le proposte fantascientifiche cinematografico/televisive da quelle letterarie?

Iniziamo da Avatar. La mia tesi è che, nonostante l'indubbia meraviglia e il solido substrato (fanta)scientifico, Avatar sia un prodotto fondamentalmente innocuo, decisamente consolatorio, profondamente conservatore.
Lo spettatore si diverte - io mi sono divertito un sacco - ma viene coinvolto solo superficialmente, si becca la sua bella razione di meraviglia senza turbamenti, si gode il suo ruolo totalmente passivo. Sgombriamo il capo da qualsiasi equivoco: non c'è niente di male in un film come questo, ed è evidente che stante la perfezione tecnica del prodotto, un film del genere ha tutte le carte in regola per piacere alla stragrande maggioranza del pubblico.
Ma Avatar piace così tanto perché è tecnicamente perfetto o perché è così rassicurante?

Prendiamo un esempio diverso e vediamo se riusciamo ad addomesticarlo abbastanza da fargli dire quello che vogliamo. Life on Mars è una produzione televisiva inglese che grazie all'approccio fantascientifico riesce a sopperire abilmente ai cliché narrativi ormai desueti della solita serie poliziesca, e per questo spicca brillante dalla massa di prodotti analoghi che quotidianamente lotta per trovare un suo pubblico.
A me Life on Mars è piaciuta soprattutto per la ricostruzione d'epoca (per chi non ne avesse mai sentito parlare: un poliziotto inglese si risveglia dopo un incidente nella Manchester del 1973, e cerca di capire cosa gli è successo: se sta sognando, se ha viaggiato nel tempo, se è pazzo) e per l'inquietudine che riesce a trasmettere. Molto meno riuscite - o meglio, già viste un milione di volte - le storie poliziesche che costituiscono lo scheletro di ogni singolo episodio.
Ma Life on Mars colpisce soprattutto per una caratteristica precisa che distingue la serie, ovvero lo scontro programmatico, continuo e insistente tra il punto di vista di Sam Tyler, poliziotto illuminato del 2006, e quello dell'ispettore capo Gene Hunt, personaggio che riassume in sé tutti gli aspetti più beceri del mestiere di sbirro e che rappresenta in quanto tale lo spirito grezzo del 1973. Gli sceneggiatori esaltano questo aspetto della vicenda tanto da rendere lo scontro culturale temporale il vero nucleo della serie.
Quello che emerge è un'atmosfera fortemente nostalgica che nel corso delle varie puntate è portata alle estreme conseguenze, fino ad arrivare all'indiscutibile conclusione che in fondo nel 1973 non si stava poi male, con l'idea evidentemente vincente - dopotutto cosa sceglie Sam Tyler? - che il passato sia più semplice e vivibile, in definitiva migliore, del nostro presente.
Non male per una serie di fantascienza, non trovate?

Avatar e Life on Mars rappresentano i due estremi dell'offerta fantascientifica odierna per il pubblico televisivo e cinematografico, eppure a me non paiono poi così lontani.
Entrambi propugnano più o meno esplicitamente un'idea del passato come periodo decisamente preferibile al presente, per non parlare del futuro; entrambi coccolano lo spettatore fornendogli continue conferme di come una vita più semplice, anche se magari brutale, ops… avventurosa, e selvaggia sia preferibile alla complessità disumanizzante della quotidianità; entrambi suggeriscono che la tecnologia è il male e ci condurrà al disastro.
Che questo tipo di messaggio venga veicolato attraverso una rappresentazione che adotta in maniera esemplare i moduli narrativi fantascientifici è piuttosto paradossale, ma spiega altrettanto bene la distanza che c'è tra la fantascienza visiva e quella letteraria. Con questo non voglio dire che romanzi e racconti di fantascienza siano immuni da certe posizioni, quanto piuttosto sottolineare come le caratteristiche precipue di un genere non sono sovrapponibili ai motivi per cui questo ha o meno successo. Motivi che dipendono molto di più dalla capacità di annusare l'aria che tira (che lo si faccia consciamente o meno) e dal proporre un prodotto perfettamente calibrato sulle esigenze del consumatore che dall'abilità del dato autore di comporre storie originali, stimolanti o sorprendenti.
(che poi l'aria che tira puzzi da schifo, o che le aspettative del pubblico debbano in qualche modo essere sovvertite, beh… questi sono evidentemente problemi miei.)

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15 febbraio 2010

Volando verso la grazia


Picture by Iguana Jo.
Stanotte ho finito Contro il giorno. Ci ho messo più di due mesi, ma un libro simile vale ogni singolo minuto speso tra le sue pagine.

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11 febbraio 2010

Habemus fantascienza*


Picture by Iguana Jo.
Negli ultimi tempi la mia frequentazione con la fantascienza italiana non è stata delle più fortunate. La sequenza di letture poco soddisfacenti sembrava proprio non avere fine, tanto che ormai avevo quasi rinunciato a provarci che poi sembra che abbia una qualche questione personale con chi prova tuttora a scrivere fantascienza in Italia.
Ma la speranza è l'ultima a morire, e dato che mi son trovato in casa l'ennesima antologia, mi son detto proviamoci un'altra volta, che almeno i racconti sono corti, sono vari, e forse almeno un paio si salveranno.

E invece…

E invece per un attimo nel corso della lettura ho temuto di trovarmi di fronte a un capolavoro. La migliore antologia di fantascienza italiana che abbia mai avuto la fortuna di leggere.
Poi no, in effetti arrivato a fine lettura l'entusiasmo si è un po' ridimensionato, però - accidenti! - quanto mi è piaciuto questo numero di Alia!

La partenza in effetti non è delle migliori, il racconto di Danilo Arona, Il caso Bobby Fuller - Fire Walk with me ricalca un canone già letto e riletto, con un protagonista originale solo per le sue origini, ma che poi si comporta secondo tutti gli scontati cliché del caso. Il racconto non mi ha entusiasmato, ma Arona è abile a rendere credibile il classico scenario della provincia americana anni '60.

Il racconto di Vittorio Catani , Ventiquattr'ore al giorno nella terato-chimica, è il vero apripista di questo Alia, almeno per il contenuto fantascientifico che seguirà nelle pagine successive. Mi spiace solo che l'autore abbia deciso di virare verso il grottesco quella che in fondo è una storia d'amore terminale. Del resto il racconto è davvero breve, e questo scorcio di vita ai tempi della catastrofe ambientale si presta agilmente al trattamento riservatogli.

Al racconto di Catani segue la prima perla del volume, ovvero Leggere al buio di Massimo Citi. Nel racconto di Citi c'è un'ambientazione abbastanza dettagliata da risultare viva, personaggi tridimensionali che nonostante le poche pagine riescono a emergere agli occhi del lettore, istanze socio-politiche non banali e una trama che riesce ad emozionare. In più m'è parso di cogliere una qualche reminescenza del Iain Banks culturale che a me non è affatto dispiaciuta.

A seguire arriva Alessandro Defilippi con un racconto che nonostante risulti in qualche modo scontato nello sviluppo e nella conclusione si lascia comunque leggere con piacere. La qualità migliore di A cena il giorno dei morti sta probabilmente nello stile sopraffino di scrittura del suo autore, che riesce a gestire al meglio la tensione crescente della sua storia fino all'appetitoso finale. E poi diciamolo, vedere le alte sfere ecclesiastiche protagoniste di un simile banchetto è sempre un piacere.

Mario Giorgi mi aveva già impressionato con Pater, il racconto contenuto nell'edizione 2007 di Alia (vedi qui), ma qui si supera. Secondo messaggio è un racconto perfetto. Solitamente i testi scritti con l'italiano di Giorgi, mi lasciano quantomeno perplesso: troppo formale e classico per suscitare un'emozione spontanea, troppo ricercato per risultare vero. Eppure il linguaggio scelto dall'autore mi pare l'unico in grado di veicolare tutto il pathos di questa storia che si muove nei dintorni del viaggio nel tempo.

Tutt'altro registro per il racconto successivo: Alla Rina di Consolata Lanza è spettacolare per la sua capacità di giocare con gli stereotipi, divertendosi un sacco nel frattempo. Forse non tutto funziona alla perfezione, che la credibilità della ragazzina protagonista va e viene nel corso del racconto. Ma alla fine il risultato è decisamente positivo: era da tempo che non leggevo una storia di BEM e fanciulle rapite, e questa è decisamente curiosa.

La meccanica dell'ambaràdan di Fabio Lastrucci si situa a metà strada tra Buzzati e Godzilla, all'incrocio tra il fantastico metafisico nostrano e quell'oscura energia sotterranea che nel mio immaginario ha partorito i mostri made in Japan. Anche questo è un racconto da segnalare per l'originalità dello sviluppo, i tipi umani coinvolti e le sorprendenti rivelazioni che lo animano. Se c'è un difetto è forse nella conclusione del racconto sempre progressivamente rimandata, che a tagliarlo di netto secondo me ne avrebbe guadagnato. Però oh… è solo un'opinione.

Blopper di Davide Mana ha tutto quel che mi piace in un racconto di fantascienza. Un protagonista con qualcosa da dire, uno scenario credibile e articolato e soprattutto - particolare non indifferente trattandosi di fantascienza italiana - una trama complessa. In Blopper si passa nel giro di poche pagine dalla caccia alla balena nell'oceano Atlantico allo spazio profondo, dalla situazione politica sudamericana alle frontiere legislative del postumano, con una storia principale che si incrocia con un nugolo di vicende laterali che invece di disperdere l'attenzione del lettore la concentrano nella costruzione di un mondo decisamente interessante. Unico difetto un finale che chiede forse troppo all'interpretazione del lettore. Io comunque fantascienza di questo livello la vorrei leggere tutti i giorni! (capito, Davide?)

Il racconto di Angelo Marenzana è l'unico che non ho proprio digerito. L'istinto dominatore è pesante ben oltre le cupe atmosfere in cui ci immerge l'autore. La mia impressione è che sia mancata una chiara idee di cosa voler far dire a una storia che alla fine si avvita su se stessa senza un vero punto di interesse.

Elvezio Sciallis è insieme a Davide Mana, Vittorio Catani e Massimo Soumaré uno dei pochi autori che ho avuto il piacere di conoscere tra quelli riuniti in questa antologia (beh… in realtà ho conosciuto anche Massimo Citi e Silvia Treves ma dal premio Omelas ad oggi son passati secoli…). Questa però è la prima volta che inciampo in un suo racconto, che di solito lo apprezzo per le recensioni e gli approfondimenti di Malpertuis. Tutta la vostra base sono appartenere a noi mi ha dato l'idea di un racconto ottimamente partorito ma cresciuto in maniera diseguale. Il problema è un eccesso di nerditudine che mal si coniuga con il carattere dei protagonisti e che rischia di travolgere l'ottima atmosfera tra il demenziale e il drammatico creata dall'autore. Il dialogo e l'evoluzione dei personaggi rimangono magistrali, ma l'ultima mezza pagina, beh… ecco, avrei preferito più terrore e raccapriccio (in alternativa un taglio secco e via).

Storia romantica di code e di canini di Massimo Soumaré è una buona storia che si dipana melanconica tra note esotiche e romantiche in un Giappone al contempo realissimo e pieno di meraviglie. Non so quale sia il motivo preciso per cui non mi ha particolarmente colpito: forse il tono sommesso o l'eccessiva dolcezza. O forse dei mostri così buoni mi sono risultati un po' troppo difficili da accettare.

A chiudere questo Alia una delle più piacevoli sorprese del volume. I mondi di là di Silvia Treves è un racconto che nonostante l'intento programmaticamente politico sfugge dal mero didascalismo grazie all'ottima caratterizzazione di personaggi e ambiente. Il panorama è quello claustrofobico di un asteroide minerario che racchiude la sua piccola comunità di tecnici e operai, il clima quello delle lotte sindacali di fronte a una minaccia finanziaria, la risposta è l'unione creativa della diversità circostante. Riassunto così il racconto non suona forse molto stimolante, ma fortunatamente il punto di vista parziale e limitato scelto dall'autrice evita il polpettone socio-politico offrendo al lettore una storia di rinascita e rivoluzione degna della migliore fantascienza anglosassone.

Arrivati a fine lettura bisogna constatare che nonostante i numerosi passi falsi la fantascienza italiana è viva e combatte insieme a noi. La sua è una lotta di retroguardia fatta di piccole realtà editoriali, di singoli appassionati e numeri microscopici. Ma questa fantascienza c'è, basta cercarla.
Alia lo trovate sul sito dell'editore. I meccanismi per l'acquisto sono un po' macchinosi, per questo motivo io ho preferito comprarla sul Delos Store.

* ho scoperto che in realtà "fantascienza" in latino si tradurrebbe "mythistoriae rerum futurarum" (fonte vicipaedia) però mi sembrava un po' troppo criptico per usarlo nel titolo.

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09 febbraio 2010

Letture gennaio 2010


Picture by Iguana Jo.
Vittorio Catani - Il quinto principio
De Il quinto principio ho già parlato in questo post a cui vi rimando per eventuali nuovi commenti, critiche e/o discussioni.
Non azzardo ulteriori approfondimenti, che ogni parola può essere usata contro di me.
(Scherzo, eh! che come dicevo altrove tra fantascientisti ci vogliamo tutti molto bene!)


Anthony Boucher - Storie del tempo e dello spazio
Quando incappo in una di queste antologie di racconti anni '50 mi sembra sempre di ritrovare un vecchio amico. Sarà che la mia esperienza di lettore di fantascienza si è formata su testi scritti in quegli anni, ma per me leggere dei turbamenti più o meno inquietanti, più o meno fantastici della comoda vita conformista a stelleestrisce che si ritrova con una preoccupante frequenza nei racconti fantascientifici di quegli anni è una specie di ritorno a casa.
Nello specifico questi racconti di Anthony Boucher hanno tutti quel sapore di sigaro e scotch e moglie di là a preparare la cena che per me è ormai sinonimo di buona lettura nostalgica. Illuminante, forse più qui e ora che non laggiù e allora, e sempre piacevole.


Jonathan Lethem - Memorie di un artista della delusione
Capita a volte di imbattersi in autori che sembra abbiano scritto le loro cose apposta per te. Beh… io non ho praticamente nulla in comune con Jonathan Lethem eppure leggendo i saggi raccolti in questo volume - o come m'è successo leggendo La fortezza della solitudine - non posso fare a meno di ritrovare nelle sue parole e nei suoi racconti moltissime cose del mio passato.
Tra le tante occasioni di interesse e di riflessione di queste Memorie di un artista della delusione mi piace ricordare l'excursus sull'opera omnia di Philip K. Dick (che è in qualche modo esemplare di come dal ghetto fantascientifico si possa - e si debba - uscire, se non altro per dare un'occhiata al resto del mondo, senza perdere nulla dell'amore che ci lega a certi luoghi) e la voracità onnivora nei confronti di libri dischi cinema che emerge prepotente dal racconto delle vicissitudini familiari del giovane Lethem e che ha caratterizzato l'adolescenza di parecchi di noi qua fuori.
Un'ultima nota sulla bonus track del volume, ovvero il lungo pezzo appassionato, attento e disincantato sul padrino del soul. James Brown non è mai stato tra i miei soul-men preferiti, però accidenti, che razza di uomo!


Joe Haldeman - Cronomacchina accidentale
Ogni volta che mi capita per le mani un libro firmato da Joe Haldeman so già come andrà a finire. Di recente mi è successo con l'antologico Guerra eterna: Ultimo Atto o con I protomorfi: mi ritrovo a sogghignare felice tra scenari che appartengono alla fantascienza più classica ma che presi in mano da Haldeman danno un'impressione di freschezza e novità che non ti aspetteresti mai.
Cronomacchina accidentale non fa eccezione: sebbene la struttura della vicenda sia quanto di più scontato e prevedibile sia dato cercare nella fantascienza contemporanea, il talento di Haldeman riesce comunque a trasformare la lettura in un'esperienza brillante e seducente. Quante storie di viaggi nel tempo abbiamo già letto? Bene, stavolta succederà esattamente quello che vi aspettate (più o meno), con le solite puntate in futuri alternativamente accoglienti e inquietanti, con incontri fortunati, fughe precipitose e salvataggi per il rotto della cuffia e soprattutto con l'obbligatoria presenza - e risoluzione - del paradosso temporale di turno. Nonostante l'abbondanza di cliché - peraltro abilmente gestiti dall'autore - nelle peripezie del fisico Matt Fuller in giro per lo spazio tempo c'è evidentemente qualcosa capace di avvincere e appassionare il lettore. Questo qualcosa è l'indubbio talento di Haldeman nel rendere i sui personaggi assolutamente umani e comprensibili, la leggerezza e il ritmo del racconto, la capacità di infilare tra le pieghe delle sue storie qualche nota felicemente inquietante e provocatoria.
Tra gli autori capaci di rivitalizzare la buona vecchia fantascienza con cui sono cresciuto credo che Joe Haldeman sia il migliore.

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04 febbraio 2010

Sawyer vs. Tonani


Picture by Luis Carlos Araujo.
Questo post nasce dalla costola di una discussione, lunga, accesa e spigolosa, nata dalle mie osservazioni su Il quinto principio e proseguita sulla Mailing List di Fantascienza, avente come nucleo del contendere la liceità o meno della lettura parziale di un'opera per giudicarla, la soggettività e l'oggettività della critica letteraria, il presunto pregiudizio del commentatore nei riguardi della fantascienza italiana.
A margine della discussione c'è stata anche la seguente osservazione:

"Forse ricorderai che quando si parlava dell'ultimo Tonani avevo tirato fuori la genesi della specie di Sawyer. Non è che sia ossessionato da Sawyer, ma davvero mi sembra un caso di scuola: lì ci sono tutti, ma proprio tutti, i difetti che la vulgata attribuisce alla sf italiana. Personaggi presi pari pari dai luoghi comuni, trama tenuta insieme con lo sputo, falle logiche da far rizzare i capelli e via di seguito. Eppure nessuno si è scandalizzato, anzi, non se ne è accorto proprio nessuno."

A cui io rispondevo:
"A me Sawyer era piaciuto. La sua è proprio quel genere di fantascienza "classica" che qua in italia non è mai mai nato. (l'esempio più prossimo è forse Alberto Cola - almeno le prime cose che ho letto: plot potente, personaggi immediatamente riconoscibili, poche menate e via che si va…).
Forse sarebbe interessante annotare quali sono le differenze nella mia percezione tra un romanzo di Sawyer e quelli, chessò, di Dario Tonani o di Vittorio Catani o di Giovanni De Matteo."


Questo post cerca di evidenziare le ragioni per cui il mio personalissimo giudizio sulla trilogia Neanderthaliana di Robert J. Sawyer (La genesi della specie, Fuga dal pianeta degli umani, Origine dell'ibrido ) è in definitiva migliore di quello formulato dopo aver letto L'algoritmo bianco di Dario Tonani.

La prima cosa da dire è che il sottoscritto potrebbe fare anche a meno della fantascienza di Sawyer: i suoi sono romanzi elementari per struttura, stile, speculazione. In nessuno dei libri di Sawyer si raggiungo quelle vette dell'immaginazione o della scrittura che ti rendono memorabile un romanzo. Ma Sawyer non è un dilettante, è un ottimo professionista che rimedia con lo studio, la preparazione e il metodo a quelle che potrebbero apparire come serie mancanze.
In questo senso leggere Sawyer non è mai una perdita di tempo. Nella sua trilogia Neanderthaliana non ci sono evidenti sciocchezze, non ci sono personaggi incoerenti o svolte palesemente improbabili. C'è l'invenzione e la speculazione che ci si attende da una buona storia di fantascienza classica, in cui date certe premesse il resto dovrebbe scorrere liscio come l'olio con magari qualche impennata nel ritmo per quel paio di svolte più o meno sorprendenti nel plot. L'originalità del progetto non è dovuta a chissà quale nuova idea, semmai all'ottimo world-building, così come la lettura non è resa avvincente da improvvisi scarti narrativi, quanto piuttosto dalla presenza di personaggi ben delineati e immediatamente identificabili.
In lista mi è stato fatto presente che non tutto nelle storie di Sawyer funziona a puntino, che ci sarebbero personaggi improbabili e avvenimenti realisticamente poco credibili. Dal mio punto di vista posso dire che se è vero che alcuni personaggi compiono azioni non propriamente consone alla situazione in cui sono calati, questi episodi non mi hanno dato eccessivo fastidio, un po' per la consapevolezza della realtà romanzesca in cui si ritrovano ad agire, un po' perché non hanno fatto saltare la soglia critica alla mia sospensione dell'incredulità.
Stessa cosa potrei dire per la questione delle conseguenze poco credibili ai fatti che avvengono nel romanzo. Ma dovrei anche precisare che per me il cuore della trilogia stava nella creazione della civiltà Neanderthaliana della Terra parallela. Il fatto che il resto della vicenda fosse costretto a piegarsi in qualche modo a quella particolare invenzione narrativa era scritto tra le righe nel patto stipulato tra lettore (questo lettore!) e l'autore del romanzo.

Discorso opposto per Dario Tonani. La scrittura dell'autore italiano è incomparabilmente superiore a quella del canadese Sawyer sia per la ricchezza delle suggestioni che emergono dalle sue pagine, sia per la resa cromatica unica del mondo in cui immerge le sue storie.
Riconoscendo questa superiorità stilistica io mi aspetto la stessa qualità anche nelle componenti prettamente narrative dei suoi romanzi: nella struttura del plot, nella creazione dei personaggi, nelle invenzioni che caratterizzano fantascientificamente le sue storie.
Se per quest'ultimo aspetto L'algoritmo bianco regge tranquillamente il confronto con i romanzi di Sawyer, la struttura del plot e soprattutto i personaggi non sono mai all'altezza dello scenario che Dario Tonani dispiega come elemento fondante la sua fantascienza. Non lo sono per due dettagli fondamentali: mancanza di profondità e coerenza.
I personaggi di Robert J. Sawyer risultano immediatamente riconoscibili. Questo significa che il lettore non fa nessuna fatica a seguirli e a immedesimarsi nei loro panni, di conseguenza nel corso della lettura non si generano mai confusioni di ruoli o sovrapposizione d'intenti. Certo, nessun personaggio rimane indelebilmente impresso nella memoria, Ponter Bondit non è un Elethiomel o un Prabir, ma tutti risultano egualmente vivi e reali agli occhi del lettore. Ne L'algoritmo bianco, al contrario, motivazioni e personalità del protagonista risultano parecchio vaghe se non palesemente incoerenti e quasi tutti i comprimari si perdono irrimediabilmente nello sfondo.

Un'altra differenza sostanziale tra i due autori sta nel peso della componente speculativa all'interno dei rispettivi romanzi. Se Tonani è superbo nella creazione e nella descrizione del suo mondo fantastico, il ruolo riservato all'estrapolazione speculativa della realtà fittizia in cui si svolge l'azione è lasciato più all'interpretazione del lettore, alla sua suggestione, piuttosto che all'intervento esplicito di una componente informativa. Questo non è un difetto, stante appunto la padronanza che ha l'autore delle capacità evocative della sua scrittura. D'altro canto Sawyer rimedia abilmente ai suoi limiti compositivi riuscendo a infilare nel racconto una messe di informazioni sorprendenti, realistiche e particolareggiate che ben difficilmente è riscontrabile in un normale romanzo di fantascienza italiana (a me è rimasta particolarmente impressa la digressione sulla presunta superiorità etica di una società di cacciatori/raccoglitori rispetto a quella che siamo abituati a ritenere più evoluta basata sull'agricoltura/allevamento, ma è solo una delle tante suggestioni (fanta)scientifiche che arricchiscono la trilogia).
La quantità d'informazione serve da un lato a mantenere vivo l'interesse del lettore anche in mancanza di vere svolte narrative, dall'altro lo rende complice e partecipe del percorso di scoperta che compie man mano che procede nel romanzo. L'algoritmo bianco fondandosi su un'unica linea narrativa e mancando di un valido contrappeso informativo avrebbe la possibilità di imporsi al lettore per la profondità che ci attenderebbe dalla scrittura di Tonani. Profondità che però svanisce una volta che lo sguardo del lettore passa dal contesto generale (in sostanza ambiente & idee di base) al particolare (personaggi, relazioni, svolte narrative).

In definitiva mi pare di poter dire che il giudizio espresso sui romanzi presi in esame è opposto rispetto alla mia opinione sulle capacità autoriali dei due scrittori. Se la lettura de L'algoritmo bianco mi ha soddisfatto di meno di quella dei romanzi di Sawyer è perché da un autore come Dario Tonani mi aspetto molto di più di quel che ritrovo nella fantascienza classica del canadese.
Magari mi sbaglio, ma se c'è qualcuno con le potenzialità per scrivere un grande romanzo, un'opera che rimanga impressa indelebilmente nel mio immaginario, beh… questo qualcuno assomiglia di certo più a Dario Tonani che a Robert J. Sawyer.

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29 gennaio 2010

A Torino!


Picture by Iguana Jo.
Era da un po' che non mi capitava di avere un appuntamento con persone che non conosco per parlare di cose che non esistono.
Finalmente è successo.
Con la scusa della Mostra di Grafica Giapponese un pugno di frequentatori del fantastico nostrano si incontrerà domani in quel di Torino.
Si attendono eclissi di sole, viaggiatori atemporali, collassi stellari, piogge miracolose.

Ci si risente la prossima settimana.

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28 gennaio 2010

La luna è una severa maestra


Originally uploaded by Naír la jefa.
Non lasciatevi ingannare: qui non si parla di Heinlein. Un titolo così evocativo mi sembrava però perfetto per introdurre queste note su Moon, il primo lungometraggio di Duncan Jones, altrimenti noto per essere figlio di nientepopodimeno che Ziggy Stardust in persona.
Saranno sicuramente (seee, come no!) le ascendenze paterne, ma era da tempo che non vedevo un film di vera fantascienza come Moon. (E Avatar? Sì, ok, è un film di vera fantascienza anche quello. Solo che, ecco, nel caso del film di Cameron la storia era decisamente surclassata dalla qualità delle immagini, mentre nel film di Jones, beh… ne parliamo più avanti.)
Cosa intendo per film di vera fantascienza? Se prendiamo come riferimento quello che gli spacciatori di cinema intendono come fantascienza, siamo già parecchio fuoristrada: ormai la famigerata sigla sci-fi sembra essersi trasformata in un comodo specchietto per attirare un pubblico alla ricerca dell'effetto speciale a tutti i costi mescolato all'azione adrenalinica, con sceneggiature ridotte a semplice optional, fastidioso ma necessario, per rimpolpare lo spettacolo.
Per me la vera fantascienza si ritrova in quel genere di cinema in cui storia e suggestioni fantascientifiche sono la ragione d'essere del film, un cinema in cui effetti speciali e meraviglie tecnologiche sono utilizzati per accentuare la credibilità dello sfondo e non quale unico motivo per godersi lo spettacolo, un cinema che non si dimentica di ragionare in termini provocatori sullo stato delle cose.
In questo senso gli ultimi film di fantascienza di un certo peso che m'è capitato di vedere al cinema sono davvero pochi. Penso a Eternal Sunshine of the Spotless Mind (aka Se mi lasci ti cancello) o a Gattaca, al limite a Serenity, ma non è che mi vengano in mente molti altri esempi.
E Avatar? Ok, se vogliamo considerare anche i film per ragazzi, va bene anche Avatar.

Torniamo sulla luna.
Moon racconta le ultime settimane di solitaria permanenza su una base lunare di Sam Bell, assunto con un contratto triennale per sorvegliare le operazioni di recupero pressoché automatizzate di Helium 3, elemento indispensabile per il fabbisogno energetico della Terra. Unica sua compagnia è Gerty, l'intelligenza artificiale che gestisce i sistemi della base. Da questa premessa si sviluppa una vicenda che forte dei modelli del passato (penso ovviamente a Kubrik, ma mi sembra che qualcosa il film lo debba anche a Spazio 1999) offre uno sguardo sufficientemente originale e complesso a più di un classico topos fantascientifico.
Moon è un gran bel film per la capacità di sceneggiatori e regista di raccontare in maniera efficace una storia tanto complessa quanto affascinante, tanto da riuscire a catturare l'attenzione dello spettatore senza utilizzare facili scappatoie (leggi senza calcare la mano su esplosioni o ammazzamenti, senza confondere le idee con montaggi fuori luogo, mantenendo la rotta narrativa puntata al bersaglio dall'inizio alla fine) o mortiferi spiegoni. Moon è una pellicola che si fa ricordare anche per l'eccellente lavoro svolto dal suo protagonista. Sam Rockwell regge da solo tutto il peso del film con una performance che ha dello straordinario per le emozioni che riesce a suscitare grazie alla ricchezza di sfumature e di toni della sua recitazione.
Moon non è un film perfetto. Lasciando stare i difetti scientifici, che non inficiano mai la visione (vedi per esempio la mancata simulazione della ridotta gravità lunare), c'è purtroppo da evidenziare come tutta la vicenda parta da un assunto francamente incredibile. Sebbene la coerenza interna della pellicola sia assoluta, questa mancanza - a patto di registrarla - rischia di lasciare lo spettatore a fine visione con un senso di delusione per le potenzialità narrative in qualche modo sprecate. Il dubbio che rimane è se la forza della storia raccontata in Moon valga la premessa inconsistente su cui si basa. (Mi rendo conto di risultare un po' criptico, almeno per chi non lo ha visto, ma non voglio rovinare la visione a nessuno, che nel film le sorprese non mancano). La mia risposta è comunque positiva: a prescindere dai suoi difetti un film come questo di Duncan Jones ne vale almeno dieci di quelli girati dai vari Spielberg, Scott o Lucas degli ultimi decenni.
In conclusione rimane da notare come Moon sia risultato praticamente invisibile ai frequentatori delle sale cinematografiche nazionali. lI mio ringraziamento va dunque a Elvezio Sciallis e a Vanamonde per averne parlato nei rispettivi blog, che altrimenti per la velocità con cui è apparso e subito scomparso dall'orizzonte Moon mi sarebbe sicuramente sfuggito.

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25 gennaio 2010

Cento di questi giorni


Picture by Iguana Jo.
Di mia nonna Laura ho già parlato in queste pagine qualche anno fa.
Oggi mi va di ricordarla con questa foto scattata sabato, quando con tutta la famiglia abbiamo festeggiato i suoi cento anni.
Un secolo di vita.
A pensarci vengono i brividi.
E lei è ancora qui, presente e partecipe. Capace di commuoversi per un applauso di gruppo e di rimproverare mio zio per un bicchiere di troppo.
Mia nonna che alla sua età non si fa mancare un bicchiere di birra e i tortelli fritti, che sorride ai nipoti e non si è ancora stancata di averci tutti intorno.

Auguri nonna!

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20 gennaio 2010

12 anni è l'età giusta.


Originally uploaded by Movie Mania.
Mi capita di rado di vedere un film appena uscito. Credo che per me vedere Avatar il giorno successivo al suo arrivo sugli schermi nazionali sia una specie di record.
Del resto non sarebbe successo neanche stavolta se, per una serie di fortunati eventi che contemplavano l'esigenza di festeggiare un compleanno, l'impossibilità di aspettare la data corretta e la voglia spasmodica di vedere 'sto film da parte di mio figlio, non ci fossimo ritrovai ad accompagnare al cinema 8 ragazzini di età compresa tra i nove e i dodici anni. Tutti vittima del marketing ovviamente, come del resto il sottoscritto. Come spiegare altrimenti la necessità di scrivere il milionesimo post reperibile in rete sull'ultima megaproduzione di James Cameron?
Già che ci siamo parliamo subito di marketing & industria, così ci caviamo il dente: quanto hanno speso per fare in modo che ci fiondassimo tutti al cinema contemporaneamente? Avevamo davvero così tanta fame da non vedere l'ora di credere alle promesse delle sirene hollywoodiane?
Ma poi, che cos'è questo Avatar?
Una storia? un luna park? un filmone-di-quelli-di-una-volta? intrattenimento? cultura? spettacolo? arte?
E James Cameron è un regista o un imprenditore di successo?

Io non lo so, e ho anzi le idee parecchio confuse.
Vediamo se con questo post riesco un po' a chiarirmele.
Partiamo col dire che Avatar è forse il film più meraviglioso io abbia mai visto. Non c'è scena che non mi abbia fatto sgranare gli occhi e lasciato a bocca aperta. Durante la visione si è sottoposti a un vero e proprio overload sensoriale, tanto che le categorie vero/falso, reale/fantastico, impossibile/incredibile non hanno più alcun senso. Pandora è qualcosa di mai visto prima. Andate a vederlo, se le immagini di questo film non vi meravigliano allora siete morti.

Detto questo toccherebbe parlare della storia, dei personaggi, del messaggio (seee…), ma non ne ho molta voglia. In giro per la rete ci son fior fiore di analisi, critiche e recensioni. Dal mio punto di vista non saprei cosa dire di più.
Forse l'unica considerazione che mi va di aggiungere al mucchio è che Cameron e compagnia devono avere ben poca fiducia nelle capacità intellettive del loro pubblico. Tutto nel film - complessità narrativa, problematiche affrontate, grado di realismo accettabile, profondità emotiva dei personaggi, messa in scena - m'è parso tarato su un'età presunta dello spettatore che si aggira intorno ai 12 anni. In questo senso Avatar non ha fatto che confermare l'idea che m'ero fatta di Cameron ascoltandolo mentre ribadiva la necessità di semplificare la storia (nelle vesti di produttore del Solaris di Steven Soderbergh) oppure vedendolo in azione sul set di Aliens, in quella che mi sembravano i prodromi di una crisi di nervi di fronte all'incomprensione di cui sembrava vittima la sua visione - indubbiamente valida ma decisamente più elementare rispetto all'Alien girato da Ridley Scott - del progetto.
Questa cosa non mi ha sorpreso, ma mai come in questo film, peraltro intelligente, senza sbavature narrative o particolari problemi di sceneggiatura, mi si è rivelata in tutta la sua banale verità: Avatar è un film per ragazzini.
Rassegnamoci (e godiamocelo) oppure incazziamoci (e godiamocelo), la nostra opinione non conta comunque nulla.
Dopotutto in Avatar è racchiuso tutto il meglio di quel che il Cinema avrà da offrirci nei prossimi anni. Siete pronti?

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18 gennaio 2010

Ernesto Vegetti (1943-2010)


Picture by Iguana Jo.
Ieri è stata una bella giornata, trascorsa tra rugby, chiacchiere e feste di compleanno. Poi son tornato a casa, ho acceso il computer e ho dato un'occhiata alla posta elettronica.
"Ernesto non c'è più. Se n'è andato stanotte."
Due frasi che mi hanno lasciato senza fiato, tanto incredibili apparivano.

Ernesto era un pilastro della fantascienza italiana, era il grande Catalogatore, era attivo da sempre nel fandom, tanto polemico quanto rispettato on-line, altrettanto amabile generoso e disponibile fuori dalla rete.
Molte sono le cose che ci dividevano, ma se c'è una persona che ha dimostrato sempre una coerenza, una correttezza e una disponibilità al confronto schietta, onesta e sincera era Ernesto Vegetti.
Ernesto mi è sempre sembrato una persona felice e soddisfatta della propria vita, una persona che ha sempre lottato con inalterato entusiasmo per le sue idee, una persona innamorata della fantascienza, una persona buona.
Senza di lui il mondo è un po' più povero.

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15 gennaio 2010

Il quinto principio


Picture by Iguana Jo.
A me dispiace per Vittorio Catani, che rimane una delle persone migliori io abbia conosciuto in questi anni di frequentazione dell'ambiente fantascientifico italiano, ma in questi giorni, man mano che scorrevo le opinioni positive della stragrande maggioranza dei lettori del suo romanzo appena uscito in un Urania speciale, beh… a me pareva di essere piombato inavvertitamente in una realtà alternativa in cui la buona fantascienza era diventata una cosa diversa (molto diversa!) da quella che credevo. Mi chiedevo infatti come fosse possibile che fossi il solo a trovare davvero terribile Il quinto principio.
Questo post ha quindi la presunzione di voler riportare la discussione in un sistema di coordinate letterarie in cui mi sento più a mio agio. Quella che segue non è una recensione, piuttosto un tentativo di stabilire un principio di realtà utile per rimettere i piedi per terra e ripartire con qualche riferimento più sicuro per le prossime avventure librarie.

M'è capitato molto di rado di non riuscire a finire un libro che stavo leggendo. Vuoi che mi prenda un inguaribile ottimismo, che magari poi la storia migliora (seee…); vuoi che mi arrenda alla noia e che prosegua rassegnato fino alla fine; vuoi che mi salga la curiosità morbosa di vedere fino a che punto si possa arrivare, ma solitamente arrivo fino in fondo ai libri che decido di leggere.
Però stavolta non ce l'ho proprio fatta. Sarà stata la mole, che arrivato a un terzo delle oltre 500 pagine de Il quinto principio e pensare che ne avevo ancora il doppio prima della fine mi ha davvero depresso. O forse la consapevolezza che con tutti i libri che sto accumulando in questo periodo ogni momento perso a leggere qualcosa di men che interessante è tempo che avrei potuto spendere meglio. Fatto sta che mi sono arreso.
I motivi per cui Il quinto principio non m'è proprio piaciuto sono diversi. Li vado a elencare in ordine sparso, in modo tale che i numerosi lettori che hanno apprezzato il romanzo possano agevolmente convincersi della mia scarsa sensibilità e/o della mia semplice ignoranza in materia.

- la sospensione dell'incredulità
Per leggere fantascienza un minimo di sospensione dell'incredulità è d'obbligo. Bisogna fidarsi dell'autore, tenere gli occhi aperti e lasciarsi stupire, accettare teorie o avvenimenti apparentemente (apertamente?) incredibili o fantastici. È anche vero che ognuno di noi ha un livello di soglia oltre il quale le cose precipitano fragorosamente: dal momento in cui un particolare avvenimento, una specifica teoria, una determinata azione del tal personaggio ti appaiono impossibili da mandar giù anche nel contesto meraviglioso in cui si collocano, beh… da quel momento in avanti è davvero difficile risalire la china.
Ne Il quinto principio, il mio personale indice d'incredibilità è andato rapidamente fuori scala.
Nei primissimi capitoli del romanzo abbiamo un uomo ricercato da quella che sembra l'organizzazione più potente del pianeta che viene catturato da due cazzutissimi agenti della stessa. Come fa a sfuggirgli? Attende che entrambi lo lascino solo in uno stanzino nel retro di una discoteca, stanzino a cui non chiudono nemmeno la porta, per poi tornare indisturbato a casa. Poche pagine più avanti c'è l'uomo più ricco del pianeta che decide di imbarcare sulla sua aereomobile una fanciulla da lui incaricata di spiare il suo peggior nemico (l'altro uomo più ricco del pianeta) perché gli tenga compagnia. Fanno sesso, lei lo vuole uccidere, lui si salva, lei vola fuori dall'aereomobile. Semplice e lineare. Il problema è che questa sequenza di avvenimenti vi farà rimpiangere la visione di un qualsiasi cartoon di Wile Coyote, tanto improbabili, irreali e francamente ridicole sono le singole scene in cui si sviluppa. Da qui in poi è una discesa ininterrotta, e nonostante altri momenti siano ben orchestrati, quando sono arrivato alla scena dell'asta antartica prima, e all'incontro del prigioniero sull'aereo poi, non ce l'ho più fatta e ho mollato il romanzo.

- scenari complessi per personaggi elementari
Lo scenario messo in piedi da Catani è maestoso nelle sue dimensioni e stupefacente per la sua complessità. In un mondo così complicato e interconnesso si muovono personaggi le cui personalità non raggiungono mai un livello di profondità paragonabile a quella dell'ambiente circostante e la cui voce non spicca mai riconoscibile in mezzo a quella di tutti gli altri.
Leggendo Il quinto principio avevo l'impressione di muovermi in un universo descritto da un VanVogt fuori tempo in pieno trip lisergico dopo un'immersione forzata in un racconto eganiano. Secondo me, qui e ora, si doveva fare di più per caratterizzare al meglio ogni singola persona che compare nel romanzo.

- sesso & carnazza
È possibile che tutti i personaggi femminili presentati fino a pagina 150 siano caratterizzati per le loro performance sessuali e poco altro? Magari parlano e agiscono, lottano e complottano, ma tutte queste azioni sono sempre e comunque subordinate a una qualche attività sessuale di poco precedente o successiva. E non importa che siano bambine impuberi o anziane rotte a qualsiasi esperienza, la loro relazione con il mondo del romanzo e con i maschi che lo frequentano è sempre presentata in chiave pseudo-erotica.
La rappresentazione delle relazioni tra i sessi che compare nel romanzo non è un filino riduttiva? Le donne non sanno fare/pensare proprio nient'altro?

- l'ideologia mi porta via
Capisco l'esigenza di Vittorio Catani di dare una connotazione politica al suo romanzo, e la apprezzo. I problemi sorgono quando la narrazione è costretta a piegarsi all'ideologia, con il rischio conseguente di perdere ogni possibilità di avvincere il lettore. Io ho interrotto la lettura del romanzo ben prima che questo diventasse un problema effettivo, però qualche campanello d'allarme è suonato già nei capitoli che ho avuto modo di leggere (vedi per esempio l'ossessione per una caratterizzazione estremamente aggressiva del mercato o la presentazione di Diaspar).

Ai difetti elencati (difetti secondo me) si aggiunge una struttura del romanzo fatta di molteplici punti di vista ed episodi apparentemente slegati. L'efficacia di questo tipo di montaggio, che mi pare sia ormai la norma per tutti i romanzi di genere superiori alle 300 pagine, è direttamente proporzionale al carisma dei personaggi di cui si seguono le vicende, alla capacità dell'autore di legare tra loro storie a prima vista molto lontane tra loro e al ritmo che i vari cambi di prospettiva riescono ad imprimere al romanzo. L'effetto complessivo dovrebbe risultare superiore alla somma delle singole parti, e la confusione rarefarsi man mano che si procede con la storia. Non so se Il quinto principio raggiunge questo risultato, se la frenesia iniziale trova una sua ragion d'essere a fine lettura. Io me lo auguro, magari chi ha letto il romanzo fino alla fine avrà le idee più chiare.

Arrivato in fondo al post voglio ribadire che nonostante il giudizio negativo espresso sul suo romanzo, la mia stima per Vittorio Catani rimane inalterata. La precisazione suonerà superflua, o addirittura stonata. Chissenefrega. Visti i precedenti che caratterizzano il piccolo mondo fantastico nostrano andava ribadita. Non è la capacità di scrivere un romanzo che determina le qualità di una persona, e la considerazione che ho per Vittorio Catani è decisamente superiore a quella che nutro per il suo romanzo.

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10 gennaio 2010

Into the Wild


Picture by Iguana Jo.
Se passate da questo blog e siete in modalità cinica e disincantata cambiate aria che questo non è un post per voi. Si respirerà nostalgia e melassa, si scenderà la china della memoria per riandare col pensiero ai tempi andati.
L'occasione? L'altra sera ho visto finalmente Into the Wild.
Volete una critica seria o preferite l'onda lunga dei ricordi?

Non so se preferire Sean Penn attore o regista. Di sicuro i film che ha girato dietro la macchina da presa mi hanno impressionato per l'approccio serio alle storie che sceglie di narrare. Il suo è un cinema che si sofferma sugli scogli morali che fanno naufragare le solite mega produzioni hollywoodiane e che allo stesso tempo non cerca mai la scappatoia ironica o gli accomodamenti retorici tipici del modello di cinema indipendente a stelle e striscie che va per la maggiore. Mi sembra che Sean Penn sia tra i pochi autori americani (forse l'unico altrettanto coerente con quest'idea di cinema, pur con tutte le differenze del caso - generazionali, mi vien da pensare - è Clint Eastwood) che privilegia la forza del racconto all'uso smodato di particolari tecniche di ripresa, uno dei pochi registi il cui scomparire all'interno della messa in scena non è sinonimo di mancanza di stile quanto piuttosto di un'umiltà piuttosto rara in un mondo dominato dall'ego autoriale di un sacco di suoi colleghi.

Con queste premesse Into the Wild è in effetti un film parzialmente difettoso. La mia impressione è che una sorta di pudore abbia impedito a Penn di andare fino in fondo nell'indagare azioni e motivazioni del suo protagonista.
La storia narrata nel film è nota: Chris McCandless abbandona la sua vita di giovane rampollo di un'agiata famiglia americana per fuggire nei territori più selvaggi degli Stati Uniti e andare quindi a spegnersi, dopo due anni di vagabondaggi, nelle foreste dell'Alaska.
Rifuggendo l'agiografia che vorrebbe il buon Chris martire del sistema Sean Penn dimostra un buon equilibrio nel delinearne la personalità, ma allo stesso tempo il limitare unicamente a qualche accenno le problematiche personali che caratterizzano la sua scelta estrema rende in qualche modo monca la narrazione.
Nel seguire le vicissitudini di Chris si rimane costantemente in bilico tra punti di vista estremi e contraddittori: da un lato l'impatto scenografico dei panorami americani a sottolineare la bontà della sua scelta di vita, dall'altro l'intollerabile sventatezza che domina il suo peregrinare.
Durante la visione di Into the Wild è davvero difficile conciliare la solitudine ricercata ossessivamente dal protagonista con la ricchezza degli incontri umani che caratterizzano il suo viaggio. L'impressione più forte che m'è rimasta è che Chris McCandless abbia dato la risposta sbagliata a problemi veri, che fosse un ingenuo che alle buone letture non accompagnava un'altrettanto buona esperienza, un ragazzino egocentrico ed entusiasta come, per fortuna o per forza, sono la maggior parte dei ventenni, imperdonabile solo per aver pagato fino in fondo il prezzo delle sue scelte.

Ma nonostante gli indubbi limiti a me il film è piaciuto per tutta una serie di motivi che con lo specifico della vita di Chris McCandless hanno forse poco a che fare. Into the Wild è pieno di spunti interessanti: c'è lo sguardo paterno (e quindi pudico e rispettoso e sempre moralmente attento, forse anche troppo, ma non tanto da diventare insopportabile) che Sean Penn adotta per raccontare la storia, c'è la forza delle immagini, che la natura nel film non è mai accomodante e caramellosa, quanto piuttosto selvaggia e indifferente, ma comunque stupefacente, c'è la straordinaria colonna sonora, che sentire la voce Eddie Vedder accompagnare le tappe del viaggio di Chris aggiunge una nota struggente che non mi ha lasciato indifferente e -soprattutto? - c'è stata l'indubbia suggestione di una serie di situazioni che mi hanno fatto rivivere uno scorcio del mio passato.
Vedere la strada aperta davanti a te, il pollice alzato, il camion che si ferma, son cose che mi hanno riportato ai miei vent'anni, quando preso dalla febbre della scoperta facevo l'autostoppista solitario in giro per l'Europa. Gli incontri lungo la strada, quelli buoni e quelli meno buoni, le notti passate a dormire per strada, i passaggi memorabili e le volte che aspettare era l'unica cosa da fare, l'ebbrezza del viaggio, il sapore della solitudine, l'ospitalità inaspettata, la libertà sconfinata e la pioggia che sa di malinconia. Nel film queste cose ci sono tutte ed era da tempo che non le ritrovavo così vere in una storia. Solo per questo Into the Wild per me è già un film memorabile. Che poi qui e ora, con qualche anno in più sulle spalle, si faccia fatica a capire la fame di Chris è forse comprensibile, ma a vent'anni, beh… a vent'anni la morte, i soldi, persino la famiglia, sono cose lontane, partire (che sia fuga o scoperta) e cercare la propria verità è decisamente meglio.
(ve l'avevo detto che il tono sarebbe diventato insopportabilmente melenso, no?)

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04 gennaio 2010

Fantascienza a venire


Picture by Iguana Jo.
C'è un tormentone che accompagna costantemente le avventure dei lettori di fantascienza. Non c'è anno che non si alzi una voce (o due, o tre) a proclamare la morte del nostro genere preferito.
Per riportare la situazione sotto controllo ho provato a dare un'occhiata in giro e vedere che prospettive ci sono per l'anno appena iniziato. Beh… a quanto pare per il 2010 sono attese carrettate di novità e tutte (o quasi) molto molto stuzzicanti. Chi glielo dice a 'sti scrittori che il genere è morto?
Ovviamente si parla della scena anglosassone, che qui da noi si vivacchia (anche se l'annuncio della prossima pubblicazione in italiano di Incandescence, il romanzo di Greg Egan del 2008, il ritorno della space opera di Peter Hamilton e l'arrivo su Urania di Charles Stross non sono notizie da buttar via…).

Andando in ordine sparso ecco qualche titolo in arrivo nei prossimi mesi dai miei autori preferiti.
Partiamo con The Dervish House di Ian McDonald. Dopo l'India e il Brasile, McDonald esplora le potenzialità narrative di Istanbul, con una storia di nanotecnologie, antichi misteri ottomani e misticismo orientale. Credo proprio che le straordinarie capacità immaginifiche dell'autore nordirlandese troveranno terreno molto fertile a cavallo del Bosforo.

Iain Banks alterna opere mainstrem a romanzi di fantascienza. Visto che nel 2009 è uscito Transition, per quest'anno si attende un nuovo romanzo di fantascienza. Io ci spero, anche se nel suo caso non ho poi questa fretta visto che ho ancora qui Matter in coda di lettura.

Anche China Mieville ha un nuovo romanzo in arrivo. Il titolo dovrebbe essere Kraken, il contenuto è misterioso, ma se tanto mi da tanto non dovrebbe allontanarsi troppo dai territori oscuri delle sue opere precedenti.

Charles Stross
ha in programma di completare la saga dei Principi Mercanti. Non ho mai letto nulla di questo ciclo ma anche per lui vale quello che scrivevo per Banks: ho ancora un paio di suoi volumi da leggere, credo di essere a posto per tutto il 2010.

Greg Egan
nel corso del 2010 pubblicherà Zendegi che al contrario degli ultimi suoi romanzi non sarà ambientato nello spazio in un remoto futuro ma qui, sulla Terra prossima ventura. Sarà una storia che si muoverà tra comunità virtuali e ricerche neurali. Conoscendo Egan sarà davvero interessante leggere fin dove si spingeranno le sue speculazioni (fanta)scientifiche.

Nei prossimi mesi tornerà in libreria anche Richard Morgan con The Dark Commands, che però probabilmente non riguarderà l'universo di Takeshi Kovacs.

Sembra che nel corso dell'anno ci sarà anche un altro gradito ritorno. Dopo otto anni dall'ultimo romanzo torna Miles Vorkosigan in CryoBurn. Spero solo che Lois McMaster Bujold abbia mantenuto intatta la verve che caratterizzava le ultime comparse del nostro Vor preferito.

Tra le autrici cui sono più affezionato c'è anche Connie Willis. Anche lei tornerà nel 2010 con un nuovo romanzo. Il titolo previsto è Blackout e sarà un'ucronia nello stesso univeso de L'anno del contagio (che non ho letto e non credo leggerò, almeno non a breve).

Tra gli autori con qualche seguito qui in italia sono degni di menzione i nuovi romanzi di Ken MacLeod (The Restoration Game) e Cory Doctorow (For the Win), mentre tra le autrici che mi è capitato di leggere con piacere negli ultimi anni vanno ricordate Jo Walton, che con Among Others uscirà dai territori della storia alternativa per proporre "a semi-autobiographical tale of growing up nerdy", e soprattutto Mary Gentle, che proporrà un romanzo ambientato da queste parti, almeno a vedere il titolo che è The Kingdom of the Two Sicilies.

Tra le altre novità in arrivo i nuovi romanzi di Alastair Reynolds (Terminal World) e Peter F. Hamilton (The Evolutionary Void) mentre tra le possibili sorprese, almeno a vedere i relativi titoli, vanno citati New Model Army di Adam Roberts, Kosher Guide to Imaginary Animals di Ann and Jeff VanderMeer.

L'ultima segnalazione va di diritto a un romanzo che sto aspettando ormai da parecchi anni. È più una speranza che una certezza, ma chissà mai che non sia finalmente la volta buona per il buon George R. R. Martin di dare alle stampe il suo A Dance With Dragons?

(fonti: Uraniamania,
Cyberabad, io9, Richard Morgan Site, The Bujold Nexus)


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