Revenant è la prima raccolta di racconti di fantascienza di Giovanni De Matteo, aka X. Capirete che già avere a che fare con un volume di racconti di fantascienza italiana è un piccolo evento nel panorama letterario nostrano. Ancora più eccezionale il fatto che per una volta i racconti presentati non sono permeati da quell'atmosfera nostalgico decadente che sembra imperare tra gli autori giovani o meno giovani della scena italiana, ma offrono una visione del futuro all'avanguardia per tematiche e suggestioni.
Detto questo, com'è realmente Revenant? Vale il tempo speso per la lettura?Presenta qualche traccia originale o è la solita riscrittura made in italy dei canoni fantascientifici anglosassoni?
La prima doverosa osservazione è che Giovanni De Matteo sa scrivere, questa almeno è una certezza. Anche se in alcuni racconti si nota qualche ingenuità, e forse un'eccessiva dipendenza dai moduli di scrittura cyberpunk - ma è troppo amore, mai scopiazzatura - la tensione narrativa rimane sempre alta. La capacità di immaginare e riproporre ambientazioni affascinanti, il forte impatto emozionale degli scenari speculativi insieme alla passione percepibile dietro ogni racconto sono i veri punti di forza di questa antologia. Nei sei racconti presenti si spazia dal cyberpunk urbano, al viaggio nel tempo, dall'avventura marziana alla riscrittura tecnologica del mito biblico. Ce n'è insomma per tutti i gusti, legati però da una sensibilità unificatrice riconducibile al paradigma connettivista promosso dall'autore, per cui ogni dettaglio, la più diversa speculazione, si situa in una visione postumana del futuro.
L'unico limite attuale dell'autore è forse rintracciabile nella mancanza di profondità dei protagonisti delle sue storie. I personaggi si muovono spinti da pulsioni troppo facili, i dialoghi e le emozioni che li dovrebbero caratterizzare danno l'idea di un'eccessiva drammatizzazione e, in un fondo, di uno scarso realismo. Ma il punto più dolente nella produzione di De Matteo sta secondo me nelle sue figure femminili: sempre fondamentali nello sviluppo narrativo, ma mai all'altezza del loro ruolo dipendenti come sembrano essere dalle figure maschili che ne determinano l'esistenza, idealizzate tanto da perdere ogni connotazione reale. Tutte le donne di De Matteo incarnano un'ideale femminile tanto irreale da risultare del tutto fuori luogo nelle le vicende prettamente terrene dei suoi racconti.
Eccezione in questo panorama di personaggi umani appena abbozzati è Cuore di Tenebra che, titolo escluso, mi pare la prova migliore dell'intera antologia. In questo caso le motivazioni, le spinte emotive, i turbamenti e le aspirazioni della creatura sotterranea protagonista del racconto sono rese in maniera magistrale. I personaggi di contorno dipinti in poche frasi prendono immediatamente vita agli occhi del lettore. Anche la scarsa indipendenza della figura femminile invece di apparire come possibile difetto, è perfettamente funzionale alla messa in scena orchestrata dall'autore.
Red Dust è l'altro racconto che rimane impresso nella memoria. La sua forza sta nello scenario originale (un Marte in via di terraformazione forzatamente abitato da reduci mediorientali e altra umanità emarginata) che offre all'autore la possibilità di scatenare tutta le sue capacità narrative e immaginifiche coniugando istanza politiche, tensioni post-umane e invenzioni tecnologiche. La carne al fuoco è davvero tanta per un unico racconto, tanto da lasciare facilmente presagire lo scenario per un futuro romanzo.
Sugli altri racconti non mi dilungo, ma mi piace notare come sia evidente e palpabile la progressione qualitativa man mano che si procede nella lettura dell'antologia. E se il buongiorno si vede dal mattino, beh… non vedo l'ora di mettere le mani sulle prossime prove narrative di Giovanni, che le premesse per la nascita di un Grande Autore italiano ci sono tutte.
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27 marzo 2007
20 marzo 2007
IN PIXELS WE TRUST (in film too) #2
IN PIXELS WE TRUST (in film too) #2
Originally uploaded by cinocino.
Non so ancora se domenica 25 marzo riuscirò a essere a Piacenza, ma le mie foto ci saranno di sicuro.
L'appuntamento è alle ore 22.00 al Pacio, Vicolo Molineria S.Andrea 4 - Piacenza.
Accorrete numerosi!
IN PIXELS WE TRUST (in film too) #2
Espongono:
Giovannin Hanninen . Alessandro Gelmini . Carlos Albalà . Urbania.Inc . Koan . Franca Alejandra Franchi . Giuseppe Astuto . Jacopo Aquino . Marco Calò . Gex Paz . Christian Fossati . Cino . Michael Dudding . Giorgio "Iguana Jo" Raffaelli . Fabio Panichi
(la foto nel manifesto è di Franca Alejandra Franchi )
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16 marzo 2007
Urania al vapore
Un giorno o all'altro troverò il tempo per postare le mie considerazioni sul miserevole stato della fantascienza in italia, e quanto questo dipenda dalla pervicace e ingombrante presenza di Urania in edicola. Nel frattempo beccatevi questo messaggio promozionale.
Vista che la scarsa quantità di buona fantascienza disponibile per il lettore italiano, e nonostante non ami per nulla la più longeva delle collane fantascientifiche nostrane, è doveroso segnalare l'eccezionale presenza - per Urania - di un volume che ha tutte le carte in regola per rimanere impresso nella memoria. Si tratta de L'Imperatore di Gondwana la prima antologia di racconti di Paul Di Filippo mai proposta in italia . Ai più il nome di questo autore non dirà nulla. Non è Gibson, non è Simmons ne tanto meno un Asimov o un Dick, ma Paul Di Filippo è uno degli autori più originali, creativi e meravigliosi al momento disponibili alla lettura.
Il fatto che questo autore americano non sia troppo famoso credo dipenda dal fatto che a) scrive fantascienza b) scrive racconti di fantascienza.
Chi frequenta il genere sa quanto la narrativa breve ne costituisca la spina dorsale, il cuore e i muscoli. Purtroppo però in libreria gli editori propongono e vendono (quasi) esclusivamente romanzi. Per questo motivo l'unico titolo finora disponibile dedicato a Di Filippo è il glorioso Steampunk, raro esempio di volume capace di dare origine a un intero sottogenere, edito nell'ormai lontano 1996 dall'editrice Nord. Nei tre romanzi brevi di quel volume si spaziava dalla Londra ottocentesca, agli strani incontri nella Providence di lovecraftiana memoria fino allo stupefacente incrociarsi dei destini di Emily Dickinson e Walt Whitman. Tutto condito al vapore in salsa fantascientifica per palati letterari interessati all'insolito.
Il resto della sua produzione breve edita in italia lo si trova sparso per una miriade di antologie più o meno rare, più o meno introvabili.
La speranza di vedere in libreria qualche altro titolo dedicato esclusivamente a Di Filippo è quindi praticamente nulla, motivo in più, se ne servisssero, per non lasciarsi sfuggire L'Imperatore di Gondwana nell'Urania ora in edicola.
Avete tempo fino alla fine del mese.
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Vista che la scarsa quantità di buona fantascienza disponibile per il lettore italiano, e nonostante non ami per nulla la più longeva delle collane fantascientifiche nostrane, è doveroso segnalare l'eccezionale presenza - per Urania - di un volume che ha tutte le carte in regola per rimanere impresso nella memoria. Si tratta de L'Imperatore di Gondwana la prima antologia di racconti di Paul Di Filippo mai proposta in italia . Ai più il nome di questo autore non dirà nulla. Non è Gibson, non è Simmons ne tanto meno un Asimov o un Dick, ma Paul Di Filippo è uno degli autori più originali, creativi e meravigliosi al momento disponibili alla lettura.
Il fatto che questo autore americano non sia troppo famoso credo dipenda dal fatto che a) scrive fantascienza b) scrive racconti di fantascienza.
Chi frequenta il genere sa quanto la narrativa breve ne costituisca la spina dorsale, il cuore e i muscoli. Purtroppo però in libreria gli editori propongono e vendono (quasi) esclusivamente romanzi. Per questo motivo l'unico titolo finora disponibile dedicato a Di Filippo è il glorioso Steampunk, raro esempio di volume capace di dare origine a un intero sottogenere, edito nell'ormai lontano 1996 dall'editrice Nord. Nei tre romanzi brevi di quel volume si spaziava dalla Londra ottocentesca, agli strani incontri nella Providence di lovecraftiana memoria fino allo stupefacente incrociarsi dei destini di Emily Dickinson e Walt Whitman. Tutto condito al vapore in salsa fantascientifica per palati letterari interessati all'insolito.
Il resto della sua produzione breve edita in italia lo si trova sparso per una miriade di antologie più o meno rare, più o meno introvabili.
La speranza di vedere in libreria qualche altro titolo dedicato esclusivamente a Di Filippo è quindi praticamente nulla, motivo in più, se ne servisssero, per non lasciarsi sfuggire L'Imperatore di Gondwana nell'Urania ora in edicola.
Avete tempo fino alla fine del mese.
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12 marzo 2007
Truman Capote & Syriana: la zetetica applicata al cinema
Causa impegni vari ultimamente non vediamo troppi dvd. Ma questo fine-settimana siamo stati fortunati. Ci siamo goduti ben due film, totalmente diversi tra loro, ma ambedue esempio di grande cinema. Entrambe le pellicole trattano la Verità, la sua percezione, i corto circuiti che si creano tra chi la tratta di mestiere, chi la subisce, chi semplicemente la ignora. E delle complicazioni che il perseguirla inevitabilmente porta con sè.
I due film sono Truman Capote: a sangue freddo e Syriana. Totalmente diversi per tecnica narrativa e regia, per argomenti trattati, ritmo e soluzioni visive, eppure simili nell'essere due ottimi esempi di zetetica applicata al cinema.
In Truman Capote sono almeno due le cose entusiasmanti. La prima è la capacità degli autori di rendere percepibile la personalità dello scrittore, la miscela di sensibilità e arroganza che lo caratterizza, il confronto con una realtà insopportabile rispetto all'insostenibile leggerezza in cui si rifugia la sua esistenza, il peso schiacciante della verità, a cui non vuole sottrarsi, nonostante tutto.
Il film riesce a comunicare il senso di tragedia della situazione senza ricorrere a sermoni o prediche, ma lasciando alla bravura di Philip Seymour Hoffman e al non detto cinematografico il compito di trasmettere la complessità delle emozioni che lo attraversano e allo spettatore il compito di decifrarle.
Conoscevo Capote solo di nome prima della visione del film ( e il nome non sapevo neppure come pronunciarlo!), non so quanto il film sia storicamente accurato rispetto alla sua figura, ci certo la sua vicenda diventa assolutamente vera nella visione cinematografica di Bennett Miller.
Un' ulteriore nota di merito va al direttore della fotografia Adam Kimmel. Suoi sono gli indimenticabili panorami autunnali del film. E senz'altro suo il merito (da dividere con il regista) per la composizione formalmente perfetta delle inquadrature, perfezione estetica che invece di imbalsamare il film diventa perfettamente funzionale alla generazione di una tensione palpabile per tutto il corso della vicenda. Era davvero da tempo che non vedevo un film così bello.
…
Sempre di verità si occupa Syriana, film di Stephen Gaghan, regista e sceneggiatore sconosciuto al sottoscritto ma che risulta aver scritto anche Traffic diretto poi da Steven Soderbergh. Non le verità dello spirito, ma quelle più tangibili e altrettanto sfuggenti delle grandi manovre occulte che conducono l'energia dagli impianti d'estrazione nel deserto fino alle nostre pompe di benzina attraverso il caos mediorientale. In questo caso il merito dell'autore sta soprattutto nell'essere riuscito a ricomporre una situazione così complessa, mutevole e complicata nell'ordine rigoroso di un film perfettamente godibile. Nello sviluppare il difficile tema del sua pellicola Stephen Gaghan non rinuncia alle storie personali dei suoi protagonisti, anzi fa di queste storie personali il collante che permette allo spettatore di seguire la vicenda conducendolo all'interno del terrificante mondo delle lobby petrolifere, dei perversi incroci tra ragioni di stato e libero mercato, nelle strade frequentate da quelle persone al tempo stesso vittime e agenti di quel terrore che attraversa tutte le nostre vite.
Un esempio pressoché perfetto di cinema impegnato che non rinuncia a raccontare storie, che non si rifugia in uno sterile documentarismo o nell'assettica denuncia di un insopportabile status quo, ma che invece si esalta della difficoltà strutturale di una vicenda la cui complessità è evidente fin dalla prima scena.
Un plauso quindi a Stephen Gaghan sceneggiatore e regista della pellicola, ma anche al cast sopraffino (tra tutti un grande George Clooney invecchiato e imbolsito, in veste anche di produttore) che riesce mantenere alta la tensione e la comprensibilità della vicenda per tutta la durata del film.
Un dubbio però m'è rimasto. Cosa significa Syriana?
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I due film sono Truman Capote: a sangue freddo e Syriana. Totalmente diversi per tecnica narrativa e regia, per argomenti trattati, ritmo e soluzioni visive, eppure simili nell'essere due ottimi esempi di zetetica applicata al cinema.
In Truman Capote sono almeno due le cose entusiasmanti. La prima è la capacità degli autori di rendere percepibile la personalità dello scrittore, la miscela di sensibilità e arroganza che lo caratterizza, il confronto con una realtà insopportabile rispetto all'insostenibile leggerezza in cui si rifugia la sua esistenza, il peso schiacciante della verità, a cui non vuole sottrarsi, nonostante tutto.
Il film riesce a comunicare il senso di tragedia della situazione senza ricorrere a sermoni o prediche, ma lasciando alla bravura di Philip Seymour Hoffman e al non detto cinematografico il compito di trasmettere la complessità delle emozioni che lo attraversano e allo spettatore il compito di decifrarle.
Conoscevo Capote solo di nome prima della visione del film ( e il nome non sapevo neppure come pronunciarlo!), non so quanto il film sia storicamente accurato rispetto alla sua figura, ci certo la sua vicenda diventa assolutamente vera nella visione cinematografica di Bennett Miller.
Un' ulteriore nota di merito va al direttore della fotografia Adam Kimmel. Suoi sono gli indimenticabili panorami autunnali del film. E senz'altro suo il merito (da dividere con il regista) per la composizione formalmente perfetta delle inquadrature, perfezione estetica che invece di imbalsamare il film diventa perfettamente funzionale alla generazione di una tensione palpabile per tutto il corso della vicenda. Era davvero da tempo che non vedevo un film così bello.
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Un esempio pressoché perfetto di cinema impegnato che non rinuncia a raccontare storie, che non si rifugia in uno sterile documentarismo o nell'assettica denuncia di un insopportabile status quo, ma che invece si esalta della difficoltà strutturale di una vicenda la cui complessità è evidente fin dalla prima scena.
Un plauso quindi a Stephen Gaghan sceneggiatore e regista della pellicola, ma anche al cast sopraffino (tra tutti un grande George Clooney invecchiato e imbolsito, in veste anche di produttore) che riesce mantenere alta la tensione e la comprensibilità della vicenda per tutta la durata del film.
Un dubbio però m'è rimasto. Cosa significa Syriana?
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08 marzo 2007
Rapporto letture - Febbraio 2007
Un po' in ritardo, eccomi ad annotare le mie letture del mese di febbraio.
In questo mese l'unica lettura che varrebbe la pena ricordare è La Fortezza della sollitudine di Jonathan Lethem. Ma su questo meraviglioso romanzo mi sono già dilungato abbastanza qui . Purtroppo nessuno degli altri libri letti si può paragonare nemmeno lontanamente all'epopea brooklyniana dell'autore americano.
Vediamo i titoli. in rigoroso ordine di lettura:
- I fabbricanti di universi, di Philip J. Farmer. Esempio tipico di tutti quegli stereotipi per cui ancora oggi la fantascienza è ritenuta cosa da bambini, o quasi. Nel romanzo non c'è altro che un continuo susseguirsi di scontri e avventure con nemici sempre più grandi sempre più cattivi sempre più sorprendenti. Un racconto ad accumulo progressivo in cui la caratteristica più saliente è la magnifica muscolatura del protagonista, il suo rapporto virile con i compagni di viaggio, la stoica sopportazione dei disagi da parte della donzella in pericolo. Tutto qua.
La fantascienza dovrebbe trattare di idee, ma in questo romanzo le invenzioni originali latitano completamente (o sono troppo naif per essere menzionate), a meno che come idea non si intenda la descrizione di panorami esotici e delle improbabili comunità che vi risiedono, che di queste ce n'è invece in abbondanza.
Sembra incredibile che lo stesso autore abbia scritto uno dei miei racconti favoriti in assoluto, quel Riders of the Purple Wage (Il salario purpureo) che riesce a fondere magistralmente lo spirito dei sixties con uno sviluppo fantascientifico memorabile. Ma tant'è: nel caso de I fabbricanti di universi è tranquillamente dimenticabile.
- Futureland, di Walter Mosley. Con questo volume di racconti passiamo invece alla fantascienza più nuova e attuale. O almeno questo è quello che la data di pubblicazione e le note di copertina vorrebbero farci credere. In realtà la visione politica e la capacità di speculazione dell'autore sembrano nutrirsi dei luoghi comuni più frequentati dalla fantascienza di questi ultimi decenni: la megalopoli, il controllo delle corporation, l'uomo disumanizzato; con in più una serie di personaggi e situazioni che riporta ancora più indietro l'orologio fantascientifico, con la presenza del geniale e cattivissimo scienziato-capitalista di turno, l'eroina che proviene dal sottosuolo, l'afflato mistico della ribellione.
La sensazione più immediata è che ci si trovi di fronte allo Shirley di Eclipse in salsa afroamericana, in cui è evidente fin da subito chi siano i buoni, chi i cattivi, chi ha ragione chi ha torto… Intendiamoci, il volume si fa leggere molto volentieri, se non vi si cercano significati profondi e lo si può trovare anche divertente se non si presta troppa attenzione alla sottile vibrazione razzista sempre presente in sottofondo.
Ma ecco, da un libro promosso come un'opera visionaria tra le più rivelatrice del panorama contemporaneo mi aspettavo qualcosa di più.
- Hedrock l'immortale, di A.E. Van Vogt. Non so perché mi ostini a dare un'altra possibilità a Van Vogt. Probabilmente perché voglio arrivare a capire cosa ci abbiano trovato tutti gli ammiratori di cui gode ancora oggi la sua opera, che senz'altro, letta a 15 anni negli anni '40 doveva risultare davvero emozionante.
Del resto l'incessante susseguirsi di colpi di scena, di scenari sempre più esagerati, il mettere in gioco ogni volta il destino dell'universo, il basare il tutto sulle emozioni più basilari e i rapporti umani più semplici sono gli stessi meccanismi che decretano oggi il successo di miriadi di film d'azione ad alto budget. Probabilmente dunque sono io che ho aspettative troppo elevate e che non riesco a leggere nella dovuta prospettiva storica l'opera dell'autore canadese.
Vabbé, forse è il caso che ci rinunci…
Per il prossimo mese aspettatevi qualche escursione nel fantasy, almeno due righe su Crash e qualche nota connettivista.
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In questo mese l'unica lettura che varrebbe la pena ricordare è La Fortezza della sollitudine di Jonathan Lethem. Ma su questo meraviglioso romanzo mi sono già dilungato abbastanza qui . Purtroppo nessuno degli altri libri letti si può paragonare nemmeno lontanamente all'epopea brooklyniana dell'autore americano.
Vediamo i titoli. in rigoroso ordine di lettura:
- I fabbricanti di universi, di Philip J. Farmer. Esempio tipico di tutti quegli stereotipi per cui ancora oggi la fantascienza è ritenuta cosa da bambini, o quasi. Nel romanzo non c'è altro che un continuo susseguirsi di scontri e avventure con nemici sempre più grandi sempre più cattivi sempre più sorprendenti. Un racconto ad accumulo progressivo in cui la caratteristica più saliente è la magnifica muscolatura del protagonista, il suo rapporto virile con i compagni di viaggio, la stoica sopportazione dei disagi da parte della donzella in pericolo. Tutto qua.
La fantascienza dovrebbe trattare di idee, ma in questo romanzo le invenzioni originali latitano completamente (o sono troppo naif per essere menzionate), a meno che come idea non si intenda la descrizione di panorami esotici e delle improbabili comunità che vi risiedono, che di queste ce n'è invece in abbondanza.
Sembra incredibile che lo stesso autore abbia scritto uno dei miei racconti favoriti in assoluto, quel Riders of the Purple Wage (Il salario purpureo) che riesce a fondere magistralmente lo spirito dei sixties con uno sviluppo fantascientifico memorabile. Ma tant'è: nel caso de I fabbricanti di universi è tranquillamente dimenticabile.
- Futureland, di Walter Mosley. Con questo volume di racconti passiamo invece alla fantascienza più nuova e attuale. O almeno questo è quello che la data di pubblicazione e le note di copertina vorrebbero farci credere. In realtà la visione politica e la capacità di speculazione dell'autore sembrano nutrirsi dei luoghi comuni più frequentati dalla fantascienza di questi ultimi decenni: la megalopoli, il controllo delle corporation, l'uomo disumanizzato; con in più una serie di personaggi e situazioni che riporta ancora più indietro l'orologio fantascientifico, con la presenza del geniale e cattivissimo scienziato-capitalista di turno, l'eroina che proviene dal sottosuolo, l'afflato mistico della ribellione.
La sensazione più immediata è che ci si trovi di fronte allo Shirley di Eclipse in salsa afroamericana, in cui è evidente fin da subito chi siano i buoni, chi i cattivi, chi ha ragione chi ha torto… Intendiamoci, il volume si fa leggere molto volentieri, se non vi si cercano significati profondi e lo si può trovare anche divertente se non si presta troppa attenzione alla sottile vibrazione razzista sempre presente in sottofondo.
Ma ecco, da un libro promosso come un'opera visionaria tra le più rivelatrice del panorama contemporaneo mi aspettavo qualcosa di più.
- Hedrock l'immortale, di A.E. Van Vogt. Non so perché mi ostini a dare un'altra possibilità a Van Vogt. Probabilmente perché voglio arrivare a capire cosa ci abbiano trovato tutti gli ammiratori di cui gode ancora oggi la sua opera, che senz'altro, letta a 15 anni negli anni '40 doveva risultare davvero emozionante.
Del resto l'incessante susseguirsi di colpi di scena, di scenari sempre più esagerati, il mettere in gioco ogni volta il destino dell'universo, il basare il tutto sulle emozioni più basilari e i rapporti umani più semplici sono gli stessi meccanismi che decretano oggi il successo di miriadi di film d'azione ad alto budget. Probabilmente dunque sono io che ho aspettative troppo elevate e che non riesco a leggere nella dovuta prospettiva storica l'opera dell'autore canadese.
Vabbé, forse è il caso che ci rinunci…
Per il prossimo mese aspettatevi qualche escursione nel fantasy, almeno due righe su Crash e qualche nota connettivista.
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06 marzo 2007
Siamo tutti connessi
| Picture by Iguana Jo. |
Grazie alla magia della rete ho avuto la possibilità di esporre alcune mie foto alla NextCon che si è tenuta sabato in quel di Vimercate.
Se siete curiosi riguardo alla Convention vi invito a fare un giro qui o qui, per quanto mi riguarda posso dire che è sempre bello vedere tanto entusiasmo per un progetto culturale alternativo al mainstream. Sulla sostanza della proposta non mi pronuncio (ma lo farò presto, che qualche libro l'ho pure acquistato), ma visto che finalmente ho toccato con mano la connessione due parole sul movimento le voglio spendere.
Per quanto mi siano piaciute le persone coinvolte nel Connettivismo faccio fatica a riconoscermi in un movimento, in un qualsiasi movimento. Dal mio punto di vista l'etichetta connettivista, come tutte le etichette, può essere comoda per riconoscere, distinguere e collocare un'opera d'arte. È utile e forse anche necessaria per fare ordine e catalogare. Ma il fatto di stabilire a priori una connotazione, il rifarsi a un manifesto, lo schierarsi artisticamente, sono cose che non riesco a sentire come mie. Certo, il proporsi come movimento può essere un'efficace strategia di marketing per attirare a se le luci dell'establishment, ma dal punto di vista autoriale mi sembra un'inutile gabbia, che imprigiona eventuali episodi talentuosi e livella la proposta alla qualità media della stessa.
Ovviamente queste sono tutte impressioni generiche che non si riferiscono esclusivamente al movimento connettivista, che vanno ben al di là del felice incontro di sabato e che forse servono soprattutto a togliermi dall'imbarazzo che mi ha colto quando mi è stata rivolta la domanda fatale: ma tu, sei un Connettivista? Sono onorato di averne conosciuto qualcuno, ma no, non mi sento parte di alcun movimento. Preferisco accompagnarlo lungo la strada, goderne le opere e partecipare magari a qualche episodio lungo il cammino.
Detto questo, non posso che menzionare e ringraziare di cuore X per avermi invitato a partecipare alla NextCon; Alessio, Alex, Serena e Andrea che si sono fatti in quattro, sempre gentilissimi e disponibilissimi, per permettere a me e Annalisa di allestire la mostra nel migliore dei modi; tutti i Connettivisti, una banda di persone creative e positive, con quella vena di follia indispensabile per proporre fantascienza oggi; gli amici che ci sono venuti a trovare, e soprattutto Margotta, che connettivista non è, ma che si è rivelata davvero per una persona squisita (buon viaggio!) e last but not least, Annalisa, che è stata la mente (e il braccio!) per quanto riguarda l'allestimento dell'esposizione fotografica,
Ah… dimenticavo! Un ulteriore ringraziamento è d'obbligo alla persona sconosciuta (se fosse connessa si faccia viva!) che mi ha regalato la soddisfazione finale della giornata, portandosi a casa una delle fotografie. Grazie di cuore!
Per noi la serata s'è conclusa anzitempo, altri piacevoli impegni ci attendevano a Milano, però c'è rimasto il tempo per assistere alla proiezione di Con gli occhi di domani (stupefacente performance cinematografica, che a dispetto dei mezzi minimi utillizzati s'è rivelata notevole soprattutto dal punto di vista tecnico) proposta da Walter L'Assainato e Mauro Gazzola (andateli a trovare qui) e alla performance di Zoon e Kremo quest'ultimo in vena decisamente declamatorio/futurista che ha conquistato l'auditorio riuscendo ad unire in un mix azzardato ma perfettamente riuscito Fabrizio De André al manifesto connettivista.
In tarda serata c'è stato per noi il felice incontro con altre conoscenze che da virtuali si fanno sempre più concrete e reali. Parlo degli amici flickriani riuniti da Sarmax per festeggiare il suo compleanno: Kozan, Śiva , Giona, Auro, Meme, Koan, Pensiero, Berberenike … sono nomi che fuori dalla rete non diranno niente ai più, ma che nascondono dietro l'obiettivo delle loro macchine fotografiche un sacco di talento.
Queste sono le connessioni che mi esaltano.
Alla prossima!
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28 febbraio 2007
La fortezza della solitudine
Volevo provare a buttare giù qualche riga per raccontarvi La fortezza della solitudine, quanto mi abbia colpito, come sia rimasto affascinato dalla capacità di Jonathan Lethem di raccontare la crescita, i turbamenti, la solitudine di un ragazzo nella Brooklyn anni '70. Mi sono però reso conto di non esserne capace. Voglio dire, un riassunto del libro è piuttosto inutile e limitarmi a dirvi quanto sia fantastico, beh… potete immaginarvelo.
Provo piuttosto a spiegarvi perché io sia rimasto folgorato da questo romanzo. Probabilmente sarò troppo parziale e soggettivo, ma di recensioni in rete ce ne sono già a pacchi, di persone che hanno apprezzato La fortezza della solitudine soprattutto per la sua collocazione temporale, per la Brooklyn che si racconta, per gli accenni al punk o alla storia del soul. Forse poi a voi il libro piacerà perché si parla di supereroi o per le questioni razziali e la droga. O magari per il suo approccio disincantato alla fantascienza. Chi lo sa…
Per me è andata così.
A volte ti imbatti in una storia che improvvisamente illumina il tratto di strada che hai percorso fino a quel momento. In un autore che sembra sapere cose su di te che nemmeno ricordavi. Non importa se la storia si svolge a Brooklyn piuttosto che in California, se tu nella tua infanzia un nero non l'hai mai incontrato, se la scuola che frequentavi e gli amici che avevi erano completamente diversi. Se la tua esperienza con la droga si limita a una canna o due.
La verità è molto più semplice dei dettagli che la compongono.
I pezzi del caleidoscopio che Lethem costruisce sono fatti delle lacerazioni tra il mondo che vorremmo, il mondo che abbiamo intravisto lungo la via e quello che invece c'è toccato in sorte. I vetri che lo compongono sono colorati da sentimenti atrofizzatisi per la lunga resistenza al terrore quotidiano, schegge di quella gemma che conservi ben nascosta in fondo, da qualche parte, per sopravvivere. Ciò che lo tiene insieme è il tradimento, per esistere, e il pentimento, inutile, per riprovarci, inutilmente. Che tutto quello che ti rimane è puntare al cielo, solo per rimanere in piedi. Con la necessità di un superpotere, uno qualsiasi, che non può essere tutto qui quello su cui puoi contare.
Poi certo c'è la capacità di ricordare, la magia delle giornate passate a giocare per strada, le amicizie fantastiche e totalizzanti di quando hai 10/12 anni e ti accorgi che il mondo non è come te lo aspettavi. Quando ti rendi conto che per quanto tu voglia appartenere a qualcosa sei sempre quello fuori posto, quello che comunque la vita preferisce raccontarla piuttosto che viverla. E nonostante tutto non si abbatte, non diventa il nostro vicino cinico e sconfitto, ma trova un rifugio: una fortezza della solitudine da cui scrutare il mondo, subendone tutto il fascino, confortato dalla vastità delle possibilità, della miriade dei destini possibili.
Pronto a rinunciare ai superpoteri, se serve a salvare il proprio mondo. Magari da solo, ma conquistando una specie di pace. Alla fine.
Ecco, incontrare Dylan Ebdus è stato tutto questo e molto di più. Ma io non sono bravo come Lethem. Per questo conviene dare un'occhiata al suo romanzo, alla sua fortezza.
…
Provo piuttosto a spiegarvi perché io sia rimasto folgorato da questo romanzo. Probabilmente sarò troppo parziale e soggettivo, ma di recensioni in rete ce ne sono già a pacchi, di persone che hanno apprezzato La fortezza della solitudine soprattutto per la sua collocazione temporale, per la Brooklyn che si racconta, per gli accenni al punk o alla storia del soul. Forse poi a voi il libro piacerà perché si parla di supereroi o per le questioni razziali e la droga. O magari per il suo approccio disincantato alla fantascienza. Chi lo sa…
Per me è andata così.
A volte ti imbatti in una storia che improvvisamente illumina il tratto di strada che hai percorso fino a quel momento. In un autore che sembra sapere cose su di te che nemmeno ricordavi. Non importa se la storia si svolge a Brooklyn piuttosto che in California, se tu nella tua infanzia un nero non l'hai mai incontrato, se la scuola che frequentavi e gli amici che avevi erano completamente diversi. Se la tua esperienza con la droga si limita a una canna o due.
La verità è molto più semplice dei dettagli che la compongono.
I pezzi del caleidoscopio che Lethem costruisce sono fatti delle lacerazioni tra il mondo che vorremmo, il mondo che abbiamo intravisto lungo la via e quello che invece c'è toccato in sorte. I vetri che lo compongono sono colorati da sentimenti atrofizzatisi per la lunga resistenza al terrore quotidiano, schegge di quella gemma che conservi ben nascosta in fondo, da qualche parte, per sopravvivere. Ciò che lo tiene insieme è il tradimento, per esistere, e il pentimento, inutile, per riprovarci, inutilmente. Che tutto quello che ti rimane è puntare al cielo, solo per rimanere in piedi. Con la necessità di un superpotere, uno qualsiasi, che non può essere tutto qui quello su cui puoi contare.
Poi certo c'è la capacità di ricordare, la magia delle giornate passate a giocare per strada, le amicizie fantastiche e totalizzanti di quando hai 10/12 anni e ti accorgi che il mondo non è come te lo aspettavi. Quando ti rendi conto che per quanto tu voglia appartenere a qualcosa sei sempre quello fuori posto, quello che comunque la vita preferisce raccontarla piuttosto che viverla. E nonostante tutto non si abbatte, non diventa il nostro vicino cinico e sconfitto, ma trova un rifugio: una fortezza della solitudine da cui scrutare il mondo, subendone tutto il fascino, confortato dalla vastità delle possibilità, della miriade dei destini possibili.
Pronto a rinunciare ai superpoteri, se serve a salvare il proprio mondo. Magari da solo, ma conquistando una specie di pace. Alla fine.
Ecco, incontrare Dylan Ebdus è stato tutto questo e molto di più. Ma io non sono bravo come Lethem. Per questo conviene dare un'occhiata al suo romanzo, alla sua fortezza.
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22 febbraio 2007
Rossi & Turigliatto
Capisco le difficoltà di conciliare ideali e pratica politica. Capisco la fedeltà all'impegno preso. Capisco tutto quello che volete.
Ma non capisco i motivi per cui i signori Rossi e Turigliatto abbiano deciso di votare contro il loro esecutivo conoscendo benissimo quali sarebbero state le conseguenze del loro gesto. Un (non) voto che invece di tendere e rendere possibile nella pratica, nella vita, nel futuro i loro condivisibilissimi ideali, allontanano e rendono più difficile e improbabile la loro realizzazione.
Cos'è più importante per un senatore della repubblica?
Impuntarsi sul principio o scegliere il compromesso con l'obiettivo di un bene superiore o, nel caso, di un male minore?
Qualcuno ha voglia di spiegarmelo?
…
Ma non capisco i motivi per cui i signori Rossi e Turigliatto abbiano deciso di votare contro il loro esecutivo conoscendo benissimo quali sarebbero state le conseguenze del loro gesto. Un (non) voto che invece di tendere e rendere possibile nella pratica, nella vita, nel futuro i loro condivisibilissimi ideali, allontanano e rendono più difficile e improbabile la loro realizzazione.
Cos'è più importante per un senatore della repubblica?
Impuntarsi sul principio o scegliere il compromesso con l'obiettivo di un bene superiore o, nel caso, di un male minore?
Qualcuno ha voglia di spiegarmelo?
…
20 febbraio 2007
Tutti a Vimercate!
Alla prima NextCon ci sarò anch'io.
Grazie all'impegno della banda connettivista e di X in particolare, mi è stata offerta l'opportunità di esporre alcune delle mie immagini.
Le foto sono state scelte, le stampe in lavorazione, per il 3 marzo dovrà essere tutto pronto.
Io tengo le dita incrociate e spero di incontrarvi a Vimercate.
('azz! pure la rima!)
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Grazie all'impegno della banda connettivista e di X in particolare, mi è stata offerta l'opportunità di esporre alcune delle mie immagini.
Le foto sono state scelte, le stampe in lavorazione, per il 3 marzo dovrà essere tutto pronto.
Io tengo le dita incrociate e spero di incontrarvi a Vimercate.
('azz! pure la rima!)
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16 febbraio 2007
I'm So Bored With the U.S.A.
Panoramica sulla questione Dal Molin
(english appeal)
I'm so bored with the USA, but I'm way more bored with our politicians.
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(english appeal)
I'm so bored with the USA, but I'm way more bored with our politicians.
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13 febbraio 2007
Dieci mondi immaginari - Terza parte
L'ultima volta ci eravamo lasciati persi nel cosmo al seguito della Diaspora eganiana. È tempo di tornare sulla terra.
Dagli spazi infiniti ai confini dell'universo a quelli decisamente più claustrofobici dell'Orbit de La notte del drive-in texano gestito dal grande Joe R Lansdale. Non è cinema per tutti i palati, questo è sicuro. Sullo schermo dell'Orbit scorrono ininterrottamente per questa lunghissima notte 5 classici horror, per non parlare di quello che succede in platea. Ma mettetevi pure comodi, che tra re del vomito-corn, cannibalismi assortiti e altre schifezzuole varie c'è pure il tempo di farsi qualche grassa risata. Uno spettacolo indimenticabile, uno scenario perfetto, almeno per gli amanti dello splatter più demenziale.
Per chi preferisce invece vagare per i vicoli della metropoli o fare un salto tra le profondità della matrice consiglio assolutamente una visita allo Sprawl. Anche se ormai ha assunto le tinte del classico quartiere globalizzato sotto casa, il luogo dove ha preso residenza l'immaginario di Wiliam Gibson col suo sapore ormai retrò di futuro all'antica continua infatti ad avere un gusto indimenticabile, quello che vi lascia in bocca una notte trascorsa sintonizzati su un canale morto mentre i Sonic Youth schitarrano appena sotto la soglia dell'udibile (a meno che non abbiate installato l'upgrade Ono-Sendai nel vostro canale uditivo).
Neo romantici o vecchi scoppiati, lupi della rete o cyber-combattenti, qualunque cosa stiate cercando qui la troverete.
Per la penultima tappa di questo viaggio ci spostiamo in compagnia di Gene Wolfe verso il futuro più estremo, verso la fine della storia. Il nostro pianeta le ha viste ormai tutte, tanto che non ci si stupisce nemmeno troppo di trovarsi a proprio agio ad accompagnare per i suoi viaggi un torturatore in tutto il suo discutibile splendore. La terra del nuovo sole è in effetti un posto decisamente enigmatico, strati su strati di storia, di visitatori, di civiltà hanno reso quasi impossibile orientarsi. La scienza è diventata magia e gli artefatto tecnologi sono ormai indistinguibili da quelli soprannaturali, del tutto mimetizzati nell'uso quotidiano. Severian è un'ottima guida, forse un po' parco nel fornire indicazioni ai compagni di strada, ma decisamente affascinante. Seguitelo, non ve ne pentirete.
Alla fine di questa escursione nell'immaginario ecco un luogo senza tempo, il palcoscenico ideale per l'eterno dibattersi tra i desideri e le ambizioni umane e le necessità della Storia, tra la complessità delle emozioni e il destino. Questo è un invito a visitare il Regno di Olar, a seguire le gesta dell'indimenticabile regina Ardid e delle generazioni che porteranno il regno al suo destino finale nelle mani del Dimenticato Re Gudù. Tra castelli tenebrosi, mondi di fiaba, strani famigli, guerrieri e maghi riscoprirete il senso della Storia, la profondità dell'animo umano, le sue ossessioni, le sue miserie, la sua grandezza. Mica poco, per un regno ormai dimenticato negli abissi del tempo, riportato tra noi in tutto il suo splendore, nella molteplicità dei suoi possibili significati, dalla straordinaria Ana Maria Matute.
Con quest'ultima tappa finisce questo breve tour nell'immaginario.
Spero abbiate gradito il panorama lungo la strada!
…
Dieci mondi immaginari - Prima parte
Dieci mondi immaginari - Seconda parte
Dagli spazi infiniti ai confini dell'universo a quelli decisamente più claustrofobici dell'Orbit de La notte del drive-in texano gestito dal grande Joe R Lansdale. Non è cinema per tutti i palati, questo è sicuro. Sullo schermo dell'Orbit scorrono ininterrottamente per questa lunghissima notte 5 classici horror, per non parlare di quello che succede in platea. Ma mettetevi pure comodi, che tra re del vomito-corn, cannibalismi assortiti e altre schifezzuole varie c'è pure il tempo di farsi qualche grassa risata. Uno spettacolo indimenticabile, uno scenario perfetto, almeno per gli amanti dello splatter più demenziale.
Per chi preferisce invece vagare per i vicoli della metropoli o fare un salto tra le profondità della matrice consiglio assolutamente una visita allo Sprawl. Anche se ormai ha assunto le tinte del classico quartiere globalizzato sotto casa, il luogo dove ha preso residenza l'immaginario di Wiliam Gibson col suo sapore ormai retrò di futuro all'antica continua infatti ad avere un gusto indimenticabile, quello che vi lascia in bocca una notte trascorsa sintonizzati su un canale morto mentre i Sonic Youth schitarrano appena sotto la soglia dell'udibile (a meno che non abbiate installato l'upgrade Ono-Sendai nel vostro canale uditivo).
Neo romantici o vecchi scoppiati, lupi della rete o cyber-combattenti, qualunque cosa stiate cercando qui la troverete.
Per la penultima tappa di questo viaggio ci spostiamo in compagnia di Gene Wolfe verso il futuro più estremo, verso la fine della storia. Il nostro pianeta le ha viste ormai tutte, tanto che non ci si stupisce nemmeno troppo di trovarsi a proprio agio ad accompagnare per i suoi viaggi un torturatore in tutto il suo discutibile splendore. La terra del nuovo sole è in effetti un posto decisamente enigmatico, strati su strati di storia, di visitatori, di civiltà hanno reso quasi impossibile orientarsi. La scienza è diventata magia e gli artefatto tecnologi sono ormai indistinguibili da quelli soprannaturali, del tutto mimetizzati nell'uso quotidiano. Severian è un'ottima guida, forse un po' parco nel fornire indicazioni ai compagni di strada, ma decisamente affascinante. Seguitelo, non ve ne pentirete.
Alla fine di questa escursione nell'immaginario ecco un luogo senza tempo, il palcoscenico ideale per l'eterno dibattersi tra i desideri e le ambizioni umane e le necessità della Storia, tra la complessità delle emozioni e il destino. Questo è un invito a visitare il Regno di Olar, a seguire le gesta dell'indimenticabile regina Ardid e delle generazioni che porteranno il regno al suo destino finale nelle mani del Dimenticato Re Gudù. Tra castelli tenebrosi, mondi di fiaba, strani famigli, guerrieri e maghi riscoprirete il senso della Storia, la profondità dell'animo umano, le sue ossessioni, le sue miserie, la sua grandezza. Mica poco, per un regno ormai dimenticato negli abissi del tempo, riportato tra noi in tutto il suo splendore, nella molteplicità dei suoi possibili significati, dalla straordinaria Ana Maria Matute.
Con quest'ultima tappa finisce questo breve tour nell'immaginario.
Spero abbiate gradito il panorama lungo la strada!
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Dieci mondi immaginari - Prima parte
Dieci mondi immaginari - Seconda parte
11 febbraio 2007
Do you Reggae?
Picture by Iguana Jo.
Probabilmente a causa del grigio padano che mi circonda mi sto dando al reggae. Il problema è che sono piuttosto ignorante al riguardo. Tolto qualche nome storico (Bob Marley, Aswad, Steel Pulse, Linton Kwesi Johnson) non conosco molto altro.
Avete qualche suggerimento per allargare le mie conoscenze?
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08 febbraio 2007
Dieci mondi immaginari - Seconda parte
Proseguiamo da dove eravamo rimasti. Si parlava di treni se non ricordo male, vero? …e allora via che andiamo.
La prossima fermata è Desolation Road, Marte. Denso di storie personali come una fantascientifica Macondo e colorato come un fumetto, il buon vecchio pianeta rosso terraformato da Ian McDonald è percorso da colossali treni a fusione e circondato da una peculiare corona di angeli e santi. La visita è una meraviglia continua, accompagnata da una leggerezza che è raro trovare in questi ambiti.
Dopo aver trascorso qualche tempo nella ridente cittadina di Desolation Road (o in quel che ne resta) consiglio di proseguire il viaggio a bordo dell'Ares Express per attraversare il pianeta extraterrestre più interessante mi sia mai capitato di visitare. Ed è giusto qui, dietro l'angolo..
A chi invece apprezza le sane (!) tradizioni di una volta, le dame, i cavalieri, l'armi, gli amori, eccetera eccetera, non posso che consigliare di trasferirsi seduta stante in quel di Westeros. Tra araldica e avventure, tragedie familiari e magia nera, battaglie epocali e vili tradimenti nelle Cronache del ghiaccio e del fuoco anche il più annoiato dei frequentatori delle lande del fantasy troverà pane per i suoi denti. Certo, bisognerà portare un po' di pazienza che inoltrarsi per le innumerevoli pagine che compongono la vicenda è cosa lunga ma vedrete che le soddisfazioni non mancheranno. In ogni caso anche il più costante degli esplorati a un certo punto dovrà fermarsi di fronte alle terre incognite che George R. R. Martin deve ancora mappare, che Westeros è un mondo destinato agli intrepidi senza macchia e senza paura (di rimanere bloccati a metà strada).
Se invece il vostro scopo è bearvi delle possibilità infinite dell'esistenza vi propongo di far tappa a Permutation City. Dovrete risolvere i dubbi (meta)fisici che vi assilleranno, che diventare fantasmi nella macchina non è cosa da prendersi a cuor leggero, ma se ci riuscirete avrete l'eternità per inventarvi la vita, l'universo e tutto quanto. Parola di Greg Egan. (sarebbe consigliabile anche un viaggio ai confini dell'universo a bordo della Diaspora, ma non voglio esagerare che le dimensioni dell'impresa si farebbero davvero enormi. Però, se siete davvero affamati di meraviglioso…)
A presto per l'ultima parte di questo viaggio in dieci tappe alla scoperta delle meraviglie del multiverso.
…
La prossima fermata è Desolation Road, Marte. Denso di storie personali come una fantascientifica Macondo e colorato come un fumetto, il buon vecchio pianeta rosso terraformato da Ian McDonald è percorso da colossali treni a fusione e circondato da una peculiare corona di angeli e santi. La visita è una meraviglia continua, accompagnata da una leggerezza che è raro trovare in questi ambiti.
Dopo aver trascorso qualche tempo nella ridente cittadina di Desolation Road (o in quel che ne resta) consiglio di proseguire il viaggio a bordo dell'Ares Express per attraversare il pianeta extraterrestre più interessante mi sia mai capitato di visitare. Ed è giusto qui, dietro l'angolo..
A chi invece apprezza le sane (!) tradizioni di una volta, le dame, i cavalieri, l'armi, gli amori, eccetera eccetera, non posso che consigliare di trasferirsi seduta stante in quel di Westeros. Tra araldica e avventure, tragedie familiari e magia nera, battaglie epocali e vili tradimenti nelle Cronache del ghiaccio e del fuoco anche il più annoiato dei frequentatori delle lande del fantasy troverà pane per i suoi denti. Certo, bisognerà portare un po' di pazienza che inoltrarsi per le innumerevoli pagine che compongono la vicenda è cosa lunga ma vedrete che le soddisfazioni non mancheranno. In ogni caso anche il più costante degli esplorati a un certo punto dovrà fermarsi di fronte alle terre incognite che George R. R. Martin deve ancora mappare, che Westeros è un mondo destinato agli intrepidi senza macchia e senza paura (di rimanere bloccati a metà strada).
Se invece il vostro scopo è bearvi delle possibilità infinite dell'esistenza vi propongo di far tappa a Permutation City. Dovrete risolvere i dubbi (meta)fisici che vi assilleranno, che diventare fantasmi nella macchina non è cosa da prendersi a cuor leggero, ma se ci riuscirete avrete l'eternità per inventarvi la vita, l'universo e tutto quanto. Parola di Greg Egan. (sarebbe consigliabile anche un viaggio ai confini dell'universo a bordo della Diaspora, ma non voglio esagerare che le dimensioni dell'impresa si farebbero davvero enormi. Però, se siete davvero affamati di meraviglioso…)
A presto per l'ultima parte di questo viaggio in dieci tappe alla scoperta delle meraviglie del multiverso.
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06 febbraio 2007
Dieci mondi immaginari - Prima parte
Un'avvertenza. Questa non è propriamente una top-ten. Non è con intento classificatorio ho preparato questo elenco. Piuttosto è un variegato panorama, una sorta di catalogo dei mondi che ho visitato, dei territori dell'immaginazione la cui visita vale il prezzo del biglietto. Per la maggior parte non sono luoghi in cui mi piacerebbe vivere, molti sono oscuri, altri piuttosto arretrati, un paio decisamente pericolosi. Ma tutti sono frequentati da soggetti piuttosto interessanti e vi succedono accadimenti densi di meraviglie.
Seguitemi in questi breve tour ai confini della realtà.
Come base di partenza direi che la Cultura di Banksiana memoria sia il luogo ideale. In effetti tra tutte le società umane che popolano il multiverso è l'unica in cui potrei trasferirmi immediatamente. Non avendo una sede di riferimento precisa ma essendo sparsa per tutta la galassia offre sorprese e opportunità che solo pochi altri luoghi sono in grado di proporre. Fateci un salto appena avete un attimo libero!
(la Cultura è visitabile tramite i seguenti portali tutti gestiti dal prode Iain M. Banks: La mente di Schar (aka Pensa a Fleba),L'impero di Azad, La guerra di Zakalwe , L'altro Universo , Lo Stato dell'Arte, Inversioni, Volgi lo sguardo al vento.
Se invece preferite paesaggi incontaminati, avventure nelle foreste o epici scontri con mostri assortiti , beh… non vi resta che fare un giro nella Terra di Mezzo. Lo so, lo so: è una destinazione un po' abusata, ma se è stata scelta da tanta gente un motivo ci sarà. Ricordatevi la maglia di ferro, un po' di erba pipa e schiaritevi la voce. Tra una battaglia e un'esplorazione una bella cantatina tra amici è d'obbligo.
Immagino che tutti conosciate la strada, ma se per caso ci fosse ancora qualcuno all'oscuro il sentiero da percorrere parte da Lo Hobbit e prosegue diritto fino al Signore degli Anelli. Esistono anche sentieri laterali ma li consiglio solo a chi non vuol perdersi prorpio nessuna delle tracce lasciate da mastro Tolkien.
Dopo esservi rinfrancati lo spirito tra le amene colline della Contea un tuffo nell'oscurità è quasi salutare. Per questo motivo un'ottima scelta potrebbe rivelarsi New Crobuzon: la tentacolare città sembra uscita da un incubo futuribile in cui Jeronimus Bosch se la vede con la Gotham City di un Batman ben riuscito. Non un posto da portarci i bambini insomma, ma di certo lo scenario ideale per incrociare donzelle dalla testa d'insetto, uomini alati depressi o vecchi calcolatori al vapore. Il costruttore della città, l'inglese China Mieville, a voluto preseguire l'opera elaborando l'intero pianeta. Io mi sono limitato a sostare in Perdido Street Station, che non ho avuto ancora l'occasione di esplorare i successivi mattoni della sua costruzione: La cittò delle navi e Il trono degli dei. Se qualcuno vuole illuminarmi…
A breve il tour proseguirà per le successive mete del viaggio. Rimanete in carrozza, nuovi mondi fantastici dietro la prossima curva.
…
Seguitemi in questi breve tour ai confini della realtà.
Come base di partenza direi che la Cultura di Banksiana memoria sia il luogo ideale. In effetti tra tutte le società umane che popolano il multiverso è l'unica in cui potrei trasferirmi immediatamente. Non avendo una sede di riferimento precisa ma essendo sparsa per tutta la galassia offre sorprese e opportunità che solo pochi altri luoghi sono in grado di proporre. Fateci un salto appena avete un attimo libero!
(la Cultura è visitabile tramite i seguenti portali tutti gestiti dal prode Iain M. Banks: La mente di Schar (aka Pensa a Fleba),L'impero di Azad, La guerra di Zakalwe , L'altro Universo , Lo Stato dell'Arte, Inversioni, Volgi lo sguardo al vento.
Se invece preferite paesaggi incontaminati, avventure nelle foreste o epici scontri con mostri assortiti , beh… non vi resta che fare un giro nella Terra di Mezzo. Lo so, lo so: è una destinazione un po' abusata, ma se è stata scelta da tanta gente un motivo ci sarà. Ricordatevi la maglia di ferro, un po' di erba pipa e schiaritevi la voce. Tra una battaglia e un'esplorazione una bella cantatina tra amici è d'obbligo.
Immagino che tutti conosciate la strada, ma se per caso ci fosse ancora qualcuno all'oscuro il sentiero da percorrere parte da Lo Hobbit e prosegue diritto fino al Signore degli Anelli. Esistono anche sentieri laterali ma li consiglio solo a chi non vuol perdersi prorpio nessuna delle tracce lasciate da mastro Tolkien.
Dopo esservi rinfrancati lo spirito tra le amene colline della Contea un tuffo nell'oscurità è quasi salutare. Per questo motivo un'ottima scelta potrebbe rivelarsi New Crobuzon: la tentacolare città sembra uscita da un incubo futuribile in cui Jeronimus Bosch se la vede con la Gotham City di un Batman ben riuscito. Non un posto da portarci i bambini insomma, ma di certo lo scenario ideale per incrociare donzelle dalla testa d'insetto, uomini alati depressi o vecchi calcolatori al vapore. Il costruttore della città, l'inglese China Mieville, a voluto preseguire l'opera elaborando l'intero pianeta. Io mi sono limitato a sostare in Perdido Street Station, che non ho avuto ancora l'occasione di esplorare i successivi mattoni della sua costruzione: La cittò delle navi e Il trono degli dei. Se qualcuno vuole illuminarmi…
A breve il tour proseguirà per le successive mete del viaggio. Rimanete in carrozza, nuovi mondi fantastici dietro la prossima curva.
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01 febbraio 2007
Rapporto letture - Gennaio 2007
Prendendo esempio dall'amico Paolo inauguro con questo post una sorta di diario personale con le letture del mese.
Il fatto è che più passa il tempo meno sono i volumi che mi si fissano nella memoria. Lasciare un appunto, un pensiero, una nota dovrebbe servirmi a recuperare se non la sostanza almeno lo spirito di quanto vado leggendo.
Eppoi è un ottimo spunto per farci sopra delle chiacchiere, non trovate?
Partiamo dunque.
Se c'è una caratteristica che in qualche modo accomuna i libri di questo gennaio è la memoria, intesa sia come capacità di fissare un ricordo sia come viaggio nel passato più o meno recente.
Il mese è iniziato con la lettura di Soldier of the Mist di Gene Wolfe, interessante incrocio tra romanzo storico (l'ambientazione nell'antica grecia è resa in maniera magistrale) e fantasy (con l'irrompere nella vicenda del soprannaturale nella persona del pantheon greco al completo). Con queste premesse la storia sembra interessante ma non riesce mai a spiccare il volo e a rendere davvero memorabili le avventure del soldato Latro, senza memoria e ricordi ma con la capacità di vedere e parlare con gli antichi dei.
Utilizzando un artificio simile (ma ribaltandone il meccanismo) a quello impiegato nel Libro del Nuovo Sole Wolfe ripercorre la vita del protagonista dal suo punto di vista limitato ma estremamente partecipe. Purtroppo Latro non ha il carisma di Severian e le sue avventure si riducono a una serie di episodi che faticano a rendere consistente la vicenda.
Cambio completo di genere per Jim ha cambiato strada di Jim Carroll. L'autore riprende il racconto autobiografico della sua vita da poeta/tossico di strada newyorkese interrotto alla fine di Jim entra nel campo di basket. Jim ha ormai più di vent'anni, frequenta da outsider il giro poetico artistico alternativo dei primi anni '70 (e così capita di incontrare Warhol o Ginsberg o Burroughs) e ci rovescia addosso un po' delle sensazioni del periodo.
Lettura sostanzialmente inutile. Rispetto al primo volume di ricordi Jim Carroll ha perso molto dell'entusiasmo e della verve narrativa che contraddistingueva il suo diario dei '60, con in più una tendenza alla ricercatezza stilistica che non riesce mai a trasformarsi in una voce personale. Solo per appassionati del periodo.
Altro tuffo nella memoria col titolo seguente: Comma 23 di Joseph Heller. In questo caso la memoria è quella personale, che a sentire nominare Heller torna immediatamente a Comma 22, romanzo fondamentale nella mia esperienza di lettore.
Questo Comma 23 è però solo la pallida ombra del capolavoro a cui il titolo fa riferimento. Il volume raccoglie tutta la produzione breve di Heller, dai racconti giovanili, editi e inediti, ad altri episodi della vita di Yossarian tagliati o successivi rispetto a Comma 22, a una piece teatrale ispirata al romanzo, fino ad alcuni interventi dal taglio biografico/anedottico che raccontano qualche retroscena sulla stesura del romanzo e sulla sua trasposizione cinematografica.
I racconti sono interessanti, almeno quello del capitano è memorabile, ma sotteso alla lettura dell'antologia rimane continuo il confronto impossibile con quello che è diventato uno dei libri più importanti della seconda metà dello scorso secolo. E nel paragone con Comma 22 tutto diventa quasi banale, secondario.
E per finire non poteva mancare un romanzo di fantascienza: Tokyo non ci vuole più bene di Ray Loriga. Come sempre più spesso accade questo romanzo non lo troverete nello scaffale dedicato alla sf della vostra libreria di fiducia, come sempre più spesso accade nella presentazione del libro la parola fantascienza nemmeno compare. Ma come definireste voi un romanzo in cui si parla di erosione selettiva della memoria ad opera di nuove droghe legalmente vendute da regolari piazzisti in giro per il mondo?
La lettura è piacevole, con degli sprazzi di puro genio. Purtroppo però il romanzo non decolla mai verso le altezze visionarie che sembrerebbe lecito attendersi, ma si inviluppa su stesso nel racconto della solita storia d'amore sfortunata del protagonista. Lungo la strada però gli scorci interessanti non mancano, l'abbondanza di droghe sintetiche e di sesso facile fa un po' girare la testa e l'unica cosa di cui si sente un po' la mancanza è il buon vecchio rock'n'roll. Ma almeno per Loriga quei tempi sembrano essere ormai del tutto tramontati.
In definitiva Tokyo non ci vuole più bene è un romanzo interessante, forse un po' troppo freddo per i miei gusti ma che in fondo si lascia leggere senza opporre troppa resistenza.
…
Il fatto è che più passa il tempo meno sono i volumi che mi si fissano nella memoria. Lasciare un appunto, un pensiero, una nota dovrebbe servirmi a recuperare se non la sostanza almeno lo spirito di quanto vado leggendo.
Eppoi è un ottimo spunto per farci sopra delle chiacchiere, non trovate?
Partiamo dunque.
Se c'è una caratteristica che in qualche modo accomuna i libri di questo gennaio è la memoria, intesa sia come capacità di fissare un ricordo sia come viaggio nel passato più o meno recente.
Il mese è iniziato con la lettura di Soldier of the Mist di Gene Wolfe, interessante incrocio tra romanzo storico (l'ambientazione nell'antica grecia è resa in maniera magistrale) e fantasy (con l'irrompere nella vicenda del soprannaturale nella persona del pantheon greco al completo). Con queste premesse la storia sembra interessante ma non riesce mai a spiccare il volo e a rendere davvero memorabili le avventure del soldato Latro, senza memoria e ricordi ma con la capacità di vedere e parlare con gli antichi dei.
Utilizzando un artificio simile (ma ribaltandone il meccanismo) a quello impiegato nel Libro del Nuovo Sole Wolfe ripercorre la vita del protagonista dal suo punto di vista limitato ma estremamente partecipe. Purtroppo Latro non ha il carisma di Severian e le sue avventure si riducono a una serie di episodi che faticano a rendere consistente la vicenda.
Cambio completo di genere per Jim ha cambiato strada di Jim Carroll. L'autore riprende il racconto autobiografico della sua vita da poeta/tossico di strada newyorkese interrotto alla fine di Jim entra nel campo di basket. Jim ha ormai più di vent'anni, frequenta da outsider il giro poetico artistico alternativo dei primi anni '70 (e così capita di incontrare Warhol o Ginsberg o Burroughs) e ci rovescia addosso un po' delle sensazioni del periodo.
Lettura sostanzialmente inutile. Rispetto al primo volume di ricordi Jim Carroll ha perso molto dell'entusiasmo e della verve narrativa che contraddistingueva il suo diario dei '60, con in più una tendenza alla ricercatezza stilistica che non riesce mai a trasformarsi in una voce personale. Solo per appassionati del periodo.
Altro tuffo nella memoria col titolo seguente: Comma 23 di Joseph Heller. In questo caso la memoria è quella personale, che a sentire nominare Heller torna immediatamente a Comma 22, romanzo fondamentale nella mia esperienza di lettore.
Questo Comma 23 è però solo la pallida ombra del capolavoro a cui il titolo fa riferimento. Il volume raccoglie tutta la produzione breve di Heller, dai racconti giovanili, editi e inediti, ad altri episodi della vita di Yossarian tagliati o successivi rispetto a Comma 22, a una piece teatrale ispirata al romanzo, fino ad alcuni interventi dal taglio biografico/anedottico che raccontano qualche retroscena sulla stesura del romanzo e sulla sua trasposizione cinematografica.
I racconti sono interessanti, almeno quello del capitano è memorabile, ma sotteso alla lettura dell'antologia rimane continuo il confronto impossibile con quello che è diventato uno dei libri più importanti della seconda metà dello scorso secolo. E nel paragone con Comma 22 tutto diventa quasi banale, secondario.
E per finire non poteva mancare un romanzo di fantascienza: Tokyo non ci vuole più bene di Ray Loriga. Come sempre più spesso accade questo romanzo non lo troverete nello scaffale dedicato alla sf della vostra libreria di fiducia, come sempre più spesso accade nella presentazione del libro la parola fantascienza nemmeno compare. Ma come definireste voi un romanzo in cui si parla di erosione selettiva della memoria ad opera di nuove droghe legalmente vendute da regolari piazzisti in giro per il mondo?
La lettura è piacevole, con degli sprazzi di puro genio. Purtroppo però il romanzo non decolla mai verso le altezze visionarie che sembrerebbe lecito attendersi, ma si inviluppa su stesso nel racconto della solita storia d'amore sfortunata del protagonista. Lungo la strada però gli scorci interessanti non mancano, l'abbondanza di droghe sintetiche e di sesso facile fa un po' girare la testa e l'unica cosa di cui si sente un po' la mancanza è il buon vecchio rock'n'roll. Ma almeno per Loriga quei tempi sembrano essere ormai del tutto tramontati.
In definitiva Tokyo non ci vuole più bene è un romanzo interessante, forse un po' troppo freddo per i miei gusti ma che in fondo si lascia leggere senza opporre troppa resistenza.
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Jonathan Strange e il signor Norrell
Visto che tempo fa mi ero ripromesso di scrivere due righe più approfondite su Jonathan Strange e il signor Norrell e che poi invece non l'ho mai fatto, vi segnalo questa ottima recensione di Vanamonde che condivido pressoché in toto.
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27 gennaio 2007
Dick, Dick e ancora Dick (di passaggio in libreria)
In libreria c'era una volta lo spazio dei libri di fantascienza, una dozzina di scaffali ben visibili in un reparto tutto per loro. Negli ultimi anni questo spazio è andato via via riducendosi, mimetizzandosi con quello fantasy che invece è cresciuto, perdendo la sua connotazione cromatica che lo rendeva immediatamente riconoscibile (che fine anno fatto i Cosmo Oro?) per ridursi ormai a un paio di scaffali tra i libri di cinema, quelli di fantasy e i fumetti lì nei pressi.
Ma cos'è che caratterizza questo spazio? Quali sono le presenze dominanti (gli autori di moda?) che riempiono il piccolo spazio dedicato alla fantascienza nelle librerie italiane?
Fino a dieci/quindici anni fa la fantascienza in libreria era caratterizzata da due elementi immediatamente riconoscibili. I dorsi color oro e argento delle serie Nord, e poi l'immancabile taappeto di titoli del Buon Dottore. I primi erano dedicati agli specialisti del settore mentre la messe di titoli asimoviani erano destinati al frequentatore distratto, al neofita, a chi voleva assaggiare il genere. Poco importava se i romanzi in questione risalivano anche a quarant'anni prima, poco importava se nel frattempo la fantascienza era diventata qualcosa di diverso. Asimov era Asimov. E non c'era niente da fare.
Poi, verso la fine degli anni novanta, è successo qualcosa. Non so a chi vada imputata la responsabilità del cambiamento, se alla critica ufficiale, al pubblico generalista, agli editori o ai librai stessi ma di punto in bianco gli enormi spazi dedicati a Asimov sono stati poco a poco erosi dal Nuovo Grande Autore Fantascientifico del momento (nuovo per il grande pubblico almeno).
Poteva essere Gibson (che in un certo qual modo un suo spazio librario se l'era conquistato), poteva capitare a Banks (la vera bomba sf degli anni '90) e invece l'onore del titolo in questione è stato conferito a un autore scomparso ormai da una decina d'anni: Philip Kindred Dick. Il buon vecchio Dick la gloria se la merita anche, almeno per la carriera da outsider che ha condotto per tutta la sua vita, ma davvero meritava tutti i riflettori solo per lui? Siamo sicuri che avesse davvero tutti questi meriti? I suoi romanzi son tutti capolavori? Le sue idee così sfolgoranti?
Beh… sulla sua visionarietà, sulle sue capacità immaginifiche, sulla sua capacità di giocare tra realtà e paranoia c'è poco da dire. In questo Dick è stato un vero maestro. Basta leggere uno qualsiasi dei suoi racconti per rendersi conto delle sue capacità di rendere su carta la portata rivoluzionaria delle sue creazioni, delle sue visioni. Ma i romanzi? Beh… a frequentare le varie comunità sf on-line sembra che ci sia un vero e proprio culto dei romanzi dickiani, dai più rinomati fino a quelli che solo i fan più accaniti potrebbero considerare leggibili (sicuramente c'è in giro qualche estimatore anche de L'ora dei grandi vermi, tanto per dire).
Però io tutta questa ammirazione davvero non la capisco. Non ho letto tutti i romanzi del nostro, solo una mezza dozzina. Ma tra questi ci sono The Man in the HIgh Castle (a seconda della traduzione italiana La svastica sul sole o L'uomo nell'alto castello), Le tre stimmate di Palmer Eldritch e Ubik ovvero tre tra quelli che sono considerati i suoi massimi capolavori.
Non che questi romanzi siano privi di qualità, tutt'altro, ma nessuno è esente da quelli che per me sono enormi difetti. Primo tra tutti e caratteristico dello stile dickiano, una sorta di disordine compositivo, di scarsa padronanza dello sviluppo narrativo del romanzo che m'è parso presente in tutti i libri letti (con l'eccezione de La svastica sul sole, molto più curato, ma anche decisamente più normale come costruzione narrativa) e che ho trovato quanto meno fastidioso. Come se ci si ritrovasse a leggere la prima bozza di un grande romanzo che l'autore, vuoi per scarsa cura o per mancanza di tempo, avesse deciso di pubblicare così, senza troppo riguardo per chi poi quel libro lo avrebbe letto.
Insomma, se nei racconti la forma e la sostanza dell'opera dickiana merita un plauso incondizionato, tutte le volte che mi son ritrovato a leggere un suo romanzo alla fine erano la delusione e il rimpianto le sensazione più forte.
Delusione e rimpianto che si provano quando si arriva a un passo dalla rivelazione, a un attimo dalla possibilità di dare un'occhiata oltre il velo della nostra realtà, di scorgere la Verità. Tutte occasioni frustrate dall'incapacità di Dick di mantenere fino in fondo il controllo della materia narrata, del mondo ricreato dalla sua immaginazione.
So che la mia opinione è decisamente minoritaria, ma tant'è, io sono qui e aspetto le repliche dei Veri Credenti.
Ah… per quanto riguarda le librerie: mi sembra che anche la moda dickiana abbia ormai i giorni contati. Purtroppo non si vede nessuno all'orizzonte (o meglio, gli editori o chi per loro non vedono nessuno) capace di prendere il posto di Dick come apripista del reparto fantascienza. Temo in un ritorno in grande stile del Buon Dottore, o ancor peggio l'estinzione definitiva dei due poveri scaffali fantascientifici sopravvissuti.
Staremo a vedere. Per ora approfittatene, andate a comperarvi un libro di fantascienza. Finché riuscite a trovarne.
…
Ma cos'è che caratterizza questo spazio? Quali sono le presenze dominanti (gli autori di moda?) che riempiono il piccolo spazio dedicato alla fantascienza nelle librerie italiane?
Fino a dieci/quindici anni fa la fantascienza in libreria era caratterizzata da due elementi immediatamente riconoscibili. I dorsi color oro e argento delle serie Nord, e poi l'immancabile taappeto di titoli del Buon Dottore. I primi erano dedicati agli specialisti del settore mentre la messe di titoli asimoviani erano destinati al frequentatore distratto, al neofita, a chi voleva assaggiare il genere. Poco importava se i romanzi in questione risalivano anche a quarant'anni prima, poco importava se nel frattempo la fantascienza era diventata qualcosa di diverso. Asimov era Asimov. E non c'era niente da fare.
Poi, verso la fine degli anni novanta, è successo qualcosa. Non so a chi vada imputata la responsabilità del cambiamento, se alla critica ufficiale, al pubblico generalista, agli editori o ai librai stessi ma di punto in bianco gli enormi spazi dedicati a Asimov sono stati poco a poco erosi dal Nuovo Grande Autore Fantascientifico del momento (nuovo per il grande pubblico almeno).
Poteva essere Gibson (che in un certo qual modo un suo spazio librario se l'era conquistato), poteva capitare a Banks (la vera bomba sf degli anni '90) e invece l'onore del titolo in questione è stato conferito a un autore scomparso ormai da una decina d'anni: Philip Kindred Dick. Il buon vecchio Dick la gloria se la merita anche, almeno per la carriera da outsider che ha condotto per tutta la sua vita, ma davvero meritava tutti i riflettori solo per lui? Siamo sicuri che avesse davvero tutti questi meriti? I suoi romanzi son tutti capolavori? Le sue idee così sfolgoranti?
Beh… sulla sua visionarietà, sulle sue capacità immaginifiche, sulla sua capacità di giocare tra realtà e paranoia c'è poco da dire. In questo Dick è stato un vero maestro. Basta leggere uno qualsiasi dei suoi racconti per rendersi conto delle sue capacità di rendere su carta la portata rivoluzionaria delle sue creazioni, delle sue visioni. Ma i romanzi? Beh… a frequentare le varie comunità sf on-line sembra che ci sia un vero e proprio culto dei romanzi dickiani, dai più rinomati fino a quelli che solo i fan più accaniti potrebbero considerare leggibili (sicuramente c'è in giro qualche estimatore anche de L'ora dei grandi vermi, tanto per dire).
Però io tutta questa ammirazione davvero non la capisco. Non ho letto tutti i romanzi del nostro, solo una mezza dozzina. Ma tra questi ci sono The Man in the HIgh Castle (a seconda della traduzione italiana La svastica sul sole o L'uomo nell'alto castello), Le tre stimmate di Palmer Eldritch e Ubik ovvero tre tra quelli che sono considerati i suoi massimi capolavori.
Non che questi romanzi siano privi di qualità, tutt'altro, ma nessuno è esente da quelli che per me sono enormi difetti. Primo tra tutti e caratteristico dello stile dickiano, una sorta di disordine compositivo, di scarsa padronanza dello sviluppo narrativo del romanzo che m'è parso presente in tutti i libri letti (con l'eccezione de La svastica sul sole, molto più curato, ma anche decisamente più normale come costruzione narrativa) e che ho trovato quanto meno fastidioso. Come se ci si ritrovasse a leggere la prima bozza di un grande romanzo che l'autore, vuoi per scarsa cura o per mancanza di tempo, avesse deciso di pubblicare così, senza troppo riguardo per chi poi quel libro lo avrebbe letto.
Insomma, se nei racconti la forma e la sostanza dell'opera dickiana merita un plauso incondizionato, tutte le volte che mi son ritrovato a leggere un suo romanzo alla fine erano la delusione e il rimpianto le sensazione più forte.
Delusione e rimpianto che si provano quando si arriva a un passo dalla rivelazione, a un attimo dalla possibilità di dare un'occhiata oltre il velo della nostra realtà, di scorgere la Verità. Tutte occasioni frustrate dall'incapacità di Dick di mantenere fino in fondo il controllo della materia narrata, del mondo ricreato dalla sua immaginazione.
So che la mia opinione è decisamente minoritaria, ma tant'è, io sono qui e aspetto le repliche dei Veri Credenti.
Ah… per quanto riguarda le librerie: mi sembra che anche la moda dickiana abbia ormai i giorni contati. Purtroppo non si vede nessuno all'orizzonte (o meglio, gli editori o chi per loro non vedono nessuno) capace di prendere il posto di Dick come apripista del reparto fantascienza. Temo in un ritorno in grande stile del Buon Dottore, o ancor peggio l'estinzione definitiva dei due poveri scaffali fantascientifici sopravvissuti.
Staremo a vedere. Per ora approfittatene, andate a comperarvi un libro di fantascienza. Finché riuscite a trovarne.
…
22 gennaio 2007
Buon compleanno, nonna Laura!
Voi riuscite a immaginarvi con 97 anni di ricordi? Con 97 anni di vita, con due guerre mondiali che ti attraversano la strada, con una famiglia che cresce, che nasce, con qualcuno che muore o che si perde? Per novantasette anni?
Io non ci riesco, e quando parlo con mia nonna Laura, che proprio oggi festeggia il novantasettesimo compleanno, rimango sempre meravigliato. Quante cose devono aver visto i suoi occhi, com'è cambiata la realtà dal suo punto di vista. A lei che è nata contadina nel Trentino dell'imperatore, che effetto potrà mai fare la nostra fretta, tutti i nostri impegni, il nostro essere costantemente di corsa?
Nemmeno un mese fa Francesco, che tra poco compie nove anni, doveva intervistare la persona più anziana della famiglia come compito delle vacanze. Abbiamo preso l'occasione al volo per rivivere con la nonna i tempi della sua infanzia, quando finita la scuola andava a pascolare le pecore sui monti della val di Non, la sua paura di incontrare l'orso (e quando l'incontro avvenne davvero la corsa a perdifiato per tornare a casa), gli anni terribili della prima guerra mondiale, con la fame patita che ancora la fa star male, l'andar via di casa appena dodicenne, a servizio nelle case dei signori, a Trento, e poi fino a Napoli, e poi di nuovo a Bolzano. I signori gentili e quelli da temere, e poi metter su famiglia, con un'altra guerra alle porte…
E questi sono solo i suoi primi quarant'anni, la mia età insomma. Quarant'anni davvero inconcepibili per me, seduto dietro al monitor a far passare il tempo, a chiacchierare amabilmente di libri o di cinema o di fotografia.
Che poi a ben guardare se sono qua a scrivere queste righe un po' di responsabilità ce l'ha sicuramente anche lei, che quello che sono è anche il posto da dove arrivo, la famiglia in cui sono cresciuto. La storia che lei, che noi, abbiamo vissuto.
Non so se abbiamo ancora dei debiti con chi ci ha preceduto, di certo almeno un grazie i miei nonni se lo meritano. Grazie quindi nonna Laura. Per tutti i tuoi 97 anni di lavoro, di gioia e di dolore. Per essere sempre stata la roccia su cui tutti potevano contare, per le torte e i regali, per i ricordi, per la famiglia che col nonno siete riusciti a crescere.
Grazie e auguri.
Buon novantasettesimo compleanno!
…
Io non ci riesco, e quando parlo con mia nonna Laura, che proprio oggi festeggia il novantasettesimo compleanno, rimango sempre meravigliato. Quante cose devono aver visto i suoi occhi, com'è cambiata la realtà dal suo punto di vista. A lei che è nata contadina nel Trentino dell'imperatore, che effetto potrà mai fare la nostra fretta, tutti i nostri impegni, il nostro essere costantemente di corsa?
Nemmeno un mese fa Francesco, che tra poco compie nove anni, doveva intervistare la persona più anziana della famiglia come compito delle vacanze. Abbiamo preso l'occasione al volo per rivivere con la nonna i tempi della sua infanzia, quando finita la scuola andava a pascolare le pecore sui monti della val di Non, la sua paura di incontrare l'orso (e quando l'incontro avvenne davvero la corsa a perdifiato per tornare a casa), gli anni terribili della prima guerra mondiale, con la fame patita che ancora la fa star male, l'andar via di casa appena dodicenne, a servizio nelle case dei signori, a Trento, e poi fino a Napoli, e poi di nuovo a Bolzano. I signori gentili e quelli da temere, e poi metter su famiglia, con un'altra guerra alle porte…
E questi sono solo i suoi primi quarant'anni, la mia età insomma. Quarant'anni davvero inconcepibili per me, seduto dietro al monitor a far passare il tempo, a chiacchierare amabilmente di libri o di cinema o di fotografia.
Che poi a ben guardare se sono qua a scrivere queste righe un po' di responsabilità ce l'ha sicuramente anche lei, che quello che sono è anche il posto da dove arrivo, la famiglia in cui sono cresciuto. La storia che lei, che noi, abbiamo vissuto.
Non so se abbiamo ancora dei debiti con chi ci ha preceduto, di certo almeno un grazie i miei nonni se lo meritano. Grazie quindi nonna Laura. Per tutti i tuoi 97 anni di lavoro, di gioia e di dolore. Per essere sempre stata la roccia su cui tutti potevano contare, per le torte e i regali, per i ricordi, per la famiglia che col nonno siete riusciti a crescere.
Grazie e auguri.
Buon novantasettesimo compleanno!
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16 gennaio 2007
Aria nuova?
Mica tanto…
Ho provato a fare qualche cambiamento alla grafica del blog. Il template che ho sfruttato (snapshot tequila) mi pare effettivamente più fresco del precedente, anche se non è certo il massimo. Per ora comunque rimarrà così, almeno fino a quando non riuscirò a trovare il tempo di capire come funzionano gli stili e i template e riuscire quindi a sfoggiare una grafica personalizzata.
Se poi Annalisa che è l'artista di casa decidesse di darmi una mano…
Ho provato a fare qualche cambiamento alla grafica del blog. Il template che ho sfruttato (snapshot tequila) mi pare effettivamente più fresco del precedente, anche se non è certo il massimo. Per ora comunque rimarrà così, almeno fino a quando non riuscirò a trovare il tempo di capire come funzionano gli stili e i template e riuscire quindi a sfoggiare una grafica personalizzata.
Se poi Annalisa che è l'artista di casa decidesse di darmi una mano…
09 gennaio 2007
Me vs. la Letteratura Italiana
Stavo riflettendo sul mio rapporto con la letteratura italiana.
Sono arrivato alla conclusione che i maggiori responsabili dei miei pregiudizi riguardanti le capacità letterarie dei nostri connazionali sono due.
Il primo è il sig. Giacomo Leopardi. Con la complicità del corpo insegnante tutto mi ha fatto credere che per essere letterati sia necessario soffrire, sia d'obbligo il dedicarsi alla biblioteca di famiglia e il rifugiarsi in un eremo lontano dalle umane vicende. Secondo i professori che hanno accompagnato i miei poco amati percorsi letterari scolastici l'Autore italiano perfetto dovrebbe astenersi dal lavoro manuale, evitare di mescolarsi alle persone comuni, vivere in uno stato di esaltazione artistica sfociante nel metafisico, dedicarsi alla composizione dell'opera definitiva, soffrire di qualche malanno fisico e/o amoroso e/o politico.
O sì, ci sono delle eccezioni, ma l'unica che ricordo è quella del buon vecchio Cecco Angiolieri , antesignano del cyberpunk apocalittico più spinto, ovviamente poco gradito all'establishment letterario e troppo avanti per la cultura del suo tempo. Se i professori ci dedicano un po' d'attenzione è proprio per evidenziarne l'eccezionalità, non certo per farne riferimento letterario o pietra di paragone.
Il secondo responsabile della mia scarsa attenzione alla produzione artistica nostrana è senza dubbio Henry Miller.
Certo non è l'unico, ma mi pare che in lui siano riassunte molto bene le caratteristiche di quella schiera infinita di altri autori esuberanti, sbevazzoni, tossici, o semplicemente fantascientifici, che hanno accompagnato le mie esplorazioni letterarie lungo la via.
Questa gente m'ha convinto che per scrivere bisogna innanzitutto vivere, o almeno guardarsi attorno; che l'opera letteraria non deve puntare (solo) allo sconvolgimento delle coscienze, ma può essere anche puro intrattenimento; che un romanzo non debba per forza puntare a sviscerare i massimi sistemi, ma possa anche avvincere, divertire, emozionare.
Secondo voi a chi avrei dovuto prestare più attenzione?
Ai professori che predicavano o agli scrittori che viaggiavano?
Ecco quindi le mie conclusioni.
Se io non riesco ad apprezzare compiutamente le proposte dei nostri autori non crediate che non abbia gusto, che rinneghi le mie origini o che sia un ignorantone qualsiasi. Date piuttosto la colpa ai signori succitati. Io sono solo la vittima delle cattive compagnie incontrate per strada.
Sono arrivato alla conclusione che i maggiori responsabili dei miei pregiudizi riguardanti le capacità letterarie dei nostri connazionali sono due.
Il primo è il sig. Giacomo Leopardi. Con la complicità del corpo insegnante tutto mi ha fatto credere che per essere letterati sia necessario soffrire, sia d'obbligo il dedicarsi alla biblioteca di famiglia e il rifugiarsi in un eremo lontano dalle umane vicende. Secondo i professori che hanno accompagnato i miei poco amati percorsi letterari scolastici l'Autore italiano perfetto dovrebbe astenersi dal lavoro manuale, evitare di mescolarsi alle persone comuni, vivere in uno stato di esaltazione artistica sfociante nel metafisico, dedicarsi alla composizione dell'opera definitiva, soffrire di qualche malanno fisico e/o amoroso e/o politico.
O sì, ci sono delle eccezioni, ma l'unica che ricordo è quella del buon vecchio Cecco Angiolieri , antesignano del cyberpunk apocalittico più spinto, ovviamente poco gradito all'establishment letterario e troppo avanti per la cultura del suo tempo. Se i professori ci dedicano un po' d'attenzione è proprio per evidenziarne l'eccezionalità, non certo per farne riferimento letterario o pietra di paragone.
Il secondo responsabile della mia scarsa attenzione alla produzione artistica nostrana è senza dubbio Henry Miller.
Certo non è l'unico, ma mi pare che in lui siano riassunte molto bene le caratteristiche di quella schiera infinita di altri autori esuberanti, sbevazzoni, tossici, o semplicemente fantascientifici, che hanno accompagnato le mie esplorazioni letterarie lungo la via.
Questa gente m'ha convinto che per scrivere bisogna innanzitutto vivere, o almeno guardarsi attorno; che l'opera letteraria non deve puntare (solo) allo sconvolgimento delle coscienze, ma può essere anche puro intrattenimento; che un romanzo non debba per forza puntare a sviscerare i massimi sistemi, ma possa anche avvincere, divertire, emozionare.
Secondo voi a chi avrei dovuto prestare più attenzione?
Ai professori che predicavano o agli scrittori che viaggiavano?
Ecco quindi le mie conclusioni.
Se io non riesco ad apprezzare compiutamente le proposte dei nostri autori non crediate che non abbia gusto, che rinneghi le mie origini o che sia un ignorantone qualsiasi. Date piuttosto la colpa ai signori succitati. Io sono solo la vittima delle cattive compagnie incontrate per strada.
04 gennaio 2007
Flickr. Anno secondo.
Il cane portoghese, by Iguana Jo.
Se da una parte lo stimolo a fotografare sempre meglio e sempre di più è rimasto inalterato dall'altra la sopresa della scoperta, l'entusiasmo dell'esplorazione sono andati via via calando nel corso dei mesi di quest'anno flickriano. Il calo è senz'altro fisiologico, ma a volte mi prende il dubbio: che abbia già raggiunto la mia soglia di saturazione visiva? A forza di vedere immagini si diventa molto più critici rispetto alla qualità tecnica e alle emozioni che sono in grado di convogliare e quindi molto più esigenti rispetto a quanto flickr ha da offrire. Questo per me vuol dire essere molto più selettivo nella scelta dei contatti, molto più parco nel lasciare commenti entusiastici e decisamente più concentrato sulla mia produzione rispetto a quella altrui. Questo non significa aver perso la voglia di guardarsi intorno ma piuttosto, vista anche la contemporanea riduzione del mio tempo disponibile per la rete, una maggior attenzione a chi di stimoli continua ad offrirne, a chi continua ad avere qualcosa da insegnare, oltre che a quelle conoscenze che via via che passa il tempo tendono a trasformarsi in amicizie.
Perché quest'anno è stato caratterizzato anche dalla scoperta fisica e reale delle persone dietro alle macchine fotografiche. Molte delle icone che vedevo comparire nei vari stream fotografici sono diventate facce, parole, persone vere. In questa voglia di conoscersi e confrontarsi ho probabilmente riversato tutto l'entusiasmo risparmiato in rete: in fondo le persone sono più importanti delle foto che postano, no? Beh… c'è un sacco di bella gente in giro, sapete. E a chi prova a ripetermi che la rete isola le persone… beh… non so proprio più cosa dire.
Da questi incontri, dalle chiacchiere in rete, dai contatti e dalle comunicazioni virtuali nascono un sacco di cose, alcune realizzabili, altre ipotetiche. Alla fine ti trovi con mille progetti, iniziative, programmi. Ecco quindi che in questi mesi flickr è passato dall'essere il fine ultimo della mia attività fotografica (e lo è stato, almeno in parte, all'inizio) a una mera possibilità, magari una vetrina, senz'altro un canale di comunicazione e uno stimolo al confronto ma senza più rappresentare, almeno per quanto mi riguarda, lo sbocco pubblico esclusivo della mia attività fotografica. Dopotutto nell'ultimo anno abbiamo iniziato (io e Annalisa) a scattare a livello semi-professionale. a vendere foto, a pensare a ipotetiche mostre. Insomma, quello che è nato soprattutto come un gioco sta crescendo. Vedremo in futuro come e se si trasformerà in qualcos'altro.
Rimanete collegati.
31 dicembre 2006
Letture per un anno
Picture by Annalisa
Al primo posto assoluto Cent'anni di solitudine di Gabriel Garcia Márquez un romanzo che avevo colpevolmente sottovalutato nel momento del primo tentativo di lettura (ormai vent'anni fa) ma che letto ora mi ha conquistato. L'epopea della famiglia Buendia avrà per sempre uno spazio nei miei ricordi.
Al secondo posto Conoscerete la nostra velocità di Dave Eggers, struggente profondo e ingenuo. Cosa vuol dire crescere negli USA oggi. Più o meno. (Qui potete ri-leggere qualche nota sul romanzo)
Al terzo posto Jonathan Strange e il Signor Norrell di Susanna Clarke. La magia e l'Inghilterra vittoriana. Un connubio indimenticabile, una meraviglia di romanzo. Da gustare in queste serate invernali.
Tra le altre letture da ricordare ci sono:
Stardust di Neil Gaiman. Qui ho già parlato del motivo per cui preferisco questi Gaiman secondari rispetto ai più rinomati ultimi romanzi. Stardust è emblematico delle capacità di Gaiman di proiettare il lettore in un mondo a parte e farlo sentire a casa.
Bay City di Richard K Morgan, Volgi lo sguardo al vento di Iain M Banks e Iron Sunrise di Charlie Stross sono probabilmente i migliori romanzi di fantascienza nuova letti quest'anno, mentre tra i recuperi dal passato mi hanno colpito Barbagrigia di Brian Aldiss e L'uomo disintegrato di Alfred Bester
Creature ostinate di Aimee Bender è la sorpresa dell'anno. Iniziata la lettura non le avrei dato due cent, ma proseguendo nel volume la sua capacità di andare oltre il reale, di colpire al cuore e allo stomaco con le sue strane storie di persone diverse (e ostinate) mi ha impressionato, emozionato, sorpreso.
Se volete provare qualcosa di nuovo e non sapete dove trovarlo date una possibilità ad Aimee Bender.
E infine un romanzo italiano, uno dei pochi letti quest'anno che mi abbia davvero colpito: S'è fatta ora di Antonio Pascale. Del libro ho già scritto qui. Ma era giusto ricordarlo anche in questa carrellata di fine anno.
Bene. Anche per quest'anno è fatta. Scappo che mi aspettano…
Tanti auguri per un indimenticabile meraviglioso felice 2007 a tutti!
22 dicembre 2006
Siamo tutti temporanei
Stamattina stavamo festeggiando con i colleghi, torte, vino, baci e abbracci quando è arrivata la notizia della morte di Giorgio, un nostro collega assente da un paio di mesi. Sapevamo della sua malattia, sapevamo che sarebbe stata dura, ma non ci aspettavamo certo che tutto sarebbe finito nel giro di tre mesi…
Improvvisamente s'è fatto silenzio. Qualche istante, quasi senza respirare.
Poi fortunatamente s'è messa in moto la macchina del lutto. Funerali? Domani. Dove ci troviamo? cosa facciamo?
No, niente ironia. Queste cose aiutano. Nessuno di noi conosceva Giorgio troppo bene, nessuno di noi aveva legami che non fossero quelli lavorativi. Ma credo che per almeno un attimo stamattina ci siamo sentiti tutti sfiorati dalla nera signora e fare fare fare aiuta a non pensarci troppo. Alla vita, alla morte, al tempo che passa, alle feste in arrivo.
A tirare avanti. Che tra tre giorni è natale.
In fondo siamo tutti temporanei. Faremo bene a non dimenticarlo.
Improvvisamente s'è fatto silenzio. Qualche istante, quasi senza respirare.
Poi fortunatamente s'è messa in moto la macchina del lutto. Funerali? Domani. Dove ci troviamo? cosa facciamo?
No, niente ironia. Queste cose aiutano. Nessuno di noi conosceva Giorgio troppo bene, nessuno di noi aveva legami che non fossero quelli lavorativi. Ma credo che per almeno un attimo stamattina ci siamo sentiti tutti sfiorati dalla nera signora e fare fare fare aiuta a non pensarci troppo. Alla vita, alla morte, al tempo che passa, alle feste in arrivo.
A tirare avanti. Che tra tre giorni è natale.
In fondo siamo tutti temporanei. Faremo bene a non dimenticarlo.
19 dicembre 2006
Attaccabrighe, urlatori & bastardi
Musica che sa di terra polvere oscurità. Musica con i calli per il duro lavoro e la fatica quotidiana. Musica con le suole bucate per il lungo camminare, che di strada ne ha fatta davvero tanta.
Musica che scalda l'anima e allontana l'inverno. Musica disperata, musica allucinata e musica divertita.
Nell'ultimo monumentale triplo cd di Tom Waits c'è tutto questo e molto di più. Si rischia di sprofondare e perdersi nei labirinti creati dai suoi suoni spezzati, tra le ruvide carezze e gli squarci di violenza che ti accompagnano nell'ascolto. Un triplo disco questo Orphans: Brawlers, Bawlers and Bastards come non se fanno più. Un'opera che richiede tempo, attenzione, costanza. Anche per questo un'opera fuori sincrono rispetto al presente che ci circonda.
La sensazione di essere catapultati in un'altra epoca è fortissima, tra gli echi del cabaret e le ballate popolari, tra l'antico stomp e le contorsioni canore dell'inconfondibile voce di Tom Waits si percorrono strade poco trafficate, tra le ombre dei fantasmi del passato e la ricerca di una nuova strada tra i ruderi del presente. Il percorso è affascinante, emozionante a tratti commovente. Ma non c'è nostalgia tra le innumerevoli pieghe di questi dischi, c'è semmai un'espressione libera da condizionamenti temporali, libera da vincoli commerciali, libera da necessità televisive. C'è un'altra modulazione della realtà, la percezione di un nocciolo duro sepolto dentro ognuno di noi, nascosto tra le nostre inevitabili miserie quotidiane c'è insomma un altro futuro possibile.
Io l'ho appena iniziato ad ascoltare e già me ne sono innamorato.
Tom Waits è vivo. Viva Tom Waits.
Musica che scalda l'anima e allontana l'inverno. Musica disperata, musica allucinata e musica divertita.
Nell'ultimo monumentale triplo cd di Tom Waits c'è tutto questo e molto di più. Si rischia di sprofondare e perdersi nei labirinti creati dai suoi suoni spezzati, tra le ruvide carezze e gli squarci di violenza che ti accompagnano nell'ascolto. Un triplo disco questo Orphans: Brawlers, Bawlers and Bastards come non se fanno più. Un'opera che richiede tempo, attenzione, costanza. Anche per questo un'opera fuori sincrono rispetto al presente che ci circonda.
La sensazione di essere catapultati in un'altra epoca è fortissima, tra gli echi del cabaret e le ballate popolari, tra l'antico stomp e le contorsioni canore dell'inconfondibile voce di Tom Waits si percorrono strade poco trafficate, tra le ombre dei fantasmi del passato e la ricerca di una nuova strada tra i ruderi del presente. Il percorso è affascinante, emozionante a tratti commovente. Ma non c'è nostalgia tra le innumerevoli pieghe di questi dischi, c'è semmai un'espressione libera da condizionamenti temporali, libera da vincoli commerciali, libera da necessità televisive. C'è un'altra modulazione della realtà, la percezione di un nocciolo duro sepolto dentro ognuno di noi, nascosto tra le nostre inevitabili miserie quotidiane c'è insomma un altro futuro possibile.
Io l'ho appena iniziato ad ascoltare e già me ne sono innamorato.
Tom Waits è vivo. Viva Tom Waits.
14 dicembre 2006
Wow! La mia prima mostra!
Quei bravi ragazzi di z.t.l. hanno dedicato una galleria alle mie foto.
Sono molto lusingato dall'attenzione e voglio ringraziare anche da qui Roberto aka kzk per l'ottimo lavoro realizzato.
E voi che passate da queste parti fatevi pure un giro su z.t.l. che a parte le mie foto ci sono molte altre cose (più) interessanti su cui soffermarsi.
Sono molto lusingato dall'attenzione e voglio ringraziare anche da qui Roberto aka kzk per l'ottimo lavoro realizzato.
E voi che passate da queste parti fatevi pure un giro su z.t.l. che a parte le mie foto ci sono molte altre cose (più) interessanti su cui soffermarsi.
13 dicembre 2006
Dieci fantascientifici scossoni
Come promesso ecco a voi la seconda top-ten fatta in casa. In questo caso la classifica è un po' atipica. Per stilare l'elenco che segue non ho considerato i meriti letterari specifici o la qualità intrinseca dei romanzi ma solo la successione temporale delle letture.
Ecco dunque i dieci libri di fantascienza che più hanno scosso il mio immaginario. Ogni valutazione sulla mia salute mentale è a vostra discrezione.
10 - Cronache Marziane di Ray Bradbury
Mi ero affacciato da poco sulla scena fantascientifica. A quei tempi ero ancora immerso nell'atmosfera positiva e illuminata del buon dottore e scoprire come gli stessi luoghi protagonisti dell'avventura più sfrenata potessero assumere tinte più malinconiche e a tratti oscure fu una vera e propria rivelazione.
9 - Scambio Mentale di Robert Sheckley
La follia applicata alla fantascienza. Una trascinante scorribanda per l'universo alla faccia di ogni presunta convenzione o coerenza scientifica.
8 - Il mondo sommerso di James G Ballard
La scoperta dello spazio interno insieme alla lucida devastazione della realtà quotidiana. L'approccio inglese alla catastrofe.
7 - La vita, l'universo e tutto quanto di Douglas Adams
Non è la Guida, ma è con questo volume che ho scoperto la demenziale miscela di humour britannico e follia galattica dell'autore inglese. Grazie a letture come questa ho compreso il senso della vita e non ho più scordato l'asciugamano.
6 - Hyperion di Dan Simmons
Tutti ci prendiamo delle pausa. Il mio rapporto con la fantascienza è ripreso con questo romanzo. Un compendio di quella che era stata la fantascienza nei 40 anni precedenti. Un ottimo sistema per ritornare a frequentare il genere.
5 - Neuromante di William GIbson
Una supernova per l'immaginazione. Dopo aver letto questo romanzo nessun'altra lettura è stata più la stessa. La luce in un mondo fantascientifico sempre più crepuscolare e asfittico.
4 - Snow Crash di Neal Stephenson
Brillante come una spada sguainata nello spazio oscuro della matrice. Non è un romanzo perfetto, ma ohhh… che tiro!
3 - Necroville di Ian McDonald
Amore a prima vista anzi, dopo 40 pagine. Un romanzo che ti riconcilia con la vita l'universo e tutto quanto di fantascientifico ti salti in mente di infilarci. Passione pura.
2 - Use of Weapons (La guerra di Zakalwe) di Iain M. Banks
Non credevo fosse possibile coniugare etica politica divertimento e grosse esplosioni spaziali beh… Banks continua a farlo con fantastici risultati. E poi c'è la Cultura, la prima utopia in cui vorrei davvero vivere.
(Qui puoi trovare qualche altra nota sul romanzo)
1 - Diaspora di Greg Egan
Avrei potuto chiudere la classifica con qualsiasi opera di Egan. Ho scelto Diaspora perchè è forse il suo romanzo più estremo, ambizioso ed entusiasmante. Al momento attuale nessuno come lui sa toccare i confini del mio immaginario, nessuno unisce l'estrapolazione scientifica con il dubbio etico e la riflessione umanistica come lui sa fare. Peccato sia davvero difficile reperirlo in circolazione perché è la lettura ideale per comprendere un mondo sempre più immerso nel caos e e sperare che dalla complessità emerga infine uno schema comprensibile,
Ecco dunque i dieci libri di fantascienza che più hanno scosso il mio immaginario. Ogni valutazione sulla mia salute mentale è a vostra discrezione.
10 - Cronache Marziane di Ray Bradbury
Mi ero affacciato da poco sulla scena fantascientifica. A quei tempi ero ancora immerso nell'atmosfera positiva e illuminata del buon dottore e scoprire come gli stessi luoghi protagonisti dell'avventura più sfrenata potessero assumere tinte più malinconiche e a tratti oscure fu una vera e propria rivelazione.
9 - Scambio Mentale di Robert Sheckley
La follia applicata alla fantascienza. Una trascinante scorribanda per l'universo alla faccia di ogni presunta convenzione o coerenza scientifica.
8 - Il mondo sommerso di James G Ballard
La scoperta dello spazio interno insieme alla lucida devastazione della realtà quotidiana. L'approccio inglese alla catastrofe.
7 - La vita, l'universo e tutto quanto di Douglas Adams
Non è la Guida, ma è con questo volume che ho scoperto la demenziale miscela di humour britannico e follia galattica dell'autore inglese. Grazie a letture come questa ho compreso il senso della vita e non ho più scordato l'asciugamano.
6 - Hyperion di Dan Simmons
Tutti ci prendiamo delle pausa. Il mio rapporto con la fantascienza è ripreso con questo romanzo. Un compendio di quella che era stata la fantascienza nei 40 anni precedenti. Un ottimo sistema per ritornare a frequentare il genere.
5 - Neuromante di William GIbson
Una supernova per l'immaginazione. Dopo aver letto questo romanzo nessun'altra lettura è stata più la stessa. La luce in un mondo fantascientifico sempre più crepuscolare e asfittico.
4 - Snow Crash di Neal Stephenson
Brillante come una spada sguainata nello spazio oscuro della matrice. Non è un romanzo perfetto, ma ohhh… che tiro!
3 - Necroville di Ian McDonald
Amore a prima vista anzi, dopo 40 pagine. Un romanzo che ti riconcilia con la vita l'universo e tutto quanto di fantascientifico ti salti in mente di infilarci. Passione pura.
2 - Use of Weapons (La guerra di Zakalwe) di Iain M. Banks
Non credevo fosse possibile coniugare etica politica divertimento e grosse esplosioni spaziali beh… Banks continua a farlo con fantastici risultati. E poi c'è la Cultura, la prima utopia in cui vorrei davvero vivere.
(Qui puoi trovare qualche altra nota sul romanzo)
1 - Diaspora di Greg Egan
Avrei potuto chiudere la classifica con qualsiasi opera di Egan. Ho scelto Diaspora perchè è forse il suo romanzo più estremo, ambizioso ed entusiasmante. Al momento attuale nessuno come lui sa toccare i confini del mio immaginario, nessuno unisce l'estrapolazione scientifica con il dubbio etico e la riflessione umanistica come lui sa fare. Peccato sia davvero difficile reperirlo in circolazione perché è la lettura ideale per comprendere un mondo sempre più immerso nel caos e e sperare che dalla complessità emerga infine uno schema comprensibile,
11 dicembre 2006
Wouter goes to Modena
La settimana scorsa è stata interessante e sorprendente.
Siamo stati coinvolti all'ultimo momento nell'arrivo a Modena dei ragazzi di Up with people (in italiano Viva la gente) e ci è toccato in sorte di ospitare per tutta la settimana Wouter, un ragazzo olandese di vent'anni. A parte il fatto che ne io ne Annalisa a vent'anni eravamo così maturi e posati, le cose sono andate splendidamente.
La qual cosa non è poi così scontata, non solo perché quando ti prendi uno sconosciuto in casa non sai mai quanto le cose possano funzionare, ma soprattutto perché io ho un'allergia personale nei confronti di organizzazioni umanitarie/educative che hanno tra i propri obiettivi il miglioramento della vita sul nostro pianeta (mica scherzi, eh!). Voglio dire: bisogna avere delle convinzioni davvero forti per essere convinti di tali obiettivi, e convinzioni tanto forti sfociano spesso nello spirito missionario più aggressivo se non nel fondamentalismo più gretto e meschino.
Per fortuna con questi ragazzi le cose sembrano essere un po' diverse. Intanto il loro obiettivo è sì di cambiare il mondo, ma interagendo (e non predicando) con una comunità alla volta e questo è già un netto miglioramento rispetto alle ambizioni missionarie di altre organizzazioni. Soprattutto il metodo scelto per influenzare il pianeta è abbastanza originale.
Gli 81 ragazzi coinvolti in questo programma si sono ritrovati a Denver all'inizio di luglio, si sono conosciuti e hanno iniziato a lavorare allo spettacolo che nei mesi successivi hanno portato in giro per il mondo. Sono quindi partiti e per ognuna delle successive 18 settimane si sono fermati in una diversa città. ospiti di una diversa famiglia, interagendo quotidianamente con le associazioni di volontariato, le amministrazioni, le comunità che hanno visitato. Tutto questo per sei settimane negli Stati Uniti, per sei settimane in Giappone e infine per le ultime sei settimane in Europa.
Non so quanto questo viaggiare abbia effettivamente influenzato i luoghi che hanno visitato. Sicuramente l'esperienza accumulata è stata fondamentale per ognuno dei ragazzi coinvolti. I continui cambi di prospettiva, l'incessante attività, i contatti quotidiani con realtà molto diverse da quelle da cui provengono è una fonte d'arricchimento personale unica e insostituibile.
Da parte nostra è stato interessante confrontarsi con una persona tanto diversa per storia personale, attitudine e provenienza. Non so se siamo stati fortunati a pescare Wouter che si è rivelato una persona entusiasta, solare e molto paziente (chi conosce i nostri pargoli può forse capire meglio il riferimento) o se anche gli altri 80 ragazzi si sarebbero rivelati tali. Certo che a vederli sul palco nello spettacolo che hanno messo in scena alla fine della settimana il loro entusiasmo, la loro partecipazione, la loro passione erano evidenti.
Io rimango tuttora molto sospettoso riguardo alle organizzazioni come questa: non posso fare a meno di chiedermi dove vanno tutti i soldi che questi ragazzi investono per partecipare al programma, chi è che gestisce la baracca, cosa mette in moto e mantiene viva un'organizzazione come questa oltre ai buoni propositi e agli ideali che ne animano le manifestazioni esteriori. Però i ragazzi che hanno partecipato a questo programma hanno conquistato senz'altro la mia fiducia. Ed è già qualcosa.
Siamo stati coinvolti all'ultimo momento nell'arrivo a Modena dei ragazzi di Up with people (in italiano Viva la gente) e ci è toccato in sorte di ospitare per tutta la settimana Wouter, un ragazzo olandese di vent'anni. A parte il fatto che ne io ne Annalisa a vent'anni eravamo così maturi e posati, le cose sono andate splendidamente.
La qual cosa non è poi così scontata, non solo perché quando ti prendi uno sconosciuto in casa non sai mai quanto le cose possano funzionare, ma soprattutto perché io ho un'allergia personale nei confronti di organizzazioni umanitarie/educative che hanno tra i propri obiettivi il miglioramento della vita sul nostro pianeta (mica scherzi, eh!). Voglio dire: bisogna avere delle convinzioni davvero forti per essere convinti di tali obiettivi, e convinzioni tanto forti sfociano spesso nello spirito missionario più aggressivo se non nel fondamentalismo più gretto e meschino.
Per fortuna con questi ragazzi le cose sembrano essere un po' diverse. Intanto il loro obiettivo è sì di cambiare il mondo, ma interagendo (e non predicando) con una comunità alla volta e questo è già un netto miglioramento rispetto alle ambizioni missionarie di altre organizzazioni. Soprattutto il metodo scelto per influenzare il pianeta è abbastanza originale.
Gli 81 ragazzi coinvolti in questo programma si sono ritrovati a Denver all'inizio di luglio, si sono conosciuti e hanno iniziato a lavorare allo spettacolo che nei mesi successivi hanno portato in giro per il mondo. Sono quindi partiti e per ognuna delle successive 18 settimane si sono fermati in una diversa città. ospiti di una diversa famiglia, interagendo quotidianamente con le associazioni di volontariato, le amministrazioni, le comunità che hanno visitato. Tutto questo per sei settimane negli Stati Uniti, per sei settimane in Giappone e infine per le ultime sei settimane in Europa.
Non so quanto questo viaggiare abbia effettivamente influenzato i luoghi che hanno visitato. Sicuramente l'esperienza accumulata è stata fondamentale per ognuno dei ragazzi coinvolti. I continui cambi di prospettiva, l'incessante attività, i contatti quotidiani con realtà molto diverse da quelle da cui provengono è una fonte d'arricchimento personale unica e insostituibile.
Da parte nostra è stato interessante confrontarsi con una persona tanto diversa per storia personale, attitudine e provenienza. Non so se siamo stati fortunati a pescare Wouter che si è rivelato una persona entusiasta, solare e molto paziente (chi conosce i nostri pargoli può forse capire meglio il riferimento) o se anche gli altri 80 ragazzi si sarebbero rivelati tali. Certo che a vederli sul palco nello spettacolo che hanno messo in scena alla fine della settimana il loro entusiasmo, la loro partecipazione, la loro passione erano evidenti.
Io rimango tuttora molto sospettoso riguardo alle organizzazioni come questa: non posso fare a meno di chiedermi dove vanno tutti i soldi che questi ragazzi investono per partecipare al programma, chi è che gestisce la baracca, cosa mette in moto e mantiene viva un'organizzazione come questa oltre ai buoni propositi e agli ideali che ne animano le manifestazioni esteriori. Però i ragazzi che hanno partecipato a questo programma hanno conquistato senz'altro la mia fiducia. Ed è già qualcosa.
06 dicembre 2006
S'è fatta ora
| Picture by Iguana Jo. |
Confesso che non seguo molto le vicende delle italiche lettere ed è stato quindi un misto di sorpresa e soddisfazione scoprire con quanto entusiasmo sia stato accolto questo libro. Sorpresa perché per quanto la lettura del romanzo di Pascale sia soddisfacente non mi aspettavo certo di vederlo etichettato come capolavoro, soddisfazione perché tra i pregi del volume c'è certamente un approccio che di potrebbe ben definire scientifico all'esistenza, al mondo.
La mia perplessità nei confronti dei recensori di S'è fatta ora deriva soprattutto dal mio faticare a riconoscere come romanzo il libro in questione. Non che sia fondamentale definirlo come tale: se un libro è scritto bene, è interessante e/o stimola l'attività cerebrale, tanto dovrebbe bastare. Però mi piacerebbe davvero capire in cosa consiste l'aspetto romanzesco del volume. Leggendolo la mia impressione era infatti che si trattasse piuttosto di un libro di memorie, composto com'è da una serie di istantanee in cui l'autore fissa i momenti topici, gli attimi illuminanti di un'esistenza partendo dagli anni '70 per arrivare fino ad oggi. E poco importa se il protagonista è inventato o se rappresenti semplicemente un alter ego di Pascale stesso.
Probabilmente la qualità migliore di S'è fatta ora è la sua capacità di parlare del percorso di formazione di una persona direttamente, senza trucchetti, enfasi o ammiccamenti, senza nessuna aura nostalgica, con una tensione invece all'attualità e al futuro. Nonostante le evidenti differenze geografiche e culturali che ci caratterizzano m'è parso di riuscire a capire bene il punto di vista di Pascale. Forse perché siamo coetanei, forse perché entrambi abbiamo messo da poco al mondo una nuova generazione, ma nelle parole di S'è fatta ora sento molto forte l'esigenza di chiarirsi, di chiarire a proprio figlio chi siamo, da dove arriviamo.
Non so che effetto possa fare un libro come questo a un ventenne o a un sessantenne. La situazione italiana, il paese in cui ci ritroviamo a vivere, che in definitiva ci appartiene, è descritta in maniera lucida e appassionata. Non è però la descrizione del nostro panorama socio/politico/istituzionale il maggior pregio di S'è fatta ora, quanto piuttosto la capacità dell'autore di sviscerare pacatamente le pulsioni, le difficoltà e gli incontri che segnano la crescita di ognuno di noi. O almeno di quelli di noi intorno ai quaranta. In questo S'è fatta ora è stato una bella sopresa, un libro che (finalmente?) mi riavvicina alla narrativa italiana scritta da persone che hanno visto e vissuto qualcosa che posso comprendere senza troppe mediazioni.
…
04 dicembre 2006
Chi di top-ten ferisce…
Qualche giorno fa Amhran ha incautamente nominato un'ipotetica top-ten delle sue letture preferite. Noi che siamo persone prive di scrupoli le abbiamo chiesto conto di tale fantomatica classifica. Lei, essendo persona arguta e mordace, ha rilanciato proponendo un'intera serie di top-ten, la prima delle quali riguarda i classici immortali della letteratura mondiale.
Colto in contropiede non posso far altro che accettare il confronto, ecco quindi qui di seguito il mio modesto contributo all'eterno classificatorio.
Classici della Letteratura Mondiale.
1 - Il Maestro e Margherita di Mikhail Bulgakov
2 - Opinioni di un clown di Heinrich Böll
3 - Sulla strada di Jack Kerouak
4 - Il lungo addio di Raymond Chandler
5 - Cent'anni di solitudine di Gabriel Garcia Marquez
6 - I 49 racconti di Ernest Hemingway
7 - Il signore degli anelli di J.R.R. Tolkien
8 - Cronache Marziane di Ray Bradbury
9 - Fame di Knut Hamsun
10 - Fuga nelle tenebre di Arthur Schnitzler
A parte ogni altra considerazione (la più scontata delle quali è che se tra un mese mi doveste chiedere nuovamente questa classifica il risultato sarebbe probabilmente diverso), sì vede che non ho troppa familiarità coi classici?
Alla prossima TT!
Colto in contropiede non posso far altro che accettare il confronto, ecco quindi qui di seguito il mio modesto contributo all'eterno classificatorio.
Classici della Letteratura Mondiale.
1 - Il Maestro e Margherita di Mikhail Bulgakov
2 - Opinioni di un clown di Heinrich Böll
3 - Sulla strada di Jack Kerouak
4 - Il lungo addio di Raymond Chandler
5 - Cent'anni di solitudine di Gabriel Garcia Marquez
6 - I 49 racconti di Ernest Hemingway
7 - Il signore degli anelli di J.R.R. Tolkien
8 - Cronache Marziane di Ray Bradbury
9 - Fame di Knut Hamsun
10 - Fuga nelle tenebre di Arthur Schnitzler
A parte ogni altra considerazione (la più scontata delle quali è che se tra un mese mi doveste chiedere nuovamente questa classifica il risultato sarebbe probabilmente diverso), sì vede che non ho troppa familiarità coi classici?
Alla prossima TT!
27 novembre 2006
Flickr, lasagne & cioccolato
Ripensando alle mie esperienze sociali, credo di poter affermare che negli ultimi anni qualche miglioramento c'è stato. Una volta evitavo il più possibile ogni possibilità di incontro che riguardasse più di quattro persone. Non era una novità il fatto che preferissi di gran lunga stare per i fatti miei piuttosto che in compagnia, che la mia capacità di chiacchierare col prossimo rasentasse lo zero, che sebbene le persone in genere mi piacciano non andassi pazzo per le occasioni conviviali.
Ma le cose cambiano. Ultimamente il ritrovarmi in mezzo a gruppi eterogenei di persone non è più cosa così rara e inconsueta e l'apprezzare la compagnia di altri esseri umani è decisamente salita nella mia personale graduatoria delle attività gratificanti. Questo ovviamente non significa che gli altri apprezzino necessariamente la mia, di compagnia. Ma mi pare già qualcosa, no?
Vedi domenica per esempio. A parte ogni considerazione sulle quantità smodate di cibo che un essere umano medio è capace di ingurgitare quando messo nelle giuste condizioni. sull'altrettanto stupefacente effetto di sobria gaiezza capace di infondere un bicchiere di vino di quello buono (uno? vabbé, si fa per dire…). A parte tutti questi dettagli è bello scoprire che l'umanità in fondo non fa schifo, che in compagnia ci si sta bene, che anche i fotografi virtuali hanno un'anima. Vabbé, non voglio farla troppo lunga, che in fondo questo doveva essere solo un post di ringraziamenti. Ecco quindi qui di seguito i prodi flickriani che hanno sopportato ancora una volta la mia compagnia: grazie a Sarmax, alla Lui, a Matteo, a Simona, e grazie anche a Clay, Domenico, Marco ed Elena, che se pure non sono flickriani doc sono sempre delle belle persone. Un grazie anche ad Annalisa, che se ormai alla compagnia del sottoscritto dovrebbe essersi assuefatta, è comunque sempre in prima linea quando si tratta di rifocillare, intrattenere, ospitare gli amici che ci vengono a trovare.
Grazie a tutti per la splendida giornata. A presto.
Ah… dimenticavo, non so le foto degli altri, ma le mie non sono un gran che. È difficile scattare quando hai in una mano un bicchiere di vino, con l'altra stai cercando di ripulire il piatto che altrimenti ti perdi i dolci che i tuoi simpatici commensali ti stanno sfilando da sotto il naso e nel frattempo stai cercando di imbastire un discorso sensato sulla vita l'universo e tutto quanto… Per stavolta accontentatevi.
Ma le cose cambiano. Ultimamente il ritrovarmi in mezzo a gruppi eterogenei di persone non è più cosa così rara e inconsueta e l'apprezzare la compagnia di altri esseri umani è decisamente salita nella mia personale graduatoria delle attività gratificanti. Questo ovviamente non significa che gli altri apprezzino necessariamente la mia, di compagnia. Ma mi pare già qualcosa, no?
Vedi domenica per esempio. A parte ogni considerazione sulle quantità smodate di cibo che un essere umano medio è capace di ingurgitare quando messo nelle giuste condizioni. sull'altrettanto stupefacente effetto di sobria gaiezza capace di infondere un bicchiere di vino di quello buono (uno? vabbé, si fa per dire…). A parte tutti questi dettagli è bello scoprire che l'umanità in fondo non fa schifo, che in compagnia ci si sta bene, che anche i fotografi virtuali hanno un'anima. Vabbé, non voglio farla troppo lunga, che in fondo questo doveva essere solo un post di ringraziamenti. Ecco quindi qui di seguito i prodi flickriani che hanno sopportato ancora una volta la mia compagnia: grazie a Sarmax, alla Lui, a Matteo, a Simona, e grazie anche a Clay, Domenico, Marco ed Elena, che se pure non sono flickriani doc sono sempre delle belle persone. Un grazie anche ad Annalisa, che se ormai alla compagnia del sottoscritto dovrebbe essersi assuefatta, è comunque sempre in prima linea quando si tratta di rifocillare, intrattenere, ospitare gli amici che ci vengono a trovare.
Grazie a tutti per la splendida giornata. A presto.
Ah… dimenticavo, non so le foto degli altri, ma le mie non sono un gran che. È difficile scattare quando hai in una mano un bicchiere di vino, con l'altra stai cercando di ripulire il piatto che altrimenti ti perdi i dolci che i tuoi simpatici commensali ti stanno sfilando da sotto il naso e nel frattempo stai cercando di imbastire un discorso sensato sulla vita l'universo e tutto quanto… Per stavolta accontentatevi.
24 novembre 2006
Modena City (r)Amblers
Ma che fine hanno fatto i Modena City Ramblers?
Come ha fatto Cisco a ridursi così?
In questi giorni m'è capitato di ascoltare su KRock (sempre sia lodata) qualche brano dei nuovi dischi dei due soggetti summenzionati. Per quanto affetto possa avere per i compagni modenesi, per quanta simpatia possa nutrire per le loro posizioni politiche, sono sempre più dell'idea che se avessero chiuso li le loro rispettive attività sarebbe stato meglio per tutti. Almeno il ricordo della gloria passata avrebbe continuato ad alimentare il fuoco dei Ramblers.
Già in Viva la Vida si riusciva ad intuire che buona parte della forza se n'era andata, che un paio di grandi pezzi non bastano a rendere memorabile un disco, Mi son detto che forse era solo Cisco ad essere scarico (e sentire il suo esordio solista non fa che confermare la mia impressione). Purtroppo, per quello che ho sentito, questo Dopo il lungo inverno è davvero triste: più che canzoni si ascoltano lamentazioni, più che rock'n'roll nenie parrocchiali.
Dove sono finite la rabbia e il divertimento? La passione e l'orgoglio? Tutta la trascinante energia della loro musica? L'impegno non basta a fare poesia, figuriamo un disco dei Ramblers (almeno dei Ramblers che ricordo io).
Di gente che predica ce n'è già fin troppa in giro, ed essere dalla parte giusta non è mai una buona scusa per limitarsi a campare.
Siete una band di rock'n'roll o no?
Dimostratelo.
Come ha fatto Cisco a ridursi così?
In questi giorni m'è capitato di ascoltare su KRock (sempre sia lodata) qualche brano dei nuovi dischi dei due soggetti summenzionati. Per quanto affetto possa avere per i compagni modenesi, per quanta simpatia possa nutrire per le loro posizioni politiche, sono sempre più dell'idea che se avessero chiuso li le loro rispettive attività sarebbe stato meglio per tutti. Almeno il ricordo della gloria passata avrebbe continuato ad alimentare il fuoco dei Ramblers.
Già in Viva la Vida si riusciva ad intuire che buona parte della forza se n'era andata, che un paio di grandi pezzi non bastano a rendere memorabile un disco, Mi son detto che forse era solo Cisco ad essere scarico (e sentire il suo esordio solista non fa che confermare la mia impressione). Purtroppo, per quello che ho sentito, questo Dopo il lungo inverno è davvero triste: più che canzoni si ascoltano lamentazioni, più che rock'n'roll nenie parrocchiali.
Dove sono finite la rabbia e il divertimento? La passione e l'orgoglio? Tutta la trascinante energia della loro musica? L'impegno non basta a fare poesia, figuriamo un disco dei Ramblers (almeno dei Ramblers che ricordo io).
Di gente che predica ce n'è già fin troppa in giro, ed essere dalla parte giusta non è mai una buona scusa per limitarsi a campare.
Siete una band di rock'n'roll o no?
Dimostratelo.
22 novembre 2006
Signore della luce
Roger Zelazny mi sta cordialmente antipatico sin dalle mie prime esperienze di lettore. La sua presunta ricercatezza stilistica, l'insistenza su certe tematiche superomistiche, i suoi personaggi monodimensionali non me l'hanno mai fatto annoverare tra i miei autori di fantascienza preferiti.
Però in molti mi hanno continuato a ripetere negli anni quanto fosse bravo, quanto abbia contribuito a rinnovare la fantascienza, e soprattutto quanto i suoi primi romanzi fossero notevoli anche rispetto alla sua produzione successiva.
L''uscita su Urania Collezione di Signore della luce, unanimemente ritenuto la sua opera più riuscita, mi ha dunque costretto a dare un'ultima chance all'autore americano.
Beh… devo dire che rispetto alle altre sue cose lette (con la parziale eccezione di Io, Nomikos l'immortale) questo Signore della luce ha sicuramente dei pregi: la storia è sufficientemente avvincente, il montaggio della vicenda è efficace, la rivelazione progressiva della natura del mondo è ben calibrata e le sorprese non mancano.
Il romanzo si fa dunque leggere senza opporre eccessiva resistenza. Nonostante il caratteristico stile pomposo e l'ambientazione pseudo-esotica l'autore è riuscito a destare la mia attenzione.
In effetti proprio l'inusuale ambientazione poteva essere uno dei motivi di interesse del romanzo. Il mondo presentato da Zelazny ha come protagonista l'intero ricchissimo pantheon induista che l'autore non sfrutta solo per l'abbondante quantità di nomi e caratteristiche di dei, semidei e demoni vari, ma che invece utilizza come approfondita base per strutturare coerentemente tutta la società.
Lo sforzo di documentazione e citazione dell'autore è davvero notevole, ma secondo me non è sfruttato come avrebbe dovuto per quanto riguarda i personaggi: le loro motivazioni e soprattutto le relazioni che instaurano tra loro continuano ad avere un forte sapore occidentale. La qual cosa è anche comprensibile (i primi fondatori della civiltà planetaria non sono di origine indiana) ma procedendo nella lettura provoca un senso di sfasamento e di incoerenza tra la forte struttura simbolica dell'ambientazione e l'approccio totalmente mondano degli uomini e delle divinità coinvolti nella vicenda.
C'è poi da aggiungere che il background indiano è sfruttato narrativamente solo parzialmente, anche se in maniera fantascientificamente brillante, unicamente per spiegare l''eterno ciclo di rinascita che caratterizza la vita di tutti gli umani del pianeta.
In definitiva in questo Signore della luce ci sono tutte le caratteristiche di Zelazny che trovo irritanti (i superuomini sempre sull'orlo della crisi di nervi, l'eroe perfettamente imperfetto, la folla adorante - e sacrificabile - in attesa del salvatore, un linguaggio che cerca uno stile aulico/letterario/epico ma che a me fa venire il latte alle ginocchia, la pressoché totale mancanza di senso dell'umorismo), ma nel complesso la storia ha una sua forza e le vicende di queste pseudo divinità indiane si fanno leggere fino in fondo.
Però in molti mi hanno continuato a ripetere negli anni quanto fosse bravo, quanto abbia contribuito a rinnovare la fantascienza, e soprattutto quanto i suoi primi romanzi fossero notevoli anche rispetto alla sua produzione successiva.
L''uscita su Urania Collezione di Signore della luce, unanimemente ritenuto la sua opera più riuscita, mi ha dunque costretto a dare un'ultima chance all'autore americano.
Beh… devo dire che rispetto alle altre sue cose lette (con la parziale eccezione di Io, Nomikos l'immortale) questo Signore della luce ha sicuramente dei pregi: la storia è sufficientemente avvincente, il montaggio della vicenda è efficace, la rivelazione progressiva della natura del mondo è ben calibrata e le sorprese non mancano.
Il romanzo si fa dunque leggere senza opporre eccessiva resistenza. Nonostante il caratteristico stile pomposo e l'ambientazione pseudo-esotica l'autore è riuscito a destare la mia attenzione.
In effetti proprio l'inusuale ambientazione poteva essere uno dei motivi di interesse del romanzo. Il mondo presentato da Zelazny ha come protagonista l'intero ricchissimo pantheon induista che l'autore non sfrutta solo per l'abbondante quantità di nomi e caratteristiche di dei, semidei e demoni vari, ma che invece utilizza come approfondita base per strutturare coerentemente tutta la società.
Lo sforzo di documentazione e citazione dell'autore è davvero notevole, ma secondo me non è sfruttato come avrebbe dovuto per quanto riguarda i personaggi: le loro motivazioni e soprattutto le relazioni che instaurano tra loro continuano ad avere un forte sapore occidentale. La qual cosa è anche comprensibile (i primi fondatori della civiltà planetaria non sono di origine indiana) ma procedendo nella lettura provoca un senso di sfasamento e di incoerenza tra la forte struttura simbolica dell'ambientazione e l'approccio totalmente mondano degli uomini e delle divinità coinvolti nella vicenda.
C'è poi da aggiungere che il background indiano è sfruttato narrativamente solo parzialmente, anche se in maniera fantascientificamente brillante, unicamente per spiegare l''eterno ciclo di rinascita che caratterizza la vita di tutti gli umani del pianeta.
In definitiva in questo Signore della luce ci sono tutte le caratteristiche di Zelazny che trovo irritanti (i superuomini sempre sull'orlo della crisi di nervi, l'eroe perfettamente imperfetto, la folla adorante - e sacrificabile - in attesa del salvatore, un linguaggio che cerca uno stile aulico/letterario/epico ma che a me fa venire il latte alle ginocchia, la pressoché totale mancanza di senso dell'umorismo), ma nel complesso la storia ha una sua forza e le vicende di queste pseudo divinità indiane si fanno leggere fino in fondo.
20 novembre 2006
I.G.U.A.N.A. J.O.
Non mi ricordavo più dov'era, ma ora ho ritrovato la mia identità (statevi accorti):
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