L'ultima volta ci eravamo lasciati persi nel cosmo al seguito della Diaspora eganiana. È tempo di tornare sulla terra.
Dagli spazi infiniti ai confini dell'universo a quelli decisamente più claustrofobici dell'Orbit de La notte del drive-in texano gestito dal grande Joe R Lansdale. Non è cinema per tutti i palati, questo è sicuro. Sullo schermo dell'Orbit scorrono ininterrottamente per questa lunghissima notte 5 classici horror, per non parlare di quello che succede in platea. Ma mettetevi pure comodi, che tra re del vomito-corn, cannibalismi assortiti e altre schifezzuole varie c'è pure il tempo di farsi qualche grassa risata. Uno spettacolo indimenticabile, uno scenario perfetto, almeno per gli amanti dello splatter più demenziale.
Per chi preferisce invece vagare per i vicoli della metropoli o fare un salto tra le profondità della matrice consiglio assolutamente una visita allo Sprawl. Anche se ormai ha assunto le tinte del classico quartiere globalizzato sotto casa, il luogo dove ha preso residenza l'immaginario di Wiliam Gibson col suo sapore ormai retrò di futuro all'antica continua infatti ad avere un gusto indimenticabile, quello che vi lascia in bocca una notte trascorsa sintonizzati su un canale morto mentre i Sonic Youth schitarrano appena sotto la soglia dell'udibile (a meno che non abbiate installato l'upgrade Ono-Sendai nel vostro canale uditivo).
Neo romantici o vecchi scoppiati, lupi della rete o cyber-combattenti, qualunque cosa stiate cercando qui la troverete.
Per la penultima tappa di questo viaggio ci spostiamo in compagnia di Gene Wolfe verso il futuro più estremo, verso la fine della storia. Il nostro pianeta le ha viste ormai tutte, tanto che non ci si stupisce nemmeno troppo di trovarsi a proprio agio ad accompagnare per i suoi viaggi un torturatore in tutto il suo discutibile splendore. La terra del nuovo sole è in effetti un posto decisamente enigmatico, strati su strati di storia, di visitatori, di civiltà hanno reso quasi impossibile orientarsi. La scienza è diventata magia e gli artefatto tecnologi sono ormai indistinguibili da quelli soprannaturali, del tutto mimetizzati nell'uso quotidiano. Severian è un'ottima guida, forse un po' parco nel fornire indicazioni ai compagni di strada, ma decisamente affascinante. Seguitelo, non ve ne pentirete.
Alla fine di questa escursione nell'immaginario ecco un luogo senza tempo, il palcoscenico ideale per l'eterno dibattersi tra i desideri e le ambizioni umane e le necessità della Storia, tra la complessità delle emozioni e il destino. Questo è un invito a visitare il Regno di Olar, a seguire le gesta dell'indimenticabile regina Ardid e delle generazioni che porteranno il regno al suo destino finale nelle mani del Dimenticato Re Gudù. Tra castelli tenebrosi, mondi di fiaba, strani famigli, guerrieri e maghi riscoprirete il senso della Storia, la profondità dell'animo umano, le sue ossessioni, le sue miserie, la sua grandezza. Mica poco, per un regno ormai dimenticato negli abissi del tempo, riportato tra noi in tutto il suo splendore, nella molteplicità dei suoi possibili significati, dalla straordinaria Ana Maria Matute.
Con quest'ultima tappa finisce questo breve tour nell'immaginario.
Spero abbiate gradito il panorama lungo la strada!
…
Dieci mondi immaginari - Prima parte
Dieci mondi immaginari - Seconda parte
13 febbraio 2007
11 febbraio 2007
Do you Reggae?
Picture by Iguana Jo.
Probabilmente a causa del grigio padano che mi circonda mi sto dando al reggae. Il problema è che sono piuttosto ignorante al riguardo. Tolto qualche nome storico (Bob Marley, Aswad, Steel Pulse, Linton Kwesi Johnson) non conosco molto altro.
Avete qualche suggerimento per allargare le mie conoscenze?
…
08 febbraio 2007
Dieci mondi immaginari - Seconda parte
Proseguiamo da dove eravamo rimasti. Si parlava di treni se non ricordo male, vero? …e allora via che andiamo.
La prossima fermata è Desolation Road, Marte. Denso di storie personali come una fantascientifica Macondo e colorato come un fumetto, il buon vecchio pianeta rosso terraformato da Ian McDonald è percorso da colossali treni a fusione e circondato da una peculiare corona di angeli e santi. La visita è una meraviglia continua, accompagnata da una leggerezza che è raro trovare in questi ambiti.
Dopo aver trascorso qualche tempo nella ridente cittadina di Desolation Road (o in quel che ne resta) consiglio di proseguire il viaggio a bordo dell'Ares Express per attraversare il pianeta extraterrestre più interessante mi sia mai capitato di visitare. Ed è giusto qui, dietro l'angolo..
A chi invece apprezza le sane (!) tradizioni di una volta, le dame, i cavalieri, l'armi, gli amori, eccetera eccetera, non posso che consigliare di trasferirsi seduta stante in quel di Westeros. Tra araldica e avventure, tragedie familiari e magia nera, battaglie epocali e vili tradimenti nelle Cronache del ghiaccio e del fuoco anche il più annoiato dei frequentatori delle lande del fantasy troverà pane per i suoi denti. Certo, bisognerà portare un po' di pazienza che inoltrarsi per le innumerevoli pagine che compongono la vicenda è cosa lunga ma vedrete che le soddisfazioni non mancheranno. In ogni caso anche il più costante degli esplorati a un certo punto dovrà fermarsi di fronte alle terre incognite che George R. R. Martin deve ancora mappare, che Westeros è un mondo destinato agli intrepidi senza macchia e senza paura (di rimanere bloccati a metà strada).
Se invece il vostro scopo è bearvi delle possibilità infinite dell'esistenza vi propongo di far tappa a Permutation City. Dovrete risolvere i dubbi (meta)fisici che vi assilleranno, che diventare fantasmi nella macchina non è cosa da prendersi a cuor leggero, ma se ci riuscirete avrete l'eternità per inventarvi la vita, l'universo e tutto quanto. Parola di Greg Egan. (sarebbe consigliabile anche un viaggio ai confini dell'universo a bordo della Diaspora, ma non voglio esagerare che le dimensioni dell'impresa si farebbero davvero enormi. Però, se siete davvero affamati di meraviglioso…)
A presto per l'ultima parte di questo viaggio in dieci tappe alla scoperta delle meraviglie del multiverso.
…
La prossima fermata è Desolation Road, Marte. Denso di storie personali come una fantascientifica Macondo e colorato come un fumetto, il buon vecchio pianeta rosso terraformato da Ian McDonald è percorso da colossali treni a fusione e circondato da una peculiare corona di angeli e santi. La visita è una meraviglia continua, accompagnata da una leggerezza che è raro trovare in questi ambiti.
Dopo aver trascorso qualche tempo nella ridente cittadina di Desolation Road (o in quel che ne resta) consiglio di proseguire il viaggio a bordo dell'Ares Express per attraversare il pianeta extraterrestre più interessante mi sia mai capitato di visitare. Ed è giusto qui, dietro l'angolo..
A chi invece apprezza le sane (!) tradizioni di una volta, le dame, i cavalieri, l'armi, gli amori, eccetera eccetera, non posso che consigliare di trasferirsi seduta stante in quel di Westeros. Tra araldica e avventure, tragedie familiari e magia nera, battaglie epocali e vili tradimenti nelle Cronache del ghiaccio e del fuoco anche il più annoiato dei frequentatori delle lande del fantasy troverà pane per i suoi denti. Certo, bisognerà portare un po' di pazienza che inoltrarsi per le innumerevoli pagine che compongono la vicenda è cosa lunga ma vedrete che le soddisfazioni non mancheranno. In ogni caso anche il più costante degli esplorati a un certo punto dovrà fermarsi di fronte alle terre incognite che George R. R. Martin deve ancora mappare, che Westeros è un mondo destinato agli intrepidi senza macchia e senza paura (di rimanere bloccati a metà strada).
Se invece il vostro scopo è bearvi delle possibilità infinite dell'esistenza vi propongo di far tappa a Permutation City. Dovrete risolvere i dubbi (meta)fisici che vi assilleranno, che diventare fantasmi nella macchina non è cosa da prendersi a cuor leggero, ma se ci riuscirete avrete l'eternità per inventarvi la vita, l'universo e tutto quanto. Parola di Greg Egan. (sarebbe consigliabile anche un viaggio ai confini dell'universo a bordo della Diaspora, ma non voglio esagerare che le dimensioni dell'impresa si farebbero davvero enormi. Però, se siete davvero affamati di meraviglioso…)
A presto per l'ultima parte di questo viaggio in dieci tappe alla scoperta delle meraviglie del multiverso.
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06 febbraio 2007
Dieci mondi immaginari - Prima parte
Un'avvertenza. Questa non è propriamente una top-ten. Non è con intento classificatorio ho preparato questo elenco. Piuttosto è un variegato panorama, una sorta di catalogo dei mondi che ho visitato, dei territori dell'immaginazione la cui visita vale il prezzo del biglietto. Per la maggior parte non sono luoghi in cui mi piacerebbe vivere, molti sono oscuri, altri piuttosto arretrati, un paio decisamente pericolosi. Ma tutti sono frequentati da soggetti piuttosto interessanti e vi succedono accadimenti densi di meraviglie.
Seguitemi in questi breve tour ai confini della realtà.
Come base di partenza direi che la Cultura di Banksiana memoria sia il luogo ideale. In effetti tra tutte le società umane che popolano il multiverso è l'unica in cui potrei trasferirmi immediatamente. Non avendo una sede di riferimento precisa ma essendo sparsa per tutta la galassia offre sorprese e opportunità che solo pochi altri luoghi sono in grado di proporre. Fateci un salto appena avete un attimo libero!
(la Cultura è visitabile tramite i seguenti portali tutti gestiti dal prode Iain M. Banks: La mente di Schar (aka Pensa a Fleba),L'impero di Azad, La guerra di Zakalwe , L'altro Universo , Lo Stato dell'Arte, Inversioni, Volgi lo sguardo al vento.
Se invece preferite paesaggi incontaminati, avventure nelle foreste o epici scontri con mostri assortiti , beh… non vi resta che fare un giro nella Terra di Mezzo. Lo so, lo so: è una destinazione un po' abusata, ma se è stata scelta da tanta gente un motivo ci sarà. Ricordatevi la maglia di ferro, un po' di erba pipa e schiaritevi la voce. Tra una battaglia e un'esplorazione una bella cantatina tra amici è d'obbligo.
Immagino che tutti conosciate la strada, ma se per caso ci fosse ancora qualcuno all'oscuro il sentiero da percorrere parte da Lo Hobbit e prosegue diritto fino al Signore degli Anelli. Esistono anche sentieri laterali ma li consiglio solo a chi non vuol perdersi prorpio nessuna delle tracce lasciate da mastro Tolkien.
Dopo esservi rinfrancati lo spirito tra le amene colline della Contea un tuffo nell'oscurità è quasi salutare. Per questo motivo un'ottima scelta potrebbe rivelarsi New Crobuzon: la tentacolare città sembra uscita da un incubo futuribile in cui Jeronimus Bosch se la vede con la Gotham City di un Batman ben riuscito. Non un posto da portarci i bambini insomma, ma di certo lo scenario ideale per incrociare donzelle dalla testa d'insetto, uomini alati depressi o vecchi calcolatori al vapore. Il costruttore della città, l'inglese China Mieville, a voluto preseguire l'opera elaborando l'intero pianeta. Io mi sono limitato a sostare in Perdido Street Station, che non ho avuto ancora l'occasione di esplorare i successivi mattoni della sua costruzione: La cittò delle navi e Il trono degli dei. Se qualcuno vuole illuminarmi…
A breve il tour proseguirà per le successive mete del viaggio. Rimanete in carrozza, nuovi mondi fantastici dietro la prossima curva.
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Seguitemi in questi breve tour ai confini della realtà.
Come base di partenza direi che la Cultura di Banksiana memoria sia il luogo ideale. In effetti tra tutte le società umane che popolano il multiverso è l'unica in cui potrei trasferirmi immediatamente. Non avendo una sede di riferimento precisa ma essendo sparsa per tutta la galassia offre sorprese e opportunità che solo pochi altri luoghi sono in grado di proporre. Fateci un salto appena avete un attimo libero!
(la Cultura è visitabile tramite i seguenti portali tutti gestiti dal prode Iain M. Banks: La mente di Schar (aka Pensa a Fleba),L'impero di Azad, La guerra di Zakalwe , L'altro Universo , Lo Stato dell'Arte, Inversioni, Volgi lo sguardo al vento.
Se invece preferite paesaggi incontaminati, avventure nelle foreste o epici scontri con mostri assortiti , beh… non vi resta che fare un giro nella Terra di Mezzo. Lo so, lo so: è una destinazione un po' abusata, ma se è stata scelta da tanta gente un motivo ci sarà. Ricordatevi la maglia di ferro, un po' di erba pipa e schiaritevi la voce. Tra una battaglia e un'esplorazione una bella cantatina tra amici è d'obbligo.
Immagino che tutti conosciate la strada, ma se per caso ci fosse ancora qualcuno all'oscuro il sentiero da percorrere parte da Lo Hobbit e prosegue diritto fino al Signore degli Anelli. Esistono anche sentieri laterali ma li consiglio solo a chi non vuol perdersi prorpio nessuna delle tracce lasciate da mastro Tolkien.
Dopo esservi rinfrancati lo spirito tra le amene colline della Contea un tuffo nell'oscurità è quasi salutare. Per questo motivo un'ottima scelta potrebbe rivelarsi New Crobuzon: la tentacolare città sembra uscita da un incubo futuribile in cui Jeronimus Bosch se la vede con la Gotham City di un Batman ben riuscito. Non un posto da portarci i bambini insomma, ma di certo lo scenario ideale per incrociare donzelle dalla testa d'insetto, uomini alati depressi o vecchi calcolatori al vapore. Il costruttore della città, l'inglese China Mieville, a voluto preseguire l'opera elaborando l'intero pianeta. Io mi sono limitato a sostare in Perdido Street Station, che non ho avuto ancora l'occasione di esplorare i successivi mattoni della sua costruzione: La cittò delle navi e Il trono degli dei. Se qualcuno vuole illuminarmi…
A breve il tour proseguirà per le successive mete del viaggio. Rimanete in carrozza, nuovi mondi fantastici dietro la prossima curva.
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01 febbraio 2007
Rapporto letture - Gennaio 2007
Prendendo esempio dall'amico Paolo inauguro con questo post una sorta di diario personale con le letture del mese.
Il fatto è che più passa il tempo meno sono i volumi che mi si fissano nella memoria. Lasciare un appunto, un pensiero, una nota dovrebbe servirmi a recuperare se non la sostanza almeno lo spirito di quanto vado leggendo.
Eppoi è un ottimo spunto per farci sopra delle chiacchiere, non trovate?
Partiamo dunque.
Se c'è una caratteristica che in qualche modo accomuna i libri di questo gennaio è la memoria, intesa sia come capacità di fissare un ricordo sia come viaggio nel passato più o meno recente.
Il mese è iniziato con la lettura di Soldier of the Mist di Gene Wolfe, interessante incrocio tra romanzo storico (l'ambientazione nell'antica grecia è resa in maniera magistrale) e fantasy (con l'irrompere nella vicenda del soprannaturale nella persona del pantheon greco al completo). Con queste premesse la storia sembra interessante ma non riesce mai a spiccare il volo e a rendere davvero memorabili le avventure del soldato Latro, senza memoria e ricordi ma con la capacità di vedere e parlare con gli antichi dei.
Utilizzando un artificio simile (ma ribaltandone il meccanismo) a quello impiegato nel Libro del Nuovo Sole Wolfe ripercorre la vita del protagonista dal suo punto di vista limitato ma estremamente partecipe. Purtroppo Latro non ha il carisma di Severian e le sue avventure si riducono a una serie di episodi che faticano a rendere consistente la vicenda.
Cambio completo di genere per Jim ha cambiato strada di Jim Carroll. L'autore riprende il racconto autobiografico della sua vita da poeta/tossico di strada newyorkese interrotto alla fine di Jim entra nel campo di basket. Jim ha ormai più di vent'anni, frequenta da outsider il giro poetico artistico alternativo dei primi anni '70 (e così capita di incontrare Warhol o Ginsberg o Burroughs) e ci rovescia addosso un po' delle sensazioni del periodo.
Lettura sostanzialmente inutile. Rispetto al primo volume di ricordi Jim Carroll ha perso molto dell'entusiasmo e della verve narrativa che contraddistingueva il suo diario dei '60, con in più una tendenza alla ricercatezza stilistica che non riesce mai a trasformarsi in una voce personale. Solo per appassionati del periodo.
Altro tuffo nella memoria col titolo seguente: Comma 23 di Joseph Heller. In questo caso la memoria è quella personale, che a sentire nominare Heller torna immediatamente a Comma 22, romanzo fondamentale nella mia esperienza di lettore.
Questo Comma 23 è però solo la pallida ombra del capolavoro a cui il titolo fa riferimento. Il volume raccoglie tutta la produzione breve di Heller, dai racconti giovanili, editi e inediti, ad altri episodi della vita di Yossarian tagliati o successivi rispetto a Comma 22, a una piece teatrale ispirata al romanzo, fino ad alcuni interventi dal taglio biografico/anedottico che raccontano qualche retroscena sulla stesura del romanzo e sulla sua trasposizione cinematografica.
I racconti sono interessanti, almeno quello del capitano è memorabile, ma sotteso alla lettura dell'antologia rimane continuo il confronto impossibile con quello che è diventato uno dei libri più importanti della seconda metà dello scorso secolo. E nel paragone con Comma 22 tutto diventa quasi banale, secondario.
E per finire non poteva mancare un romanzo di fantascienza: Tokyo non ci vuole più bene di Ray Loriga. Come sempre più spesso accade questo romanzo non lo troverete nello scaffale dedicato alla sf della vostra libreria di fiducia, come sempre più spesso accade nella presentazione del libro la parola fantascienza nemmeno compare. Ma come definireste voi un romanzo in cui si parla di erosione selettiva della memoria ad opera di nuove droghe legalmente vendute da regolari piazzisti in giro per il mondo?
La lettura è piacevole, con degli sprazzi di puro genio. Purtroppo però il romanzo non decolla mai verso le altezze visionarie che sembrerebbe lecito attendersi, ma si inviluppa su stesso nel racconto della solita storia d'amore sfortunata del protagonista. Lungo la strada però gli scorci interessanti non mancano, l'abbondanza di droghe sintetiche e di sesso facile fa un po' girare la testa e l'unica cosa di cui si sente un po' la mancanza è il buon vecchio rock'n'roll. Ma almeno per Loriga quei tempi sembrano essere ormai del tutto tramontati.
In definitiva Tokyo non ci vuole più bene è un romanzo interessante, forse un po' troppo freddo per i miei gusti ma che in fondo si lascia leggere senza opporre troppa resistenza.
…
Il fatto è che più passa il tempo meno sono i volumi che mi si fissano nella memoria. Lasciare un appunto, un pensiero, una nota dovrebbe servirmi a recuperare se non la sostanza almeno lo spirito di quanto vado leggendo.
Eppoi è un ottimo spunto per farci sopra delle chiacchiere, non trovate?
Partiamo dunque.
Se c'è una caratteristica che in qualche modo accomuna i libri di questo gennaio è la memoria, intesa sia come capacità di fissare un ricordo sia come viaggio nel passato più o meno recente.
Il mese è iniziato con la lettura di Soldier of the Mist di Gene Wolfe, interessante incrocio tra romanzo storico (l'ambientazione nell'antica grecia è resa in maniera magistrale) e fantasy (con l'irrompere nella vicenda del soprannaturale nella persona del pantheon greco al completo). Con queste premesse la storia sembra interessante ma non riesce mai a spiccare il volo e a rendere davvero memorabili le avventure del soldato Latro, senza memoria e ricordi ma con la capacità di vedere e parlare con gli antichi dei.
Utilizzando un artificio simile (ma ribaltandone il meccanismo) a quello impiegato nel Libro del Nuovo Sole Wolfe ripercorre la vita del protagonista dal suo punto di vista limitato ma estremamente partecipe. Purtroppo Latro non ha il carisma di Severian e le sue avventure si riducono a una serie di episodi che faticano a rendere consistente la vicenda.
Cambio completo di genere per Jim ha cambiato strada di Jim Carroll. L'autore riprende il racconto autobiografico della sua vita da poeta/tossico di strada newyorkese interrotto alla fine di Jim entra nel campo di basket. Jim ha ormai più di vent'anni, frequenta da outsider il giro poetico artistico alternativo dei primi anni '70 (e così capita di incontrare Warhol o Ginsberg o Burroughs) e ci rovescia addosso un po' delle sensazioni del periodo.
Lettura sostanzialmente inutile. Rispetto al primo volume di ricordi Jim Carroll ha perso molto dell'entusiasmo e della verve narrativa che contraddistingueva il suo diario dei '60, con in più una tendenza alla ricercatezza stilistica che non riesce mai a trasformarsi in una voce personale. Solo per appassionati del periodo.
Altro tuffo nella memoria col titolo seguente: Comma 23 di Joseph Heller. In questo caso la memoria è quella personale, che a sentire nominare Heller torna immediatamente a Comma 22, romanzo fondamentale nella mia esperienza di lettore.
Questo Comma 23 è però solo la pallida ombra del capolavoro a cui il titolo fa riferimento. Il volume raccoglie tutta la produzione breve di Heller, dai racconti giovanili, editi e inediti, ad altri episodi della vita di Yossarian tagliati o successivi rispetto a Comma 22, a una piece teatrale ispirata al romanzo, fino ad alcuni interventi dal taglio biografico/anedottico che raccontano qualche retroscena sulla stesura del romanzo e sulla sua trasposizione cinematografica.
I racconti sono interessanti, almeno quello del capitano è memorabile, ma sotteso alla lettura dell'antologia rimane continuo il confronto impossibile con quello che è diventato uno dei libri più importanti della seconda metà dello scorso secolo. E nel paragone con Comma 22 tutto diventa quasi banale, secondario.
E per finire non poteva mancare un romanzo di fantascienza: Tokyo non ci vuole più bene di Ray Loriga. Come sempre più spesso accade questo romanzo non lo troverete nello scaffale dedicato alla sf della vostra libreria di fiducia, come sempre più spesso accade nella presentazione del libro la parola fantascienza nemmeno compare. Ma come definireste voi un romanzo in cui si parla di erosione selettiva della memoria ad opera di nuove droghe legalmente vendute da regolari piazzisti in giro per il mondo?
La lettura è piacevole, con degli sprazzi di puro genio. Purtroppo però il romanzo non decolla mai verso le altezze visionarie che sembrerebbe lecito attendersi, ma si inviluppa su stesso nel racconto della solita storia d'amore sfortunata del protagonista. Lungo la strada però gli scorci interessanti non mancano, l'abbondanza di droghe sintetiche e di sesso facile fa un po' girare la testa e l'unica cosa di cui si sente un po' la mancanza è il buon vecchio rock'n'roll. Ma almeno per Loriga quei tempi sembrano essere ormai del tutto tramontati.
In definitiva Tokyo non ci vuole più bene è un romanzo interessante, forse un po' troppo freddo per i miei gusti ma che in fondo si lascia leggere senza opporre troppa resistenza.
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Jonathan Strange e il signor Norrell
Visto che tempo fa mi ero ripromesso di scrivere due righe più approfondite su Jonathan Strange e il signor Norrell e che poi invece non l'ho mai fatto, vi segnalo questa ottima recensione di Vanamonde che condivido pressoché in toto.
…
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27 gennaio 2007
Dick, Dick e ancora Dick (di passaggio in libreria)
In libreria c'era una volta lo spazio dei libri di fantascienza, una dozzina di scaffali ben visibili in un reparto tutto per loro. Negli ultimi anni questo spazio è andato via via riducendosi, mimetizzandosi con quello fantasy che invece è cresciuto, perdendo la sua connotazione cromatica che lo rendeva immediatamente riconoscibile (che fine anno fatto i Cosmo Oro?) per ridursi ormai a un paio di scaffali tra i libri di cinema, quelli di fantasy e i fumetti lì nei pressi.
Ma cos'è che caratterizza questo spazio? Quali sono le presenze dominanti (gli autori di moda?) che riempiono il piccolo spazio dedicato alla fantascienza nelle librerie italiane?
Fino a dieci/quindici anni fa la fantascienza in libreria era caratterizzata da due elementi immediatamente riconoscibili. I dorsi color oro e argento delle serie Nord, e poi l'immancabile taappeto di titoli del Buon Dottore. I primi erano dedicati agli specialisti del settore mentre la messe di titoli asimoviani erano destinati al frequentatore distratto, al neofita, a chi voleva assaggiare il genere. Poco importava se i romanzi in questione risalivano anche a quarant'anni prima, poco importava se nel frattempo la fantascienza era diventata qualcosa di diverso. Asimov era Asimov. E non c'era niente da fare.
Poi, verso la fine degli anni novanta, è successo qualcosa. Non so a chi vada imputata la responsabilità del cambiamento, se alla critica ufficiale, al pubblico generalista, agli editori o ai librai stessi ma di punto in bianco gli enormi spazi dedicati a Asimov sono stati poco a poco erosi dal Nuovo Grande Autore Fantascientifico del momento (nuovo per il grande pubblico almeno).
Poteva essere Gibson (che in un certo qual modo un suo spazio librario se l'era conquistato), poteva capitare a Banks (la vera bomba sf degli anni '90) e invece l'onore del titolo in questione è stato conferito a un autore scomparso ormai da una decina d'anni: Philip Kindred Dick. Il buon vecchio Dick la gloria se la merita anche, almeno per la carriera da outsider che ha condotto per tutta la sua vita, ma davvero meritava tutti i riflettori solo per lui? Siamo sicuri che avesse davvero tutti questi meriti? I suoi romanzi son tutti capolavori? Le sue idee così sfolgoranti?
Beh… sulla sua visionarietà, sulle sue capacità immaginifiche, sulla sua capacità di giocare tra realtà e paranoia c'è poco da dire. In questo Dick è stato un vero maestro. Basta leggere uno qualsiasi dei suoi racconti per rendersi conto delle sue capacità di rendere su carta la portata rivoluzionaria delle sue creazioni, delle sue visioni. Ma i romanzi? Beh… a frequentare le varie comunità sf on-line sembra che ci sia un vero e proprio culto dei romanzi dickiani, dai più rinomati fino a quelli che solo i fan più accaniti potrebbero considerare leggibili (sicuramente c'è in giro qualche estimatore anche de L'ora dei grandi vermi, tanto per dire).
Però io tutta questa ammirazione davvero non la capisco. Non ho letto tutti i romanzi del nostro, solo una mezza dozzina. Ma tra questi ci sono The Man in the HIgh Castle (a seconda della traduzione italiana La svastica sul sole o L'uomo nell'alto castello), Le tre stimmate di Palmer Eldritch e Ubik ovvero tre tra quelli che sono considerati i suoi massimi capolavori.
Non che questi romanzi siano privi di qualità, tutt'altro, ma nessuno è esente da quelli che per me sono enormi difetti. Primo tra tutti e caratteristico dello stile dickiano, una sorta di disordine compositivo, di scarsa padronanza dello sviluppo narrativo del romanzo che m'è parso presente in tutti i libri letti (con l'eccezione de La svastica sul sole, molto più curato, ma anche decisamente più normale come costruzione narrativa) e che ho trovato quanto meno fastidioso. Come se ci si ritrovasse a leggere la prima bozza di un grande romanzo che l'autore, vuoi per scarsa cura o per mancanza di tempo, avesse deciso di pubblicare così, senza troppo riguardo per chi poi quel libro lo avrebbe letto.
Insomma, se nei racconti la forma e la sostanza dell'opera dickiana merita un plauso incondizionato, tutte le volte che mi son ritrovato a leggere un suo romanzo alla fine erano la delusione e il rimpianto le sensazione più forte.
Delusione e rimpianto che si provano quando si arriva a un passo dalla rivelazione, a un attimo dalla possibilità di dare un'occhiata oltre il velo della nostra realtà, di scorgere la Verità. Tutte occasioni frustrate dall'incapacità di Dick di mantenere fino in fondo il controllo della materia narrata, del mondo ricreato dalla sua immaginazione.
So che la mia opinione è decisamente minoritaria, ma tant'è, io sono qui e aspetto le repliche dei Veri Credenti.
Ah… per quanto riguarda le librerie: mi sembra che anche la moda dickiana abbia ormai i giorni contati. Purtroppo non si vede nessuno all'orizzonte (o meglio, gli editori o chi per loro non vedono nessuno) capace di prendere il posto di Dick come apripista del reparto fantascienza. Temo in un ritorno in grande stile del Buon Dottore, o ancor peggio l'estinzione definitiva dei due poveri scaffali fantascientifici sopravvissuti.
Staremo a vedere. Per ora approfittatene, andate a comperarvi un libro di fantascienza. Finché riuscite a trovarne.
…
Ma cos'è che caratterizza questo spazio? Quali sono le presenze dominanti (gli autori di moda?) che riempiono il piccolo spazio dedicato alla fantascienza nelle librerie italiane?
Fino a dieci/quindici anni fa la fantascienza in libreria era caratterizzata da due elementi immediatamente riconoscibili. I dorsi color oro e argento delle serie Nord, e poi l'immancabile taappeto di titoli del Buon Dottore. I primi erano dedicati agli specialisti del settore mentre la messe di titoli asimoviani erano destinati al frequentatore distratto, al neofita, a chi voleva assaggiare il genere. Poco importava se i romanzi in questione risalivano anche a quarant'anni prima, poco importava se nel frattempo la fantascienza era diventata qualcosa di diverso. Asimov era Asimov. E non c'era niente da fare.
Poi, verso la fine degli anni novanta, è successo qualcosa. Non so a chi vada imputata la responsabilità del cambiamento, se alla critica ufficiale, al pubblico generalista, agli editori o ai librai stessi ma di punto in bianco gli enormi spazi dedicati a Asimov sono stati poco a poco erosi dal Nuovo Grande Autore Fantascientifico del momento (nuovo per il grande pubblico almeno).
Poteva essere Gibson (che in un certo qual modo un suo spazio librario se l'era conquistato), poteva capitare a Banks (la vera bomba sf degli anni '90) e invece l'onore del titolo in questione è stato conferito a un autore scomparso ormai da una decina d'anni: Philip Kindred Dick. Il buon vecchio Dick la gloria se la merita anche, almeno per la carriera da outsider che ha condotto per tutta la sua vita, ma davvero meritava tutti i riflettori solo per lui? Siamo sicuri che avesse davvero tutti questi meriti? I suoi romanzi son tutti capolavori? Le sue idee così sfolgoranti?
Beh… sulla sua visionarietà, sulle sue capacità immaginifiche, sulla sua capacità di giocare tra realtà e paranoia c'è poco da dire. In questo Dick è stato un vero maestro. Basta leggere uno qualsiasi dei suoi racconti per rendersi conto delle sue capacità di rendere su carta la portata rivoluzionaria delle sue creazioni, delle sue visioni. Ma i romanzi? Beh… a frequentare le varie comunità sf on-line sembra che ci sia un vero e proprio culto dei romanzi dickiani, dai più rinomati fino a quelli che solo i fan più accaniti potrebbero considerare leggibili (sicuramente c'è in giro qualche estimatore anche de L'ora dei grandi vermi, tanto per dire).
Però io tutta questa ammirazione davvero non la capisco. Non ho letto tutti i romanzi del nostro, solo una mezza dozzina. Ma tra questi ci sono The Man in the HIgh Castle (a seconda della traduzione italiana La svastica sul sole o L'uomo nell'alto castello), Le tre stimmate di Palmer Eldritch e Ubik ovvero tre tra quelli che sono considerati i suoi massimi capolavori.
Non che questi romanzi siano privi di qualità, tutt'altro, ma nessuno è esente da quelli che per me sono enormi difetti. Primo tra tutti e caratteristico dello stile dickiano, una sorta di disordine compositivo, di scarsa padronanza dello sviluppo narrativo del romanzo che m'è parso presente in tutti i libri letti (con l'eccezione de La svastica sul sole, molto più curato, ma anche decisamente più normale come costruzione narrativa) e che ho trovato quanto meno fastidioso. Come se ci si ritrovasse a leggere la prima bozza di un grande romanzo che l'autore, vuoi per scarsa cura o per mancanza di tempo, avesse deciso di pubblicare così, senza troppo riguardo per chi poi quel libro lo avrebbe letto.
Insomma, se nei racconti la forma e la sostanza dell'opera dickiana merita un plauso incondizionato, tutte le volte che mi son ritrovato a leggere un suo romanzo alla fine erano la delusione e il rimpianto le sensazione più forte.
Delusione e rimpianto che si provano quando si arriva a un passo dalla rivelazione, a un attimo dalla possibilità di dare un'occhiata oltre il velo della nostra realtà, di scorgere la Verità. Tutte occasioni frustrate dall'incapacità di Dick di mantenere fino in fondo il controllo della materia narrata, del mondo ricreato dalla sua immaginazione.
So che la mia opinione è decisamente minoritaria, ma tant'è, io sono qui e aspetto le repliche dei Veri Credenti.
Ah… per quanto riguarda le librerie: mi sembra che anche la moda dickiana abbia ormai i giorni contati. Purtroppo non si vede nessuno all'orizzonte (o meglio, gli editori o chi per loro non vedono nessuno) capace di prendere il posto di Dick come apripista del reparto fantascienza. Temo in un ritorno in grande stile del Buon Dottore, o ancor peggio l'estinzione definitiva dei due poveri scaffali fantascientifici sopravvissuti.
Staremo a vedere. Per ora approfittatene, andate a comperarvi un libro di fantascienza. Finché riuscite a trovarne.
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22 gennaio 2007
Buon compleanno, nonna Laura!
Voi riuscite a immaginarvi con 97 anni di ricordi? Con 97 anni di vita, con due guerre mondiali che ti attraversano la strada, con una famiglia che cresce, che nasce, con qualcuno che muore o che si perde? Per novantasette anni?
Io non ci riesco, e quando parlo con mia nonna Laura, che proprio oggi festeggia il novantasettesimo compleanno, rimango sempre meravigliato. Quante cose devono aver visto i suoi occhi, com'è cambiata la realtà dal suo punto di vista. A lei che è nata contadina nel Trentino dell'imperatore, che effetto potrà mai fare la nostra fretta, tutti i nostri impegni, il nostro essere costantemente di corsa?
Nemmeno un mese fa Francesco, che tra poco compie nove anni, doveva intervistare la persona più anziana della famiglia come compito delle vacanze. Abbiamo preso l'occasione al volo per rivivere con la nonna i tempi della sua infanzia, quando finita la scuola andava a pascolare le pecore sui monti della val di Non, la sua paura di incontrare l'orso (e quando l'incontro avvenne davvero la corsa a perdifiato per tornare a casa), gli anni terribili della prima guerra mondiale, con la fame patita che ancora la fa star male, l'andar via di casa appena dodicenne, a servizio nelle case dei signori, a Trento, e poi fino a Napoli, e poi di nuovo a Bolzano. I signori gentili e quelli da temere, e poi metter su famiglia, con un'altra guerra alle porte…
E questi sono solo i suoi primi quarant'anni, la mia età insomma. Quarant'anni davvero inconcepibili per me, seduto dietro al monitor a far passare il tempo, a chiacchierare amabilmente di libri o di cinema o di fotografia.
Che poi a ben guardare se sono qua a scrivere queste righe un po' di responsabilità ce l'ha sicuramente anche lei, che quello che sono è anche il posto da dove arrivo, la famiglia in cui sono cresciuto. La storia che lei, che noi, abbiamo vissuto.
Non so se abbiamo ancora dei debiti con chi ci ha preceduto, di certo almeno un grazie i miei nonni se lo meritano. Grazie quindi nonna Laura. Per tutti i tuoi 97 anni di lavoro, di gioia e di dolore. Per essere sempre stata la roccia su cui tutti potevano contare, per le torte e i regali, per i ricordi, per la famiglia che col nonno siete riusciti a crescere.
Grazie e auguri.
Buon novantasettesimo compleanno!
…
Io non ci riesco, e quando parlo con mia nonna Laura, che proprio oggi festeggia il novantasettesimo compleanno, rimango sempre meravigliato. Quante cose devono aver visto i suoi occhi, com'è cambiata la realtà dal suo punto di vista. A lei che è nata contadina nel Trentino dell'imperatore, che effetto potrà mai fare la nostra fretta, tutti i nostri impegni, il nostro essere costantemente di corsa?
Nemmeno un mese fa Francesco, che tra poco compie nove anni, doveva intervistare la persona più anziana della famiglia come compito delle vacanze. Abbiamo preso l'occasione al volo per rivivere con la nonna i tempi della sua infanzia, quando finita la scuola andava a pascolare le pecore sui monti della val di Non, la sua paura di incontrare l'orso (e quando l'incontro avvenne davvero la corsa a perdifiato per tornare a casa), gli anni terribili della prima guerra mondiale, con la fame patita che ancora la fa star male, l'andar via di casa appena dodicenne, a servizio nelle case dei signori, a Trento, e poi fino a Napoli, e poi di nuovo a Bolzano. I signori gentili e quelli da temere, e poi metter su famiglia, con un'altra guerra alle porte…
E questi sono solo i suoi primi quarant'anni, la mia età insomma. Quarant'anni davvero inconcepibili per me, seduto dietro al monitor a far passare il tempo, a chiacchierare amabilmente di libri o di cinema o di fotografia.
Che poi a ben guardare se sono qua a scrivere queste righe un po' di responsabilità ce l'ha sicuramente anche lei, che quello che sono è anche il posto da dove arrivo, la famiglia in cui sono cresciuto. La storia che lei, che noi, abbiamo vissuto.
Non so se abbiamo ancora dei debiti con chi ci ha preceduto, di certo almeno un grazie i miei nonni se lo meritano. Grazie quindi nonna Laura. Per tutti i tuoi 97 anni di lavoro, di gioia e di dolore. Per essere sempre stata la roccia su cui tutti potevano contare, per le torte e i regali, per i ricordi, per la famiglia che col nonno siete riusciti a crescere.
Grazie e auguri.
Buon novantasettesimo compleanno!
…
16 gennaio 2007
Aria nuova?
Mica tanto…
Ho provato a fare qualche cambiamento alla grafica del blog. Il template che ho sfruttato (snapshot tequila) mi pare effettivamente più fresco del precedente, anche se non è certo il massimo. Per ora comunque rimarrà così, almeno fino a quando non riuscirò a trovare il tempo di capire come funzionano gli stili e i template e riuscire quindi a sfoggiare una grafica personalizzata.
Se poi Annalisa che è l'artista di casa decidesse di darmi una mano…
Ho provato a fare qualche cambiamento alla grafica del blog. Il template che ho sfruttato (snapshot tequila) mi pare effettivamente più fresco del precedente, anche se non è certo il massimo. Per ora comunque rimarrà così, almeno fino a quando non riuscirò a trovare il tempo di capire come funzionano gli stili e i template e riuscire quindi a sfoggiare una grafica personalizzata.
Se poi Annalisa che è l'artista di casa decidesse di darmi una mano…
09 gennaio 2007
Me vs. la Letteratura Italiana
Stavo riflettendo sul mio rapporto con la letteratura italiana.
Sono arrivato alla conclusione che i maggiori responsabili dei miei pregiudizi riguardanti le capacità letterarie dei nostri connazionali sono due.
Il primo è il sig. Giacomo Leopardi. Con la complicità del corpo insegnante tutto mi ha fatto credere che per essere letterati sia necessario soffrire, sia d'obbligo il dedicarsi alla biblioteca di famiglia e il rifugiarsi in un eremo lontano dalle umane vicende. Secondo i professori che hanno accompagnato i miei poco amati percorsi letterari scolastici l'Autore italiano perfetto dovrebbe astenersi dal lavoro manuale, evitare di mescolarsi alle persone comuni, vivere in uno stato di esaltazione artistica sfociante nel metafisico, dedicarsi alla composizione dell'opera definitiva, soffrire di qualche malanno fisico e/o amoroso e/o politico.
O sì, ci sono delle eccezioni, ma l'unica che ricordo è quella del buon vecchio Cecco Angiolieri , antesignano del cyberpunk apocalittico più spinto, ovviamente poco gradito all'establishment letterario e troppo avanti per la cultura del suo tempo. Se i professori ci dedicano un po' d'attenzione è proprio per evidenziarne l'eccezionalità, non certo per farne riferimento letterario o pietra di paragone.
Il secondo responsabile della mia scarsa attenzione alla produzione artistica nostrana è senza dubbio Henry Miller.
Certo non è l'unico, ma mi pare che in lui siano riassunte molto bene le caratteristiche di quella schiera infinita di altri autori esuberanti, sbevazzoni, tossici, o semplicemente fantascientifici, che hanno accompagnato le mie esplorazioni letterarie lungo la via.
Questa gente m'ha convinto che per scrivere bisogna innanzitutto vivere, o almeno guardarsi attorno; che l'opera letteraria non deve puntare (solo) allo sconvolgimento delle coscienze, ma può essere anche puro intrattenimento; che un romanzo non debba per forza puntare a sviscerare i massimi sistemi, ma possa anche avvincere, divertire, emozionare.
Secondo voi a chi avrei dovuto prestare più attenzione?
Ai professori che predicavano o agli scrittori che viaggiavano?
Ecco quindi le mie conclusioni.
Se io non riesco ad apprezzare compiutamente le proposte dei nostri autori non crediate che non abbia gusto, che rinneghi le mie origini o che sia un ignorantone qualsiasi. Date piuttosto la colpa ai signori succitati. Io sono solo la vittima delle cattive compagnie incontrate per strada.
Sono arrivato alla conclusione che i maggiori responsabili dei miei pregiudizi riguardanti le capacità letterarie dei nostri connazionali sono due.
Il primo è il sig. Giacomo Leopardi. Con la complicità del corpo insegnante tutto mi ha fatto credere che per essere letterati sia necessario soffrire, sia d'obbligo il dedicarsi alla biblioteca di famiglia e il rifugiarsi in un eremo lontano dalle umane vicende. Secondo i professori che hanno accompagnato i miei poco amati percorsi letterari scolastici l'Autore italiano perfetto dovrebbe astenersi dal lavoro manuale, evitare di mescolarsi alle persone comuni, vivere in uno stato di esaltazione artistica sfociante nel metafisico, dedicarsi alla composizione dell'opera definitiva, soffrire di qualche malanno fisico e/o amoroso e/o politico.
O sì, ci sono delle eccezioni, ma l'unica che ricordo è quella del buon vecchio Cecco Angiolieri , antesignano del cyberpunk apocalittico più spinto, ovviamente poco gradito all'establishment letterario e troppo avanti per la cultura del suo tempo. Se i professori ci dedicano un po' d'attenzione è proprio per evidenziarne l'eccezionalità, non certo per farne riferimento letterario o pietra di paragone.
Il secondo responsabile della mia scarsa attenzione alla produzione artistica nostrana è senza dubbio Henry Miller.
Certo non è l'unico, ma mi pare che in lui siano riassunte molto bene le caratteristiche di quella schiera infinita di altri autori esuberanti, sbevazzoni, tossici, o semplicemente fantascientifici, che hanno accompagnato le mie esplorazioni letterarie lungo la via.
Questa gente m'ha convinto che per scrivere bisogna innanzitutto vivere, o almeno guardarsi attorno; che l'opera letteraria non deve puntare (solo) allo sconvolgimento delle coscienze, ma può essere anche puro intrattenimento; che un romanzo non debba per forza puntare a sviscerare i massimi sistemi, ma possa anche avvincere, divertire, emozionare.
Secondo voi a chi avrei dovuto prestare più attenzione?
Ai professori che predicavano o agli scrittori che viaggiavano?
Ecco quindi le mie conclusioni.
Se io non riesco ad apprezzare compiutamente le proposte dei nostri autori non crediate che non abbia gusto, che rinneghi le mie origini o che sia un ignorantone qualsiasi. Date piuttosto la colpa ai signori succitati. Io sono solo la vittima delle cattive compagnie incontrate per strada.
04 gennaio 2007
Flickr. Anno secondo.
Il cane portoghese, by Iguana Jo.
Se da una parte lo stimolo a fotografare sempre meglio e sempre di più è rimasto inalterato dall'altra la sopresa della scoperta, l'entusiasmo dell'esplorazione sono andati via via calando nel corso dei mesi di quest'anno flickriano. Il calo è senz'altro fisiologico, ma a volte mi prende il dubbio: che abbia già raggiunto la mia soglia di saturazione visiva? A forza di vedere immagini si diventa molto più critici rispetto alla qualità tecnica e alle emozioni che sono in grado di convogliare e quindi molto più esigenti rispetto a quanto flickr ha da offrire. Questo per me vuol dire essere molto più selettivo nella scelta dei contatti, molto più parco nel lasciare commenti entusiastici e decisamente più concentrato sulla mia produzione rispetto a quella altrui. Questo non significa aver perso la voglia di guardarsi intorno ma piuttosto, vista anche la contemporanea riduzione del mio tempo disponibile per la rete, una maggior attenzione a chi di stimoli continua ad offrirne, a chi continua ad avere qualcosa da insegnare, oltre che a quelle conoscenze che via via che passa il tempo tendono a trasformarsi in amicizie.
Perché quest'anno è stato caratterizzato anche dalla scoperta fisica e reale delle persone dietro alle macchine fotografiche. Molte delle icone che vedevo comparire nei vari stream fotografici sono diventate facce, parole, persone vere. In questa voglia di conoscersi e confrontarsi ho probabilmente riversato tutto l'entusiasmo risparmiato in rete: in fondo le persone sono più importanti delle foto che postano, no? Beh… c'è un sacco di bella gente in giro, sapete. E a chi prova a ripetermi che la rete isola le persone… beh… non so proprio più cosa dire.
Da questi incontri, dalle chiacchiere in rete, dai contatti e dalle comunicazioni virtuali nascono un sacco di cose, alcune realizzabili, altre ipotetiche. Alla fine ti trovi con mille progetti, iniziative, programmi. Ecco quindi che in questi mesi flickr è passato dall'essere il fine ultimo della mia attività fotografica (e lo è stato, almeno in parte, all'inizio) a una mera possibilità, magari una vetrina, senz'altro un canale di comunicazione e uno stimolo al confronto ma senza più rappresentare, almeno per quanto mi riguarda, lo sbocco pubblico esclusivo della mia attività fotografica. Dopotutto nell'ultimo anno abbiamo iniziato (io e Annalisa) a scattare a livello semi-professionale. a vendere foto, a pensare a ipotetiche mostre. Insomma, quello che è nato soprattutto come un gioco sta crescendo. Vedremo in futuro come e se si trasformerà in qualcos'altro.
Rimanete collegati.
31 dicembre 2006
Letture per un anno
Picture by Annalisa
Al primo posto assoluto Cent'anni di solitudine di Gabriel Garcia Márquez un romanzo che avevo colpevolmente sottovalutato nel momento del primo tentativo di lettura (ormai vent'anni fa) ma che letto ora mi ha conquistato. L'epopea della famiglia Buendia avrà per sempre uno spazio nei miei ricordi.
Al secondo posto Conoscerete la nostra velocità di Dave Eggers, struggente profondo e ingenuo. Cosa vuol dire crescere negli USA oggi. Più o meno. (Qui potete ri-leggere qualche nota sul romanzo)
Al terzo posto Jonathan Strange e il Signor Norrell di Susanna Clarke. La magia e l'Inghilterra vittoriana. Un connubio indimenticabile, una meraviglia di romanzo. Da gustare in queste serate invernali.
Tra le altre letture da ricordare ci sono:
Stardust di Neil Gaiman. Qui ho già parlato del motivo per cui preferisco questi Gaiman secondari rispetto ai più rinomati ultimi romanzi. Stardust è emblematico delle capacità di Gaiman di proiettare il lettore in un mondo a parte e farlo sentire a casa.
Bay City di Richard K Morgan, Volgi lo sguardo al vento di Iain M Banks e Iron Sunrise di Charlie Stross sono probabilmente i migliori romanzi di fantascienza nuova letti quest'anno, mentre tra i recuperi dal passato mi hanno colpito Barbagrigia di Brian Aldiss e L'uomo disintegrato di Alfred Bester
Creature ostinate di Aimee Bender è la sorpresa dell'anno. Iniziata la lettura non le avrei dato due cent, ma proseguendo nel volume la sua capacità di andare oltre il reale, di colpire al cuore e allo stomaco con le sue strane storie di persone diverse (e ostinate) mi ha impressionato, emozionato, sorpreso.
Se volete provare qualcosa di nuovo e non sapete dove trovarlo date una possibilità ad Aimee Bender.
E infine un romanzo italiano, uno dei pochi letti quest'anno che mi abbia davvero colpito: S'è fatta ora di Antonio Pascale. Del libro ho già scritto qui. Ma era giusto ricordarlo anche in questa carrellata di fine anno.
Bene. Anche per quest'anno è fatta. Scappo che mi aspettano…
Tanti auguri per un indimenticabile meraviglioso felice 2007 a tutti!
22 dicembre 2006
Siamo tutti temporanei
Stamattina stavamo festeggiando con i colleghi, torte, vino, baci e abbracci quando è arrivata la notizia della morte di Giorgio, un nostro collega assente da un paio di mesi. Sapevamo della sua malattia, sapevamo che sarebbe stata dura, ma non ci aspettavamo certo che tutto sarebbe finito nel giro di tre mesi…
Improvvisamente s'è fatto silenzio. Qualche istante, quasi senza respirare.
Poi fortunatamente s'è messa in moto la macchina del lutto. Funerali? Domani. Dove ci troviamo? cosa facciamo?
No, niente ironia. Queste cose aiutano. Nessuno di noi conosceva Giorgio troppo bene, nessuno di noi aveva legami che non fossero quelli lavorativi. Ma credo che per almeno un attimo stamattina ci siamo sentiti tutti sfiorati dalla nera signora e fare fare fare aiuta a non pensarci troppo. Alla vita, alla morte, al tempo che passa, alle feste in arrivo.
A tirare avanti. Che tra tre giorni è natale.
In fondo siamo tutti temporanei. Faremo bene a non dimenticarlo.
Improvvisamente s'è fatto silenzio. Qualche istante, quasi senza respirare.
Poi fortunatamente s'è messa in moto la macchina del lutto. Funerali? Domani. Dove ci troviamo? cosa facciamo?
No, niente ironia. Queste cose aiutano. Nessuno di noi conosceva Giorgio troppo bene, nessuno di noi aveva legami che non fossero quelli lavorativi. Ma credo che per almeno un attimo stamattina ci siamo sentiti tutti sfiorati dalla nera signora e fare fare fare aiuta a non pensarci troppo. Alla vita, alla morte, al tempo che passa, alle feste in arrivo.
A tirare avanti. Che tra tre giorni è natale.
In fondo siamo tutti temporanei. Faremo bene a non dimenticarlo.
19 dicembre 2006
Attaccabrighe, urlatori & bastardi
Musica che sa di terra polvere oscurità. Musica con i calli per il duro lavoro e la fatica quotidiana. Musica con le suole bucate per il lungo camminare, che di strada ne ha fatta davvero tanta.
Musica che scalda l'anima e allontana l'inverno. Musica disperata, musica allucinata e musica divertita.
Nell'ultimo monumentale triplo cd di Tom Waits c'è tutto questo e molto di più. Si rischia di sprofondare e perdersi nei labirinti creati dai suoi suoni spezzati, tra le ruvide carezze e gli squarci di violenza che ti accompagnano nell'ascolto. Un triplo disco questo Orphans: Brawlers, Bawlers and Bastards come non se fanno più. Un'opera che richiede tempo, attenzione, costanza. Anche per questo un'opera fuori sincrono rispetto al presente che ci circonda.
La sensazione di essere catapultati in un'altra epoca è fortissima, tra gli echi del cabaret e le ballate popolari, tra l'antico stomp e le contorsioni canore dell'inconfondibile voce di Tom Waits si percorrono strade poco trafficate, tra le ombre dei fantasmi del passato e la ricerca di una nuova strada tra i ruderi del presente. Il percorso è affascinante, emozionante a tratti commovente. Ma non c'è nostalgia tra le innumerevoli pieghe di questi dischi, c'è semmai un'espressione libera da condizionamenti temporali, libera da vincoli commerciali, libera da necessità televisive. C'è un'altra modulazione della realtà, la percezione di un nocciolo duro sepolto dentro ognuno di noi, nascosto tra le nostre inevitabili miserie quotidiane c'è insomma un altro futuro possibile.
Io l'ho appena iniziato ad ascoltare e già me ne sono innamorato.
Tom Waits è vivo. Viva Tom Waits.
Musica che scalda l'anima e allontana l'inverno. Musica disperata, musica allucinata e musica divertita.
Nell'ultimo monumentale triplo cd di Tom Waits c'è tutto questo e molto di più. Si rischia di sprofondare e perdersi nei labirinti creati dai suoi suoni spezzati, tra le ruvide carezze e gli squarci di violenza che ti accompagnano nell'ascolto. Un triplo disco questo Orphans: Brawlers, Bawlers and Bastards come non se fanno più. Un'opera che richiede tempo, attenzione, costanza. Anche per questo un'opera fuori sincrono rispetto al presente che ci circonda.
La sensazione di essere catapultati in un'altra epoca è fortissima, tra gli echi del cabaret e le ballate popolari, tra l'antico stomp e le contorsioni canore dell'inconfondibile voce di Tom Waits si percorrono strade poco trafficate, tra le ombre dei fantasmi del passato e la ricerca di una nuova strada tra i ruderi del presente. Il percorso è affascinante, emozionante a tratti commovente. Ma non c'è nostalgia tra le innumerevoli pieghe di questi dischi, c'è semmai un'espressione libera da condizionamenti temporali, libera da vincoli commerciali, libera da necessità televisive. C'è un'altra modulazione della realtà, la percezione di un nocciolo duro sepolto dentro ognuno di noi, nascosto tra le nostre inevitabili miserie quotidiane c'è insomma un altro futuro possibile.
Io l'ho appena iniziato ad ascoltare e già me ne sono innamorato.
Tom Waits è vivo. Viva Tom Waits.
14 dicembre 2006
Wow! La mia prima mostra!
Quei bravi ragazzi di z.t.l. hanno dedicato una galleria alle mie foto.
Sono molto lusingato dall'attenzione e voglio ringraziare anche da qui Roberto aka kzk per l'ottimo lavoro realizzato.
E voi che passate da queste parti fatevi pure un giro su z.t.l. che a parte le mie foto ci sono molte altre cose (più) interessanti su cui soffermarsi.
Sono molto lusingato dall'attenzione e voglio ringraziare anche da qui Roberto aka kzk per l'ottimo lavoro realizzato.
E voi che passate da queste parti fatevi pure un giro su z.t.l. che a parte le mie foto ci sono molte altre cose (più) interessanti su cui soffermarsi.
13 dicembre 2006
Dieci fantascientifici scossoni
Come promesso ecco a voi la seconda top-ten fatta in casa. In questo caso la classifica è un po' atipica. Per stilare l'elenco che segue non ho considerato i meriti letterari specifici o la qualità intrinseca dei romanzi ma solo la successione temporale delle letture.
Ecco dunque i dieci libri di fantascienza che più hanno scosso il mio immaginario. Ogni valutazione sulla mia salute mentale è a vostra discrezione.
10 - Cronache Marziane di Ray Bradbury
Mi ero affacciato da poco sulla scena fantascientifica. A quei tempi ero ancora immerso nell'atmosfera positiva e illuminata del buon dottore e scoprire come gli stessi luoghi protagonisti dell'avventura più sfrenata potessero assumere tinte più malinconiche e a tratti oscure fu una vera e propria rivelazione.
9 - Scambio Mentale di Robert Sheckley
La follia applicata alla fantascienza. Una trascinante scorribanda per l'universo alla faccia di ogni presunta convenzione o coerenza scientifica.
8 - Il mondo sommerso di James G Ballard
La scoperta dello spazio interno insieme alla lucida devastazione della realtà quotidiana. L'approccio inglese alla catastrofe.
7 - La vita, l'universo e tutto quanto di Douglas Adams
Non è la Guida, ma è con questo volume che ho scoperto la demenziale miscela di humour britannico e follia galattica dell'autore inglese. Grazie a letture come questa ho compreso il senso della vita e non ho più scordato l'asciugamano.
6 - Hyperion di Dan Simmons
Tutti ci prendiamo delle pausa. Il mio rapporto con la fantascienza è ripreso con questo romanzo. Un compendio di quella che era stata la fantascienza nei 40 anni precedenti. Un ottimo sistema per ritornare a frequentare il genere.
5 - Neuromante di William GIbson
Una supernova per l'immaginazione. Dopo aver letto questo romanzo nessun'altra lettura è stata più la stessa. La luce in un mondo fantascientifico sempre più crepuscolare e asfittico.
4 - Snow Crash di Neal Stephenson
Brillante come una spada sguainata nello spazio oscuro della matrice. Non è un romanzo perfetto, ma ohhh… che tiro!
3 - Necroville di Ian McDonald
Amore a prima vista anzi, dopo 40 pagine. Un romanzo che ti riconcilia con la vita l'universo e tutto quanto di fantascientifico ti salti in mente di infilarci. Passione pura.
2 - Use of Weapons (La guerra di Zakalwe) di Iain M. Banks
Non credevo fosse possibile coniugare etica politica divertimento e grosse esplosioni spaziali beh… Banks continua a farlo con fantastici risultati. E poi c'è la Cultura, la prima utopia in cui vorrei davvero vivere.
(Qui puoi trovare qualche altra nota sul romanzo)
1 - Diaspora di Greg Egan
Avrei potuto chiudere la classifica con qualsiasi opera di Egan. Ho scelto Diaspora perchè è forse il suo romanzo più estremo, ambizioso ed entusiasmante. Al momento attuale nessuno come lui sa toccare i confini del mio immaginario, nessuno unisce l'estrapolazione scientifica con il dubbio etico e la riflessione umanistica come lui sa fare. Peccato sia davvero difficile reperirlo in circolazione perché è la lettura ideale per comprendere un mondo sempre più immerso nel caos e e sperare che dalla complessità emerga infine uno schema comprensibile,
Ecco dunque i dieci libri di fantascienza che più hanno scosso il mio immaginario. Ogni valutazione sulla mia salute mentale è a vostra discrezione.
10 - Cronache Marziane di Ray Bradbury
Mi ero affacciato da poco sulla scena fantascientifica. A quei tempi ero ancora immerso nell'atmosfera positiva e illuminata del buon dottore e scoprire come gli stessi luoghi protagonisti dell'avventura più sfrenata potessero assumere tinte più malinconiche e a tratti oscure fu una vera e propria rivelazione.
9 - Scambio Mentale di Robert Sheckley
La follia applicata alla fantascienza. Una trascinante scorribanda per l'universo alla faccia di ogni presunta convenzione o coerenza scientifica.
8 - Il mondo sommerso di James G Ballard
La scoperta dello spazio interno insieme alla lucida devastazione della realtà quotidiana. L'approccio inglese alla catastrofe.
7 - La vita, l'universo e tutto quanto di Douglas Adams
Non è la Guida, ma è con questo volume che ho scoperto la demenziale miscela di humour britannico e follia galattica dell'autore inglese. Grazie a letture come questa ho compreso il senso della vita e non ho più scordato l'asciugamano.
6 - Hyperion di Dan Simmons
Tutti ci prendiamo delle pausa. Il mio rapporto con la fantascienza è ripreso con questo romanzo. Un compendio di quella che era stata la fantascienza nei 40 anni precedenti. Un ottimo sistema per ritornare a frequentare il genere.
5 - Neuromante di William GIbson
Una supernova per l'immaginazione. Dopo aver letto questo romanzo nessun'altra lettura è stata più la stessa. La luce in un mondo fantascientifico sempre più crepuscolare e asfittico.
4 - Snow Crash di Neal Stephenson
Brillante come una spada sguainata nello spazio oscuro della matrice. Non è un romanzo perfetto, ma ohhh… che tiro!
3 - Necroville di Ian McDonald
Amore a prima vista anzi, dopo 40 pagine. Un romanzo che ti riconcilia con la vita l'universo e tutto quanto di fantascientifico ti salti in mente di infilarci. Passione pura.
2 - Use of Weapons (La guerra di Zakalwe) di Iain M. Banks
Non credevo fosse possibile coniugare etica politica divertimento e grosse esplosioni spaziali beh… Banks continua a farlo con fantastici risultati. E poi c'è la Cultura, la prima utopia in cui vorrei davvero vivere.
(Qui puoi trovare qualche altra nota sul romanzo)
1 - Diaspora di Greg Egan
Avrei potuto chiudere la classifica con qualsiasi opera di Egan. Ho scelto Diaspora perchè è forse il suo romanzo più estremo, ambizioso ed entusiasmante. Al momento attuale nessuno come lui sa toccare i confini del mio immaginario, nessuno unisce l'estrapolazione scientifica con il dubbio etico e la riflessione umanistica come lui sa fare. Peccato sia davvero difficile reperirlo in circolazione perché è la lettura ideale per comprendere un mondo sempre più immerso nel caos e e sperare che dalla complessità emerga infine uno schema comprensibile,
11 dicembre 2006
Wouter goes to Modena
La settimana scorsa è stata interessante e sorprendente.
Siamo stati coinvolti all'ultimo momento nell'arrivo a Modena dei ragazzi di Up with people (in italiano Viva la gente) e ci è toccato in sorte di ospitare per tutta la settimana Wouter, un ragazzo olandese di vent'anni. A parte il fatto che ne io ne Annalisa a vent'anni eravamo così maturi e posati, le cose sono andate splendidamente.
La qual cosa non è poi così scontata, non solo perché quando ti prendi uno sconosciuto in casa non sai mai quanto le cose possano funzionare, ma soprattutto perché io ho un'allergia personale nei confronti di organizzazioni umanitarie/educative che hanno tra i propri obiettivi il miglioramento della vita sul nostro pianeta (mica scherzi, eh!). Voglio dire: bisogna avere delle convinzioni davvero forti per essere convinti di tali obiettivi, e convinzioni tanto forti sfociano spesso nello spirito missionario più aggressivo se non nel fondamentalismo più gretto e meschino.
Per fortuna con questi ragazzi le cose sembrano essere un po' diverse. Intanto il loro obiettivo è sì di cambiare il mondo, ma interagendo (e non predicando) con una comunità alla volta e questo è già un netto miglioramento rispetto alle ambizioni missionarie di altre organizzazioni. Soprattutto il metodo scelto per influenzare il pianeta è abbastanza originale.
Gli 81 ragazzi coinvolti in questo programma si sono ritrovati a Denver all'inizio di luglio, si sono conosciuti e hanno iniziato a lavorare allo spettacolo che nei mesi successivi hanno portato in giro per il mondo. Sono quindi partiti e per ognuna delle successive 18 settimane si sono fermati in una diversa città. ospiti di una diversa famiglia, interagendo quotidianamente con le associazioni di volontariato, le amministrazioni, le comunità che hanno visitato. Tutto questo per sei settimane negli Stati Uniti, per sei settimane in Giappone e infine per le ultime sei settimane in Europa.
Non so quanto questo viaggiare abbia effettivamente influenzato i luoghi che hanno visitato. Sicuramente l'esperienza accumulata è stata fondamentale per ognuno dei ragazzi coinvolti. I continui cambi di prospettiva, l'incessante attività, i contatti quotidiani con realtà molto diverse da quelle da cui provengono è una fonte d'arricchimento personale unica e insostituibile.
Da parte nostra è stato interessante confrontarsi con una persona tanto diversa per storia personale, attitudine e provenienza. Non so se siamo stati fortunati a pescare Wouter che si è rivelato una persona entusiasta, solare e molto paziente (chi conosce i nostri pargoli può forse capire meglio il riferimento) o se anche gli altri 80 ragazzi si sarebbero rivelati tali. Certo che a vederli sul palco nello spettacolo che hanno messo in scena alla fine della settimana il loro entusiasmo, la loro partecipazione, la loro passione erano evidenti.
Io rimango tuttora molto sospettoso riguardo alle organizzazioni come questa: non posso fare a meno di chiedermi dove vanno tutti i soldi che questi ragazzi investono per partecipare al programma, chi è che gestisce la baracca, cosa mette in moto e mantiene viva un'organizzazione come questa oltre ai buoni propositi e agli ideali che ne animano le manifestazioni esteriori. Però i ragazzi che hanno partecipato a questo programma hanno conquistato senz'altro la mia fiducia. Ed è già qualcosa.
Siamo stati coinvolti all'ultimo momento nell'arrivo a Modena dei ragazzi di Up with people (in italiano Viva la gente) e ci è toccato in sorte di ospitare per tutta la settimana Wouter, un ragazzo olandese di vent'anni. A parte il fatto che ne io ne Annalisa a vent'anni eravamo così maturi e posati, le cose sono andate splendidamente.
La qual cosa non è poi così scontata, non solo perché quando ti prendi uno sconosciuto in casa non sai mai quanto le cose possano funzionare, ma soprattutto perché io ho un'allergia personale nei confronti di organizzazioni umanitarie/educative che hanno tra i propri obiettivi il miglioramento della vita sul nostro pianeta (mica scherzi, eh!). Voglio dire: bisogna avere delle convinzioni davvero forti per essere convinti di tali obiettivi, e convinzioni tanto forti sfociano spesso nello spirito missionario più aggressivo se non nel fondamentalismo più gretto e meschino.
Per fortuna con questi ragazzi le cose sembrano essere un po' diverse. Intanto il loro obiettivo è sì di cambiare il mondo, ma interagendo (e non predicando) con una comunità alla volta e questo è già un netto miglioramento rispetto alle ambizioni missionarie di altre organizzazioni. Soprattutto il metodo scelto per influenzare il pianeta è abbastanza originale.
Gli 81 ragazzi coinvolti in questo programma si sono ritrovati a Denver all'inizio di luglio, si sono conosciuti e hanno iniziato a lavorare allo spettacolo che nei mesi successivi hanno portato in giro per il mondo. Sono quindi partiti e per ognuna delle successive 18 settimane si sono fermati in una diversa città. ospiti di una diversa famiglia, interagendo quotidianamente con le associazioni di volontariato, le amministrazioni, le comunità che hanno visitato. Tutto questo per sei settimane negli Stati Uniti, per sei settimane in Giappone e infine per le ultime sei settimane in Europa.
Non so quanto questo viaggiare abbia effettivamente influenzato i luoghi che hanno visitato. Sicuramente l'esperienza accumulata è stata fondamentale per ognuno dei ragazzi coinvolti. I continui cambi di prospettiva, l'incessante attività, i contatti quotidiani con realtà molto diverse da quelle da cui provengono è una fonte d'arricchimento personale unica e insostituibile.
Da parte nostra è stato interessante confrontarsi con una persona tanto diversa per storia personale, attitudine e provenienza. Non so se siamo stati fortunati a pescare Wouter che si è rivelato una persona entusiasta, solare e molto paziente (chi conosce i nostri pargoli può forse capire meglio il riferimento) o se anche gli altri 80 ragazzi si sarebbero rivelati tali. Certo che a vederli sul palco nello spettacolo che hanno messo in scena alla fine della settimana il loro entusiasmo, la loro partecipazione, la loro passione erano evidenti.
Io rimango tuttora molto sospettoso riguardo alle organizzazioni come questa: non posso fare a meno di chiedermi dove vanno tutti i soldi che questi ragazzi investono per partecipare al programma, chi è che gestisce la baracca, cosa mette in moto e mantiene viva un'organizzazione come questa oltre ai buoni propositi e agli ideali che ne animano le manifestazioni esteriori. Però i ragazzi che hanno partecipato a questo programma hanno conquistato senz'altro la mia fiducia. Ed è già qualcosa.
06 dicembre 2006
S'è fatta ora
| Picture by Iguana Jo. |
Confesso che non seguo molto le vicende delle italiche lettere ed è stato quindi un misto di sorpresa e soddisfazione scoprire con quanto entusiasmo sia stato accolto questo libro. Sorpresa perché per quanto la lettura del romanzo di Pascale sia soddisfacente non mi aspettavo certo di vederlo etichettato come capolavoro, soddisfazione perché tra i pregi del volume c'è certamente un approccio che di potrebbe ben definire scientifico all'esistenza, al mondo.
La mia perplessità nei confronti dei recensori di S'è fatta ora deriva soprattutto dal mio faticare a riconoscere come romanzo il libro in questione. Non che sia fondamentale definirlo come tale: se un libro è scritto bene, è interessante e/o stimola l'attività cerebrale, tanto dovrebbe bastare. Però mi piacerebbe davvero capire in cosa consiste l'aspetto romanzesco del volume. Leggendolo la mia impressione era infatti che si trattasse piuttosto di un libro di memorie, composto com'è da una serie di istantanee in cui l'autore fissa i momenti topici, gli attimi illuminanti di un'esistenza partendo dagli anni '70 per arrivare fino ad oggi. E poco importa se il protagonista è inventato o se rappresenti semplicemente un alter ego di Pascale stesso.
Probabilmente la qualità migliore di S'è fatta ora è la sua capacità di parlare del percorso di formazione di una persona direttamente, senza trucchetti, enfasi o ammiccamenti, senza nessuna aura nostalgica, con una tensione invece all'attualità e al futuro. Nonostante le evidenti differenze geografiche e culturali che ci caratterizzano m'è parso di riuscire a capire bene il punto di vista di Pascale. Forse perché siamo coetanei, forse perché entrambi abbiamo messo da poco al mondo una nuova generazione, ma nelle parole di S'è fatta ora sento molto forte l'esigenza di chiarirsi, di chiarire a proprio figlio chi siamo, da dove arriviamo.
Non so che effetto possa fare un libro come questo a un ventenne o a un sessantenne. La situazione italiana, il paese in cui ci ritroviamo a vivere, che in definitiva ci appartiene, è descritta in maniera lucida e appassionata. Non è però la descrizione del nostro panorama socio/politico/istituzionale il maggior pregio di S'è fatta ora, quanto piuttosto la capacità dell'autore di sviscerare pacatamente le pulsioni, le difficoltà e gli incontri che segnano la crescita di ognuno di noi. O almeno di quelli di noi intorno ai quaranta. In questo S'è fatta ora è stato una bella sopresa, un libro che (finalmente?) mi riavvicina alla narrativa italiana scritta da persone che hanno visto e vissuto qualcosa che posso comprendere senza troppe mediazioni.
…
04 dicembre 2006
Chi di top-ten ferisce…
Qualche giorno fa Amhran ha incautamente nominato un'ipotetica top-ten delle sue letture preferite. Noi che siamo persone prive di scrupoli le abbiamo chiesto conto di tale fantomatica classifica. Lei, essendo persona arguta e mordace, ha rilanciato proponendo un'intera serie di top-ten, la prima delle quali riguarda i classici immortali della letteratura mondiale.
Colto in contropiede non posso far altro che accettare il confronto, ecco quindi qui di seguito il mio modesto contributo all'eterno classificatorio.
Classici della Letteratura Mondiale.
1 - Il Maestro e Margherita di Mikhail Bulgakov
2 - Opinioni di un clown di Heinrich Böll
3 - Sulla strada di Jack Kerouak
4 - Il lungo addio di Raymond Chandler
5 - Cent'anni di solitudine di Gabriel Garcia Marquez
6 - I 49 racconti di Ernest Hemingway
7 - Il signore degli anelli di J.R.R. Tolkien
8 - Cronache Marziane di Ray Bradbury
9 - Fame di Knut Hamsun
10 - Fuga nelle tenebre di Arthur Schnitzler
A parte ogni altra considerazione (la più scontata delle quali è che se tra un mese mi doveste chiedere nuovamente questa classifica il risultato sarebbe probabilmente diverso), sì vede che non ho troppa familiarità coi classici?
Alla prossima TT!
Colto in contropiede non posso far altro che accettare il confronto, ecco quindi qui di seguito il mio modesto contributo all'eterno classificatorio.
Classici della Letteratura Mondiale.
1 - Il Maestro e Margherita di Mikhail Bulgakov
2 - Opinioni di un clown di Heinrich Böll
3 - Sulla strada di Jack Kerouak
4 - Il lungo addio di Raymond Chandler
5 - Cent'anni di solitudine di Gabriel Garcia Marquez
6 - I 49 racconti di Ernest Hemingway
7 - Il signore degli anelli di J.R.R. Tolkien
8 - Cronache Marziane di Ray Bradbury
9 - Fame di Knut Hamsun
10 - Fuga nelle tenebre di Arthur Schnitzler
A parte ogni altra considerazione (la più scontata delle quali è che se tra un mese mi doveste chiedere nuovamente questa classifica il risultato sarebbe probabilmente diverso), sì vede che non ho troppa familiarità coi classici?
Alla prossima TT!
27 novembre 2006
Flickr, lasagne & cioccolato
Ripensando alle mie esperienze sociali, credo di poter affermare che negli ultimi anni qualche miglioramento c'è stato. Una volta evitavo il più possibile ogni possibilità di incontro che riguardasse più di quattro persone. Non era una novità il fatto che preferissi di gran lunga stare per i fatti miei piuttosto che in compagnia, che la mia capacità di chiacchierare col prossimo rasentasse lo zero, che sebbene le persone in genere mi piacciano non andassi pazzo per le occasioni conviviali.
Ma le cose cambiano. Ultimamente il ritrovarmi in mezzo a gruppi eterogenei di persone non è più cosa così rara e inconsueta e l'apprezzare la compagnia di altri esseri umani è decisamente salita nella mia personale graduatoria delle attività gratificanti. Questo ovviamente non significa che gli altri apprezzino necessariamente la mia, di compagnia. Ma mi pare già qualcosa, no?
Vedi domenica per esempio. A parte ogni considerazione sulle quantità smodate di cibo che un essere umano medio è capace di ingurgitare quando messo nelle giuste condizioni. sull'altrettanto stupefacente effetto di sobria gaiezza capace di infondere un bicchiere di vino di quello buono (uno? vabbé, si fa per dire…). A parte tutti questi dettagli è bello scoprire che l'umanità in fondo non fa schifo, che in compagnia ci si sta bene, che anche i fotografi virtuali hanno un'anima. Vabbé, non voglio farla troppo lunga, che in fondo questo doveva essere solo un post di ringraziamenti. Ecco quindi qui di seguito i prodi flickriani che hanno sopportato ancora una volta la mia compagnia: grazie a Sarmax, alla Lui, a Matteo, a Simona, e grazie anche a Clay, Domenico, Marco ed Elena, che se pure non sono flickriani doc sono sempre delle belle persone. Un grazie anche ad Annalisa, che se ormai alla compagnia del sottoscritto dovrebbe essersi assuefatta, è comunque sempre in prima linea quando si tratta di rifocillare, intrattenere, ospitare gli amici che ci vengono a trovare.
Grazie a tutti per la splendida giornata. A presto.
Ah… dimenticavo, non so le foto degli altri, ma le mie non sono un gran che. È difficile scattare quando hai in una mano un bicchiere di vino, con l'altra stai cercando di ripulire il piatto che altrimenti ti perdi i dolci che i tuoi simpatici commensali ti stanno sfilando da sotto il naso e nel frattempo stai cercando di imbastire un discorso sensato sulla vita l'universo e tutto quanto… Per stavolta accontentatevi.
Ma le cose cambiano. Ultimamente il ritrovarmi in mezzo a gruppi eterogenei di persone non è più cosa così rara e inconsueta e l'apprezzare la compagnia di altri esseri umani è decisamente salita nella mia personale graduatoria delle attività gratificanti. Questo ovviamente non significa che gli altri apprezzino necessariamente la mia, di compagnia. Ma mi pare già qualcosa, no?
Vedi domenica per esempio. A parte ogni considerazione sulle quantità smodate di cibo che un essere umano medio è capace di ingurgitare quando messo nelle giuste condizioni. sull'altrettanto stupefacente effetto di sobria gaiezza capace di infondere un bicchiere di vino di quello buono (uno? vabbé, si fa per dire…). A parte tutti questi dettagli è bello scoprire che l'umanità in fondo non fa schifo, che in compagnia ci si sta bene, che anche i fotografi virtuali hanno un'anima. Vabbé, non voglio farla troppo lunga, che in fondo questo doveva essere solo un post di ringraziamenti. Ecco quindi qui di seguito i prodi flickriani che hanno sopportato ancora una volta la mia compagnia: grazie a Sarmax, alla Lui, a Matteo, a Simona, e grazie anche a Clay, Domenico, Marco ed Elena, che se pure non sono flickriani doc sono sempre delle belle persone. Un grazie anche ad Annalisa, che se ormai alla compagnia del sottoscritto dovrebbe essersi assuefatta, è comunque sempre in prima linea quando si tratta di rifocillare, intrattenere, ospitare gli amici che ci vengono a trovare.
Grazie a tutti per la splendida giornata. A presto.
Ah… dimenticavo, non so le foto degli altri, ma le mie non sono un gran che. È difficile scattare quando hai in una mano un bicchiere di vino, con l'altra stai cercando di ripulire il piatto che altrimenti ti perdi i dolci che i tuoi simpatici commensali ti stanno sfilando da sotto il naso e nel frattempo stai cercando di imbastire un discorso sensato sulla vita l'universo e tutto quanto… Per stavolta accontentatevi.
24 novembre 2006
Modena City (r)Amblers
Ma che fine hanno fatto i Modena City Ramblers?
Come ha fatto Cisco a ridursi così?
In questi giorni m'è capitato di ascoltare su KRock (sempre sia lodata) qualche brano dei nuovi dischi dei due soggetti summenzionati. Per quanto affetto possa avere per i compagni modenesi, per quanta simpatia possa nutrire per le loro posizioni politiche, sono sempre più dell'idea che se avessero chiuso li le loro rispettive attività sarebbe stato meglio per tutti. Almeno il ricordo della gloria passata avrebbe continuato ad alimentare il fuoco dei Ramblers.
Già in Viva la Vida si riusciva ad intuire che buona parte della forza se n'era andata, che un paio di grandi pezzi non bastano a rendere memorabile un disco, Mi son detto che forse era solo Cisco ad essere scarico (e sentire il suo esordio solista non fa che confermare la mia impressione). Purtroppo, per quello che ho sentito, questo Dopo il lungo inverno è davvero triste: più che canzoni si ascoltano lamentazioni, più che rock'n'roll nenie parrocchiali.
Dove sono finite la rabbia e il divertimento? La passione e l'orgoglio? Tutta la trascinante energia della loro musica? L'impegno non basta a fare poesia, figuriamo un disco dei Ramblers (almeno dei Ramblers che ricordo io).
Di gente che predica ce n'è già fin troppa in giro, ed essere dalla parte giusta non è mai una buona scusa per limitarsi a campare.
Siete una band di rock'n'roll o no?
Dimostratelo.
Come ha fatto Cisco a ridursi così?
In questi giorni m'è capitato di ascoltare su KRock (sempre sia lodata) qualche brano dei nuovi dischi dei due soggetti summenzionati. Per quanto affetto possa avere per i compagni modenesi, per quanta simpatia possa nutrire per le loro posizioni politiche, sono sempre più dell'idea che se avessero chiuso li le loro rispettive attività sarebbe stato meglio per tutti. Almeno il ricordo della gloria passata avrebbe continuato ad alimentare il fuoco dei Ramblers.
Già in Viva la Vida si riusciva ad intuire che buona parte della forza se n'era andata, che un paio di grandi pezzi non bastano a rendere memorabile un disco, Mi son detto che forse era solo Cisco ad essere scarico (e sentire il suo esordio solista non fa che confermare la mia impressione). Purtroppo, per quello che ho sentito, questo Dopo il lungo inverno è davvero triste: più che canzoni si ascoltano lamentazioni, più che rock'n'roll nenie parrocchiali.
Dove sono finite la rabbia e il divertimento? La passione e l'orgoglio? Tutta la trascinante energia della loro musica? L'impegno non basta a fare poesia, figuriamo un disco dei Ramblers (almeno dei Ramblers che ricordo io).
Di gente che predica ce n'è già fin troppa in giro, ed essere dalla parte giusta non è mai una buona scusa per limitarsi a campare.
Siete una band di rock'n'roll o no?
Dimostratelo.
22 novembre 2006
Signore della luce
Roger Zelazny mi sta cordialmente antipatico sin dalle mie prime esperienze di lettore. La sua presunta ricercatezza stilistica, l'insistenza su certe tematiche superomistiche, i suoi personaggi monodimensionali non me l'hanno mai fatto annoverare tra i miei autori di fantascienza preferiti.
Però in molti mi hanno continuato a ripetere negli anni quanto fosse bravo, quanto abbia contribuito a rinnovare la fantascienza, e soprattutto quanto i suoi primi romanzi fossero notevoli anche rispetto alla sua produzione successiva.
L''uscita su Urania Collezione di Signore della luce, unanimemente ritenuto la sua opera più riuscita, mi ha dunque costretto a dare un'ultima chance all'autore americano.
Beh… devo dire che rispetto alle altre sue cose lette (con la parziale eccezione di Io, Nomikos l'immortale) questo Signore della luce ha sicuramente dei pregi: la storia è sufficientemente avvincente, il montaggio della vicenda è efficace, la rivelazione progressiva della natura del mondo è ben calibrata e le sorprese non mancano.
Il romanzo si fa dunque leggere senza opporre eccessiva resistenza. Nonostante il caratteristico stile pomposo e l'ambientazione pseudo-esotica l'autore è riuscito a destare la mia attenzione.
In effetti proprio l'inusuale ambientazione poteva essere uno dei motivi di interesse del romanzo. Il mondo presentato da Zelazny ha come protagonista l'intero ricchissimo pantheon induista che l'autore non sfrutta solo per l'abbondante quantità di nomi e caratteristiche di dei, semidei e demoni vari, ma che invece utilizza come approfondita base per strutturare coerentemente tutta la società.
Lo sforzo di documentazione e citazione dell'autore è davvero notevole, ma secondo me non è sfruttato come avrebbe dovuto per quanto riguarda i personaggi: le loro motivazioni e soprattutto le relazioni che instaurano tra loro continuano ad avere un forte sapore occidentale. La qual cosa è anche comprensibile (i primi fondatori della civiltà planetaria non sono di origine indiana) ma procedendo nella lettura provoca un senso di sfasamento e di incoerenza tra la forte struttura simbolica dell'ambientazione e l'approccio totalmente mondano degli uomini e delle divinità coinvolti nella vicenda.
C'è poi da aggiungere che il background indiano è sfruttato narrativamente solo parzialmente, anche se in maniera fantascientificamente brillante, unicamente per spiegare l''eterno ciclo di rinascita che caratterizza la vita di tutti gli umani del pianeta.
In definitiva in questo Signore della luce ci sono tutte le caratteristiche di Zelazny che trovo irritanti (i superuomini sempre sull'orlo della crisi di nervi, l'eroe perfettamente imperfetto, la folla adorante - e sacrificabile - in attesa del salvatore, un linguaggio che cerca uno stile aulico/letterario/epico ma che a me fa venire il latte alle ginocchia, la pressoché totale mancanza di senso dell'umorismo), ma nel complesso la storia ha una sua forza e le vicende di queste pseudo divinità indiane si fanno leggere fino in fondo.
Però in molti mi hanno continuato a ripetere negli anni quanto fosse bravo, quanto abbia contribuito a rinnovare la fantascienza, e soprattutto quanto i suoi primi romanzi fossero notevoli anche rispetto alla sua produzione successiva.
L''uscita su Urania Collezione di Signore della luce, unanimemente ritenuto la sua opera più riuscita, mi ha dunque costretto a dare un'ultima chance all'autore americano.
Beh… devo dire che rispetto alle altre sue cose lette (con la parziale eccezione di Io, Nomikos l'immortale) questo Signore della luce ha sicuramente dei pregi: la storia è sufficientemente avvincente, il montaggio della vicenda è efficace, la rivelazione progressiva della natura del mondo è ben calibrata e le sorprese non mancano.
Il romanzo si fa dunque leggere senza opporre eccessiva resistenza. Nonostante il caratteristico stile pomposo e l'ambientazione pseudo-esotica l'autore è riuscito a destare la mia attenzione.
In effetti proprio l'inusuale ambientazione poteva essere uno dei motivi di interesse del romanzo. Il mondo presentato da Zelazny ha come protagonista l'intero ricchissimo pantheon induista che l'autore non sfrutta solo per l'abbondante quantità di nomi e caratteristiche di dei, semidei e demoni vari, ma che invece utilizza come approfondita base per strutturare coerentemente tutta la società.
Lo sforzo di documentazione e citazione dell'autore è davvero notevole, ma secondo me non è sfruttato come avrebbe dovuto per quanto riguarda i personaggi: le loro motivazioni e soprattutto le relazioni che instaurano tra loro continuano ad avere un forte sapore occidentale. La qual cosa è anche comprensibile (i primi fondatori della civiltà planetaria non sono di origine indiana) ma procedendo nella lettura provoca un senso di sfasamento e di incoerenza tra la forte struttura simbolica dell'ambientazione e l'approccio totalmente mondano degli uomini e delle divinità coinvolti nella vicenda.
C'è poi da aggiungere che il background indiano è sfruttato narrativamente solo parzialmente, anche se in maniera fantascientificamente brillante, unicamente per spiegare l''eterno ciclo di rinascita che caratterizza la vita di tutti gli umani del pianeta.
In definitiva in questo Signore della luce ci sono tutte le caratteristiche di Zelazny che trovo irritanti (i superuomini sempre sull'orlo della crisi di nervi, l'eroe perfettamente imperfetto, la folla adorante - e sacrificabile - in attesa del salvatore, un linguaggio che cerca uno stile aulico/letterario/epico ma che a me fa venire il latte alle ginocchia, la pressoché totale mancanza di senso dell'umorismo), ma nel complesso la storia ha una sua forza e le vicende di queste pseudo divinità indiane si fanno leggere fino in fondo.
20 novembre 2006
I.G.U.A.N.A. J.O.
Non mi ricordavo più dov'era, ma ora ho ritrovato la mia identità (statevi accorti):
17 novembre 2006
One from the Storr
| picture by Iguana Jo. |
Non discuto la qualità dell'immagine, vedere quanto è piaciuta è per me già una grande soddisfazione.
La quantità di visitatori e tutti gli apprezzamenti che questa foto ha ricevuto in questi mesi rappresentano un giusto tributo a un luogo fantastico. Dopotutto per me questa è solo una foto ricordo: quando la riguardo non vedo la foto, ritrovo invece quello straordinario panorama.
Ripenso alla salita per arrivare in cima, a Jacopo che non è mai stato un gran camminatore e che invece quel giorno è partito in quarta, non si fermava più e che anzi incitava Francesco a continuare la salita.
Ripenso alle montagne (e montagna pare una parola enorme per un posto che sarà si e no qualche centinaio di metri sul livello del mare) che sono così diverse e così simili a queste rocce scozzesi, sento il vento, la terra morbida sotto i piedi, le pecore che zompettano tra l'erba, il sole che improvvisamente squarcia le nuvole.
Insomma, mi manca la Scozia, mi manca una bella camminata nei boschi, mi mancano il senso di libertà e avventura, la fatica della montagna.
Ma domani vado a Bolzano.
Chissà, magari ci scappa pure un giretto tra i monti…
…
15 novembre 2006
Parliamo di Gaiman?
| Picture by Iguana Jo |
Gaiman rivela il meglio di sè quando ha il pieno controllo del mondo che racconta. Tolto Sandman, che meriterebbe di essere trattato a parte vista la sua eccezionalità, nei suoi romanzi è evidente un diverso approccio e una diversa qualità a seconda che si tratti di opere decisamente fantastiche o di romanzi dove il fantastico si intreccia con la nostra realtà condivisa.
Cos'hanno Coraline e Stardust in comune, e in cosa sono diversi (e migliori) rispetto a American Gods o a I ragazzi di Anansi, romanzi successivi e certo più ambiziosi?
Le avventure della bimba nella casa parallela o la ricerca di Tristran si svolgono in mondi chiusi, mondi in cui il controllo dell'autore è totale, mondi in cui non si muove foglia che lui non voglia. L'invenzione regna suprema, il fascino che questi luoghi hanno sul lettore è ineguagliabile: c'è magia e sostanza, emozione e partecipazione, tensione e divertimento. Cosa chiedere di più?
Magari un maggiore approfondimento, un romanzo più sostanzioso, una trama più complessa.
Ed ecco allora American Gods e I ragazzi di Anansi. Però qualcosa non funziona, non si prova lo stesso coinvolgimento, la scrittura per quanto brillante non colpisce con la stessa forza. La causa di tale distanza, che caratterizza entrambi i romanzi, è a mio avviso l'impossibilità per l'autore di avere il controllo totale della materia narrata. Gaiman ha bisogno di creare una realtà altra per poter affascinare e coinvolgere il lettore, che non appena il mondo che condividiamo prova a rivendicare la sua ingombrante presenza si iniziano ad avvertire i limiti della sua scrittura.
Sia American Gods che I ragazzi di Anansi sono romanzi piacevoli, avvincenti, ricchi di suggestioni e fascino, però non sono i Grandi romanzi che avrebbero potuto essere.
In entrambi Gaiman non osa fare il passo definitivo, preferisce chiudere gli occhi, evitare il confronto e limitarsi all'innocente invenzione fantastica, ad un mondo in cui nessuno si fa male per davvero.
Perché se anche Shadow & Charlie si muovono tra noi fanno di tutto per evitare di rimanere coinvolti. Tutte le scene in cui li si vede agire nel mondo si svolgono in posti chiusi, ristretti, luoghi in cui il rumore del mondo è ridotto al minimo indispensabile, quasi a una nota di colore, situazioni in cui la realtà è un dovere più che una necessità narrativa.
Certo, il risultato non è niente male e forse questo è il meglio che Gaiman è in grado di produrre.
Però a me dispiace, perché Coraline o Stardust mi hanno entusiasmato come solo Sandman era riuscito a fare e scorgere i limiti di quello che consideri uno dei tuoi autori preferiti non è mai una bella cosa. Soprattutto quando sei convinto che Gaiman abbia tutte le capacità e gli strumenti per immergersi completamente nella realtà e trarne conclusioni sorprendenti oltre a risultati più che soddisfacenti.
E il dubbio che non riesco a scacciare è che il buon Neil abbia scelto consapevolmente la strada più facile, quella che gli porta il massimo guadagno col minimo sforzo, una strada piena di luci ma che temo si rivelerà solo un vicolo cieco, almeno per questo lettore.
…
09 novembre 2006
Barrayar mon amour
E così è finita. Dopo 14 volumi la saga di Miles Vorkosigan sembra proprio essere giunta al capolinea anche per il sottoscritto.
Per me è finita. Ma forse l'ignaro lettore capitato per sbaglio in questo blog non ha la più pallida idea di chi o di che cosa io stia parlando. Ecco quindi qualche indizio per avvicinarsi al miglior ciclo fantascientifico mi sia mai capitato di leggere.
Lois McMaster Bujold ha il merito di essere la prima autrice che mi ha costretto a divorare un'intera saga in più volumi.
Scrivo divorare perché è quello che mi è sempre successo con tutti i romanzi del ciclo dei Vor. Se Immunità diplomatica, l'ultimo romanzo della serie, l'ho conservato per più di due anni prima di leggerlo è proprio perché sapevo che nonostante le sue 350 pagine sarebbe finito in fretta e poi addio.
Ma cos'hanno le storie della Bujold di tanto speciale da creare dipendenza?
I suoi romanzi non hanno particolari pregi stilistici, anzi. La scrittura è piuttosto piatta e lo svolgimento lineare, le invenzioni fantascientifiche non sono particolarmente innovative, i mondi e le società che tratteggia non brillano certo per originalità (anche se Cetaganda…).
Immergersi nell'universo dei Vor è un'esperienza di lettura unica soprattutto per l'incredibile miscela di leggerezza e complessità, per la disarmante umanità e l'abbondante ironia che contraddistingue le vicende di Miles e compagnia.
Miles Vorkosigan è il figlio sfigato di una nobile famiglia (ed eccezionale, se non altro per le origini) nel tetro e militarista mondo di Barrayar. Nato deforme a causa di un attentato alla madre incinta, ma contraddistinto fin da subito da una volontà ferrea e da una mente ossessiva, il buon Miles si farà strada nell'universo grazie al suo cervello e alla compagine di personaggi più o meno emarginati, più o meno scoppiati, che incontrerà nelle sue avventure.
Il tutto narrato con un tono leggero che non tralascia gli aspetti più cupi dell'esistenza ma che riesce comunque a non dimenticarsi quelli più giocosi e allegri, un raccontare che passa dai turbamenti amorosi che contraddistinguono l'esistenza di Miles alle più tetre riflessioni sulla manipolazione genetica, dalle sfrenate scene di azione alle drammatiche conseguenze dei pregiudizi dettati dall'ignoranza.
La saga si sviluppa per una dozzina di romanzi (tutti rigorosamente autoconclusivi) e un manciata di racconti in un crescendo continuo: dai primi romanzi che ancora soffrono di qualche piccola incertezza al capolavoro assoluto del penultimo capitolo dela vita di Miles, quel Guerra di Strategie che è la miglior commedia romantica mi sia mai capitato di leggere, dentro e fuori dall'ambito fantascientifico.
Leggetevi la Bujold insomma, che anche se non scrive opere rivoluzionarie, ne farà mai parte di alcuna avanguardia letteraria, scrive romanzi avvincenti, brillanti, intelligenti. Tre cose che nella fantascienza popolare degli ultimi decenni sono diventate sempre più rare e introvabili.
…………………………………………………………
Qui di seguito l'elenco dei volumi in ordine cronologico interno alla saga (diverso dall'ordine di pubblicazione originale dei singoli romanzi riportata a fianco del titolo):
- L'onore dei Vor, 1986
- Barrayar, 1991
- L'apprendista ammiraglio Vorkosigan, 1997
- Il gioco dei Vor, 1990
- Cetaganda, 1996
- La spia dei Dendarii, 1986
- L'eroe dei Vor, 1989 (racconti)
- Il nemico dei Vor, 1989
- I due Vorkosigan, 1994
- Memory, 1996
- Komarr, 1998
- Guerra di Strategie, 1999
- Festa d'inverno a Barrayar. 2004 (romanzo breve)
- Immunità diplomatica, 2002
…
Per me è finita. Ma forse l'ignaro lettore capitato per sbaglio in questo blog non ha la più pallida idea di chi o di che cosa io stia parlando. Ecco quindi qualche indizio per avvicinarsi al miglior ciclo fantascientifico mi sia mai capitato di leggere.
Lois McMaster Bujold ha il merito di essere la prima autrice che mi ha costretto a divorare un'intera saga in più volumi.
Scrivo divorare perché è quello che mi è sempre successo con tutti i romanzi del ciclo dei Vor. Se Immunità diplomatica, l'ultimo romanzo della serie, l'ho conservato per più di due anni prima di leggerlo è proprio perché sapevo che nonostante le sue 350 pagine sarebbe finito in fretta e poi addio.
Ma cos'hanno le storie della Bujold di tanto speciale da creare dipendenza?
I suoi romanzi non hanno particolari pregi stilistici, anzi. La scrittura è piuttosto piatta e lo svolgimento lineare, le invenzioni fantascientifiche non sono particolarmente innovative, i mondi e le società che tratteggia non brillano certo per originalità (anche se Cetaganda…).
Immergersi nell'universo dei Vor è un'esperienza di lettura unica soprattutto per l'incredibile miscela di leggerezza e complessità, per la disarmante umanità e l'abbondante ironia che contraddistingue le vicende di Miles e compagnia.
Miles Vorkosigan è il figlio sfigato di una nobile famiglia (ed eccezionale, se non altro per le origini) nel tetro e militarista mondo di Barrayar. Nato deforme a causa di un attentato alla madre incinta, ma contraddistinto fin da subito da una volontà ferrea e da una mente ossessiva, il buon Miles si farà strada nell'universo grazie al suo cervello e alla compagine di personaggi più o meno emarginati, più o meno scoppiati, che incontrerà nelle sue avventure.
Il tutto narrato con un tono leggero che non tralascia gli aspetti più cupi dell'esistenza ma che riesce comunque a non dimenticarsi quelli più giocosi e allegri, un raccontare che passa dai turbamenti amorosi che contraddistinguono l'esistenza di Miles alle più tetre riflessioni sulla manipolazione genetica, dalle sfrenate scene di azione alle drammatiche conseguenze dei pregiudizi dettati dall'ignoranza.
La saga si sviluppa per una dozzina di romanzi (tutti rigorosamente autoconclusivi) e un manciata di racconti in un crescendo continuo: dai primi romanzi che ancora soffrono di qualche piccola incertezza al capolavoro assoluto del penultimo capitolo dela vita di Miles, quel Guerra di Strategie che è la miglior commedia romantica mi sia mai capitato di leggere, dentro e fuori dall'ambito fantascientifico.
Leggetevi la Bujold insomma, che anche se non scrive opere rivoluzionarie, ne farà mai parte di alcuna avanguardia letteraria, scrive romanzi avvincenti, brillanti, intelligenti. Tre cose che nella fantascienza popolare degli ultimi decenni sono diventate sempre più rare e introvabili.
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Qui di seguito l'elenco dei volumi in ordine cronologico interno alla saga (diverso dall'ordine di pubblicazione originale dei singoli romanzi riportata a fianco del titolo):
- L'onore dei Vor, 1986
- Barrayar, 1991
- L'apprendista ammiraglio Vorkosigan, 1997
- Il gioco dei Vor, 1990
- Cetaganda, 1996
- La spia dei Dendarii, 1986
- L'eroe dei Vor, 1989 (racconti)
- Il nemico dei Vor, 1989
- I due Vorkosigan, 1994
- Memory, 1996
- Komarr, 1998
- Guerra di Strategie, 1999
- Festa d'inverno a Barrayar. 2004 (romanzo breve)
- Immunità diplomatica, 2002
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06 novembre 2006
Quello che fotografa
Mi chiedono una presentazione, qualche parola per presentare le mie foto. Non sono abituato a parlare di me, preferirei che le foto parlassero da sole. Però mi piace provare a fare cose nuove, e quindi eccomi qua.
Un tempo c'erano i viaggi e la necessità impellente di fissare ricordi: un panorama indimenticabile, un momento prezioso, un luogo appena scoperto. Una volta c'era la pellicola. C'era il momento dello scatto, quello dello sviluppo e poi, ultimo, il momento della visione. La fotografia nasceva ed era vissuta in tutto il suo processo come ricordo, come memoria.
Le cose cambiano.
I viaggi ci sono ancora e le foto ricordo pure, ma col tempo tra i miei scatti sono spuntate anche le persone, i particolari, le situazioni.
Poi è arrivata la fotografia digitale, e da quel momento per me è cambiato tutto.
Fermare l'attimo non è più (solo) memoria. Diventa invenzione, rivelazione.
Ora la fotografia è un mezzo per intravedere nuovi mondi dietro il velo di quello condiviso. Mi offre la possibilità di far parlare i luoghi con parole che nemmeno conoscevano.
Lavorare sulle immagini diventa un modo per rimodulare la realtà.
Fissare un'immagine è contemporaneamente una forma di inganno e una sorta di rivelazione. Insieme a ciò che fotografiamo nascondiamo e raccontiamo l'occhio, la visione, del fotografo. L'obiettivo è unire l'emozione all'informazione, la percezione al sogno, la verità alla finzione.
Io l'ho scoperto solo da poco, e queste sono alcune delle immagini che ho incontrato, che ho inventato lungo la strada.
Un tempo c'erano i viaggi e la necessità impellente di fissare ricordi: un panorama indimenticabile, un momento prezioso, un luogo appena scoperto. Una volta c'era la pellicola. C'era il momento dello scatto, quello dello sviluppo e poi, ultimo, il momento della visione. La fotografia nasceva ed era vissuta in tutto il suo processo come ricordo, come memoria.
Le cose cambiano.
I viaggi ci sono ancora e le foto ricordo pure, ma col tempo tra i miei scatti sono spuntate anche le persone, i particolari, le situazioni.
Poi è arrivata la fotografia digitale, e da quel momento per me è cambiato tutto.
Fermare l'attimo non è più (solo) memoria. Diventa invenzione, rivelazione.
Ora la fotografia è un mezzo per intravedere nuovi mondi dietro il velo di quello condiviso. Mi offre la possibilità di far parlare i luoghi con parole che nemmeno conoscevano.
Lavorare sulle immagini diventa un modo per rimodulare la realtà.
Fissare un'immagine è contemporaneamente una forma di inganno e una sorta di rivelazione. Insieme a ciò che fotografiamo nascondiamo e raccontiamo l'occhio, la visione, del fotografo. L'obiettivo è unire l'emozione all'informazione, la percezione al sogno, la verità alla finzione.
Io l'ho scoperto solo da poco, e queste sono alcune delle immagini che ho incontrato, che ho inventato lungo la strada.
04 novembre 2006
Sincronicità
Ieri qui è nata una piccola discussione sulla fotografia, il suo rapporto con la realtà, il confronto con altre forme d'arte.
Sempre ieri, vagando tra gli amici in rete ho beccato da zio Gil questa sua straordinaria definizione:
Una fotografia è la rappresentazione piatta e monosensoriale di una realtà a quattro dimensioni che coinvolge cinque sensi. Non c'è confronto, a meno di usare qualche trucco. (Ritoccare le immagini) non è tanto diverso dal preoccuparsi che il soggetto della foto sia ben illuminato e isolato dallo sfondo; o dalla scelta dell'inquadratura; o dalla cura nella composizione.
E' un tentativo come un altro di includere nell'immagine finale tutto il lavoro inconscio di selezione che il cervello opera quando osserviamo qualcosa dal vivo.
Quando si parla di coincidenze.
Sempre ieri, vagando tra gli amici in rete ho beccato da zio Gil questa sua straordinaria definizione:
Una fotografia è la rappresentazione piatta e monosensoriale di una realtà a quattro dimensioni che coinvolge cinque sensi. Non c'è confronto, a meno di usare qualche trucco. (Ritoccare le immagini) non è tanto diverso dal preoccuparsi che il soggetto della foto sia ben illuminato e isolato dallo sfondo; o dalla scelta dell'inquadratura; o dalla cura nella composizione.
E' un tentativo come un altro di includere nell'immagine finale tutto il lavoro inconscio di selezione che il cervello opera quando osserviamo qualcosa dal vivo.
Quando si parla di coincidenze.
02 novembre 2006
Rabbia per i morti, pietà per i vivi.
Come si fa a 35 anni ad andarsi a schiantare dopo la discoteca?
Come si fa morire in maniera più stupida stupida stupida di così?
Quante volte l'abbiamo già letto, visto, sentito? Quante volte lo abbiamo pensato?
Oggi è toccato a me andare a un funerale.
Matteo non era un amico, avevamo lavorato insieme qualche anno fa, era solo una persona che ti trovi inconsapevolmente al tuo fianco, un altro essere umano che per un po' ha fatto parte della tua vita. Mi piaceva Matteo. Per quel che valgono le impressioni a me è sempre sembrato uno buono, era allegro e generoso e disponibile. Matteo aveva gli occhi lo sguardo da bambino, ed è così che mi piace ricordarlo. Ma non so cosa cercasse, quali fossero le sue priorità. Se era felice.
Ora è morto.
Meritava una fine migliore.
Come si fa morire in maniera più stupida stupida stupida di così?
Quante volte l'abbiamo già letto, visto, sentito? Quante volte lo abbiamo pensato?
Oggi è toccato a me andare a un funerale.
Matteo non era un amico, avevamo lavorato insieme qualche anno fa, era solo una persona che ti trovi inconsapevolmente al tuo fianco, un altro essere umano che per un po' ha fatto parte della tua vita. Mi piaceva Matteo. Per quel che valgono le impressioni a me è sempre sembrato uno buono, era allegro e generoso e disponibile. Matteo aveva gli occhi lo sguardo da bambino, ed è così che mi piace ricordarlo. Ma non so cosa cercasse, quali fossero le sue priorità. Se era felice.
Ora è morto.
Meritava una fine migliore.
31 ottobre 2006
Gypsy Punk!
| Originally uploaded by Iguana Jo. |
Sarà quel che sarà ma è ormai da parecchio tempo che non ascolto più nulla di particolarmente eccitante, nuovo e stimolante.
Con un'unica meravigliosa eccezione: i Gogol Bordello.
Non so da cosa dipende. Se son capitati al momento giusto, se è il loro suono che mi ha folgorato, se semplicemente mi hanno fatto ricordare l'emozione della prima volta che ho ascoltato i Pogues o se nella voce di Eugene Hutz rieccheggia più di un qualcosa del buon vecchio Strummer.
Qualunque cosa sia l'effetto è fenomenale. Tutta l'energia del punk insieme ai ritmi slavi, la voce che mescola rabbia ingenuità umorismo e pazzia. Il loro live act che è quanto di più divertente appassionante coinvolgente si possa assistere.
Insomma, mescolate il tutto e avrete una miscela inconfondibile in cui si uniscono tradizioni musicali agli antipodi, in cui l'inglese si alterna al russo, allo spagnolo e anche (incredibilmente) all'italiano. Una musica in cui si può toccare con mano il melting pot globale, una mescolanza che nasce dal basso senza alcuna imposizione esterna, in cui elementi culturali diversi escono ancora più rafforzati dal confronto con l'altro.
Un punkrock bastardo, zingaro e vagabondo la cui ultima necessità è in fondo solo una disperata volontà di sopravvivenza, circondato com'è da una maggioranza che nel migliore dei casi è indifferente se non ostile a qualsiasi cosa non sia preconfezionata, riconoscibile, etichettabile, una maggioranza per cui chi viene da fuori (qualunque cosa sia questo fuori) è sospetto, equivoco, spaventoso.
Don't believe them for a moment
For a second, do not believe, my friend
When you are down, them are not coming
With a helping hand
Of course this is no us and them
But them they do not think the same
It's them who do not think
They never step on spiritual path
They paint their faces so differently from ours
And if you listen closely
That war it never stops
Be them new Romans
Don't envy them my friend
Be their lives longer
Their longer lives are spent
Without a love or faithful friend
All those things they have to rent
But we who see our destiny
In sound of this same old punk song
Let rest originality for sake of passing it around
Illuminating realization number one:
You are the only light there is
For yourself my friend
There'll be no saviors any soon coming down
And anyway illuminations
Never come from the crowned
Illuminating realization number one:
You are the only light there is
For yourself my friend
30 ottobre 2006
Altro che Star Wars!
Con colpevole ritardo ho finalmente avuto il piacere di vedere Serenity. A parte i soliti fantascientifici qualcuno l'ha mai sentito nominare?
La cosa mi lascia un pochino perplesso perché Serenity è tutto quello che la seconda trilogia di Star Wars avrebbe potuto essere senza nemmeno uno dei difetti che la caratterizzava.
Andando con ordine ci sono:
- personaggi memorabili, che uniscono in perfetto equilibrio tutti gli stereotipi del caso con quel pizzico di originalità che permette di identificarli e ricordarli nel tempo;
- dialoghi serrati, che nonostante l'infodump che devono per forza trasmettere rimangono brillanti e briosi per la maggior parte del tempo;
- scenografie, design ed effetti speciali che non fanno rimpiangere la ILM;
- un ritmo vertiginoso: succede un sacco di roba, ma la trama non si perde ne diventa del tutto incompresibile o confusa. Anzi, il sacco di roba che succede, incredibile a dirsi, fa avanzare la storia.
Perché è questo che soprattutto distingue Serenity da decine di altre pellicole di genere: è un film con una storia degna di essere raccontata.
Serenity ha in dosi massicce tutto quello che un film che mira al puro intrattenimento dello spettatore dovrebbe contenere di default e che invece troppo spesso si perde tra le pieghe e le contorsioni delle produzioni hollywoodiane.
Eppure un film del genere è passato praticamente inosservato, nessuna promozione da parte del distributore, invisibilità (o quasi) nelle sale, nemmeno tra gli appassionati nostrani c'è stato un gran fervore.
Mi viene il dubbio che 'sto genere di film piaccia solo a me…
Mi fate un favore? Dategli una possbilità, e poi, nel caso, insultatemi.
…
La cosa mi lascia un pochino perplesso perché Serenity è tutto quello che la seconda trilogia di Star Wars avrebbe potuto essere senza nemmeno uno dei difetti che la caratterizzava.
Andando con ordine ci sono:
- personaggi memorabili, che uniscono in perfetto equilibrio tutti gli stereotipi del caso con quel pizzico di originalità che permette di identificarli e ricordarli nel tempo;
- dialoghi serrati, che nonostante l'infodump che devono per forza trasmettere rimangono brillanti e briosi per la maggior parte del tempo;
- scenografie, design ed effetti speciali che non fanno rimpiangere la ILM;
- un ritmo vertiginoso: succede un sacco di roba, ma la trama non si perde ne diventa del tutto incompresibile o confusa. Anzi, il sacco di roba che succede, incredibile a dirsi, fa avanzare la storia.
Perché è questo che soprattutto distingue Serenity da decine di altre pellicole di genere: è un film con una storia degna di essere raccontata.
Serenity ha in dosi massicce tutto quello che un film che mira al puro intrattenimento dello spettatore dovrebbe contenere di default e che invece troppo spesso si perde tra le pieghe e le contorsioni delle produzioni hollywoodiane.
Eppure un film del genere è passato praticamente inosservato, nessuna promozione da parte del distributore, invisibilità (o quasi) nelle sale, nemmeno tra gli appassionati nostrani c'è stato un gran fervore.
Mi viene il dubbio che 'sto genere di film piaccia solo a me…
Mi fate un favore? Dategli una possbilità, e poi, nel caso, insultatemi.
…
26 ottobre 2006
Meat is murder?
| © giorgio raffaelli |
Diciamolo subito: per due terzi abbondanti del romanzo la sensazione che è andata via via aumentando, è stata quella di trovarsi di fronte a una ciofeca, un romanzo fastidioso nella sua furbizia, nella sua prevedibilità, nell'uso smodato del colpo basso per colpire il lettore allo stomaco. Irritazione è la parola che più definisce il mio rapporto con il libro.
Faber sa scrivere, non c'è dubbio. I personaggi che tratteggia raggiungono sempre un realismo tridimensionale. Le varie scene che compongono la vicenda sono ben delineate, avvincenti e credibili.
Ma allora cos'è che non funziona nel romanzo?
Due cose fondamentalmente: la credibilità globale della vicenda e l'intento smaccatamente pedagogico del romanzo.
Man mano che si procede nella storia la credibilità si perde in mille dettagli francamente incomprensibile alla luce del realismo cercato (disperatamente ?) dall'autore. La vicenda si svolge nel nord della Scozia, da almeno un paio d'anni Isserley, l'aliena protagonista del romanzo, fa sparire in media un autostoppista al giorno. Chi è stato da quelle parti sa quanto poco siano frequentate quelle lande, quindi mi aspetto che se un migliaio di persone scompare un minimo di allarme dovrebbe crearsi.
E invece zero.
Ma andiamo avanti.
La società aliena descritta nel romanzo è totalmente, drammaticamente, tragicamente umana nelle sue basi costituenti: i rapporti tra i sessi, tra le classi sociali, l'economia, la stessa forma mentis, tutto è tremendamente e incredibilmente umano. Non so come la pensate voi, ma per me non ha molto senso. Soprattutto per il rapporto con gli umani che caratterizza la loro presenza sul pianeta.
In effetti una delle cose che maggiormente rimprovero all'autore è l'incapacità di utilizzare e sfruttare appieno i canoni fantascientifici di cui approfitta abbondantemente per limitarsi invece a imbastire un pamplet moralista con l'ovvio scopo di convertire quel carnivoro di un lettore.
Perché questo è il fulcro del romanzo: la trasformazione degli esseri umani in carne da macello. E l'ovvia metafora tra la condizione degli umani nel romanzo e quella del bestiame che noi alleviamo è sin troppo trasparente. Ma non c'è alcuna finezza, alcuna mediazione: l'autore non lesina in particolari raccapriccianti, in colpi sotto la cintura, in brutalità gratuite e intenzionali. Che sarebbe forse anche divertenti o quanto meno interessanti. Ma l'autore bara, giocando con la sensibilità del lettore, ponendo in primo pianno la drammatica e avvincente vicenda di questa aliena deforme in missione sul nostro pianeta, avvicinandola a chi legge, facendo scattare tutti i meccanismi di identificazione possibili per poi utilizzare la breccia aperta per limitarsi far passare spudoratamente un messaggio da vegetariano integralista a scapito di tutte le potenzialità narrative che la vicenda poteva avere.
Paradossalmente il romanzo guadagna qualche punto nel finale, quando Faber abbandona il filone grottesco/raccapricciante per ritornare a raccontare la storia di Isserley. La scena del confronto con il figliodipapà ribelle è davvero notevole e la sua ultima uscita per le strade scozzesi non fa rimpiangere di essere arrivati in fondo al volume.
Ma ormai è tardi, che in definitiva l'impressione di essere presi in giro, con la conseguente irritazione e il fastidio che genera è la sensazione più forte che rimane a fine lettura.
…
10 ottobre 2006
tempi moderni
Ecco, queste sono le cose che mi fanno davvero capire che cazzo di mondo stiamo frequentando…
Leggete quanto scrive Vanamonde, credo che ogni ulteriore commento sia superfluo.
Leggete quanto scrive Vanamonde, credo che ogni ulteriore commento sia superfluo.
06 ottobre 2006
Il più brutto libro di fantascienza che abbia mai letto.
Visto che in questi giorni sembra ci sia un po' più di tranquillità vi voglio rendere partecipi di un brutto incontro fatto qualche mese fa, quando mi sono imbattutto nel più brutto libro di fantascienza mi sia mai capitato di leggere.
OK, quel "mai capitato di leggere" è un po' forte, forse ne ho letti di peggiori e sicuramente di peggiori ne esistono, fortunatamente il tempo aiuta a dimenticare gli episodi spiacevoli che hanno caratterizzato la nostra esperienza di lettore e quindi, al momento, il libro di cui sto per parlarvi è sicuramente il più brutto libro di fantascienza che io ricordi di aver letto.
A peggiorare le mie impressioni ha contribuito senz'altro il fatto che io riponevo la massima fiducia nell'editore del libro in questione. La collana in cui è uscito è nuovissima, rappresenta in effetti il suo biglietto da visita nel mondo crudele delle librerie. I primi volumi usciti, seppure non entusiasmanti, erano comunque dignitosi, in un paio di casi davvero molto molto buoni. E poi… ta-dan, squilli di trombe e rulli di tamburi, ecco a voi Un ponte sull'abisso di Catherine Asaro.
Mi rifiuto di raccontarvi la storia, che tanto è davvero puerile, mi limito a dirvi che mai come in questo caso mi sono imbattuto in tale valanga di luoghi comuni, situazioni ridicole, pretesti narrativi da scuola d'infanzia, ipotesi scientifiche degne del mago Otelma, e sviluppi sentimentali che al confronto un Harmony qualsiasi diventa un capolavoro della narrativa contemporanea. A tutto questo bendiddio aggiungiamoci una traduzione piatta piatta piatta, con delle trovate curiose (a me son rimaste impresse quelle scogliere senz'acqua a bagnarle…), e la totale mancanza di capacità di coinvolgimento del lettore (che già l'autrice ci mette del suo, se poi il traduttore contribuisce, siamo davvero finiti).
Insomma, se volte provare Odissea, la nuova collana di fantascienza edita da Delos fatevi un favore (e fatelo anche a Delos): scegliete Egan, Shepard, la Bujold ma non buttate via il vostro tempo e i vostri soldi con questo romanzo.
OK, quel "mai capitato di leggere" è un po' forte, forse ne ho letti di peggiori e sicuramente di peggiori ne esistono, fortunatamente il tempo aiuta a dimenticare gli episodi spiacevoli che hanno caratterizzato la nostra esperienza di lettore e quindi, al momento, il libro di cui sto per parlarvi è sicuramente il più brutto libro di fantascienza che io ricordi di aver letto.
A peggiorare le mie impressioni ha contribuito senz'altro il fatto che io riponevo la massima fiducia nell'editore del libro in questione. La collana in cui è uscito è nuovissima, rappresenta in effetti il suo biglietto da visita nel mondo crudele delle librerie. I primi volumi usciti, seppure non entusiasmanti, erano comunque dignitosi, in un paio di casi davvero molto molto buoni. E poi… ta-dan, squilli di trombe e rulli di tamburi, ecco a voi Un ponte sull'abisso di Catherine Asaro.
Mi rifiuto di raccontarvi la storia, che tanto è davvero puerile, mi limito a dirvi che mai come in questo caso mi sono imbattuto in tale valanga di luoghi comuni, situazioni ridicole, pretesti narrativi da scuola d'infanzia, ipotesi scientifiche degne del mago Otelma, e sviluppi sentimentali che al confronto un Harmony qualsiasi diventa un capolavoro della narrativa contemporanea. A tutto questo bendiddio aggiungiamoci una traduzione piatta piatta piatta, con delle trovate curiose (a me son rimaste impresse quelle scogliere senz'acqua a bagnarle…), e la totale mancanza di capacità di coinvolgimento del lettore (che già l'autrice ci mette del suo, se poi il traduttore contribuisce, siamo davvero finiti).
Insomma, se volte provare Odissea, la nuova collana di fantascienza edita da Delos fatevi un favore (e fatelo anche a Delos): scegliete Egan, Shepard, la Bujold ma non buttate via il vostro tempo e i vostri soldi con questo romanzo.
03 ottobre 2006
Creative Commons e dintorni
Tutto è cominciato da questa discussione a proposito delle licenze Creative Commons, del copyright, dell'uso improprio delle foto caricate in rete, sul confronto tra professionisti e dilettanti.
Personalmente ho adottato per tutte le mie foto una licenza Creative Commons che ne permette la libera circolazione per scopi non commerciali a patto di citare sempre la fonte di provenienza. Inoltre, come ulteriore precauzione carico tutte le mie foto su flickr in bassa risoluzione.
Non ho idea se le mie foto girino per la rete senza il mio permesso e/o infrangendo la licenza CC (se qualcuno le dovesse avvistare spero sia tanto gentile da comunicarmelo), di solito non ho problemi a lasciarle utilizzare anche nella versione in alta risoluzione purché venga rispettata la licenza CC che ho scelto.
Detto questo, c'è stata un'affermazione che mi ha colpito: la visibilità in internet si paga.
Mi ha colpito perché per me è sempre stato vero il contrario.
Per me la visibilità in internet è soprattutto un guadagno.
È vero, c'è sempre il rischio di rimanere fregati, di vedersi soffiare qualche foto, di vedere le proprie cose esposte senza il dovuto riconoscimento. Ma è poi così grave? Se il blog xyz mostra una mia foto a mia insaputa, se l'agenzia di affitti turistici usa un mio panorama per valorizzare il suo sito, se…
non c'è dubbio son tutte cose poco belle, ma siamo sicuri che sia poi così grave? Non sto minimizzando, è ovvio che sia sbagliato, ma del resto di persone disoneste è pieno l'orbe terracqueo. Io per chi lavoro? per chi fotografo? per loro?
Che visibilità hanno quelle foto? maggiore o minore rispetto a quella che hanno su flickr? il rischio che i siti che le mostrano possano essere riconosciuti per l'utilizzo improprio, con conseguente sputtanamento, è alto o basso? Il sito che ruba le foto è un sito serio?
Francamente che le mie foto vengano utilizzate per scopi che vanno al di là della licenza CC che gli ho assegnato mi dispiace fino a un certo punto, non ho intenzione di lasciarmi influenzare dai cattivi, soprattutto quanndo vedo tutti i vantaggi che ho rischiando l'esposizione flickriana.
Da quando ho iniziato quest'esperienza ho iniziato a vendere foto, a vendere servizi fotografici (pochi, ma meglio che niente), a pensare alla possibile esposizione IRL delle mie immagini. L'eventuale danno derivatomi da usi impropri delle mie immagini al confronto è irrisorio.
E qui arriviamo al discorso sui professionisti.
Perché a leggere quanto affermato nella discussione originaria ("se io scendo il prodotto della mia attività dilettantesca ad attività di tipo commerciale danneggio chi quella attività la fa ad uso professionale...") io sono tra quelli che danneggia il mestiere dei professionisti. Mi permetto di vendere le mie foto, mi propongo per realizzare servizi, eppure accidenti! non sono un professionista! Che devo fare? Smettere di fotografare?
Ma poi: cos'è che distingue un professionista da un dilettante? Non è unicamente la quantità di tempo e denaro che impiega e che smuove? Oppure uno fregiandosi del titolo di "professionista" diventa automaticamente un fotografo vero?
E perché un professionista dovrebbe sentirsi danneggiato da quello che faccio?
Ogni opinione in merito è benvenuta.
Personalmente ho adottato per tutte le mie foto una licenza Creative Commons che ne permette la libera circolazione per scopi non commerciali a patto di citare sempre la fonte di provenienza. Inoltre, come ulteriore precauzione carico tutte le mie foto su flickr in bassa risoluzione.
Non ho idea se le mie foto girino per la rete senza il mio permesso e/o infrangendo la licenza CC (se qualcuno le dovesse avvistare spero sia tanto gentile da comunicarmelo), di solito non ho problemi a lasciarle utilizzare anche nella versione in alta risoluzione purché venga rispettata la licenza CC che ho scelto.
Detto questo, c'è stata un'affermazione che mi ha colpito: la visibilità in internet si paga.
Mi ha colpito perché per me è sempre stato vero il contrario.
Per me la visibilità in internet è soprattutto un guadagno.
È vero, c'è sempre il rischio di rimanere fregati, di vedersi soffiare qualche foto, di vedere le proprie cose esposte senza il dovuto riconoscimento. Ma è poi così grave? Se il blog xyz mostra una mia foto a mia insaputa, se l'agenzia di affitti turistici usa un mio panorama per valorizzare il suo sito, se…
non c'è dubbio son tutte cose poco belle, ma siamo sicuri che sia poi così grave? Non sto minimizzando, è ovvio che sia sbagliato, ma del resto di persone disoneste è pieno l'orbe terracqueo. Io per chi lavoro? per chi fotografo? per loro?
Che visibilità hanno quelle foto? maggiore o minore rispetto a quella che hanno su flickr? il rischio che i siti che le mostrano possano essere riconosciuti per l'utilizzo improprio, con conseguente sputtanamento, è alto o basso? Il sito che ruba le foto è un sito serio?
Francamente che le mie foto vengano utilizzate per scopi che vanno al di là della licenza CC che gli ho assegnato mi dispiace fino a un certo punto, non ho intenzione di lasciarmi influenzare dai cattivi, soprattutto quanndo vedo tutti i vantaggi che ho rischiando l'esposizione flickriana.
Da quando ho iniziato quest'esperienza ho iniziato a vendere foto, a vendere servizi fotografici (pochi, ma meglio che niente), a pensare alla possibile esposizione IRL delle mie immagini. L'eventuale danno derivatomi da usi impropri delle mie immagini al confronto è irrisorio.
E qui arriviamo al discorso sui professionisti.
Perché a leggere quanto affermato nella discussione originaria ("se io scendo il prodotto della mia attività dilettantesca ad attività di tipo commerciale danneggio chi quella attività la fa ad uso professionale...") io sono tra quelli che danneggia il mestiere dei professionisti. Mi permetto di vendere le mie foto, mi propongo per realizzare servizi, eppure accidenti! non sono un professionista! Che devo fare? Smettere di fotografare?
Ma poi: cos'è che distingue un professionista da un dilettante? Non è unicamente la quantità di tempo e denaro che impiega e che smuove? Oppure uno fregiandosi del titolo di "professionista" diventa automaticamente un fotografo vero?
E perché un professionista dovrebbe sentirsi danneggiato da quello che faccio?
Ogni opinione in merito è benvenuta.
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