Provate ad immaginare Alice, magari proprio quella disneyana che se ne va a spasso nel Paese delle Meraviglie, in giro per la New York del 1999 immaginata da John Carpenter per il suo Jena Plissken. Ecco, questa è già una buona approssimazione della Milano raccontata da Dario Tonani nel suo Infect@.
I protagonisti del romanzo vagano tra palazzi fatiscenti e costruzioni azzardate, nel grigio variabile della metropoli lombarda bagnata da una pioggia senza fine (che fa molto L.A. Deckardiana), in mezzo a una colorata (letteralmente!) fauna di cartoon di ogni genere: dai paperi di disneyana memoria a coyote più o meno aggressivi, tra gigantesche Betty Bop e Popeye riconvertiti a lavoratori urbani. La trama, piuttosto esile, è poco più di una scusa per un viaggio lisergico nelle periferie degradate del prossimo decennio.
I panorami che Tonani disegna sono affascinanti, senz'altro la cosa migliore del romanzo. Gli edifici in rovina, gli appartamenti assortiti, magari riconvertiti in bordelli economici, i ponteggi improvvisati, le fabbriche abbandonate, il popolo ibrido che li frequenta, le tracce di passaggi e frequentazioni più o meno equivoche più o meno effimere, sono tutte istantanee che rimangono scolpite nella memoria. Fino ad arrivare alla fine del viaggio in una Linate trasformata da aeroporto secondario a luogo surreale e immaginifico, in cui le mete diventano aeroplani e i viaggi si consumano al loro interno.
Infect@ da questo punto di vista è un romanzo imperdibile (ed è un peccato che essendo passato su Urania ormai si sia perso nel limbo dei resi da edicola), che grazie alla pura potenza evocativa riesce a farsi perdonare l'assenza di una trama forte. Infect@ non è esente da altri difetti: se la cripticità dell'idea alla base del romanzo contribuisce al fascino psichedelico della lettura, l'incapacità dell'autore di dettarne regole coerenti ne costituisce forse il più grosso limite. Però oltre alle notevoli capacità descrittive vanno menzionati a merito di Tonani almeno i personaggi (poliziotti, drogati, gangster e altri derelitti), che paiono scolpiti nella roccia del pulp d'antan, che parlano tra loro con dialoghi sempre brillanti, secchi e definitivi, neanche ci fosse un Hammett alla regia, personaggi ai quali non si può non affezionarsi.
Da quel che si legge in giro pare che Dario Tonani stia lavorando a un seguito. Rimaniamo in attesa, che di certo questo Infect@ s'è rivelato un'altra piacevole sorpresa nel panorama fantascientifico nazionale.
Forse che stia davvero per nascere una via nostrana alla fantascienza?
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15 maggio 2007
11 maggio 2007
Ma voi lo sapevate?
Riporto da qui:
Condannata la polizia per il G8 di Genova 2001
Segreto di Stato: a Genova ci fu un disegno repressivo, prima condanna per la Polizia al G8 del 2001. La censura da parte dei media è stata rigida ed assoluta: della sentenza di Genova non si doveva parlare. Infatti incredibilmente non ne ha scritto neanche il Manifesto e dovrebbe spiegare perché. Alzi la mano chi ha saputo che la settimana scorsa a Genova c'è stata la prima condanna per i pestaggi della Polizia durante il G8 del 2001. Eppure la sentenza di Genova è un passaggio capitale per la ricostruzione della verità e la giustizia di quello che successe nel capoluogo ligure oramai 6 anni fa. E ci spiega anche molto del disegno politico sotteso alla repressione [Gennaro Carotenuto].
leggi tutto l'articolo
(Grazie a Selene per averlo segnalato sulla FML)
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Condannata la polizia per il G8 di Genova 2001
Segreto di Stato: a Genova ci fu un disegno repressivo, prima condanna per la Polizia al G8 del 2001. La censura da parte dei media è stata rigida ed assoluta: della sentenza di Genova non si doveva parlare. Infatti incredibilmente non ne ha scritto neanche il Manifesto e dovrebbe spiegare perché. Alzi la mano chi ha saputo che la settimana scorsa a Genova c'è stata la prima condanna per i pestaggi della Polizia durante il G8 del 2001. Eppure la sentenza di Genova è un passaggio capitale per la ricostruzione della verità e la giustizia di quello che successe nel capoluogo ligure oramai 6 anni fa. E ci spiega anche molto del disegno politico sotteso alla repressione [Gennaro Carotenuto].
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(Grazie a Selene per averlo segnalato sulla FML)
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09 maggio 2007
Comunista!
Chi? Io?
No, purtroppo non sono comunista. Dico purtroppo perché da quando sto a Modena, da ben prima che il grande Partito Comunista venisse assimilato, sono sempre stato emozionato e affascinato dalla partecipazione, dal senso di appartenenza, dall'orgoglio dei vecchi compagni che si vedevano riuniti nelle manifestazioni, nelle polisportive, alle feste de l'Unità. Quasi un senso di nostalgia per non avere storie di resistenza nel mio passato familiare, una malinconia dell'animo per non essere mai riuscito a credere davvero a qualcosa di così grande, di così unificante.
In realtà tutta la liturgia comunista tanto mi affascinava quanto mi allontanava. Cresciuto come sono in un ambiente cattolico impegnato, nel comunismo che andavo scoprendo mi rimanevano razionalmente impressi più l'ortodossia e la regola, che la storia e il movimento. E questa fedeltà alla parola calata dall'alto, il doveroso adeguarsi all'ordine naturale delle cose tanto mi allontanava dalla religione quanto mi impediva di accogliere un'ideologia per certi versi altrettanto opprimente.
Oltretutto se da una parte ero esaltato dalla capacità di coinvolgimento, dall'impeto progressista e dalla gloriosa storia dei movimenti rivoluzionari, dall'altra c'era l'idea costante che il comunismo realizzato s'era sempre rivelato una tragedia, che il Potere è il Potere, e che chiunque lo gestisca ci sarà sempre lo sfigato (i milioni di sfigati) che ne subirà le conseguenze. Che facce tristi come quelle che si vedevano nelle immagini provenienti dall'europa orientale non ne avevo mai viste.
Forse per questo ho sempre preferito il lato anarchico della strada, la rinuncia a qualsiasi coinvolgimento che comportasse gerarchie e firme in bianco, dichiarazioni di fede e affermazioni di principio. Probabilmente non cambierò il mondo, non farò alcuna rivoluzione, ma già poter decidere del mio mondo, della mia visione delle cose, è una piccola conquista.
Nel frattempo cammino fianco a fianco a nuovi compagni, che siano comunisti o no poco importa. Quello che conta, che è sempre contato, è la rabbia nei confronti dell'ingiustizia, la capacità di indignarsi di fronte allo schifo che ci circonda, ma soprattutto quella buona dose di ironia e leggerezza per affrontare tutti i giorni il mondo marcio in cui siamo costretti a muoverci e resistere resistere resistere.
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No, purtroppo non sono comunista. Dico purtroppo perché da quando sto a Modena, da ben prima che il grande Partito Comunista venisse assimilato, sono sempre stato emozionato e affascinato dalla partecipazione, dal senso di appartenenza, dall'orgoglio dei vecchi compagni che si vedevano riuniti nelle manifestazioni, nelle polisportive, alle feste de l'Unità. Quasi un senso di nostalgia per non avere storie di resistenza nel mio passato familiare, una malinconia dell'animo per non essere mai riuscito a credere davvero a qualcosa di così grande, di così unificante.
In realtà tutta la liturgia comunista tanto mi affascinava quanto mi allontanava. Cresciuto come sono in un ambiente cattolico impegnato, nel comunismo che andavo scoprendo mi rimanevano razionalmente impressi più l'ortodossia e la regola, che la storia e il movimento. E questa fedeltà alla parola calata dall'alto, il doveroso adeguarsi all'ordine naturale delle cose tanto mi allontanava dalla religione quanto mi impediva di accogliere un'ideologia per certi versi altrettanto opprimente.
Oltretutto se da una parte ero esaltato dalla capacità di coinvolgimento, dall'impeto progressista e dalla gloriosa storia dei movimenti rivoluzionari, dall'altra c'era l'idea costante che il comunismo realizzato s'era sempre rivelato una tragedia, che il Potere è il Potere, e che chiunque lo gestisca ci sarà sempre lo sfigato (i milioni di sfigati) che ne subirà le conseguenze. Che facce tristi come quelle che si vedevano nelle immagini provenienti dall'europa orientale non ne avevo mai viste.
Forse per questo ho sempre preferito il lato anarchico della strada, la rinuncia a qualsiasi coinvolgimento che comportasse gerarchie e firme in bianco, dichiarazioni di fede e affermazioni di principio. Probabilmente non cambierò il mondo, non farò alcuna rivoluzione, ma già poter decidere del mio mondo, della mia visione delle cose, è una piccola conquista.
Nel frattempo cammino fianco a fianco a nuovi compagni, che siano comunisti o no poco importa. Quello che conta, che è sempre contato, è la rabbia nei confronti dell'ingiustizia, la capacità di indignarsi di fronte allo schifo che ci circonda, ma soprattutto quella buona dose di ironia e leggerezza per affrontare tutti i giorni il mondo marcio in cui siamo costretti a muoverci e resistere resistere resistere.
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03 maggio 2007
Rapporto letture - Marzo/Aprile 2007
Rieccomi con la cronaca delle mie letture mensili. Dato che Marzo è saltato per motivi indipendenti dalla mia volontà (si dice così, no?) eccovi una doppia razione di storie, osservazioni e critiche sparse…
- Crash di James G Ballard
Tecnopornografia dall'era della macchina. Psicopatologia della periferia urbana, tra grigi casermoni, serpentoni di automobili in coda e gente senza meta. Non credo che un libro simile possa piacere, certo che la visione ballardiana delle tensioni animali alla periferia del nostro vivere civile è estremamente interessante. Degna di nota anche la prefazione dello stesso Ballard specialmente nei passi in cui spiega la sua scelta di darsi alla fantascienza per descrivere il malessere dell'uomo tecnologico.
- L'amuleto di Samarcanda di Jonathan Stroud
Sull'onda del fenomeno Potteriano una trilogia decisamente più oscura rispetto alla saga della Rowlings. Nell'Inghilterra di Stroud una dittatura della magia domina e opprime la maggioranza non magica. In questa società decisamente più tetra cresce Nathaniel, quasi il gemello oscuro di Harry Potter. Il romanzo non è niente male, grazie soprattutto alla presenza del demone Bartimeus, unico contatto di Nathaniel con la realtà fuori dalla porta di casa, che illumina di allegro sarcasmo tutta la vicenda. I seguiti sono in coda di lettura. A breve nuove impressioni sull'evoluzione del personaggio.
- Revenant di Giovanni De Matteo.
Dei racconti di Giovanni De Matteo ho già parlato qui. Vi consiglio di dargli una possibilità, specie se volete provare la via italiana al postumanesimo.
- Sotto il culo della rana. In fondo a una miniera di carbone di Tibor Fischer
La lettura migliore del bimestre. La cronaca tragicomica del periodo 1944/1956 nell'Ungheria comunista, con il regime che mostra la sua faccia più cinica e spietata e un protagonista che tenta in tutti i modi di godersi i suoi vent'anni scansando gli ingranaggi del sistema. Durissimo e avvincente, scanzonato e commovente. Un gran bel romanzo.
- L'imperatore di Gondwana di Paul Di Filippo
Nei racconti che compongono l'antologia si passa dalla storia alternativa ai viaggi spaziali, dalla fantascienza più scanzonata all'avant-pop più provocatorio, il tutto condito da una leggerezza che è forse la cosa migliore dell'autore. Una nota di demerito per il curatore di Urania che ha deciso di eliminare alcuni dei racconti presenti nella versione originale dell'antologia lasciandone però un paio già editi in italia, uno dei quali uscito pochi mesi fa proprio per Urania.
- Senza tregua di George Alec Effinger
La delusione del mese. Erano anni che cercavo questo romanzo dopo averne sentito cantare le lodi da diversi lettori fantascientifici. Il romanzo si legge senza opporre resistenza, certo, però mi aspettavo sinceramente di più. L'ambientazione araba del Budayeen è originale e riesce a catturare il lettore, ma il protagonista, di origini magrebine, è fin troppo debitore al modello chandleriano dell'investigatore privato per risultare vivo e reale in quel contesto. Inoltre il lato fantascientifico della vicenda, che doveva apparire decisamente originale all'epoca dell'uscita del romanzo, risulta oggi quanto meno datato, lasciando all'esilissima trama gialla l'arduo compito di reggere da sola il peso del romanzo.
Ho già da tempo i due seguiti di questo romanzo, che faccio? Gli do una possibilità o sono allo stesso livello di questo?
- Stark di Edward Bunker
Questa invece è stata una bella sorpresa. Non mi aspettavo molto, dopotutto Stark è solo un inedito giovanile di Bunker, una delle sue prime prove di scrittore. Ma nonostante i difetti questo romanzo si legge d'un fiato, tanta è la vita, l'esperienza, la passione che Bunker riesce a mettere nella vicenda. Stark ha tutte le caratteristiche del romanzo pulp, con personaggi scolpiti nella pietra, avvenimenti che si susseguono senza tregua, sorprese e sangue e pistole spianate. E poi ancora sesso e droga e locali malfamati.
Da leggere prima di uscire per una birra con gli amici. E chissà come concluderete la serata…
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- Crash di James G Ballard
Tecnopornografia dall'era della macchina. Psicopatologia della periferia urbana, tra grigi casermoni, serpentoni di automobili in coda e gente senza meta. Non credo che un libro simile possa piacere, certo che la visione ballardiana delle tensioni animali alla periferia del nostro vivere civile è estremamente interessante. Degna di nota anche la prefazione dello stesso Ballard specialmente nei passi in cui spiega la sua scelta di darsi alla fantascienza per descrivere il malessere dell'uomo tecnologico.
- L'amuleto di Samarcanda di Jonathan Stroud
Sull'onda del fenomeno Potteriano una trilogia decisamente più oscura rispetto alla saga della Rowlings. Nell'Inghilterra di Stroud una dittatura della magia domina e opprime la maggioranza non magica. In questa società decisamente più tetra cresce Nathaniel, quasi il gemello oscuro di Harry Potter. Il romanzo non è niente male, grazie soprattutto alla presenza del demone Bartimeus, unico contatto di Nathaniel con la realtà fuori dalla porta di casa, che illumina di allegro sarcasmo tutta la vicenda. I seguiti sono in coda di lettura. A breve nuove impressioni sull'evoluzione del personaggio.
- Revenant di Giovanni De Matteo.
Dei racconti di Giovanni De Matteo ho già parlato qui. Vi consiglio di dargli una possibilità, specie se volete provare la via italiana al postumanesimo.
- Sotto il culo della rana. In fondo a una miniera di carbone di Tibor Fischer
La lettura migliore del bimestre. La cronaca tragicomica del periodo 1944/1956 nell'Ungheria comunista, con il regime che mostra la sua faccia più cinica e spietata e un protagonista che tenta in tutti i modi di godersi i suoi vent'anni scansando gli ingranaggi del sistema. Durissimo e avvincente, scanzonato e commovente. Un gran bel romanzo.
- L'imperatore di Gondwana di Paul Di Filippo
Nei racconti che compongono l'antologia si passa dalla storia alternativa ai viaggi spaziali, dalla fantascienza più scanzonata all'avant-pop più provocatorio, il tutto condito da una leggerezza che è forse la cosa migliore dell'autore. Una nota di demerito per il curatore di Urania che ha deciso di eliminare alcuni dei racconti presenti nella versione originale dell'antologia lasciandone però un paio già editi in italia, uno dei quali uscito pochi mesi fa proprio per Urania.
- Senza tregua di George Alec Effinger
La delusione del mese. Erano anni che cercavo questo romanzo dopo averne sentito cantare le lodi da diversi lettori fantascientifici. Il romanzo si legge senza opporre resistenza, certo, però mi aspettavo sinceramente di più. L'ambientazione araba del Budayeen è originale e riesce a catturare il lettore, ma il protagonista, di origini magrebine, è fin troppo debitore al modello chandleriano dell'investigatore privato per risultare vivo e reale in quel contesto. Inoltre il lato fantascientifico della vicenda, che doveva apparire decisamente originale all'epoca dell'uscita del romanzo, risulta oggi quanto meno datato, lasciando all'esilissima trama gialla l'arduo compito di reggere da sola il peso del romanzo.
Ho già da tempo i due seguiti di questo romanzo, che faccio? Gli do una possibilità o sono allo stesso livello di questo?
- Stark di Edward Bunker
Questa invece è stata una bella sorpresa. Non mi aspettavo molto, dopotutto Stark è solo un inedito giovanile di Bunker, una delle sue prime prove di scrittore. Ma nonostante i difetti questo romanzo si legge d'un fiato, tanta è la vita, l'esperienza, la passione che Bunker riesce a mettere nella vicenda. Stark ha tutte le caratteristiche del romanzo pulp, con personaggi scolpiti nella pietra, avvenimenti che si susseguono senza tregua, sorprese e sangue e pistole spianate. E poi ancora sesso e droga e locali malfamati.
Da leggere prima di uscire per una birra con gli amici. E chissà come concluderete la serata…
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26 aprile 2007
Catastrofe in salsa anglo-messicana
Mi piacerebbe capire cosa c'è in Inghilterra che genera tutte queste visioni catastrofiche. Deve essere qualcosa di tanto sostanziale e potente da riuscire a contagiare anche a un regista messicano come Alfonso Cuarón.
Mi riferisco ovviamente al suo Children of Men (aka I figli degli uomini), straordinario film sulla degenerazione sociale del prossimo futuro. Certo, la causa in questo caso è piuttosto evidente: da 18 anni non nasce un nuovo bambino e la civiltà sta precipitando su su se stessa. Ma scenari simili sono piuttosto consueti nella produzione cinematografica inglese e ancor di più nella sua letteratura fantascientifica. Qualche mese fa m'è capitato di leggere Barbagrigia di Brian Aldiss, che parte dalle stesse premesse del film di Cuarón (tratto tra l'altro dall'opera di P.D. James, un'altra autrice inglese) sviluppandosi poi in un arco di tempo più ampio, ma di esempio simili son piene le biblioteche. Oltre ad Aldiss, basterebbe pensare a Burgess, a Orwell, a Wyndham, a Ballard, ma anche ad autori relativamente minori come Hoyle o Youd. Anche cinematograficamente gli esempi si sprecano: da Brazil ai Sopravvissuti, da Arancia Meccanica ai recenti 28 giorni dopo e V for Vendetta.
A stimolare la vena apocalittica di tutti questi autori sono forse gli scenari dell'idilliaca campagna inglese che si scontrano con la realtà suburbana degradata, forse il fatto di essere gli ultimi rappresentanti di un sogno imperiale, o magari gli strascichi politici della seconda guerra mondiale, con l'incubo fascista mai del tutto esorcizzato. Non so se qualcuno ha mai indagato questa propensione per la catastrofe sociale, di certo questa tendenza tutta inglese mi incuriosisce.
Ma torniamo al film. Children of Men non sarebbe nemmeno questo capolavoro di originalità se non fosse per l'uso magistrale della tecnica cinematografica che lo caratterizza. Lunghe scene d'azione estremamente complesse girate senza tagli, punti di ripresa innovativi, straordinario uso dei colori e dei toni. Il tutto offerto allo sguardo dello spettatore senza compiacimento e senza troppa retorica, per coinvolgerlo quanto più possibile, per fargli sentire l'angoscia dei tempi, la disperazione dei luoghi, il terrore palpabile dei protagonisti e infine le tracce di un'esile speranza.
Un gran bel film insomma, in cui l'azione è al servizio del racconto. Una pellicola in cui ragionando sul futuro prossimo si mettono in scena situazioni e paure del tutto attuali e quotidiane. Da vedere e rivedere.
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Mi riferisco ovviamente al suo Children of Men (aka I figli degli uomini), straordinario film sulla degenerazione sociale del prossimo futuro. Certo, la causa in questo caso è piuttosto evidente: da 18 anni non nasce un nuovo bambino e la civiltà sta precipitando su su se stessa. Ma scenari simili sono piuttosto consueti nella produzione cinematografica inglese e ancor di più nella sua letteratura fantascientifica. Qualche mese fa m'è capitato di leggere Barbagrigia di Brian Aldiss, che parte dalle stesse premesse del film di Cuarón (tratto tra l'altro dall'opera di P.D. James, un'altra autrice inglese) sviluppandosi poi in un arco di tempo più ampio, ma di esempio simili son piene le biblioteche. Oltre ad Aldiss, basterebbe pensare a Burgess, a Orwell, a Wyndham, a Ballard, ma anche ad autori relativamente minori come Hoyle o Youd. Anche cinematograficamente gli esempi si sprecano: da Brazil ai Sopravvissuti, da Arancia Meccanica ai recenti 28 giorni dopo e V for Vendetta.
A stimolare la vena apocalittica di tutti questi autori sono forse gli scenari dell'idilliaca campagna inglese che si scontrano con la realtà suburbana degradata, forse il fatto di essere gli ultimi rappresentanti di un sogno imperiale, o magari gli strascichi politici della seconda guerra mondiale, con l'incubo fascista mai del tutto esorcizzato. Non so se qualcuno ha mai indagato questa propensione per la catastrofe sociale, di certo questa tendenza tutta inglese mi incuriosisce.
Ma torniamo al film. Children of Men non sarebbe nemmeno questo capolavoro di originalità se non fosse per l'uso magistrale della tecnica cinematografica che lo caratterizza. Lunghe scene d'azione estremamente complesse girate senza tagli, punti di ripresa innovativi, straordinario uso dei colori e dei toni. Il tutto offerto allo sguardo dello spettatore senza compiacimento e senza troppa retorica, per coinvolgerlo quanto più possibile, per fargli sentire l'angoscia dei tempi, la disperazione dei luoghi, il terrore palpabile dei protagonisti e infine le tracce di un'esile speranza.
Un gran bel film insomma, in cui l'azione è al servizio del racconto. Una pellicola in cui ragionando sul futuro prossimo si mettono in scena situazioni e paure del tutto attuali e quotidiane. Da vedere e rivedere.
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24 aprile 2007
Ritorno in fabbrica
Sotto questa drammatica foto di Confused Vision si chiacchierava di memoria, ritorni al passato, vita vissuta. Ci si chiedeva che effetto avrebbe fatto a un vecchio operaio tornare nella sua fabbrica e ritrovarla dismessa, abbandonata, in rovina.
A leggere i commenti le sensazioni che avrebbe provato quest'ipotetica persona sarebbero state per lo più negative, ritrovare desolazione e morte dove un tempo c'era vita e lavoro non può che portare cattivi pensieri. O almeno questa era l'opinione, semplificata, certo, che caratterizza molti delle osservazioni lasciate sotto la foto.
Io non sono d'accordo.
Non che abbia delle certezze al riguardo, prima di tutto perché non sono un vecchio operaio. Ma ho anch'io qualche esperienza di ritorni in ambienti irriconoscibili, qualche ricordo di spazi cambiati, di luoghi memorabili non più immediatamente identificabili.
Ritornare in un luogo al quale siamo legati (una vecchia scuola, la casa dove abitavamo, il luogo dove abbiamo iniziato a lavorare) è sempre una sorpresa, ma diventa una delusione solo se glielo permettiamo. Gli spazi cambiano, ma soprattutto le persone, noi, cambiamo. I luoghi visti nella prospettiva del ritorno evocano ricordi, non realtà, ci permettono di viaggiare nel tempo per rivedere come erano, come eravamo. Quel che ora sono diventati è solo uno strato superficiale, una maschera che nasconde la nostra vita passata. E non importa se questi edifici sono luccicanti di ristrutturazioni recenti o in rovina, abbandonati dal tempo passato, sono comunque spazi in cui possiamo ritornare ad esplorare le possibilità perdute strada facendo, e soprattutto ricordare, rimpiangere o compatire quello che allora eravamo.
Ma torniamo alla vecchia fabbrica.
Non so come vivesse il suo lavoro il nostro ipotetico operaio. Io lo immagino legato alla macchina, a maledire il tempo trascorso alla catena, a sognare un mondo senza fabbrica, a rimpiangere il tempo trascorso nei campi. A pensare, se ancora ci riesce, alle sue ore prima del lavoro, a immaginarsi nel distruggere 'sta cazzo di prigione, magari insieme ai suoi compagni. A liberarsi dal giogo del lavoro e ad abbattere i muri che li circondano.
Tornasse ora lì dentro sarebbe forse felice di vedere che finalmente in fabbrica non c'è più nessuno. Che tra quelle mura di operai non ne muoiono più soffocati dalla routine, sommersi dai debiti, massacrati dalla fatica.
Ma allora una fabbrica vuota è una sconfitta o una vittoria?
Non lo so, di certo non invidio chi era costretto a lavorarci. Entrambi i miei nonni lavoravano in fabbriche simili, uno ci ha lasciato la pelle. Forse per questo non riesco a sentire questa gran nostalgia per le vecchie fabbriche.
E no, non mi dispiace vederle cadere a pezzi, monumenti al nostro passato recente, in rovina.
…
A leggere i commenti le sensazioni che avrebbe provato quest'ipotetica persona sarebbero state per lo più negative, ritrovare desolazione e morte dove un tempo c'era vita e lavoro non può che portare cattivi pensieri. O almeno questa era l'opinione, semplificata, certo, che caratterizza molti delle osservazioni lasciate sotto la foto.
Io non sono d'accordo.
Non che abbia delle certezze al riguardo, prima di tutto perché non sono un vecchio operaio. Ma ho anch'io qualche esperienza di ritorni in ambienti irriconoscibili, qualche ricordo di spazi cambiati, di luoghi memorabili non più immediatamente identificabili.
Ritornare in un luogo al quale siamo legati (una vecchia scuola, la casa dove abitavamo, il luogo dove abbiamo iniziato a lavorare) è sempre una sorpresa, ma diventa una delusione solo se glielo permettiamo. Gli spazi cambiano, ma soprattutto le persone, noi, cambiamo. I luoghi visti nella prospettiva del ritorno evocano ricordi, non realtà, ci permettono di viaggiare nel tempo per rivedere come erano, come eravamo. Quel che ora sono diventati è solo uno strato superficiale, una maschera che nasconde la nostra vita passata. E non importa se questi edifici sono luccicanti di ristrutturazioni recenti o in rovina, abbandonati dal tempo passato, sono comunque spazi in cui possiamo ritornare ad esplorare le possibilità perdute strada facendo, e soprattutto ricordare, rimpiangere o compatire quello che allora eravamo.
Ma torniamo alla vecchia fabbrica.
Non so come vivesse il suo lavoro il nostro ipotetico operaio. Io lo immagino legato alla macchina, a maledire il tempo trascorso alla catena, a sognare un mondo senza fabbrica, a rimpiangere il tempo trascorso nei campi. A pensare, se ancora ci riesce, alle sue ore prima del lavoro, a immaginarsi nel distruggere 'sta cazzo di prigione, magari insieme ai suoi compagni. A liberarsi dal giogo del lavoro e ad abbattere i muri che li circondano.
Tornasse ora lì dentro sarebbe forse felice di vedere che finalmente in fabbrica non c'è più nessuno. Che tra quelle mura di operai non ne muoiono più soffocati dalla routine, sommersi dai debiti, massacrati dalla fatica.
Ma allora una fabbrica vuota è una sconfitta o una vittoria?
Non lo so, di certo non invidio chi era costretto a lavorarci. Entrambi i miei nonni lavoravano in fabbriche simili, uno ci ha lasciato la pelle. Forse per questo non riesco a sentire questa gran nostalgia per le vecchie fabbriche.
E no, non mi dispiace vederle cadere a pezzi, monumenti al nostro passato recente, in rovina.
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19 aprile 2007
Bronchite, Paganello, Accelerando & Cinema!
Perdonate la latitanza di queste ultime settimane, ma siamo stati a Rimini al Paganello, mi sono beccato la bronchite (erano anni che non mi ammalavo, e ovviamente doveva capitarmi il primo fine settimana che trascorriamo lontani da casa…). Nonostante la febbre lo spettacolo dei frisbisti (e dei flickriani!) in azione è stato davvero notevole e come ciliegina sulla torta abbiamo pure esplorato l'ex-corderia di Viserba. Mi spiace solo non essere stato troppo presente nei momenti più festaioli, ma vabbé, ci rifaremo.
Per quanto riguarda letture e visioni non ho niente di particolarmente eccitante da segnalare, ho saltato la cronaca delle letture di marzo ma mi rifarò a fine mese.
Nell'attesa posso aggiungere che sto leggendo Accelerando di Charlie Stross che si sta dimostrando un libro esplosivo, con una concentrazione di idee per pagina davvero entusiasmante. Non so se lo riuscirò a finire per Aprile, la lettura in inglese mi porta via un sacco di tempo in più, ma di certo è un volume che posso consigliare già da ora…
Ma a proposito di fantascienza, la più grossa novità del periodo è la prima produzione cinematografica del sottoscritto. Ok, i risultati non saranno di quelli da trasmettere ai posteri, però ci siamo divertiti assai.
Tutto è nato grazie all'entusiasmo di Gianluca che mi ha coinvolto nella partecipazione al concorso per cortometraggi del primo Nonantola Film Festival. I vincoli del concorso erano piuttosto stringenti (4 giorni per fare il corto, niente materiale d'archivio, genere e dettagli della messa in scena obbligatori) e la partecipazione notevole (oltre 70 troupe iscritte). Neanche a farlo apposta per noi è stato estratto il genere fantascienza e quindi nonostante non fossimo proprio in forma smagliante ci siamo ritenuti obbligati a portare il progetto fino in fondo. I risultati non sono stati particolarmente eclatanti: non siamo entrati nei venti corti finalisti, e giustamente, almeno per i difetti che caratterizzavano obiettivamente il nostro film. Ma stiamo lavorando a un montaggio alternativo. E poi, appena pronti, dovremo trovare il coraggio di mostrarlo al mondo.
Rimanete sintonizzati.
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Per quanto riguarda letture e visioni non ho niente di particolarmente eccitante da segnalare, ho saltato la cronaca delle letture di marzo ma mi rifarò a fine mese.
Nell'attesa posso aggiungere che sto leggendo Accelerando di Charlie Stross che si sta dimostrando un libro esplosivo, con una concentrazione di idee per pagina davvero entusiasmante. Non so se lo riuscirò a finire per Aprile, la lettura in inglese mi porta via un sacco di tempo in più, ma di certo è un volume che posso consigliare già da ora…
Ma a proposito di fantascienza, la più grossa novità del periodo è la prima produzione cinematografica del sottoscritto. Ok, i risultati non saranno di quelli da trasmettere ai posteri, però ci siamo divertiti assai.
Tutto è nato grazie all'entusiasmo di Gianluca che mi ha coinvolto nella partecipazione al concorso per cortometraggi del primo Nonantola Film Festival. I vincoli del concorso erano piuttosto stringenti (4 giorni per fare il corto, niente materiale d'archivio, genere e dettagli della messa in scena obbligatori) e la partecipazione notevole (oltre 70 troupe iscritte). Neanche a farlo apposta per noi è stato estratto il genere fantascienza e quindi nonostante non fossimo proprio in forma smagliante ci siamo ritenuti obbligati a portare il progetto fino in fondo. I risultati non sono stati particolarmente eclatanti: non siamo entrati nei venti corti finalisti, e giustamente, almeno per i difetti che caratterizzavano obiettivamente il nostro film. Ma stiamo lavorando a un montaggio alternativo. E poi, appena pronti, dovremo trovare il coraggio di mostrarlo al mondo.
Rimanete sintonizzati.
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03 aprile 2007
Due notiziole veloci veloci
Serenity, il film di fantascienza di cui parlavo qui , è stato nominato miglior film di genere dai lettori di SFX Magazine.
(un grazie a Matteo per la segnalazione)
Questa la classifica completa:
1. Serenity
2. Star Wars
3. Blade Runner
4. Planet of the Apes
5. The Matrix
6. Alien
7. Forbidden Planet
8. 2001: A Space Odyssey
9. The Terminator
10. Back to the Future
A me pare un tantino esagerato, ma tant'è.
(quasi quasi mi vien voglia di mettere giù la mia bella classifica dei migliori film di fantascienza…)
…
Altra notizia, decisamente più interessante, è l'uscita in libreria di Giochi sacri il nuovo romanzo di Vikram Chandra. L'autore indiano, pressoché sconosciuto ai più, ha già all'attivo due volumi in italia editi dalla scomparsa Ishtar libri: il meraviglioso, stupefacente, entusiasmante Terra Rossa Pioggia Scrosciante e la raccolta di racconti Amore e nostalgia a Bombay. Entrambi i volumi sono ancora reperibili in qualche libreria, e ve li consiglio senz'altro (sono anche bellissimi dal punto di vista grafico/editoriale),
Vikram Chandra è un narratore sopraffino, che riesce a trasmettere la magia e la complessità dell'India mescolando abilmente storia, tecnologia, eventi soprannaturali e personaggi memorabili. Terra Rossa Pioggia Scrosciante in questo senso è indimenticabile e rimane uno dei migliori romanzi mi sia mai capitato di leggere.
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(un grazie a Matteo per la segnalazione)
Questa la classifica completa:
1. Serenity
2. Star Wars
3. Blade Runner
4. Planet of the Apes
5. The Matrix
6. Alien
7. Forbidden Planet
8. 2001: A Space Odyssey
9. The Terminator
10. Back to the Future
A me pare un tantino esagerato, ma tant'è.
(quasi quasi mi vien voglia di mettere giù la mia bella classifica dei migliori film di fantascienza…)
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Altra notizia, decisamente più interessante, è l'uscita in libreria di Giochi sacri il nuovo romanzo di Vikram Chandra. L'autore indiano, pressoché sconosciuto ai più, ha già all'attivo due volumi in italia editi dalla scomparsa Ishtar libri: il meraviglioso, stupefacente, entusiasmante Terra Rossa Pioggia Scrosciante e la raccolta di racconti Amore e nostalgia a Bombay. Entrambi i volumi sono ancora reperibili in qualche libreria, e ve li consiglio senz'altro (sono anche bellissimi dal punto di vista grafico/editoriale),
Vikram Chandra è un narratore sopraffino, che riesce a trasmettere la magia e la complessità dell'India mescolando abilmente storia, tecnologia, eventi soprannaturali e personaggi memorabili. Terra Rossa Pioggia Scrosciante in questo senso è indimenticabile e rimane uno dei migliori romanzi mi sia mai capitato di leggere.
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30 marzo 2007
Il bimbo e le oche
Nel lontano 1915 mio nonno Carlo aveva più o meno l'età di Jacopo in questa foto.
A quell'epoca il Trentino era territorio asburgico, travolto come molte altre zone d'Europa dalla Grande Guerra. Circa 30.000 abitanti della regione furono sfollati e trasferiti in altre zone dell'impero. Alla famiglia di mio nonno toccò di andare in Boemia.
Non so come siano stati quegli anni per lui, mio nonno non era persona che amava parlare del passato e noi eravamo troppo giovani per essere davvero interessati a sapere. L'unica cosa che m'è rimasta di quell'epoca era sapere che il lavoro di mio nonno bambino in Boemia consisteva nel fare il pastore delle oche.
Il mio ricordo dei suoi anni da sfollato è la storia di questa foto, che questa statua in Francia me l'ha fatto ricordare.
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A quell'epoca il Trentino era territorio asburgico, travolto come molte altre zone d'Europa dalla Grande Guerra. Circa 30.000 abitanti della regione furono sfollati e trasferiti in altre zone dell'impero. Alla famiglia di mio nonno toccò di andare in Boemia.
Non so come siano stati quegli anni per lui, mio nonno non era persona che amava parlare del passato e noi eravamo troppo giovani per essere davvero interessati a sapere. L'unica cosa che m'è rimasta di quell'epoca era sapere che il lavoro di mio nonno bambino in Boemia consisteva nel fare il pastore delle oche.
Il mio ricordo dei suoi anni da sfollato è la storia di questa foto, che questa statua in Francia me l'ha fatto ricordare.
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29 marzo 2007
Spiegatemelo, che non ci arrivo
C'è mica un buon cristiano, un prete o un politico cattolico che mi voglia spiegare in che modo il riconoscimento delle coppie di fatto metta in pericolo l'istituzione familiare?
Grazie.
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Grazie.
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28 marzo 2007
Abbiate fede! (nei pixel, almeno)
Abituato ormai a vedere le foto nelle limitate dimensioni permesse dal monitor, fa uno strano effetto vedersele comparire davanti in tutto lo splendore permesso dalla proiezione su schermo.
Se poi alle dimensioni si aggiungono la musica e la coerenza tematica di una serie allora si può ben dire di assistere alla fotografia nel suo aspetto più spettacolare.
Probabilmente per molti questi saranno dati scontati, ma per me vedere le mie foto insieme a quelle di un'altra decina di fotografi, beh… è stato emozionante. Per questo ringrazio ancora Cino & Faith per l'opportunità e soprattutto per l'ottimo lavoro svolto per questa seconda puntata di In Pixel We Trust (in FiIm Too) .
Ma non voglio annoiarvi sbrodolando complimenti a destra e a manca, piuttosto mi interessava proporre qualche considerazione a margine della serata al Pacio .
Assistere a una proiezione è diverso da sfogliare un libro o dal visitare una mostra. Le foto che vedi ti colpiscono in un modo particolare. Ce ne siamo accorti domenica notte, quando ripensando alle foto viste ci siamo resi conto che tra quelle che più sono rimaste impresse nella memoria c'erano praticamente solo immagini che ritraevano esseri umani, nelle più varie attività, con le più diverse facce, ripresi con le più varie tecniche, ma sempre e comunque persone.
Ci siamo chiesti quale poteva essere il motivo, che normalmente quelle che ritraggono persone non sono tra le nostre foto preferite. La risposta che ci siamo dati è che vedere in sequenza una serie di immagini non permette una visione troppo approfondita, non ti lascia scegliere cosa guardare, ti relega a un ruolo decisamente più passivo del percorrere i corridoi di una mostra, della navigazione in rete o dello scorrere le pagine di un libro.
L'occhio non ha il tempo di trasmettere compiutamente le foto al cervello, le fa passare direttamente dallo stomaco, organo notoriamente più sensibile alle fluttuazioni emotive. E le persone, non c'è niente da dire, sono immediatamente più emozionanti di case abbandonate o panorami marini. Su tempi più lunghi forse questi ultimi avrebbero qualche possibilità in più, ma nei pochi secondi di una proiezione video non c'è competizione. Questo senza nulla togliere alla qualità delle singole foto viste, che era in ogni caso decisamente alta.
Altra osservazione, da annotarsi per eventuali prossimi episodi video.
Le dieci immagini richieste come quantità minima per accedere alla proiezione sono decisamente poche. Non si fa in tempo a sintonizzarsi sul tema, a entrare nell'atmosfera della visione che lo spettacolo è già finito. Vedi per esempio la stupenda serie di Michael Dudding, una sequenza di scatti emozionanti intorno ad un edificio abbandonato, stavamo iniziando a gustarla davvero che zac, ne è cominciata una nuova.
Capisco che non è per niente facile mettere insieme una serie coerente di almeno una ventina di foto, specie se non si è progettato a monte un lavoro del genere. Ma vi assicuro che la differenza si vede, e in grande.
Detto questo non posso non menzionare le cose più belle viste al Pacio.
Su tutte la serie Touch di Sanoi. Estremamente potente, violenta e fulminante. Bianchi e neri strazianti nel mettere a nudo la nostra anima bestiale.
Eppoi i Very Normal People di Christian Fossati, emozioni per una normalità fortemente ricercata.
Altra menzione per Koan, i suoi Fetish Files mediano abilmente tra inquietudine e ironia, con il sorriso finale che illumina tutto la serie.
Poi mi sono piaciuti un sacco la grana che accompagnava le immagini di Urbania.Inc, i colori degli edifici abbandonati di Cino e l'atmosfera onirica dei panorami di Alessandro Gelmini, ma sono certo che anche gli altri fotografi hanno avuto i loro estimatori (almeno a giudicare dagli applausi che seguivano ogni sequenza).
Il miglior connubio tra immagini e colonna sonora spetta alla scelta di Giuseppe Astuto . Le immagini erano forse un po' troppe, però con la canzone che le accompagnava non ci si poteva certo annoiare.
Sempre a proposito di colonne sonore, non è possibile sapere di chi era la musica che accompagnava il set lusitano di Carlos Albalà?
Insomma, una gran bella serata quella di domenica. Nell'attesa della prossima, tra un mese o due, sempre a Piacenza, sempre al Pacio .
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Se poi alle dimensioni si aggiungono la musica e la coerenza tematica di una serie allora si può ben dire di assistere alla fotografia nel suo aspetto più spettacolare.
Probabilmente per molti questi saranno dati scontati, ma per me vedere le mie foto insieme a quelle di un'altra decina di fotografi, beh… è stato emozionante. Per questo ringrazio ancora Cino & Faith per l'opportunità e soprattutto per l'ottimo lavoro svolto per questa seconda puntata di In Pixel We Trust (in FiIm Too) .
Ma non voglio annoiarvi sbrodolando complimenti a destra e a manca, piuttosto mi interessava proporre qualche considerazione a margine della serata al Pacio .
Assistere a una proiezione è diverso da sfogliare un libro o dal visitare una mostra. Le foto che vedi ti colpiscono in un modo particolare. Ce ne siamo accorti domenica notte, quando ripensando alle foto viste ci siamo resi conto che tra quelle che più sono rimaste impresse nella memoria c'erano praticamente solo immagini che ritraevano esseri umani, nelle più varie attività, con le più diverse facce, ripresi con le più varie tecniche, ma sempre e comunque persone.
Ci siamo chiesti quale poteva essere il motivo, che normalmente quelle che ritraggono persone non sono tra le nostre foto preferite. La risposta che ci siamo dati è che vedere in sequenza una serie di immagini non permette una visione troppo approfondita, non ti lascia scegliere cosa guardare, ti relega a un ruolo decisamente più passivo del percorrere i corridoi di una mostra, della navigazione in rete o dello scorrere le pagine di un libro.
L'occhio non ha il tempo di trasmettere compiutamente le foto al cervello, le fa passare direttamente dallo stomaco, organo notoriamente più sensibile alle fluttuazioni emotive. E le persone, non c'è niente da dire, sono immediatamente più emozionanti di case abbandonate o panorami marini. Su tempi più lunghi forse questi ultimi avrebbero qualche possibilità in più, ma nei pochi secondi di una proiezione video non c'è competizione. Questo senza nulla togliere alla qualità delle singole foto viste, che era in ogni caso decisamente alta.
Altra osservazione, da annotarsi per eventuali prossimi episodi video.
Le dieci immagini richieste come quantità minima per accedere alla proiezione sono decisamente poche. Non si fa in tempo a sintonizzarsi sul tema, a entrare nell'atmosfera della visione che lo spettacolo è già finito. Vedi per esempio la stupenda serie di Michael Dudding, una sequenza di scatti emozionanti intorno ad un edificio abbandonato, stavamo iniziando a gustarla davvero che zac, ne è cominciata una nuova.
Capisco che non è per niente facile mettere insieme una serie coerente di almeno una ventina di foto, specie se non si è progettato a monte un lavoro del genere. Ma vi assicuro che la differenza si vede, e in grande.
Detto questo non posso non menzionare le cose più belle viste al Pacio.
Su tutte la serie Touch di Sanoi. Estremamente potente, violenta e fulminante. Bianchi e neri strazianti nel mettere a nudo la nostra anima bestiale.
Eppoi i Very Normal People di Christian Fossati, emozioni per una normalità fortemente ricercata.
Altra menzione per Koan, i suoi Fetish Files mediano abilmente tra inquietudine e ironia, con il sorriso finale che illumina tutto la serie.
Poi mi sono piaciuti un sacco la grana che accompagnava le immagini di Urbania.Inc, i colori degli edifici abbandonati di Cino e l'atmosfera onirica dei panorami di Alessandro Gelmini, ma sono certo che anche gli altri fotografi hanno avuto i loro estimatori (almeno a giudicare dagli applausi che seguivano ogni sequenza).
Il miglior connubio tra immagini e colonna sonora spetta alla scelta di Giuseppe Astuto . Le immagini erano forse un po' troppe, però con la canzone che le accompagnava non ci si poteva certo annoiare.
Sempre a proposito di colonne sonore, non è possibile sapere di chi era la musica che accompagnava il set lusitano di Carlos Albalà?
Insomma, una gran bella serata quella di domenica. Nell'attesa della prossima, tra un mese o due, sempre a Piacenza, sempre al Pacio .
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27 marzo 2007
Revenant!
Revenant è la prima raccolta di racconti di fantascienza di Giovanni De Matteo, aka X. Capirete che già avere a che fare con un volume di racconti di fantascienza italiana è un piccolo evento nel panorama letterario nostrano. Ancora più eccezionale il fatto che per una volta i racconti presentati non sono permeati da quell'atmosfera nostalgico decadente che sembra imperare tra gli autori giovani o meno giovani della scena italiana, ma offrono una visione del futuro all'avanguardia per tematiche e suggestioni.
Detto questo, com'è realmente Revenant? Vale il tempo speso per la lettura?Presenta qualche traccia originale o è la solita riscrittura made in italy dei canoni fantascientifici anglosassoni?
La prima doverosa osservazione è che Giovanni De Matteo sa scrivere, questa almeno è una certezza. Anche se in alcuni racconti si nota qualche ingenuità, e forse un'eccessiva dipendenza dai moduli di scrittura cyberpunk - ma è troppo amore, mai scopiazzatura - la tensione narrativa rimane sempre alta. La capacità di immaginare e riproporre ambientazioni affascinanti, il forte impatto emozionale degli scenari speculativi insieme alla passione percepibile dietro ogni racconto sono i veri punti di forza di questa antologia. Nei sei racconti presenti si spazia dal cyberpunk urbano, al viaggio nel tempo, dall'avventura marziana alla riscrittura tecnologica del mito biblico. Ce n'è insomma per tutti i gusti, legati però da una sensibilità unificatrice riconducibile al paradigma connettivista promosso dall'autore, per cui ogni dettaglio, la più diversa speculazione, si situa in una visione postumana del futuro.
L'unico limite attuale dell'autore è forse rintracciabile nella mancanza di profondità dei protagonisti delle sue storie. I personaggi si muovono spinti da pulsioni troppo facili, i dialoghi e le emozioni che li dovrebbero caratterizzare danno l'idea di un'eccessiva drammatizzazione e, in un fondo, di uno scarso realismo. Ma il punto più dolente nella produzione di De Matteo sta secondo me nelle sue figure femminili: sempre fondamentali nello sviluppo narrativo, ma mai all'altezza del loro ruolo dipendenti come sembrano essere dalle figure maschili che ne determinano l'esistenza, idealizzate tanto da perdere ogni connotazione reale. Tutte le donne di De Matteo incarnano un'ideale femminile tanto irreale da risultare del tutto fuori luogo nelle le vicende prettamente terrene dei suoi racconti.
Eccezione in questo panorama di personaggi umani appena abbozzati è Cuore di Tenebra che, titolo escluso, mi pare la prova migliore dell'intera antologia. In questo caso le motivazioni, le spinte emotive, i turbamenti e le aspirazioni della creatura sotterranea protagonista del racconto sono rese in maniera magistrale. I personaggi di contorno dipinti in poche frasi prendono immediatamente vita agli occhi del lettore. Anche la scarsa indipendenza della figura femminile invece di apparire come possibile difetto, è perfettamente funzionale alla messa in scena orchestrata dall'autore.
Red Dust è l'altro racconto che rimane impresso nella memoria. La sua forza sta nello scenario originale (un Marte in via di terraformazione forzatamente abitato da reduci mediorientali e altra umanità emarginata) che offre all'autore la possibilità di scatenare tutta le sue capacità narrative e immaginifiche coniugando istanza politiche, tensioni post-umane e invenzioni tecnologiche. La carne al fuoco è davvero tanta per un unico racconto, tanto da lasciare facilmente presagire lo scenario per un futuro romanzo.
Sugli altri racconti non mi dilungo, ma mi piace notare come sia evidente e palpabile la progressione qualitativa man mano che si procede nella lettura dell'antologia. E se il buongiorno si vede dal mattino, beh… non vedo l'ora di mettere le mani sulle prossime prove narrative di Giovanni, che le premesse per la nascita di un Grande Autore italiano ci sono tutte.
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Detto questo, com'è realmente Revenant? Vale il tempo speso per la lettura?Presenta qualche traccia originale o è la solita riscrittura made in italy dei canoni fantascientifici anglosassoni?
La prima doverosa osservazione è che Giovanni De Matteo sa scrivere, questa almeno è una certezza. Anche se in alcuni racconti si nota qualche ingenuità, e forse un'eccessiva dipendenza dai moduli di scrittura cyberpunk - ma è troppo amore, mai scopiazzatura - la tensione narrativa rimane sempre alta. La capacità di immaginare e riproporre ambientazioni affascinanti, il forte impatto emozionale degli scenari speculativi insieme alla passione percepibile dietro ogni racconto sono i veri punti di forza di questa antologia. Nei sei racconti presenti si spazia dal cyberpunk urbano, al viaggio nel tempo, dall'avventura marziana alla riscrittura tecnologica del mito biblico. Ce n'è insomma per tutti i gusti, legati però da una sensibilità unificatrice riconducibile al paradigma connettivista promosso dall'autore, per cui ogni dettaglio, la più diversa speculazione, si situa in una visione postumana del futuro.
L'unico limite attuale dell'autore è forse rintracciabile nella mancanza di profondità dei protagonisti delle sue storie. I personaggi si muovono spinti da pulsioni troppo facili, i dialoghi e le emozioni che li dovrebbero caratterizzare danno l'idea di un'eccessiva drammatizzazione e, in un fondo, di uno scarso realismo. Ma il punto più dolente nella produzione di De Matteo sta secondo me nelle sue figure femminili: sempre fondamentali nello sviluppo narrativo, ma mai all'altezza del loro ruolo dipendenti come sembrano essere dalle figure maschili che ne determinano l'esistenza, idealizzate tanto da perdere ogni connotazione reale. Tutte le donne di De Matteo incarnano un'ideale femminile tanto irreale da risultare del tutto fuori luogo nelle le vicende prettamente terrene dei suoi racconti.
Eccezione in questo panorama di personaggi umani appena abbozzati è Cuore di Tenebra che, titolo escluso, mi pare la prova migliore dell'intera antologia. In questo caso le motivazioni, le spinte emotive, i turbamenti e le aspirazioni della creatura sotterranea protagonista del racconto sono rese in maniera magistrale. I personaggi di contorno dipinti in poche frasi prendono immediatamente vita agli occhi del lettore. Anche la scarsa indipendenza della figura femminile invece di apparire come possibile difetto, è perfettamente funzionale alla messa in scena orchestrata dall'autore.
Red Dust è l'altro racconto che rimane impresso nella memoria. La sua forza sta nello scenario originale (un Marte in via di terraformazione forzatamente abitato da reduci mediorientali e altra umanità emarginata) che offre all'autore la possibilità di scatenare tutta le sue capacità narrative e immaginifiche coniugando istanza politiche, tensioni post-umane e invenzioni tecnologiche. La carne al fuoco è davvero tanta per un unico racconto, tanto da lasciare facilmente presagire lo scenario per un futuro romanzo.
Sugli altri racconti non mi dilungo, ma mi piace notare come sia evidente e palpabile la progressione qualitativa man mano che si procede nella lettura dell'antologia. E se il buongiorno si vede dal mattino, beh… non vedo l'ora di mettere le mani sulle prossime prove narrative di Giovanni, che le premesse per la nascita di un Grande Autore italiano ci sono tutte.
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20 marzo 2007
IN PIXELS WE TRUST (in film too) #2
IN PIXELS WE TRUST (in film too) #2
Originally uploaded by cinocino.
Non so ancora se domenica 25 marzo riuscirò a essere a Piacenza, ma le mie foto ci saranno di sicuro.
L'appuntamento è alle ore 22.00 al Pacio, Vicolo Molineria S.Andrea 4 - Piacenza.
Accorrete numerosi!
IN PIXELS WE TRUST (in film too) #2
Espongono:
Giovannin Hanninen . Alessandro Gelmini . Carlos Albalà . Urbania.Inc . Koan . Franca Alejandra Franchi . Giuseppe Astuto . Jacopo Aquino . Marco Calò . Gex Paz . Christian Fossati . Cino . Michael Dudding . Giorgio "Iguana Jo" Raffaelli . Fabio Panichi
(la foto nel manifesto è di Franca Alejandra Franchi )
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16 marzo 2007
Urania al vapore
Un giorno o all'altro troverò il tempo per postare le mie considerazioni sul miserevole stato della fantascienza in italia, e quanto questo dipenda dalla pervicace e ingombrante presenza di Urania in edicola. Nel frattempo beccatevi questo messaggio promozionale.
Vista che la scarsa quantità di buona fantascienza disponibile per il lettore italiano, e nonostante non ami per nulla la più longeva delle collane fantascientifiche nostrane, è doveroso segnalare l'eccezionale presenza - per Urania - di un volume che ha tutte le carte in regola per rimanere impresso nella memoria. Si tratta de L'Imperatore di Gondwana la prima antologia di racconti di Paul Di Filippo mai proposta in italia . Ai più il nome di questo autore non dirà nulla. Non è Gibson, non è Simmons ne tanto meno un Asimov o un Dick, ma Paul Di Filippo è uno degli autori più originali, creativi e meravigliosi al momento disponibili alla lettura.
Il fatto che questo autore americano non sia troppo famoso credo dipenda dal fatto che a) scrive fantascienza b) scrive racconti di fantascienza.
Chi frequenta il genere sa quanto la narrativa breve ne costituisca la spina dorsale, il cuore e i muscoli. Purtroppo però in libreria gli editori propongono e vendono (quasi) esclusivamente romanzi. Per questo motivo l'unico titolo finora disponibile dedicato a Di Filippo è il glorioso Steampunk, raro esempio di volume capace di dare origine a un intero sottogenere, edito nell'ormai lontano 1996 dall'editrice Nord. Nei tre romanzi brevi di quel volume si spaziava dalla Londra ottocentesca, agli strani incontri nella Providence di lovecraftiana memoria fino allo stupefacente incrociarsi dei destini di Emily Dickinson e Walt Whitman. Tutto condito al vapore in salsa fantascientifica per palati letterari interessati all'insolito.
Il resto della sua produzione breve edita in italia lo si trova sparso per una miriade di antologie più o meno rare, più o meno introvabili.
La speranza di vedere in libreria qualche altro titolo dedicato esclusivamente a Di Filippo è quindi praticamente nulla, motivo in più, se ne servisssero, per non lasciarsi sfuggire L'Imperatore di Gondwana nell'Urania ora in edicola.
Avete tempo fino alla fine del mese.
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Vista che la scarsa quantità di buona fantascienza disponibile per il lettore italiano, e nonostante non ami per nulla la più longeva delle collane fantascientifiche nostrane, è doveroso segnalare l'eccezionale presenza - per Urania - di un volume che ha tutte le carte in regola per rimanere impresso nella memoria. Si tratta de L'Imperatore di Gondwana la prima antologia di racconti di Paul Di Filippo mai proposta in italia . Ai più il nome di questo autore non dirà nulla. Non è Gibson, non è Simmons ne tanto meno un Asimov o un Dick, ma Paul Di Filippo è uno degli autori più originali, creativi e meravigliosi al momento disponibili alla lettura.
Il fatto che questo autore americano non sia troppo famoso credo dipenda dal fatto che a) scrive fantascienza b) scrive racconti di fantascienza.
Chi frequenta il genere sa quanto la narrativa breve ne costituisca la spina dorsale, il cuore e i muscoli. Purtroppo però in libreria gli editori propongono e vendono (quasi) esclusivamente romanzi. Per questo motivo l'unico titolo finora disponibile dedicato a Di Filippo è il glorioso Steampunk, raro esempio di volume capace di dare origine a un intero sottogenere, edito nell'ormai lontano 1996 dall'editrice Nord. Nei tre romanzi brevi di quel volume si spaziava dalla Londra ottocentesca, agli strani incontri nella Providence di lovecraftiana memoria fino allo stupefacente incrociarsi dei destini di Emily Dickinson e Walt Whitman. Tutto condito al vapore in salsa fantascientifica per palati letterari interessati all'insolito.
Il resto della sua produzione breve edita in italia lo si trova sparso per una miriade di antologie più o meno rare, più o meno introvabili.
La speranza di vedere in libreria qualche altro titolo dedicato esclusivamente a Di Filippo è quindi praticamente nulla, motivo in più, se ne servisssero, per non lasciarsi sfuggire L'Imperatore di Gondwana nell'Urania ora in edicola.
Avete tempo fino alla fine del mese.
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12 marzo 2007
Truman Capote & Syriana: la zetetica applicata al cinema
Causa impegni vari ultimamente non vediamo troppi dvd. Ma questo fine-settimana siamo stati fortunati. Ci siamo goduti ben due film, totalmente diversi tra loro, ma ambedue esempio di grande cinema. Entrambe le pellicole trattano la Verità, la sua percezione, i corto circuiti che si creano tra chi la tratta di mestiere, chi la subisce, chi semplicemente la ignora. E delle complicazioni che il perseguirla inevitabilmente porta con sè.
I due film sono Truman Capote: a sangue freddo e Syriana. Totalmente diversi per tecnica narrativa e regia, per argomenti trattati, ritmo e soluzioni visive, eppure simili nell'essere due ottimi esempi di zetetica applicata al cinema.
In Truman Capote sono almeno due le cose entusiasmanti. La prima è la capacità degli autori di rendere percepibile la personalità dello scrittore, la miscela di sensibilità e arroganza che lo caratterizza, il confronto con una realtà insopportabile rispetto all'insostenibile leggerezza in cui si rifugia la sua esistenza, il peso schiacciante della verità, a cui non vuole sottrarsi, nonostante tutto.
Il film riesce a comunicare il senso di tragedia della situazione senza ricorrere a sermoni o prediche, ma lasciando alla bravura di Philip Seymour Hoffman e al non detto cinematografico il compito di trasmettere la complessità delle emozioni che lo attraversano e allo spettatore il compito di decifrarle.
Conoscevo Capote solo di nome prima della visione del film ( e il nome non sapevo neppure come pronunciarlo!), non so quanto il film sia storicamente accurato rispetto alla sua figura, ci certo la sua vicenda diventa assolutamente vera nella visione cinematografica di Bennett Miller.
Un' ulteriore nota di merito va al direttore della fotografia Adam Kimmel. Suoi sono gli indimenticabili panorami autunnali del film. E senz'altro suo il merito (da dividere con il regista) per la composizione formalmente perfetta delle inquadrature, perfezione estetica che invece di imbalsamare il film diventa perfettamente funzionale alla generazione di una tensione palpabile per tutto il corso della vicenda. Era davvero da tempo che non vedevo un film così bello.
…
Sempre di verità si occupa Syriana, film di Stephen Gaghan, regista e sceneggiatore sconosciuto al sottoscritto ma che risulta aver scritto anche Traffic diretto poi da Steven Soderbergh. Non le verità dello spirito, ma quelle più tangibili e altrettanto sfuggenti delle grandi manovre occulte che conducono l'energia dagli impianti d'estrazione nel deserto fino alle nostre pompe di benzina attraverso il caos mediorientale. In questo caso il merito dell'autore sta soprattutto nell'essere riuscito a ricomporre una situazione così complessa, mutevole e complicata nell'ordine rigoroso di un film perfettamente godibile. Nello sviluppare il difficile tema del sua pellicola Stephen Gaghan non rinuncia alle storie personali dei suoi protagonisti, anzi fa di queste storie personali il collante che permette allo spettatore di seguire la vicenda conducendolo all'interno del terrificante mondo delle lobby petrolifere, dei perversi incroci tra ragioni di stato e libero mercato, nelle strade frequentate da quelle persone al tempo stesso vittime e agenti di quel terrore che attraversa tutte le nostre vite.
Un esempio pressoché perfetto di cinema impegnato che non rinuncia a raccontare storie, che non si rifugia in uno sterile documentarismo o nell'assettica denuncia di un insopportabile status quo, ma che invece si esalta della difficoltà strutturale di una vicenda la cui complessità è evidente fin dalla prima scena.
Un plauso quindi a Stephen Gaghan sceneggiatore e regista della pellicola, ma anche al cast sopraffino (tra tutti un grande George Clooney invecchiato e imbolsito, in veste anche di produttore) che riesce mantenere alta la tensione e la comprensibilità della vicenda per tutta la durata del film.
Un dubbio però m'è rimasto. Cosa significa Syriana?
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I due film sono Truman Capote: a sangue freddo e Syriana. Totalmente diversi per tecnica narrativa e regia, per argomenti trattati, ritmo e soluzioni visive, eppure simili nell'essere due ottimi esempi di zetetica applicata al cinema.
In Truman Capote sono almeno due le cose entusiasmanti. La prima è la capacità degli autori di rendere percepibile la personalità dello scrittore, la miscela di sensibilità e arroganza che lo caratterizza, il confronto con una realtà insopportabile rispetto all'insostenibile leggerezza in cui si rifugia la sua esistenza, il peso schiacciante della verità, a cui non vuole sottrarsi, nonostante tutto.
Il film riesce a comunicare il senso di tragedia della situazione senza ricorrere a sermoni o prediche, ma lasciando alla bravura di Philip Seymour Hoffman e al non detto cinematografico il compito di trasmettere la complessità delle emozioni che lo attraversano e allo spettatore il compito di decifrarle.
Conoscevo Capote solo di nome prima della visione del film ( e il nome non sapevo neppure come pronunciarlo!), non so quanto il film sia storicamente accurato rispetto alla sua figura, ci certo la sua vicenda diventa assolutamente vera nella visione cinematografica di Bennett Miller.
Un' ulteriore nota di merito va al direttore della fotografia Adam Kimmel. Suoi sono gli indimenticabili panorami autunnali del film. E senz'altro suo il merito (da dividere con il regista) per la composizione formalmente perfetta delle inquadrature, perfezione estetica che invece di imbalsamare il film diventa perfettamente funzionale alla generazione di una tensione palpabile per tutto il corso della vicenda. Era davvero da tempo che non vedevo un film così bello.
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Un esempio pressoché perfetto di cinema impegnato che non rinuncia a raccontare storie, che non si rifugia in uno sterile documentarismo o nell'assettica denuncia di un insopportabile status quo, ma che invece si esalta della difficoltà strutturale di una vicenda la cui complessità è evidente fin dalla prima scena.
Un plauso quindi a Stephen Gaghan sceneggiatore e regista della pellicola, ma anche al cast sopraffino (tra tutti un grande George Clooney invecchiato e imbolsito, in veste anche di produttore) che riesce mantenere alta la tensione e la comprensibilità della vicenda per tutta la durata del film.
Un dubbio però m'è rimasto. Cosa significa Syriana?
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08 marzo 2007
Rapporto letture - Febbraio 2007
Un po' in ritardo, eccomi ad annotare le mie letture del mese di febbraio.
In questo mese l'unica lettura che varrebbe la pena ricordare è La Fortezza della sollitudine di Jonathan Lethem. Ma su questo meraviglioso romanzo mi sono già dilungato abbastanza qui . Purtroppo nessuno degli altri libri letti si può paragonare nemmeno lontanamente all'epopea brooklyniana dell'autore americano.
Vediamo i titoli. in rigoroso ordine di lettura:
- I fabbricanti di universi, di Philip J. Farmer. Esempio tipico di tutti quegli stereotipi per cui ancora oggi la fantascienza è ritenuta cosa da bambini, o quasi. Nel romanzo non c'è altro che un continuo susseguirsi di scontri e avventure con nemici sempre più grandi sempre più cattivi sempre più sorprendenti. Un racconto ad accumulo progressivo in cui la caratteristica più saliente è la magnifica muscolatura del protagonista, il suo rapporto virile con i compagni di viaggio, la stoica sopportazione dei disagi da parte della donzella in pericolo. Tutto qua.
La fantascienza dovrebbe trattare di idee, ma in questo romanzo le invenzioni originali latitano completamente (o sono troppo naif per essere menzionate), a meno che come idea non si intenda la descrizione di panorami esotici e delle improbabili comunità che vi risiedono, che di queste ce n'è invece in abbondanza.
Sembra incredibile che lo stesso autore abbia scritto uno dei miei racconti favoriti in assoluto, quel Riders of the Purple Wage (Il salario purpureo) che riesce a fondere magistralmente lo spirito dei sixties con uno sviluppo fantascientifico memorabile. Ma tant'è: nel caso de I fabbricanti di universi è tranquillamente dimenticabile.
- Futureland, di Walter Mosley. Con questo volume di racconti passiamo invece alla fantascienza più nuova e attuale. O almeno questo è quello che la data di pubblicazione e le note di copertina vorrebbero farci credere. In realtà la visione politica e la capacità di speculazione dell'autore sembrano nutrirsi dei luoghi comuni più frequentati dalla fantascienza di questi ultimi decenni: la megalopoli, il controllo delle corporation, l'uomo disumanizzato; con in più una serie di personaggi e situazioni che riporta ancora più indietro l'orologio fantascientifico, con la presenza del geniale e cattivissimo scienziato-capitalista di turno, l'eroina che proviene dal sottosuolo, l'afflato mistico della ribellione.
La sensazione più immediata è che ci si trovi di fronte allo Shirley di Eclipse in salsa afroamericana, in cui è evidente fin da subito chi siano i buoni, chi i cattivi, chi ha ragione chi ha torto… Intendiamoci, il volume si fa leggere molto volentieri, se non vi si cercano significati profondi e lo si può trovare anche divertente se non si presta troppa attenzione alla sottile vibrazione razzista sempre presente in sottofondo.
Ma ecco, da un libro promosso come un'opera visionaria tra le più rivelatrice del panorama contemporaneo mi aspettavo qualcosa di più.
- Hedrock l'immortale, di A.E. Van Vogt. Non so perché mi ostini a dare un'altra possibilità a Van Vogt. Probabilmente perché voglio arrivare a capire cosa ci abbiano trovato tutti gli ammiratori di cui gode ancora oggi la sua opera, che senz'altro, letta a 15 anni negli anni '40 doveva risultare davvero emozionante.
Del resto l'incessante susseguirsi di colpi di scena, di scenari sempre più esagerati, il mettere in gioco ogni volta il destino dell'universo, il basare il tutto sulle emozioni più basilari e i rapporti umani più semplici sono gli stessi meccanismi che decretano oggi il successo di miriadi di film d'azione ad alto budget. Probabilmente dunque sono io che ho aspettative troppo elevate e che non riesco a leggere nella dovuta prospettiva storica l'opera dell'autore canadese.
Vabbé, forse è il caso che ci rinunci…
Per il prossimo mese aspettatevi qualche escursione nel fantasy, almeno due righe su Crash e qualche nota connettivista.
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In questo mese l'unica lettura che varrebbe la pena ricordare è La Fortezza della sollitudine di Jonathan Lethem. Ma su questo meraviglioso romanzo mi sono già dilungato abbastanza qui . Purtroppo nessuno degli altri libri letti si può paragonare nemmeno lontanamente all'epopea brooklyniana dell'autore americano.
Vediamo i titoli. in rigoroso ordine di lettura:
- I fabbricanti di universi, di Philip J. Farmer. Esempio tipico di tutti quegli stereotipi per cui ancora oggi la fantascienza è ritenuta cosa da bambini, o quasi. Nel romanzo non c'è altro che un continuo susseguirsi di scontri e avventure con nemici sempre più grandi sempre più cattivi sempre più sorprendenti. Un racconto ad accumulo progressivo in cui la caratteristica più saliente è la magnifica muscolatura del protagonista, il suo rapporto virile con i compagni di viaggio, la stoica sopportazione dei disagi da parte della donzella in pericolo. Tutto qua.
La fantascienza dovrebbe trattare di idee, ma in questo romanzo le invenzioni originali latitano completamente (o sono troppo naif per essere menzionate), a meno che come idea non si intenda la descrizione di panorami esotici e delle improbabili comunità che vi risiedono, che di queste ce n'è invece in abbondanza.
Sembra incredibile che lo stesso autore abbia scritto uno dei miei racconti favoriti in assoluto, quel Riders of the Purple Wage (Il salario purpureo) che riesce a fondere magistralmente lo spirito dei sixties con uno sviluppo fantascientifico memorabile. Ma tant'è: nel caso de I fabbricanti di universi è tranquillamente dimenticabile.
- Futureland, di Walter Mosley. Con questo volume di racconti passiamo invece alla fantascienza più nuova e attuale. O almeno questo è quello che la data di pubblicazione e le note di copertina vorrebbero farci credere. In realtà la visione politica e la capacità di speculazione dell'autore sembrano nutrirsi dei luoghi comuni più frequentati dalla fantascienza di questi ultimi decenni: la megalopoli, il controllo delle corporation, l'uomo disumanizzato; con in più una serie di personaggi e situazioni che riporta ancora più indietro l'orologio fantascientifico, con la presenza del geniale e cattivissimo scienziato-capitalista di turno, l'eroina che proviene dal sottosuolo, l'afflato mistico della ribellione.
La sensazione più immediata è che ci si trovi di fronte allo Shirley di Eclipse in salsa afroamericana, in cui è evidente fin da subito chi siano i buoni, chi i cattivi, chi ha ragione chi ha torto… Intendiamoci, il volume si fa leggere molto volentieri, se non vi si cercano significati profondi e lo si può trovare anche divertente se non si presta troppa attenzione alla sottile vibrazione razzista sempre presente in sottofondo.
Ma ecco, da un libro promosso come un'opera visionaria tra le più rivelatrice del panorama contemporaneo mi aspettavo qualcosa di più.
- Hedrock l'immortale, di A.E. Van Vogt. Non so perché mi ostini a dare un'altra possibilità a Van Vogt. Probabilmente perché voglio arrivare a capire cosa ci abbiano trovato tutti gli ammiratori di cui gode ancora oggi la sua opera, che senz'altro, letta a 15 anni negli anni '40 doveva risultare davvero emozionante.
Del resto l'incessante susseguirsi di colpi di scena, di scenari sempre più esagerati, il mettere in gioco ogni volta il destino dell'universo, il basare il tutto sulle emozioni più basilari e i rapporti umani più semplici sono gli stessi meccanismi che decretano oggi il successo di miriadi di film d'azione ad alto budget. Probabilmente dunque sono io che ho aspettative troppo elevate e che non riesco a leggere nella dovuta prospettiva storica l'opera dell'autore canadese.
Vabbé, forse è il caso che ci rinunci…
Per il prossimo mese aspettatevi qualche escursione nel fantasy, almeno due righe su Crash e qualche nota connettivista.
…
06 marzo 2007
Siamo tutti connessi
| Picture by Iguana Jo. |
Grazie alla magia della rete ho avuto la possibilità di esporre alcune mie foto alla NextCon che si è tenuta sabato in quel di Vimercate.
Se siete curiosi riguardo alla Convention vi invito a fare un giro qui o qui, per quanto mi riguarda posso dire che è sempre bello vedere tanto entusiasmo per un progetto culturale alternativo al mainstream. Sulla sostanza della proposta non mi pronuncio (ma lo farò presto, che qualche libro l'ho pure acquistato), ma visto che finalmente ho toccato con mano la connessione due parole sul movimento le voglio spendere.
Per quanto mi siano piaciute le persone coinvolte nel Connettivismo faccio fatica a riconoscermi in un movimento, in un qualsiasi movimento. Dal mio punto di vista l'etichetta connettivista, come tutte le etichette, può essere comoda per riconoscere, distinguere e collocare un'opera d'arte. È utile e forse anche necessaria per fare ordine e catalogare. Ma il fatto di stabilire a priori una connotazione, il rifarsi a un manifesto, lo schierarsi artisticamente, sono cose che non riesco a sentire come mie. Certo, il proporsi come movimento può essere un'efficace strategia di marketing per attirare a se le luci dell'establishment, ma dal punto di vista autoriale mi sembra un'inutile gabbia, che imprigiona eventuali episodi talentuosi e livella la proposta alla qualità media della stessa.
Ovviamente queste sono tutte impressioni generiche che non si riferiscono esclusivamente al movimento connettivista, che vanno ben al di là del felice incontro di sabato e che forse servono soprattutto a togliermi dall'imbarazzo che mi ha colto quando mi è stata rivolta la domanda fatale: ma tu, sei un Connettivista? Sono onorato di averne conosciuto qualcuno, ma no, non mi sento parte di alcun movimento. Preferisco accompagnarlo lungo la strada, goderne le opere e partecipare magari a qualche episodio lungo il cammino.
Detto questo, non posso che menzionare e ringraziare di cuore X per avermi invitato a partecipare alla NextCon; Alessio, Alex, Serena e Andrea che si sono fatti in quattro, sempre gentilissimi e disponibilissimi, per permettere a me e Annalisa di allestire la mostra nel migliore dei modi; tutti i Connettivisti, una banda di persone creative e positive, con quella vena di follia indispensabile per proporre fantascienza oggi; gli amici che ci sono venuti a trovare, e soprattutto Margotta, che connettivista non è, ma che si è rivelata davvero per una persona squisita (buon viaggio!) e last but not least, Annalisa, che è stata la mente (e il braccio!) per quanto riguarda l'allestimento dell'esposizione fotografica,
Ah… dimenticavo! Un ulteriore ringraziamento è d'obbligo alla persona sconosciuta (se fosse connessa si faccia viva!) che mi ha regalato la soddisfazione finale della giornata, portandosi a casa una delle fotografie. Grazie di cuore!
Per noi la serata s'è conclusa anzitempo, altri piacevoli impegni ci attendevano a Milano, però c'è rimasto il tempo per assistere alla proiezione di Con gli occhi di domani (stupefacente performance cinematografica, che a dispetto dei mezzi minimi utillizzati s'è rivelata notevole soprattutto dal punto di vista tecnico) proposta da Walter L'Assainato e Mauro Gazzola (andateli a trovare qui) e alla performance di Zoon e Kremo quest'ultimo in vena decisamente declamatorio/futurista che ha conquistato l'auditorio riuscendo ad unire in un mix azzardato ma perfettamente riuscito Fabrizio De André al manifesto connettivista.
In tarda serata c'è stato per noi il felice incontro con altre conoscenze che da virtuali si fanno sempre più concrete e reali. Parlo degli amici flickriani riuniti da Sarmax per festeggiare il suo compleanno: Kozan, Śiva , Giona, Auro, Meme, Koan, Pensiero, Berberenike … sono nomi che fuori dalla rete non diranno niente ai più, ma che nascondono dietro l'obiettivo delle loro macchine fotografiche un sacco di talento.
Queste sono le connessioni che mi esaltano.
Alla prossima!
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28 febbraio 2007
La fortezza della solitudine
Volevo provare a buttare giù qualche riga per raccontarvi La fortezza della solitudine, quanto mi abbia colpito, come sia rimasto affascinato dalla capacità di Jonathan Lethem di raccontare la crescita, i turbamenti, la solitudine di un ragazzo nella Brooklyn anni '70. Mi sono però reso conto di non esserne capace. Voglio dire, un riassunto del libro è piuttosto inutile e limitarmi a dirvi quanto sia fantastico, beh… potete immaginarvelo.
Provo piuttosto a spiegarvi perché io sia rimasto folgorato da questo romanzo. Probabilmente sarò troppo parziale e soggettivo, ma di recensioni in rete ce ne sono già a pacchi, di persone che hanno apprezzato La fortezza della solitudine soprattutto per la sua collocazione temporale, per la Brooklyn che si racconta, per gli accenni al punk o alla storia del soul. Forse poi a voi il libro piacerà perché si parla di supereroi o per le questioni razziali e la droga. O magari per il suo approccio disincantato alla fantascienza. Chi lo sa…
Per me è andata così.
A volte ti imbatti in una storia che improvvisamente illumina il tratto di strada che hai percorso fino a quel momento. In un autore che sembra sapere cose su di te che nemmeno ricordavi. Non importa se la storia si svolge a Brooklyn piuttosto che in California, se tu nella tua infanzia un nero non l'hai mai incontrato, se la scuola che frequentavi e gli amici che avevi erano completamente diversi. Se la tua esperienza con la droga si limita a una canna o due.
La verità è molto più semplice dei dettagli che la compongono.
I pezzi del caleidoscopio che Lethem costruisce sono fatti delle lacerazioni tra il mondo che vorremmo, il mondo che abbiamo intravisto lungo la via e quello che invece c'è toccato in sorte. I vetri che lo compongono sono colorati da sentimenti atrofizzatisi per la lunga resistenza al terrore quotidiano, schegge di quella gemma che conservi ben nascosta in fondo, da qualche parte, per sopravvivere. Ciò che lo tiene insieme è il tradimento, per esistere, e il pentimento, inutile, per riprovarci, inutilmente. Che tutto quello che ti rimane è puntare al cielo, solo per rimanere in piedi. Con la necessità di un superpotere, uno qualsiasi, che non può essere tutto qui quello su cui puoi contare.
Poi certo c'è la capacità di ricordare, la magia delle giornate passate a giocare per strada, le amicizie fantastiche e totalizzanti di quando hai 10/12 anni e ti accorgi che il mondo non è come te lo aspettavi. Quando ti rendi conto che per quanto tu voglia appartenere a qualcosa sei sempre quello fuori posto, quello che comunque la vita preferisce raccontarla piuttosto che viverla. E nonostante tutto non si abbatte, non diventa il nostro vicino cinico e sconfitto, ma trova un rifugio: una fortezza della solitudine da cui scrutare il mondo, subendone tutto il fascino, confortato dalla vastità delle possibilità, della miriade dei destini possibili.
Pronto a rinunciare ai superpoteri, se serve a salvare il proprio mondo. Magari da solo, ma conquistando una specie di pace. Alla fine.
Ecco, incontrare Dylan Ebdus è stato tutto questo e molto di più. Ma io non sono bravo come Lethem. Per questo conviene dare un'occhiata al suo romanzo, alla sua fortezza.
…
Provo piuttosto a spiegarvi perché io sia rimasto folgorato da questo romanzo. Probabilmente sarò troppo parziale e soggettivo, ma di recensioni in rete ce ne sono già a pacchi, di persone che hanno apprezzato La fortezza della solitudine soprattutto per la sua collocazione temporale, per la Brooklyn che si racconta, per gli accenni al punk o alla storia del soul. Forse poi a voi il libro piacerà perché si parla di supereroi o per le questioni razziali e la droga. O magari per il suo approccio disincantato alla fantascienza. Chi lo sa…
Per me è andata così.
A volte ti imbatti in una storia che improvvisamente illumina il tratto di strada che hai percorso fino a quel momento. In un autore che sembra sapere cose su di te che nemmeno ricordavi. Non importa se la storia si svolge a Brooklyn piuttosto che in California, se tu nella tua infanzia un nero non l'hai mai incontrato, se la scuola che frequentavi e gli amici che avevi erano completamente diversi. Se la tua esperienza con la droga si limita a una canna o due.
La verità è molto più semplice dei dettagli che la compongono.
I pezzi del caleidoscopio che Lethem costruisce sono fatti delle lacerazioni tra il mondo che vorremmo, il mondo che abbiamo intravisto lungo la via e quello che invece c'è toccato in sorte. I vetri che lo compongono sono colorati da sentimenti atrofizzatisi per la lunga resistenza al terrore quotidiano, schegge di quella gemma che conservi ben nascosta in fondo, da qualche parte, per sopravvivere. Ciò che lo tiene insieme è il tradimento, per esistere, e il pentimento, inutile, per riprovarci, inutilmente. Che tutto quello che ti rimane è puntare al cielo, solo per rimanere in piedi. Con la necessità di un superpotere, uno qualsiasi, che non può essere tutto qui quello su cui puoi contare.
Poi certo c'è la capacità di ricordare, la magia delle giornate passate a giocare per strada, le amicizie fantastiche e totalizzanti di quando hai 10/12 anni e ti accorgi che il mondo non è come te lo aspettavi. Quando ti rendi conto che per quanto tu voglia appartenere a qualcosa sei sempre quello fuori posto, quello che comunque la vita preferisce raccontarla piuttosto che viverla. E nonostante tutto non si abbatte, non diventa il nostro vicino cinico e sconfitto, ma trova un rifugio: una fortezza della solitudine da cui scrutare il mondo, subendone tutto il fascino, confortato dalla vastità delle possibilità, della miriade dei destini possibili.
Pronto a rinunciare ai superpoteri, se serve a salvare il proprio mondo. Magari da solo, ma conquistando una specie di pace. Alla fine.
Ecco, incontrare Dylan Ebdus è stato tutto questo e molto di più. Ma io non sono bravo come Lethem. Per questo conviene dare un'occhiata al suo romanzo, alla sua fortezza.
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22 febbraio 2007
Rossi & Turigliatto
Capisco le difficoltà di conciliare ideali e pratica politica. Capisco la fedeltà all'impegno preso. Capisco tutto quello che volete.
Ma non capisco i motivi per cui i signori Rossi e Turigliatto abbiano deciso di votare contro il loro esecutivo conoscendo benissimo quali sarebbero state le conseguenze del loro gesto. Un (non) voto che invece di tendere e rendere possibile nella pratica, nella vita, nel futuro i loro condivisibilissimi ideali, allontanano e rendono più difficile e improbabile la loro realizzazione.
Cos'è più importante per un senatore della repubblica?
Impuntarsi sul principio o scegliere il compromesso con l'obiettivo di un bene superiore o, nel caso, di un male minore?
Qualcuno ha voglia di spiegarmelo?
…
Ma non capisco i motivi per cui i signori Rossi e Turigliatto abbiano deciso di votare contro il loro esecutivo conoscendo benissimo quali sarebbero state le conseguenze del loro gesto. Un (non) voto che invece di tendere e rendere possibile nella pratica, nella vita, nel futuro i loro condivisibilissimi ideali, allontanano e rendono più difficile e improbabile la loro realizzazione.
Cos'è più importante per un senatore della repubblica?
Impuntarsi sul principio o scegliere il compromesso con l'obiettivo di un bene superiore o, nel caso, di un male minore?
Qualcuno ha voglia di spiegarmelo?
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20 febbraio 2007
Tutti a Vimercate!
Alla prima NextCon ci sarò anch'io.
Grazie all'impegno della banda connettivista e di X in particolare, mi è stata offerta l'opportunità di esporre alcune delle mie immagini.
Le foto sono state scelte, le stampe in lavorazione, per il 3 marzo dovrà essere tutto pronto.
Io tengo le dita incrociate e spero di incontrarvi a Vimercate.
('azz! pure la rima!)
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Grazie all'impegno della banda connettivista e di X in particolare, mi è stata offerta l'opportunità di esporre alcune delle mie immagini.
Le foto sono state scelte, le stampe in lavorazione, per il 3 marzo dovrà essere tutto pronto.
Io tengo le dita incrociate e spero di incontrarvi a Vimercate.
('azz! pure la rima!)
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16 febbraio 2007
I'm So Bored With the U.S.A.
Panoramica sulla questione Dal Molin
(english appeal)
I'm so bored with the USA, but I'm way more bored with our politicians.
…
(english appeal)
I'm so bored with the USA, but I'm way more bored with our politicians.
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13 febbraio 2007
Dieci mondi immaginari - Terza parte
L'ultima volta ci eravamo lasciati persi nel cosmo al seguito della Diaspora eganiana. È tempo di tornare sulla terra.
Dagli spazi infiniti ai confini dell'universo a quelli decisamente più claustrofobici dell'Orbit de La notte del drive-in texano gestito dal grande Joe R Lansdale. Non è cinema per tutti i palati, questo è sicuro. Sullo schermo dell'Orbit scorrono ininterrottamente per questa lunghissima notte 5 classici horror, per non parlare di quello che succede in platea. Ma mettetevi pure comodi, che tra re del vomito-corn, cannibalismi assortiti e altre schifezzuole varie c'è pure il tempo di farsi qualche grassa risata. Uno spettacolo indimenticabile, uno scenario perfetto, almeno per gli amanti dello splatter più demenziale.
Per chi preferisce invece vagare per i vicoli della metropoli o fare un salto tra le profondità della matrice consiglio assolutamente una visita allo Sprawl. Anche se ormai ha assunto le tinte del classico quartiere globalizzato sotto casa, il luogo dove ha preso residenza l'immaginario di Wiliam Gibson col suo sapore ormai retrò di futuro all'antica continua infatti ad avere un gusto indimenticabile, quello che vi lascia in bocca una notte trascorsa sintonizzati su un canale morto mentre i Sonic Youth schitarrano appena sotto la soglia dell'udibile (a meno che non abbiate installato l'upgrade Ono-Sendai nel vostro canale uditivo).
Neo romantici o vecchi scoppiati, lupi della rete o cyber-combattenti, qualunque cosa stiate cercando qui la troverete.
Per la penultima tappa di questo viaggio ci spostiamo in compagnia di Gene Wolfe verso il futuro più estremo, verso la fine della storia. Il nostro pianeta le ha viste ormai tutte, tanto che non ci si stupisce nemmeno troppo di trovarsi a proprio agio ad accompagnare per i suoi viaggi un torturatore in tutto il suo discutibile splendore. La terra del nuovo sole è in effetti un posto decisamente enigmatico, strati su strati di storia, di visitatori, di civiltà hanno reso quasi impossibile orientarsi. La scienza è diventata magia e gli artefatto tecnologi sono ormai indistinguibili da quelli soprannaturali, del tutto mimetizzati nell'uso quotidiano. Severian è un'ottima guida, forse un po' parco nel fornire indicazioni ai compagni di strada, ma decisamente affascinante. Seguitelo, non ve ne pentirete.
Alla fine di questa escursione nell'immaginario ecco un luogo senza tempo, il palcoscenico ideale per l'eterno dibattersi tra i desideri e le ambizioni umane e le necessità della Storia, tra la complessità delle emozioni e il destino. Questo è un invito a visitare il Regno di Olar, a seguire le gesta dell'indimenticabile regina Ardid e delle generazioni che porteranno il regno al suo destino finale nelle mani del Dimenticato Re Gudù. Tra castelli tenebrosi, mondi di fiaba, strani famigli, guerrieri e maghi riscoprirete il senso della Storia, la profondità dell'animo umano, le sue ossessioni, le sue miserie, la sua grandezza. Mica poco, per un regno ormai dimenticato negli abissi del tempo, riportato tra noi in tutto il suo splendore, nella molteplicità dei suoi possibili significati, dalla straordinaria Ana Maria Matute.
Con quest'ultima tappa finisce questo breve tour nell'immaginario.
Spero abbiate gradito il panorama lungo la strada!
…
Dieci mondi immaginari - Prima parte
Dieci mondi immaginari - Seconda parte
Dagli spazi infiniti ai confini dell'universo a quelli decisamente più claustrofobici dell'Orbit de La notte del drive-in texano gestito dal grande Joe R Lansdale. Non è cinema per tutti i palati, questo è sicuro. Sullo schermo dell'Orbit scorrono ininterrottamente per questa lunghissima notte 5 classici horror, per non parlare di quello che succede in platea. Ma mettetevi pure comodi, che tra re del vomito-corn, cannibalismi assortiti e altre schifezzuole varie c'è pure il tempo di farsi qualche grassa risata. Uno spettacolo indimenticabile, uno scenario perfetto, almeno per gli amanti dello splatter più demenziale.
Per chi preferisce invece vagare per i vicoli della metropoli o fare un salto tra le profondità della matrice consiglio assolutamente una visita allo Sprawl. Anche se ormai ha assunto le tinte del classico quartiere globalizzato sotto casa, il luogo dove ha preso residenza l'immaginario di Wiliam Gibson col suo sapore ormai retrò di futuro all'antica continua infatti ad avere un gusto indimenticabile, quello che vi lascia in bocca una notte trascorsa sintonizzati su un canale morto mentre i Sonic Youth schitarrano appena sotto la soglia dell'udibile (a meno che non abbiate installato l'upgrade Ono-Sendai nel vostro canale uditivo).
Neo romantici o vecchi scoppiati, lupi della rete o cyber-combattenti, qualunque cosa stiate cercando qui la troverete.
Per la penultima tappa di questo viaggio ci spostiamo in compagnia di Gene Wolfe verso il futuro più estremo, verso la fine della storia. Il nostro pianeta le ha viste ormai tutte, tanto che non ci si stupisce nemmeno troppo di trovarsi a proprio agio ad accompagnare per i suoi viaggi un torturatore in tutto il suo discutibile splendore. La terra del nuovo sole è in effetti un posto decisamente enigmatico, strati su strati di storia, di visitatori, di civiltà hanno reso quasi impossibile orientarsi. La scienza è diventata magia e gli artefatto tecnologi sono ormai indistinguibili da quelli soprannaturali, del tutto mimetizzati nell'uso quotidiano. Severian è un'ottima guida, forse un po' parco nel fornire indicazioni ai compagni di strada, ma decisamente affascinante. Seguitelo, non ve ne pentirete.
Alla fine di questa escursione nell'immaginario ecco un luogo senza tempo, il palcoscenico ideale per l'eterno dibattersi tra i desideri e le ambizioni umane e le necessità della Storia, tra la complessità delle emozioni e il destino. Questo è un invito a visitare il Regno di Olar, a seguire le gesta dell'indimenticabile regina Ardid e delle generazioni che porteranno il regno al suo destino finale nelle mani del Dimenticato Re Gudù. Tra castelli tenebrosi, mondi di fiaba, strani famigli, guerrieri e maghi riscoprirete il senso della Storia, la profondità dell'animo umano, le sue ossessioni, le sue miserie, la sua grandezza. Mica poco, per un regno ormai dimenticato negli abissi del tempo, riportato tra noi in tutto il suo splendore, nella molteplicità dei suoi possibili significati, dalla straordinaria Ana Maria Matute.
Con quest'ultima tappa finisce questo breve tour nell'immaginario.
Spero abbiate gradito il panorama lungo la strada!
…
Dieci mondi immaginari - Prima parte
Dieci mondi immaginari - Seconda parte
11 febbraio 2007
Do you Reggae?
Picture by Iguana Jo.
Probabilmente a causa del grigio padano che mi circonda mi sto dando al reggae. Il problema è che sono piuttosto ignorante al riguardo. Tolto qualche nome storico (Bob Marley, Aswad, Steel Pulse, Linton Kwesi Johnson) non conosco molto altro.
Avete qualche suggerimento per allargare le mie conoscenze?
…
08 febbraio 2007
Dieci mondi immaginari - Seconda parte
Proseguiamo da dove eravamo rimasti. Si parlava di treni se non ricordo male, vero? …e allora via che andiamo.
La prossima fermata è Desolation Road, Marte. Denso di storie personali come una fantascientifica Macondo e colorato come un fumetto, il buon vecchio pianeta rosso terraformato da Ian McDonald è percorso da colossali treni a fusione e circondato da una peculiare corona di angeli e santi. La visita è una meraviglia continua, accompagnata da una leggerezza che è raro trovare in questi ambiti.
Dopo aver trascorso qualche tempo nella ridente cittadina di Desolation Road (o in quel che ne resta) consiglio di proseguire il viaggio a bordo dell'Ares Express per attraversare il pianeta extraterrestre più interessante mi sia mai capitato di visitare. Ed è giusto qui, dietro l'angolo..
A chi invece apprezza le sane (!) tradizioni di una volta, le dame, i cavalieri, l'armi, gli amori, eccetera eccetera, non posso che consigliare di trasferirsi seduta stante in quel di Westeros. Tra araldica e avventure, tragedie familiari e magia nera, battaglie epocali e vili tradimenti nelle Cronache del ghiaccio e del fuoco anche il più annoiato dei frequentatori delle lande del fantasy troverà pane per i suoi denti. Certo, bisognerà portare un po' di pazienza che inoltrarsi per le innumerevoli pagine che compongono la vicenda è cosa lunga ma vedrete che le soddisfazioni non mancheranno. In ogni caso anche il più costante degli esplorati a un certo punto dovrà fermarsi di fronte alle terre incognite che George R. R. Martin deve ancora mappare, che Westeros è un mondo destinato agli intrepidi senza macchia e senza paura (di rimanere bloccati a metà strada).
Se invece il vostro scopo è bearvi delle possibilità infinite dell'esistenza vi propongo di far tappa a Permutation City. Dovrete risolvere i dubbi (meta)fisici che vi assilleranno, che diventare fantasmi nella macchina non è cosa da prendersi a cuor leggero, ma se ci riuscirete avrete l'eternità per inventarvi la vita, l'universo e tutto quanto. Parola di Greg Egan. (sarebbe consigliabile anche un viaggio ai confini dell'universo a bordo della Diaspora, ma non voglio esagerare che le dimensioni dell'impresa si farebbero davvero enormi. Però, se siete davvero affamati di meraviglioso…)
A presto per l'ultima parte di questo viaggio in dieci tappe alla scoperta delle meraviglie del multiverso.
…
La prossima fermata è Desolation Road, Marte. Denso di storie personali come una fantascientifica Macondo e colorato come un fumetto, il buon vecchio pianeta rosso terraformato da Ian McDonald è percorso da colossali treni a fusione e circondato da una peculiare corona di angeli e santi. La visita è una meraviglia continua, accompagnata da una leggerezza che è raro trovare in questi ambiti.
Dopo aver trascorso qualche tempo nella ridente cittadina di Desolation Road (o in quel che ne resta) consiglio di proseguire il viaggio a bordo dell'Ares Express per attraversare il pianeta extraterrestre più interessante mi sia mai capitato di visitare. Ed è giusto qui, dietro l'angolo..
A chi invece apprezza le sane (!) tradizioni di una volta, le dame, i cavalieri, l'armi, gli amori, eccetera eccetera, non posso che consigliare di trasferirsi seduta stante in quel di Westeros. Tra araldica e avventure, tragedie familiari e magia nera, battaglie epocali e vili tradimenti nelle Cronache del ghiaccio e del fuoco anche il più annoiato dei frequentatori delle lande del fantasy troverà pane per i suoi denti. Certo, bisognerà portare un po' di pazienza che inoltrarsi per le innumerevoli pagine che compongono la vicenda è cosa lunga ma vedrete che le soddisfazioni non mancheranno. In ogni caso anche il più costante degli esplorati a un certo punto dovrà fermarsi di fronte alle terre incognite che George R. R. Martin deve ancora mappare, che Westeros è un mondo destinato agli intrepidi senza macchia e senza paura (di rimanere bloccati a metà strada).
Se invece il vostro scopo è bearvi delle possibilità infinite dell'esistenza vi propongo di far tappa a Permutation City. Dovrete risolvere i dubbi (meta)fisici che vi assilleranno, che diventare fantasmi nella macchina non è cosa da prendersi a cuor leggero, ma se ci riuscirete avrete l'eternità per inventarvi la vita, l'universo e tutto quanto. Parola di Greg Egan. (sarebbe consigliabile anche un viaggio ai confini dell'universo a bordo della Diaspora, ma non voglio esagerare che le dimensioni dell'impresa si farebbero davvero enormi. Però, se siete davvero affamati di meraviglioso…)
A presto per l'ultima parte di questo viaggio in dieci tappe alla scoperta delle meraviglie del multiverso.
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06 febbraio 2007
Dieci mondi immaginari - Prima parte
Un'avvertenza. Questa non è propriamente una top-ten. Non è con intento classificatorio ho preparato questo elenco. Piuttosto è un variegato panorama, una sorta di catalogo dei mondi che ho visitato, dei territori dell'immaginazione la cui visita vale il prezzo del biglietto. Per la maggior parte non sono luoghi in cui mi piacerebbe vivere, molti sono oscuri, altri piuttosto arretrati, un paio decisamente pericolosi. Ma tutti sono frequentati da soggetti piuttosto interessanti e vi succedono accadimenti densi di meraviglie.
Seguitemi in questi breve tour ai confini della realtà.
Come base di partenza direi che la Cultura di Banksiana memoria sia il luogo ideale. In effetti tra tutte le società umane che popolano il multiverso è l'unica in cui potrei trasferirmi immediatamente. Non avendo una sede di riferimento precisa ma essendo sparsa per tutta la galassia offre sorprese e opportunità che solo pochi altri luoghi sono in grado di proporre. Fateci un salto appena avete un attimo libero!
(la Cultura è visitabile tramite i seguenti portali tutti gestiti dal prode Iain M. Banks: La mente di Schar (aka Pensa a Fleba),L'impero di Azad, La guerra di Zakalwe , L'altro Universo , Lo Stato dell'Arte, Inversioni, Volgi lo sguardo al vento.
Se invece preferite paesaggi incontaminati, avventure nelle foreste o epici scontri con mostri assortiti , beh… non vi resta che fare un giro nella Terra di Mezzo. Lo so, lo so: è una destinazione un po' abusata, ma se è stata scelta da tanta gente un motivo ci sarà. Ricordatevi la maglia di ferro, un po' di erba pipa e schiaritevi la voce. Tra una battaglia e un'esplorazione una bella cantatina tra amici è d'obbligo.
Immagino che tutti conosciate la strada, ma se per caso ci fosse ancora qualcuno all'oscuro il sentiero da percorrere parte da Lo Hobbit e prosegue diritto fino al Signore degli Anelli. Esistono anche sentieri laterali ma li consiglio solo a chi non vuol perdersi prorpio nessuna delle tracce lasciate da mastro Tolkien.
Dopo esservi rinfrancati lo spirito tra le amene colline della Contea un tuffo nell'oscurità è quasi salutare. Per questo motivo un'ottima scelta potrebbe rivelarsi New Crobuzon: la tentacolare città sembra uscita da un incubo futuribile in cui Jeronimus Bosch se la vede con la Gotham City di un Batman ben riuscito. Non un posto da portarci i bambini insomma, ma di certo lo scenario ideale per incrociare donzelle dalla testa d'insetto, uomini alati depressi o vecchi calcolatori al vapore. Il costruttore della città, l'inglese China Mieville, a voluto preseguire l'opera elaborando l'intero pianeta. Io mi sono limitato a sostare in Perdido Street Station, che non ho avuto ancora l'occasione di esplorare i successivi mattoni della sua costruzione: La cittò delle navi e Il trono degli dei. Se qualcuno vuole illuminarmi…
A breve il tour proseguirà per le successive mete del viaggio. Rimanete in carrozza, nuovi mondi fantastici dietro la prossima curva.
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Seguitemi in questi breve tour ai confini della realtà.
Come base di partenza direi che la Cultura di Banksiana memoria sia il luogo ideale. In effetti tra tutte le società umane che popolano il multiverso è l'unica in cui potrei trasferirmi immediatamente. Non avendo una sede di riferimento precisa ma essendo sparsa per tutta la galassia offre sorprese e opportunità che solo pochi altri luoghi sono in grado di proporre. Fateci un salto appena avete un attimo libero!
(la Cultura è visitabile tramite i seguenti portali tutti gestiti dal prode Iain M. Banks: La mente di Schar (aka Pensa a Fleba),L'impero di Azad, La guerra di Zakalwe , L'altro Universo , Lo Stato dell'Arte, Inversioni, Volgi lo sguardo al vento.
Se invece preferite paesaggi incontaminati, avventure nelle foreste o epici scontri con mostri assortiti , beh… non vi resta che fare un giro nella Terra di Mezzo. Lo so, lo so: è una destinazione un po' abusata, ma se è stata scelta da tanta gente un motivo ci sarà. Ricordatevi la maglia di ferro, un po' di erba pipa e schiaritevi la voce. Tra una battaglia e un'esplorazione una bella cantatina tra amici è d'obbligo.
Immagino che tutti conosciate la strada, ma se per caso ci fosse ancora qualcuno all'oscuro il sentiero da percorrere parte da Lo Hobbit e prosegue diritto fino al Signore degli Anelli. Esistono anche sentieri laterali ma li consiglio solo a chi non vuol perdersi prorpio nessuna delle tracce lasciate da mastro Tolkien.
Dopo esservi rinfrancati lo spirito tra le amene colline della Contea un tuffo nell'oscurità è quasi salutare. Per questo motivo un'ottima scelta potrebbe rivelarsi New Crobuzon: la tentacolare città sembra uscita da un incubo futuribile in cui Jeronimus Bosch se la vede con la Gotham City di un Batman ben riuscito. Non un posto da portarci i bambini insomma, ma di certo lo scenario ideale per incrociare donzelle dalla testa d'insetto, uomini alati depressi o vecchi calcolatori al vapore. Il costruttore della città, l'inglese China Mieville, a voluto preseguire l'opera elaborando l'intero pianeta. Io mi sono limitato a sostare in Perdido Street Station, che non ho avuto ancora l'occasione di esplorare i successivi mattoni della sua costruzione: La cittò delle navi e Il trono degli dei. Se qualcuno vuole illuminarmi…
A breve il tour proseguirà per le successive mete del viaggio. Rimanete in carrozza, nuovi mondi fantastici dietro la prossima curva.
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01 febbraio 2007
Rapporto letture - Gennaio 2007
Prendendo esempio dall'amico Paolo inauguro con questo post una sorta di diario personale con le letture del mese.
Il fatto è che più passa il tempo meno sono i volumi che mi si fissano nella memoria. Lasciare un appunto, un pensiero, una nota dovrebbe servirmi a recuperare se non la sostanza almeno lo spirito di quanto vado leggendo.
Eppoi è un ottimo spunto per farci sopra delle chiacchiere, non trovate?
Partiamo dunque.
Se c'è una caratteristica che in qualche modo accomuna i libri di questo gennaio è la memoria, intesa sia come capacità di fissare un ricordo sia come viaggio nel passato più o meno recente.
Il mese è iniziato con la lettura di Soldier of the Mist di Gene Wolfe, interessante incrocio tra romanzo storico (l'ambientazione nell'antica grecia è resa in maniera magistrale) e fantasy (con l'irrompere nella vicenda del soprannaturale nella persona del pantheon greco al completo). Con queste premesse la storia sembra interessante ma non riesce mai a spiccare il volo e a rendere davvero memorabili le avventure del soldato Latro, senza memoria e ricordi ma con la capacità di vedere e parlare con gli antichi dei.
Utilizzando un artificio simile (ma ribaltandone il meccanismo) a quello impiegato nel Libro del Nuovo Sole Wolfe ripercorre la vita del protagonista dal suo punto di vista limitato ma estremamente partecipe. Purtroppo Latro non ha il carisma di Severian e le sue avventure si riducono a una serie di episodi che faticano a rendere consistente la vicenda.
Cambio completo di genere per Jim ha cambiato strada di Jim Carroll. L'autore riprende il racconto autobiografico della sua vita da poeta/tossico di strada newyorkese interrotto alla fine di Jim entra nel campo di basket. Jim ha ormai più di vent'anni, frequenta da outsider il giro poetico artistico alternativo dei primi anni '70 (e così capita di incontrare Warhol o Ginsberg o Burroughs) e ci rovescia addosso un po' delle sensazioni del periodo.
Lettura sostanzialmente inutile. Rispetto al primo volume di ricordi Jim Carroll ha perso molto dell'entusiasmo e della verve narrativa che contraddistingueva il suo diario dei '60, con in più una tendenza alla ricercatezza stilistica che non riesce mai a trasformarsi in una voce personale. Solo per appassionati del periodo.
Altro tuffo nella memoria col titolo seguente: Comma 23 di Joseph Heller. In questo caso la memoria è quella personale, che a sentire nominare Heller torna immediatamente a Comma 22, romanzo fondamentale nella mia esperienza di lettore.
Questo Comma 23 è però solo la pallida ombra del capolavoro a cui il titolo fa riferimento. Il volume raccoglie tutta la produzione breve di Heller, dai racconti giovanili, editi e inediti, ad altri episodi della vita di Yossarian tagliati o successivi rispetto a Comma 22, a una piece teatrale ispirata al romanzo, fino ad alcuni interventi dal taglio biografico/anedottico che raccontano qualche retroscena sulla stesura del romanzo e sulla sua trasposizione cinematografica.
I racconti sono interessanti, almeno quello del capitano è memorabile, ma sotteso alla lettura dell'antologia rimane continuo il confronto impossibile con quello che è diventato uno dei libri più importanti della seconda metà dello scorso secolo. E nel paragone con Comma 22 tutto diventa quasi banale, secondario.
E per finire non poteva mancare un romanzo di fantascienza: Tokyo non ci vuole più bene di Ray Loriga. Come sempre più spesso accade questo romanzo non lo troverete nello scaffale dedicato alla sf della vostra libreria di fiducia, come sempre più spesso accade nella presentazione del libro la parola fantascienza nemmeno compare. Ma come definireste voi un romanzo in cui si parla di erosione selettiva della memoria ad opera di nuove droghe legalmente vendute da regolari piazzisti in giro per il mondo?
La lettura è piacevole, con degli sprazzi di puro genio. Purtroppo però il romanzo non decolla mai verso le altezze visionarie che sembrerebbe lecito attendersi, ma si inviluppa su stesso nel racconto della solita storia d'amore sfortunata del protagonista. Lungo la strada però gli scorci interessanti non mancano, l'abbondanza di droghe sintetiche e di sesso facile fa un po' girare la testa e l'unica cosa di cui si sente un po' la mancanza è il buon vecchio rock'n'roll. Ma almeno per Loriga quei tempi sembrano essere ormai del tutto tramontati.
In definitiva Tokyo non ci vuole più bene è un romanzo interessante, forse un po' troppo freddo per i miei gusti ma che in fondo si lascia leggere senza opporre troppa resistenza.
…
Il fatto è che più passa il tempo meno sono i volumi che mi si fissano nella memoria. Lasciare un appunto, un pensiero, una nota dovrebbe servirmi a recuperare se non la sostanza almeno lo spirito di quanto vado leggendo.
Eppoi è un ottimo spunto per farci sopra delle chiacchiere, non trovate?
Partiamo dunque.
Se c'è una caratteristica che in qualche modo accomuna i libri di questo gennaio è la memoria, intesa sia come capacità di fissare un ricordo sia come viaggio nel passato più o meno recente.
Il mese è iniziato con la lettura di Soldier of the Mist di Gene Wolfe, interessante incrocio tra romanzo storico (l'ambientazione nell'antica grecia è resa in maniera magistrale) e fantasy (con l'irrompere nella vicenda del soprannaturale nella persona del pantheon greco al completo). Con queste premesse la storia sembra interessante ma non riesce mai a spiccare il volo e a rendere davvero memorabili le avventure del soldato Latro, senza memoria e ricordi ma con la capacità di vedere e parlare con gli antichi dei.
Utilizzando un artificio simile (ma ribaltandone il meccanismo) a quello impiegato nel Libro del Nuovo Sole Wolfe ripercorre la vita del protagonista dal suo punto di vista limitato ma estremamente partecipe. Purtroppo Latro non ha il carisma di Severian e le sue avventure si riducono a una serie di episodi che faticano a rendere consistente la vicenda.
Cambio completo di genere per Jim ha cambiato strada di Jim Carroll. L'autore riprende il racconto autobiografico della sua vita da poeta/tossico di strada newyorkese interrotto alla fine di Jim entra nel campo di basket. Jim ha ormai più di vent'anni, frequenta da outsider il giro poetico artistico alternativo dei primi anni '70 (e così capita di incontrare Warhol o Ginsberg o Burroughs) e ci rovescia addosso un po' delle sensazioni del periodo.
Lettura sostanzialmente inutile. Rispetto al primo volume di ricordi Jim Carroll ha perso molto dell'entusiasmo e della verve narrativa che contraddistingueva il suo diario dei '60, con in più una tendenza alla ricercatezza stilistica che non riesce mai a trasformarsi in una voce personale. Solo per appassionati del periodo.
Altro tuffo nella memoria col titolo seguente: Comma 23 di Joseph Heller. In questo caso la memoria è quella personale, che a sentire nominare Heller torna immediatamente a Comma 22, romanzo fondamentale nella mia esperienza di lettore.
Questo Comma 23 è però solo la pallida ombra del capolavoro a cui il titolo fa riferimento. Il volume raccoglie tutta la produzione breve di Heller, dai racconti giovanili, editi e inediti, ad altri episodi della vita di Yossarian tagliati o successivi rispetto a Comma 22, a una piece teatrale ispirata al romanzo, fino ad alcuni interventi dal taglio biografico/anedottico che raccontano qualche retroscena sulla stesura del romanzo e sulla sua trasposizione cinematografica.
I racconti sono interessanti, almeno quello del capitano è memorabile, ma sotteso alla lettura dell'antologia rimane continuo il confronto impossibile con quello che è diventato uno dei libri più importanti della seconda metà dello scorso secolo. E nel paragone con Comma 22 tutto diventa quasi banale, secondario.
E per finire non poteva mancare un romanzo di fantascienza: Tokyo non ci vuole più bene di Ray Loriga. Come sempre più spesso accade questo romanzo non lo troverete nello scaffale dedicato alla sf della vostra libreria di fiducia, come sempre più spesso accade nella presentazione del libro la parola fantascienza nemmeno compare. Ma come definireste voi un romanzo in cui si parla di erosione selettiva della memoria ad opera di nuove droghe legalmente vendute da regolari piazzisti in giro per il mondo?
La lettura è piacevole, con degli sprazzi di puro genio. Purtroppo però il romanzo non decolla mai verso le altezze visionarie che sembrerebbe lecito attendersi, ma si inviluppa su stesso nel racconto della solita storia d'amore sfortunata del protagonista. Lungo la strada però gli scorci interessanti non mancano, l'abbondanza di droghe sintetiche e di sesso facile fa un po' girare la testa e l'unica cosa di cui si sente un po' la mancanza è il buon vecchio rock'n'roll. Ma almeno per Loriga quei tempi sembrano essere ormai del tutto tramontati.
In definitiva Tokyo non ci vuole più bene è un romanzo interessante, forse un po' troppo freddo per i miei gusti ma che in fondo si lascia leggere senza opporre troppa resistenza.
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Jonathan Strange e il signor Norrell
Visto che tempo fa mi ero ripromesso di scrivere due righe più approfondite su Jonathan Strange e il signor Norrell e che poi invece non l'ho mai fatto, vi segnalo questa ottima recensione di Vanamonde che condivido pressoché in toto.
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27 gennaio 2007
Dick, Dick e ancora Dick (di passaggio in libreria)
In libreria c'era una volta lo spazio dei libri di fantascienza, una dozzina di scaffali ben visibili in un reparto tutto per loro. Negli ultimi anni questo spazio è andato via via riducendosi, mimetizzandosi con quello fantasy che invece è cresciuto, perdendo la sua connotazione cromatica che lo rendeva immediatamente riconoscibile (che fine anno fatto i Cosmo Oro?) per ridursi ormai a un paio di scaffali tra i libri di cinema, quelli di fantasy e i fumetti lì nei pressi.
Ma cos'è che caratterizza questo spazio? Quali sono le presenze dominanti (gli autori di moda?) che riempiono il piccolo spazio dedicato alla fantascienza nelle librerie italiane?
Fino a dieci/quindici anni fa la fantascienza in libreria era caratterizzata da due elementi immediatamente riconoscibili. I dorsi color oro e argento delle serie Nord, e poi l'immancabile taappeto di titoli del Buon Dottore. I primi erano dedicati agli specialisti del settore mentre la messe di titoli asimoviani erano destinati al frequentatore distratto, al neofita, a chi voleva assaggiare il genere. Poco importava se i romanzi in questione risalivano anche a quarant'anni prima, poco importava se nel frattempo la fantascienza era diventata qualcosa di diverso. Asimov era Asimov. E non c'era niente da fare.
Poi, verso la fine degli anni novanta, è successo qualcosa. Non so a chi vada imputata la responsabilità del cambiamento, se alla critica ufficiale, al pubblico generalista, agli editori o ai librai stessi ma di punto in bianco gli enormi spazi dedicati a Asimov sono stati poco a poco erosi dal Nuovo Grande Autore Fantascientifico del momento (nuovo per il grande pubblico almeno).
Poteva essere Gibson (che in un certo qual modo un suo spazio librario se l'era conquistato), poteva capitare a Banks (la vera bomba sf degli anni '90) e invece l'onore del titolo in questione è stato conferito a un autore scomparso ormai da una decina d'anni: Philip Kindred Dick. Il buon vecchio Dick la gloria se la merita anche, almeno per la carriera da outsider che ha condotto per tutta la sua vita, ma davvero meritava tutti i riflettori solo per lui? Siamo sicuri che avesse davvero tutti questi meriti? I suoi romanzi son tutti capolavori? Le sue idee così sfolgoranti?
Beh… sulla sua visionarietà, sulle sue capacità immaginifiche, sulla sua capacità di giocare tra realtà e paranoia c'è poco da dire. In questo Dick è stato un vero maestro. Basta leggere uno qualsiasi dei suoi racconti per rendersi conto delle sue capacità di rendere su carta la portata rivoluzionaria delle sue creazioni, delle sue visioni. Ma i romanzi? Beh… a frequentare le varie comunità sf on-line sembra che ci sia un vero e proprio culto dei romanzi dickiani, dai più rinomati fino a quelli che solo i fan più accaniti potrebbero considerare leggibili (sicuramente c'è in giro qualche estimatore anche de L'ora dei grandi vermi, tanto per dire).
Però io tutta questa ammirazione davvero non la capisco. Non ho letto tutti i romanzi del nostro, solo una mezza dozzina. Ma tra questi ci sono The Man in the HIgh Castle (a seconda della traduzione italiana La svastica sul sole o L'uomo nell'alto castello), Le tre stimmate di Palmer Eldritch e Ubik ovvero tre tra quelli che sono considerati i suoi massimi capolavori.
Non che questi romanzi siano privi di qualità, tutt'altro, ma nessuno è esente da quelli che per me sono enormi difetti. Primo tra tutti e caratteristico dello stile dickiano, una sorta di disordine compositivo, di scarsa padronanza dello sviluppo narrativo del romanzo che m'è parso presente in tutti i libri letti (con l'eccezione de La svastica sul sole, molto più curato, ma anche decisamente più normale come costruzione narrativa) e che ho trovato quanto meno fastidioso. Come se ci si ritrovasse a leggere la prima bozza di un grande romanzo che l'autore, vuoi per scarsa cura o per mancanza di tempo, avesse deciso di pubblicare così, senza troppo riguardo per chi poi quel libro lo avrebbe letto.
Insomma, se nei racconti la forma e la sostanza dell'opera dickiana merita un plauso incondizionato, tutte le volte che mi son ritrovato a leggere un suo romanzo alla fine erano la delusione e il rimpianto le sensazione più forte.
Delusione e rimpianto che si provano quando si arriva a un passo dalla rivelazione, a un attimo dalla possibilità di dare un'occhiata oltre il velo della nostra realtà, di scorgere la Verità. Tutte occasioni frustrate dall'incapacità di Dick di mantenere fino in fondo il controllo della materia narrata, del mondo ricreato dalla sua immaginazione.
So che la mia opinione è decisamente minoritaria, ma tant'è, io sono qui e aspetto le repliche dei Veri Credenti.
Ah… per quanto riguarda le librerie: mi sembra che anche la moda dickiana abbia ormai i giorni contati. Purtroppo non si vede nessuno all'orizzonte (o meglio, gli editori o chi per loro non vedono nessuno) capace di prendere il posto di Dick come apripista del reparto fantascienza. Temo in un ritorno in grande stile del Buon Dottore, o ancor peggio l'estinzione definitiva dei due poveri scaffali fantascientifici sopravvissuti.
Staremo a vedere. Per ora approfittatene, andate a comperarvi un libro di fantascienza. Finché riuscite a trovarne.
…
Ma cos'è che caratterizza questo spazio? Quali sono le presenze dominanti (gli autori di moda?) che riempiono il piccolo spazio dedicato alla fantascienza nelle librerie italiane?
Fino a dieci/quindici anni fa la fantascienza in libreria era caratterizzata da due elementi immediatamente riconoscibili. I dorsi color oro e argento delle serie Nord, e poi l'immancabile taappeto di titoli del Buon Dottore. I primi erano dedicati agli specialisti del settore mentre la messe di titoli asimoviani erano destinati al frequentatore distratto, al neofita, a chi voleva assaggiare il genere. Poco importava se i romanzi in questione risalivano anche a quarant'anni prima, poco importava se nel frattempo la fantascienza era diventata qualcosa di diverso. Asimov era Asimov. E non c'era niente da fare.
Poi, verso la fine degli anni novanta, è successo qualcosa. Non so a chi vada imputata la responsabilità del cambiamento, se alla critica ufficiale, al pubblico generalista, agli editori o ai librai stessi ma di punto in bianco gli enormi spazi dedicati a Asimov sono stati poco a poco erosi dal Nuovo Grande Autore Fantascientifico del momento (nuovo per il grande pubblico almeno).
Poteva essere Gibson (che in un certo qual modo un suo spazio librario se l'era conquistato), poteva capitare a Banks (la vera bomba sf degli anni '90) e invece l'onore del titolo in questione è stato conferito a un autore scomparso ormai da una decina d'anni: Philip Kindred Dick. Il buon vecchio Dick la gloria se la merita anche, almeno per la carriera da outsider che ha condotto per tutta la sua vita, ma davvero meritava tutti i riflettori solo per lui? Siamo sicuri che avesse davvero tutti questi meriti? I suoi romanzi son tutti capolavori? Le sue idee così sfolgoranti?
Beh… sulla sua visionarietà, sulle sue capacità immaginifiche, sulla sua capacità di giocare tra realtà e paranoia c'è poco da dire. In questo Dick è stato un vero maestro. Basta leggere uno qualsiasi dei suoi racconti per rendersi conto delle sue capacità di rendere su carta la portata rivoluzionaria delle sue creazioni, delle sue visioni. Ma i romanzi? Beh… a frequentare le varie comunità sf on-line sembra che ci sia un vero e proprio culto dei romanzi dickiani, dai più rinomati fino a quelli che solo i fan più accaniti potrebbero considerare leggibili (sicuramente c'è in giro qualche estimatore anche de L'ora dei grandi vermi, tanto per dire).
Però io tutta questa ammirazione davvero non la capisco. Non ho letto tutti i romanzi del nostro, solo una mezza dozzina. Ma tra questi ci sono The Man in the HIgh Castle (a seconda della traduzione italiana La svastica sul sole o L'uomo nell'alto castello), Le tre stimmate di Palmer Eldritch e Ubik ovvero tre tra quelli che sono considerati i suoi massimi capolavori.
Non che questi romanzi siano privi di qualità, tutt'altro, ma nessuno è esente da quelli che per me sono enormi difetti. Primo tra tutti e caratteristico dello stile dickiano, una sorta di disordine compositivo, di scarsa padronanza dello sviluppo narrativo del romanzo che m'è parso presente in tutti i libri letti (con l'eccezione de La svastica sul sole, molto più curato, ma anche decisamente più normale come costruzione narrativa) e che ho trovato quanto meno fastidioso. Come se ci si ritrovasse a leggere la prima bozza di un grande romanzo che l'autore, vuoi per scarsa cura o per mancanza di tempo, avesse deciso di pubblicare così, senza troppo riguardo per chi poi quel libro lo avrebbe letto.
Insomma, se nei racconti la forma e la sostanza dell'opera dickiana merita un plauso incondizionato, tutte le volte che mi son ritrovato a leggere un suo romanzo alla fine erano la delusione e il rimpianto le sensazione più forte.
Delusione e rimpianto che si provano quando si arriva a un passo dalla rivelazione, a un attimo dalla possibilità di dare un'occhiata oltre il velo della nostra realtà, di scorgere la Verità. Tutte occasioni frustrate dall'incapacità di Dick di mantenere fino in fondo il controllo della materia narrata, del mondo ricreato dalla sua immaginazione.
So che la mia opinione è decisamente minoritaria, ma tant'è, io sono qui e aspetto le repliche dei Veri Credenti.
Ah… per quanto riguarda le librerie: mi sembra che anche la moda dickiana abbia ormai i giorni contati. Purtroppo non si vede nessuno all'orizzonte (o meglio, gli editori o chi per loro non vedono nessuno) capace di prendere il posto di Dick come apripista del reparto fantascienza. Temo in un ritorno in grande stile del Buon Dottore, o ancor peggio l'estinzione definitiva dei due poveri scaffali fantascientifici sopravvissuti.
Staremo a vedere. Per ora approfittatene, andate a comperarvi un libro di fantascienza. Finché riuscite a trovarne.
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22 gennaio 2007
Buon compleanno, nonna Laura!
Voi riuscite a immaginarvi con 97 anni di ricordi? Con 97 anni di vita, con due guerre mondiali che ti attraversano la strada, con una famiglia che cresce, che nasce, con qualcuno che muore o che si perde? Per novantasette anni?
Io non ci riesco, e quando parlo con mia nonna Laura, che proprio oggi festeggia il novantasettesimo compleanno, rimango sempre meravigliato. Quante cose devono aver visto i suoi occhi, com'è cambiata la realtà dal suo punto di vista. A lei che è nata contadina nel Trentino dell'imperatore, che effetto potrà mai fare la nostra fretta, tutti i nostri impegni, il nostro essere costantemente di corsa?
Nemmeno un mese fa Francesco, che tra poco compie nove anni, doveva intervistare la persona più anziana della famiglia come compito delle vacanze. Abbiamo preso l'occasione al volo per rivivere con la nonna i tempi della sua infanzia, quando finita la scuola andava a pascolare le pecore sui monti della val di Non, la sua paura di incontrare l'orso (e quando l'incontro avvenne davvero la corsa a perdifiato per tornare a casa), gli anni terribili della prima guerra mondiale, con la fame patita che ancora la fa star male, l'andar via di casa appena dodicenne, a servizio nelle case dei signori, a Trento, e poi fino a Napoli, e poi di nuovo a Bolzano. I signori gentili e quelli da temere, e poi metter su famiglia, con un'altra guerra alle porte…
E questi sono solo i suoi primi quarant'anni, la mia età insomma. Quarant'anni davvero inconcepibili per me, seduto dietro al monitor a far passare il tempo, a chiacchierare amabilmente di libri o di cinema o di fotografia.
Che poi a ben guardare se sono qua a scrivere queste righe un po' di responsabilità ce l'ha sicuramente anche lei, che quello che sono è anche il posto da dove arrivo, la famiglia in cui sono cresciuto. La storia che lei, che noi, abbiamo vissuto.
Non so se abbiamo ancora dei debiti con chi ci ha preceduto, di certo almeno un grazie i miei nonni se lo meritano. Grazie quindi nonna Laura. Per tutti i tuoi 97 anni di lavoro, di gioia e di dolore. Per essere sempre stata la roccia su cui tutti potevano contare, per le torte e i regali, per i ricordi, per la famiglia che col nonno siete riusciti a crescere.
Grazie e auguri.
Buon novantasettesimo compleanno!
…
Io non ci riesco, e quando parlo con mia nonna Laura, che proprio oggi festeggia il novantasettesimo compleanno, rimango sempre meravigliato. Quante cose devono aver visto i suoi occhi, com'è cambiata la realtà dal suo punto di vista. A lei che è nata contadina nel Trentino dell'imperatore, che effetto potrà mai fare la nostra fretta, tutti i nostri impegni, il nostro essere costantemente di corsa?
Nemmeno un mese fa Francesco, che tra poco compie nove anni, doveva intervistare la persona più anziana della famiglia come compito delle vacanze. Abbiamo preso l'occasione al volo per rivivere con la nonna i tempi della sua infanzia, quando finita la scuola andava a pascolare le pecore sui monti della val di Non, la sua paura di incontrare l'orso (e quando l'incontro avvenne davvero la corsa a perdifiato per tornare a casa), gli anni terribili della prima guerra mondiale, con la fame patita che ancora la fa star male, l'andar via di casa appena dodicenne, a servizio nelle case dei signori, a Trento, e poi fino a Napoli, e poi di nuovo a Bolzano. I signori gentili e quelli da temere, e poi metter su famiglia, con un'altra guerra alle porte…
E questi sono solo i suoi primi quarant'anni, la mia età insomma. Quarant'anni davvero inconcepibili per me, seduto dietro al monitor a far passare il tempo, a chiacchierare amabilmente di libri o di cinema o di fotografia.
Che poi a ben guardare se sono qua a scrivere queste righe un po' di responsabilità ce l'ha sicuramente anche lei, che quello che sono è anche il posto da dove arrivo, la famiglia in cui sono cresciuto. La storia che lei, che noi, abbiamo vissuto.
Non so se abbiamo ancora dei debiti con chi ci ha preceduto, di certo almeno un grazie i miei nonni se lo meritano. Grazie quindi nonna Laura. Per tutti i tuoi 97 anni di lavoro, di gioia e di dolore. Per essere sempre stata la roccia su cui tutti potevano contare, per le torte e i regali, per i ricordi, per la famiglia che col nonno siete riusciti a crescere.
Grazie e auguri.
Buon novantasettesimo compleanno!
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16 gennaio 2007
Aria nuova?
Mica tanto…
Ho provato a fare qualche cambiamento alla grafica del blog. Il template che ho sfruttato (snapshot tequila) mi pare effettivamente più fresco del precedente, anche se non è certo il massimo. Per ora comunque rimarrà così, almeno fino a quando non riuscirò a trovare il tempo di capire come funzionano gli stili e i template e riuscire quindi a sfoggiare una grafica personalizzata.
Se poi Annalisa che è l'artista di casa decidesse di darmi una mano…
Ho provato a fare qualche cambiamento alla grafica del blog. Il template che ho sfruttato (snapshot tequila) mi pare effettivamente più fresco del precedente, anche se non è certo il massimo. Per ora comunque rimarrà così, almeno fino a quando non riuscirò a trovare il tempo di capire come funzionano gli stili e i template e riuscire quindi a sfoggiare una grafica personalizzata.
Se poi Annalisa che è l'artista di casa decidesse di darmi una mano…
09 gennaio 2007
Me vs. la Letteratura Italiana
Stavo riflettendo sul mio rapporto con la letteratura italiana.
Sono arrivato alla conclusione che i maggiori responsabili dei miei pregiudizi riguardanti le capacità letterarie dei nostri connazionali sono due.
Il primo è il sig. Giacomo Leopardi. Con la complicità del corpo insegnante tutto mi ha fatto credere che per essere letterati sia necessario soffrire, sia d'obbligo il dedicarsi alla biblioteca di famiglia e il rifugiarsi in un eremo lontano dalle umane vicende. Secondo i professori che hanno accompagnato i miei poco amati percorsi letterari scolastici l'Autore italiano perfetto dovrebbe astenersi dal lavoro manuale, evitare di mescolarsi alle persone comuni, vivere in uno stato di esaltazione artistica sfociante nel metafisico, dedicarsi alla composizione dell'opera definitiva, soffrire di qualche malanno fisico e/o amoroso e/o politico.
O sì, ci sono delle eccezioni, ma l'unica che ricordo è quella del buon vecchio Cecco Angiolieri , antesignano del cyberpunk apocalittico più spinto, ovviamente poco gradito all'establishment letterario e troppo avanti per la cultura del suo tempo. Se i professori ci dedicano un po' d'attenzione è proprio per evidenziarne l'eccezionalità, non certo per farne riferimento letterario o pietra di paragone.
Il secondo responsabile della mia scarsa attenzione alla produzione artistica nostrana è senza dubbio Henry Miller.
Certo non è l'unico, ma mi pare che in lui siano riassunte molto bene le caratteristiche di quella schiera infinita di altri autori esuberanti, sbevazzoni, tossici, o semplicemente fantascientifici, che hanno accompagnato le mie esplorazioni letterarie lungo la via.
Questa gente m'ha convinto che per scrivere bisogna innanzitutto vivere, o almeno guardarsi attorno; che l'opera letteraria non deve puntare (solo) allo sconvolgimento delle coscienze, ma può essere anche puro intrattenimento; che un romanzo non debba per forza puntare a sviscerare i massimi sistemi, ma possa anche avvincere, divertire, emozionare.
Secondo voi a chi avrei dovuto prestare più attenzione?
Ai professori che predicavano o agli scrittori che viaggiavano?
Ecco quindi le mie conclusioni.
Se io non riesco ad apprezzare compiutamente le proposte dei nostri autori non crediate che non abbia gusto, che rinneghi le mie origini o che sia un ignorantone qualsiasi. Date piuttosto la colpa ai signori succitati. Io sono solo la vittima delle cattive compagnie incontrate per strada.
Sono arrivato alla conclusione che i maggiori responsabili dei miei pregiudizi riguardanti le capacità letterarie dei nostri connazionali sono due.
Il primo è il sig. Giacomo Leopardi. Con la complicità del corpo insegnante tutto mi ha fatto credere che per essere letterati sia necessario soffrire, sia d'obbligo il dedicarsi alla biblioteca di famiglia e il rifugiarsi in un eremo lontano dalle umane vicende. Secondo i professori che hanno accompagnato i miei poco amati percorsi letterari scolastici l'Autore italiano perfetto dovrebbe astenersi dal lavoro manuale, evitare di mescolarsi alle persone comuni, vivere in uno stato di esaltazione artistica sfociante nel metafisico, dedicarsi alla composizione dell'opera definitiva, soffrire di qualche malanno fisico e/o amoroso e/o politico.
O sì, ci sono delle eccezioni, ma l'unica che ricordo è quella del buon vecchio Cecco Angiolieri , antesignano del cyberpunk apocalittico più spinto, ovviamente poco gradito all'establishment letterario e troppo avanti per la cultura del suo tempo. Se i professori ci dedicano un po' d'attenzione è proprio per evidenziarne l'eccezionalità, non certo per farne riferimento letterario o pietra di paragone.
Il secondo responsabile della mia scarsa attenzione alla produzione artistica nostrana è senza dubbio Henry Miller.
Certo non è l'unico, ma mi pare che in lui siano riassunte molto bene le caratteristiche di quella schiera infinita di altri autori esuberanti, sbevazzoni, tossici, o semplicemente fantascientifici, che hanno accompagnato le mie esplorazioni letterarie lungo la via.
Questa gente m'ha convinto che per scrivere bisogna innanzitutto vivere, o almeno guardarsi attorno; che l'opera letteraria non deve puntare (solo) allo sconvolgimento delle coscienze, ma può essere anche puro intrattenimento; che un romanzo non debba per forza puntare a sviscerare i massimi sistemi, ma possa anche avvincere, divertire, emozionare.
Secondo voi a chi avrei dovuto prestare più attenzione?
Ai professori che predicavano o agli scrittori che viaggiavano?
Ecco quindi le mie conclusioni.
Se io non riesco ad apprezzare compiutamente le proposte dei nostri autori non crediate che non abbia gusto, che rinneghi le mie origini o che sia un ignorantone qualsiasi. Date piuttosto la colpa ai signori succitati. Io sono solo la vittima delle cattive compagnie incontrate per strada.
04 gennaio 2007
Flickr. Anno secondo.
Il cane portoghese, by Iguana Jo.
Se da una parte lo stimolo a fotografare sempre meglio e sempre di più è rimasto inalterato dall'altra la sopresa della scoperta, l'entusiasmo dell'esplorazione sono andati via via calando nel corso dei mesi di quest'anno flickriano. Il calo è senz'altro fisiologico, ma a volte mi prende il dubbio: che abbia già raggiunto la mia soglia di saturazione visiva? A forza di vedere immagini si diventa molto più critici rispetto alla qualità tecnica e alle emozioni che sono in grado di convogliare e quindi molto più esigenti rispetto a quanto flickr ha da offrire. Questo per me vuol dire essere molto più selettivo nella scelta dei contatti, molto più parco nel lasciare commenti entusiastici e decisamente più concentrato sulla mia produzione rispetto a quella altrui. Questo non significa aver perso la voglia di guardarsi intorno ma piuttosto, vista anche la contemporanea riduzione del mio tempo disponibile per la rete, una maggior attenzione a chi di stimoli continua ad offrirne, a chi continua ad avere qualcosa da insegnare, oltre che a quelle conoscenze che via via che passa il tempo tendono a trasformarsi in amicizie.
Perché quest'anno è stato caratterizzato anche dalla scoperta fisica e reale delle persone dietro alle macchine fotografiche. Molte delle icone che vedevo comparire nei vari stream fotografici sono diventate facce, parole, persone vere. In questa voglia di conoscersi e confrontarsi ho probabilmente riversato tutto l'entusiasmo risparmiato in rete: in fondo le persone sono più importanti delle foto che postano, no? Beh… c'è un sacco di bella gente in giro, sapete. E a chi prova a ripetermi che la rete isola le persone… beh… non so proprio più cosa dire.
Da questi incontri, dalle chiacchiere in rete, dai contatti e dalle comunicazioni virtuali nascono un sacco di cose, alcune realizzabili, altre ipotetiche. Alla fine ti trovi con mille progetti, iniziative, programmi. Ecco quindi che in questi mesi flickr è passato dall'essere il fine ultimo della mia attività fotografica (e lo è stato, almeno in parte, all'inizio) a una mera possibilità, magari una vetrina, senz'altro un canale di comunicazione e uno stimolo al confronto ma senza più rappresentare, almeno per quanto mi riguarda, lo sbocco pubblico esclusivo della mia attività fotografica. Dopotutto nell'ultimo anno abbiamo iniziato (io e Annalisa) a scattare a livello semi-professionale. a vendere foto, a pensare a ipotetiche mostre. Insomma, quello che è nato soprattutto come un gioco sta crescendo. Vedremo in futuro come e se si trasformerà in qualcos'altro.
Rimanete collegati.
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