Ora che la tempesta pare passata voglio provare a capire cosa è successo su flickr in questi giorni.
In breve: la settimana scorsa vengono annunciate le localizzazioni in sette lingue del sito di flickr. Contestualmente a tale implementazione gli utenti registrati in quattro distinte nazioni si trovano improvvisamente impedito l'accesso a tutte le immagini non considerate sicure. (piccola precisazione: tutte le immagini su flickr vengono categorizzate per il loro contenuto in safe, moderate, restricted, non sto qui a spiegare i metodi parecchio discutibili per assegnare le immagini in queste categorie).
Questa ha fatto giustamente imbestialire gli utenti interessati, soprattutto quelli tedeschi non avezzi a tali forme di censura, che dall'oggi al domani si sono visti limitare univocamente la loro esperienza flickriana.
Da qui è partita una campagna massiccia di protesta. E visto la latitanza dello staff flickriano la cosa ha preso dimensioni piuttosto estese.
Alla fine la risposta da flickr è arrivata, attribuendo le responsabilità di tale censura alla legislazione tedesca particolarmente rigida riguardo l'accesso di minorenni a contenuti _maturi_ (diciamo così, che non saprei come meglio definirli).
È stato fatto notare come fossero decine i siti tedeschi che permettevano la fruizione di tali materiali senza incorrere in sanzioni, l'unica precauzione adottata è il controllo dell'età al momento dell'accesso al sito.
Dopo qualche altro migliaio di messaggi più o meno attinenti al problema è arrivata la soluzione di compromesso: gli utenti tedeschi potranno scegliere di accedere alle immagini safe o al massimo alle immagini moderate. Le immagini restricted sono "per ora" (in attesa di qualche innovazione tecnica ad hoc, parola di flickr) riservate alla visione privata.
Fin qui la cronaca.
Quello che però più mi ha sorpreso è stata la controcampagna innestata da alcun utenti che si son detti irritati dalla protesta anti-censura in corso.
I toni erano i più svariati, dal "cosa protesti se non sai nemmeno di cosa si sta parlando", al "flickr è un'azienda privata, può piacere o meno, ma non ha alcun dovere verso i suoi clienti", al "ti pare che sia un buon motivo protestare per l'impossibilità di vedere qualche tetta quando in giro ci sono intere nazioni che sono messe molto peggio" etc etc etc…
Il tutto accompagnato dal cattivo sapore del moralismo della domenica, quello per cui basta che qualcuno provi a fare qualcosa che subito un altro gli da addosso, quasi a scaricare in questo modo la coscienza e/o i nervi e/o le proprie personali idiosincrasie.
(sono stati davvero in pochi quelli che mi hanno colpito per le motivazioni addotte alle loro critiche, questi li ringrazio perché m'han dato comunque da riflettere)
Visto che ho aderito alla protesta provo qui di seguito a spiegare i miei motivi, copincollando da qualche intervento fatto in rete (detto per chi magari vi ritrovasse cose già lette).
- Personalmente sono enormemente debitore verso flickr per la mia crescita fotografica e umana di questi ultimi due anni e mezzo. Questo non significa subire passivamente ogni decisione cali dall'alto, ma sentirsi parte di una comunità viva e dinamica in grado, se serve, di far sentire la propria voce.
Una manifestazione massiccia di dissenso come questa ha molte possibilità di successo proprio perché colpisce il punto debole della corporation: la sua necessità di badare principalmente (unicamente?) al profitto.
Per aziende come Flickr il profitto si basa fondamentalmente sulla reputazione che sono in grado di creare intorno ai propri servizi. E se una buona reputazione ci mette un sacco di tempo a formarsi è invece capace di crollare in un attimo per una qualsiasi cazzata l'azienda non sia in grado di controllare.
A tal proposito questo caso (flickr vs utenti tedeschi incazzati) diventerà a mio avviso un esempio da manuale.
- La protesta non è inutile. Se vi ho aderito è per il semplice motivo che mi pare ci siano delle concrete possibilità di soluzione. (mentre protestare contro il governo cinese, o contro l'FBI non credo avrebbe le stesse possibilità di riuscita). Oltretutto questa è una cosa tangibile, la germania non è la cina, è un paese nel quale possiamo tranquillamente riconoscerci.
Inoltre alla questione "censura" va sommata la gestione del problema da parte di flickr/yahoo e la mancanza di rispetto nei confronti dei suoi utenti.
Tutto ciò oltre all'ovvio dibattito sulla natura profondamente repressiva di ogni forma di censura.
- Il fatto che ci sia sempre una causa migliore/più importante/più soddisfacente per cui battersi è la scusa più vecchia del mondo per non fare un cazzo.
Spero di aver riassunto correttamente l'andamento della questione. Cosa succederà ora? Non lo so, per quanto mi riguarda il futuro non è ancora stato scritto (thanks Joe!).
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22 giugno 2007
21 giugno 2007
Come Kowalski, meglio di Kowalski
Kowalski era il protagonista di Vanishing Point (Punto Zero in italiano) che è probabilmente il miglior film automobilistico io abbia mai visto. Punto Zero è una micidiale pellicola del 1971 in cui due automobili e i rispettivi piloti si affrontano in una sfida mozzafiato per le strade del west. Come moltissime altre opere del periodo è impregnato di una forte componente politica, e come altrettanti film del genere è un film votato all'autodistruzione.
Ma perché parlarne qui e ora?
Perché ieri ho visto Death Proof (A prova di morte), l'ultima fatica di Quentin Tarantino, e il nome di Kowalski e la sua automobile sono citati, evocati e utilizzati fino al midollo (o all'ultima saldatura del telaio della sua Dodge, per essere corretti). Già questa è una gran cosa, che era un pezzo che non ripensavo a quel film, e assaporarne il ricordo è stata una bella sensazione, ma ovviamente Tarantino non è regista da operazioni nostalgiche. Anzi. Tarantino ce la mette tutta per farci sentire cos'era il cinema di una volta, per farci vedere come si possono recuperare e restituire le emozioni brutali di quel tipo di film a questo nuovo secolo, per farci toccare con mano il suo amore per il Cinema.
Perché ormai oggi Tarantino è il Cinema. Almeno quel tipo di cinema che ormai non esiste più, quello che per due ore godi come un riccio per il semplice e diretto trasferimento di emozioni dallo schermo alla tua poltroncina. Il tipo di cinema che non va alla ricerca di significati nascosti, di facili ammiccamenti, di allineamenti modaioli.
Quello che ti spara dritto in faccia tutta la sua capacità di sorprenderti, di orrificarti, di divertirti.
Che poi è vero: Tarantino ricicla i clichè dei b-movie di tutto il mondo. Ma la sua capacità cinematografica è tale che riesce a distillare, anzi a sublimare, tutti quei temi triti e ritriti (donne e motori e sesso e violenza e morte e vendetta e donne e motori) per creare qualcosa di radicalmente nuovo, almeno per questi anni. Opere che raggiungono l'astrazione formale, che ormai volano al di fuori di qualsiasi confine terreno per innalzarsi ben al di là dello splatter e del road-movie da cui provengono per diventare cinema assoluto. Film che non lasciano dubbi o domande o chissà quali meditazioni interiori, film il cui Messaggio è il film stesso, film talmente immersi nel mondo del cinema da non necessitare più di alcuna realtà esterna.
Film che sfidano lo spettatore critico, che lo obbligano a confrontarsi con tutto il cinema visto fino a quel momento. Che operano una scissione netta nel pubblico: da una parte chi ama il cinema, dall'altra chi va a vedere i film.
Per tutti questi motivi non c'è molto da dire su Death Proof, bisogna vederlo.
Al limite posso segnalare che era dai tempi di Jena Plissken che Kurt Russell non era così figo. Che vedere all'opera Zoe Bell è davvero da brividi. Che varrebbe la pena vedere i film anche solo per i dialoghi che lo caratterizzano.
Insomma andate a vederlo, poi mi saprete dire.
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Ma perché parlarne qui e ora?
Perché ieri ho visto Death Proof (A prova di morte), l'ultima fatica di Quentin Tarantino, e il nome di Kowalski e la sua automobile sono citati, evocati e utilizzati fino al midollo (o all'ultima saldatura del telaio della sua Dodge, per essere corretti). Già questa è una gran cosa, che era un pezzo che non ripensavo a quel film, e assaporarne il ricordo è stata una bella sensazione, ma ovviamente Tarantino non è regista da operazioni nostalgiche. Anzi. Tarantino ce la mette tutta per farci sentire cos'era il cinema di una volta, per farci vedere come si possono recuperare e restituire le emozioni brutali di quel tipo di film a questo nuovo secolo, per farci toccare con mano il suo amore per il Cinema.
Perché ormai oggi Tarantino è il Cinema. Almeno quel tipo di cinema che ormai non esiste più, quello che per due ore godi come un riccio per il semplice e diretto trasferimento di emozioni dallo schermo alla tua poltroncina. Il tipo di cinema che non va alla ricerca di significati nascosti, di facili ammiccamenti, di allineamenti modaioli.
Quello che ti spara dritto in faccia tutta la sua capacità di sorprenderti, di orrificarti, di divertirti.
Che poi è vero: Tarantino ricicla i clichè dei b-movie di tutto il mondo. Ma la sua capacità cinematografica è tale che riesce a distillare, anzi a sublimare, tutti quei temi triti e ritriti (donne e motori e sesso e violenza e morte e vendetta e donne e motori) per creare qualcosa di radicalmente nuovo, almeno per questi anni. Opere che raggiungono l'astrazione formale, che ormai volano al di fuori di qualsiasi confine terreno per innalzarsi ben al di là dello splatter e del road-movie da cui provengono per diventare cinema assoluto. Film che non lasciano dubbi o domande o chissà quali meditazioni interiori, film il cui Messaggio è il film stesso, film talmente immersi nel mondo del cinema da non necessitare più di alcuna realtà esterna.
Film che sfidano lo spettatore critico, che lo obbligano a confrontarsi con tutto il cinema visto fino a quel momento. Che operano una scissione netta nel pubblico: da una parte chi ama il cinema, dall'altra chi va a vedere i film.
Per tutti questi motivi non c'è molto da dire su Death Proof, bisogna vederlo.
Al limite posso segnalare che era dai tempi di Jena Plissken che Kurt Russell non era così figo. Che vedere all'opera Zoe Bell è davvero da brividi. Che varrebbe la pena vedere i film anche solo per i dialoghi che lo caratterizzano.
Insomma andate a vederlo, poi mi saprete dire.
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19 giugno 2007
Cosmonisti di tutto il mondo, unitevi!
Come sanno bene gli affezionati lettori esistono svariate declinazioni del genere fantascienza. Da quella avventurosa a quella hard tutta scienza e tecnologia, da quella umoristica a quella impegnata. Le librerie degli appassionati sono piene di space opera o cyberpunk, di viaggi nel tempo o speculazioni sociali. Esistono le utopie, le distopie, le ucronie, la fantascienza arriva addirittura a permeare romanzi dai toni melanconici o nostalgici… Insomma, di fantascienza ce n'è per tutti i gusti.
Non mi ero però ancora imbattuto in un libro di fantascienza dolce.
Come definire altrimenti questo Manifesto dei Cosmonisti dello svedese Mikael Niemi?
Gli episodi narrativi che compongono il volume (che chiamarli racconti darebbe un'idea di scarsa omogeneità e romanzo non renderebbe la sostanza dell'opera) affrontano i più svariati canoni della fantascienza, dal volo spaziale al primo contatto, dallo shock del futuro alle teorie cosmologiche più sfrenate, ma lo fanno con una leggerezza, un brio e una dolcezza che non m'è mai capitato di trovare in altre opere di genere. Il paragone più calzante a cui riesco a pensare è forse con il miglior Stefano Benni, ma senza l'ossessione per la (satira) politica. O forse, ancora meglio: non so se tra voi c'è chi frequenta il salottino verde linkato qui a fianco, ecco… se la Lui scrivesse fantascienza probabilmente sfornerebbe racconti come questi di Niemi.
Fantascienza decisamente di periferia verrebbe da dire, molto lontana - anche geograficamente - dalle esigenze commerciali che caratterizzano la produzione anglosassone, scritta da un autore che deve averne letta molta e vista ancora di più. E fantascienza che compare piuttosto sorprendentemente in una collana specializzata che pare essa stessa abbastanza stupefatta dallo strano contenuto del libro. Questa almeno è l'impressione nel leggere la postfazione della traduttrice che spara nomi piuttosto casuali (Adams e Bradbury, che ok, magari per certi versi c'entrano pure… ma Dick???) e non sembra molto a suo agio con la materia narrata. In ogni caso questa de Il Manifesto dei Cosmonisti è fantascienza sopraffina che mescola abilmente il sapore dei vecchi classici con una sensibilità decisamente attuale e un punto di vista inconsueto che dona nuova freschezza a panorami che ai lettori più smaliziati potranno apparire come già ripetutamente visitati.
Sarà il fascino dell'estremo nord, terra di contrasti estremi e gusti semplici, che ben rieccheggiano tra le pagine piene di meraviglie e strani soggetti che animano la lettura, sarà la capacità dell'autore di lasciarti sempre sorridente pur senza chiudere le porte al dubbio e all'oscurità che ci circondano. Saranno tutti i dettagli curiosi e i particolari stravaganti, ma per me Il Manifesto dei Cosmonisti s'è rivelata una lettura davvero piacevole.
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Non mi ero però ancora imbattuto in un libro di fantascienza dolce.
Come definire altrimenti questo Manifesto dei Cosmonisti dello svedese Mikael Niemi?
Gli episodi narrativi che compongono il volume (che chiamarli racconti darebbe un'idea di scarsa omogeneità e romanzo non renderebbe la sostanza dell'opera) affrontano i più svariati canoni della fantascienza, dal volo spaziale al primo contatto, dallo shock del futuro alle teorie cosmologiche più sfrenate, ma lo fanno con una leggerezza, un brio e una dolcezza che non m'è mai capitato di trovare in altre opere di genere. Il paragone più calzante a cui riesco a pensare è forse con il miglior Stefano Benni, ma senza l'ossessione per la (satira) politica. O forse, ancora meglio: non so se tra voi c'è chi frequenta il salottino verde linkato qui a fianco, ecco… se la Lui scrivesse fantascienza probabilmente sfornerebbe racconti come questi di Niemi.
Fantascienza decisamente di periferia verrebbe da dire, molto lontana - anche geograficamente - dalle esigenze commerciali che caratterizzano la produzione anglosassone, scritta da un autore che deve averne letta molta e vista ancora di più. E fantascienza che compare piuttosto sorprendentemente in una collana specializzata che pare essa stessa abbastanza stupefatta dallo strano contenuto del libro. Questa almeno è l'impressione nel leggere la postfazione della traduttrice che spara nomi piuttosto casuali (Adams e Bradbury, che ok, magari per certi versi c'entrano pure… ma Dick???) e non sembra molto a suo agio con la materia narrata. In ogni caso questa de Il Manifesto dei Cosmonisti è fantascienza sopraffina che mescola abilmente il sapore dei vecchi classici con una sensibilità decisamente attuale e un punto di vista inconsueto che dona nuova freschezza a panorami che ai lettori più smaliziati potranno apparire come già ripetutamente visitati.
Sarà il fascino dell'estremo nord, terra di contrasti estremi e gusti semplici, che ben rieccheggiano tra le pagine piene di meraviglie e strani soggetti che animano la lettura, sarà la capacità dell'autore di lasciarti sempre sorridente pur senza chiudere le porte al dubbio e all'oscurità che ci circondano. Saranno tutti i dettagli curiosi e i particolari stravaganti, ma per me Il Manifesto dei Cosmonisti s'è rivelata una lettura davvero piacevole.
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Just a Tree
Prendo tempo, nell'attesa che qualcosa succeda.
Giusto per capire quanto mi sto inguaiando, contemporaneamente alla protesta per il comportamento di Flickr abbiamo fatto partire con Dario Tonani un nuovo gruppo dedicato a Infect@.
Stavo chiedendomi che collegamenti ci siano e quanta coerenza sia rintracciabile tra le due cose. La risposta è: nessuna. Però non mi sento troppo in colpa. Fintanto che dura - Flickr intendo - è meglio sfruttarlo. Quando tutto sarà finito troverò, spero, un nuovo giocattolo per mostrare al mondo quel che so fare, quel che ho da dire.
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18 giugno 2007
Al campo di rugby
15 giugno 2007
Fly Away
Per la prima volta da quando sono approdato su flickr sto pensando seriamente di andarmene.
Quello che sta succedendo in queste ore (in questi giorni) mi sta nauseando. Dopo due giorni dall'implementazione di questa sorta di censura preventiva che colpisce solo alcuni utenti non è ancora arrivata da parte dello staff di flickr nessuna spiegazione esaustiva sulle cause e i motivi che hanno portato a questa situazione.
A prescindere da ogni altra considerazione, per me è intollerabile l'idea che qualcuno si arroghi il diritto di decidere per gli altri cosa è bene e cosa è male, e nello specifico flickriano cosa sia visibile e cosa non lo sia.
Di sicuro si presentasse un'alternativa valida farei le valige oggi stesso. Ma non credo che un'alternativa esista (o esisterà nel prossimo futuro): ormai la censura preventiva in rete è un fatto, non un'ipotesi.
L'unica cosa che davvero mi frena dall'andarmene è il pensiero di quanto andrei perdendo. E non parlo solo di foto, visibilità e occasioni. Parlo delle persone, quelle che ho conosciuto, quelle che non avrei l'opportunità di conoscere. Penso alle possibiltà di crescita, umana e artistica, che flickr mi ha offerto in questi due anni e mezzo.
Avete una soluzione?
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Quello che sta succedendo in queste ore (in questi giorni) mi sta nauseando. Dopo due giorni dall'implementazione di questa sorta di censura preventiva che colpisce solo alcuni utenti non è ancora arrivata da parte dello staff di flickr nessuna spiegazione esaustiva sulle cause e i motivi che hanno portato a questa situazione.
A prescindere da ogni altra considerazione, per me è intollerabile l'idea che qualcuno si arroghi il diritto di decidere per gli altri cosa è bene e cosa è male, e nello specifico flickriano cosa sia visibile e cosa non lo sia.
Di sicuro si presentasse un'alternativa valida farei le valige oggi stesso. Ma non credo che un'alternativa esista (o esisterà nel prossimo futuro): ormai la censura preventiva in rete è un fatto, non un'ipotesi.
L'unica cosa che davvero mi frena dall'andarmene è il pensiero di quanto andrei perdendo. E non parlo solo di foto, visibilità e occasioni. Parlo delle persone, quelle che ho conosciuto, quelle che non avrei l'opportunità di conoscere. Penso alle possibiltà di crescita, umana e artistica, che flickr mi ha offerto in questi due anni e mezzo.
Avete una soluzione?
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08 giugno 2007
O.P.G. - Reggio Emilia
Saliamo le scale, al buio. Questa parte dell'edificio è in via di ristrutturazione, probabilmente l'ingresso da cui siamo entrati è lo stesso che utilizzano i muratori.
Un paio di rampe e c'è il primo corridoio, qui la ristrutturazione si ferma sulla porta, se ci fosse una porta.
La vista è quella che ci accompagnerà per la prima parte della visita. Muri scrostati e finestre spalancate, vetri rotti e merda di piccione, sporco da abbandono, non da frequentazione umana.
Siamo nell'ala amministrativa della struttura, le porte delle stanze (uffici?) sono normali, di legno, gli ambienti sono vuoti, l'unico dettaglio che appare quasi nuovo è l'enorme insegna DIREZIONE appesa sopra l'ingresso, sfondato, che da accesso agli uffici.
Più oltre si iniziano a vedere le prime inferriate. Siamo in un corridoio ambulatoriale estremamente luminoso, con tutto un lato che si affaccia sull'esterno. Le grate alle finestre qui sono ovunque.
Il corridoio è interrotto da cancellate di ferro ogni 10/15 metri. Le pareti scrostate sono colorate di un azzurro ospedaliero. All'ingresso di una sezione c'è la vecchia scritta Laboratorio Scientifico che incute qualche timore e forse ci prepara all'ingresso della sezione carceraria propriamente detta.
Ora i corridoi sono decisamente più oscuri, le uniche finestre si aprono alle due estremità del passaggio. Il soffitto è a volta, parecchio alto, tutto è dipinto nei toni del bianco e del grigio, sui due lati si aprono le innumerevoli celle di detenzione e ricovero. La stessa struttura si ripete su più piani. Poche celle si distinguono per dimensione o posizione, forse erano adibite a usi speciali (rabbrividisco involontariamente), ma tutte sono diverse tra loro per qualche particolare: colpiscono le mattonelle dell'angolo lavandino/turca dei colori più disparati (probabilmente non per scelta ma per l'uso di materiali di recupero), l'altezza del soffitto, la presenza di piccoli pensili. Tutte le celle sono ben illuminate, che le finestre in questo edificio si sprecano, tutte sono circondate da sbarre di ferro, anche la porta di legno è ovviamente rinforzata, in tutte doveva esserci un televisore appeso in alto, di cui resta unicamente il supporto. Il dettaglio più inquietante, l'unico davvero disturbante, è la presenza costante in tutte le celle di uno o più spioncini di vetro perennemente aperti ad osservare la vita dei pazienti/carcerati. Non credevo si arrivasse a tanto…
La nostra visita termina al piano terra, passiamo per una sala, forse una ex-cappella, almeno a giudicare dall'enorme crocefisso in bella vista, che con il grande schermo teso in fondo alla stanza doveva servire come sala cinema; passiamo dal parlatorio, dal bar - per gli impiegati immagino - e poi, attraverso un altro lungo corridoio, arriviamo alle cucine, per finire poi nel colorato ingresso principale.
L'ospedale psichiatrico giudiziario di Reggio Emilia non ci riserva altre sorprese, Non abbiamo visitato gli altri edifici della struttura, quelli costruiti successivamente al corpo originale, nato come convento, passato nell'uso a fortezza per poi diventare carcere ospedale per tutto il secolo scorso.
Queste mura devono aver assistito a storie terribili, ora però molte delle inquietudini e dei fantasmi se ne sono andati insieme agli arredi e ad ogni altra traccia di presenza umana. Alcune sezioni sono invase dai piccioni, in un bagno il guano arriva al mezzo metro d'altezza, i pochi oggetti rimasti riguardano più la vita burocratica della struttura che non quella delle persone ricoverate. Di queste ultime rimane appena qualche brandello di poster appeso a un muro e un nome o due nei registri o nelle schede dimenticate.
Ma l'edificio non ha perso nulla del suo fascino sinistro e l'immaginazione può spaziare tra le celle, i corridoi, gli ambulatori, luoghi adatti a esercitare la memoria, che qui dentro le persone venivano dimenticate, rimosse dalle nostre civili coscienze. Rimane solo la curiosità di sapere se qualcuno uscito da queste mura sia riuscito a conservare uno straccio di dignità, a rifarsi una vita, a rimanere libero.
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Un paio di rampe e c'è il primo corridoio, qui la ristrutturazione si ferma sulla porta, se ci fosse una porta.
La vista è quella che ci accompagnerà per la prima parte della visita. Muri scrostati e finestre spalancate, vetri rotti e merda di piccione, sporco da abbandono, non da frequentazione umana.
Siamo nell'ala amministrativa della struttura, le porte delle stanze (uffici?) sono normali, di legno, gli ambienti sono vuoti, l'unico dettaglio che appare quasi nuovo è l'enorme insegna DIREZIONE appesa sopra l'ingresso, sfondato, che da accesso agli uffici.
Più oltre si iniziano a vedere le prime inferriate. Siamo in un corridoio ambulatoriale estremamente luminoso, con tutto un lato che si affaccia sull'esterno. Le grate alle finestre qui sono ovunque.
Il corridoio è interrotto da cancellate di ferro ogni 10/15 metri. Le pareti scrostate sono colorate di un azzurro ospedaliero. All'ingresso di una sezione c'è la vecchia scritta Laboratorio Scientifico che incute qualche timore e forse ci prepara all'ingresso della sezione carceraria propriamente detta.
Ora i corridoi sono decisamente più oscuri, le uniche finestre si aprono alle due estremità del passaggio. Il soffitto è a volta, parecchio alto, tutto è dipinto nei toni del bianco e del grigio, sui due lati si aprono le innumerevoli celle di detenzione e ricovero. La stessa struttura si ripete su più piani. Poche celle si distinguono per dimensione o posizione, forse erano adibite a usi speciali (rabbrividisco involontariamente), ma tutte sono diverse tra loro per qualche particolare: colpiscono le mattonelle dell'angolo lavandino/turca dei colori più disparati (probabilmente non per scelta ma per l'uso di materiali di recupero), l'altezza del soffitto, la presenza di piccoli pensili. Tutte le celle sono ben illuminate, che le finestre in questo edificio si sprecano, tutte sono circondate da sbarre di ferro, anche la porta di legno è ovviamente rinforzata, in tutte doveva esserci un televisore appeso in alto, di cui resta unicamente il supporto. Il dettaglio più inquietante, l'unico davvero disturbante, è la presenza costante in tutte le celle di uno o più spioncini di vetro perennemente aperti ad osservare la vita dei pazienti/carcerati. Non credevo si arrivasse a tanto…
La nostra visita termina al piano terra, passiamo per una sala, forse una ex-cappella, almeno a giudicare dall'enorme crocefisso in bella vista, che con il grande schermo teso in fondo alla stanza doveva servire come sala cinema; passiamo dal parlatorio, dal bar - per gli impiegati immagino - e poi, attraverso un altro lungo corridoio, arriviamo alle cucine, per finire poi nel colorato ingresso principale.
L'ospedale psichiatrico giudiziario di Reggio Emilia non ci riserva altre sorprese, Non abbiamo visitato gli altri edifici della struttura, quelli costruiti successivamente al corpo originale, nato come convento, passato nell'uso a fortezza per poi diventare carcere ospedale per tutto il secolo scorso.
Queste mura devono aver assistito a storie terribili, ora però molte delle inquietudini e dei fantasmi se ne sono andati insieme agli arredi e ad ogni altra traccia di presenza umana. Alcune sezioni sono invase dai piccioni, in un bagno il guano arriva al mezzo metro d'altezza, i pochi oggetti rimasti riguardano più la vita burocratica della struttura che non quella delle persone ricoverate. Di queste ultime rimane appena qualche brandello di poster appeso a un muro e un nome o due nei registri o nelle schede dimenticate.
Ma l'edificio non ha perso nulla del suo fascino sinistro e l'immaginazione può spaziare tra le celle, i corridoi, gli ambulatori, luoghi adatti a esercitare la memoria, che qui dentro le persone venivano dimenticate, rimosse dalle nostre civili coscienze. Rimane solo la curiosità di sapere se qualcuno uscito da queste mura sia riuscito a conservare uno straccio di dignità, a rifarsi una vita, a rimanere libero.
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05 giugno 2007
Rapporto letture - Maggio 2007
Mese positivo sul fronte letture questo maggio 2007. Romanzi e racconti magari più leggeri del solito ma con una qualità di scrittura sembra ben oltre la sufficienza.
Ma andiamo in fila. Di Accelerando di Charlie Stross e di Infect@ di Dario Tonani ho già scritto (vedi link), l'ultima lettura fantascientifica del mese è un classico: Largo! Largo! di Harry Harrison. Un romanzo decisamente consigliabile, scritto con uno stile pacato e avvincente, che descrive la progressiva dissoluzione di qualsiasi speranza nella New York sovrappopolata alla fine del XX secolo. Scritto negli anni '60 periodo in cui la crisi demografica calamitava l'interesse di molti scrittori di fantascienza Largo! Largo! si distingue per l'approccio noir, per il realismo dei dettagli e per la mancanza di qualsiasi retorica salvifica di solito ben presente nella sf americana del periodo. Una bella sorpresa insomma.
Cambiando totalmente genere ecco gli ultimi due volumi della trilogia di Bartimeus di Jonathan Stroud, L'occhio del golem e La porta di Tolomeo in cui si portano a compimento le vicende del giovane mago Nathaniel, del demone Bartimeus e si scopre il catastrofico esito delle trame di potere all'interno della nomenklatura magica che opprime l'Inghilterra.
Romanzi leggeri certo, adatti ad un pubblico di tutte le età, ma con un sottotesto molto interessante su potere, libertà e rivoluzione (mica robetta, eh!). Non male per un ciclo fantasy pubblicato sulla scia di Harry Potter, ma che riesce a splendere di luce propria illuminato com'è dalla presenza di un demone assolutamente brillante e da quella di un giovane mago che per una volta non si merita tutti gli onori della cronaca.
Infine un po' di violenza texana per concludere in bellezza questo mese di letture: ho finalmente letto In un tempo freddo e oscuro del grande Joe Lansdale. Nei racconti che compongono l'antologia ci sono tutti i temi e le situazioni cari all'autore texano: dal noir campagnolo, alla fantascienza tenebrosa, dal racconto brillante dalle venature splatter alla violenza più cupa e disturbante. Un volume per ribadire ancora una volta le capacità di scrittore di Lansdale, nell'attesa di qualcosa di più corposo e recente.
Per il mese prossimo attendetevi almeno un paio di antologie, con sapori tra il retrò fantastico dalla vecchia Inghilterra e lo stupefacente andante da quello che si appresta a diventare il mio scrittore serio (!) preferito.
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Ma andiamo in fila. Di Accelerando di Charlie Stross e di Infect@ di Dario Tonani ho già scritto (vedi link), l'ultima lettura fantascientifica del mese è un classico: Largo! Largo! di Harry Harrison. Un romanzo decisamente consigliabile, scritto con uno stile pacato e avvincente, che descrive la progressiva dissoluzione di qualsiasi speranza nella New York sovrappopolata alla fine del XX secolo. Scritto negli anni '60 periodo in cui la crisi demografica calamitava l'interesse di molti scrittori di fantascienza Largo! Largo! si distingue per l'approccio noir, per il realismo dei dettagli e per la mancanza di qualsiasi retorica salvifica di solito ben presente nella sf americana del periodo. Una bella sorpresa insomma.
Cambiando totalmente genere ecco gli ultimi due volumi della trilogia di Bartimeus di Jonathan Stroud, L'occhio del golem e La porta di Tolomeo in cui si portano a compimento le vicende del giovane mago Nathaniel, del demone Bartimeus e si scopre il catastrofico esito delle trame di potere all'interno della nomenklatura magica che opprime l'Inghilterra.
Romanzi leggeri certo, adatti ad un pubblico di tutte le età, ma con un sottotesto molto interessante su potere, libertà e rivoluzione (mica robetta, eh!). Non male per un ciclo fantasy pubblicato sulla scia di Harry Potter, ma che riesce a splendere di luce propria illuminato com'è dalla presenza di un demone assolutamente brillante e da quella di un giovane mago che per una volta non si merita tutti gli onori della cronaca.
Infine un po' di violenza texana per concludere in bellezza questo mese di letture: ho finalmente letto In un tempo freddo e oscuro del grande Joe Lansdale. Nei racconti che compongono l'antologia ci sono tutti i temi e le situazioni cari all'autore texano: dal noir campagnolo, alla fantascienza tenebrosa, dal racconto brillante dalle venature splatter alla violenza più cupa e disturbante. Un volume per ribadire ancora una volta le capacità di scrittore di Lansdale, nell'attesa di qualcosa di più corposo e recente.
Per il mese prossimo attendetevi almeno un paio di antologie, con sapori tra il retrò fantastico dalla vecchia Inghilterra e lo stupefacente andante da quello che si appresta a diventare il mio scrittore serio (!) preferito.
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04 giugno 2007
Intervista al maestro Pippo Casarini
Ho provato a cercare in rete qualche informazione riguardo Pippo Casarini. Non ne ho trovate. Ho quindi pensato bene di riportare qui l'intervista dei bambini della scuola elementare Gramsci di Modena al maestro Pippo Casarini pubblicata nel giornalino scolastico.
I bambini delle classi terze hanno partecipato al grande spettacolo “L’ombelico del mondo…perché tutto è uno” che si è tenuto il 29 maggio al Teatro Comunale, per festeggiare il cinquantesimo anno della scuola Collodi che, come le scuole Gramsci e Bersani, fa parte dell’XI Circolo.
Per questa occasione avevamo preparato, con l’esperto Laura Polato, la versione jazz della canzone “44 gatti”.
Forse non tutti sanno che l’autore è modenese: Pippo Casarini, un simpatico nonno (chissà se si offende) di 82 anni.
Dopo aver studiato la canzone, e non è stato molto facile perché la versione jazz è diversa da quella tradizionale, avevamo invitato il maestro Casarini a scuola per avere il suo OK e per fargli alcune domande.
Così è nata questa intervista.
Come è nata la canzone “44 gatti”?
Mi sono sempre piaciuti i gatti e perfino quando ero in India avevo due gattini neri bellissimi. Poi, quando ero a Nonantola a insegnare mi è venuto in mente di scrivere una canzone per bambini e così ho scritto “44 gatti”: 44 era la mia età.
E il Pappagallo giramondo?
L’anno dopo aver vinto lo Zecchino d’oro, ho mandato una canzone che parlava di un pappagallo balbuziente modenese, ma c’era una frase in dialetto (a sun d’Modna) e allora è stata scartata.
A chi hai dedicato “44 gatti?”
L’ho dedicata al mio gattino che si chiamava Agostino e che ha vissuto fino a 21 anni.
Quando hai scritto la musica dell’orchestra a quali strumenti ti sei interessato?
Io sono pianista, ho scritto la canzone al pianoforte e per la voce. La voce e il testo sono importantissimi, specialmente in questa canzone, perché c’è tutta la storia dei gatti senza padrone.
Preferisci suonare da solo o in gruppo?
Ho suonato per un po’ da solo, ma mi piace di più il trio : pianoforte, basso e batteria..
Perché hai trasformato “44 gatti” in jazz?
Per fare una versione un po’ diversa.
Perché hai fatto cantare la versione jazz a tua figlia?
Ma non è mia figlia! È una cantante molto brava, è la figlia di un musicista mio amico.
Quante canzoni hai scritto nella tua carriera?
Tante, ne avrò scritte 500.
Qual è la tua preferita?
“44 gatti” , senza dubbio, ma io ho scritto anche per Pavarotti, nel suo disco “Volare” c’è una mia canzone che si intitola “Fra tanta gente”.
Quando hai cominciato a suonare?
Abbastanza tardi, a 13 anni. Sapete perché? Adesso ve lo dico.
C’era un maestro di pianoforte che veniva a mangiare dove abitavo io, siccome non pagava mai il conto, il mio papà gli ha detto: “Beh, insomma, le dispiace se le mando a lezione mio figlio, così almeno qualcosa si recupera.” Perché dovete sapere che i musicisti sono spesso spiantati. E così ho cominciato; poi avevo anche un fratello violinistamolto bravo, eravamo una famiglia di musicisti.
In che anno hai vinto lo Zecchino d’oro?
Nel ’68, quando avevo 44 anni, era il decimo anno dello Zecchino.
Ti ha cambiato la vita vincere lo Zecchino?
L’ha cambiata moltissimo, intanto mi ha fatto scoprire che ero capace di scrivere delle canzoni per bambini, tanto che ne ho scritte molte altre, poi è stata una soddisfazione vincere, perché in quell’anno erano arrivate allo Zecchino 550 canzoni, tra le quali bisognava sceglierne dodici. Nello stesso anno c’erano anche la mitica “Popoff”, “Il valzer del moscerino” e “Il torero Camomillo”.
Il nostro incontro è terminato con il nostro canto di “44 gatti” e con l’OK del maestro per l’esecuzione del brano allo spettacolo .
GRAZIE !!!!!!!!!
…
I bambini delle classi terze hanno partecipato al grande spettacolo “L’ombelico del mondo…perché tutto è uno” che si è tenuto il 29 maggio al Teatro Comunale, per festeggiare il cinquantesimo anno della scuola Collodi che, come le scuole Gramsci e Bersani, fa parte dell’XI Circolo.
Per questa occasione avevamo preparato, con l’esperto Laura Polato, la versione jazz della canzone “44 gatti”.
Forse non tutti sanno che l’autore è modenese: Pippo Casarini, un simpatico nonno (chissà se si offende) di 82 anni.
Dopo aver studiato la canzone, e non è stato molto facile perché la versione jazz è diversa da quella tradizionale, avevamo invitato il maestro Casarini a scuola per avere il suo OK e per fargli alcune domande.
Così è nata questa intervista.
Come è nata la canzone “44 gatti”?
Mi sono sempre piaciuti i gatti e perfino quando ero in India avevo due gattini neri bellissimi. Poi, quando ero a Nonantola a insegnare mi è venuto in mente di scrivere una canzone per bambini e così ho scritto “44 gatti”: 44 era la mia età.
E il Pappagallo giramondo?
L’anno dopo aver vinto lo Zecchino d’oro, ho mandato una canzone che parlava di un pappagallo balbuziente modenese, ma c’era una frase in dialetto (a sun d’Modna) e allora è stata scartata.
A chi hai dedicato “44 gatti?”
L’ho dedicata al mio gattino che si chiamava Agostino e che ha vissuto fino a 21 anni.
Quando hai scritto la musica dell’orchestra a quali strumenti ti sei interessato?
Io sono pianista, ho scritto la canzone al pianoforte e per la voce. La voce e il testo sono importantissimi, specialmente in questa canzone, perché c’è tutta la storia dei gatti senza padrone.
Preferisci suonare da solo o in gruppo?
Ho suonato per un po’ da solo, ma mi piace di più il trio : pianoforte, basso e batteria..
Perché hai trasformato “44 gatti” in jazz?
Per fare una versione un po’ diversa.
Perché hai fatto cantare la versione jazz a tua figlia?
Ma non è mia figlia! È una cantante molto brava, è la figlia di un musicista mio amico.
Quante canzoni hai scritto nella tua carriera?
Tante, ne avrò scritte 500.
Qual è la tua preferita?
“44 gatti” , senza dubbio, ma io ho scritto anche per Pavarotti, nel suo disco “Volare” c’è una mia canzone che si intitola “Fra tanta gente”.
Quando hai cominciato a suonare?
Abbastanza tardi, a 13 anni. Sapete perché? Adesso ve lo dico.
C’era un maestro di pianoforte che veniva a mangiare dove abitavo io, siccome non pagava mai il conto, il mio papà gli ha detto: “Beh, insomma, le dispiace se le mando a lezione mio figlio, così almeno qualcosa si recupera.” Perché dovete sapere che i musicisti sono spesso spiantati. E così ho cominciato; poi avevo anche un fratello violinistamolto bravo, eravamo una famiglia di musicisti.
In che anno hai vinto lo Zecchino d’oro?
Nel ’68, quando avevo 44 anni, era il decimo anno dello Zecchino.
Ti ha cambiato la vita vincere lo Zecchino?
L’ha cambiata moltissimo, intanto mi ha fatto scoprire che ero capace di scrivere delle canzoni per bambini, tanto che ne ho scritte molte altre, poi è stata una soddisfazione vincere, perché in quell’anno erano arrivate allo Zecchino 550 canzoni, tra le quali bisognava sceglierne dodici. Nello stesso anno c’erano anche la mitica “Popoff”, “Il valzer del moscerino” e “Il torero Camomillo”.
Il nostro incontro è terminato con il nostro canto di “44 gatti” e con l’OK del maestro per l’esecuzione del brano allo spettacolo .
GRAZIE !!!!!!!!!
I bambini e le insegnanti delle classi terze
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31 maggio 2007
Un giorno a teatro
Fare foto mi piace e sono abbastanza incosciente da volerci provare anche quando l'inesperienza e l'oggettiva difficoltà tecnica lo sconsiglierebbero. Quindi quando le maestre di mio figlio hanno cercato un genitore che avesse tempo e voglia di andare al Teatro Comunale per fotografare lo spettacolo che avrebbe festeggiato i 50 anni della scuola Collodi di Modena mi sono offerto volontario senza starci troppo a pensare sù. (ehi! il teatro comunale! poterlo girare dietro le quinte, su e giù per i palchi, fino agli angoli più nascosti! yuppie!)
Così preso dall'entusiasmo sono arrivato in teatro intorno alle dieci di mattina, che in teoria a quell'ora dovevano iniziare le prove generali. Fortunatamente le prove sono iniziate con un discreto ritardo e così ho potuto vagare indisturbato per tutto l'edificio. Ho scoperto che il Teatro Comunale è un vero labirinto, con porte che si aprono ovunque e conducono ovunque (tranne magari al luogo dove credevi di stare andando), che i camerini del teatro sono tutto tranne che lussuosi, e che ce ne sono ben quattro piani! che all'ultimo piano esiste un laboratorio di sartoria con tutto il necessario per la confezione di costumi al volo. Che ancora più in alto, nel sottotetto, sopra palcoscenico e platea, c'è una grande sala dedicata alla scenografia (però era vuota, mannaggia), che tra una sala prove e un ripostiglio ci sono pure degli uffici normali, che in un teatro ci sono più bagni che finestre, che le scale per il pubblico sono di media tre/quattro volte più larghe di quelle utilizzate dagli addetti ai lavori. Ho notato che esiste uno spropositato numero di porte tonde (chi ci aveva mai fatto caso prima?), che il retro del teatro assomiglia più a un magazzino in disuso che al luogo dove nasce lo spettacolo e soprattutto ho constatato quanto sia emozionante calcare l'enorme palcoscenico anche se non c'è nessuno a guardarti in platea.
Probabilmente lo si sarà capito, ma per me è stata la prima volta dietro le quinte di un teatro di queste dimensioni, con questa storia, ed è stata davvero un'esperienza.
Poi son cominciate le prove e io ho iniziato a fotografare bambini maestre e costumi, ho imparato la dura lezione degli scatti al buio (o quasi), la difficoltà del cogliere l'atto decisivo e quella della scelta della posizione, quest'ultima indispensabile per poter scattare durante lo spettacolo senza essere preso a calci da tecnici e affini. Alla fine tra le centinaia di foto fatte ce n'è qualcuna che non è nemmeno troppo male. Insomma per essere stata la mia prima volta a teatro è stata una gran bella giornata.
…e lo spettacolo? Beh… i bimbi son stati magnifici, pazienti e precisi come non mi sarei mai aspettato. Le maestre alla fine avevano più di un capello dritto, ma anche per loro la soddisfazione è stata tanta. Il pubblico di genitori era ovviamente entusiasta.
Meglio di così di non poteva andare!
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Così preso dall'entusiasmo sono arrivato in teatro intorno alle dieci di mattina, che in teoria a quell'ora dovevano iniziare le prove generali. Fortunatamente le prove sono iniziate con un discreto ritardo e così ho potuto vagare indisturbato per tutto l'edificio. Ho scoperto che il Teatro Comunale è un vero labirinto, con porte che si aprono ovunque e conducono ovunque (tranne magari al luogo dove credevi di stare andando), che i camerini del teatro sono tutto tranne che lussuosi, e che ce ne sono ben quattro piani! che all'ultimo piano esiste un laboratorio di sartoria con tutto il necessario per la confezione di costumi al volo. Che ancora più in alto, nel sottotetto, sopra palcoscenico e platea, c'è una grande sala dedicata alla scenografia (però era vuota, mannaggia), che tra una sala prove e un ripostiglio ci sono pure degli uffici normali, che in un teatro ci sono più bagni che finestre, che le scale per il pubblico sono di media tre/quattro volte più larghe di quelle utilizzate dagli addetti ai lavori. Ho notato che esiste uno spropositato numero di porte tonde (chi ci aveva mai fatto caso prima?), che il retro del teatro assomiglia più a un magazzino in disuso che al luogo dove nasce lo spettacolo e soprattutto ho constatato quanto sia emozionante calcare l'enorme palcoscenico anche se non c'è nessuno a guardarti in platea.
Probabilmente lo si sarà capito, ma per me è stata la prima volta dietro le quinte di un teatro di queste dimensioni, con questa storia, ed è stata davvero un'esperienza.
Poi son cominciate le prove e io ho iniziato a fotografare bambini maestre e costumi, ho imparato la dura lezione degli scatti al buio (o quasi), la difficoltà del cogliere l'atto decisivo e quella della scelta della posizione, quest'ultima indispensabile per poter scattare durante lo spettacolo senza essere preso a calci da tecnici e affini. Alla fine tra le centinaia di foto fatte ce n'è qualcuna che non è nemmeno troppo male. Insomma per essere stata la mia prima volta a teatro è stata una gran bella giornata.
…e lo spettacolo? Beh… i bimbi son stati magnifici, pazienti e precisi come non mi sarei mai aspettato. Le maestre alla fine avevano più di un capello dritto, ma anche per loro la soddisfazione è stata tanta. Il pubblico di genitori era ovviamente entusiasta.
Meglio di così di non poteva andare!
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22 maggio 2007
Accelerando
Mi sono reso conto che qui dentro non ho ancora avuto modo di parlare di Accelerando. Rimedio subito, visto che nel giro di un mese il volume in questione dovrebbe essere finalmente disponibile anche nelle librerie italiane.
Accelerando è il romanzo più ambizioso di Charlie Stross. Partendo dai primi anni del prossimo decennio arriva alla fine del secolo (per quanto abbia ancora senso parlare di secoli…) dopo una sfrenata galoppata attraverso le trasformazioni che ci potrebbe riservare il prossimo futuro.
Le idee, le speculazioni, le invenzioni si sprecano: era dai tempi di Egan che non mi imbattevo in una quantità di creatività fantascientifica così densa per unità di pagine: dalla delocalizzazione della propria capacità cognitiva alla ristrutturazione del sistema solare, dalle aragoste spaziali ai nuovi sistemi legali per il controllo della schiavitù, dall'inumana espansione economica universale all'incontro con nuove entità intelligenti, fino all'indispensabile presenza del felino di turno.
Ma di notevolmente diverso dalle opere di Greg Egan in Stross c'è una leggerezza, una capacità di intrattenimento, una voglia di divertirsi e divertire che è raro trovare in un autore così all'avanguardia. Basti dire che ciò che lega i vari episodi in cui è strutturato il romanzo sono le vicissitudini della famiglia Macs, la battaglia legale post-separazione che mette a confronto Manfred e l'ex-moglie, i loro rapporti con la figlia e il destino del gatto domestico.
Insomma Accelerando è un romanzo trascinante, sorprendente, illuminante e divertente come da tempo non ne leggevo, una vera boccata d'ossigeno nel panorama fantascientifico internazionale.
Un romanzo da leggere assolutamente. Probabilmente ancora più indispensabile se solitamente non leggete fantascienza (e alla fine non vedrete più questo mondo con i soliti occhi).
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Accelerando è il romanzo più ambizioso di Charlie Stross. Partendo dai primi anni del prossimo decennio arriva alla fine del secolo (per quanto abbia ancora senso parlare di secoli…) dopo una sfrenata galoppata attraverso le trasformazioni che ci potrebbe riservare il prossimo futuro.
Le idee, le speculazioni, le invenzioni si sprecano: era dai tempi di Egan che non mi imbattevo in una quantità di creatività fantascientifica così densa per unità di pagine: dalla delocalizzazione della propria capacità cognitiva alla ristrutturazione del sistema solare, dalle aragoste spaziali ai nuovi sistemi legali per il controllo della schiavitù, dall'inumana espansione economica universale all'incontro con nuove entità intelligenti, fino all'indispensabile presenza del felino di turno.
Ma di notevolmente diverso dalle opere di Greg Egan in Stross c'è una leggerezza, una capacità di intrattenimento, una voglia di divertirsi e divertire che è raro trovare in un autore così all'avanguardia. Basti dire che ciò che lega i vari episodi in cui è strutturato il romanzo sono le vicissitudini della famiglia Macs, la battaglia legale post-separazione che mette a confronto Manfred e l'ex-moglie, i loro rapporti con la figlia e il destino del gatto domestico.
Insomma Accelerando è un romanzo trascinante, sorprendente, illuminante e divertente come da tempo non ne leggevo, una vera boccata d'ossigeno nel panorama fantascientifico internazionale.
Un romanzo da leggere assolutamente. Probabilmente ancora più indispensabile se solitamente non leggete fantascienza (e alla fine non vedrete più questo mondo con i soliti occhi).
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15 maggio 2007
Milano infetta.
Provate ad immaginare Alice, magari proprio quella disneyana che se ne va a spasso nel Paese delle Meraviglie, in giro per la New York del 1999 immaginata da John Carpenter per il suo Jena Plissken. Ecco, questa è già una buona approssimazione della Milano raccontata da Dario Tonani nel suo Infect@.
I protagonisti del romanzo vagano tra palazzi fatiscenti e costruzioni azzardate, nel grigio variabile della metropoli lombarda bagnata da una pioggia senza fine (che fa molto L.A. Deckardiana), in mezzo a una colorata (letteralmente!) fauna di cartoon di ogni genere: dai paperi di disneyana memoria a coyote più o meno aggressivi, tra gigantesche Betty Bop e Popeye riconvertiti a lavoratori urbani. La trama, piuttosto esile, è poco più di una scusa per un viaggio lisergico nelle periferie degradate del prossimo decennio.
I panorami che Tonani disegna sono affascinanti, senz'altro la cosa migliore del romanzo. Gli edifici in rovina, gli appartamenti assortiti, magari riconvertiti in bordelli economici, i ponteggi improvvisati, le fabbriche abbandonate, il popolo ibrido che li frequenta, le tracce di passaggi e frequentazioni più o meno equivoche più o meno effimere, sono tutte istantanee che rimangono scolpite nella memoria. Fino ad arrivare alla fine del viaggio in una Linate trasformata da aeroporto secondario a luogo surreale e immaginifico, in cui le mete diventano aeroplani e i viaggi si consumano al loro interno.
Infect@ da questo punto di vista è un romanzo imperdibile (ed è un peccato che essendo passato su Urania ormai si sia perso nel limbo dei resi da edicola), che grazie alla pura potenza evocativa riesce a farsi perdonare l'assenza di una trama forte. Infect@ non è esente da altri difetti: se la cripticità dell'idea alla base del romanzo contribuisce al fascino psichedelico della lettura, l'incapacità dell'autore di dettarne regole coerenti ne costituisce forse il più grosso limite. Però oltre alle notevoli capacità descrittive vanno menzionati a merito di Tonani almeno i personaggi (poliziotti, drogati, gangster e altri derelitti), che paiono scolpiti nella roccia del pulp d'antan, che parlano tra loro con dialoghi sempre brillanti, secchi e definitivi, neanche ci fosse un Hammett alla regia, personaggi ai quali non si può non affezionarsi.
Da quel che si legge in giro pare che Dario Tonani stia lavorando a un seguito. Rimaniamo in attesa, che di certo questo Infect@ s'è rivelato un'altra piacevole sorpresa nel panorama fantascientifico nazionale.
Forse che stia davvero per nascere una via nostrana alla fantascienza?
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I protagonisti del romanzo vagano tra palazzi fatiscenti e costruzioni azzardate, nel grigio variabile della metropoli lombarda bagnata da una pioggia senza fine (che fa molto L.A. Deckardiana), in mezzo a una colorata (letteralmente!) fauna di cartoon di ogni genere: dai paperi di disneyana memoria a coyote più o meno aggressivi, tra gigantesche Betty Bop e Popeye riconvertiti a lavoratori urbani. La trama, piuttosto esile, è poco più di una scusa per un viaggio lisergico nelle periferie degradate del prossimo decennio.
I panorami che Tonani disegna sono affascinanti, senz'altro la cosa migliore del romanzo. Gli edifici in rovina, gli appartamenti assortiti, magari riconvertiti in bordelli economici, i ponteggi improvvisati, le fabbriche abbandonate, il popolo ibrido che li frequenta, le tracce di passaggi e frequentazioni più o meno equivoche più o meno effimere, sono tutte istantanee che rimangono scolpite nella memoria. Fino ad arrivare alla fine del viaggio in una Linate trasformata da aeroporto secondario a luogo surreale e immaginifico, in cui le mete diventano aeroplani e i viaggi si consumano al loro interno.
Infect@ da questo punto di vista è un romanzo imperdibile (ed è un peccato che essendo passato su Urania ormai si sia perso nel limbo dei resi da edicola), che grazie alla pura potenza evocativa riesce a farsi perdonare l'assenza di una trama forte. Infect@ non è esente da altri difetti: se la cripticità dell'idea alla base del romanzo contribuisce al fascino psichedelico della lettura, l'incapacità dell'autore di dettarne regole coerenti ne costituisce forse il più grosso limite. Però oltre alle notevoli capacità descrittive vanno menzionati a merito di Tonani almeno i personaggi (poliziotti, drogati, gangster e altri derelitti), che paiono scolpiti nella roccia del pulp d'antan, che parlano tra loro con dialoghi sempre brillanti, secchi e definitivi, neanche ci fosse un Hammett alla regia, personaggi ai quali non si può non affezionarsi.
Da quel che si legge in giro pare che Dario Tonani stia lavorando a un seguito. Rimaniamo in attesa, che di certo questo Infect@ s'è rivelato un'altra piacevole sorpresa nel panorama fantascientifico nazionale.
Forse che stia davvero per nascere una via nostrana alla fantascienza?
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11 maggio 2007
Ma voi lo sapevate?
Riporto da qui:
Condannata la polizia per il G8 di Genova 2001
Segreto di Stato: a Genova ci fu un disegno repressivo, prima condanna per la Polizia al G8 del 2001. La censura da parte dei media è stata rigida ed assoluta: della sentenza di Genova non si doveva parlare. Infatti incredibilmente non ne ha scritto neanche il Manifesto e dovrebbe spiegare perché. Alzi la mano chi ha saputo che la settimana scorsa a Genova c'è stata la prima condanna per i pestaggi della Polizia durante il G8 del 2001. Eppure la sentenza di Genova è un passaggio capitale per la ricostruzione della verità e la giustizia di quello che successe nel capoluogo ligure oramai 6 anni fa. E ci spiega anche molto del disegno politico sotteso alla repressione [Gennaro Carotenuto].
leggi tutto l'articolo
(Grazie a Selene per averlo segnalato sulla FML)
…
Condannata la polizia per il G8 di Genova 2001
Segreto di Stato: a Genova ci fu un disegno repressivo, prima condanna per la Polizia al G8 del 2001. La censura da parte dei media è stata rigida ed assoluta: della sentenza di Genova non si doveva parlare. Infatti incredibilmente non ne ha scritto neanche il Manifesto e dovrebbe spiegare perché. Alzi la mano chi ha saputo che la settimana scorsa a Genova c'è stata la prima condanna per i pestaggi della Polizia durante il G8 del 2001. Eppure la sentenza di Genova è un passaggio capitale per la ricostruzione della verità e la giustizia di quello che successe nel capoluogo ligure oramai 6 anni fa. E ci spiega anche molto del disegno politico sotteso alla repressione [Gennaro Carotenuto].
leggi tutto l'articolo
(Grazie a Selene per averlo segnalato sulla FML)
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09 maggio 2007
Comunista!
Chi? Io?
No, purtroppo non sono comunista. Dico purtroppo perché da quando sto a Modena, da ben prima che il grande Partito Comunista venisse assimilato, sono sempre stato emozionato e affascinato dalla partecipazione, dal senso di appartenenza, dall'orgoglio dei vecchi compagni che si vedevano riuniti nelle manifestazioni, nelle polisportive, alle feste de l'Unità. Quasi un senso di nostalgia per non avere storie di resistenza nel mio passato familiare, una malinconia dell'animo per non essere mai riuscito a credere davvero a qualcosa di così grande, di così unificante.
In realtà tutta la liturgia comunista tanto mi affascinava quanto mi allontanava. Cresciuto come sono in un ambiente cattolico impegnato, nel comunismo che andavo scoprendo mi rimanevano razionalmente impressi più l'ortodossia e la regola, che la storia e il movimento. E questa fedeltà alla parola calata dall'alto, il doveroso adeguarsi all'ordine naturale delle cose tanto mi allontanava dalla religione quanto mi impediva di accogliere un'ideologia per certi versi altrettanto opprimente.
Oltretutto se da una parte ero esaltato dalla capacità di coinvolgimento, dall'impeto progressista e dalla gloriosa storia dei movimenti rivoluzionari, dall'altra c'era l'idea costante che il comunismo realizzato s'era sempre rivelato una tragedia, che il Potere è il Potere, e che chiunque lo gestisca ci sarà sempre lo sfigato (i milioni di sfigati) che ne subirà le conseguenze. Che facce tristi come quelle che si vedevano nelle immagini provenienti dall'europa orientale non ne avevo mai viste.
Forse per questo ho sempre preferito il lato anarchico della strada, la rinuncia a qualsiasi coinvolgimento che comportasse gerarchie e firme in bianco, dichiarazioni di fede e affermazioni di principio. Probabilmente non cambierò il mondo, non farò alcuna rivoluzione, ma già poter decidere del mio mondo, della mia visione delle cose, è una piccola conquista.
Nel frattempo cammino fianco a fianco a nuovi compagni, che siano comunisti o no poco importa. Quello che conta, che è sempre contato, è la rabbia nei confronti dell'ingiustizia, la capacità di indignarsi di fronte allo schifo che ci circonda, ma soprattutto quella buona dose di ironia e leggerezza per affrontare tutti i giorni il mondo marcio in cui siamo costretti a muoverci e resistere resistere resistere.
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No, purtroppo non sono comunista. Dico purtroppo perché da quando sto a Modena, da ben prima che il grande Partito Comunista venisse assimilato, sono sempre stato emozionato e affascinato dalla partecipazione, dal senso di appartenenza, dall'orgoglio dei vecchi compagni che si vedevano riuniti nelle manifestazioni, nelle polisportive, alle feste de l'Unità. Quasi un senso di nostalgia per non avere storie di resistenza nel mio passato familiare, una malinconia dell'animo per non essere mai riuscito a credere davvero a qualcosa di così grande, di così unificante.
In realtà tutta la liturgia comunista tanto mi affascinava quanto mi allontanava. Cresciuto come sono in un ambiente cattolico impegnato, nel comunismo che andavo scoprendo mi rimanevano razionalmente impressi più l'ortodossia e la regola, che la storia e il movimento. E questa fedeltà alla parola calata dall'alto, il doveroso adeguarsi all'ordine naturale delle cose tanto mi allontanava dalla religione quanto mi impediva di accogliere un'ideologia per certi versi altrettanto opprimente.
Oltretutto se da una parte ero esaltato dalla capacità di coinvolgimento, dall'impeto progressista e dalla gloriosa storia dei movimenti rivoluzionari, dall'altra c'era l'idea costante che il comunismo realizzato s'era sempre rivelato una tragedia, che il Potere è il Potere, e che chiunque lo gestisca ci sarà sempre lo sfigato (i milioni di sfigati) che ne subirà le conseguenze. Che facce tristi come quelle che si vedevano nelle immagini provenienti dall'europa orientale non ne avevo mai viste.
Forse per questo ho sempre preferito il lato anarchico della strada, la rinuncia a qualsiasi coinvolgimento che comportasse gerarchie e firme in bianco, dichiarazioni di fede e affermazioni di principio. Probabilmente non cambierò il mondo, non farò alcuna rivoluzione, ma già poter decidere del mio mondo, della mia visione delle cose, è una piccola conquista.
Nel frattempo cammino fianco a fianco a nuovi compagni, che siano comunisti o no poco importa. Quello che conta, che è sempre contato, è la rabbia nei confronti dell'ingiustizia, la capacità di indignarsi di fronte allo schifo che ci circonda, ma soprattutto quella buona dose di ironia e leggerezza per affrontare tutti i giorni il mondo marcio in cui siamo costretti a muoverci e resistere resistere resistere.
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03 maggio 2007
Rapporto letture - Marzo/Aprile 2007
Rieccomi con la cronaca delle mie letture mensili. Dato che Marzo è saltato per motivi indipendenti dalla mia volontà (si dice così, no?) eccovi una doppia razione di storie, osservazioni e critiche sparse…
- Crash di James G Ballard
Tecnopornografia dall'era della macchina. Psicopatologia della periferia urbana, tra grigi casermoni, serpentoni di automobili in coda e gente senza meta. Non credo che un libro simile possa piacere, certo che la visione ballardiana delle tensioni animali alla periferia del nostro vivere civile è estremamente interessante. Degna di nota anche la prefazione dello stesso Ballard specialmente nei passi in cui spiega la sua scelta di darsi alla fantascienza per descrivere il malessere dell'uomo tecnologico.
- L'amuleto di Samarcanda di Jonathan Stroud
Sull'onda del fenomeno Potteriano una trilogia decisamente più oscura rispetto alla saga della Rowlings. Nell'Inghilterra di Stroud una dittatura della magia domina e opprime la maggioranza non magica. In questa società decisamente più tetra cresce Nathaniel, quasi il gemello oscuro di Harry Potter. Il romanzo non è niente male, grazie soprattutto alla presenza del demone Bartimeus, unico contatto di Nathaniel con la realtà fuori dalla porta di casa, che illumina di allegro sarcasmo tutta la vicenda. I seguiti sono in coda di lettura. A breve nuove impressioni sull'evoluzione del personaggio.
- Revenant di Giovanni De Matteo.
Dei racconti di Giovanni De Matteo ho già parlato qui. Vi consiglio di dargli una possibilità, specie se volete provare la via italiana al postumanesimo.
- Sotto il culo della rana. In fondo a una miniera di carbone di Tibor Fischer
La lettura migliore del bimestre. La cronaca tragicomica del periodo 1944/1956 nell'Ungheria comunista, con il regime che mostra la sua faccia più cinica e spietata e un protagonista che tenta in tutti i modi di godersi i suoi vent'anni scansando gli ingranaggi del sistema. Durissimo e avvincente, scanzonato e commovente. Un gran bel romanzo.
- L'imperatore di Gondwana di Paul Di Filippo
Nei racconti che compongono l'antologia si passa dalla storia alternativa ai viaggi spaziali, dalla fantascienza più scanzonata all'avant-pop più provocatorio, il tutto condito da una leggerezza che è forse la cosa migliore dell'autore. Una nota di demerito per il curatore di Urania che ha deciso di eliminare alcuni dei racconti presenti nella versione originale dell'antologia lasciandone però un paio già editi in italia, uno dei quali uscito pochi mesi fa proprio per Urania.
- Senza tregua di George Alec Effinger
La delusione del mese. Erano anni che cercavo questo romanzo dopo averne sentito cantare le lodi da diversi lettori fantascientifici. Il romanzo si legge senza opporre resistenza, certo, però mi aspettavo sinceramente di più. L'ambientazione araba del Budayeen è originale e riesce a catturare il lettore, ma il protagonista, di origini magrebine, è fin troppo debitore al modello chandleriano dell'investigatore privato per risultare vivo e reale in quel contesto. Inoltre il lato fantascientifico della vicenda, che doveva apparire decisamente originale all'epoca dell'uscita del romanzo, risulta oggi quanto meno datato, lasciando all'esilissima trama gialla l'arduo compito di reggere da sola il peso del romanzo.
Ho già da tempo i due seguiti di questo romanzo, che faccio? Gli do una possibilità o sono allo stesso livello di questo?
- Stark di Edward Bunker
Questa invece è stata una bella sorpresa. Non mi aspettavo molto, dopotutto Stark è solo un inedito giovanile di Bunker, una delle sue prime prove di scrittore. Ma nonostante i difetti questo romanzo si legge d'un fiato, tanta è la vita, l'esperienza, la passione che Bunker riesce a mettere nella vicenda. Stark ha tutte le caratteristiche del romanzo pulp, con personaggi scolpiti nella pietra, avvenimenti che si susseguono senza tregua, sorprese e sangue e pistole spianate. E poi ancora sesso e droga e locali malfamati.
Da leggere prima di uscire per una birra con gli amici. E chissà come concluderete la serata…
…
- Crash di James G Ballard
Tecnopornografia dall'era della macchina. Psicopatologia della periferia urbana, tra grigi casermoni, serpentoni di automobili in coda e gente senza meta. Non credo che un libro simile possa piacere, certo che la visione ballardiana delle tensioni animali alla periferia del nostro vivere civile è estremamente interessante. Degna di nota anche la prefazione dello stesso Ballard specialmente nei passi in cui spiega la sua scelta di darsi alla fantascienza per descrivere il malessere dell'uomo tecnologico.
- L'amuleto di Samarcanda di Jonathan Stroud
Sull'onda del fenomeno Potteriano una trilogia decisamente più oscura rispetto alla saga della Rowlings. Nell'Inghilterra di Stroud una dittatura della magia domina e opprime la maggioranza non magica. In questa società decisamente più tetra cresce Nathaniel, quasi il gemello oscuro di Harry Potter. Il romanzo non è niente male, grazie soprattutto alla presenza del demone Bartimeus, unico contatto di Nathaniel con la realtà fuori dalla porta di casa, che illumina di allegro sarcasmo tutta la vicenda. I seguiti sono in coda di lettura. A breve nuove impressioni sull'evoluzione del personaggio.
- Revenant di Giovanni De Matteo.
Dei racconti di Giovanni De Matteo ho già parlato qui. Vi consiglio di dargli una possibilità, specie se volete provare la via italiana al postumanesimo.
- Sotto il culo della rana. In fondo a una miniera di carbone di Tibor Fischer
La lettura migliore del bimestre. La cronaca tragicomica del periodo 1944/1956 nell'Ungheria comunista, con il regime che mostra la sua faccia più cinica e spietata e un protagonista che tenta in tutti i modi di godersi i suoi vent'anni scansando gli ingranaggi del sistema. Durissimo e avvincente, scanzonato e commovente. Un gran bel romanzo.
- L'imperatore di Gondwana di Paul Di Filippo
Nei racconti che compongono l'antologia si passa dalla storia alternativa ai viaggi spaziali, dalla fantascienza più scanzonata all'avant-pop più provocatorio, il tutto condito da una leggerezza che è forse la cosa migliore dell'autore. Una nota di demerito per il curatore di Urania che ha deciso di eliminare alcuni dei racconti presenti nella versione originale dell'antologia lasciandone però un paio già editi in italia, uno dei quali uscito pochi mesi fa proprio per Urania.
- Senza tregua di George Alec Effinger
La delusione del mese. Erano anni che cercavo questo romanzo dopo averne sentito cantare le lodi da diversi lettori fantascientifici. Il romanzo si legge senza opporre resistenza, certo, però mi aspettavo sinceramente di più. L'ambientazione araba del Budayeen è originale e riesce a catturare il lettore, ma il protagonista, di origini magrebine, è fin troppo debitore al modello chandleriano dell'investigatore privato per risultare vivo e reale in quel contesto. Inoltre il lato fantascientifico della vicenda, che doveva apparire decisamente originale all'epoca dell'uscita del romanzo, risulta oggi quanto meno datato, lasciando all'esilissima trama gialla l'arduo compito di reggere da sola il peso del romanzo.
Ho già da tempo i due seguiti di questo romanzo, che faccio? Gli do una possibilità o sono allo stesso livello di questo?
- Stark di Edward Bunker
Questa invece è stata una bella sorpresa. Non mi aspettavo molto, dopotutto Stark è solo un inedito giovanile di Bunker, una delle sue prime prove di scrittore. Ma nonostante i difetti questo romanzo si legge d'un fiato, tanta è la vita, l'esperienza, la passione che Bunker riesce a mettere nella vicenda. Stark ha tutte le caratteristiche del romanzo pulp, con personaggi scolpiti nella pietra, avvenimenti che si susseguono senza tregua, sorprese e sangue e pistole spianate. E poi ancora sesso e droga e locali malfamati.
Da leggere prima di uscire per una birra con gli amici. E chissà come concluderete la serata…
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26 aprile 2007
Catastrofe in salsa anglo-messicana
Mi piacerebbe capire cosa c'è in Inghilterra che genera tutte queste visioni catastrofiche. Deve essere qualcosa di tanto sostanziale e potente da riuscire a contagiare anche a un regista messicano come Alfonso Cuarón.
Mi riferisco ovviamente al suo Children of Men (aka I figli degli uomini), straordinario film sulla degenerazione sociale del prossimo futuro. Certo, la causa in questo caso è piuttosto evidente: da 18 anni non nasce un nuovo bambino e la civiltà sta precipitando su su se stessa. Ma scenari simili sono piuttosto consueti nella produzione cinematografica inglese e ancor di più nella sua letteratura fantascientifica. Qualche mese fa m'è capitato di leggere Barbagrigia di Brian Aldiss, che parte dalle stesse premesse del film di Cuarón (tratto tra l'altro dall'opera di P.D. James, un'altra autrice inglese) sviluppandosi poi in un arco di tempo più ampio, ma di esempio simili son piene le biblioteche. Oltre ad Aldiss, basterebbe pensare a Burgess, a Orwell, a Wyndham, a Ballard, ma anche ad autori relativamente minori come Hoyle o Youd. Anche cinematograficamente gli esempi si sprecano: da Brazil ai Sopravvissuti, da Arancia Meccanica ai recenti 28 giorni dopo e V for Vendetta.
A stimolare la vena apocalittica di tutti questi autori sono forse gli scenari dell'idilliaca campagna inglese che si scontrano con la realtà suburbana degradata, forse il fatto di essere gli ultimi rappresentanti di un sogno imperiale, o magari gli strascichi politici della seconda guerra mondiale, con l'incubo fascista mai del tutto esorcizzato. Non so se qualcuno ha mai indagato questa propensione per la catastrofe sociale, di certo questa tendenza tutta inglese mi incuriosisce.
Ma torniamo al film. Children of Men non sarebbe nemmeno questo capolavoro di originalità se non fosse per l'uso magistrale della tecnica cinematografica che lo caratterizza. Lunghe scene d'azione estremamente complesse girate senza tagli, punti di ripresa innovativi, straordinario uso dei colori e dei toni. Il tutto offerto allo sguardo dello spettatore senza compiacimento e senza troppa retorica, per coinvolgerlo quanto più possibile, per fargli sentire l'angoscia dei tempi, la disperazione dei luoghi, il terrore palpabile dei protagonisti e infine le tracce di un'esile speranza.
Un gran bel film insomma, in cui l'azione è al servizio del racconto. Una pellicola in cui ragionando sul futuro prossimo si mettono in scena situazioni e paure del tutto attuali e quotidiane. Da vedere e rivedere.
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Mi riferisco ovviamente al suo Children of Men (aka I figli degli uomini), straordinario film sulla degenerazione sociale del prossimo futuro. Certo, la causa in questo caso è piuttosto evidente: da 18 anni non nasce un nuovo bambino e la civiltà sta precipitando su su se stessa. Ma scenari simili sono piuttosto consueti nella produzione cinematografica inglese e ancor di più nella sua letteratura fantascientifica. Qualche mese fa m'è capitato di leggere Barbagrigia di Brian Aldiss, che parte dalle stesse premesse del film di Cuarón (tratto tra l'altro dall'opera di P.D. James, un'altra autrice inglese) sviluppandosi poi in un arco di tempo più ampio, ma di esempio simili son piene le biblioteche. Oltre ad Aldiss, basterebbe pensare a Burgess, a Orwell, a Wyndham, a Ballard, ma anche ad autori relativamente minori come Hoyle o Youd. Anche cinematograficamente gli esempi si sprecano: da Brazil ai Sopravvissuti, da Arancia Meccanica ai recenti 28 giorni dopo e V for Vendetta.
A stimolare la vena apocalittica di tutti questi autori sono forse gli scenari dell'idilliaca campagna inglese che si scontrano con la realtà suburbana degradata, forse il fatto di essere gli ultimi rappresentanti di un sogno imperiale, o magari gli strascichi politici della seconda guerra mondiale, con l'incubo fascista mai del tutto esorcizzato. Non so se qualcuno ha mai indagato questa propensione per la catastrofe sociale, di certo questa tendenza tutta inglese mi incuriosisce.
Ma torniamo al film. Children of Men non sarebbe nemmeno questo capolavoro di originalità se non fosse per l'uso magistrale della tecnica cinematografica che lo caratterizza. Lunghe scene d'azione estremamente complesse girate senza tagli, punti di ripresa innovativi, straordinario uso dei colori e dei toni. Il tutto offerto allo sguardo dello spettatore senza compiacimento e senza troppa retorica, per coinvolgerlo quanto più possibile, per fargli sentire l'angoscia dei tempi, la disperazione dei luoghi, il terrore palpabile dei protagonisti e infine le tracce di un'esile speranza.
Un gran bel film insomma, in cui l'azione è al servizio del racconto. Una pellicola in cui ragionando sul futuro prossimo si mettono in scena situazioni e paure del tutto attuali e quotidiane. Da vedere e rivedere.
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24 aprile 2007
Ritorno in fabbrica
Sotto questa drammatica foto di Confused Vision si chiacchierava di memoria, ritorni al passato, vita vissuta. Ci si chiedeva che effetto avrebbe fatto a un vecchio operaio tornare nella sua fabbrica e ritrovarla dismessa, abbandonata, in rovina.
A leggere i commenti le sensazioni che avrebbe provato quest'ipotetica persona sarebbero state per lo più negative, ritrovare desolazione e morte dove un tempo c'era vita e lavoro non può che portare cattivi pensieri. O almeno questa era l'opinione, semplificata, certo, che caratterizza molti delle osservazioni lasciate sotto la foto.
Io non sono d'accordo.
Non che abbia delle certezze al riguardo, prima di tutto perché non sono un vecchio operaio. Ma ho anch'io qualche esperienza di ritorni in ambienti irriconoscibili, qualche ricordo di spazi cambiati, di luoghi memorabili non più immediatamente identificabili.
Ritornare in un luogo al quale siamo legati (una vecchia scuola, la casa dove abitavamo, il luogo dove abbiamo iniziato a lavorare) è sempre una sorpresa, ma diventa una delusione solo se glielo permettiamo. Gli spazi cambiano, ma soprattutto le persone, noi, cambiamo. I luoghi visti nella prospettiva del ritorno evocano ricordi, non realtà, ci permettono di viaggiare nel tempo per rivedere come erano, come eravamo. Quel che ora sono diventati è solo uno strato superficiale, una maschera che nasconde la nostra vita passata. E non importa se questi edifici sono luccicanti di ristrutturazioni recenti o in rovina, abbandonati dal tempo passato, sono comunque spazi in cui possiamo ritornare ad esplorare le possibilità perdute strada facendo, e soprattutto ricordare, rimpiangere o compatire quello che allora eravamo.
Ma torniamo alla vecchia fabbrica.
Non so come vivesse il suo lavoro il nostro ipotetico operaio. Io lo immagino legato alla macchina, a maledire il tempo trascorso alla catena, a sognare un mondo senza fabbrica, a rimpiangere il tempo trascorso nei campi. A pensare, se ancora ci riesce, alle sue ore prima del lavoro, a immaginarsi nel distruggere 'sta cazzo di prigione, magari insieme ai suoi compagni. A liberarsi dal giogo del lavoro e ad abbattere i muri che li circondano.
Tornasse ora lì dentro sarebbe forse felice di vedere che finalmente in fabbrica non c'è più nessuno. Che tra quelle mura di operai non ne muoiono più soffocati dalla routine, sommersi dai debiti, massacrati dalla fatica.
Ma allora una fabbrica vuota è una sconfitta o una vittoria?
Non lo so, di certo non invidio chi era costretto a lavorarci. Entrambi i miei nonni lavoravano in fabbriche simili, uno ci ha lasciato la pelle. Forse per questo non riesco a sentire questa gran nostalgia per le vecchie fabbriche.
E no, non mi dispiace vederle cadere a pezzi, monumenti al nostro passato recente, in rovina.
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A leggere i commenti le sensazioni che avrebbe provato quest'ipotetica persona sarebbero state per lo più negative, ritrovare desolazione e morte dove un tempo c'era vita e lavoro non può che portare cattivi pensieri. O almeno questa era l'opinione, semplificata, certo, che caratterizza molti delle osservazioni lasciate sotto la foto.
Io non sono d'accordo.
Non che abbia delle certezze al riguardo, prima di tutto perché non sono un vecchio operaio. Ma ho anch'io qualche esperienza di ritorni in ambienti irriconoscibili, qualche ricordo di spazi cambiati, di luoghi memorabili non più immediatamente identificabili.
Ritornare in un luogo al quale siamo legati (una vecchia scuola, la casa dove abitavamo, il luogo dove abbiamo iniziato a lavorare) è sempre una sorpresa, ma diventa una delusione solo se glielo permettiamo. Gli spazi cambiano, ma soprattutto le persone, noi, cambiamo. I luoghi visti nella prospettiva del ritorno evocano ricordi, non realtà, ci permettono di viaggiare nel tempo per rivedere come erano, come eravamo. Quel che ora sono diventati è solo uno strato superficiale, una maschera che nasconde la nostra vita passata. E non importa se questi edifici sono luccicanti di ristrutturazioni recenti o in rovina, abbandonati dal tempo passato, sono comunque spazi in cui possiamo ritornare ad esplorare le possibilità perdute strada facendo, e soprattutto ricordare, rimpiangere o compatire quello che allora eravamo.
Ma torniamo alla vecchia fabbrica.
Non so come vivesse il suo lavoro il nostro ipotetico operaio. Io lo immagino legato alla macchina, a maledire il tempo trascorso alla catena, a sognare un mondo senza fabbrica, a rimpiangere il tempo trascorso nei campi. A pensare, se ancora ci riesce, alle sue ore prima del lavoro, a immaginarsi nel distruggere 'sta cazzo di prigione, magari insieme ai suoi compagni. A liberarsi dal giogo del lavoro e ad abbattere i muri che li circondano.
Tornasse ora lì dentro sarebbe forse felice di vedere che finalmente in fabbrica non c'è più nessuno. Che tra quelle mura di operai non ne muoiono più soffocati dalla routine, sommersi dai debiti, massacrati dalla fatica.
Ma allora una fabbrica vuota è una sconfitta o una vittoria?
Non lo so, di certo non invidio chi era costretto a lavorarci. Entrambi i miei nonni lavoravano in fabbriche simili, uno ci ha lasciato la pelle. Forse per questo non riesco a sentire questa gran nostalgia per le vecchie fabbriche.
E no, non mi dispiace vederle cadere a pezzi, monumenti al nostro passato recente, in rovina.
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19 aprile 2007
Bronchite, Paganello, Accelerando & Cinema!
Perdonate la latitanza di queste ultime settimane, ma siamo stati a Rimini al Paganello, mi sono beccato la bronchite (erano anni che non mi ammalavo, e ovviamente doveva capitarmi il primo fine settimana che trascorriamo lontani da casa…). Nonostante la febbre lo spettacolo dei frisbisti (e dei flickriani!) in azione è stato davvero notevole e come ciliegina sulla torta abbiamo pure esplorato l'ex-corderia di Viserba. Mi spiace solo non essere stato troppo presente nei momenti più festaioli, ma vabbé, ci rifaremo.
Per quanto riguarda letture e visioni non ho niente di particolarmente eccitante da segnalare, ho saltato la cronaca delle letture di marzo ma mi rifarò a fine mese.
Nell'attesa posso aggiungere che sto leggendo Accelerando di Charlie Stross che si sta dimostrando un libro esplosivo, con una concentrazione di idee per pagina davvero entusiasmante. Non so se lo riuscirò a finire per Aprile, la lettura in inglese mi porta via un sacco di tempo in più, ma di certo è un volume che posso consigliare già da ora…
Ma a proposito di fantascienza, la più grossa novità del periodo è la prima produzione cinematografica del sottoscritto. Ok, i risultati non saranno di quelli da trasmettere ai posteri, però ci siamo divertiti assai.
Tutto è nato grazie all'entusiasmo di Gianluca che mi ha coinvolto nella partecipazione al concorso per cortometraggi del primo Nonantola Film Festival. I vincoli del concorso erano piuttosto stringenti (4 giorni per fare il corto, niente materiale d'archivio, genere e dettagli della messa in scena obbligatori) e la partecipazione notevole (oltre 70 troupe iscritte). Neanche a farlo apposta per noi è stato estratto il genere fantascienza e quindi nonostante non fossimo proprio in forma smagliante ci siamo ritenuti obbligati a portare il progetto fino in fondo. I risultati non sono stati particolarmente eclatanti: non siamo entrati nei venti corti finalisti, e giustamente, almeno per i difetti che caratterizzavano obiettivamente il nostro film. Ma stiamo lavorando a un montaggio alternativo. E poi, appena pronti, dovremo trovare il coraggio di mostrarlo al mondo.
Rimanete sintonizzati.
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Per quanto riguarda letture e visioni non ho niente di particolarmente eccitante da segnalare, ho saltato la cronaca delle letture di marzo ma mi rifarò a fine mese.
Nell'attesa posso aggiungere che sto leggendo Accelerando di Charlie Stross che si sta dimostrando un libro esplosivo, con una concentrazione di idee per pagina davvero entusiasmante. Non so se lo riuscirò a finire per Aprile, la lettura in inglese mi porta via un sacco di tempo in più, ma di certo è un volume che posso consigliare già da ora…
Ma a proposito di fantascienza, la più grossa novità del periodo è la prima produzione cinematografica del sottoscritto. Ok, i risultati non saranno di quelli da trasmettere ai posteri, però ci siamo divertiti assai.
Tutto è nato grazie all'entusiasmo di Gianluca che mi ha coinvolto nella partecipazione al concorso per cortometraggi del primo Nonantola Film Festival. I vincoli del concorso erano piuttosto stringenti (4 giorni per fare il corto, niente materiale d'archivio, genere e dettagli della messa in scena obbligatori) e la partecipazione notevole (oltre 70 troupe iscritte). Neanche a farlo apposta per noi è stato estratto il genere fantascienza e quindi nonostante non fossimo proprio in forma smagliante ci siamo ritenuti obbligati a portare il progetto fino in fondo. I risultati non sono stati particolarmente eclatanti: non siamo entrati nei venti corti finalisti, e giustamente, almeno per i difetti che caratterizzavano obiettivamente il nostro film. Ma stiamo lavorando a un montaggio alternativo. E poi, appena pronti, dovremo trovare il coraggio di mostrarlo al mondo.
Rimanete sintonizzati.
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03 aprile 2007
Due notiziole veloci veloci
Serenity, il film di fantascienza di cui parlavo qui , è stato nominato miglior film di genere dai lettori di SFX Magazine.
(un grazie a Matteo per la segnalazione)
Questa la classifica completa:
1. Serenity
2. Star Wars
3. Blade Runner
4. Planet of the Apes
5. The Matrix
6. Alien
7. Forbidden Planet
8. 2001: A Space Odyssey
9. The Terminator
10. Back to the Future
A me pare un tantino esagerato, ma tant'è.
(quasi quasi mi vien voglia di mettere giù la mia bella classifica dei migliori film di fantascienza…)
…
Altra notizia, decisamente più interessante, è l'uscita in libreria di Giochi sacri il nuovo romanzo di Vikram Chandra. L'autore indiano, pressoché sconosciuto ai più, ha già all'attivo due volumi in italia editi dalla scomparsa Ishtar libri: il meraviglioso, stupefacente, entusiasmante Terra Rossa Pioggia Scrosciante e la raccolta di racconti Amore e nostalgia a Bombay. Entrambi i volumi sono ancora reperibili in qualche libreria, e ve li consiglio senz'altro (sono anche bellissimi dal punto di vista grafico/editoriale),
Vikram Chandra è un narratore sopraffino, che riesce a trasmettere la magia e la complessità dell'India mescolando abilmente storia, tecnologia, eventi soprannaturali e personaggi memorabili. Terra Rossa Pioggia Scrosciante in questo senso è indimenticabile e rimane uno dei migliori romanzi mi sia mai capitato di leggere.
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(un grazie a Matteo per la segnalazione)
Questa la classifica completa:
1. Serenity
2. Star Wars
3. Blade Runner
4. Planet of the Apes
5. The Matrix
6. Alien
7. Forbidden Planet
8. 2001: A Space Odyssey
9. The Terminator
10. Back to the Future
A me pare un tantino esagerato, ma tant'è.
(quasi quasi mi vien voglia di mettere giù la mia bella classifica dei migliori film di fantascienza…)
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Altra notizia, decisamente più interessante, è l'uscita in libreria di Giochi sacri il nuovo romanzo di Vikram Chandra. L'autore indiano, pressoché sconosciuto ai più, ha già all'attivo due volumi in italia editi dalla scomparsa Ishtar libri: il meraviglioso, stupefacente, entusiasmante Terra Rossa Pioggia Scrosciante e la raccolta di racconti Amore e nostalgia a Bombay. Entrambi i volumi sono ancora reperibili in qualche libreria, e ve li consiglio senz'altro (sono anche bellissimi dal punto di vista grafico/editoriale),
Vikram Chandra è un narratore sopraffino, che riesce a trasmettere la magia e la complessità dell'India mescolando abilmente storia, tecnologia, eventi soprannaturali e personaggi memorabili. Terra Rossa Pioggia Scrosciante in questo senso è indimenticabile e rimane uno dei migliori romanzi mi sia mai capitato di leggere.
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30 marzo 2007
Il bimbo e le oche
Nel lontano 1915 mio nonno Carlo aveva più o meno l'età di Jacopo in questa foto.
A quell'epoca il Trentino era territorio asburgico, travolto come molte altre zone d'Europa dalla Grande Guerra. Circa 30.000 abitanti della regione furono sfollati e trasferiti in altre zone dell'impero. Alla famiglia di mio nonno toccò di andare in Boemia.
Non so come siano stati quegli anni per lui, mio nonno non era persona che amava parlare del passato e noi eravamo troppo giovani per essere davvero interessati a sapere. L'unica cosa che m'è rimasta di quell'epoca era sapere che il lavoro di mio nonno bambino in Boemia consisteva nel fare il pastore delle oche.
Il mio ricordo dei suoi anni da sfollato è la storia di questa foto, che questa statua in Francia me l'ha fatto ricordare.
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A quell'epoca il Trentino era territorio asburgico, travolto come molte altre zone d'Europa dalla Grande Guerra. Circa 30.000 abitanti della regione furono sfollati e trasferiti in altre zone dell'impero. Alla famiglia di mio nonno toccò di andare in Boemia.
Non so come siano stati quegli anni per lui, mio nonno non era persona che amava parlare del passato e noi eravamo troppo giovani per essere davvero interessati a sapere. L'unica cosa che m'è rimasta di quell'epoca era sapere che il lavoro di mio nonno bambino in Boemia consisteva nel fare il pastore delle oche.
Il mio ricordo dei suoi anni da sfollato è la storia di questa foto, che questa statua in Francia me l'ha fatto ricordare.
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29 marzo 2007
Spiegatemelo, che non ci arrivo
C'è mica un buon cristiano, un prete o un politico cattolico che mi voglia spiegare in che modo il riconoscimento delle coppie di fatto metta in pericolo l'istituzione familiare?
Grazie.
…
Grazie.
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28 marzo 2007
Abbiate fede! (nei pixel, almeno)
Abituato ormai a vedere le foto nelle limitate dimensioni permesse dal monitor, fa uno strano effetto vedersele comparire davanti in tutto lo splendore permesso dalla proiezione su schermo.
Se poi alle dimensioni si aggiungono la musica e la coerenza tematica di una serie allora si può ben dire di assistere alla fotografia nel suo aspetto più spettacolare.
Probabilmente per molti questi saranno dati scontati, ma per me vedere le mie foto insieme a quelle di un'altra decina di fotografi, beh… è stato emozionante. Per questo ringrazio ancora Cino & Faith per l'opportunità e soprattutto per l'ottimo lavoro svolto per questa seconda puntata di In Pixel We Trust (in FiIm Too) .
Ma non voglio annoiarvi sbrodolando complimenti a destra e a manca, piuttosto mi interessava proporre qualche considerazione a margine della serata al Pacio .
Assistere a una proiezione è diverso da sfogliare un libro o dal visitare una mostra. Le foto che vedi ti colpiscono in un modo particolare. Ce ne siamo accorti domenica notte, quando ripensando alle foto viste ci siamo resi conto che tra quelle che più sono rimaste impresse nella memoria c'erano praticamente solo immagini che ritraevano esseri umani, nelle più varie attività, con le più diverse facce, ripresi con le più varie tecniche, ma sempre e comunque persone.
Ci siamo chiesti quale poteva essere il motivo, che normalmente quelle che ritraggono persone non sono tra le nostre foto preferite. La risposta che ci siamo dati è che vedere in sequenza una serie di immagini non permette una visione troppo approfondita, non ti lascia scegliere cosa guardare, ti relega a un ruolo decisamente più passivo del percorrere i corridoi di una mostra, della navigazione in rete o dello scorrere le pagine di un libro.
L'occhio non ha il tempo di trasmettere compiutamente le foto al cervello, le fa passare direttamente dallo stomaco, organo notoriamente più sensibile alle fluttuazioni emotive. E le persone, non c'è niente da dire, sono immediatamente più emozionanti di case abbandonate o panorami marini. Su tempi più lunghi forse questi ultimi avrebbero qualche possibilità in più, ma nei pochi secondi di una proiezione video non c'è competizione. Questo senza nulla togliere alla qualità delle singole foto viste, che era in ogni caso decisamente alta.
Altra osservazione, da annotarsi per eventuali prossimi episodi video.
Le dieci immagini richieste come quantità minima per accedere alla proiezione sono decisamente poche. Non si fa in tempo a sintonizzarsi sul tema, a entrare nell'atmosfera della visione che lo spettacolo è già finito. Vedi per esempio la stupenda serie di Michael Dudding, una sequenza di scatti emozionanti intorno ad un edificio abbandonato, stavamo iniziando a gustarla davvero che zac, ne è cominciata una nuova.
Capisco che non è per niente facile mettere insieme una serie coerente di almeno una ventina di foto, specie se non si è progettato a monte un lavoro del genere. Ma vi assicuro che la differenza si vede, e in grande.
Detto questo non posso non menzionare le cose più belle viste al Pacio.
Su tutte la serie Touch di Sanoi. Estremamente potente, violenta e fulminante. Bianchi e neri strazianti nel mettere a nudo la nostra anima bestiale.
Eppoi i Very Normal People di Christian Fossati, emozioni per una normalità fortemente ricercata.
Altra menzione per Koan, i suoi Fetish Files mediano abilmente tra inquietudine e ironia, con il sorriso finale che illumina tutto la serie.
Poi mi sono piaciuti un sacco la grana che accompagnava le immagini di Urbania.Inc, i colori degli edifici abbandonati di Cino e l'atmosfera onirica dei panorami di Alessandro Gelmini, ma sono certo che anche gli altri fotografi hanno avuto i loro estimatori (almeno a giudicare dagli applausi che seguivano ogni sequenza).
Il miglior connubio tra immagini e colonna sonora spetta alla scelta di Giuseppe Astuto . Le immagini erano forse un po' troppe, però con la canzone che le accompagnava non ci si poteva certo annoiare.
Sempre a proposito di colonne sonore, non è possibile sapere di chi era la musica che accompagnava il set lusitano di Carlos Albalà?
Insomma, una gran bella serata quella di domenica. Nell'attesa della prossima, tra un mese o due, sempre a Piacenza, sempre al Pacio .
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Se poi alle dimensioni si aggiungono la musica e la coerenza tematica di una serie allora si può ben dire di assistere alla fotografia nel suo aspetto più spettacolare.
Probabilmente per molti questi saranno dati scontati, ma per me vedere le mie foto insieme a quelle di un'altra decina di fotografi, beh… è stato emozionante. Per questo ringrazio ancora Cino & Faith per l'opportunità e soprattutto per l'ottimo lavoro svolto per questa seconda puntata di In Pixel We Trust (in FiIm Too) .
Ma non voglio annoiarvi sbrodolando complimenti a destra e a manca, piuttosto mi interessava proporre qualche considerazione a margine della serata al Pacio .
Assistere a una proiezione è diverso da sfogliare un libro o dal visitare una mostra. Le foto che vedi ti colpiscono in un modo particolare. Ce ne siamo accorti domenica notte, quando ripensando alle foto viste ci siamo resi conto che tra quelle che più sono rimaste impresse nella memoria c'erano praticamente solo immagini che ritraevano esseri umani, nelle più varie attività, con le più diverse facce, ripresi con le più varie tecniche, ma sempre e comunque persone.
Ci siamo chiesti quale poteva essere il motivo, che normalmente quelle che ritraggono persone non sono tra le nostre foto preferite. La risposta che ci siamo dati è che vedere in sequenza una serie di immagini non permette una visione troppo approfondita, non ti lascia scegliere cosa guardare, ti relega a un ruolo decisamente più passivo del percorrere i corridoi di una mostra, della navigazione in rete o dello scorrere le pagine di un libro.
L'occhio non ha il tempo di trasmettere compiutamente le foto al cervello, le fa passare direttamente dallo stomaco, organo notoriamente più sensibile alle fluttuazioni emotive. E le persone, non c'è niente da dire, sono immediatamente più emozionanti di case abbandonate o panorami marini. Su tempi più lunghi forse questi ultimi avrebbero qualche possibilità in più, ma nei pochi secondi di una proiezione video non c'è competizione. Questo senza nulla togliere alla qualità delle singole foto viste, che era in ogni caso decisamente alta.
Altra osservazione, da annotarsi per eventuali prossimi episodi video.
Le dieci immagini richieste come quantità minima per accedere alla proiezione sono decisamente poche. Non si fa in tempo a sintonizzarsi sul tema, a entrare nell'atmosfera della visione che lo spettacolo è già finito. Vedi per esempio la stupenda serie di Michael Dudding, una sequenza di scatti emozionanti intorno ad un edificio abbandonato, stavamo iniziando a gustarla davvero che zac, ne è cominciata una nuova.
Capisco che non è per niente facile mettere insieme una serie coerente di almeno una ventina di foto, specie se non si è progettato a monte un lavoro del genere. Ma vi assicuro che la differenza si vede, e in grande.
Detto questo non posso non menzionare le cose più belle viste al Pacio.
Su tutte la serie Touch di Sanoi. Estremamente potente, violenta e fulminante. Bianchi e neri strazianti nel mettere a nudo la nostra anima bestiale.
Eppoi i Very Normal People di Christian Fossati, emozioni per una normalità fortemente ricercata.
Altra menzione per Koan, i suoi Fetish Files mediano abilmente tra inquietudine e ironia, con il sorriso finale che illumina tutto la serie.
Poi mi sono piaciuti un sacco la grana che accompagnava le immagini di Urbania.Inc, i colori degli edifici abbandonati di Cino e l'atmosfera onirica dei panorami di Alessandro Gelmini, ma sono certo che anche gli altri fotografi hanno avuto i loro estimatori (almeno a giudicare dagli applausi che seguivano ogni sequenza).
Il miglior connubio tra immagini e colonna sonora spetta alla scelta di Giuseppe Astuto . Le immagini erano forse un po' troppe, però con la canzone che le accompagnava non ci si poteva certo annoiare.
Sempre a proposito di colonne sonore, non è possibile sapere di chi era la musica che accompagnava il set lusitano di Carlos Albalà?
Insomma, una gran bella serata quella di domenica. Nell'attesa della prossima, tra un mese o due, sempre a Piacenza, sempre al Pacio .
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27 marzo 2007
Revenant!
Revenant è la prima raccolta di racconti di fantascienza di Giovanni De Matteo, aka X. Capirete che già avere a che fare con un volume di racconti di fantascienza italiana è un piccolo evento nel panorama letterario nostrano. Ancora più eccezionale il fatto che per una volta i racconti presentati non sono permeati da quell'atmosfera nostalgico decadente che sembra imperare tra gli autori giovani o meno giovani della scena italiana, ma offrono una visione del futuro all'avanguardia per tematiche e suggestioni.
Detto questo, com'è realmente Revenant? Vale il tempo speso per la lettura?Presenta qualche traccia originale o è la solita riscrittura made in italy dei canoni fantascientifici anglosassoni?
La prima doverosa osservazione è che Giovanni De Matteo sa scrivere, questa almeno è una certezza. Anche se in alcuni racconti si nota qualche ingenuità, e forse un'eccessiva dipendenza dai moduli di scrittura cyberpunk - ma è troppo amore, mai scopiazzatura - la tensione narrativa rimane sempre alta. La capacità di immaginare e riproporre ambientazioni affascinanti, il forte impatto emozionale degli scenari speculativi insieme alla passione percepibile dietro ogni racconto sono i veri punti di forza di questa antologia. Nei sei racconti presenti si spazia dal cyberpunk urbano, al viaggio nel tempo, dall'avventura marziana alla riscrittura tecnologica del mito biblico. Ce n'è insomma per tutti i gusti, legati però da una sensibilità unificatrice riconducibile al paradigma connettivista promosso dall'autore, per cui ogni dettaglio, la più diversa speculazione, si situa in una visione postumana del futuro.
L'unico limite attuale dell'autore è forse rintracciabile nella mancanza di profondità dei protagonisti delle sue storie. I personaggi si muovono spinti da pulsioni troppo facili, i dialoghi e le emozioni che li dovrebbero caratterizzare danno l'idea di un'eccessiva drammatizzazione e, in un fondo, di uno scarso realismo. Ma il punto più dolente nella produzione di De Matteo sta secondo me nelle sue figure femminili: sempre fondamentali nello sviluppo narrativo, ma mai all'altezza del loro ruolo dipendenti come sembrano essere dalle figure maschili che ne determinano l'esistenza, idealizzate tanto da perdere ogni connotazione reale. Tutte le donne di De Matteo incarnano un'ideale femminile tanto irreale da risultare del tutto fuori luogo nelle le vicende prettamente terrene dei suoi racconti.
Eccezione in questo panorama di personaggi umani appena abbozzati è Cuore di Tenebra che, titolo escluso, mi pare la prova migliore dell'intera antologia. In questo caso le motivazioni, le spinte emotive, i turbamenti e le aspirazioni della creatura sotterranea protagonista del racconto sono rese in maniera magistrale. I personaggi di contorno dipinti in poche frasi prendono immediatamente vita agli occhi del lettore. Anche la scarsa indipendenza della figura femminile invece di apparire come possibile difetto, è perfettamente funzionale alla messa in scena orchestrata dall'autore.
Red Dust è l'altro racconto che rimane impresso nella memoria. La sua forza sta nello scenario originale (un Marte in via di terraformazione forzatamente abitato da reduci mediorientali e altra umanità emarginata) che offre all'autore la possibilità di scatenare tutta le sue capacità narrative e immaginifiche coniugando istanza politiche, tensioni post-umane e invenzioni tecnologiche. La carne al fuoco è davvero tanta per un unico racconto, tanto da lasciare facilmente presagire lo scenario per un futuro romanzo.
Sugli altri racconti non mi dilungo, ma mi piace notare come sia evidente e palpabile la progressione qualitativa man mano che si procede nella lettura dell'antologia. E se il buongiorno si vede dal mattino, beh… non vedo l'ora di mettere le mani sulle prossime prove narrative di Giovanni, che le premesse per la nascita di un Grande Autore italiano ci sono tutte.
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Detto questo, com'è realmente Revenant? Vale il tempo speso per la lettura?Presenta qualche traccia originale o è la solita riscrittura made in italy dei canoni fantascientifici anglosassoni?
La prima doverosa osservazione è che Giovanni De Matteo sa scrivere, questa almeno è una certezza. Anche se in alcuni racconti si nota qualche ingenuità, e forse un'eccessiva dipendenza dai moduli di scrittura cyberpunk - ma è troppo amore, mai scopiazzatura - la tensione narrativa rimane sempre alta. La capacità di immaginare e riproporre ambientazioni affascinanti, il forte impatto emozionale degli scenari speculativi insieme alla passione percepibile dietro ogni racconto sono i veri punti di forza di questa antologia. Nei sei racconti presenti si spazia dal cyberpunk urbano, al viaggio nel tempo, dall'avventura marziana alla riscrittura tecnologica del mito biblico. Ce n'è insomma per tutti i gusti, legati però da una sensibilità unificatrice riconducibile al paradigma connettivista promosso dall'autore, per cui ogni dettaglio, la più diversa speculazione, si situa in una visione postumana del futuro.
L'unico limite attuale dell'autore è forse rintracciabile nella mancanza di profondità dei protagonisti delle sue storie. I personaggi si muovono spinti da pulsioni troppo facili, i dialoghi e le emozioni che li dovrebbero caratterizzare danno l'idea di un'eccessiva drammatizzazione e, in un fondo, di uno scarso realismo. Ma il punto più dolente nella produzione di De Matteo sta secondo me nelle sue figure femminili: sempre fondamentali nello sviluppo narrativo, ma mai all'altezza del loro ruolo dipendenti come sembrano essere dalle figure maschili che ne determinano l'esistenza, idealizzate tanto da perdere ogni connotazione reale. Tutte le donne di De Matteo incarnano un'ideale femminile tanto irreale da risultare del tutto fuori luogo nelle le vicende prettamente terrene dei suoi racconti.
Eccezione in questo panorama di personaggi umani appena abbozzati è Cuore di Tenebra che, titolo escluso, mi pare la prova migliore dell'intera antologia. In questo caso le motivazioni, le spinte emotive, i turbamenti e le aspirazioni della creatura sotterranea protagonista del racconto sono rese in maniera magistrale. I personaggi di contorno dipinti in poche frasi prendono immediatamente vita agli occhi del lettore. Anche la scarsa indipendenza della figura femminile invece di apparire come possibile difetto, è perfettamente funzionale alla messa in scena orchestrata dall'autore.
Red Dust è l'altro racconto che rimane impresso nella memoria. La sua forza sta nello scenario originale (un Marte in via di terraformazione forzatamente abitato da reduci mediorientali e altra umanità emarginata) che offre all'autore la possibilità di scatenare tutta le sue capacità narrative e immaginifiche coniugando istanza politiche, tensioni post-umane e invenzioni tecnologiche. La carne al fuoco è davvero tanta per un unico racconto, tanto da lasciare facilmente presagire lo scenario per un futuro romanzo.
Sugli altri racconti non mi dilungo, ma mi piace notare come sia evidente e palpabile la progressione qualitativa man mano che si procede nella lettura dell'antologia. E se il buongiorno si vede dal mattino, beh… non vedo l'ora di mettere le mani sulle prossime prove narrative di Giovanni, che le premesse per la nascita di un Grande Autore italiano ci sono tutte.
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20 marzo 2007
IN PIXELS WE TRUST (in film too) #2
IN PIXELS WE TRUST (in film too) #2
Originally uploaded by cinocino.
Non so ancora se domenica 25 marzo riuscirò a essere a Piacenza, ma le mie foto ci saranno di sicuro.
L'appuntamento è alle ore 22.00 al Pacio, Vicolo Molineria S.Andrea 4 - Piacenza.
Accorrete numerosi!
IN PIXELS WE TRUST (in film too) #2
Espongono:
Giovannin Hanninen . Alessandro Gelmini . Carlos Albalà . Urbania.Inc . Koan . Franca Alejandra Franchi . Giuseppe Astuto . Jacopo Aquino . Marco Calò . Gex Paz . Christian Fossati . Cino . Michael Dudding . Giorgio "Iguana Jo" Raffaelli . Fabio Panichi
(la foto nel manifesto è di Franca Alejandra Franchi )
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16 marzo 2007
Urania al vapore
Un giorno o all'altro troverò il tempo per postare le mie considerazioni sul miserevole stato della fantascienza in italia, e quanto questo dipenda dalla pervicace e ingombrante presenza di Urania in edicola. Nel frattempo beccatevi questo messaggio promozionale.
Vista che la scarsa quantità di buona fantascienza disponibile per il lettore italiano, e nonostante non ami per nulla la più longeva delle collane fantascientifiche nostrane, è doveroso segnalare l'eccezionale presenza - per Urania - di un volume che ha tutte le carte in regola per rimanere impresso nella memoria. Si tratta de L'Imperatore di Gondwana la prima antologia di racconti di Paul Di Filippo mai proposta in italia . Ai più il nome di questo autore non dirà nulla. Non è Gibson, non è Simmons ne tanto meno un Asimov o un Dick, ma Paul Di Filippo è uno degli autori più originali, creativi e meravigliosi al momento disponibili alla lettura.
Il fatto che questo autore americano non sia troppo famoso credo dipenda dal fatto che a) scrive fantascienza b) scrive racconti di fantascienza.
Chi frequenta il genere sa quanto la narrativa breve ne costituisca la spina dorsale, il cuore e i muscoli. Purtroppo però in libreria gli editori propongono e vendono (quasi) esclusivamente romanzi. Per questo motivo l'unico titolo finora disponibile dedicato a Di Filippo è il glorioso Steampunk, raro esempio di volume capace di dare origine a un intero sottogenere, edito nell'ormai lontano 1996 dall'editrice Nord. Nei tre romanzi brevi di quel volume si spaziava dalla Londra ottocentesca, agli strani incontri nella Providence di lovecraftiana memoria fino allo stupefacente incrociarsi dei destini di Emily Dickinson e Walt Whitman. Tutto condito al vapore in salsa fantascientifica per palati letterari interessati all'insolito.
Il resto della sua produzione breve edita in italia lo si trova sparso per una miriade di antologie più o meno rare, più o meno introvabili.
La speranza di vedere in libreria qualche altro titolo dedicato esclusivamente a Di Filippo è quindi praticamente nulla, motivo in più, se ne servisssero, per non lasciarsi sfuggire L'Imperatore di Gondwana nell'Urania ora in edicola.
Avete tempo fino alla fine del mese.
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Vista che la scarsa quantità di buona fantascienza disponibile per il lettore italiano, e nonostante non ami per nulla la più longeva delle collane fantascientifiche nostrane, è doveroso segnalare l'eccezionale presenza - per Urania - di un volume che ha tutte le carte in regola per rimanere impresso nella memoria. Si tratta de L'Imperatore di Gondwana la prima antologia di racconti di Paul Di Filippo mai proposta in italia . Ai più il nome di questo autore non dirà nulla. Non è Gibson, non è Simmons ne tanto meno un Asimov o un Dick, ma Paul Di Filippo è uno degli autori più originali, creativi e meravigliosi al momento disponibili alla lettura.
Il fatto che questo autore americano non sia troppo famoso credo dipenda dal fatto che a) scrive fantascienza b) scrive racconti di fantascienza.
Chi frequenta il genere sa quanto la narrativa breve ne costituisca la spina dorsale, il cuore e i muscoli. Purtroppo però in libreria gli editori propongono e vendono (quasi) esclusivamente romanzi. Per questo motivo l'unico titolo finora disponibile dedicato a Di Filippo è il glorioso Steampunk, raro esempio di volume capace di dare origine a un intero sottogenere, edito nell'ormai lontano 1996 dall'editrice Nord. Nei tre romanzi brevi di quel volume si spaziava dalla Londra ottocentesca, agli strani incontri nella Providence di lovecraftiana memoria fino allo stupefacente incrociarsi dei destini di Emily Dickinson e Walt Whitman. Tutto condito al vapore in salsa fantascientifica per palati letterari interessati all'insolito.
Il resto della sua produzione breve edita in italia lo si trova sparso per una miriade di antologie più o meno rare, più o meno introvabili.
La speranza di vedere in libreria qualche altro titolo dedicato esclusivamente a Di Filippo è quindi praticamente nulla, motivo in più, se ne servisssero, per non lasciarsi sfuggire L'Imperatore di Gondwana nell'Urania ora in edicola.
Avete tempo fino alla fine del mese.
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12 marzo 2007
Truman Capote & Syriana: la zetetica applicata al cinema
Causa impegni vari ultimamente non vediamo troppi dvd. Ma questo fine-settimana siamo stati fortunati. Ci siamo goduti ben due film, totalmente diversi tra loro, ma ambedue esempio di grande cinema. Entrambe le pellicole trattano la Verità, la sua percezione, i corto circuiti che si creano tra chi la tratta di mestiere, chi la subisce, chi semplicemente la ignora. E delle complicazioni che il perseguirla inevitabilmente porta con sè.
I due film sono Truman Capote: a sangue freddo e Syriana. Totalmente diversi per tecnica narrativa e regia, per argomenti trattati, ritmo e soluzioni visive, eppure simili nell'essere due ottimi esempi di zetetica applicata al cinema.
In Truman Capote sono almeno due le cose entusiasmanti. La prima è la capacità degli autori di rendere percepibile la personalità dello scrittore, la miscela di sensibilità e arroganza che lo caratterizza, il confronto con una realtà insopportabile rispetto all'insostenibile leggerezza in cui si rifugia la sua esistenza, il peso schiacciante della verità, a cui non vuole sottrarsi, nonostante tutto.
Il film riesce a comunicare il senso di tragedia della situazione senza ricorrere a sermoni o prediche, ma lasciando alla bravura di Philip Seymour Hoffman e al non detto cinematografico il compito di trasmettere la complessità delle emozioni che lo attraversano e allo spettatore il compito di decifrarle.
Conoscevo Capote solo di nome prima della visione del film ( e il nome non sapevo neppure come pronunciarlo!), non so quanto il film sia storicamente accurato rispetto alla sua figura, ci certo la sua vicenda diventa assolutamente vera nella visione cinematografica di Bennett Miller.
Un' ulteriore nota di merito va al direttore della fotografia Adam Kimmel. Suoi sono gli indimenticabili panorami autunnali del film. E senz'altro suo il merito (da dividere con il regista) per la composizione formalmente perfetta delle inquadrature, perfezione estetica che invece di imbalsamare il film diventa perfettamente funzionale alla generazione di una tensione palpabile per tutto il corso della vicenda. Era davvero da tempo che non vedevo un film così bello.
…
Sempre di verità si occupa Syriana, film di Stephen Gaghan, regista e sceneggiatore sconosciuto al sottoscritto ma che risulta aver scritto anche Traffic diretto poi da Steven Soderbergh. Non le verità dello spirito, ma quelle più tangibili e altrettanto sfuggenti delle grandi manovre occulte che conducono l'energia dagli impianti d'estrazione nel deserto fino alle nostre pompe di benzina attraverso il caos mediorientale. In questo caso il merito dell'autore sta soprattutto nell'essere riuscito a ricomporre una situazione così complessa, mutevole e complicata nell'ordine rigoroso di un film perfettamente godibile. Nello sviluppare il difficile tema del sua pellicola Stephen Gaghan non rinuncia alle storie personali dei suoi protagonisti, anzi fa di queste storie personali il collante che permette allo spettatore di seguire la vicenda conducendolo all'interno del terrificante mondo delle lobby petrolifere, dei perversi incroci tra ragioni di stato e libero mercato, nelle strade frequentate da quelle persone al tempo stesso vittime e agenti di quel terrore che attraversa tutte le nostre vite.
Un esempio pressoché perfetto di cinema impegnato che non rinuncia a raccontare storie, che non si rifugia in uno sterile documentarismo o nell'assettica denuncia di un insopportabile status quo, ma che invece si esalta della difficoltà strutturale di una vicenda la cui complessità è evidente fin dalla prima scena.
Un plauso quindi a Stephen Gaghan sceneggiatore e regista della pellicola, ma anche al cast sopraffino (tra tutti un grande George Clooney invecchiato e imbolsito, in veste anche di produttore) che riesce mantenere alta la tensione e la comprensibilità della vicenda per tutta la durata del film.
Un dubbio però m'è rimasto. Cosa significa Syriana?
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I due film sono Truman Capote: a sangue freddo e Syriana. Totalmente diversi per tecnica narrativa e regia, per argomenti trattati, ritmo e soluzioni visive, eppure simili nell'essere due ottimi esempi di zetetica applicata al cinema.
In Truman Capote sono almeno due le cose entusiasmanti. La prima è la capacità degli autori di rendere percepibile la personalità dello scrittore, la miscela di sensibilità e arroganza che lo caratterizza, il confronto con una realtà insopportabile rispetto all'insostenibile leggerezza in cui si rifugia la sua esistenza, il peso schiacciante della verità, a cui non vuole sottrarsi, nonostante tutto.
Il film riesce a comunicare il senso di tragedia della situazione senza ricorrere a sermoni o prediche, ma lasciando alla bravura di Philip Seymour Hoffman e al non detto cinematografico il compito di trasmettere la complessità delle emozioni che lo attraversano e allo spettatore il compito di decifrarle.
Conoscevo Capote solo di nome prima della visione del film ( e il nome non sapevo neppure come pronunciarlo!), non so quanto il film sia storicamente accurato rispetto alla sua figura, ci certo la sua vicenda diventa assolutamente vera nella visione cinematografica di Bennett Miller.
Un' ulteriore nota di merito va al direttore della fotografia Adam Kimmel. Suoi sono gli indimenticabili panorami autunnali del film. E senz'altro suo il merito (da dividere con il regista) per la composizione formalmente perfetta delle inquadrature, perfezione estetica che invece di imbalsamare il film diventa perfettamente funzionale alla generazione di una tensione palpabile per tutto il corso della vicenda. Era davvero da tempo che non vedevo un film così bello.
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Un esempio pressoché perfetto di cinema impegnato che non rinuncia a raccontare storie, che non si rifugia in uno sterile documentarismo o nell'assettica denuncia di un insopportabile status quo, ma che invece si esalta della difficoltà strutturale di una vicenda la cui complessità è evidente fin dalla prima scena.
Un plauso quindi a Stephen Gaghan sceneggiatore e regista della pellicola, ma anche al cast sopraffino (tra tutti un grande George Clooney invecchiato e imbolsito, in veste anche di produttore) che riesce mantenere alta la tensione e la comprensibilità della vicenda per tutta la durata del film.
Un dubbio però m'è rimasto. Cosa significa Syriana?
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08 marzo 2007
Rapporto letture - Febbraio 2007
Un po' in ritardo, eccomi ad annotare le mie letture del mese di febbraio.
In questo mese l'unica lettura che varrebbe la pena ricordare è La Fortezza della sollitudine di Jonathan Lethem. Ma su questo meraviglioso romanzo mi sono già dilungato abbastanza qui . Purtroppo nessuno degli altri libri letti si può paragonare nemmeno lontanamente all'epopea brooklyniana dell'autore americano.
Vediamo i titoli. in rigoroso ordine di lettura:
- I fabbricanti di universi, di Philip J. Farmer. Esempio tipico di tutti quegli stereotipi per cui ancora oggi la fantascienza è ritenuta cosa da bambini, o quasi. Nel romanzo non c'è altro che un continuo susseguirsi di scontri e avventure con nemici sempre più grandi sempre più cattivi sempre più sorprendenti. Un racconto ad accumulo progressivo in cui la caratteristica più saliente è la magnifica muscolatura del protagonista, il suo rapporto virile con i compagni di viaggio, la stoica sopportazione dei disagi da parte della donzella in pericolo. Tutto qua.
La fantascienza dovrebbe trattare di idee, ma in questo romanzo le invenzioni originali latitano completamente (o sono troppo naif per essere menzionate), a meno che come idea non si intenda la descrizione di panorami esotici e delle improbabili comunità che vi risiedono, che di queste ce n'è invece in abbondanza.
Sembra incredibile che lo stesso autore abbia scritto uno dei miei racconti favoriti in assoluto, quel Riders of the Purple Wage (Il salario purpureo) che riesce a fondere magistralmente lo spirito dei sixties con uno sviluppo fantascientifico memorabile. Ma tant'è: nel caso de I fabbricanti di universi è tranquillamente dimenticabile.
- Futureland, di Walter Mosley. Con questo volume di racconti passiamo invece alla fantascienza più nuova e attuale. O almeno questo è quello che la data di pubblicazione e le note di copertina vorrebbero farci credere. In realtà la visione politica e la capacità di speculazione dell'autore sembrano nutrirsi dei luoghi comuni più frequentati dalla fantascienza di questi ultimi decenni: la megalopoli, il controllo delle corporation, l'uomo disumanizzato; con in più una serie di personaggi e situazioni che riporta ancora più indietro l'orologio fantascientifico, con la presenza del geniale e cattivissimo scienziato-capitalista di turno, l'eroina che proviene dal sottosuolo, l'afflato mistico della ribellione.
La sensazione più immediata è che ci si trovi di fronte allo Shirley di Eclipse in salsa afroamericana, in cui è evidente fin da subito chi siano i buoni, chi i cattivi, chi ha ragione chi ha torto… Intendiamoci, il volume si fa leggere molto volentieri, se non vi si cercano significati profondi e lo si può trovare anche divertente se non si presta troppa attenzione alla sottile vibrazione razzista sempre presente in sottofondo.
Ma ecco, da un libro promosso come un'opera visionaria tra le più rivelatrice del panorama contemporaneo mi aspettavo qualcosa di più.
- Hedrock l'immortale, di A.E. Van Vogt. Non so perché mi ostini a dare un'altra possibilità a Van Vogt. Probabilmente perché voglio arrivare a capire cosa ci abbiano trovato tutti gli ammiratori di cui gode ancora oggi la sua opera, che senz'altro, letta a 15 anni negli anni '40 doveva risultare davvero emozionante.
Del resto l'incessante susseguirsi di colpi di scena, di scenari sempre più esagerati, il mettere in gioco ogni volta il destino dell'universo, il basare il tutto sulle emozioni più basilari e i rapporti umani più semplici sono gli stessi meccanismi che decretano oggi il successo di miriadi di film d'azione ad alto budget. Probabilmente dunque sono io che ho aspettative troppo elevate e che non riesco a leggere nella dovuta prospettiva storica l'opera dell'autore canadese.
Vabbé, forse è il caso che ci rinunci…
Per il prossimo mese aspettatevi qualche escursione nel fantasy, almeno due righe su Crash e qualche nota connettivista.
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In questo mese l'unica lettura che varrebbe la pena ricordare è La Fortezza della sollitudine di Jonathan Lethem. Ma su questo meraviglioso romanzo mi sono già dilungato abbastanza qui . Purtroppo nessuno degli altri libri letti si può paragonare nemmeno lontanamente all'epopea brooklyniana dell'autore americano.
Vediamo i titoli. in rigoroso ordine di lettura:
- I fabbricanti di universi, di Philip J. Farmer. Esempio tipico di tutti quegli stereotipi per cui ancora oggi la fantascienza è ritenuta cosa da bambini, o quasi. Nel romanzo non c'è altro che un continuo susseguirsi di scontri e avventure con nemici sempre più grandi sempre più cattivi sempre più sorprendenti. Un racconto ad accumulo progressivo in cui la caratteristica più saliente è la magnifica muscolatura del protagonista, il suo rapporto virile con i compagni di viaggio, la stoica sopportazione dei disagi da parte della donzella in pericolo. Tutto qua.
La fantascienza dovrebbe trattare di idee, ma in questo romanzo le invenzioni originali latitano completamente (o sono troppo naif per essere menzionate), a meno che come idea non si intenda la descrizione di panorami esotici e delle improbabili comunità che vi risiedono, che di queste ce n'è invece in abbondanza.
Sembra incredibile che lo stesso autore abbia scritto uno dei miei racconti favoriti in assoluto, quel Riders of the Purple Wage (Il salario purpureo) che riesce a fondere magistralmente lo spirito dei sixties con uno sviluppo fantascientifico memorabile. Ma tant'è: nel caso de I fabbricanti di universi è tranquillamente dimenticabile.
- Futureland, di Walter Mosley. Con questo volume di racconti passiamo invece alla fantascienza più nuova e attuale. O almeno questo è quello che la data di pubblicazione e le note di copertina vorrebbero farci credere. In realtà la visione politica e la capacità di speculazione dell'autore sembrano nutrirsi dei luoghi comuni più frequentati dalla fantascienza di questi ultimi decenni: la megalopoli, il controllo delle corporation, l'uomo disumanizzato; con in più una serie di personaggi e situazioni che riporta ancora più indietro l'orologio fantascientifico, con la presenza del geniale e cattivissimo scienziato-capitalista di turno, l'eroina che proviene dal sottosuolo, l'afflato mistico della ribellione.
La sensazione più immediata è che ci si trovi di fronte allo Shirley di Eclipse in salsa afroamericana, in cui è evidente fin da subito chi siano i buoni, chi i cattivi, chi ha ragione chi ha torto… Intendiamoci, il volume si fa leggere molto volentieri, se non vi si cercano significati profondi e lo si può trovare anche divertente se non si presta troppa attenzione alla sottile vibrazione razzista sempre presente in sottofondo.
Ma ecco, da un libro promosso come un'opera visionaria tra le più rivelatrice del panorama contemporaneo mi aspettavo qualcosa di più.
- Hedrock l'immortale, di A.E. Van Vogt. Non so perché mi ostini a dare un'altra possibilità a Van Vogt. Probabilmente perché voglio arrivare a capire cosa ci abbiano trovato tutti gli ammiratori di cui gode ancora oggi la sua opera, che senz'altro, letta a 15 anni negli anni '40 doveva risultare davvero emozionante.
Del resto l'incessante susseguirsi di colpi di scena, di scenari sempre più esagerati, il mettere in gioco ogni volta il destino dell'universo, il basare il tutto sulle emozioni più basilari e i rapporti umani più semplici sono gli stessi meccanismi che decretano oggi il successo di miriadi di film d'azione ad alto budget. Probabilmente dunque sono io che ho aspettative troppo elevate e che non riesco a leggere nella dovuta prospettiva storica l'opera dell'autore canadese.
Vabbé, forse è il caso che ci rinunci…
Per il prossimo mese aspettatevi qualche escursione nel fantasy, almeno due righe su Crash e qualche nota connettivista.
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06 marzo 2007
Siamo tutti connessi
| Picture by Iguana Jo. |
Grazie alla magia della rete ho avuto la possibilità di esporre alcune mie foto alla NextCon che si è tenuta sabato in quel di Vimercate.
Se siete curiosi riguardo alla Convention vi invito a fare un giro qui o qui, per quanto mi riguarda posso dire che è sempre bello vedere tanto entusiasmo per un progetto culturale alternativo al mainstream. Sulla sostanza della proposta non mi pronuncio (ma lo farò presto, che qualche libro l'ho pure acquistato), ma visto che finalmente ho toccato con mano la connessione due parole sul movimento le voglio spendere.
Per quanto mi siano piaciute le persone coinvolte nel Connettivismo faccio fatica a riconoscermi in un movimento, in un qualsiasi movimento. Dal mio punto di vista l'etichetta connettivista, come tutte le etichette, può essere comoda per riconoscere, distinguere e collocare un'opera d'arte. È utile e forse anche necessaria per fare ordine e catalogare. Ma il fatto di stabilire a priori una connotazione, il rifarsi a un manifesto, lo schierarsi artisticamente, sono cose che non riesco a sentire come mie. Certo, il proporsi come movimento può essere un'efficace strategia di marketing per attirare a se le luci dell'establishment, ma dal punto di vista autoriale mi sembra un'inutile gabbia, che imprigiona eventuali episodi talentuosi e livella la proposta alla qualità media della stessa.
Ovviamente queste sono tutte impressioni generiche che non si riferiscono esclusivamente al movimento connettivista, che vanno ben al di là del felice incontro di sabato e che forse servono soprattutto a togliermi dall'imbarazzo che mi ha colto quando mi è stata rivolta la domanda fatale: ma tu, sei un Connettivista? Sono onorato di averne conosciuto qualcuno, ma no, non mi sento parte di alcun movimento. Preferisco accompagnarlo lungo la strada, goderne le opere e partecipare magari a qualche episodio lungo il cammino.
Detto questo, non posso che menzionare e ringraziare di cuore X per avermi invitato a partecipare alla NextCon; Alessio, Alex, Serena e Andrea che si sono fatti in quattro, sempre gentilissimi e disponibilissimi, per permettere a me e Annalisa di allestire la mostra nel migliore dei modi; tutti i Connettivisti, una banda di persone creative e positive, con quella vena di follia indispensabile per proporre fantascienza oggi; gli amici che ci sono venuti a trovare, e soprattutto Margotta, che connettivista non è, ma che si è rivelata davvero per una persona squisita (buon viaggio!) e last but not least, Annalisa, che è stata la mente (e il braccio!) per quanto riguarda l'allestimento dell'esposizione fotografica,
Ah… dimenticavo! Un ulteriore ringraziamento è d'obbligo alla persona sconosciuta (se fosse connessa si faccia viva!) che mi ha regalato la soddisfazione finale della giornata, portandosi a casa una delle fotografie. Grazie di cuore!
Per noi la serata s'è conclusa anzitempo, altri piacevoli impegni ci attendevano a Milano, però c'è rimasto il tempo per assistere alla proiezione di Con gli occhi di domani (stupefacente performance cinematografica, che a dispetto dei mezzi minimi utillizzati s'è rivelata notevole soprattutto dal punto di vista tecnico) proposta da Walter L'Assainato e Mauro Gazzola (andateli a trovare qui) e alla performance di Zoon e Kremo quest'ultimo in vena decisamente declamatorio/futurista che ha conquistato l'auditorio riuscendo ad unire in un mix azzardato ma perfettamente riuscito Fabrizio De André al manifesto connettivista.
In tarda serata c'è stato per noi il felice incontro con altre conoscenze che da virtuali si fanno sempre più concrete e reali. Parlo degli amici flickriani riuniti da Sarmax per festeggiare il suo compleanno: Kozan, Śiva , Giona, Auro, Meme, Koan, Pensiero, Berberenike … sono nomi che fuori dalla rete non diranno niente ai più, ma che nascondono dietro l'obiettivo delle loro macchine fotografiche un sacco di talento.
Queste sono le connessioni che mi esaltano.
Alla prossima!
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28 febbraio 2007
La fortezza della solitudine
Volevo provare a buttare giù qualche riga per raccontarvi La fortezza della solitudine, quanto mi abbia colpito, come sia rimasto affascinato dalla capacità di Jonathan Lethem di raccontare la crescita, i turbamenti, la solitudine di un ragazzo nella Brooklyn anni '70. Mi sono però reso conto di non esserne capace. Voglio dire, un riassunto del libro è piuttosto inutile e limitarmi a dirvi quanto sia fantastico, beh… potete immaginarvelo.
Provo piuttosto a spiegarvi perché io sia rimasto folgorato da questo romanzo. Probabilmente sarò troppo parziale e soggettivo, ma di recensioni in rete ce ne sono già a pacchi, di persone che hanno apprezzato La fortezza della solitudine soprattutto per la sua collocazione temporale, per la Brooklyn che si racconta, per gli accenni al punk o alla storia del soul. Forse poi a voi il libro piacerà perché si parla di supereroi o per le questioni razziali e la droga. O magari per il suo approccio disincantato alla fantascienza. Chi lo sa…
Per me è andata così.
A volte ti imbatti in una storia che improvvisamente illumina il tratto di strada che hai percorso fino a quel momento. In un autore che sembra sapere cose su di te che nemmeno ricordavi. Non importa se la storia si svolge a Brooklyn piuttosto che in California, se tu nella tua infanzia un nero non l'hai mai incontrato, se la scuola che frequentavi e gli amici che avevi erano completamente diversi. Se la tua esperienza con la droga si limita a una canna o due.
La verità è molto più semplice dei dettagli che la compongono.
I pezzi del caleidoscopio che Lethem costruisce sono fatti delle lacerazioni tra il mondo che vorremmo, il mondo che abbiamo intravisto lungo la via e quello che invece c'è toccato in sorte. I vetri che lo compongono sono colorati da sentimenti atrofizzatisi per la lunga resistenza al terrore quotidiano, schegge di quella gemma che conservi ben nascosta in fondo, da qualche parte, per sopravvivere. Ciò che lo tiene insieme è il tradimento, per esistere, e il pentimento, inutile, per riprovarci, inutilmente. Che tutto quello che ti rimane è puntare al cielo, solo per rimanere in piedi. Con la necessità di un superpotere, uno qualsiasi, che non può essere tutto qui quello su cui puoi contare.
Poi certo c'è la capacità di ricordare, la magia delle giornate passate a giocare per strada, le amicizie fantastiche e totalizzanti di quando hai 10/12 anni e ti accorgi che il mondo non è come te lo aspettavi. Quando ti rendi conto che per quanto tu voglia appartenere a qualcosa sei sempre quello fuori posto, quello che comunque la vita preferisce raccontarla piuttosto che viverla. E nonostante tutto non si abbatte, non diventa il nostro vicino cinico e sconfitto, ma trova un rifugio: una fortezza della solitudine da cui scrutare il mondo, subendone tutto il fascino, confortato dalla vastità delle possibilità, della miriade dei destini possibili.
Pronto a rinunciare ai superpoteri, se serve a salvare il proprio mondo. Magari da solo, ma conquistando una specie di pace. Alla fine.
Ecco, incontrare Dylan Ebdus è stato tutto questo e molto di più. Ma io non sono bravo come Lethem. Per questo conviene dare un'occhiata al suo romanzo, alla sua fortezza.
…
Provo piuttosto a spiegarvi perché io sia rimasto folgorato da questo romanzo. Probabilmente sarò troppo parziale e soggettivo, ma di recensioni in rete ce ne sono già a pacchi, di persone che hanno apprezzato La fortezza della solitudine soprattutto per la sua collocazione temporale, per la Brooklyn che si racconta, per gli accenni al punk o alla storia del soul. Forse poi a voi il libro piacerà perché si parla di supereroi o per le questioni razziali e la droga. O magari per il suo approccio disincantato alla fantascienza. Chi lo sa…
Per me è andata così.
A volte ti imbatti in una storia che improvvisamente illumina il tratto di strada che hai percorso fino a quel momento. In un autore che sembra sapere cose su di te che nemmeno ricordavi. Non importa se la storia si svolge a Brooklyn piuttosto che in California, se tu nella tua infanzia un nero non l'hai mai incontrato, se la scuola che frequentavi e gli amici che avevi erano completamente diversi. Se la tua esperienza con la droga si limita a una canna o due.
La verità è molto più semplice dei dettagli che la compongono.
I pezzi del caleidoscopio che Lethem costruisce sono fatti delle lacerazioni tra il mondo che vorremmo, il mondo che abbiamo intravisto lungo la via e quello che invece c'è toccato in sorte. I vetri che lo compongono sono colorati da sentimenti atrofizzatisi per la lunga resistenza al terrore quotidiano, schegge di quella gemma che conservi ben nascosta in fondo, da qualche parte, per sopravvivere. Ciò che lo tiene insieme è il tradimento, per esistere, e il pentimento, inutile, per riprovarci, inutilmente. Che tutto quello che ti rimane è puntare al cielo, solo per rimanere in piedi. Con la necessità di un superpotere, uno qualsiasi, che non può essere tutto qui quello su cui puoi contare.
Poi certo c'è la capacità di ricordare, la magia delle giornate passate a giocare per strada, le amicizie fantastiche e totalizzanti di quando hai 10/12 anni e ti accorgi che il mondo non è come te lo aspettavi. Quando ti rendi conto che per quanto tu voglia appartenere a qualcosa sei sempre quello fuori posto, quello che comunque la vita preferisce raccontarla piuttosto che viverla. E nonostante tutto non si abbatte, non diventa il nostro vicino cinico e sconfitto, ma trova un rifugio: una fortezza della solitudine da cui scrutare il mondo, subendone tutto il fascino, confortato dalla vastità delle possibilità, della miriade dei destini possibili.
Pronto a rinunciare ai superpoteri, se serve a salvare il proprio mondo. Magari da solo, ma conquistando una specie di pace. Alla fine.
Ecco, incontrare Dylan Ebdus è stato tutto questo e molto di più. Ma io non sono bravo come Lethem. Per questo conviene dare un'occhiata al suo romanzo, alla sua fortezza.
…
22 febbraio 2007
Rossi & Turigliatto
Capisco le difficoltà di conciliare ideali e pratica politica. Capisco la fedeltà all'impegno preso. Capisco tutto quello che volete.
Ma non capisco i motivi per cui i signori Rossi e Turigliatto abbiano deciso di votare contro il loro esecutivo conoscendo benissimo quali sarebbero state le conseguenze del loro gesto. Un (non) voto che invece di tendere e rendere possibile nella pratica, nella vita, nel futuro i loro condivisibilissimi ideali, allontanano e rendono più difficile e improbabile la loro realizzazione.
Cos'è più importante per un senatore della repubblica?
Impuntarsi sul principio o scegliere il compromesso con l'obiettivo di un bene superiore o, nel caso, di un male minore?
Qualcuno ha voglia di spiegarmelo?
…
Ma non capisco i motivi per cui i signori Rossi e Turigliatto abbiano deciso di votare contro il loro esecutivo conoscendo benissimo quali sarebbero state le conseguenze del loro gesto. Un (non) voto che invece di tendere e rendere possibile nella pratica, nella vita, nel futuro i loro condivisibilissimi ideali, allontanano e rendono più difficile e improbabile la loro realizzazione.
Cos'è più importante per un senatore della repubblica?
Impuntarsi sul principio o scegliere il compromesso con l'obiettivo di un bene superiore o, nel caso, di un male minore?
Qualcuno ha voglia di spiegarmelo?
…
20 febbraio 2007
Tutti a Vimercate!
Alla prima NextCon ci sarò anch'io.
Grazie all'impegno della banda connettivista e di X in particolare, mi è stata offerta l'opportunità di esporre alcune delle mie immagini.
Le foto sono state scelte, le stampe in lavorazione, per il 3 marzo dovrà essere tutto pronto.
Io tengo le dita incrociate e spero di incontrarvi a Vimercate.
('azz! pure la rima!)
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Grazie all'impegno della banda connettivista e di X in particolare, mi è stata offerta l'opportunità di esporre alcune delle mie immagini.
Le foto sono state scelte, le stampe in lavorazione, per il 3 marzo dovrà essere tutto pronto.
Io tengo le dita incrociate e spero di incontrarvi a Vimercate.
('azz! pure la rima!)
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16 febbraio 2007
I'm So Bored With the U.S.A.
Panoramica sulla questione Dal Molin
(english appeal)
I'm so bored with the USA, but I'm way more bored with our politicians.
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(english appeal)
I'm so bored with the USA, but I'm way more bored with our politicians.
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