27 agosto 2011

Letture. Robot 57, 58, 59, 60 - Prima parte

Inizialmente questo post doveva contenere solo una serie di annotazioni sui racconti contenuti negli ultimi numeri. Poi le cose mi sono sfuggite di mano e visto la lunghezza spropositata raggiunta dal testo (almeno per i miei standard) ho pensato bene di dividerlo in due parti.
In questa prima parte si tratterà della componente non narrativa di Robot. Nella prossima seguiranno alcune note sui racconti contenuti nei quattro numeri presi in considerazione.



Illustrazione di Stephan Martiniere dalla copertina di Robot 56.

Negli ultimi mesi ho cercato di rimettermi in pari con la lettura di Robot. Non ci sono ancora riuscito: qualche settimana fa è uscito il numero 63. Sono comunque arrivato al ventesimo numero della nuova edizione della rivista diretta da Vittorio Curtoni e venti mi pare un buon numero per poter fare qualche osservazione sul progetto editoriale che caratterizza Robot.

Non ho molti dubbi: Robot è la miglior rivista di fantascienza edita in Italia. Lo so, vi leggo nel pensiero (ad alcuni di voi, perlomeno), vi state chiedendo: e Urania?
Urania ha smesso di essere una rivista (se lo è mai stata) un sacco di tempo fa. Ora è una collana di volumi di fantascienza da edicola con qualche articolo messo lì, se c'è spazio, a fare a da tappabuchi.
Robot è invece una pubblicazione che propone, insieme a una buona quantità di narrativa breve, articoli, saggi e interviste che coprono tutta l'estensione dello spettro della produzione fantascientifica internazionale: dalla letteratura al cinema, dalla televisione ai fumetti, dalle fanzine ai giochi.

Definire Robot la "miglior rivista di fantascienza in Italia" è comunque gioco facile. Come sappiamo bene, nel settore non c'è una gran concorrenza. E se è vero che Robot è curata in modo professionale, è anche vero che tra la messe di parole a tema fantascientifico presenti in ogni numero, faccio fatica a trovare articoli che si dimostrino effettivamente interessanti, specie riguardo a letteratura e cinema, che sono poi gli argomenti di cui leggo più volentieri. Quel che lamento non è tanto una mancanza di interesse verso questi argomenti, tutt'altro. Quel che mi pare piuttosto criticabile è l'approccio e il taglio scelto per presentarli ai lettori.

In effetti Robot dedica molto spazio alla fantascienza cinematografica e letteraria.
Le pagine dedicate al cinema sono di solito dedicate a interviste (piuttosto debolucce) ad attori e registi e alla presentazione di pellicole in uscita. Se le prime possono destare una qualche curiosità, delle seconde si potrebbe fare a meno, visto l'insuperabile concorrenza della rete per ciò che riguarda la mera informazione. Quel che manca del tutto è uno spazio critico di approfondimento, o almeno un tentativo di analisi più argomentata, su singole pellicole o argomenti legati al cinema fantascientifico. Un po' come gli articoli che Roberto Taddeucci dedica - sempre su Robot - a singole serie televisive.

Per quanto riguarda la fantascienza letteraria la questione è diversa, e qui temo entrino in gioco più gli interessi personali che non l'effettivo peso delle proposte di Robot. Per farla breve, trovo che l'attenzione che la rivista dedica alla fantascienza declinata al passato, per quanto meritoria, ben poco abbia a che fare con quel che la fantascienza è diventata, qui e ora, anno 2011. Gli articoli di Giuseppe Lippi, o quelli firmati da Salvatore Proietti, sono notevoli esempi di approfondimento. Che trattino di singoli autori, di particolari tematiche o periodi, leggerli è comunque molto istruttivo. Mi piacerebbe che la stessa attenzione fosse dedicata a temi, autori, romanzi scritti negli ultimi anni, piuttosto che durante il secolo scorso. E invece per quel che riguarda il presente ci si deve accontentare di articoli che riassumo, elencano o al massimo accennano, al vasto calderone fantascientifico odierno.

Temo però che questa attenzione al passato sia un po' una scelta obbligata per la redazione della rivista.
Chi legge Robot? Chi sono i lettori di fantascienza in Italia? Frequentando ormai da qualche anno l'ambiente la mia percezione è che gran parte del pubblico italiano di fantascienza sia formato da lettori fondamentalmente nostalgici. Lettori ben oltre la mezza età, pronti a rimpiangere il bel tempo antico in cui edicole e librerie pullulavano di romanzi fantascientifici decisamente migliori di quelli attuali, un tempo in cui si sfornavano capolavori uno dopo l'altro, e dove la fantascienza era fantascienza, il fantasy fantasy, gli uomini erano uomini, le donne non esistevano e gli alieni si comportavano da alieni.
Ovviamente un tempo del genere non è mai esistito, ma vaglielo a spiegare al lettore medio, che si incazza se non gli proponi la sua dose di avventura spaziale mensile!

Ma se c'è un problema di lettori, c'è certamente anche un problema di autori. Chi scrive su Robot? O meglio, chi mai potrebbe scrivere su Robot gli articoli di cui sento la mancanza?
Per scrivere criticamente sulla fantascienza contemporanea bisognerebbe prima leggerla, e sappiamo tutti quale sia lo stato del mercato librario fantascientifico nostrano. Del resto la causa della condizione in cui versa la fantascienza letteraria in Italia non è certo Robot, che è anzi uno dei pochissimo spazi rimasti dove la qualità della produzione fantascientifica recente è sempre in primo piano. E poi, anche a guardarsi attorno, nemmeno in rete - che su carta è impensabile - si trova un granché di solido e approfondito in italiano su testi e autori degli ultimi anni.
Forse (forse!) bisognerebbe recuperare e tradurre qualche pezzo interessante proveniente dall'estero (vedi per esempio l'intervista a Charlie Stross di Michael Lohr, pubblicata su Robot 50), anche se non so proprio a chi potrebbe interessare un qualsiasi approfondimento su testi o autori che non sono poi reperibili in italiano.

La situazione quindi è tutt'altro che rosea, ma nonostante tutto sono convinto che se Robot concedesse più spazio critico alla fantascienza attuale, oltre che dedicarsi alla storia della stessa, farebbe un grosso favore non solo a me, che apprezzerei di certo, ma anche alle sorti generali della fantascienza in Italia.

(continua…)

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22 agosto 2011

La settimana scorsa (e le prossime)

Il Catinaccio visto dallo Sciliar by Iguana Jo
A photo by Iguana Jo on Flickr.

La settimana scorsa c'è stato l'Iguana Summer Special, che nonostante le defezioni dell'ultima ora (e della prima e della penultima) ha confermato in pieno le previsioni: bella gente, ottima compagnia, caldo e chiacchiere. Anche il barbecue è andato abbastanza bene nonostante qualche costaiola sia rimasta carbonizzata nel processo.
Siamo rimasti tutti concordi che il prossimo incontro si terrà in una pizzeria sotto casa di Elvezio. I motivi di una tale scelta a noi sul momento sono parsi ovvi. A mente fredda non sono più tanto sicuro che avvicinarsi al malpertugio sarebbe mossa utile e sufficiente, ma oh… staremo a vedere.

Tra le altre cose fatte la scorsa settimana, in ferie, a casa:
- ho messo finalmente mano alle foto scattate durante la nostra settimana a spasso tra le dolomiti (vedi foto qui sopra). Se i miei compagni di avventura mi autorizzeranno vedrò di postare il risultato su youtube, per la gioia di grandi e piccini.
- abbiamo (ri)visto un sacco di film con la figliolanza. Tra i tanti segnalo il successo di Die Hard (McClane è sempre McClane) e la conferma del King Kong di Peter Jackson quale filmone di qualità bestiale. Era dalla sua uscita al cinema che non lo rivedevo, ma oh… che film!
- ho disertato completamente la rete: no blog, no forum, no flickr, no facebook/google+. Ho scoperto però con molto piacere che da qualche giorno è on-line la nuova versione del Vegettalogo.
Una delle più belle sorprese nella mia ormai decennale (sigh…) frequentazione del sottobosco fantascientifico nazionale è stata ricevere il CD originale del Catalogo speditomi da Ernesto Vegetti dopo aver contribuito con una manciata di titoli al suo incredibile database. Vederlo oggi in una forma finalmente accessibile in modo rapido e intuitivo (due cose che, ahimè, non erano certo caratteristiche principali della vecchia incarnazione del Catalogo) è una gran bella notizia. Onore al merito a Silvio Sosio che s'è sobbarcato il non facile lavoro di conversione dei dati.
- non ho ancora ricevuto i libri ordinati dieci giorni fa su amazon, ma nel frattempo ho scoperto che il mese prossimi esce il nuovo romanzo di Greg Egan. Poco male, Egan è uno dei pochi autori che seguo regolarmente i cui libri sono regolarmente tradotti su Urania. Speriamo di non essere smentito.

Finite le ferie, il blog riparte. Le intenzioni di postare regolarmente ci sono tutte. Detto questo, metto subito le mani avanti: le prossime settimane dovrebbero essere molto impegnative sul fronte lavorativo (da un lato lo spero, che qua siamo sempre a rischio, però oh… lavorare stanca!) quindi non è detto che alle intenzioni seguano i fatti.
Comunque vada, tra le varie cose di cui mi piacerebbe parlare ci sono Robot, un paio di romanzi di fantascienza d'epoca (Gomorra e dintorni e Female Man) e un confronto tra la space opera di due autori piuttosto famosi. Più avanti arriveranno anche Ian McDonald e George Martin, ma non trattenete il respiro nell'attesa.

Le vacanze sono finite. Si ricomincia.

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10 agosto 2011

Cinquanta Sterline

In Nimes by Iguana Jo
A photo by Iguana Jo on Flickr.

Qualche tempo fa m'è capitato di vincere un concorso fotografico indetto da New Scientist. Ora mi è arrivato l'ambito premio: un buono da 50 Pounds da sperperare su Amazon UK.

Dato che non sono abituato a spendere in un colpo siffatti importi in libreria, vi chiedevo aiuto per selezionare al meglio il mio investimento.
Al momento nel carrello ho i seguenti titoli, per un totale di circa 30 sterline:

A Dance With Dragons di George R. R. Martin

Rule 34 di Charles Stross

The City & The City di China Mieville

Surface Detail di Iain M. Banks


Tra i volumi che prima o poi prenderò ci sono anche The Steel Remains di Richard Morgan e The Fallen Blade di Jon Courtenay Grimwood, ma questi due possono aspettare, che ho già un paio di volumi dei rispettivi autori in attesa di lettura.

Cosa aggiungo alla lista?
E vedete di essere convincenti!

Grazie!

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09 agosto 2011

Iguana Summer Special

Surfer at Anglet Beach by Iguana Jo
A photo by Iguana Jo on Flickr.

Benritrovati! Dopo una pausa (troppo, troppo breve…) di una decina di giorni a zonzo per il sud della Francia e il nord della Spagna siamo tornati all'ovile. Il tempo è stato bello, il traffico accettabile, i luoghi interessanti, la compagnia ottima. Magari uno di questi giorni posto qualcosa di più sostanzioso, che i paesi baschi meritano qualche considerazione in più, e poi, vabbé, ci sarà di che chiacchierare a proposito delle letture che hanno accompagnato la vacanza… (Banks rulez!).
Ma non divaghiamo, che ormai manca solo una settimana all' Iguana Summer Special!
Se n'è parlato alla fine di luglio, ora è tempo di decisioni. Viste le preferenze dei partecipanti (o la mancanza delle stesse), ho pensato bene di fissare il giorno dell'incontro a martedì 16 agosto.
Ora manca solo da decidere il luogo dell'appuntamento e quello del gozzoviglio. Per una migliore valutazione delle possibilità avrei però bisogno di sapere il numero preciso dei partecipanti e la loro motilità(!).
Insomma, venite a piedi? in macchina? in treno? in bicicletta?
Venite con morose/i, compagne/i, amici, parenti?
A che ora pensate di riuscire ad essere a Modena?

Per favore, mandatemi una mail con queste informazioni all'indirizzo iguanajo (at) gmail (punto) com
Una volta raccolte tutte le info vi invierò una risposta con tutte le informazioni logistiche del caso.
Ah… se ci fosse qualche ritardatario che si volesse aggregare sappia che è il benvenuto, sol che si faccia vivo entro due/tre gironi al massimo.

A presto!

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27 luglio 2011

Si parte!

Carcassoooooonnnnnnnneee…… by Iguana Jo
A photo by Iguana Jo on Flickr.

Domani mattina sveglia alle cinque e poi via, destinazione Bayonne e dintorni, con una sosta a Nîmes lungo la strada.
Oltre a salutare tutti, con questo post volevo anche chiedervi qualche consiglio per il viaggio di ritorno. Non abbiamo ancora deciso la rotta, ma dovremmo avere un tre giorni da trascorrere lungo la strada tra Bayonne e casa. Se conoscete città, paesi, villaggi, parchi o castelli o località di qualsiasi altro genere che valgano la visita, beh… fatevi avanti.
Noi siamo già stati a Bordeaux, Tolouse, Carcassonne e Avignone, e, tra andata e ritorno, una sosta in una di queste città è altamente probabile, ma ogni ulteriore suggerimento è benvenuto!

Ci si sente tra una decina di giorni (anche se stavolta pare riusciremo a rimanere collegati, almeno durante la nostra permanenza in Aquitania) o, per chi c'è, ci si vede a Modena per l'Iguana Summer Special.

Ciao!

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26 luglio 2011

Via d'uscita (Sick Building Syndrome)

Headhunter - Urban by Iguana Jo
A photo by Iguana Jo on Flickr.
Da qualche minuto è on-line il mio capitolo di Sick Building Syndrome. È il quindicesimo e si intitola Via d'uscita.
Sick Building Syndrome è un esperimento di scrittura condivisa messo in piede da Davide Mana e compagni. Il racconto è partito ormai due mesi fa ed è proseguito grazie alla partecipazione di un'agguerrita banda di autori che hanno offerto, capitolo dopo capitolo, il loro contributo all'evoluzione della vicenda.

Io non sono uno scrittore. Questa è la seconda volta in tutta la mia vita che pubblico un brano di narrativa. Se ho incoscientemente deciso di partecipare è per il clima positivo che circonda il palazzo malato. Le modalità e le regole con cui è stato messo in piedi questo Round Robin mi sono sembrate un ottimo sistema per mettermi alla prova in qualcosa che altrimenti non avrei mai sperimentato (aver preso un impegno con relativa scadenza aiuta!).

Se c'è una cosa che ho imparato in questi giorni di scrittura e riscrittura è che scrivere è faticoso. Ed erano solo 1000 parole!
L'altra cosa che ho imparato è che no, non ho proprio la stoffa dell'autore. Però vedere che tutto 'sto scrivere alla fine produce qualcosa è comunque una soddisfazione. È l'atto della creazione, suppongo.

Tornando a Via d'uscita, non ho idea se quel che ho scritto è all'altezza dei capitoli precedenti: l'ho riletto ormai troppe volte per riuscire a vederlo dall'esterno e giudicarlo con obiettività. Posso dire che sono moderatamente soddisfatto e che qualsiasi nota critica al riguardo mi farebbe sol piacere. Se poi vi rimanesse qualche dubbio o perplessità, beh… non esitate a chiedere.
'mo filate a leggere, poi magari mi fate sapere la vostra opinione. Grazie!

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22 luglio 2011

Iguana Summer Special

Iguana Beona by Iguana Jo

Non so voi, ma io ho sempre vissuto la mia esperienza in rete come una continuazione della mia vita quotidiana. Per questo motivo, sin dai tempi delle mailing list, ho approfittato di ogni occasione per rendere reali e tangibili i miei interlocutori dall'altra parte della rete. E anche se i tempi dell'"incontrare gente che non conosco per parlare di cose che non esistono" sono ormai lontani, ogni occasione è buona per vedere amici e passanti che frequentano questo blog e quelli limitrofi.
Le occasioni però bisogna anche crearle.

Per questo motivo è nato l'Iguana Summer Special!

Siete liberi nei giorni tra il 16 e il 18 agosto?
Avete a disposizione un mezzo di trasporto in grado di portarvi fino a Modena?
Volete partecipare a un pranzo in compagnia, a base di specialità emiliane (almeno credo!), bevande per tutti i gusti e soprattutto chiacchiere, discorsi e discussioni a ruota libera?

Se le risposte sono positive, segnatevi nello spazio commenti o scrivetemi in privato, che verifichiamo quanti siamo e decidiamo come organizzarci.

Al momento i partecipanti, oltre al sottoscritto, sono alcuni tra i più noti frequentatori di queste pagine: Steamdave, Marco, Elvezio e Nick.
Man mano che raccoglierò altre adesioni amplierò l'elenco.

L'evento è aperto a chiunque abbia voglia di fare un salto fin qua.
Per organizzare al meglio le cose fatemi sapere entro martedì 9 agosto se avete voglia di partecipare.
Grazie!

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20 luglio 2011

Letture: Swanwick, Doctorow, King

San Francisco Blue I by Iguana Jo
A photo by Iguana Jo on Flickr.
Michael Swanwick - I draghi del ferro e del fuoco
Erano anni che aspettavo di leggere La figlia del drago di ferro, almeno da quando ho scoperto essere l'espansione di Ferro freddo cuore d’acciaio, uno dei migliori racconti mai apparso sul'Isaac Asimov Science Fiction Magazine edito dalla Phoenix nei lontani anni '90 del secolo scorso.
Quando finalmente ne è stata annunciata la ristampa (una prima edizione italiana, introvabile, era stata data alle stampe da Fanucci nel 1994) su Epix prima, in un Millemondi poi, mi sono disposto a una paziente attesa, che viste le traversie delle collane da edicola Mondadori non ero proprio certo che sarei mai riuscito a leggerlo. E invece eccolo, e oltre al primo romanzo, I draghi del ferro e del fuoco raccoglie anche l'altro romanzo di Michael Swanwick ambientato nello stesso universo narrativo, scritto quindici anni dopo il primo: I draghi di Babele.

Si sa, le aspettative possono giocare brutti scherzi. In questo caso le premesse per un'ottima lettura c'erano tutte e nei primi capitoli de La figlia del drago di ferro ho ritrovato quanto ricordavo dalla lettura del vecchio racconto: l'atmosfera cupa, i personaggi oscuri, il senso di oppressione e poi la fabbrica e i draghi…
Purtroppo la tensione che Michael Swanwick ha sapientemente alimentato nella prima parte del romanzo evapora con la fuga di Jane dalla fabbrica e la sua trasformazione da bimba operaia in ragazza in carriera. Col passaggio dai confini della prigione/fabbrica agli spazi del mondo esterno, che la vedranno Jane alle prese con crisi adolescenziali, società repressiva e sesso magico, l'autore pare perdere il controllo della sua creatura, soprattutto delle relazioni che instaura con gli altri personaggi del romanzo.
Michael Swanwick scrive bene, non c'è dubbio: personaggi e ambiente colpiscono il lettore e rimangono nella memoria. Quello che ho trovato via via sempre più irritante è la progressiva supponenza (non saprei come meglio descriverla) della costruzione narrativa messa in piedi dall'autore, che se ne frega di linearità ed equilibrio e coerenza, in nome di una qualche aspirazione superiore che continua però a sfuggire per tutto il corso della lettura. Tanto che non so decidermi se La figlia del drago di ferro rappresenti più un esercizio di stile sfuggito al controllo o il tentativo di scrivere il Grande Romanzo Fantasy degli anni '90, che in effetti la sua miscela di economia turbo-capitalista, politica mago-fascista e potere sessual-arcano rendono il romanzo di Swanwick piuttosto originale. Gli ingredienti per un gran bel romanzo c'erano tutti, quel che forse è mancata è solo un pizzico di umiltà.
Con I draghi di Babele la lettura procede più lineare e compatta. Anche il disordine, che forse è la caratteristica più evidente nella progressione della storia di Jane ne La figlia del drago di ferro, è notevolmente ridimensionato. La storia di Will, giovane protagonista del romanzo, procede tra sussulti e colpi di scena, meraviglie e inganni fino all'agognato finale. Rispetto al suo predecessore la costruzione della trama, pur mantenendo costante una certa complessità nello sfondo, scorre in modo più tradizionale, e anche se l'autore incappa in quello che per me è un peccato capitale (tutta una grossa porzione della vicenda si risolve con un oh… era solo un sogno…), lo spettacolo che mette in scena regge tranquillamente fino a fine lettura. I draghi di Babele non è un capolavoro, ma è comunque un buon romanzo di urban-fantasy.


Cory Doctorow - X
Negli ultimi post si parlava di romanzi che hanno contribuito a formare una certa visione, un certo approccio all'esistenza. Ecco, se da giovin fanciullo mi fosse capitato in mano un volume come X forse il mio percorso sarebbe stato diverso. Non che questa ipotesi sia dimostrabile, ma il libro di Cory Doctorow sembra essere stato scritto apposta per suscitare certe reazioni: X è un manuale di resistenza geek alle forse oscure del potere in forma di romanzo. Un raro esempio di letteratura per ragazzi che unisce un qualche intento pedagogico all'attualità politica di questi anni, senza perdere un briciolo delle sue attrattive romanzesche.
Raccontando le (dis)avventure del suo giovane protagonista Cory Doctorow non fa mistero delle sue idee riguardo privacy e lotta al terrorismo, uso della rete e sorveglianza urbana. Quello che manca in profondità d'analisi (ehi! è un romanzo per ragazzi!), Doctorow lo recupera in esperienza pratica sul campo, ciò che latita a livello di proposta politica, lo rimpiazza con il più classico pragmatismo yankee.
Forse il difetto principale di X è il suo essere irrimediabilmente americano, nel bene e nel male, ma è un difetto su cui è facile sorvolare, che non è facile trovare un romanzo in cui si respiri una tale passione civile, un tale coinvolgimento, tanto che è difficile restarne indifferenti.
Fatelo leggere ai vostri figli, ai nipotini o ai cuginetti, credo ve ne saranno grati! Altrimenti leggetelo voi, e poi fatemi sapere.


Stephen King - I lupi del Calla
La saga della Torre Nera mi tiene ormai compagnia da un paio d'anni. Mi rendo conto che, arrivato al quinto capitolo, le cose da dire non sono poi molto diverse rispetto a quelle già scritte per i volumi precedenti. Stephen King è Stephen King, con tutti i pregi e i difetti già rilevati nel corso del tempo. I lupi del Calla non si discosta qualitativamente da La sfera del buio: western e metaletteratura pop, con una buona gestione della trama, qualche lungaggine di troppo, personaggi ben delineati e un sacco di riferimenti ad uso e consumo dei fan del Re.
Buon intrattenimento insomma, per un romanzo che leggi più per vedere come va a finire che per il piacere della scrittura o per il gusto di divagazioni ed episodi. E a forza di ritorni e citazioni, Stephen King m'ha fatto (quasi!) venir la voglia di leggermi Le notti di Salem.

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12 luglio 2011

Ricordare i fondamentali

Irish Sky and Me by Iguana Jo
A photo by Iguana Jo.
Come siamo diventati ciò che siamo?
Certo: la genetica, l'ambiente.
E poi gli incontri, le scelte, le sfighe.
Tutto quanto lì fuori, e qui dentro, contribuisce a cambiare la nostra forma mentale, il nostro modo di porci, il modo in cui vediamo e ci raccontiamo il mondo.
La mia specifica realtà personale si è costruita anche grazie ai libri che ho letto nel corso del tempo. E quindi, prendendo spunto dall'ultimo post di Nick che ci ricorda i suoi libri preferiti, è ora di una nuova top-ten!

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Quelle che seguono sono le storie che ritengo siano state fondamentali nel mio percorso di crescita. Se son messo come sono messo è (anche) colpa loro.

Jack London - Il richiamo della foresta
Prima di Jack London sono passati Verne e Salgari, che ancora oggi per me rappresentano l'Avventura. Ma Il richiamo della foresta è forse il primo romanzo che mi ha lasciato qualcosa di più di una generica voglia di avventure ed esplorazioni. Tante sono le suggestioni seminate da quel libro. Forse la più importante è stata il ritrovare, per la prima volta riprodotto su carta, qualcosa che sentivo vicino e familiare: una natura che non era più semplice cornice, ma che mi circondava indifferente e meravigliosa. Buck e la foresta mi sono rimasti dentro, in profondità.

Isaac Asimov & Martin H. Greenberg (a cura di) - Le grandi storie della fantascienza
Ancor più dei singoli romanzi fondanti il genere, la collana de Le grandi storie della fantascienza è stata la serie di volumi che più ha influito sui miei gusti in fatto di letture. Dai tempi delle medie a oggi ho avuto magari qualche momento di pausa, ma la fantascienza ha sempre accompagnato il mio percorso, regalandomi una visione laterale della realtà. Tanto da non poterne più fare a meno.

Konrad Lorenz - L'anello di re Salomone
Questo libro credo mi sia stato regalato in terza media. Rappresenta bene il rapporto che ho instaurato con la scienza da lì in poi, che è un insieme di fascino, di curiosità e di approccio singolare alla materia. Più avanti avrei scoperto Stephen Jay Gould, che rimane il migliore esempio di scrittore di scienza io abbia mai incontrato. Ma prima di tutti è arrivato Konrad Lorenz, con le sue oche, i suoi cani e le sue taccole.

JRR Tolkien - Il signore degli anelli
Il signore degli anelli rappresenta ancora l'esempio migliore di fuga dal mondo e di controllo del reale. Quando l'ho incontrato ci sono rimasto dentro, attratto come una mosca dal miele. Un intero universo narrativo si apriva all'esplorazione: gente normale che parlava con maghi, re e cavalieri, un male oscuro che si diffonde, la lotta e la resistenza e la malinconia della fine. Dirlo qui e ora sembra forse esagerato, ma per me, allora, era il massimo della meraviglia.

Michail Bulgakov - Il Maestro e Margherita
Poi si cresce e si cercano altre suggestioni. Il Maestro e Margherita è stato per molto tempo (e a volte lo è ancora) il Miglior Romanzo io abbia mai letto. Nel libro di Bulgakov vedevo finalmente quell'incrocio tra quotidiano e fantastico che avevo sempre sospettato ma mai incontrato davvero. Una pietra di paragone con cui tutte le mie letture successive han dovuto fare i conti.

Heinrich Böll - Opinioni di un Clown
Credo di aver letto Opinioni di un Clown intorno ai diciassette anni. L'età perfetta perché questo romanzo potesse fare il maggior danno possibile. Credo che buona parte della mia visione politica dell'esistenza derivi dalla lettura del racconto della vita di Hans Schnier. Non so se questo libro mi ha salvato la vita o me l'ha complicata. So che gli devo molto, anche se da allora non ho più avuto la forza di rileggerlo. Forse quando sarò un po' più vecchio…

Raymond Chandler - Il lungo addio
Philip Marlowe è il mio eroe e Raymond Chandler il suo profeta. Dovendo scegliere una guida morale per la mia esistenza credo che l'investigatore di Bay City sarebbe stato il candidato ideale. Aveva tutto per affascinare e colpire il mio io più giovane. E poi Chandler scriveva da dio.

Jack Kerouac - Sulla strada - Big Sur
E poi ho lasciato casa e sono partito. Per lungo tempo Sulla strada è stata la mia guida, tra le sue pagine potevo ritrovare le sensazioni di quelle giornate trascorse sotto la pioggia ad aspettare un passaggio, degli incontri lungo la strada che si potevano trasformare in settimane di festa, in delusioni o in semplici racconti di vita, il sapore dell'ignoto e la gioia di essere vivo. La consapevolezza che il viaggio è tutto ciò che conta.
Poi è arrivato Big Sur, in cui la fiamma si spegne, e c'è il ritorno, la resa alla consuetudine e alla normalità. Un tocco di amaro, per ricordarsi i propri limiti e non scoppiare del tutto.

William Gibson - Neuromante
In questo elenco Neuromante rappresenta la sintesi tra la lettura d'intrattenimento e il resto. Un libro che mi ha condotto a quello che, vista col senno di poi, è stata probabilmente il momento in cui ho raggiunto una sorta di maturità nella mia vita da lettore. Il romanzo di William Gibson è quello in cui ho scorto per la prima volta le potenzialità letterarie della scrittura di genere. Mi ha aperto gli occhi, illuminando tutto un nuovo mondo, riuscendo da solo a farmi riconsiderare per intero la narrativa di genere letta fino a quel momento. Un'epifania.

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E così siamo arrivati intorno ai venti/ventidue anni.
Non che dopo non ci siano più state letture fondamentali, ma è vero, più si invecchia meno malleabili si diventa. E se qualche volume è stato certo importante, nessuno credo possa superare l'impatto che questi dieci libri hanno avuto sulla mia vita.
Io però me lo auguro sempre, di trovare un libro capace da solo di far scattare quella molla, di indurre una svolta o semplicemente di sorprendermi. Per fortuna succede, anche più spesso di quanto io stesso non immagini. Bello leggere.

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11 luglio 2011

L'orrore. l'orrore!

Che poi pare davvero che io abbia gettato il sasso e nascosto la mano. E c'avreste anche ragione: dopo la fatidica domanda sono scomparso dalla scena, e avevo pure promesso un approfondimento…


Oltre a scusarmi per la condotta inqualificabile, mi tocca almeno provare a rimediare.
Quindi ecco qua, beccatevi 'sto post sul mio rapporto con l'orrore.

La mia esperienza con il genere horror è piuttosto limitata: qualche romanzo, qualche film, spesso ai confini del genere. L'idea che me ne son fatto è sicuramente parziale, e certo difettosa, vissuta più da turista, che da frequentatore abituale.

Il motivo della distanza che mi separa dal genere è presto detto: a me l'orrore fa paura.
Visto che la vita la fuori è già abbastanza dura e la mia immaginazione non ha grossi freni, perché farsi del male anche al cinema o tra i libri?
Poi certo, c'è anche l'orrore divertente o quello poco spaventoso, that's entertainment !, ma allora che orrore è? Insomma, per sgombrare il campo da possibili equivoci, anche a me piacciono chessò Shaun of the Death o La notte del Drive-In, ma mica me li considererete veri horror, no?

L'orrore, per quella che è la mia esperienza, è un genere anche troppo semplice (ok, fanboyz, non picchiatemi troppo forte). Si muove tra le emozioni più ancestrali, quelle più facili da suscitare, quelle più difficili da controllare. Detto in altre parole: ho sempre avuto l'impressione che spaventare sia molto più facile che strappare una risata o infondere vita e spessore a un dialogo.
Ma oltre a questa facilità d'accesso, c'è anche da considerare che il contesto in cui si muove molta (la maggior parte?) della produzioni di genere è quello del soprannaturale, del mostruso, e quindi dell'alieno. Ma mentre nella fantascienza (tanto per dire) il confronto con il diverso ha (generalmente!) un'intento narrativamente costruttivo, quando ci si muove nell'ambito della narrativa della paura il fine ultimo è (di nuovo: generalmente!) distruttivo.
E sappiamo tutti che distruggere è molto più semplice e immediato che non costruire.

Poi certo, c'è tutto il filone nobile dell'orrore, quello che da un lato si coniuga alla critica sociale, o dall'altro, all'inquietudine personale, che è territorio contiguo ma diverso a quello della paura. Ma credo che, almeno per quanto riguardo l'aspetto perturbante di queste narrazioni, i confini con il mainstream siano davvero evanescenti, frutto più di un'affezione del singolo lettore/recensore, più che di effettive differenze. E queste sono comunque differenze qualitative di "secondo livello" rispetto a quella soglia minima di contenuti spaventosi necessari per riconoscere come horror la determinata opera.

Per ora mi fermo qui. Mi rendo conto che quanto scritto sopra possa apparire saccente, se non addirittura arrogante: come mi permetto di sparare giudizi così netti su qualcosa che conosco così poco?
Lo ripeto per l'ennesima volta, quanto detto qui sopra rappresenta la summa selle sensazioni che si sono progressivamente consolidate negli anni in quella che è attualmente la mia considerazione per il genere horror. Non ha alcuna pretesa di verità e anzi, ha lo scopo di capire meglio un genere che è frequentato da persone che stimo moltissimo, di cui mi affanno a voler comprendere meglio background e riflessioni.


Per tornare più specificamente alle domande poste su Malpertuis, noto come il percorso di molti appassionati del genere horror sia simile al mio: scoperta in tenera età, passione alimentata passando da cinema a letteratura e viceversa, con molti passaggi tra fumetti e tv. Il mio percorso di scoperta ha avuto come destinazione la fantascienza, i motivi sono forse intuibili da quanto scrivevo più sopra, ma alcune tappe sono analoghe: i romanzi di Stephen King, gli spaventi infantili (per me i primi incubi sono arrivati dalla visione di un film di fantascienza in cui alieni provenienti dal sole (!!!) - vagamente simili a lampade da salotto sferiche anni '70, incenerivano ignari terrestri, e poi ci fu quella puntata di Spazio 1999 con la creatura nel cimitero d'astronavi che si pappava gli abitanti della base Alpha per poi risputarli mummificati…).

Se poi mi permetto queste domande indiscrete è proprio perché non capisco il gusto che si prova a lasciarsi terrorizzare da una finzione narrativa (che ok, fino a qui posso arrivarci) per poi rimanerci dentro e volerne sempre di più (è questo che mi lascia basito).
E sono curioso, e voglio capire. O almeno provarci.

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05 luglio 2011

40 km, quattro giorni

Domani, finalmente, si parte.
Quello che vedete qui sopra è il profilo altimetrico dell'escursione che ci terrà impegnati per i prossimi quattro giorni. Si parte da Selva Gardena e si finisce ad Ortisei, attraversando il massiccio del Sassolungo, arrivando sullo Sciliar per poi tornare a valle attraversando l'Alpe di Siusi. In totale sono quaranta chilometri da percorrere zaino in spalla. appoggiandosi per la notte ai rifugi disposti lungo il cammino. È un percorso faticoso, ma non impossibile, tarato per poterlo percorrere in compagnia di bambini e adulti, tutti con un po' di allenamento nelle gambe, ma magari non troppo avvezzi alla montagna.



Abbiamo iniziato a parlare di un'escursione di più giorni l'anno scorso, dopo un magnifico fine settimana a spasso intorno al Catinaccio. Quella camminata, organizzata per far assaggiare la montagna alle famiglie di un paio di amici padani, era stata un successo e quando gli stessi amici mi hanno chiesto di preparare un giro più lungo per quest'anno ne son stato ben felice, che ogni occasione è buona per tornare tra le mie montagne. Ho deciso di portarli in Val Gardena perché da quelle parti ci sono un buon numero di rifugi, i sentieri non sono troppo duri e i panorami meritano. E poi io non sono mai stato sullo Sciliar e questa mi sembrava un'ottima occasione per farci un salto.
Stasera si finiscono di preparare gli zaini, domani all'alba si parte.

Mentre noi si è in giro a scarpinare voi fate a modo.
Ci si rilegge la prossima settimana.


(Mappa e altimetria arrivano da Escursioni in Alto Adige, una risorsa perfetta per organizzare camminate da quelle parti.)

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03 luglio 2011

Cercasi umani, scopo compagnia

Bestia (la micia rimasta a casa della cucciolata dell'anno scorso) ha avuto tre piccoli alla fine di aprile. Ora i due che son rimasti a casa cercano un umano da adottare.







Se vi sentite pronti per l'esperienza contattatemi, che sia il Bestino Giallo che il Bestino Nero non vedono l'ora di conoscervi.

01 luglio 2011

Visioni: Shyamalan, Salvatores, Fincher, Amenábar.


Foto di Iguana Jo.

Questa settimana i figli sono in montagna e noi ne abbiamo approfittato per vedere alcuni film che erano lì, in attesa di un po' di tempo libero. Ecco quindi qualche nota veloce - che di recensioni acute intelligenti e profonde è piena la rete - per aiutarmi a ricordare i film di questa settimana.
Visto che si parlerà di pellicole recenti, recuperate dopo averle perse al cinema, ne approfitto per inserire nel post qualche nota su un film la cui visione mi era stata consigliata qualche mese fa in coda a questa discussione.

Lady in the Water di M. Night Shyamalan, 2006
Nelle mani di qualsiasi altro regista un progetto come Lady in the Water sarebbe fallito miseramente. Presi singolarmente, gli ingredienti che compongono la pellicola di Shyamalan sarebbero inammissibili, almeno per un film che abbia la pretesa di raccontare una storia in modo originale, complesso, corposo. Partendo dalla galleria di personaggi che rappresentano la fiera dello stereotipo, passando a un plot che prende le mosse da una situazione che più scontata e vista di così - per non parlare di mostri e caverne o di tragedie e risoluzioni - per arrivare ai dialoghi, che letti fuori contesto suonerebbero triti e retorici come non mai, non c'è un singolo aspetto del film capace di reggersi autonomamente.
Eppure il film di Shyamalan funziona e per me funziona alla grande. Non sono sicuro di aver capito in che modo ci riesca, ma Lady in the Water trasmette allo spettatore una fondamentale innocenza, un senso di realtà che a raccontarlo non ci credi. Lo fa mescolando il virtuosismo cinematografico di Shyamalan con la sua fondamentale umiltà, costruendo una storia che raccontando di miti ed alieni rimane vera e umana fino in fondo.


Happy Family di Gabriele Salvatores, 2010
Là fuori c'è un sacco di gente che Salvatores proprio non lo regge. A me invece è sempre stato simpatico, sarà per il suo approccio cinematografico americano a storie profondamente italiane, sarà per la costante leggerezza, sarà per la malinconia o il consolante sapore nostalgico e di molte sue cose. O forse perché ci ha regalato l'unico film italiano di fantascienza decente negli ultimi trent'anni…
Happy Family non fa eccezione. È un piccolo film, in cui magari si eccede nel virtuosismo, in cui si cercano ad ogni passo sottotesti metafilmici e complessità intertestuali. Ma Happy Family non ha nulla del film intellettualoide: è realizzato con una tale leggerezza, con tanto percepibile divertimento e grazia, da far passare in secondo piano ogni altro aspetto che non sia quello dell'immediato godimento offerto da una storia raccontata bene. E poi dite quello che volete, ma a me rivedere insieme la coppia Bentivoglio - Abatantuono fa quasi tenerezza.


il curioso caso di Benjamin Button di David Fincher, 2008
David Fincher è un altro dei miei registi preferiti. il curioso caso di Benjamin Button era l'unica pellicola della sua filmografia che ci mancava. L'avevamo tenuto indietro intimoriti un po' dalla durata un po' da qualche affidabile recensione non troppo entusiasmante.
Invece il curioso caso di Benjamin Button è un film sontuoso, una storia solida, densa di suggestioni e meraviglia. Come mi ha fatto notare Annalisa, il suo parente cinematografico più prossimo è probabilmente il Forrest Gump di Robert Zemeckis. Ma tanto quest'ultimo è rivolto all'esterno, a cercare continue conferme storiche della grandezza del secolo americano, quanto invece il film di Fincher volge lo sguardo all'interno, a indagare sul mistero dell'esistenza e sull'ineluttabilità del cambiamento. Entrambi condividono lo sguardo aperto, gioioso e stupefatto dei loro protagonisti maschili, che non potrebbero altrimenti essere più diversi, e quello avventuroso e in qualche modo disperato delle rispettive partner.
il curioso caso di Benjamin Button è una conferma del nuovo corso fincheriano inaugurato da Zodiac e proseguito con The Social Network, caratterizzato da una modalità di racconto cinematografico quasi letteraria nella sua densità e decisamente più sobria e pacata nella sua messa in scena. L'evoluzione dello stile di Fincher è esemplare: dai virtuosismi dei primi film, che privilegiavano la spettacolarità dell'inquadratura, quasi a voler cercare conferme dell'abilità del loro autore, all'esaltazione della narrazione degli ultimi, con il talento del regista messa al completo servizio della storia.


The Others di Alejandro Amenábar, 2001
Non sono un frequentatore abituale del cinema horror (non so nemmeno se The Others è ascrivibile al genere. Però fa paura, quindi…) e dato che da queste parti passano dei Veri Esperti™ spero mi perdonino per le ovvietà o le inevitabili incomprensioni. Se c'è una cosa che accomuna il film di Alejandro Amenábar agli altri film qui sopra, è la solidità di una sceneggiatura che supporta una messa in scena personale ed efficace nel trasmettere suggestioni ed emozioni. Che è vero, in The Others sono anche troppo urlate rispetto al tono sommesso che circonda i protagonisti della vicenda, ma che proprio per la loro immediatezza e semplicità riescono inevitabilmente a colpire lo spettatore.
Se la sceneggiatura è senza dubbio il punto di forza del film, l'altro perno su cui poggia la rappresentazione è la prestazione di Nicole Kidman, che quanto a sguardi perfidi non è seconda a nessuno, ma che è pure capace di illuminare lo schermo con una presenza che mescola dolcezza, decisione e disperazione in una combinazione davvero esaltante.
Sulle sorprese e i ribaltamenti di prospettiva del film non anticipo nulla, che certo c'è ancora gente in giro che non l'ha visto, salvo constatare come sia abile Amenábar a trasformare il dramma in commedia, la tragedia in progetto di vita (!), in barba a morale cattolica e sensi di colpa vari.

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28 giugno 2011

Letture: Fowler, Gaiman, Faulkner


Foto di Iguana Jo.

Karen Joy Fowler - What I Didn't See
È splendida questa antologia! Doveroso è dunque un bel grazie a Marco che me l'ha consigliata.
Karen Joy Fowler si muove come un'equilibrista attraversando tutto lo spettro della scrittura di genere, dal fantasy alla fantascienza passando per l'horror, per approdare - spesso all'interno della stesso racconto - a territori che sono quelli propri della narrativa mainstream. La sua capacità di ritrarre i personaggi femminili nel loro rapporto con il mondo esterno, mai troppo sereno, ma mai di aperto conflitto, m'ha ricordato molto i racconti di Alice Munro, mentre la palpabile atmosfera perturbante è la stessa percepibile nei migliori racconti di James Tiptree o di un Lucius Shepard al meglio della forma. In effetti una delle cose più sorprendenti di questa antologia è stata vedere come questi racconti siano stati pubblicati per la maggior parte in riviste di genere, quando spesso l'appiglio fantastico delle storie è davvero minimo.


Neil Gaiman - Il figlio del cimitero
Vi piace Neil Gaiman? Allora probabilmente apprezzerete molto anche Il figlio del cimitero. Non lo sopportate? Non provateci nemmeno a leggere questo romanzo, che racchiude in qualche centinaio di pagine tutto ciò per cui Gaiman è diventato uno standard all'interno del genere fantastico: la riproposta in chiave favolistica di più di un mito in versione pop, la creazione di atmosfere al contempo drammatiche e rassicuranti, un plot avvincente e personaggi carismatici.
Per quanto io continui ad apprezzare l'autore inglese, mi rendo conto che la sua scrittura s'è ormai assestata su un piano da cui pare proprio non volersi più evolvere. Eppure io sono convinto che avrebbe tutte le capacità per proporsi in territori nuovi, per esplorare qualche zona oscura non troppo battuta. Speriamo che prima o poi si decida a correre qualche rischio in più…


William Faulkner - Mentre morivo
William Faulkner è un pezzo da novanta della letteratura del novecento. Uno di quegli autori per cui mi sento perennemente in soggezione, vuoi per la loro capacità immaginifica vuoi per il loro genio compositivo. Qualche tempo fa ero rimasto folgorato da L'urlo e il furore, un romanzo pazzesco per scrittura e contenuti, ora invece Mentre morivo mi ha travolto per il talento unico di Faulkner nel mescolare alto e basso e, come scrivevo qualche tempo fa da Re Ratto, "nell'unire epica e miseria, umanità e disperazione: dalla scelta dei personaggi, all'uso del linguaggio, dal legame indissolubile con l'ambiente, all'universalità della vicenda".
In Mentre morivo si respira l'aria pesante del sud rurale degli States. Ci si sporca con la terra e con il fango, si percepisce l'odore di morte e il desiderio, la vita che urla e che lotta, inutilmente, che non c'è possibilità di riscatto e la redenzione è un'illusione. William Faulkner è un gigante americano e i suoi personaggi sono fatti della stessa sostanza profonda e infetta di cui son fatti gli Stati Uniti.

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24 giugno 2011

Jonah Lomu


Foto di Iguana Jo.

Ieri Jonah Lomu era a Modena e io ne ho approfittato per fare qualche foto. Questa sopra mi piace particolarmente per cui, oltre a postarla su flickr, ho pensato bene di condividerla anche con gli amici che seguono il blog.

Come? Chi è Jonah Lomu???
Va bene, ok. Capisco. Dopotutto il mondo del rugby non è così conosciuto da 'ste parti.

Jonah Lomu è probabilmente il giocatore di rugby più famoso della storia. Uno dei pochi capaci da solo di rivoluzionare l'impostazione di un ruolo, quello dell'ala, che sembrava immutabile.
Per capire il talento atletico di quest'uomo guardatevi questi video: ‪The Best of Jonah Lomu‬ Part 1 / Part 2.

Insomma, vedere ieri Jonah Lomu dal vivo è stato un po' come incontrare un supereroe dei fumetti.
Come in tutte le occasioni simili son fioccate le foto ricordo e dato che son notoriamente umile e vergognoso, vi mostro la mia.

La foto l'ha scattata Jacopo, ma mi assumo ogni responsabilità per la qualità dell'immagine che lo so, lo so, è quella che è, ma oh… c'ho quella faccia lì.

Che dite?
Forse postare la foto di Lomu da solo era sufficiente?

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22 giugno 2011

Praga


Foto di Iguana Jo.

Come promesso, ecco alcune impressioni sparse sulla città di Praga.
Queste note sono frutto di quel paio di giorni trascorsi per le vie del centro o a spasso tra metro e bus per le sue periferie e sono ben lontano dal rendere un'idea compiuta di un luogo come la capitale ceca, ma tant'è. Ecco quel che mi ha colpito:
- Praga me l'immaginavo oscura, tenebrosa, con palazzi grigi, qualche sprazzo dorato e un'atmosfera gotica. Mi sono ritrovato invece in una città luminosa, tirata a lucido, luccicante di insegne e vetrine e torri medievali.
- Lungo le superstrade che dalla periferia conducono in centro è un proliferare di nuovissimi palazzi corporativi vetro e acciaio, addobbati con tutti i loghi multinazionali del caso. È quasi con riconoscenza che vedi spuntare qualche rimasuglio di brutale edilizia comunista.
- La disneylandizzazione del centro storico mi ha impressionato. Tutto è in vendita. Ovunque, comunque, sempre a misura di turista. I monumenti trasformati in gadget non sono certo un'esclusiva praghese, ma mai come in questa città ho avvertito una sintesi così uniforme tra passato secolare e turismo globalizzato. Il presente, inteso come offerta culturale locale, è bandito dalla città dei turisti.
- Il puttanodromo notturno. Nella notte praghese non puoi fare 50 metri senza essere abbordato da una fauna locale composta da giovani simil-tossici, neri imperturbabili o vecchi sporcaccioni che ti invitano a gustare le bellezze del posto. Il tutto con una flemma surreale e un'aria di normalità al limite del grottesco.
- Quello che esportiamo: "Bunga bunga", "italia uno", "analebrutale", questo il coro che ci ha accompagnato per le stesse vie che di giorno proponevano souvenir, cartoline e salsicce. C'è di che essere orgogliosi delle proprie origini.
. La birra è buona (e costa poco) e il cibo non è affatto male, anche se dopo quattro giorni di salsicce e gulasch, beh… un po' di nostalgia di casa ti viene.

L'impressione più forte che mi son portato a casa da Praga è quella di una città con l'anima smarrita, che ha visto i soldi facili dell'ubriacatura post comunista e non è più riuscita a ritrovar la bussola. Una città aggrappata a un passato fantastico, con i segni tangibili di una ricchezza recente, ottenuta probabilmente al prezzo di una personalità che credevo di trovare e che invece sfugge.
Mi piacerebbe però tornarci, dopotutto queste impressioni non hanno nessuna pretesa di verità, magari per vagare un po' di più all'esterno della città, per esplorare un panorama che è comunque meglio di quanto immaginassi.

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17 giugno 2011

Ehi! Ho vinto!


Foto di Iguana Jo.

La foto qui sopra, intitolata Exodus è stata scelta come foto del mese dalla rivista New Scientist.
Il tema del concorso era "Migration" e beh… la foto sopra parla da sola.

Nella presentazione dell'immagine, la redazione di New Scientist è però incorsa in un comprensibile equivoco: "Italian photographer Giorgio Raffaelli's image of humans on the move was the overall winner this month. His atmospheric picture of people walking across the desert conveyed to our judges a sense of struggle and determination against the odds."

La foto non è stata scattata in alcun deserto, bensì in Francia alla Duna del Pyla.
Le persone ritratte nella foto non sono migranti, ma turisti e bagnanti di ritorno da una giornata trascorsa sulle spiagge atlantiche della Gironda.

Il titolo stesso voleva essere un'ironica sottolineatura della situazione, enfatizzata dal trattamento che ho riservato all'immagine in fase di post-produzione.

Ora, io vorrei comunicare tutte queste belle cose a New Scientist, ma nel loro sito non sono riuscito a trovare un'email utilizzabile. Quindi, nel caso qualcuno interessato alla vicenda passasse fortuitamente da queste parti, questa è la versione inglese della spiegazione di cui sopra (ogni eventuale correzione è benvenuta):


Dear New Scientist people,
this picture of mine wasn't taken in a desert. It was shot on the Great Dune of Pyla in France. The people you see ain't no migrants, but tourists and bathers going back to their cars from a day spent on the beach.
The title itself was ment as an ironic emphasis of the situation, enhanced by the postproduction work on the picture.
I like this picture a lot, both for its appearance and for its meaning.
I hope you like it as well, even now that you know the truth behind it.

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16 giugno 2011

"Non sono gli anni, …"



"…sono i chilometri."
mmm… per quanto io rispetti la parola di Indy, inizio ad avere un'età per cui sì, certo, l'esperienza, i chilometri, contano un sacco, ma anche gli anni sul groppone iniziano a farsi sentire.
Voglio dire, io ho giocato sabato, però ancora lunedì avevo gambe dure e schiena a pezzi, vorrà pur dir qualcosa, no?
E a me è andata bene, son riuscito a tornare a casa sulle mie gambe.
Questa volta infatti la trasferta in terra straniera per il III Prague Old Ham non è andata nel migliore dei modi per la nostra squadra. La sfiga sembra essersi accanita contro di noi, tanto che, nel giro di dieci minuti di gioco, durante la seconda partita del torneo, due mie compagni, due amici, son finiti all'ospedale.
Certo, giocando a rugby la possibilità di un infortunio va messa in preventivo, ma anche a sentire i giocatori più esperti, gente che è trent'anni che gioca a rugby, una serie così sfortunata di eventi è davvero rarissima. Sfiga, appunto. Tra ieri e l'altro ieri i nostri compagni sono tornati entrambi a Modena. Non si sa ancora per quanto ne avranno tra ricovero e riabilitazione, di certo con il rugby per un po' hanno chiuso.

Nella sfortuna del momento ho potuto ancora una volta apprezzare quello che è poi la qualità principale di questo sport. Il sostegno agli amici, la solidarietà che non è mai solo verbale ma pratica, attiva e tangibile, la vicinanza e il farsi in quattro per risolvere tutti quei problemi logistici che una situazione d'emergenza come quella venutasi a creare ha comportato. Anche perché, e questa è la nota più dolente di tutta la trasferta, nessun supporto è arrivata dall'organizzazione del torneo cui abbiamo partecipato. Una volta caricati i nostri amici sull'ambulanza, tutto il resto è stato lasciato a noi. (unica eccezione Tereza, una delle due ragazze che, parlando ceco e inglese, ci facilitavano le comunicazioni e ci accompagnavano nei nostri spostamenti. Tereza ci ha affiancato fino a sera nella difficile gestione del rapporto con medici e infermieri all'ospedale e per questo s'è guadagnata tutta la nostra gratitudine.)
Certo, dal punto di vista organizzativo il club ceco che ha messo in piedi l'evento non ha nulla di cui rimproverarsi. Quello che è mancato è stato il cuore: la voglia e la capacità di partecipare a quella che poteva essere un'occasione d'incontro, una festa, e invece s'è limitato ad essere un semplice torneo. (Un paio di esempi: dopo quel che è successo nessun giocatore ceco ha chiesto notizie sulla situazione o sullo stato di salute degli avversari infortunati. E ancora: durante il terzo tempo ricordo con piacere la festa delle squadre francesi e italiane e quei pazzi degli inglesi, le quattro squadre locali son praticamente scomparse… Chi frequenta il rugby sa quanto questi comportamenti siano poco affini a quello spirito che contraddistingue questo sport, soprattutto nella sua versione old.)
Tant'è. Ma, a parte tutto, io in campo mi son comunque divertito. Soprattutto durante la terza partita giocata sotto la pioggia contro la squadra inglese del St. Bernadette di Bristol e vinta dal Modena per due mete a una.

Per la cronaca il torneo è stato vinto dalla locale squadra dei Praga Old Boys che ha sconfitto i francesi del Ruines de Cayac per una meta a zero (da notare che i cechi han giocato quasi tutto il primo tempo in sedici, senza che l'arbitro se ne avvedesse…).

Detto del rugby, mi rimane da riportare l'impressione turistica lasciata dalla città di Praga. Ne riparliamo nel prossimo post.

Ah… dimenticavo, le foto!
Le foto arriveranno non appena troverò il tempo per sistemarle, che mannaggia a me, son più di mille…
(Quella su in alto l'ha scattata Ucco, tra il primo e secondo tempo della partita con il St. Bernadette.)

Stay tuned!

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08 giugno 2011

Rugby a Praga

Domani sera parto per Praga con la squadra dei Modena Rugby Veterans. Andiamo in Cechia per partecipare al Terzo Old Prague Ham.
Si va a giocare a rugby, con tutto quel che comporta di contorno, ma dovremmo avere anche un po' di tempo per fare i turisti.

Per quanto ne abbia sempre sentito parlar bene, io non sono mai stato a Praga. Quindi fatevi avanti, signore e signori, e ditemi cosa c'è da quelle parti di assolutamente imperdibile. Che sia da visitare o da assaggiare, da esplorare o da ascoltare, se avete qualche consiglio sono tutti benvenuti!
Grazie!

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07 giugno 2011

Tree of Life


Immagine caricata da bswise.

Considerando Giobbe quale nume tutelare dell'opera, credo proprio che Shit happens sarebbe stato il sottotitolo ideale per Tree of Life. Il film di Terrence Malick non concede però nulla al suo pubblico e un simile sottotitolo avrebbe avuto tutta l'apparenza di una strizzatina d'occhio, un tocco di postmoderna ironia col potenziale distruttivo di uno slogan fuori contesto. Tree of Life è infatti un film serissimo, pesante come una lezione di religione, sopraffacente per il suo carico simbolico, magnifico per la capacità di scardinare le aspettative di un pubblico che inizia la visione con ancora negli occhi il trailer di Transformer 3.

Tree of Life è bellissimo, le immagini sono meravigliose, la colonna sonora stupefacente. Malick ha in mano un telecomando divino con cui saltare dal canale del National Geographic a uno speciale sulla nuova architettura, a un film (ehi! davvero!) di Terrence Malick ambientato negli anni '50. Il tutto con tempi perfetti, suoni perfetti, e, meraviglia dopo meraviglia, sguardo perfetto.

Bisogna essere nella giusta disposizione d'animo per godersi un film come Tree of Life. Bisogna crederci, probabilmente.
Malick parte in un modo che non lascia dubbi sul contesto in cui si muoverà: il mondo, l'universo, la vita, funzionano così, prendere o lasciare. È come la dicotomia western dell'uomo con la pistola carica e di quello che scava. Alternative non paiono esserci. Punto. Sì parla di Dio, mica bruscolini.
E un dio come quello di Malick, per quanto indifferente, è maledettamente ingombrante, specie per chi non sente nessuna esigenza di divinità, nessun bisogno di spiegazioni esterne, nessuna necessità di un quadro più ampio. Per me dire "la vita non ha senso" è quanto di più liberatorio si possa esprimere riguardo al mistero che ci circonda, e vedessi proiettare per le due ore e rotti di Tree of Life la parabola, al contempo spietata e consolatoria, del dio americano di Malick è quasi intollerabile.
Quasi.
Perché Malick non è un predicatore, e per quanto il suo film sia ricolmo di ogni bendiddio, la sua maestria gli permette di colpire anche lo spettatore senza senso del divino e la sua umiltà rifugge da ogni retorica.

In effetti se accantoniamo per un attimo il problema della presenza di Dio in Tree of Life rimangono ancora un sacco di cose da guardare, su cui riflettere, da meditare.
C'è la memoria, la famiglia e il ricordo dell'infanzia. Vale a dire la storia di Jack, primogenito della famiglia O'Brien su cui si riversano inarrestabili i sogni di riscatto del padre e l'amore silenzioso della madre. In questa storia, montata per scatti ed episodi, c'è più di un momento in cui pare di essere piombati nel diario personale di un vecchio signore tutto preso a riconsiderare il percorso di una vita. Questa visione oltremodo personale riunisce insieme la mancanza di una storia lineare con l'evidente partecipazione al destino della famiglia O'Brien. È un cinema che getta ponti e cerca contatti con il percorso dello spettatore, che inevitabilmente cerca similitudini e differenze ma che, per la sua stessa natura personale, risulta sempre monco, incompleto. Se non fosse per lo straordinario mestiere di Malick nel creare tensione col semplice uso di macchina e montaggio, con pochissime parole, con gli sguardi e i silenzi dei suoi protagonisti, con il continuo controcanto tra uomini e natura, credo che a metà film ce ne saremmo andati, che la vita quotidiana nella provincia cristiana non è proprio spettacolo così eccitante.

Alla riflessione sul percorso di formazione personale, legato a doppio filo con l'educazione cristiana che domina la vita familiare dei protagonisti, si sovrappone la ricerca di una risposta al mistero dell'esistenza, che non si riduce a un semplice e consolante fideismo ma si arricchisce di un meraviglioso excursus sull'origine e l'evoluzione della vita sul pianeta. La porzione documentaristica della pellicola - non saprei come meglio definirla - è straordinaria per l'impatto delle immagini, e fornisce un grandioso accompagnamento in levare alla visione religiosa altrimenti intollerabile che plasma e forma il contesto metafisico del film (ehi! ci sono perfino i dinosauri!).
(Non so se a qualcun altro ha fatto lo stesso effetto, a me quella porzione di film è parsa una risposta, altrettanto potente e allucinatoria, al viaggio finale di Bowman in 2001: Odissea nello spazio. E quando ho visto il nome di Douglas Trumbull nei titoli di coda, beh… non m'è parso così strano. Ma forse son io che sono tarato.)

A chiudere il cerchio e sintetizzare in un finale la storia di Jack, quella della sua famiglia, il percorso religioso e quello sulla memoria ecco di nuovo Jack, adulto e realizzato, interpretato da Sean Penn con la sua migliore faccia da lottatore stanco. Il Jack adulto sembra aver scelto la fuga dalla natura che ha accompagnato la sua infanzia per rifugiarsi in una fortezza della solitudine fatta di vetro e acciaio, bellissima e freddissima. Ma Jack ricorda, e nel suo ricongiungersi con il fratello, con la famiglia e con tutti gli altri abitanti della sua memoria su quella spiaggia, a metà strada tra immaginazione e paradiso, cerca un'impossibile sintesi tra religione e razionalità, lasciandosi sopraffare dalle emozioni.

Tree of Life è un film difficile da mandar giù, forse per i richiami profondi alla mia storia personale, che nonostante i percorsi divergenti ed esiti parecchio diversi da quelli proposti da Malick, non può evitare di risuonare al tocco di più di una corda sensibile (anche se questo potrebbe semplicemente voler dire che sono ormai vecchio abbastanza per commuovermi al ricordo melanconico del tempo passato). O forse Tree of Life è uno di quei rari film che ti piglia per esasperazione, che è troppo bello per lasciarti indifferente nonostante l'intollerabile sentenziosità di alcuni momenti. Tree of Life è perturbante e malinconico, misterioso e meraviglioso. Distante, eppure così vicino.
Comunque la si pensi, io dico grazie a Terrence Malick, che è riuscito a scuotermi di dosso noia e disincanto e mi ha fatto spalancare gli occhi, di nuovo, con il suo cinema.

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