07 maggio 2014

Ian McDonald, un profilo d’autore

Posto anche sul mio blog, in parallelo con la pubblicazione sul sito di Zona 42, il profilo di Ian McDonald che Sandro Pergameno ha realizzato per la nostra edizione di Desolation Road.

ianMcDonald
Considerato ormai uno dei migliori scrittori di fantascienza viventi, e appartenente alla nutrita pattuglia britannica che oggi è davvero leader nel genere e comprende autori come Alastair Reynolds, Paul McAuley, Ian R. Mcleod, Ken MacLeod, e lo scomparso Iain Banks, Ian McDonald è nato nel 1960 a Manchester, in Inghilterra, ma si è trasferito da piccolo con la famiglia a Belfast, nell’Irlanda del Nord, dove oggi risiede.
Ian McDonald inizia a pubblicare fantascienza con The Islands of the Dead, uscito sulla rivista Extro nel 1982. Questo racconto, insieme ad altri raccolti in Empire Dreams, del 1988, e ai suoi primi romanzi, sempre di quell’epoca, dimostrarono subito la sua passione per ambientazioni complesse e raffinate e per una ricerca narrativa molto elaborata dal punto di vista stilistico e di costruzione della vicenda.
Il suo primo romanzo, l’ottimo Desolation Road, apparso negli USA nel 1988, è stato definito come un incrocio tra le Cronache Marziane di Ray Bradbury e Cent’anni di solitudine di Gabriel Garcia Marquez. Più che scrivere ‘pastiches’ di autori classici, si può dire che McDonald mostri la loro influenza in un’intelligente appropriazione di certe angolazioni narrative: tali appropriazioni sono necessarie per far risaltare in maniera fortemente emotiva le implicazioni psicologiche delle trasformazioni ambientali causate dal processo di ‘terraforming’ di Marte, o della trasposizione in cyborg del fisico umano.  
Desolation Road è la storia epica e complessa della città omonima, fondata su Marte nel momento in cui il dottor Alimantado si allontana nel deserto verso un misterioso incontro alieno, e cresciuta attorno a un eccentrico gruppo di rifugiati e pionieri che si sono radunati presso l’oasi di Alimantado.
Ian McDonald
non si fa scrupoli nel creare un Marte pieno di prodigi tecnologici: macchinari intelligentemente avanzati sono attivi nell’opera di ‘terraforming’ e di controllo meteorologico del pianeta, e fanno parte di un bizzarro pantheon dominato da arcangeli meccanici ben integrati nelle vite dei mistici della città marziana.
I sogni dei memorabili protagonisti di Desolation Road sono mitici o razionali, alcuni colmi di odio, altri avidi di meraviglie. Essi attraggono sempre più gente nella città marziana; sempre più uomini e donne con ideali contrastanti, finché un Neo Feudalesimo verrà a regnare sopra ideali diversi come la solidarietà dei lavoratori, la rivoluzione nichilista e la religione delle macchine.

Out on Blue Six, del 1989, è un’opera meno convincente di Desolation Road; descrive una antiutopia, tema classico della fantascienza, e in particolare della fantascienza inglese negli anni del governo della Thatcher a Londra. Si tratta di un tentativo di riabilitare gli ideali del socialismo, combinando certi motivi alla Heinlein (vedi Rivolta 2100) - l’Uomo, in questo caso la Donna, che ‘impara’ dall’esperienza e ‘cambia’ - con altre tematiche tipicamente alla Van Vogt (certi misteriosi ‘padroni nascosti’), o prese a prestito dalla ricerca del Santo Graal. Il risultato è qualcosa di piuttosto farraginoso e indigesto.

King of Morning, Queen of DayMa è con il suo terzo romanzo, King of Morning, Queen of Day, uscito nel 1991 e tratto da un racconto precedente dallo stesso titolo, che Ian McDonald esce prepotentemente alla ribalta. Vincitore nel 1992 del premio Dick per il miglior tascabile dell’anno, King of Morning, Queen of Day riesce a rinnovare in maniera magistrale i canoni del genere fantasy (un po’ come avrebbe fatto Michael Swanwick nel suo originalissimo Cuore d’acciaio). Il romanzo è un ironico omaggio ai canoni del fantasy, in quanto consiste di tre lunghe novelle su altrettante generazioni di donne, e vi compare anche la classica ‘ricerca’ o quest (basi, come cita lo stesso McDonald nella postfazione al libro, di ogni ciclo di fantasy che si rispetti: “Tutte le storie di fantasy devono essere costituite di tre volumi e includere una citazione della ‘ricerca’”).
McDonald tuttavia non ha nessuna intenzione di annoiare i lettori con un’ennesima imitazione dei temi di Tolkien. La sua folle e ambiziosa trilogia in un libro si rifà a ben altri modelli: ai primi scrittori di fantascienza e al poeta Yeats nella sua prima parte; a Beckett, Flann O’Brian e soprattutto al Joyce dell’Ulisse nella seconda; e infine, nella terza sezione, partendo da toni tradizionali sull’identità irlandese attraverso i secoli e le generazioni, va addirittura ad assimilare sapori decisamente cyberpunk, con risultati di eccezionale originalità e forza narrativa. Il vero soggetto del romanzo è l’Irlanda, la sua letteratura, la politica, le guerre, i suoi sogni, gli abitanti, nel corso degli ultimi settant’anni, a partire dal 1913, epoca in cui è ambientata la prima sezione, per finire al presente dell’ultima parte. Si tratta di un’opera incostante sia come struttura che come risultati; nel complesso appare tuttavia un trionfo di eloquenza e raffinatezza letteraria e rimane impressa nella memoria del lettore.

The Broken LandLa carriera narrativa di Ian McDonald prosegue con un’altra opera di grande interesse e di ampio respiro, The Broken Land, del 1992, (uscito come Hearts, Hands and Voices in Gran Bretagna), ambientata in un mondo futuro tropicale ed esotico.
Come nel romanzo precedente, anche qui McDonald si dedica a temi di notevole impegno sociale: il romanzo, in un certo senso un deprimente catalogo delle atrocità del nostro secolo, è incentrato su tematiche quali l’oppressione dei popoli, la violenza e la redenzione. L’ambientazione ricorda a volte l’Irlanda, altre l’Europa nazista, e ancora il Sudafrica, o l’Asia sudorientale. La lotta religiosa e sociale che vi ha luogo riporta sì alla mente il conflitto nord-irlandese cui McDonald è ovviamente molto legato, ma anche altri momenti che hanno costellato e segnato in maniera cruda la nostra epoca (il nazismo, il Vietnam, la barbarie del Sudafrica, ecc.).
La tecnica scelta dall’autore, nello suo stile sempre intensamente poetico e vagamente ipnotico, ricorda quella utilizzata nel primo romanzo; qui il modello cui McDonald si è ispirato è però Geoff Ryman (altro grande autore inglese moderno praticamente sconosciuto nel nostro paese) con i suoi romanzi impegnati e controversi: The Unconquered Country (1986) e The Child Garden (1988).

NecrovilleE giungiamo così a Necroville, del 1994 (uscito in America come Terminal Café), in cui Ian McDonald raggiunge un apice stilistico e narrativo in una trama tecnologicamente e fantascientificamente solida e convincente.
In un mondo in cui l’immortalità è ormai una conquista assodata grazie alle nuove frontiere della nanotecnologia (nella postfazione al libro l’autore rende omaggio a Ian Watson, il primo a sostenere che l’immortalità è il risultato principale che l’umanità potrebbe ottenere dallo sfruttamento delle nanotecnologie), i morti riportati alla vita costituiscono un terzo della popolazione, e sono la spina dorsale della forza-lavoro mondiale. Hanno una loro cultura, i loro costumi, i loro ghetti (la Necroville del titolo) e le loro celebrazioni.
Su questo assunto McDonald riesce a elaborare, attraverso le immagini di una California tecnologizzata e ispanicizzata al di là di ogni attuale previsione, un mondo futuro estremamente complesso e affascinante, fondendo in maniera mirabile il suo stile raffinato e rococò con toni polizieschi e noir alla Chandler e con le pulsioni del cyberpunk.
In definitiva, possiamo sostenere che si tratta di un libro unico e originalissimo, un vero tour de force letterario che consacra definitivamente Ian McDonald nell’Olimpo dei grandi autori della fantascienza contemporanea.  

ChagaI confini dell’evoluzione (Evolution’s Shore, noto anche come Chaga in Gran Bretagna) è un’ulteriore conferma delle magistrali doti stilistiche e narrative dell’autore. Qui Ian McDonald cambia totalmente registro, lasciando da parte l’esplosiva narrazione high-tech e cyberpunk di Necroville per passare a una narrazione più intima e suadente, incentrata sulla vicenda di alcuni esseri umani alle prese con la complessa esplorazione di un’intelligenza aliena.
I confini dell’evoluzione, cui seguirono altre opere significative come Kirynia (un seguito di quest’opera) e Ares Express (che riprende invece le ambientazioni marziane di Desolation Road), si svolge soprattutto in Africa, all’inizio del ventunesimo secolo.
II libro è incentrato sul ‘Chaga’, una misteriosa forma di vita aliena sviluppatasi dopo l’arrivo di una meteora che va rapidamente espandendosi, trasformando il paesaggio africano in un habitat insolito e mostruoso, che ricorda in parte Max Ernst e in parte una giungla nanotecnologica, all’interno del quale nessun essere umano riesce a sopravvivere. Fatto ancora più strano, l’arrivo della meteora coincide con la scomparsa di Iperione, una delle lune di Saturno.
Il romanzo offre una straordinaria visione dell’Africa, che McDonald trasporta in un vicino futuro in cui Nairobi è diventata il centro di un mondo tecnologico di data processing e di venditori di software, un continente trasformato dai molti cambiamenti tecnologici e sociali. L’opera contiene inoltre una lunga serie di riferimenti alla tradizione fantascientifica, che la rendono sicuramente godibile e affascinante. La trasformazione aliena della giungla africana non può non riportare alla memoria Foresta di cristallo (The Crystal World), il grande classico di James Graham Ballard ispirato a un’altra incredibile ‘trasformazione aliena’. Un intervento alieno che si pone lo scopo di apportare una profonda mutazione nei caratteri genetici dell’umanità e un controllo sull’evoluzione della razza umana da parte di alieni benevoli sono in qualche modo alla base di un altro celebre romanzo di Arthur C. Clarke, e cioè Le guide del tramonto (Childhood’s End). Il punto non è di verificare se parti della geniale opera di McDonald risuonano di toni a noi familiari, ma se l’insieme ha un senso e funziona come romanzo. A nostro avviso il tutto si fonde in maniera esemplare, e gli echi di opere importanti aggiungono anzi un fattore di interesse e fascino: è un po’ il libro che Ballard avrebbe potuto scrivere se avesse tentato di dare una spiegazione scientifica ‘alla maniera di Clarke’, o ciò che Clarke avrebbe potuto comporre se avesse avuto una genuina passione per le immagini metafisiche così tipiche di Ballard.

Il fiume degli deiQualche mese fa è poi apparso in Italia quello che molti ritengono il suo capolavoro, e cioè Il fiume degli dei (River of Gods, 2004), che ha vinto il premio della British Science Fiction Association come miglior romanzo dell’anno ed è stato candidato allo Hugo. Il fiume degli dei è il Gange, “che scorre dall’Himalaya al golfo del Bengala attraverso le pianure dell’India settentrionale. Dopo anni di siccità, nell’agosto 2047 la diga costruita illegalmente a Kunda Khadar è diventata il casus belli del conflitto tra due dei vari stati in cui si è scissa l’India degli stati confinanti. Nel frattempo, su un asteroide catturato dal campo gravitazionale terrestre viene trovato il messaggio inciso da un’intelligenza artificiale: e benché si tratti di un reperto più antico del sistema solare, contiene le immagini digitali delle tre persone che potranno decodificarlo, oggi […] Un romanzo di fantascienza con profonde radici nella società del futuro, una sorta di Tutti a Zanzibar dell’era informatica”. Così Christopher Priest descrive il grande romanzo di Ian McDonald su The Guardian.
In realtà queste poche frasi non possono rendere l’idea della grandiosità di un’opera che affronta, attraverso le sue 500 e passa pagine, le storie di dieci personaggi principali e di una schiera di comprimari nell’India (e in particolare nel Bharat di Varanasi, che è uno dei tre stati principali in cui si è suddivisa la grande nazione) del vicino futuro, un’India tecnologicamente ed economicamente assai avanzata ma ancora preda dei suoi storici dilemmi sociali e razziali, tra pregiudizi di casta e guerre semitribali per il controllo dell’acqua, in un mondo ormai impoverito di risorse.

Per concludere, va infine ricordato che Ian McDonald, sulla scia del successo di River of Gods, ha poi composto altri romanzi importanti e ambientati nel futuro del nostro pianeta, in zone altrettanto interessanti, quali Brasyl (ambientato ovviamenti in Brasile) e The Dervish House, che dipinge la Turchia del prossimo futuro. Entrambi i testi hanno anch’essi vinto il premio della British Science Fiction Association come miglior romanzo dell’anno.

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11 aprile 2014

Play!


E così siamo stati pure a Play, il festival del gioco che si tiene a Modena e che nel tempo è diventato il più importante appuntamento ludico nazionale.
Cosa c'entravamo noi di Zona 42? Col senno di poi posso dire che le nostra presenza al festival era piuttosto anomala. Ma Play è a Modena e noi a Modena ci viviamo: ci pareva quindi brutto rinunciare a un'opportunità a costo zero (o quasi) di presentare Desolation Road a un pubblico che continuiamo a ritenere contiguo, se non sovrapponibile, a quello dei lettori potenzialmente interessati alla nostra proposta editoriale.

A una settimana dalla chiusura del festival siamo arrivati alla conclusione che chi è venuto a Play per giocare ha vissuto la nostra presenza come un corpo estraneo, magari curioso, che un'occhiata ai nostri libri l'han data in parecchi, ma che rispetto alle quantità di proposte ludiche presenti è rimasta sempre piuttosto marginale. Se anche un qualche interesse lo abbiamo suscitato, questo non si è concretizzato in grosse cifre, né dal punto di vista della partecipazione al nostro evento, né dal punto di vista delle vendite effettuate.

Qualcosa di buono dalla due giorni modenese l'abbiamo però portato a casa. L'emozione di sentir leggere Desolation Road da Chiara Reali, che si è dimostrata un'interprete formidabile del testo che ha tradotto; la presentazione del nostro progetto che si è via via trasformata in una chiacchierata tra amici (e mi scuso ancora con Eugenio, cui avevo promesso un altro scambio di opinioni, ma che quando è passato dal nostro stand non mi ha trovato); l'entusiasmo e la passione percepibile nelle centinaia di persone che abbiamo visto sfilare per i padiglioni; la disponibilità e il divertimento delle decine di cosplayer (e molti li abbiamo coinvolti, trasformandoli in volenterosi testimonial del nostro romanzo); gli incontri con gli amici in fiera, tra questi la lunga chiacchierata con Davide Mana, strappato dal tavolo di Savage Worlds cui è stato praticamente incollato per tutta la durata della sua permanenza al festival, che si è dimostrato come sempre un ottimo interlocutore.

Per concludere un enorme ringraziamento a Fabio di Gaspez – Arts, che ci ha ospitato tra le sue magnifiche miniature per tutta la manifestazione con una disponibilità esemplare, e a Saverio del Club 3M, responsabile degli eventi di Play, che nonostante fossimo arrivati lunghissimi è riuscito comunque a trovarci uno spazio nel densisissimo programma della manifestazione.

Non so se torneremo ancora a Play come Zona 42. Di sicuro io ci tornerò a curiosare tra i tavoli, a giocare, a perdermi tra le centinaia di proposte e le migliaia di persone che rendono questo festival davvero prezioso nel panorama altrimenti piuttosto desolato che ci circonda.

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04 aprile 2014

Tradurre Desolation Road

Ho chiesto a Chiara Reali se aveva voglia di scrivere due righe su come fosse stata per lei l'esperienza di tradurre Desolation Road. Come spesso accade la sua risposta è stata superiore alla più rosea delle mie aspettative. Leggete Chiara, qui sotto, e vedrete che le sue parole sono il più bel regalo potessi ricevere.






Quando i figli di Desolation Road stanno per compiere nove anni, i genitori gli chiedono, avete deciso cosa farete da grandi? Alcuni hanno le idee chiare, altri sanno solo che vogliono scappare.
Se fossi nata a Desolation Road, a nove anni avrei risposto: voglio fare la traduttrice. Anche sulla terra rispondevo così, dopo avere superato quella fase di onnipotenza in cui la mia risposta era (testuale), il premio Nobel, ma prima di scontrarmi con l’inamovibile decisione di mio padre (il liceo linguistico no, classico o classico) e, poi, con l’adolescenza.
Ho iniziato a tradurre all’età in cui Persis Tatterdemalion, la mia persona preferita di tutta Desolation Road, guardava fuori dalla finestra, dietro al bancone del suo bar, e sospirava: sono troppo vecchia. Lo pensavo anch’io, e però è successo - in quei modi che non si possono raccontare ma che chi traduce conosce bene.
Una cosa che non sapevo né a nove anni né a qualcuno di più era che tradurre, molto spesso, non è mica poi così bello. Perché i libri che ti capitano in mano sono brutti, sono libri che non leggeresti mai, sono libri che parlano di cose che non ti interessano.
Desolation Road non lo so mica, se l’avrei letto, non fosse stato per Giorgio. Leggo altre cose, e a una certa età si diventa pigri, mi sembra, e si ha meno voglia di leggere cose nuove, generi nuovi, e però di Giorgio mi fido, ci consigliamo libri da anni e non ci siamo mai delusi.

Di Desolation Road mi sono innamorata subito. E poi mi sono innamorata ancora, quando ho ripreso in mano il libro e l’ho riscritto, cercando di prestargli la mia voce e di scoprire quale fosse la sua. Non è stato un amore facile: Ian McDonald non ha solo creato un mondo popolato da una grande quantità di personaggi, ma ha una lingua tutta sua senza la quale quei personaggi non sarebbero vivi come sono, senza la quale non mi avrebbero parlato.
Abbiamo passato insieme Natale e Capodanno, abbiamo passato insieme mattine, pomeriggi, notti. Mi hanno fatta ridere e mi hanno fatta piangere, e quando sono arrivata all’ultima pagina, quando ho scritto l’ultima parola e quando poi l’ho riletta per l’ultima volta, per giorni mi sono sentita… Strana. Come quando finisce una storia d’amore, appunto, e si è tristi e si ripensa al passato e ci si sente vuoti e però si inizia anche a pensare a quello che succederà dopo.
Dopo è adesso, che vedo una cosa di carta con sopra scritto il mio nome e penso, incredibile.
Dopo è adesso, che se lo rileggo sento la mia fatica e ricordo, ma poi mi dimentico di me e mi innamoro di nuovo.
Dopo è sperare che ci siano tanti Giorgio e tante Chiara che si consigliano di leggere proprio questo libro qui, che parla di Marte ma per finta, perché in realtà parla di noi, di quanto facciamo fatica a liberarci del passato, di quanto sia difficile trovare la propria strada, di amicizia, di vendetta, di vita e di morte - di destino e di autodeterminazione.

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Chiara sarà con noi domani per presentare Desolation Road, di Ian McDonald. Vi aspettiamo intorno alle 13.00 allo spazio Pietra Ringadora, nel padiglione A della Fiera di Modena, durante Play, Festival del gioco.


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03 aprile 2014

Zona 42, Ian McDonald e la DeepCon

Prima uscita ufficiale e primi successi per il nostro progetto editoriale. Suoniamo troppo sbruffoni? Può darsi, ma quando percepisci ben distinto l'entusiasmo per la tua creatura, che si tratti di lettori, di addetti ai lavori e dello stesso autore del romanzo che hai finalmente pubblicato, beh… c'è ben presente il rischio di montarsi la testa. Soprattutto quando questo entusiasmo è confortato dai dati delle vendite, che - ehi! - se non abbiamo sbagliato i calcoli, circa il 70% dei presenti alla DeepCon se n'è tornato a casa con una copia di Desolation Road.
Certo, esiste anche l'altra faccia della medaglia, che non siamo qui a raccontarci la bella favola dell'editore sconosciuto che fa il botto: le persone presenti all'appuntamento di Fiuggi erano davvero pochine. E se i complimenti fanno bene al cuore, il piatto economico della nostra trasferta laziale piange qualche piccola lacrimuccia.

Ma va bene lo stesso. A Fiuggi c'era Ian McDonald, anche solo per questo motivo valeva la pena sobbarcarsi 5 ore di macchina e partecipare all'evento.

Ian McDonald ha confermato di persona l'ottima opinione che mi ero fatto di lui sentendone parlare da amici e colleghi. Il suo intervento alla DeepCon, una dichiarazione d'amore nei confronti della fantascienza, è stato brillante, intenso e appassionato, partendo dai motivi per cui ha cominciato ad apprezzare il genere da giovane lettore, alle motivazioni che lo hanno spinto a iniziare a scriverla ("blame Margaret Thatcher, may she burn in hell…"), fino alle considerazioni sul suo percorso di autore ("ogni dieci anni circa mi ritrovo a non poterne più di quel che ho fatto fino a quel momento e cambio rotta"), ai contenuti dei suoi romanzi, ai progetti futuri (uno scenario ridotto, tanto per cambiare, una base lunare, con un piccolo gruppo di persone dalle provenienze più diverse, le loro famiglie, le dinamiche che li mettono in relazione. Un'unica certezza, i cattivi saranno australiani. Poco, ma sicuro.).
Al suo intervento è seguita la presentazione dei due romanzi da poco editi in Italia. Per primo Il fiume degli dei, con l'autore insieme a Giuseppe Lippi e Silvia Castoldi, rispettivamente curatore di Urania, per cui il romanzo è uscito, e traduttrice del romanzo. Silvia ci ha raccontato cosa ha comportato riprendere e completare il lavoro di un mostro sacro della traduzione come il compianto Riccardo Valla, mentre Ian McDonald ha ricordato i motivi del successo del suo romanzo quando usci nelle isole britanniche, senza particolari riferimenti al suo contenuto fantascentifico.
A seguire il debutto ufficiale del nostro progetto, con la presentazione di Desolation Road, caratterizzato dallo scambio di battute tra noi, McDonald e il pubblico, a proposito del romanzo, dei suoi personaggi (lo sapevate che il dottor Alimantado arriva drittto dritto dall'insegna di un dentista di Nairobi? O che son state le suggestioni degli spaghetti western a contribuire ai fantastici nomi dei numerosi personaggi che arricchiscono il romanzo?). E poi qualche accenno alla copertina, al suo essere volutamente diversa dai canoni che sembrano contraddistinguere la narrativa di genere, e l'approvazione dell'autore rispetto alla nostra scelta (grosso sospiro di sollievo!).

Dopo una piccola pausa birra, è cominciato per Ian McDonald il lavoro vero e proprio. È stato in quei momenti che - ce ne fosse stato ancora bisogno - ha conquistato definitivamente il suo pubblico. Non so quanti libri abbia firmato (solo io gli ho portato una dozzina e più di volumi, senza considerare le decine di copie di Desolation Road che gli abbiamo fatto autografare), ma quel che mi ha davvero  sorpreso è stato notare come ogni dedica lasciata sul frontespizio dei volumi fosse diversa dalla precedente. Me ne sono reso conto una volta tornato a casa, quando sfogliando i suoi libri mi sono accorto di come ognuno riportasse due parole, una frase, a volte uno schizzo, in tema con il titolo autografato.

Per me comunque il top l'ha raggiunto con la dedica che ha voluto lasciare sulla copia di Desolation Road che mio figlio ha iniziato a leggere, e che trovate qui a fianco.
Capite bene come la mia ammirazione per 'sto uomo sia sconfinata!

Per concludere un doveroso ringraziamente a chi ha contribuito a rendere la DeepCon un incontro tanto accogliente quanto professionale. Non ricordo i nomi di tutte le persone con cui abbiamo avuto la fortuna di confrontarci, ma devo citare almeno Flora, instancabile motore dell'evento, e poi tutti vecchi amici incontrati dopo parecchio tempo (Paolo, i Vanamonde, Emanuele, Andrea, Dario, Franco) e quelli che finalmente ho conosciuto di persona come Francesco. Sono stati due giorni pieni e indimenticabili.
Grazie.

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27 marzo 2014

Zona 42 - Il sito


Ha debuttato ieri il sito di Zona 42. Per ora è ancora piuttosto scarno, ma nei prossimi giorni si riempirà progressivamente di testi, immagini e di tutte le informazioni utili per ordinare e leggere i nostri volumi oltre che dei riferimenti alle iniziative in cui sarà possibile incontrarci e scambiare quattro chiacchiere.

Ce lo avete già chiesto in parecchi: al momento è possibile ordinare Desolation Road manualmente, inviandoci una mail grazie all'apposito form che abbiamo preparato. Contiamo di implementare al più presto tutti gli automatismi del caso.

Per chi fosse curioso riguado al romanzo di Ian McDonald e volesse provarne a leggere un'anteprima, abbiamo caricato un piccolo assaggio di Desolation Road.
Il PDF è scaricabile dalla pagina dedicata al volume.

Abbiamo anche preparato una sezione dedicata a chi fosse tanto temerario da volerci supportare nella nostra attività, mentre a breve ci sarà la possibilità per i librai di contattarci e stabilire profique modalità di collaborazione.

L'elenco delle librerie dove poter acquistare i nostri libri arriverà entro la prossima settimana.

Come potete vedere il lavoro è tutt'altro che finito, ma ci stiamo dando da fare per ottimizzare la nostra vetrina virtuale.

Vi ricordo che sabato 29 e domenica 30 saremo a Fiuggi alla DeepCon 15 dove presenteremo Desolation Road in compagnia di Ian McDonald.
La settimana successiva presenteremo invece il nostro progetto a Play, il festival del gioco che si terrà a Modena il 6 e 7 aprile.

Vi aspettiamo!

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24 marzo 2014

Zona 42 presenta Desolation Road, di Ian McDonald

La copertina dell'edizione digitale di Desolation Road, leggermente diversa da quella dell'edizione cartacea, presentata qui



 IL LIBRO 
"Hai ancora delle faccende in sospeso nella mia città, Rael, e fino a quando non avrai finito ciò che hai iniziato, i ricordi non ti daranno pace."

Desolation Road non dovrebbe esistere: una fermata non prevista lungo i binari della Ferrovia Bethlehem Ares, nata per errore, cresciuta ostinata come i suoi abitanti. È una parentesi nella Storia, nell’attesa che si compia il suo destino.
A Desolation Road non conta il passato e il presente è un’incognita polverosa: che si viaggi nel tempo all’inseguimento del futuro o si percorrano le sue strade a bordo di un risciò.
A Desolation Road ci sono solo due regole: si bussa prima di entrare e non si disturba durante la siesta.
Tra angeli meccanici e locomotive nucleari, matrimoni poliamorosi e spettacoli itineranti, gli abitanti di Desolation Road nascono, crescono, si innamorano, muoiono. Uccidono, a volte.

Desolation Road è una storia di frontiera in cui le suggestioni marziane di Ray Bradbury si fondono con il senso del magico e dell’ineluttabilità del destino di Gabriel García Márquez - mescolate con una buona dose d’ironia pop - per creare un tessuto narrativo fatto di personaggi, storie e luoghi che si intrecciano, si perdono e si ritrovano, dando vita a un romanzo indimenticabile.

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L'AUTORE
Considerato ormai uno dei migliori scrittori di fantascienza viventi, Ian McDonald è nato nel 1960 a Manchester, in Inghilterra; attualmente risiede nei pressi di Belfast, in Irlanda del Nord.
Inizia a pubblicare fantascienza con The Islands of the Dead, uscito sulla rivista Extro nel 1982. Questo racconto, insieme ad altri raccolti in Empire Dreams, del 1988, e ai suoi primi romanzi, dimostrarono subito la sua passione per ambientazioni complesse e raffinate e per una ricerca narrativa molto elaborata dal punto di vista stilistico e di costruzione della vicenda.

In italiano sono usciti Necroville, Forbici vince carta vince pietra, I confini dell’evoluzione, Il circo dei gatti di Vishnu, Il fiume degli dei.

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TRADUZIONE
Chiara Reali vive a Milano. Scrive in rete dal 2005 e ha pubblicato racconti su Linus, ‘tina, e nell’antologia targata Minimum Fax Tu sei Lei. Otto scrittrici italiane.

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DESOLATION ROAD - VERSIONE CARTACEA
404 pagine, formato 14x19, brossura cucita a filo refe con copertina a quattro ante plastificata. Euro 15,90

DESOLATION ROAD - VERSIONE DIGITALE
Formato epub e mobi. Euro 6,99

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Disponibile in anteprima alla Deepcon 15, sabato 29 e domenica 30 marzo, a Fiuggi.
Da lunedì 31 sul nostro sito e su tutti i maggiori store on-line.
A breve troverete una lista delle librerie dove sarà possibile acquistare il volume cartaceo.
Segnalateci le vostre librerie di fiducia: info (at) zona42 (punto) it. Provvederemo a contattarle.

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21 marzo 2014

Perché "Zona 42"?

In più d'uno ci ha chiesto da dove arriva Zona 42. Provo a raccontarvelo.

Non credevamo fosse così complicato scegliere un nome per una casa editrice. Quando abbiamo iniziato a pensare al nostro progetto editoriale abbiamo avuto subito ben chiaro cosa ci sarebbe piaciuto pubblicare, quale sarebbe stata la strategia distributiva. come avremmo voluto impaginare i nostri volumi. Il nome da darci ci pareva una scelta del tutto accessoria, quasi superflua, che tanto qualcosa ci sarebbe pur venuto in mente.
Nel frattempo son passate le settimane, che son poi diventati mesi. Abbiamo steso un business plan, abbiamo valutato quale fosse la forma sociale migliore per le nostre esigenze, abbiamo iniziato a contattare autori e agenzie. La scelta del nome è rimasta nel limbo fino a quando i tempi si son fatti pressanti e la decisione su quale denominazione darci è diventata sempre meno procrastinabile.

Sono scorsi fiumi di birra e telefonate inteminabili, nomi sparati a caso, altri che parevano perfetti ma che dopo poche ore non sopportavamo più, innamoramenti fugaci e interminabili derive combinatorie tra termini e definizioni con il più piccolo legame con la nostra attività, per tacere poi delle citazioni letterario/cinematografiche con cui per un bel pezzo ci siamo divertiti.

Cosa cercavamo? Un nome semplice, facile da ricordare, con qualche suggestione fantascientifica (ma non troppo, che non volevamo escludere la possibilità di allargare il campo), che parlasse del nostro approccio alla letteratura di genere ma non fosse troppo vincolante. Il nome della nostra casa editrice doveva poi essere abbastanza originale da non aver bisogno di chissà quali invenzioni per distinguerlo nel mare magnum di internet, che il nome del dominio, le stringhe di ricerca, etc. etc.

Siamo passati da Piano B (esiste già, mannaggia…) a Finisterre (un po' troppo esoterico), da Hic Sunt Leones (bello, ma impronunciabile nel caso di contatti telefonici) al suo acronimo, siamo passati per le Porte di Tannhäuser (siamo seri…) e per tutte le combinazioni possibili di Spazio e Tempo, senza tralasciare sinonimi e contrari.

Poi ci siamo fermati, siamo tornati sulla terra, e siamo rimasti folgorati dalla semplicità di una certa idea. Quale soluzione migliore di un nome che in un colpo solo coniugasse le ebbrezze semantiche di un topos ormai classico, seminate da tanti autori che abbiamo amato (da Ballard ai fratelli Strugatskij, passando per il cyberpunk e i misteri del cosmo), capace come pochi altri termini di evocare misteri e inquietudini, meraviglie e possibiltà, con la risposta definitiva al mistero della vita, dell'universo e di tutto quanto?
In un colpo solo avevamo l'approccio profondo e impegnato, condito da un bel po' di sano divertimento. Avevamo la passione stupefacente insieme alla follia, l'immaginazione sfrenata marcata stretta da una buona dose di ironico pragmatismo.
Abbiamo trovato la Zona, le abbiamo regalato un numero perfetto: è nata Zona 42.

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13 marzo 2014

Zona 42 - La nostra prima copertina

Eccola qui in tutto il suo splendore. La copertina di Desolation Road romanzo di Ian McDonald, finalmente disponibile in Italia, su carta e in formato digitale, a partire dalla fine di marzo.

Prima di arrivare alla versione che vedete ci son stati grandi dibattiti e discussioni, ma alla fine il risultato ha soddisfatto tutti.
Voi che dite?
Vi piace? L'avreste fatta diversa?
L'immagine è adatta? E lo strillo?

Fateci sapere cosa ne pensate!

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06 marzo 2014

Zona 42 - Una bozza di piano editoriale

Parliamo dei progetti a breve e media scadenza di Zona 42. Ce l'avete chiesto in tanti, e capisco la curiosità diffusa. Il nostro piano editoriale esiste per ora solo a livello di bozza, di canovaccio di idee, nomi e titoli, in attesa che si concretizzino i contatti avviati. Al momento siamo in grado di fare solo pochi nomi, e buttare giù qualche spunto su quello che ci aspetta nel prossimo futuro. Non vorremmo infatti fare annunci roboanti per poi essere costretti a smentirci, a cambiar rotta in corso d'opera o a rimangiarci qualche incauta promessa.

Partiamo con l'annuncio ufficiale di quello che sarà il nostro primo titolo in programma. A fine mese vorremmo presentare alla DeepCon di Fiuggi (scrivo vorremmo per eccesso di prudenza, che stiamo correndo per chiudere il volume) Desolation Road di Ian McDonald.
Chi segue questo blog o mi conosce dai tempi di it.cultura.fantascienza o dalla vecchia FML (la mailing list di fantascienza) sa bene della mia passione per l'autore britannico. Desolation Road è molto probabilmente il suo romanzo che ho amato di più, forse perché il primo letto in lingua originale, forse per la straordinaria miscela di meraviglie e storie e invenzioni, e per la passione palpabile del racconto. Se abbiamo deciso di fondare una casa editrice lo devo anche al desiderio di condividere questo romanzo con il maggior numero di persone possibile, in italiano. Pubblicarlo è già una piccola vittoria, un onore e un grande piacere. Speriamo davvero che goda di tutto il successo che merita.

Per l'uscita successiva passerà qualche mese. Il romanzo che abbiamo scelto per proseguire nella nostra avventura è Sun of Suns di Karl Schroeder. L'autore canadese è pressoché sconosciuto al pubblico italiano, che ha però potuto apprezzarne il talento e l'inventiva in quel paio di racconti usciti nelle raccolte del meglio dell'anno pubblicate su Urania negli ultimi mesi e, per chi ha avuto la fortuna di leggerlo, in un vecchio numero di Alia. Devo la scoperta di Karl Schroeder a Davide Mana, che ne ha esaltato le qualità in più di un post del suo Strategie Evolutive (fateci un salto se siete curiosi, non lo rimpiangerete!). Sun of Suns mi ha colpito per la capacità di unire in un cocktail esplosivo l'avventura più sfrenata con un lavoro di worldbuilding che ha pochi rivali per coerenza, originalità e inventiva.

Per dar seguito a questi primi titoli abbiamo parecchie idee, ma prima di esporle vorremmo avere qualche contratto in mano.
Oltre a proseguire sulla via maestra degli inediti non ci dispiacerebbe poter ristampare uno o due libri ormai introvabili, di quelli che fan gola a qualsiasi lettore (a me l'han fatta per anni). Stiamo pure valutando la possibilità di offrire qualche spazio alla fantascienza italiana, ma solo quando sarà chiaro che il nostro progetto si basa sulla qualità della scrittura e solo se ci troveremo a leggere un testo all'altezza degli standard che ci diamo nel valutare un romanzo straniero.
Poi certo, il futuro di Zona 42  dipenderà molto da come verranno accolti i primi volumi che presenteremo. Noi crediamo molto nel nostro progetto e -  non lo nascondiamo - contiamo moltissimo sul supporto dei lettori per sopravvivere e prosperare.
Seguiteci quindi, ne vedremo delle belle!

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04 marzo 2014

Zona 42!

È ormai qualche settimana che il blog è silenzioso, nell'attesa di poter finalmente rivelare il progetto su cui abbiamo lavorato negli ultimi mesi.
Ora possiamo finalmente annunciarlo.

La settimana scorsa è nata Zona 42, la nostra casa editrice indipendente. Piccola, ma con tutte le intenzioni di diventare un punto di riferimento per chi ama la letteratura d'immaginazione.

Zona 42 ha un obiettivo ambizioso: contribuire a riportare la fantascienza nelle librerie italiane che da troppi anni - esclusi i lodevoli tentativi di un paio di editori - offrono per lo più ristampe di vecchi romanzi, autori ormai defunti o riedizioni dei soliti classici.
Crediamo da sempre nelle qualità letterarie della fantascienza, crediamo nella sua capacità di suscitare meraviglia ed emozione. Riteniamo sia uno degli strumenti più utili a riflettere e speculare sulla contemporaneità, senza per questo dover rinunciare alla capacità d’intrattenimento caratteristica del genere.
Dopo oltre quindici anni di frequentazione della scena letteraria nostrana (per mezzo delle mailing list negli anni ‘90, in usenet poi e quindi nel mare magnum di internet, grazie a questo blog), fondare una casa editrice ci è sembrato un passo naturale. Vogliamo puntare sul quel minimo di credibilità conquistata nel tempo per restituire all’ambiente quel che di buono ci ha dato in tutti questi anni.

Il piano editoriale di Zona 42 prevede la pubblicazione di romanzi scelti tra quanto di meglio la scena internazionale ha saputo proporre negli ultimi decenni.
La scelta dei titoli e la qualità delle proposte si basa su due principi cardine:
- romanzi che hanno avuto un riscontro critico positivo e che hanno saputo conquistare il gusto di un pool di esperti lettori italiani;
- alto livello della traduzione italiana grazie al lavoro di professionisti in grado di combinare le necessarie competenze linguistiche alla qualità della scrittura.

Zona 42 pubblicherà sia in edizione cartacea che in digitale.
Zona 42 non utilizzerà i canali di distribuzione tradizionali. Intende piuttosto instaurare rapporti diretti con le librerie che daranno fiducia al progetto supportandolo.

Sappiamo quanto è difficile il mondo là fuori. Chiederemo quindi il maggior sostegno possibile ai lettori, che sono e saranno sempre i nostri interlocutori principali, cercando di offrire loro un prodotto che si distingua per qualità delle edizioni a un costo ragionevole.


Prima di essere editori siamo lettori, lo siamo ormai da più anni di quanto ci piaccia ricordare. Per questo motivo abbiamo la presunzione di sapere quel che i lettori cercano in un buon libro. Il nostro obiettivo è proporre titoli capaci di emozionare, divertire, turbare e far riflettere. Partendo dai tradizionali lettori di fantascienza per allargare quanto più possibile il nostro pubblico di riferimento.


A breve saremo on-line con un sito dedicato, pagina facebook e twitter.

Il viaggio di Zona 42 è appena cominciato.

Seguiteci. Siamo certi che non ve ne pentirete.

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03 febbraio 2014

Letture: Sun of Suns, di Karl Schroeder

© giorgio raffaelli
Ho sentito parlare per la prima volta di Karl Schroeder su Strategie Evolutive. Davide Mana mi aveva incuriosito e mi ero segnato il nome dell'autore canadese.
Karl Schroeder è tornato a far capolino da queste parti quando è stato il momento di elencare i migliori romanzi degli ultimi decenni, ma m'è capitato di leggerlo per la prima volta solo quando un suo racconto - e che racconto! - è stato inserito nell'antologia del meglio dell'anno curato da Hartwell & Cramer e pubblicato da Urania qualche tempo fa.
Nel frattempo avevo già provveduto a procurarmi Sun of Suns, primo romanzo ambientato nell'universo di Virga. Ora che finalmente l'ho letto ho capito tutte le lodi spese per questo autore canadese.
Il nome di Karl Schroeder è rimasto sempre piuttosto marginale rispetto a quello di altri autori d'oltreoceano, ma fidatevi, se cercate avventure e meraviglia, solida costruzione (fanta)scientifica e un mondo come nessuno mai aveva raccontato prima, beh… Sun of Suns è il romanzo giusto.

La struttura del romanzo è quanto di più classico si possa immaginare: Hayden Griffin,  orfano di guerra in cerca di vendetta, si ritrova a partecipare a una missione per salvare il mondo, nel frattempo vecchi nemici si dimostrano meglio di quel che si credeva e i nuovi alleati sembrano decisamente ambigui.
Quel che fa la differenza è il meticoloso e straordinario lavoro di worldbuilding dell'autore. L'azione si svolge a Virga, che non è altro che una sfera di dimensioni planetarie piena d'aria, in cui si muovono isole, alberi e città tenute insieme da un misto di forze centrifuga e centripeta, moti convettivi delle masse d'aria che riempiono la sfera e microgravità locale.
Ad alimentare la vita dentro Virga c'è Candesce il "sole dei soli" del titolo, sorta di fornace nucleare al centro del pianeta da cui deriva tutta l'energia disponibile. Candesce fornisce la possibilità alle varie comunità fluttuanti di ricavare schegge di materia esotica per creare i propri soli locali. Dalla gestione di queste fonti di energia locali, da cui deriva ricchezza o declino delle società che ne sfruttano il potenziale, e dagli inevitabili incroci tra le orbite di dette popolazioni, nascono tensioni, si combinano alleanze, si combattono guerre.

Karl Schroeder è abilissimo nel mantenere al minimo l'infodump e farcire la vicenda di colpi di scena, azione a gogo' e vertiginose descrizioni ambientali, con una grande attenzione alla coerenza dello sviluppo tecnologico che mescola influenze steampunk (legno e ottone e velieri volanti), reminescenze gernsbackiane (il metallo lucido delle turbine con cui i nostri eroi svolazzano tra città volanti e aeronavi) e le influenze della fantascienza più recente, con intriganti accenni a intelligenza artificale e nanoteconologie. Leggere le avventure del giovane Hayden Griffin in questo mondo privo di gravità e denso di meraviglie riporta a casa del lettore tutta la goia della scoperta delle prime esperienze fantascientifiche, aggiornandole con una piena consapevolezza dei topoi del genere e delle sue più attuali evoluzioni.

Sun of Suns è il primo capitolo di una serie che si dipana in più volumi. Per quanto io sia allergico alle saghe, qui ci son tante di quelle idee e suggestioni che non vedo l'ora di leggere il prossimo.

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07 gennaio 2014

Letture: Gianluca Morozzi, Nove Inframondi, Allen Steele, Richard K. Morgan

© giorgio raffaelli
Gianluca Morozzi - Blackout
Gianluca Morozzi mi ha abituato bene: due romanzi, due ottime letture. Blackout invece…
Blackout parte bene, splatter e paura e tre personaggi che son perfetti, il vecchio Elvis, la lesbica scazzata e il fanciullo innamorato. Un miglior assortimento di varia umanità era difficile da concentrare per un'intera giornata bloccati in un ascensore nell'estate bolognese. Difatti la lettura procede che è un piacere, che Morozzi è bravo a mantenere alta la tensione, ad alleggerirla quando serve, a ripartire. Insomma, il romanzo fila che è un piacere.
L'autore però non si accontenta e vuol chiudere col botto o almeno questa è stata la mia impressione. L'ultima parte del romanzo suona appiccicata e posticcia, quasi a voler giustificare la leggerezza precedente, come se senza morale o sottotesti sociopolitici il romanzo non fosse valido abbastanza.
Vorrei dire una sola cosa a Gianluca Morozzi: fanculo alle derive socioantropologiche, e vai di sangue e compassione, che è quel che sai far meglio!

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David G. Hartwell & Kathryn Cramer (a cura di) - Nove inframondi
Nove inframondi è il titolo scelto da Urania per presentare la prima parte dell'antologia che raccoglie i migliori racconti del 2009 curata da David G. Hartwell & Kathryn Cramer. Queste raccolte annuali sono un ottimo vademecum per capire quali siano tendenze e direzioni della fantascienza, sono utili per conoscere nuovi autori e per ritrovare qualche vecchia conoscenza che magari non t'aspetti.

La qualità media di questo volume è elevata e lo sarebbe stata ancor di più, se non per la presenza di un paio di racconti che ho cordialmente detestato (mi riferisco a Arkfall, di Carolyn Ives Gilman, le avventure di una coppia assessuata alla deriva nelle profondità marine tra luoghi comuni e deja-vù, e a Boojum, scritto a quattro mani dalla coppia Bear & Monette, storia di alieni cattivi e navi senzienti che ho fatto davvero fatica a mandar giù). Per fortuna ci sono poi i racconti di Neil Gaiman (Orange) e Ted Chiang (Espirazione, già letto su Robot 58 con il titolo Respiro) a risollevare le sorti della raccolta.
Menzione di merito per Paolo Bacigalupi, famoso per la sua ragazza a molla (The Windup Girl, romanzo d'esordio che ha fatto incetta di premi negli anni scorsi), di cui però non avevo ancora letto nulla, presente con il racconto La pompa sei, e per Mary Rickett, sconosciuta al sottoscritto, il cui racconto Traditrice è capace di evocare più di un'inquietudine.

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Allen Steele - Ieri e domani
Conoscevo Allen Steele per qualche racconto antologizzato nelle raccolte del meglio dell'anno. Non mi è mai rimasto particolarmente impresso, ma questo volume mi incuriosiva. Ieri e domani contiene due racconti, La morte di Capitan Futuro e Dove gli angeli temono di avventurarsi, che hanno vinto i più prestigiosi premi del settore, tanto male non dovevano essere…

La fantascienza di Allen Steele è solida e coerente, sia che si occupi di avventure spaziali che quando incrocia viaggi nel tempo e storia alternativa, e se anche stile, ambientazione e personaggi non spiccano certo per la loro personalità, le sue storie si lasciano leggere. Ieri e domani è una lettura consigliata a tutti quei lettori di mezza età sempre alla ricerca del sapore della fantascienza con cui sono cresciuti.

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Richard K. Morgan - The Cold Commands
Secondo capitolo della trilogia A Land Fit For Heroes, ambientata in un mondo dalle spiccate caratteristiche fantasy ma con un sostanziale background fantascientifico. The Cold Commands non perde tempo a riassumere la situazione in cui si son ritrovati i nostri eroi alla fine di The Steel Remains e parte subito in quarta. Tra violenza varia e assortita, a volte decisamente sopra le righe, tanto che si ha quasi la sensazione Morgan non abbia molti altri argomenti, la storia procede spedita. Nonostante lo scrittore si ingegni a tener impegnati i tre personaggi nelle loro relative linee narrative fino alla conclusiva convergenza delle singole avventure, si ha a volte l'impressione, soprattutto nella vicenda che riguarda il barbaro Egar, di una certa forzatura negli accadimenti che si susseguono anche troppo frenetici.
Per fortuna il talento inventivo di Richard Morgan e la sua capacità di mantenere sempre dinamica la storia non viene meno, e anche The Cold Commands si legge d'un fiato, mantenendosi appassionante fino alla conclusione. Da parte mia posso dire che la parte del romanzo che ho preferito è quella in cui Ringil vaga nella foresta perso nel suo delirio onirico: se Morgan rinunciasse a un po' della sua caratteristica muscolarità per dedicare più attenzione ai momenti lisergici della sua scrittura credo che le storie ne guadagnerebbero assai.

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04 gennaio 2014

Letture: Moxyland, di Lauren Beukes

© giorgio raffaelli
Moxyland è stato il libro più sorprendente dell'anno scorso. Un romanzo di fantascienza da cui non mi aspettavo nulla di più di qualche bel panorama esotico e che invece s'è rivelato una delle migliori letture del 2013.
Moxyland mi ha riportato alle atmosfere del buon vecchio cyberpunk, sia quello del primo Gibson, sia quello apparentemente più scanzonato di Neal Stephenson. Ma tranquilli, non è stato il fattore nostalgia a farmi apprezzare Lauren Beukes. È stata piuttosto la sensazione di ritrovare su carta l'idea e la sostanza tangibile e vicinissima di un futuro possibile, un futuro i cui prodromi si vedono già qui fuori, facendo un giro in rete o accendendo la tv. Un futuro in cui la strada trova sempre un utilizzo delle nuove tecnologie, ma dove solo quelli autorizzati hanno una qualche speranza di sopravvivenza. Un futuro che per quanto appaia inevitabile, ha bisogno di essere in qualche modo esorcizzato, o almeno compreso.

Moxyland è ambientato a Città del Capo, Sudafrica. Per quanto periferica sia la collocazione geografica rispetto agli standard cui siamo abituati frequentando la letteratura di genere, la realtà della vita nelle strade o nei palazzi della città africana è immediatamente riconoscibile, figlia com'è di una globalizzazione tecnologica e aziendale che non permette ormai di distinguere dalla superficie i fermenti che agitano le metropoli del globo. I quattro protagonisti sono sintomatici di quest'aspetto della logosfera: Kendra è un'artista con qualche ambizione che accetta di sottoporsi a un programma di
marketing nanotecnologico e diventa il vettore di un nuovo stile di pubblicità virale. Lerato è l'ambiziosa impiegata di una megacorporazione decisa a far carriera a qualasiasi costo. Tendeka è un ribelle e un attivista, un uomo con un piano per smascherare l'ingiustizia del potere. È una bomba pronta ad esplodere: deve solo decidere se e quando fermarsi, prima che sia troppo tardi. A incrociare le loro strade c'è Toby, video blogger stronzo e opportunista, che nell'attesa di sfondare è disposto a tutto per ragranellare qualche soldo.

La realtà pervasiva in cui si muovono i nostri eroi è fatta di cellulari perennemente sotto controllo che sono anche espliciti strumenti di controllo sociale: o sei connesso e rispetti le regole o vieni fulminato e sei fuori, senza speranza di cittadinanza, in un un contesto che non permette ormai alcuna ribellione, con i confini tra poteri delle aziende e quelli dello stato orami talmente diluiti da risultare praticamente indecifrabili dal basso delle strade.
Lo scenario può forse ricordare quello ormai classico del cyberpunk ricordato all'inizio, ma da allora sono passati tre decenni e Lauren Beukes è decisamente aggiornata, non solo riguardo all'attualità di certe tendenze e alle prospettive che ci attendono, ma anche dal punto di vista prettamente estetico, vedi per esempio l'aspetto visuale del suo racconto. Una delle caretteristiche che distanziano immediatamente Moxyland dal cyberpunk sta nei toni con cui è ritratta la vicenda: per quanto perennemente oscuri, nel romanzo della Beukes i colori risaltano sfolgoranti delle tinte plasticose degli sponsor, della luce africana, dei colori degli schermi che trasmettono ovunque gli stessi messaggi rassicuranti.

© sconosciuto
Ma le qualità di Moxyland vanno oltre lo sfoggio di technobubble e l'originale sforzo creativo nel tratteggiare i nuovi aspetti repressivi di una società fondata sul dominio delle aziende. Sono piuttosto riconducibili all'abilità di Lauren Beukes nel condurre con mano sicura una vicenda complessa che si sviluppa su diversi piani narrativi, nel tratteggiare in maniera vivida e credibile il panorama urbano della metropoli nei suoi vari aspetti e, soprattutto, nella creazione dei suoi quattro protagonisti, tutti piuttosto lontani dall'idea tradizionale di (anti)eroe cui ci ha abituati la letteratura di genere di questi ultimi decenni. Che siano impiegati o artisti, blogger o attivisti, i quattro rappresentano esempi
diversi di strategie di sopravvivenza urbana in quesi primi anni del terzo millennio. Risultano memorabili per i loro difetti, nel loro porsi costantemente sullo stesso piano del lettore, per la quantità di cazzate che gli capita di combinare che va alla pari con la loro buona fede, a sottolineare una coerenza impeccabile nello sviluppo di caratteri e motivazioni.
La complessità di una realtà interconnessa sui più diversi livelli, in cui orientarsi è impossibile e l'overload sensoriale è il forse miglior sistema di controllo sociale, si rispecchia nel costante disorientamento di cui i personaggi sono vittime e nella loro incapacità di darsi riferimenti precisi, che quando anche ci provano sono destinati al fallimento.

Moxyland è un romanzo trascinante nello svolgimento e terrificante nelle conseguenze (quelle suggerite ancor più di quelle esplicite), un esempio perfetto di fantascienza al servizio del presente, in cui nel ritratto di una cultura futura si colgono i frutti del nostro quotidiano. Hai voglia a distogliere lo sguardo, quando tutto è architettato per attirare la tua attenzione.

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31 dicembre 2013

Letture 2013: diamo i numeri.

© giorgio raffaelli
 Siamo al 31 dicembre e anche per quest'anno ce la facciamo! Ecco qui, solo per voi, il post di fine anno, con tutti i numeri che contano per tirare le somme di questo 2013.

Quest'anno ho letto 46 libri, tra ebook (21) e volumi cartacei (25). Andando a vedere l'elenco degli autori, tolte le antologie e i volumi multitautore (3), solo otto dei rimanenti 43 volumi sono stati scritti da autrici. Anche se il tasso di qualità di questi volumi è decisamente più alto di quanto siano riusciti a combinare i corrispettivi maschili (vedi più in basso), questo è un dato che mi dà sempre da pensare. Tutti gli anni mi ripeto che dovrei prestare più attenzione all'universo femminile ma poi, a tirar le somme, i risultati son questi. Qualche ipotesi sulle cause? L'abitudine a privilegiare territori conosciuti (e quindi autori già letti in precedenza, titoli sicuri)? La minor presenza di autrici tra i generi di libri che prediligo o tra quelli che attirano la mia attenzione? Un pregiudizio silente su quel che combina l'altra metà del cielo? Mah…

La letteratura di genere (fantascienza soprattutto, con qualche puntata nel fantastico tout court) ha rappresentato l'esatto 50% dei volumi letti, ma la quantità non è andata a discapito della qualità, che quest'anno tra i lbri che più ho apprezzato la fantascienza se la gioca alla pari con la letteratura seria.

Tra i titoli da ricordare vanno citati senza dubbio L'italiana di Joseph Zoderer, Moxyland di Lauren Beukes, Wild Life di Molly Gloss, Respirazione artificiale di Ricardo Piglia e Surface details di Iain M. Banks.



Se i cinque titoli qui sopra sono senz'altro il meglio di quanto letto nel 2013, non vanno nemmeno dimenticati i due romanzi di Richard K. Morgan The Steel Remains e The Cold Commands, Limonov di Emmanuel Carrère e poi In Great Waters di Kit Whitfield, Sun of Suns di Karl Schroeder, o l'esordio fantascientifico di Ann Leckie: credo che Ancillary Justice farà parlare parecchio di sé nel prossimo futuro. Tra le produzioni nostrane la maggior soddisfazione m'è arrivata dalla lettura delle Quattro apocalissi di Andrea Viscusi, subito doppiate da Spore. Non ho ancora avuto modo di parlare di quest'ultimo volume (come di molti altri citati più sopra), ma non posso che consigliarne la lettura urbi et orbi, che le storie di Andrea sono quanto di meglio la fantascienza italiana abbia da offrire al lettore curioso. Tra gli altri titoli italiani da segnalare ci sono la mia personale scoperta di Giorgio Scerbanenco (arrivo tardi, ma arrivo…), che il suo Centodelitti è uno di quei volumi capaci da soli di illuminare il percorso di qualsiasi lettore e citare ancora una volta, che non lo farò mai abbastanza, La rabbia dentro di Lui Tasini.

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Il blog quest'anno ha un po' battuto  la fiacca, sia come contenuti che, logica conseguenza, come visite e seguito. Il fatto di aver cambiato lavoro all'inizio dell'anno, ed essere stato quindi costretto per questo motivo a ridurre di molto la mia presenza in rete, è solo una parte delle cause che hanno visto ridursi di oltre il 30% il numero di post e tagliare drasticamente il tempo dedicato ai blog che ero solito seguire. Non so come andranno le cose nel 2014, non credo ci sarannno miglioramenti nella quantità o nel tenore dei post, ma spero che chi segue il blog continui ad apprezzarne tono e contenuti. O che almeno si faccia vivo per protestare!

Per concludere non rimane che da fare a tutti gli auguri per un meraviglioso anno nuovo. Spero ci si riesca a vedere in giro. Nel frattempo cercate di godervi al meglio il nuovo anno, che 365 giorni passano anche troppo veloci per  i miei gusti!
Buon 2014!

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(Gli elenchi degli anni scorsi li trovate qui: 2012, 2011, 2010, 2009, 2008, 2007, 2006, 2005, 2004, 2003.)

20 dicembre 2013

Letture: Christopher Brookmyre, Patrick O'Brian, Christopher Moore, Fredric Brown

© giorgio raffaelli
Christopher Brookmyre - La magica arte del furto
Ritorni sul luogo del delitto e scopri che dai, in fondo, 'sto scozzese non è poi male e che il suo problema è aver stabilito uno standard inarrivabile (che io il suo Scusate il disturbo ce l'ho sempre nel cuore, che non ho più letto un libro altrettanto divertente, scatenato e avvincente).
Avevo mollato Christopher Brookmyre dopo Real Life™ che ok, si fa leggere, ma che m'è parso in più di un'occasione stanco e pretenzioso, quasi che l'autore si fosse infilato in un vicolo cieco narrativo che lo costringesse a ripetere ad libitum lo stesso copione. Non che La magica arte del furto rappresenti chissà quale cambio di rotta, ma la verve e il ritmo, le invenzioni e le sorprese rendono la lettura del romanzo un'esperienza davvero piacevole.
All'inizio del 2013 Christopher Brookmyre ha pubblicato Bedlam, il suo primo romanzo di fantascienza. Capirete quindi bene la mia curiosità al riguardo: qualcuno là fuori l'ha letto?

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Patrick O'Brian - Primo comando
Letto Longitudine mi son sentito finalmente pronto per affrontare il mare aperto. Patrick O'Brian era da anni tra i desiderata, dopo averne sentito parlare decine di volte, in termini sempre entusiastici, da più di un vicino fantascientifico e quando il mio spacciatore di ebook preferito ha messo in offerta i primi volumi della saga di Aubrey & Maturin ho sciolto le vele e via.
Il viaggio intrapreso con Primo comando è stato avventuroso quanto piacevole, che Patrick O'Brian si è dimostrato molto abile nel coniugare realtà storica e personaggi che rimangono impressi nella memoria, insieme a un punto di vista contemporaneo che ben si fonde con l'atmosfera di fine '700 in cui è ambientato il romanzo.
Come spesso mi accade, sono arrivato tardi a scoprire l'universo marinaresco di O'Brian, ma è stata davvero una bella scoperta!

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Christopher Moore - Il Vangelo secondo Biff
Cercavo un libro divertente e su Il Vangelo secondo Biff si son spese un sacco di belle parole in giro per la rete. Sono sempre piuttosto sospettoso quando l'argomento è la religione, il suo contorno storico, le sue figure di riferimento, ma mi dico sempre che bisogna superare il pregiudizio e, almeno ogni tanto, provare qualcosa di nuovo.  
Christopher Moore è abile a mantenere la narrazione sul piano del quotidiano, a costruire una storia del Cristo scevra da ogni potenzialità polemica e a renderla al contempo avvincente, divertita e divertente. Trasformare la vita mai narrata di Gesù in un romanzo di formazione dai contorni fantasy, infarcirla di suggestioni orientali, cercando la fedeltà storica senza rimanerne ingabbiati, fino a ricongiungersi alla narrazione istituzionale dei vangeli canonici e mantenere comuque una spiccata autonomia autoriale è davvero operazione degna di nota. Poi certo, io l'ho trovato eccessivamente consolatorio e un po' troppo accondiscendente, e quindi incapace di strapparmi poco più di un sorriso, ma si sa, io sono un lettore bastardo senza dio: se avete un animo appena più sensibile lo apprezzerete certo quanto merita.

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Fredric Brown - Cosmolinea B-1
Avevo un ricordo memorabile della doppia raccolta dei racconti di Fredric Brown. Avevo letto e perduto l'edizione originale degli anni '80, comprata durante una vacanza al mare da una bancarella a un prezzo ridicolo, e per i decenni successivi ho cercato spesso di recuperare quei due volumetti. Ho quindi apprezzato molto la scelta di Giuseppe Lippi di dedicare due Millemondi alla ristampa di questa incredbile antologia.
A oggi ho (ri)letto solo il primo volume, e ritrovare intatta la capacità di Fredric Brown di stupire, meravigliare, divertire e inquietare il lettore è stata una gran bella soddisfazione. Nonostante queste storie abbiano ormai più di mezzo secolo sulle spalle rimangono ancora tra le letture che più riescono a trasmettere quel senso del meraviglioso che caratterizza un intero genere letterario, sia che si mantenga sui toni solari della scoperta stupefacente o viri verso quelli più oscuri del perturbante.
I racconti raccolti nei due Cosmolinea hanno fatto la storia del fantastico americano del secolo scorso. Leggeteli, non ve ne pentirete.

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17 dicembre 2013

Letture: L'uomo a un grado Kelvin, di Piero Schiavo Campo

© giorgio raffaelli

Uno slogan di Urania recita "Dal 1952 la macchina del tempo non si è mai fermata". M'è tornato in mente  una volta concluso il romanzo di Piero Schiavo Campo, che la sensazione più forte lasciatami dalla lettura è stata di sfasamento temporale. L'uomo a un grado Kelvin sarebbe stato infatti un ottimo romanzo, fosse uscito un cinquant'anni fa. Ora, beh… ora non ne sono così sicuro.

L'uomo a un grado Kelvin è il romanzo vicitore dell'ultima edizione del Premio Urania. Come per I senza-tempo l'anno scorso, l'uscita del volume è stata accolta da una serie di recensioni piuttosto positive che, al contrario di quanto successe con il romanzo Alessandro Forlani, segnalano in questo caso la stretta appartenenza al genere, oltre a sottolineare le virtù scientifiche dell'opera e un'ottima gestione della trama gialla che accompagna il lettore fino al termine della vicenda. Piero Schiavo Campo è uno scienziato, e la sua preparazione si nota, ancor più che nell'estrapolazione (fanta)scientifica dello sfondo futuribile in cui si svolgono gli avvenimenti narrati (computer quantistici, teletrasporto, realtà virtuali), nell'attenzione che dedica alle dinamiche proprie della ricerca, che sono forse l'aspetto più interessante del romanzo.

La trama gialla che costituisce il motore del romanzo, invero piuttosto complessa, parte con l'omicidio di un famoso scienziato e prosegue con la relativa indagine, che si sposta tra Milano e Parigi - per tacere delle numerose tappe in fantasiosi mondi virtuali - e vede alternarsi sulla scena Dick Watson, investigatore dell'Europol, e i suoi colleghi, alle prese con scienziati scomparsi, bande armate di origine slava e le famiglie della criminalità cinese che si son spartite interi quartieri di Milano, senza dimenticare la polizia padana e gli hacker che popolano il lato più oscuro della rete.
Come si vede di carne al fuoco Piero Schiavo Campo ne mette parecchia. A suo merito va detto che la narrazione rimane sempre piuttosto equilibrata, ogni comprimario ha il suo dovuto spazio e il mistero rimane nebuloso fino alla fine.

Se la struttura del romanzo è piuttosto ben congeniata, quel che resta del tutto insufficiente - qui e ora - è la consistenza e la credibilità dei vari personaggi, che si muovono, parlano e interagiscono come se il tempo non fosse passato, e le coordinate temporali del loro universo narrativo fossero rimaste bloccate a cinquant'anni fa, quasi che nel frattempo la fantascienza non fosse riuscita ad evolversi dall'epoca dorata della sua infanzia e la realtà umana ritratta dai suoi autori fosse sempre quella semplice e addomesticata che usciva dai racconti delle riviste dell'epoca. La conseguenza più immediata di questo aspetto del romanzo è un senso di noia e insofferenza, con il lettore incapace di trovare una qualche connessione tra il panorama urbano e tecnologico in cui è immersa la storia, adeguato alla visione standard del futuro emersa in questi ultimi decenni, e il costante fuori sincrono in cui si muovono gli attori del romanzo.
In questo senso L'uomo a un grado Kelvin mi pare esemplare dello stato dell'arte della fantascienza nostrana, che ha ormai perso ogni velleità di affrancarsi dal passato per affrontare finalmente il futuro, e si riduce sempre più a genere nostalgico per vecchi adolescenti che si rifiutano di crescere. Certo, è una generalizzazione, magari troppo severa, ma se penso ai titoli migliori usciti nel mondo anglosassone negli ultimi anni e mi confronto poi con la realtà italiana, quale altra risposta tocca darsi?

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09 dicembre 2013

Letture: Mar del Plata, di Claudio Fava

© giorgio raffaelli
Ci sono libri che suonano stonati e che quando hai finito di leggerli non riesci a dimenticare, perché vorresti in qualche modo aggiustarli, per toglierti quella specie di irritante prurito dovuto alla sensazione di sbagliato, che aumenta pagina dopo pagina dopo pagina.
Mar del Plata è uno di quei lbri.
Claudio Fava ha scritto questo libro per ricordare un episodio della dittatura argentina: una squadra di rugby i cui giocatori sono stati eliminati tutti, uno per uno, fino a lasciare un unico sopravvissuto. L'autore avrà avuto le migliori intenzioni, ma il risultato è talmente farlocco che è difficile immaginare un esito peggiore.

Qual è il modo migliore per ricordare le vittime di una tragedia come quella dei desaparecidos argentini?
Credo che un racconto che voglia narrare in forma romanzata una storia vera come quella del La Plata Rugby Club debba ricercare, per quanto possibile, la maggior fedeltà possibile ai fatti, al periodo, alle circostanze in cui si è sviluppata. Volendo riproporre la Verità, l'autore si assume un'enorme responsabilità, prima di tutto nei confronti dei protagonisti reali della vicenda e quindi del lettore a cui propone il racconto.
Mar del Plata contiene una tale mole di invenzioni, false supposizioni e retorica da lasciare la Verità monca e sofferente in un angolo, soffocate dall'ego e dall'incuria del suo autore, che piega e addomestica i fatti alla propria visione, che sarà anche giusta, ma che diventa sbagliata per eccesso di zelo.

Partiamo dal rugby. Se vuoi raccontare le gesta di una squadra che gioca con la palla ovale dovresti avere l'umiltà di informarti su come funziona il gioco, se non altro per mostrare un minimo di rispetto nei confronti dei giocatori di cui vuoi narrare la tragica storia. Dovresti ricordare che la squadra vittima della repressione fascista del regime era quella del La Plata Rugby Club, che la città di Mar del Plata non c'entra nulla, essendo una località distante parecchie centinaia di chilometri dal luogo dove si svolsero i fatti, e la sua squadra di rugby niente ha a che fare con questi avvenimenti. Dovresti notare che le sette vittime di cui racconti il tragico destino non sono nemmeno la metà di una squadra di rugby e spiegare magari che - la matematica non è un'opinione - per lasciare un unico spravvissuto quei ragazzi uccisi giocavano una versione del gioco del rugby che prevede sette giocatori per squadra. Capisco poi che i ruoli nel rugby siano complessi da comprendere, ma credo sarebbe bastato far leggere il libro a qualche giocatore perché ci si rendesse conto della quantità di errori presenti. Errori che sarebbero del tutto veniali, se non contribuissero a svilire la qualità del racconto e quindi la forza del tributo che si vuol rendere a questi uomini.
Di più, e peggio, Claudio Fava vuol far passare l'idea del rugby come sport proletario che, per quanto riguarda l'Argentina, è cosa storicamente falsa e pregiudizievole. Come se poi un morto proletario valesse di più di un morto di un'altra classe sociale. Ma Fava preferisce la retorica populista del povero cristo che cerca riscatto nello sport, alla più banale verità che si possa soffrire su un campo di rugby anche se si proviene da una buona famiglia.

Ma il rugby è solo un aspetto del pasticciaccio brutto messo insieme da Fava. Perché non saprei come altro definire la scelta dell'autore di trasformare Raúl Barandiarán, il giocatore sopravvissuto alla mattanza compiuta dal regime dei generali, nel povero nipote di un emigrato siciliano, e di infilare nel testo tutta una serie di sicilianismi che nemmeno Camilleri… Ma s'è già detto sopra: la retorica in questo libretto impera, e Fava usa tutti gli strumenti in suo possesso per trasformare il recupero di una tragica vicenda storica in un testo che non serve alla memoria collettiva ma che risponde piuttosto alle esigenze del suo autore. Claudio Fava vorrebbe trasformare la storia particolare di questa squadra nella vicenda universale di tutti quei morti ammazzati perché si sono opposti al potere. Lo scopo è nobile, ma non è piegando la verità, trasformando i fatti, lasciando campo libero alla retorica che si può sperare di raggiungerlo. Quelli sono gli strumenti della propaganda e la propaganda è il braccio sottile del potere.

Claudio Fava scrive, nella postfazione al volume: "[…] questo libro. Che non vuole raccontare i fatti: ho preferito immaginare i pensieri e i gesti di quei ragazzi che scelsero di restare e di morire. […] Il nome di Raul, il sopravvissuto, l’ho conservato. Gli altri, carnefici e vittime, li ho ribattezzati: mi piaceva pensare che ognuno di loro avrebbe portato con sé, in questo libro, qualcosa in più del proprio nome, qualcosa in più della propria morte."
Se Claudio Fava avesse avuto l'approccio di un David Peace (parlo di lui perchè Il maledetto United ha qualche similitudine con questo Mar del Plata) e la sua scrittura avesse avuto anche solo la metà della potenza di quella dell'autore inglese, allora un'affermazione come la sua potrebbe avere ancora senso. Dopo aver letto questo volume credo invece che quei ragazzi si siano visti togliere qualcosa da questo libro, che la storia delle loro vite e delle loro morti avrebbe meritato un trattamento migliore.
Se il libro fosse un semplice romanzo non starei qui tanto a menarmela con la Verità, ma Mar del Plata è una bugia raccontata con le migliori intenzioni. E per me questo continua a rimanere sbagliato.

Per qualche informazione in più sulla vera storia dei giocatori del La Plata Rugby Club vi consiglio di fare un giro su questa pagina (è in lingua spagnola) oppure di leggere questo post dal blog Libri di bordo. Qui e qui ci sono invece due articoli che il giornalista argentino Gustavo Veiga ha dedicato alla vicenda.


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05 dicembre 2013

Letture: Ted Chiang, Giorgio Scerbanenco, Dava Sobel

© giorgio raffaelli
Ted Chiang - Il ciclo di vita degli oggetti software
Ted Chiang ci ha abituato a uno standard qualitativo senza uguali nel panorama della fantascienza di questi ultimi decenni. I suoi racconti sono esempi pressoché perfetti di narrazioni rigorose dal punto di vista della speculazione (fanta)scientifica che si sviluppano in storie capaci di fondere immaginazione e dubbi metafisici, mantenendo comunque sempre alta l'attenzione all'umanità dei personaggi.

Il ciclo di vita degli oggetti software rappresenta ad oggi il suo unico tentativo di uscire dai limiti del racconto per svilupparsi sulla lunghezza del romanzo (per quanto non superi neanche in questo caso la soglia delle 150 pagine). Il tasso di invenzione ed estrapolazione scientifica del volume è come sempre altissimo: si parla di sviluppo di intelligenze artificiali, partendo dalla creazione di animali virtuali, esaminando le conseguenze della loro diffusione come oggetti d'intrattenimento e del conseguente sviluppo di comunità di utenti, oltre che del rapporto che si crea tra produttori di software, sviluppatori e pubblico, esaminando nel frattempo i percorsi evolutivi artificiali che riguardano gli "oggetti software" del titolo del romanzo.

Se la qualità e la densità della componente (fanta) scientifica del romanzo è fuori discussione, i limiti de Il ciclo di vita degli oggetti software riguardano l'estrema freddezza dello stile adottato da Ted Chiang per portare avanti la narrazione, che non riesce mai a diventare appassionante e a rendere partecipe il lettore del percorso emotivo, oltre che intellettuale, che si compie nei rapporti tra i vari elementi che concorrono alla creazione della vicenda.
Il ciclo di vita degli oggetti software è un'ottima storia, ottimamente costruita e sviluppata, ma è un caso esemplare di come basare la forza del racconto unicamente sulla speculazione intellettuale di una potenziale innovazione tecnologica possa risolversi in un pregevole esperimento di estrapolazione, con il rischio però di perdere per strada l'idea di una letteratura capace di unire pulsioni umane e avanguardia scientifica.


Giorgio Scerbanenco - Il centodelitti
Con la lettura de Il centodelitti ho concluso una sorta di personale trilogia degli anni '60, partita con un giro nella Milano de La vita agra di Luciano Bianciardi e proseguita poi nel profondo nord de L'italiana di Joseph Zoderer.
Quel che i tre volumi condividono  è la consapevolezza del racconto di alcune vite colte in un momento di passaggio, osservate con sguardo lucido e trasparente, attento alle dinamiche sociali dell'epoca, riportato poi su carta con nitidezza, senza moralismi o pesantezze retoriche. Poi certo, gli anni '60 narrati dai tre autori non potrebbero essere più diversi nelle loro declinazioni personali, ma leggendo Scerbanenco e poi Zoderer non ho potuto fare a meno si sentire rieccheggiare sullo sfondo le voci e gli avvenimenti di una Milano collettiva che risuona nel ricordo virtuale anche di chi, come me, degli anni '60 ha  impressa nella memoria solo qualche istantanea, tra foto di parenti, riviste che giravano per casa (Epoca!) e scorci di caroselli televisivi.

Il centodelitti è il volume che raccoglie cento racconti scritti da Giorgio Scerbanenco a partire dal 1963, e rappresenta un panopticon del panorama criminale dell'epoca. L'aspetto più straordinario di questa raccolta, oltre alla qualità media delle storie che lascia davvero stupefatti, è la capacità di Scerbanenco di tracciare in poche righe i ritratti definitivi di decine e decine di tipi umani, di indagare sul male senza reticenze o pudori, lasciando trapelare come lampi di luce momenti di tenerezza che giungono spesso inaspettati, e una compassione per il destino di molti dei suoi personaggi che lascia giusto un filo di speranza in un mondo altrimenti perduto. Senza dimenticare che molti dei racconti raccolti nel volume sono perfetti meccanismi narrativi, sia che sfruttino l'effetto sorpresa del finale, sia nella gestione della tensione tipica di queste storie nere.
Non avevo mai letto Giorgio Scerbanenco prima d'ora. È stata una gran bella scoperta.


Dava Sobel - Longitudine
Longitudine è un libro che non t'aspetti d'incontrare da 'ste parti. Io per primo sono rimasto sorpreso da questo volume di Dava Sobel, che non mi capita spesso di leggere testi divulgativi a tema storico/scientifico.
Ma è successo che ho incrociato un paio di recensioni entusiaste girovagando su anobii, e sono rimasto intrigato dall'argomento:
"Nel 1714 il Parlamento inglese offrì una ricompensa di ventimila sterline in oro (l'equivalente di 10 milioni di euro) a chi avesse scoperto come determinare la longitudine di una nave nell'oceano. Fu un orologiaio autodidatta, l'inglese John Harrison, a trovare la soluzione: bastava che ogni nave fosse equipaggiata con un cronometro in grado di segnare sempre l'ora "esatta", quella di Londra, ad esempio, e un semplice confronto con l'ora locale avrebbe istantaneamente fornito la longitudine della nave." (Estratto dalla presentazione del volume)

Non so niente di navigazione, e non avrei mai pensato che il problema della determinazione della longitudine in mare fosse così complesso da risolvere. Il testo della Sobel racconta in maniera appassionata le vicende dell'epoca, affrontando le problematiche scientifiche e gli ostacoli politici che hanno complicato il cammino verso la soluzione del problema. Per farlo alterna i ritratti delle personalità che si sono scontrate sul cammino della ricerca con il racconto delle varie teorie che avrebbero potuto risolvere la questione, fornendo un panorama sul metodo scientifico e sui progressi delle conoscenze tecnologiche in un'epoca tra le più creative dello scorso millennio. Arrivato in fondo al libro ho iniziato a guardare ai cronometri con ben altro rispetto.

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