10 gennaio 2010

Into the Wild


Picture by Iguana Jo.
Se passate da questo blog e siete in modalità cinica e disincantata cambiate aria che questo non è un post per voi. Si respirerà nostalgia e melassa, si scenderà la china della memoria per riandare col pensiero ai tempi andati.
L'occasione? L'altra sera ho visto finalmente Into the Wild.
Volete una critica seria o preferite l'onda lunga dei ricordi?

Non so se preferire Sean Penn attore o regista. Di sicuro i film che ha girato dietro la macchina da presa mi hanno impressionato per l'approccio serio alle storie che sceglie di narrare. Il suo è un cinema che si sofferma sugli scogli morali che fanno naufragare le solite mega produzioni hollywoodiane e che allo stesso tempo non cerca mai la scappatoia ironica o gli accomodamenti retorici tipici del modello di cinema indipendente a stelle e striscie che va per la maggiore. Mi sembra che Sean Penn sia tra i pochi autori americani (forse l'unico altrettanto coerente con quest'idea di cinema, pur con tutte le differenze del caso - generazionali, mi vien da pensare - è Clint Eastwood) che privilegia la forza del racconto all'uso smodato di particolari tecniche di ripresa, uno dei pochi registi il cui scomparire all'interno della messa in scena non è sinonimo di mancanza di stile quanto piuttosto di un'umiltà piuttosto rara in un mondo dominato dall'ego autoriale di un sacco di suoi colleghi.

Con queste premesse Into the Wild è in effetti un film parzialmente difettoso. La mia impressione è che una sorta di pudore abbia impedito a Penn di andare fino in fondo nell'indagare azioni e motivazioni del suo protagonista.
La storia narrata nel film è nota: Chris McCandless abbandona la sua vita di giovane rampollo di un'agiata famiglia americana per fuggire nei territori più selvaggi degli Stati Uniti e andare quindi a spegnersi, dopo due anni di vagabondaggi, nelle foreste dell'Alaska.
Rifuggendo l'agiografia che vorrebbe il buon Chris martire del sistema Sean Penn dimostra un buon equilibrio nel delinearne la personalità, ma allo stesso tempo il limitare unicamente a qualche accenno le problematiche personali che caratterizzano la sua scelta estrema rende in qualche modo monca la narrazione.
Nel seguire le vicissitudini di Chris si rimane costantemente in bilico tra punti di vista estremi e contraddittori: da un lato l'impatto scenografico dei panorami americani a sottolineare la bontà della sua scelta di vita, dall'altro l'intollerabile sventatezza che domina il suo peregrinare.
Durante la visione di Into the Wild è davvero difficile conciliare la solitudine ricercata ossessivamente dal protagonista con la ricchezza degli incontri umani che caratterizzano il suo viaggio. L'impressione più forte che m'è rimasta è che Chris McCandless abbia dato la risposta sbagliata a problemi veri, che fosse un ingenuo che alle buone letture non accompagnava un'altrettanto buona esperienza, un ragazzino egocentrico ed entusiasta come, per fortuna o per forza, sono la maggior parte dei ventenni, imperdonabile solo per aver pagato fino in fondo il prezzo delle sue scelte.

Ma nonostante gli indubbi limiti a me il film è piaciuto per tutta una serie di motivi che con lo specifico della vita di Chris McCandless hanno forse poco a che fare. Into the Wild è pieno di spunti interessanti: c'è lo sguardo paterno (e quindi pudico e rispettoso e sempre moralmente attento, forse anche troppo, ma non tanto da diventare insopportabile) che Sean Penn adotta per raccontare la storia, c'è la forza delle immagini, che la natura nel film non è mai accomodante e caramellosa, quanto piuttosto selvaggia e indifferente, ma comunque stupefacente, c'è la straordinaria colonna sonora, che sentire la voce Eddie Vedder accompagnare le tappe del viaggio di Chris aggiunge una nota struggente che non mi ha lasciato indifferente e -soprattutto? - c'è stata l'indubbia suggestione di una serie di situazioni che mi hanno fatto rivivere uno scorcio del mio passato.
Vedere la strada aperta davanti a te, il pollice alzato, il camion che si ferma, son cose che mi hanno riportato ai miei vent'anni, quando preso dalla febbre della scoperta facevo l'autostoppista solitario in giro per l'Europa. Gli incontri lungo la strada, quelli buoni e quelli meno buoni, le notti passate a dormire per strada, i passaggi memorabili e le volte che aspettare era l'unica cosa da fare, l'ebbrezza del viaggio, il sapore della solitudine, l'ospitalità inaspettata, la libertà sconfinata e la pioggia che sa di malinconia. Nel film queste cose ci sono tutte ed era da tempo che non le ritrovavo così vere in una storia. Solo per questo Into the Wild per me è già un film memorabile. Che poi qui e ora, con qualche anno in più sulle spalle, si faccia fatica a capire la fame di Chris è forse comprensibile, ma a vent'anni, beh… a vent'anni la morte, i soldi, persino la famiglia, sono cose lontane, partire (che sia fuga o scoperta) e cercare la propria verità è decisamente meglio.
(ve l'avevo detto che il tono sarebbe diventato insopportabilmente melenso, no?)

11 commenti:

  1. Ricordo di aver considerato McCandless il classico americano individualista fino a un certo punto del film; quando è diventato chiaro che il ragazzo "sbagliava", ho iniziato ad apprezzarlo e a simpatizzare con lui. Fino al finale, "felicità è reale solo se condivisa", un'illuminazione. Sembra banale ma nella mia testa non l'avevo mai formulato, quindi nel suo piccolo mi ha cambiato la vita. Dici poco.

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  2. Beh… ma McCandless è il classico americano individualista!
    (BTW se la frase "felicità è reale solo se condivisa" nel film ci sta benissimo, se non altro per dare un minimo di senso alla morte di Chris, sai che non so mica se nella vita vera sia poi così vera? Essendo la felicità una sensazione prettamente individuale, gli altri che c'entrano? O meglio, gli altri possono certamente aiutarti a raggiungerla, 'sta benedetta felicità, ma di solito se ti provi poi a condividerla non è che gli fai un grosso favore.)

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  3. È noto che io consideri il libro (non ho visto il film) la cosa poeggiore che mi sia capitata nel 2008.
    Il mio problema è che tutte le belle chiacchiere di Mccandles non riescono - per me - a bilanciare l'egoismo assoluto delle sue scelte.
    Questo, accoppiato con la sventataggine assoluta - chenel linbro è evidente e conclamata - non me lo rendono proprio simpatico per nulla.
    Ci sono libri scritti da o su persone meno cool che hanno affrontato se stesse e le terre selvagge senza andare in Alaska con le scarpe da tennis...

    Ma io, è ben noto, quando si tratta di rischiare la pelle, sono un conservatore.

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  4. E un giorno smetterò di scrivere al buio, così farò meno errori di battitura :P

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  5. "Il mio problema è che tutte le belle chiacchiere di Mccandles non riescono - per me - a bilanciare l'egoismo assoluto delle sue scelte."
    Beh… il buon Chris non è che spenda molto tempo in chiacchiere. Ogni volta che gli fanno una domanda diretta tace o cambia discorso… (Nel monologo è bravo, ma così è troppo facile).
    Sull'egoismo non sono del tutto d'accordo. Un ragazzo di vent'anni ha tutto il diritto di tenersi stretto al suo egoismo, anche perché a volte è l'unica cosa che ha. Poi si cresce (si spera) e le cose cambiano.

    Sul discorso del peggior libro mi rimane un dubbio.
    Se il libro, e te lo chiedo proprio perché non l'ho letto, rende un servizio obiettivo al lettore, nel senso che da come ne parli non sembra che Krakauer abbia composto un'agiografia di McCandless, da dove nasce il tuo giudizio così negativo?
    In altre parole: non è un merito del libro quello di renderti McCandless così antipatico?

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  6. Ah... sì, in fondo nel rendermi McCandles antipatico illibro mi rende un buon servizio, nel senso cheme lo presenta così com'era (altri potranno trovarlo simpatico, o indifferente).

    Più che di una agiografia, io parlerei, nel caso del libro di Krakauer, di una specie di mitizzazione.
    È come se ti dicesse "Certo era un pirla, ma che cosa grande ha fatto!"
    Ma io non credo che abbia fatto una cosa grande.

    È certamente un mio limite, ma di fatto preferisco quei personaggi che davanti ad un problema (reale o immaginario) si mettono al lavoro per risolverlo, piuttosto chequelli che fanno i bagagli e se ne vanno, incrementando oltretutto il livello di infelicità di fondo della situazione.
    Un buon esempio: McCandless è mortalmente offeso per il fatto che il padre gli regali un'auto per festeggiare la laurea, ma non pare porsi il problema dell'angoscia dei suoi familiari davanti all'abbandono ed all'assenza di notizie.
    Uncomportamento egoista ed infantile.

    Ecco, di fondo il modo in cui McCandles affronta i propri problemi mi ricorda un po' quelle fantasie adolescenziali in cui uno si sente talmente infelice ed incompreso che immagina di morire per compiacersi nel visualizzare quato tutti piangeranno al funerale.

    Insomma, vent'anni anagrafici ma quattordici anni emotivi.
    A quattordici anni si ha il diritto di essere sventati ed egoisti.
    A venti no.

    Tutto questo, naturalmente, nella mia opinione.

    Perciò - perché il più brutto libro?
    Perché è la storia, scritta sostanzialmente bene, di un pirla.
    Io non ho tempo per certe cose.
    Non sono immortale, e nessuno mi restituirà le ore buttate.

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  7. Io ho letto prima il libro poi ho guardato il film.
    Sono generi diversi.

    Il libro non è un romanzo. E' piuttosto un'analisi di un giornalista che ha vissuto esperienze simili. Il libro ti mostra gli errori "tecnici", ti propone storie simili e meno famose. Comunque non mi ha entusiasmato più di tanto.

    Il film, invece, è in una chiave diversa. Più romantica. E' fisiologico che tutti, io per primo, considerino più bello il film del libro.

    Quanto al contenuto mi chiedo: ma come si fa' a giudicare?

    Lui è stato un folle imamturo?
    Uno dei pochi che ha avuto il coraggio di fare ciò che voleva?
    Un mitomane? Non so davvero.

    Comunque, questa storia non lascia indifferenti. E non credo, in tutta onestà, che analizzare, leggere e discutere di McCandless sia tempo perso.

    Ciao Iguana,
    devo farti ancora dei complimenti. Analizzi così in profondità, e scrivi in modo davvero sconcertante.
    Una risorsa. Un buon allentamento per me.

    Ciao
    Gianluca

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  8. Ciao Gianluca e grazie per i complimenti!
    (…ma addirittura sconcertante? Sei sicuro? :-))

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  9. si.
    per me, ovvio.

    Sconcertante da un punto di vista positivo. Nel senso che solo su alcuni libri leggo concetti così profondi in un modo così scorrevole e chiaro come da te.

    E non chiedermi ora che cacchio di libri leggo, eh...

    Ciao Iguana...

    gianluca

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  10. Zoe di Sillabaria3 maggio 2010 00:40

    @Davide Mana.Trovo decisamente salubre il tuo commento. E' la storia di un giovane pirla, senza alcun dubbio, con non lievi disturbi della personalità. Mi sembra piuttosto darwniano che una personalità così disfunzionale si sia autoelimiata alla svelta.
    E io pure sono riluttante a perdere ore-vita per cose che poco m'insegnano o mi allettano: darwnianamente parlando, io sono un gran successo:-)

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