Sistemando la mia libreria su Anobii mi sono reso conto che negli ultimi 10 anni ho letto un sacco di libri scritti da Ian McEwan. Ecco quindi una breve rassegna delle mie impressioni di lettura riguardo la produzione dell'autore inglese nel corso del tempo.
Racconti: Primo amore, ultimi riti - Fra le lenzuola, 1975-1978
McEwan è uno scrittore straordinario, i suoi personaggi escono dalle pagine del libro e prendono vita con tutto il loro cumulo di disagi e paranoie o semplice necessità di raccontarsi. Dopo averne letto tanto in giro non sapevo bene cosa aspettarmi, ma non mi è sembrato che l'autore spingesse troppo sul pedale del morboso o della violenza. A parte il racconto Farfalle (agghiacciante eppure avvincente), gli altri racconti mi sono sembrati soprattutto esemplari nella loro capacità di descrivere la "normalità" della vita dei loro protagonisti. E poi c'è anche un tocco di umorismo sornione che proprio non mi aspettavo, vedi per esempio Cocker.
Il giardino di cemento, 1978
La cronaca della vita quotidiana di una famiglia particolare. Conturbante e trasgressivo, ma al contempo pieno di umanità, Il giardino di cemento è un romanzo in cui McEwan rigira la morale comune come un guanto. Decisamente inquietante ma indimenticabile.
Cortesie per gli ospiti, 1981
Cortesie per gli ospiti è forse il romanzo meno convincente tra la sua produzione degli esordi. La tensione verso i confini della relazioni, della morale, dell'umanità dei suoi personaggi mi pare trattata qui in modo un po' troppo artificioso e dimostrativo, troppo astratto per i miei gusti.
La lettura rimane comunque avvincente, forse un po' troppo tesa a solleticare la morbosità del lettore, del resto il disagio che riusciva a trasmettere McEwan con questi suoi romanzi era una bella sferzata alla normalità circostante.
Bambini nel tempo, 1987
Agghiacciante se hai dei figli, ma in un modo molto molto inglese.
Comunque bellissimo.
Lettera a Berlino, 1989
Probabilmente il romanzo di McEwan a cui sono più affezionato. Anche in questo caso, nonostante le apparenze che lo avvicinano al tipico best-seller spionistico a la Ludlum, emerge preponderante una delle caratteristiche più significative dell'autore: la capacità ineguagliabile di esplorare i territori ambigui della morale con una lucidità senza compromessi che sfiora la morbosità, ma che è al contempo priva di qualsiasi compiacimento o moralismo. Rimanendo sempre e comunque profondamente morale.
Cani neri, 1992
Cani neri mi ha sorpreso, un deciso cambio di atmosfere rispetto ai romanzi precedenti.
McEwan inizia con questo romanzo a normalizzarsi, la scrittura è sempre limpida, analitica, inesorabile, ma i temi e le situazioni si fanno più vicini all'esperienza del suo lettore tipo.
Lo preferivo prima, ma oh… non si può avere tutto.
L'inventore di sogni, 1994
Di Ian McEwan conosco bene l'abilità di muoversi attraverso le più tenui sfumature della moralità, la sua capacità di affrontare il male che ci circonda e ci appartiene, di raccontare in maniera esemplare l'ambiguità dei rapporti e delle relazioni dei suoi personaggi. Per questo motivo ero piuttosto curioso di leggerlo nell'inconsueta veste di autore per ragazzi.
L'inventore dei sogni è il più classico dei libri dedicati all'nfanzia: quante volte abbiamo letto di ragazzini trasformati in gatti o che si ritrovano improvvisamente adulti, di storie di prepotenze scolastiche o di incomprensioni familiari. Ma nonostante tutto il peso dei libri passati, rileggere le stesse vicende raccontate da un autore con la sensibilità di McEwan ce le restituisce come nuove al piacere della lettura. Onore al merito, quindi. Ora sono davvero curioso di sentire i miei figli cosa ne pensano.
L'amore fatale, 1997
Ho trovato L'amore fatale un po' troppo artificioso: come se si sentisse troppo la voce dell'autore a scapito di personaggi e avvenimenti. È sempre McEwan, e quindi comunque buono, ma non al livello dei suoi romanzi precedenti.
Espiazione, 2001
Quando mi sono finalmente deciso a leggere Espiazione era da un po' di tempo che non frequentavo McEwan. Nel corso del tempo le tematiche e i personaggi che andava esplorando coi sui romanzi si sono via via allontanati da quelle che sono le mie preferenze di lettore.
Ma Espiazione me l'hanno regalato e così alla fine la curiosità ha prevalso.
Diciamolo subito, arrivare in fondo alla prima parte del romanzo è stata una vera sofferenza: il continuo procrastinare l'esplosione della vicenda, il perdere tempo con la descrizione di fatti e personaggi per cui il mio interesse era prossimo allo zero, il rimandare il lettore a relazioni e situazioni sempre più sfuggenti, beh… stavo davvero per mollare tutto.
Poi per fortuna il romanzo cambia registro. Il racconto della disastrosa ritirata di Dunkerque è tutt'altra cosa rispetto alla narrazione delle vicende iniziali e la parte finale nella Londra sotto i bombardamenti è un piccolo gioiello per come riesce a rimanere in miracoloso equilibrio tra il racconto delle possibilità e quello dei fatti, tra l'espiazione e la colpa, tra la tragedia personale e quella collettiva.
Non so se in fondo il romanzo mi ha soddisfatto, troppo diverse le sensazioni nel corso della lettura. Di certo mi pare che Ian McEwan si sia definitivamente imborghesito (si potrà dire definitivamente qui?). Io lo preferivo quand'era più cattivo, quando la sua sensibilità si rivolgeva ai lati più oscuri dell'esistenza, quando si sforzava di comprendere e trattare con le persone comuni piuttosto che con quella sorta di elitè culturale che progressivamente è diventata la protagonista dei suoi romanzi.
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26 giugno 2008
24 giugno 2008
Canzoni da spiaggia (post deturpato e ignorante)
Queste brevi note sono dedicate al signore signorino del male idiotaignorante, con molto affetto.
Vent'anni fa il cd de Le luci della centrale elettrica (che evidentemente chiamarsi Vasco Brondi non fa abbastanza figo) Canzoni da spiaggia deturpata sarebbe diventato immediatamente uno dei miei dischi preferiti. Questo non significa che il disco suoni datato (per niente!), che il buon Vasco sia fuori tempo o fuori luogo (tutt'altro!), significa solo che ormai non ho più un'età da facili entusiasmi e precipitose attribuzioni di merito.
In effetti Canzoni da spiaggia deturpata si ascolta davvero volentieri: il suono e le intenzioni, le parole e le canzoni, tutto è curato e interessante e ben costruito. Sarà che il frullato di chitarre m'è sempre piaciuto, sarà che mi emoziono facilmente tra le distorsioni elettriche dissonanti e le morbidezze desertiche dell'acustica (ma forse sono solo troppo affezionato agli spiriti notturni del buon vecchio Tom Waits e alle spettrali cavalcate urbane dei Sonic Youth, chissà…), sarà che le parole scolpiscono le canzoni in una forma che era da tempo non mi capitava di sentire (però qualcosa per quell'accento ferrarese forse era il caso di farlo…), comunque sia al primo ascolto il disco mi ha davvero colpito e impressionato.
Ma non sono solo rose, che in fondo, a ravanare ben bene tra le tracce di questo disco c'è qualcosa che non mi torna. No, non è la musica, che continua imperterrita a piacermi, è piuttosto l'atteggiamento, il mood, il senso stesso del disco che tende a lasciarmi un po' perplesso. Dopo qualche ascolto non sono più così sicuro che siano solo applausi quel che si merita questo Vasco cresciuto tra la via Emilia e il west, o se invece non si meriti piuttosto di essere mandato un po' a provare cos'è la vita vera, che nonostante il panorama ci son luoghi ben peggiori dove crescere che non il suo personale inferno padano.
Oh, intendiamoci, sono convinto della sua buona fede, la sincerità dell'artista e la sofferenza ecc ecc. Magari il ragazzo ci marcia un po', ma è talmente bravo con le parole che se lo può pure permettere, però ecco, 'sto continuo lamentarsi e la vita di merda e la depressione cosmica, eccheccazzo basta! Se di questi anni zero non avrai un cazzo da raccontare ai figli che non avrai, forse qualche piccolo tentativo di fare qualcosa - anche solo una risata - invece che menarsela e basta potrebbe pure servire.
La rozza parafrasi del testo brondiano mi serve per arrivare a un altro punto topico. Ovunque nella sfera mediatica circostante sento ripetere e ribadire e stracitare a cazzo (secondo me!) quanto lo spirito imperituro di Rino Gaetano aleggi tra le tracce di questo disco. A me invece pare che non ci siano autori più diversi tra il calabrese buonanima e il giovane virgulto emiliano: tanto solare, ironico e divertito il primo, quanto cinico scazzato e serio il secondo. Tanto le parole di Rino Gaetano sono politiche e dolci e vitali, quanto quelle di Vasco Brondi suonano autoreferenziali e funeree e deprimenti.
Magari mi sbaglio, ma mi spiegate magari con parole semplici e comprensibili dove lo trovate Rino Gaetano nel disco di Vasco Brondi?
Ecco, direi di aver detto quel che avevo da dire, e quindi non date troppo retta al buon Niccolò li sopra. Non sono le Canzoni da spiaggia deturpata a essere inutili e superflue. piuttosto molti dei suoi effimeri estimatori.
Io intanto Vasco Brondi aka Le luci della centrale elettrica me lo sono segnato, sperando che nel frattempo coltivi un po' di sano senso dell'umorismo. Nel qual caso ne sentiremo davvero delle belle.
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Vent'anni fa il cd de Le luci della centrale elettrica (che evidentemente chiamarsi Vasco Brondi non fa abbastanza figo) Canzoni da spiaggia deturpata sarebbe diventato immediatamente uno dei miei dischi preferiti. Questo non significa che il disco suoni datato (per niente!), che il buon Vasco sia fuori tempo o fuori luogo (tutt'altro!), significa solo che ormai non ho più un'età da facili entusiasmi e precipitose attribuzioni di merito.
In effetti Canzoni da spiaggia deturpata si ascolta davvero volentieri: il suono e le intenzioni, le parole e le canzoni, tutto è curato e interessante e ben costruito. Sarà che il frullato di chitarre m'è sempre piaciuto, sarà che mi emoziono facilmente tra le distorsioni elettriche dissonanti e le morbidezze desertiche dell'acustica (ma forse sono solo troppo affezionato agli spiriti notturni del buon vecchio Tom Waits e alle spettrali cavalcate urbane dei Sonic Youth, chissà…), sarà che le parole scolpiscono le canzoni in una forma che era da tempo non mi capitava di sentire (però qualcosa per quell'accento ferrarese forse era il caso di farlo…), comunque sia al primo ascolto il disco mi ha davvero colpito e impressionato.
Ma non sono solo rose, che in fondo, a ravanare ben bene tra le tracce di questo disco c'è qualcosa che non mi torna. No, non è la musica, che continua imperterrita a piacermi, è piuttosto l'atteggiamento, il mood, il senso stesso del disco che tende a lasciarmi un po' perplesso. Dopo qualche ascolto non sono più così sicuro che siano solo applausi quel che si merita questo Vasco cresciuto tra la via Emilia e il west, o se invece non si meriti piuttosto di essere mandato un po' a provare cos'è la vita vera, che nonostante il panorama ci son luoghi ben peggiori dove crescere che non il suo personale inferno padano.
Oh, intendiamoci, sono convinto della sua buona fede, la sincerità dell'artista e la sofferenza ecc ecc. Magari il ragazzo ci marcia un po', ma è talmente bravo con le parole che se lo può pure permettere, però ecco, 'sto continuo lamentarsi e la vita di merda e la depressione cosmica, eccheccazzo basta! Se di questi anni zero non avrai un cazzo da raccontare ai figli che non avrai, forse qualche piccolo tentativo di fare qualcosa - anche solo una risata - invece che menarsela e basta potrebbe pure servire.
La rozza parafrasi del testo brondiano mi serve per arrivare a un altro punto topico. Ovunque nella sfera mediatica circostante sento ripetere e ribadire e stracitare a cazzo (secondo me!) quanto lo spirito imperituro di Rino Gaetano aleggi tra le tracce di questo disco. A me invece pare che non ci siano autori più diversi tra il calabrese buonanima e il giovane virgulto emiliano: tanto solare, ironico e divertito il primo, quanto cinico scazzato e serio il secondo. Tanto le parole di Rino Gaetano sono politiche e dolci e vitali, quanto quelle di Vasco Brondi suonano autoreferenziali e funeree e deprimenti.
Magari mi sbaglio, ma mi spiegate magari con parole semplici e comprensibili dove lo trovate Rino Gaetano nel disco di Vasco Brondi?
Ecco, direi di aver detto quel che avevo da dire, e quindi non date troppo retta al buon Niccolò li sopra. Non sono le Canzoni da spiaggia deturpata a essere inutili e superflue. piuttosto molti dei suoi effimeri estimatori.
Io intanto Vasco Brondi aka Le luci della centrale elettrica me lo sono segnato, sperando che nel frattempo coltivi un po' di sano senso dell'umorismo. Nel qual caso ne sentiremo davvero delle belle.
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17 giugno 2008
Un piccolo libro con tante belle storie dentro.
È passata ormai più di una settimana da quando ho finito di leggere i racconti della Piccola storia del 'se' caduto dal terrazzo e ancora non sono riuscito a definire qual è la qualità specifica che me li ha fatti piacere così tanto.
Le piccole storie di Lui Tasini sono infatti così ricche di suggestioni che per me è difficile andare a scovare il nucleo del suo raccontare, soprattutto per provare a spiegarlo a chi non la conosce.
Nelle istantanee che compongono questo volume si mescolano i fili della nostalgia per un'epoca che vive solo nel ricordo insieme con la meraviglia continua del vivere quotidiano. Le storie della Lui non vivono però dell'illusione del buon tempo andato anzi, gli spigoli vivi dell'esistenza su cui tutti ci siamo feriti sono sempre ben evidenti, ma insieme al dolore c'è sempre la consolazione che solo la vicinanza di un'altra persona è in grado di dare. Non sono favole, ma sono comunque universali, non sono ingenue, sono così semplicemente umane da essere commoventi e soprattutto vanno dirette al cuore delle cose senza perdersi in preamboli, in voli pindarici o in compiaciute complicazioni stilistiche.
No, è inutile, per quanti tentativi faccia di inquadrare questi microracconti in un modello di riferimento, essi sfuggono a una veloce classificazione. Forse la qualità inconsueta che caratterizza la produzione della Lui è la totale mancanza di quel cinismo che pare essere ormai un ingrediente fondamentale del nostro vivere quotidiano. Le storie di questa raccolta sono totalmente aperte, non nascondono nulla e nulla hanno da nascondere. Ci si ritrova come a casa, senza maschere da indossare o sottigliezze interpretative da tirare in ballo. In questi racconti ci si deve confrontare con l'improvvisa sospensione della realtà virtuale in cui tutti siamo immersi, per ritrovarsi senza fiato a confrontarsi con la vita vera, quella che emerge dalle pagine della Lui, quella dei suoi personaggi, tanto familiari quanto dimenticati, quella di una Storia quotidiana fuori dalla luce dei riflettori, ma tanto, tanto vicina al cuore delle cose.
Per un assaggio del mondo della Lui potete cliccare sulla foto qui sopra e poi da lì iniziare a vagabondare per il suo stream.
Ah… dimenticavo.
L'unico difetto di questo libro è che non lo riuscirete a trovare in libreria.
L'autrice ha infatti deciso di autoprodurlo e per trovarlo dovrete andare qui. Buona lettura.
…
Le piccole storie di Lui Tasini sono infatti così ricche di suggestioni che per me è difficile andare a scovare il nucleo del suo raccontare, soprattutto per provare a spiegarlo a chi non la conosce.
Nelle istantanee che compongono questo volume si mescolano i fili della nostalgia per un'epoca che vive solo nel ricordo insieme con la meraviglia continua del vivere quotidiano. Le storie della Lui non vivono però dell'illusione del buon tempo andato anzi, gli spigoli vivi dell'esistenza su cui tutti ci siamo feriti sono sempre ben evidenti, ma insieme al dolore c'è sempre la consolazione che solo la vicinanza di un'altra persona è in grado di dare. Non sono favole, ma sono comunque universali, non sono ingenue, sono così semplicemente umane da essere commoventi e soprattutto vanno dirette al cuore delle cose senza perdersi in preamboli, in voli pindarici o in compiaciute complicazioni stilistiche.
No, è inutile, per quanti tentativi faccia di inquadrare questi microracconti in un modello di riferimento, essi sfuggono a una veloce classificazione. Forse la qualità inconsueta che caratterizza la produzione della Lui è la totale mancanza di quel cinismo che pare essere ormai un ingrediente fondamentale del nostro vivere quotidiano. Le storie di questa raccolta sono totalmente aperte, non nascondono nulla e nulla hanno da nascondere. Ci si ritrova come a casa, senza maschere da indossare o sottigliezze interpretative da tirare in ballo. In questi racconti ci si deve confrontare con l'improvvisa sospensione della realtà virtuale in cui tutti siamo immersi, per ritrovarsi senza fiato a confrontarsi con la vita vera, quella che emerge dalle pagine della Lui, quella dei suoi personaggi, tanto familiari quanto dimenticati, quella di una Storia quotidiana fuori dalla luce dei riflettori, ma tanto, tanto vicina al cuore delle cose.
Per un assaggio del mondo della Lui potete cliccare sulla foto qui sopra e poi da lì iniziare a vagabondare per il suo stream.
Ah… dimenticavo.
L'unico difetto di questo libro è che non lo riuscirete a trovare in libreria.
L'autrice ha infatti deciso di autoprodurlo e per trovarlo dovrete andare qui. Buona lettura.
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11 giugno 2008
Indiana Jones e non ci sono più gli inseguimenti di una volta.
So cosa state pensando. Del resto me l'avevano detto tutti: ci rimarrai male, Indy è vecchio, son passati vent'anni…
Ma sono un testone. Anzi, di più: sono un testone romantico e Indiana Jones è un personaggio che mi ha accompagnato per un sacco di tempo. Il minimo che potessi fare era rivederlo al cinema per un'ultima volta, no?
Che poi, in definitiva, Indiana Jones è l'unico che non tradisce le mie aspettative. Si vede che anche Harrison Ford è affezionato a quella frusta e a quel cappello.
I punti dolenti son ben altri, su tutti l'incredibile sciatteria con cui è stato portato avanti il progetto. Tutta nella realizzazione del film sembra improvvisato, dal soggetto alla sceneggiatura, dalla scelta dei personaggi (quel tizio NON può essere il figlio di Indy!) alla post-produzione digitale. In parte ero preparato, a parte gli avvertimenti degli amici, sono ormai più di dieci che Steven Spielberg e George Lucas non raccontano una storia senza banalizzarla, che sembrano subordinare sceneggiatura e messa in scena a esigenze che con il Cinema hanno poco a che fare (penso a videogame e a spot pubblicitari, che mi sembrano essere diventati il loro obiettivo primario, almeno a guardare le ultime prove del dinamico duo). Però una certezza mi era rimasta. Almeno lo spettacolo puramente visivo, la tecnica sopraffina, la capacità di catturare lo spettatore con il movimento di macchina mescolato alla cgi, beh… questi aspetti li davo quasi per scontati avendo a che fare con la premiata ditta S & L.
Invece Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo è stata una delusione anche da questo punto di vista: troppo evidente l'uso del digitale all'interno di ambientazioni naturali (penso alla necropoli sopra Nazca, all'accampamento nella giungla, allo strapiombo a lato della strada, all'anfibio nella cascata, etc. etc.) troppo lunghe ed esagerate e pedestri molte delle scene d'azione (il serpente, l'inseguimento nella foresta, la discesa nel fiume, i vari meccanismi e i passaggi segreti), troppo macchinose e ripetitive le soluzioni narrative (gli interrogatori, i confronti tra i personaggi, le sparatorie).
Non tutto è da buttar via: il prologo è efficace, le formiche sanno di deja-vù ma mantengono una loro dignità, la scena finale è potente, ma oh… non stiamo mica parlando di un esordio, Spielberg e Lucas sono i due tizi che 'ste cose le hanno inventate e predicate e praticate come mai nessuno prima negli ultimi 30 anni!
Insomma, se ci si poteva aspettare qualche delusione dal vedere un Indiana Jones ormai invecchiato (e invece Harrison Ford è praticamente perfetto nel ruolo) quello che mi ha davvero deluso è stato constatare l'evidente decadimento senile dei creatori di sogni della mia generazione.
Per certa gente non sono i chilometri, son proprio gli anni…
…
Ma sono un testone. Anzi, di più: sono un testone romantico e Indiana Jones è un personaggio che mi ha accompagnato per un sacco di tempo. Il minimo che potessi fare era rivederlo al cinema per un'ultima volta, no?
Che poi, in definitiva, Indiana Jones è l'unico che non tradisce le mie aspettative. Si vede che anche Harrison Ford è affezionato a quella frusta e a quel cappello.
I punti dolenti son ben altri, su tutti l'incredibile sciatteria con cui è stato portato avanti il progetto. Tutta nella realizzazione del film sembra improvvisato, dal soggetto alla sceneggiatura, dalla scelta dei personaggi (quel tizio NON può essere il figlio di Indy!) alla post-produzione digitale. In parte ero preparato, a parte gli avvertimenti degli amici, sono ormai più di dieci che Steven Spielberg e George Lucas non raccontano una storia senza banalizzarla, che sembrano subordinare sceneggiatura e messa in scena a esigenze che con il Cinema hanno poco a che fare (penso a videogame e a spot pubblicitari, che mi sembrano essere diventati il loro obiettivo primario, almeno a guardare le ultime prove del dinamico duo). Però una certezza mi era rimasta. Almeno lo spettacolo puramente visivo, la tecnica sopraffina, la capacità di catturare lo spettatore con il movimento di macchina mescolato alla cgi, beh… questi aspetti li davo quasi per scontati avendo a che fare con la premiata ditta S & L.
Invece Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo è stata una delusione anche da questo punto di vista: troppo evidente l'uso del digitale all'interno di ambientazioni naturali (penso alla necropoli sopra Nazca, all'accampamento nella giungla, allo strapiombo a lato della strada, all'anfibio nella cascata, etc. etc.) troppo lunghe ed esagerate e pedestri molte delle scene d'azione (il serpente, l'inseguimento nella foresta, la discesa nel fiume, i vari meccanismi e i passaggi segreti), troppo macchinose e ripetitive le soluzioni narrative (gli interrogatori, i confronti tra i personaggi, le sparatorie).
Non tutto è da buttar via: il prologo è efficace, le formiche sanno di deja-vù ma mantengono una loro dignità, la scena finale è potente, ma oh… non stiamo mica parlando di un esordio, Spielberg e Lucas sono i due tizi che 'ste cose le hanno inventate e predicate e praticate come mai nessuno prima negli ultimi 30 anni!
Insomma, se ci si poteva aspettare qualche delusione dal vedere un Indiana Jones ormai invecchiato (e invece Harrison Ford è praticamente perfetto nel ruolo) quello che mi ha davvero deluso è stato constatare l'evidente decadimento senile dei creatori di sogni della mia generazione.
Per certa gente non sono i chilometri, son proprio gli anni…
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06 giugno 2008
Nuove occasioni per vecchie ossessioni
Uno alla volta o in piccoli gruppi, un po' alla chetichella o sbandierandolo ai quattro venti, molti dei miei contatti in rete sono precipitati in questo nuovo vortice succhia-tempo. Nonostante la tentazione e le lusinghe di molti di voi io ho resistito per quasi un anno, ma da ieri ne sono rimasto inesorabilmente attratto. In due giorni di immersione ho già provveduto a scaricarci sopra una cinquantina di volumi.
Se non fosse ancora chiaro, beh… sto parlando di Anobii, che per un catalogatore compulsivo come me rappresenta davvero la strada per la perdizione.
Al momento sto inserendo nella libreria solo i volumi che ho già commentato in qualche modo, qui o nelle mie incarnazioni internettare precedenti, poi si vedrà. Se considero che il mio database domestico ha registrati al momento più o meno 1400 volumi, direi che avrò da divertirmi per parecchi mesi.
Yuppieeeeeeee!
(Aaargh!)
…
Se non fosse ancora chiaro, beh… sto parlando di Anobii, che per un catalogatore compulsivo come me rappresenta davvero la strada per la perdizione.
Al momento sto inserendo nella libreria solo i volumi che ho già commentato in qualche modo, qui o nelle mie incarnazioni internettare precedenti, poi si vedrà. Se considero che il mio database domestico ha registrati al momento più o meno 1400 volumi, direi che avrò da divertirmi per parecchi mesi.
Yuppieeeeeeee!
(Aaargh!)
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05 giugno 2008
Rapporto letture - Maggio 2008
Ecco qui l'elenco delle letture di maggio:
David Foster Wallace - Considera l'aragosta
È da qualche settimana che ci penso, ma non riesco proprio a ricordare un altro volume con una tale concentrazione di scrittura brillante, chiarezza d'esposizione e pura e semplice intelligenza. Che scriva di industria del porno o di Dostoevskij, di politica o dell'umorismo di Kafka, di aragoste o di talk-show radiofonici David Foster Wallace dimostra ogni volta (come se ce ne fosse bisogno!) una capacità ultraterrena di rendere interessante, illuminante e divertente qualsiasi argomento si trovi ad affrontare.
Una nota particolare per il saggio "Autorità e uso della lingua": non avrei mai immaginato che mi sarei tanto appassionato alla recensione di un dizionario. In questo saggio, probabilmente il più significativo dell'intera raccolta, Wallace riesce a parlare dell'uso della lingua, delle implicazioni politiche che sempre il linguaggio porta con se e della lotta - politica - tra studiosi di correnti diverse in un modo che non credevo fosse nemmeno immaginabile: visto l'argomento mi sarei aspettato di trovarmi immerso nella lettura di un mattone terrificante e invece, oltre ad essere illuminante come di consueto, la lettura di questo saggio è stata pure estremamente goduriosa. Provare per credere.
Ian McDonald - Empire Dreams
A Ian McDonald sono molto affezionato. Per me è uno dei migliori scrittori di fantascienza in circolazione, ma è praticamente sconosciuto in Italia, nonostante siano ormai più di vent'anni che sforna magnifici romanzi.
Empire Dreams è la sua prima antologia di racconti. Pubblicato nell'ormai lontano 1988 è un volume decisamente variegato per temi e situazioni, ma assolutamente coerente per lo stile e la personalità dell'autore. Le caratteristiche che da sempre contraddistinguono la produzione di Ian McDonald sono infatti ben evidenti già in queste opere d'esordio: un'immaginazione sfrenata, da lasciare a bocca aperta anche il più scafato frequentatore del genere; una scrittura estremamente curata, che se anche scivola in qualche racconto verso uno stile un po' troppo barocco rimane sempre di una qualità decisamente superiore agli standard fantascientifici medi; una notevole attenzione nella creazione e nella caratterizzazione dei personaggi, capaci di rimanere impressi come poche volte accade nella memoria del lettore.
Non tutti i racconti dell'antologia sono dei capolavori, ma a me ha fatto particolarmente piacere ritornare sul Marte terraformato del suo romanzo d'esordio, dare un'occhiata all'Irlanda che attraversa molte sue storie, incontrare un Van Gogh inedito e spingermi ai confini del sistema solare per poi tornare precipitosamente a terra.
Per tutti questi motivi non smetterò mai di consigliare a tutti di provare almeno una volta la fantascienza di Ian McDonald.
Un ringraziamento particolare lo devo ad Anna FDD che non solo mi ha regalato quest'antologia che risulta ormai introvabile, ma me l'ha pure fatta autografare (con la dedica!) dall'autore stesso.
Joe R. Lansdale - La notte del drive-in 3
Era proprio ora di tornare nel folle Drive-In del mio texano preferito!
C'è poco da dire, il Lansdale che adoro non è quello degli ultimi tempi che pur con tutte le sue incredibili capacità compositive sforna romanzi che sono diventati via via sempre più normali, ma quello capace di mescolare nella maniera più sbracata splatter, fantascienza, volgarità gratuite e azione sfrenata, il tutto in un contesto quasi metafisico in cui alla risata liberatoria segue spesso e volentieri l'istante di puro genio. Questo è l'Orbit che ricordavo e questa terza incursione nei suoi territori non delude le aspettative. Ci son voluti 11 anni. Valeva la pena aspettare.
Ian McEwan - L'inventore dei sogni
Di Ian McEwan conosco bene l'abilità di muoversi attraverso le più tenui sfumature della moralità, la sua capacità di affrontare il male che ci circonda e ci appartiene, di raccontare in maniera esemplare l'ambiguità dei rapporti e delle relazioni dei suoi personaggi. Per questo motivo ero piuttosto curioso di leggerlo nell'inconsueta veste di autore per ragazzi.
L'inventore dei sogni è il più classico dei libri dedicati all'nfanzia: quante volte abbiamo letto di ragazzini trasformati in gatti o che si ritrovano improvvisamente adulti, di storie di prepotenze scolastiche o di incomprensioni familiari. Ma nonostante tutto il peso dei libri passati, rileggere le stesse vicende raccontate da un autore con la sensibilità di McEwan ce le restituisce come nuove al piacere della lettura. Onore al merito, quindi. Ora sono davvero curioso di sentire i miei figli cosa ne pensano.
Questo è tutto per il mese appena trascorso. Per la prossima puntata aspettatevi ancora fantascienza, un salto nella nuova letteratura americana e qualche assaggio di scrittori nostrani.
Seguite i link per le letture di gennaio, febbraio, marzo e aprile.
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David Foster Wallace - Considera l'aragosta
È da qualche settimana che ci penso, ma non riesco proprio a ricordare un altro volume con una tale concentrazione di scrittura brillante, chiarezza d'esposizione e pura e semplice intelligenza. Che scriva di industria del porno o di Dostoevskij, di politica o dell'umorismo di Kafka, di aragoste o di talk-show radiofonici David Foster Wallace dimostra ogni volta (come se ce ne fosse bisogno!) una capacità ultraterrena di rendere interessante, illuminante e divertente qualsiasi argomento si trovi ad affrontare.
Una nota particolare per il saggio "Autorità e uso della lingua": non avrei mai immaginato che mi sarei tanto appassionato alla recensione di un dizionario. In questo saggio, probabilmente il più significativo dell'intera raccolta, Wallace riesce a parlare dell'uso della lingua, delle implicazioni politiche che sempre il linguaggio porta con se e della lotta - politica - tra studiosi di correnti diverse in un modo che non credevo fosse nemmeno immaginabile: visto l'argomento mi sarei aspettato di trovarmi immerso nella lettura di un mattone terrificante e invece, oltre ad essere illuminante come di consueto, la lettura di questo saggio è stata pure estremamente goduriosa. Provare per credere.
Ian McDonald - Empire Dreams
A Ian McDonald sono molto affezionato. Per me è uno dei migliori scrittori di fantascienza in circolazione, ma è praticamente sconosciuto in Italia, nonostante siano ormai più di vent'anni che sforna magnifici romanzi.
Empire Dreams è la sua prima antologia di racconti. Pubblicato nell'ormai lontano 1988 è un volume decisamente variegato per temi e situazioni, ma assolutamente coerente per lo stile e la personalità dell'autore. Le caratteristiche che da sempre contraddistinguono la produzione di Ian McDonald sono infatti ben evidenti già in queste opere d'esordio: un'immaginazione sfrenata, da lasciare a bocca aperta anche il più scafato frequentatore del genere; una scrittura estremamente curata, che se anche scivola in qualche racconto verso uno stile un po' troppo barocco rimane sempre di una qualità decisamente superiore agli standard fantascientifici medi; una notevole attenzione nella creazione e nella caratterizzazione dei personaggi, capaci di rimanere impressi come poche volte accade nella memoria del lettore.
Non tutti i racconti dell'antologia sono dei capolavori, ma a me ha fatto particolarmente piacere ritornare sul Marte terraformato del suo romanzo d'esordio, dare un'occhiata all'Irlanda che attraversa molte sue storie, incontrare un Van Gogh inedito e spingermi ai confini del sistema solare per poi tornare precipitosamente a terra.
Per tutti questi motivi non smetterò mai di consigliare a tutti di provare almeno una volta la fantascienza di Ian McDonald.
Un ringraziamento particolare lo devo ad Anna FDD che non solo mi ha regalato quest'antologia che risulta ormai introvabile, ma me l'ha pure fatta autografare (con la dedica!) dall'autore stesso.
Joe R. Lansdale - La notte del drive-in 3
Era proprio ora di tornare nel folle Drive-In del mio texano preferito!
C'è poco da dire, il Lansdale che adoro non è quello degli ultimi tempi che pur con tutte le sue incredibili capacità compositive sforna romanzi che sono diventati via via sempre più normali, ma quello capace di mescolare nella maniera più sbracata splatter, fantascienza, volgarità gratuite e azione sfrenata, il tutto in un contesto quasi metafisico in cui alla risata liberatoria segue spesso e volentieri l'istante di puro genio. Questo è l'Orbit che ricordavo e questa terza incursione nei suoi territori non delude le aspettative. Ci son voluti 11 anni. Valeva la pena aspettare.
Ian McEwan - L'inventore dei sogni
Di Ian McEwan conosco bene l'abilità di muoversi attraverso le più tenui sfumature della moralità, la sua capacità di affrontare il male che ci circonda e ci appartiene, di raccontare in maniera esemplare l'ambiguità dei rapporti e delle relazioni dei suoi personaggi. Per questo motivo ero piuttosto curioso di leggerlo nell'inconsueta veste di autore per ragazzi.
L'inventore dei sogni è il più classico dei libri dedicati all'nfanzia: quante volte abbiamo letto di ragazzini trasformati in gatti o che si ritrovano improvvisamente adulti, di storie di prepotenze scolastiche o di incomprensioni familiari. Ma nonostante tutto il peso dei libri passati, rileggere le stesse vicende raccontate da un autore con la sensibilità di McEwan ce le restituisce come nuove al piacere della lettura. Onore al merito, quindi. Ora sono davvero curioso di sentire i miei figli cosa ne pensano.
Questo è tutto per il mese appena trascorso. Per la prossima puntata aspettatevi ancora fantascienza, un salto nella nuova letteratura americana e qualche assaggio di scrittori nostrani.
Seguite i link per le letture di gennaio, febbraio, marzo e aprile.
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03 giugno 2008
La Madre di tutte le discussioni
Colgo al volo l'occasione che mi da il blog di x per rispolverare dall'archivio un vecchio post su Fanteria dello spazio inviato in rete nel lontano 2004.
La madre di tutte le discussioni, dicevo.
Almeno di quelle intorno a politica e fantascienza.
Ovvero: ho riletto Fanteria dello spazio, e mi piacerebbe avere un sereno scambio d'opinioni con chi ha apprezzato il romanzo di Robert Heinlein.
Astenersi fondamentalisti e fanatici, grazie.
Ho letto la prima volta Fanteria dello spazio piu' di vent'anni fa. Al momento della rilettura non ricordavo praticamente nulla della storia, solo che m'era piaciuta e che c'erano le tute potenziate.
Beh... Per quanto riguarda le tute potenziate ricordavo bene.
Per quanto riguarda il gradimento della vicenda invece le cose non sono andate come speravo. Non che il romanzo sia brutto, anzi: si legge con piacere, le vicissitudini del fante Rico non annoiano e la ricostruzione ambientale è molto ben fatta. Quello che non ho digerito è il sostrato ideologico del romanzo.
Le mie perplessità non si riferiscono tanto alla struttura della società futura immaginata da Heinlein: a mio avviso il regime che presenta è ancora più utopistico (e incredibile) della Cultura di Banks e in quanto tale non val la pena perderci più tempo del necessario.
Quello che mi ha davvero infastidito (con momenti che vanno dalla nausea al raccapriccio) è la continua esaltazione del militarismo come stile di vita: i militari sono giusti, i militari sono buoni, i militari fanno quello che devono, i militari hanno ragione. Sempre e comunque. Non c'è spazio per alcun dubbio, non ci sono domande scomode, ci sono solo risposte adeguate.
Forse avrò letto troppe volte Comma 22, ma la mia idea delle forze armate e' leggermente diversa.
Il principio del tutto folle secondo cui il massimo a cui un uomo possa aspirare sia frapporsi tra una guerra e la propria casa è il fondamento ideologico a tutta la costruzione heinleiniana.
Domanda per i fan del romanzo: ma davvero pensate che quella sia la più nobile scelta che possa fare una persona? Non e' forse la sorte piu' terribile che possa capitare a un uomo? Boh.. Magari me lo sapete spiegare meglio.
A peggiorare la situazione tutto questo bendiddio propagandistico è condito da un cinismo, da un'intolleranza programmatica, da una totale mancanza totale di senso dell'umorismo che è davvero allucinante.
Le tute potenziate pero' sono davvero spettacolari.
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La madre di tutte le discussioni, dicevo.
Almeno di quelle intorno a politica e fantascienza.
Ovvero: ho riletto Fanteria dello spazio, e mi piacerebbe avere un sereno scambio d'opinioni con chi ha apprezzato il romanzo di Robert Heinlein.
Astenersi fondamentalisti e fanatici, grazie.
Ho letto la prima volta Fanteria dello spazio piu' di vent'anni fa. Al momento della rilettura non ricordavo praticamente nulla della storia, solo che m'era piaciuta e che c'erano le tute potenziate.
Beh... Per quanto riguarda le tute potenziate ricordavo bene.
Per quanto riguarda il gradimento della vicenda invece le cose non sono andate come speravo. Non che il romanzo sia brutto, anzi: si legge con piacere, le vicissitudini del fante Rico non annoiano e la ricostruzione ambientale è molto ben fatta. Quello che non ho digerito è il sostrato ideologico del romanzo.
Le mie perplessità non si riferiscono tanto alla struttura della società futura immaginata da Heinlein: a mio avviso il regime che presenta è ancora più utopistico (e incredibile) della Cultura di Banks e in quanto tale non val la pena perderci più tempo del necessario.
Quello che mi ha davvero infastidito (con momenti che vanno dalla nausea al raccapriccio) è la continua esaltazione del militarismo come stile di vita: i militari sono giusti, i militari sono buoni, i militari fanno quello che devono, i militari hanno ragione. Sempre e comunque. Non c'è spazio per alcun dubbio, non ci sono domande scomode, ci sono solo risposte adeguate.
Forse avrò letto troppe volte Comma 22, ma la mia idea delle forze armate e' leggermente diversa.
Il principio del tutto folle secondo cui il massimo a cui un uomo possa aspirare sia frapporsi tra una guerra e la propria casa è il fondamento ideologico a tutta la costruzione heinleiniana.
Domanda per i fan del romanzo: ma davvero pensate che quella sia la più nobile scelta che possa fare una persona? Non e' forse la sorte piu' terribile che possa capitare a un uomo? Boh.. Magari me lo sapete spiegare meglio.
A peggiorare la situazione tutto questo bendiddio propagandistico è condito da un cinismo, da un'intolleranza programmatica, da una totale mancanza totale di senso dell'umorismo che è davvero allucinante.
Le tute potenziate pero' sono davvero spettacolari.
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27 maggio 2008
Frammenti di presentazione
Sabato un nugolo di Connettivisti è calato su Modena per la presentazione del volume Frammenti di una rosa quantica presso la libreria Feltrinelli. Queste sono alcune note a margine dell'evento.
Per me è stata la prima volta in veste di organizzatore di un evento simile, ma nonostante l'inesperienza mi pare che la promozione della presentazione sia stata fatta del migliore dei modi: articoli sui quotidiani locali, locandine presso la libreria e in qualche altro spazio scelto, informazioni in rete su un siti e blog vari, pieghevoli e volantini a tappeto per tutta la settimana precedente l'avvenimento. E in più una mostra fotografica a fare da cornice, in modo tale che anche chi non è un lettore forte e guarda solo le figure potesse avere qualche soddisfazione.
Purtroppo nonostante tutto il lavoro di preparazione svolto le persone presenti in sala erano davvero poche. Poco importa se chi ha già partecipato a iniziative simili mi ha abbondantemente rassicurato che i numeri sono sempre questi, che quando ci sono più di venti persone è già un successo, per me la scarsa partecipazione è stata una piccola delusione. Non che ci aspettassimo troppo. Sappiamo tutti che la fantascienza italiana non gode certo di un gran pubblico, ma vista la sede, la data e l'occasione ci auguravamo tutti un'affluenza maggiore.
Fortunatamente il giudizio di chi ha partecipato alla presentazione è stato unanimemente positivo. Non mi riferisco tanto alle parole degli autori presenti, quanto piuttosto all'opinione di alcuni amici, nessuno dei quali particolarmente legato alla lettura fantascientifica, che un po' per le foto, un po' per curiosità hanno fatto un salto in Feltrinelli. Tutti sono rimasti davvero colpiti dal tuffo in quel nucleo pulsante della fantascienza italiana che è il Connettivismo.
L'atmosfera è andata via via riscaldandosi man mano che gli autori si rilassavano e che i discorsi si allontanavano dalla didascalica presentazione dei racconti raccolti nell'antologia per affrontare temi tradizionali quali la misera situazione dell'editoria fantascientifica italiana per arrivare poi a discutere dei massimi sistemi (temi leggeri quali il ruolo dell'uomo nell'universo, la guerra ai tempi della connessione, con una spruzzata di Beckett e Kafka tanto per gradire) passando per l'immancabile tentativo di definire in poche parole cosa sia il Connettivismo (tentativo fallito, ovviamente!). Credo che se non fosse stato per la chiusura della libreria saremmo ancora tutti lì a chiacchierarne amabilmente.
In definitiva un'ottima giornata quindi, con un pensiero dispiaciuto per chi non c'era, suggellata dalla cena finale in cui il Connettivismo ha dato come sempre il meglio di sè.
Alla prossima!
(Qui è possibile scaricare le foto in alta risoluzione della presentazione. Attenzione: sono circa 33 Mb.)
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Per me è stata la prima volta in veste di organizzatore di un evento simile, ma nonostante l'inesperienza mi pare che la promozione della presentazione sia stata fatta del migliore dei modi: articoli sui quotidiani locali, locandine presso la libreria e in qualche altro spazio scelto, informazioni in rete su un siti e blog vari, pieghevoli e volantini a tappeto per tutta la settimana precedente l'avvenimento. E in più una mostra fotografica a fare da cornice, in modo tale che anche chi non è un lettore forte e guarda solo le figure potesse avere qualche soddisfazione.
Purtroppo nonostante tutto il lavoro di preparazione svolto le persone presenti in sala erano davvero poche. Poco importa se chi ha già partecipato a iniziative simili mi ha abbondantemente rassicurato che i numeri sono sempre questi, che quando ci sono più di venti persone è già un successo, per me la scarsa partecipazione è stata una piccola delusione. Non che ci aspettassimo troppo. Sappiamo tutti che la fantascienza italiana non gode certo di un gran pubblico, ma vista la sede, la data e l'occasione ci auguravamo tutti un'affluenza maggiore.
Fortunatamente il giudizio di chi ha partecipato alla presentazione è stato unanimemente positivo. Non mi riferisco tanto alle parole degli autori presenti, quanto piuttosto all'opinione di alcuni amici, nessuno dei quali particolarmente legato alla lettura fantascientifica, che un po' per le foto, un po' per curiosità hanno fatto un salto in Feltrinelli. Tutti sono rimasti davvero colpiti dal tuffo in quel nucleo pulsante della fantascienza italiana che è il Connettivismo.
L'atmosfera è andata via via riscaldandosi man mano che gli autori si rilassavano e che i discorsi si allontanavano dalla didascalica presentazione dei racconti raccolti nell'antologia per affrontare temi tradizionali quali la misera situazione dell'editoria fantascientifica italiana per arrivare poi a discutere dei massimi sistemi (temi leggeri quali il ruolo dell'uomo nell'universo, la guerra ai tempi della connessione, con una spruzzata di Beckett e Kafka tanto per gradire) passando per l'immancabile tentativo di definire in poche parole cosa sia il Connettivismo (tentativo fallito, ovviamente!). Credo che se non fosse stato per la chiusura della libreria saremmo ancora tutti lì a chiacchierarne amabilmente.
In definitiva un'ottima giornata quindi, con un pensiero dispiaciuto per chi non c'era, suggellata dalla cena finale in cui il Connettivismo ha dato come sempre il meglio di sè.
Alla prossima!
(Qui è possibile scaricare le foto in alta risoluzione della presentazione. Attenzione: sono circa 33 Mb.)
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14 maggio 2008
Rumore di fondo - la locandina

Venerdì 23 maggio alle ore 18.30, presso la libreria Feltrinelli in via Cesare Battisti 17 a Modena, apre Rumore di fondo la mia prima mostra fotografica.
Questa è l'introduzione alla mostra estratta dalla presentazione a cura di Marinella Bonaffini.
"... ho cercato di raffigurare il futuro (...) per come lo immagino: più vicino a una pozza protoplasmatica di rifiuti organici che a un grattacielo svettante sulle umane miserie.
Ho cercato con la fotografia di evocare un tempo le cui fondamenta sono piantate nelle rovine accumulate nel corso dei secoli, uno spazio in cui qualche sprazzo di luce e di vitalità sarà sempre presente, ma in cui anche la più piccola speranza di redenzione si dovrà continuamente confrontare con un fardello sempre più gravoso di ricordi e fallimenti, di sogni riciclati e ideali duri a morire."
Giorgio Raffaelli
Catturare l’oggetto reale senza privarlo mai del suo simulacro. Tra chiarore e oscurità, tra quotidiano e alieno in una prospettiva surreale e fantastica, lontana dal nostro desiderio di realtà, i luoghi di Giorgio Raffaelli sono spazi in cui la staticità assume la forma dell’oggetto rappresentato, luoghi in cui il silenzio delle cose si manifesta come luce. Come a determinare la chiusura al mondo, lo scatto fotografico sottrae frammenti di realtà, sottolinea la quotidianità della cura e al contempo dell’abbandono.
L’attenzione è una una paziente attesa rivolta all’apertura verso tutti i mondi possibili. In ogni scheggia di luce si piega la struttura compositiva dell’immagine e la definizione stessa dell’oggetto diviene elemento strutturale. Il tempo è violentato nella sua struttura mentre si riversa in luoghi antichi e in atmosfere di desolazione, tra scenari metafisici e suggestioni visive la materia indagabile è tanto più vasta quanto più gli strumenti a disposizione dell’artista consentono di rivelarne l’entità e l’effetto sulla percezione.
Marinella Bonaffini
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09 maggio 2008
Rapporto letture - Aprile 2008
Quasi fuori tempo massimo ecco l'elenco delle letture d'aprile:
Vikram Chandra - Giochi sacri
Partiamo con il libro che mi ha accompagnato per gli ultimi due mesi. Giochi sacri è un romanzo sontuoso che attraverso il racconto delle vicissitudini dei suoi protagonisti dipinge un ritratto del continente indiano ricchissimo di storie, di umori, di suggestioni. Un romanzo in cui la più diversa umanità cerca di venire a patti con la confusione del mondo. Un romanzo che ti lascia senza fiato per l'ambizione del racconto e la capacità di Vikram Chandra di non perdere mai il controllo del suo narrare.
Citando dalla recensione che ne fa Vanamonde (e che consiglio a tutti di andare a leggere):
"Ci sono due soli motivi per cui potreste non volerlo leggere. Il primo è la colossale lunghezza (ma vale la pena). Il secondo è che la lingua del romanzo è infarcita da parole hindi e urdu, tanto che c'è un glossario di venti pagine in fondo. Per alcuni questo sarà un ostacolo insormontabile, ma per me questo è un ulteriore pregio: come il siciliano di Camilleri, anche l'hindi di Chandra è un mezzo per trasportarci instantaneamente in un altro mondo, e darci il desiderio di conoscerlo e comprenderlo. Così, ora che ho finito il libro, non solo so che Bombay ha cambiato nome da 12 anni e si chiama Mumbai, ma conosco anche abbastanza turpiloquio hindi da poter sostenere una conversazione nei peggiori bassifondi indiani. Quindi, maderchod che non siete altro, non avete più scuse: muovete il gaand e andate a comprare questo bhenchod di un libro, ci scommetto le goli che vi piacerà!"
AA. VV. - Robot 51 & Robot 52
Il livello di questi due numeri di Robot è decisamente superiore a quello delle uscite precedenti (vedi letture di marzo).
Finalmente la sezione narrativa è all'altezza delle mie aspettative, con i racconti di Robert Silverberg e Paul Di FIlippo (nel numero 51) e di Charlie Stross, Ezio FIleno Carabba e Cory Doctorow (nel numero 52) un gradino sopra tutti gli altri.
Per quanto riguarda i contenuti informativo/saggistici anche questi numeri di Robot si confermano davvero ricchi per la varietà e l'interesse degli articoli. Ci sono pezzi che possono appassionare ogni genere di lettore, da quello distratto, che magari preferisce cinema e tv, a quello fondamentalista che legge sempre e solo fantascienza.
Insomma, se non lo avete ancora fatto, date una possibilità a Robot!
AA. VV. - Tu sei lei
Sono un po' in imbarazzo a parlare di questo libro: come si fa a accostarsi in maniera obiettiva a un volume introdotto con tanta arrogante sicumera dal suo curatore?
Insomma, senza la terribile introduzione i racconti presenti avrebbero forse qualche speranza di essere letti in quanto semplici storie, magari concedendo la discriminante di genere alle autrici, ma sempre e comunque come storie: più o meno interessanti, più o meno emozionanti, più o meno memorabili.
Invece a precedere il contenuto vero e proprio del volume c'è il predicozzo altisonante del sig. Genna, che crede evidentemente di avere partorito (lui! da solo!) l'opera seminale del femminino nostrano, che pare rivolgere il suo sforzo retorico non tanto al comune lettore (guai!) quanto piuttosto a un ipotetico pubblico elitario, non so con quale scopo o scusa, magari proprio per chiedere udienza ed essere finalmente accolto tra le sue schiere. Bleah…
Mannaggia a lui.
Quasi mi rovina il piacere della lettura.
Perché seppure con qualche eccezione Tu sei lei è una lettura piacevole. Non ho molta dimestichezza con la narrativa femminile contemporanea (non ho mai considerato il genere dell'autore nella scelta delle mie letture, ma in effetti è vero, la maggior parte delle mie scelte sono al maschile) e non mi aspettavo il capolavoro. Però nelle otto storie scelte a rappresentare la sensibilità autoriale femminile di questo scorcio di secolo c'è sicuramente del buono.
Ma andiamo con ordine. Si parte con Surf di Carola Susani: la trama del racconto è interessante, i personaggi ben delineati e lo sviluppo non perde la concretezza che dovrebbe contraddistinguere una storia come questa. Mi rimane però un sapore di artificiosità nella scrittura che poco riesco a conciliare con la vicenda narrata. (Sarà la capote della Fiesta? Mah…)
Lemuri di Helena Janeczek è la solita storia di italiani in vacanza, che sono sempre diversi e inevitabilmente meglio degli altri, e poi è una storia di famiglia. Però è molto piacevole e ben scritta. Fa venir voglia di approfondire la conoscenza con l'autrice.
In morte di Babsi J di Babsi Jones è forse la cosa più brutta dell'intera antologia. In genere non sopporto la gente che si parla addosso. In questo caso si raggiunge l'apoteosi, con l'autrice che si moltiplica per quattro con l'unico scopo apparente di parlarsi addosso meglio. Da dimenticare.
Come nessuna madre avrebbe mai fatto di Veronica Raimo è esaltante per la struttura e la progressione del racconto. Uno di quei rari casi in cui pur senza avvertire una particolare vicinanza con la materia narrata mi sono sentito avvolto dalla forza della pagina scritta. Magnetico.
La ragazza-cane di Donata Feroldi è uno dei due/tre racconti che valgono da soli la lettura dell'antologia. Meraviglioso e inquietante, Donata Feroldi osa spingersi dove nessuna delle altre autrici sembra aver voglia di andare (con un'unica eccezione): nei territori dell'immaginazione più sfrenata, con un piede nel nostro mondo e l'altro ovunque (ma non qui) per produrre un racconto indicibilmente denso, ricco, commovente e folle. Come la realtà.
Baby Blues di Alina Marazzi è l'altro episodio inutile di quest'antologia. A che serve un racconto come questo? Cosa dice di più di quello che già sappiamo? Lo dice forse in modo diverso? Baby Blues m'è parso la forzatura di una provocazione svuotata da ogni intento provocatorio. Inutile, appunto.
Per fortuna che a seguire c'è Tirare alla cieca di Federica Manzon, una storia narrata per elisioni successive, l'unica nel volume senza donne, in cui il mistero slavo che circonda i protagonisti rivela progressivamente gli scorci di una realtà aliena, drammatica e terribilmente viva. Arrivi alla fine e vorresti leggerne ancora.
La morte per mezzo di me di Esther G arriva come un fulmine a bruciare ogni possibilità residua di scrivere altro. Probabilmente il racconto di Esther G è l'unico che poteva concludere degnamente questa antologia: racchiusa nelle sue 15 pagine c'è la summa del rapporto tra donna e potere negli ultimi duemila e rotti anni. Più oltre non è concesso andare.
La cosa insieme bella e durissima e sconvolgente è che tra queste pagine, tra la violenza e la clinica freddezza, tra l'emozione e la sopraffazione, si avverte a tratti una risata beffarda, una raggiunta tranquillità d'animo. Come a dire, domani è un altro giorno, nonostante tutto, si vivrà.
Cormac McCarthy - La strada
Sul capolavoro di Cormac McCarthy mi sono già dilungato in questo post. Qui non mi rimane che ribadire la struggente potenza di questo piccolo romanzo. Da leggere. Assolutamente.
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Questo è tutto per il mese appena trascorso. Per la prossima puntata aspettatevi della grande fantascienza e il ritorno di David Foster Wallace da queste parti.
Seguite i link per le letture di gennaio, febbraio e marzo.
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Vikram Chandra - Giochi sacri
Partiamo con il libro che mi ha accompagnato per gli ultimi due mesi. Giochi sacri è un romanzo sontuoso che attraverso il racconto delle vicissitudini dei suoi protagonisti dipinge un ritratto del continente indiano ricchissimo di storie, di umori, di suggestioni. Un romanzo in cui la più diversa umanità cerca di venire a patti con la confusione del mondo. Un romanzo che ti lascia senza fiato per l'ambizione del racconto e la capacità di Vikram Chandra di non perdere mai il controllo del suo narrare.
Citando dalla recensione che ne fa Vanamonde (e che consiglio a tutti di andare a leggere):
"Ci sono due soli motivi per cui potreste non volerlo leggere. Il primo è la colossale lunghezza (ma vale la pena). Il secondo è che la lingua del romanzo è infarcita da parole hindi e urdu, tanto che c'è un glossario di venti pagine in fondo. Per alcuni questo sarà un ostacolo insormontabile, ma per me questo è un ulteriore pregio: come il siciliano di Camilleri, anche l'hindi di Chandra è un mezzo per trasportarci instantaneamente in un altro mondo, e darci il desiderio di conoscerlo e comprenderlo. Così, ora che ho finito il libro, non solo so che Bombay ha cambiato nome da 12 anni e si chiama Mumbai, ma conosco anche abbastanza turpiloquio hindi da poter sostenere una conversazione nei peggiori bassifondi indiani. Quindi, maderchod che non siete altro, non avete più scuse: muovete il gaand e andate a comprare questo bhenchod di un libro, ci scommetto le goli che vi piacerà!"
AA. VV. - Robot 51 & Robot 52
Il livello di questi due numeri di Robot è decisamente superiore a quello delle uscite precedenti (vedi letture di marzo).
Finalmente la sezione narrativa è all'altezza delle mie aspettative, con i racconti di Robert Silverberg e Paul Di FIlippo (nel numero 51) e di Charlie Stross, Ezio FIleno Carabba e Cory Doctorow (nel numero 52) un gradino sopra tutti gli altri.
Per quanto riguarda i contenuti informativo/saggistici anche questi numeri di Robot si confermano davvero ricchi per la varietà e l'interesse degli articoli. Ci sono pezzi che possono appassionare ogni genere di lettore, da quello distratto, che magari preferisce cinema e tv, a quello fondamentalista che legge sempre e solo fantascienza.
Insomma, se non lo avete ancora fatto, date una possibilità a Robot!
AA. VV. - Tu sei lei
Sono un po' in imbarazzo a parlare di questo libro: come si fa a accostarsi in maniera obiettiva a un volume introdotto con tanta arrogante sicumera dal suo curatore?
Insomma, senza la terribile introduzione i racconti presenti avrebbero forse qualche speranza di essere letti in quanto semplici storie, magari concedendo la discriminante di genere alle autrici, ma sempre e comunque come storie: più o meno interessanti, più o meno emozionanti, più o meno memorabili.
Invece a precedere il contenuto vero e proprio del volume c'è il predicozzo altisonante del sig. Genna, che crede evidentemente di avere partorito (lui! da solo!) l'opera seminale del femminino nostrano, che pare rivolgere il suo sforzo retorico non tanto al comune lettore (guai!) quanto piuttosto a un ipotetico pubblico elitario, non so con quale scopo o scusa, magari proprio per chiedere udienza ed essere finalmente accolto tra le sue schiere. Bleah…
Mannaggia a lui.
Quasi mi rovina il piacere della lettura.
Perché seppure con qualche eccezione Tu sei lei è una lettura piacevole. Non ho molta dimestichezza con la narrativa femminile contemporanea (non ho mai considerato il genere dell'autore nella scelta delle mie letture, ma in effetti è vero, la maggior parte delle mie scelte sono al maschile) e non mi aspettavo il capolavoro. Però nelle otto storie scelte a rappresentare la sensibilità autoriale femminile di questo scorcio di secolo c'è sicuramente del buono.
Ma andiamo con ordine. Si parte con Surf di Carola Susani: la trama del racconto è interessante, i personaggi ben delineati e lo sviluppo non perde la concretezza che dovrebbe contraddistinguere una storia come questa. Mi rimane però un sapore di artificiosità nella scrittura che poco riesco a conciliare con la vicenda narrata. (Sarà la capote della Fiesta? Mah…)
Lemuri di Helena Janeczek è la solita storia di italiani in vacanza, che sono sempre diversi e inevitabilmente meglio degli altri, e poi è una storia di famiglia. Però è molto piacevole e ben scritta. Fa venir voglia di approfondire la conoscenza con l'autrice.
In morte di Babsi J di Babsi Jones è forse la cosa più brutta dell'intera antologia. In genere non sopporto la gente che si parla addosso. In questo caso si raggiunge l'apoteosi, con l'autrice che si moltiplica per quattro con l'unico scopo apparente di parlarsi addosso meglio. Da dimenticare.
Come nessuna madre avrebbe mai fatto di Veronica Raimo è esaltante per la struttura e la progressione del racconto. Uno di quei rari casi in cui pur senza avvertire una particolare vicinanza con la materia narrata mi sono sentito avvolto dalla forza della pagina scritta. Magnetico.
La ragazza-cane di Donata Feroldi è uno dei due/tre racconti che valgono da soli la lettura dell'antologia. Meraviglioso e inquietante, Donata Feroldi osa spingersi dove nessuna delle altre autrici sembra aver voglia di andare (con un'unica eccezione): nei territori dell'immaginazione più sfrenata, con un piede nel nostro mondo e l'altro ovunque (ma non qui) per produrre un racconto indicibilmente denso, ricco, commovente e folle. Come la realtà.
Baby Blues di Alina Marazzi è l'altro episodio inutile di quest'antologia. A che serve un racconto come questo? Cosa dice di più di quello che già sappiamo? Lo dice forse in modo diverso? Baby Blues m'è parso la forzatura di una provocazione svuotata da ogni intento provocatorio. Inutile, appunto.
Per fortuna che a seguire c'è Tirare alla cieca di Federica Manzon, una storia narrata per elisioni successive, l'unica nel volume senza donne, in cui il mistero slavo che circonda i protagonisti rivela progressivamente gli scorci di una realtà aliena, drammatica e terribilmente viva. Arrivi alla fine e vorresti leggerne ancora.
La morte per mezzo di me di Esther G arriva come un fulmine a bruciare ogni possibilità residua di scrivere altro. Probabilmente il racconto di Esther G è l'unico che poteva concludere degnamente questa antologia: racchiusa nelle sue 15 pagine c'è la summa del rapporto tra donna e potere negli ultimi duemila e rotti anni. Più oltre non è concesso andare.
La cosa insieme bella e durissima e sconvolgente è che tra queste pagine, tra la violenza e la clinica freddezza, tra l'emozione e la sopraffazione, si avverte a tratti una risata beffarda, una raggiunta tranquillità d'animo. Come a dire, domani è un altro giorno, nonostante tutto, si vivrà.
Cormac McCarthy - La strada
Sul capolavoro di Cormac McCarthy mi sono già dilungato in questo post. Qui non mi rimane che ribadire la struggente potenza di questo piccolo romanzo. Da leggere. Assolutamente.
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Questo è tutto per il mese appena trascorso. Per la prossima puntata aspettatevi della grande fantascienza e il ritorno di David Foster Wallace da queste parti.
Seguite i link per le letture di gennaio, febbraio e marzo.
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07 maggio 2008
06 maggio 2008
4uattro° - Zona virale
Anche quest'anno abbiamo incoscientemente partecipato a 4 giorni corti, il concorso per cortometraggi organizzato dal Nonantola Film Festival.
Anche quest'anno non siamo stati ammessi alla finale.
(Giustamente, oserei dire!).
Ma dato che siamo piuttosto orgogliosi della nostra creatura (e anche senza vergogna, almeno a sentire chi ci sta vicino!) abbiamo deciso che il mondo non poteva rinunciare alla visione del nostro magnifico film.
Prima di cominciare con la proiezione ecco qualche estratto dal regolamento del concorso:
- La gara consiste nel realizzare in 4 giorni di lavorazione un cortometraggio della durata massima di 4 minuti, dai titoli di testa ai titoli di coda compresa la colonna sonora (originale o per la quale si sia in possesso delle necessarie autorizzazioni).
- Il cortometraggio dovrà contenere alcuni elementi obbligatori che verranno comunicati ad inizio gara e dovrà rispettare il genere assegnato per sorteggio durante la serata di inizio gara.
Gli elementi obbligatori sono tre.
un particolare di costume: giubbotto catarifrangente
l'oggetto di scena: lucchetto
una battuta obbligatoria: "è solo questione di tempo"
Per noi è stato estratto il genere Horror.
Buon divertimento.
(i responsabili del capolavoro, oltre al sottoscritto, sono Gianluca V, Gianluca P, Giovanni X, Nicoletta, Raffaella & Anna)
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Anche quest'anno non siamo stati ammessi alla finale.
(Giustamente, oserei dire!).
Ma dato che siamo piuttosto orgogliosi della nostra creatura (e anche senza vergogna, almeno a sentire chi ci sta vicino!) abbiamo deciso che il mondo non poteva rinunciare alla visione del nostro magnifico film.
Prima di cominciare con la proiezione ecco qualche estratto dal regolamento del concorso:
- La gara consiste nel realizzare in 4 giorni di lavorazione un cortometraggio della durata massima di 4 minuti, dai titoli di testa ai titoli di coda compresa la colonna sonora (originale o per la quale si sia in possesso delle necessarie autorizzazioni).
- Il cortometraggio dovrà contenere alcuni elementi obbligatori che verranno comunicati ad inizio gara e dovrà rispettare il genere assegnato per sorteggio durante la serata di inizio gara.
Gli elementi obbligatori sono tre.
un particolare di costume: giubbotto catarifrangente
l'oggetto di scena: lucchetto
una battuta obbligatoria: "è solo questione di tempo"
Per noi è stato estratto il genere Horror.
Buon divertimento.
(i responsabili del capolavoro, oltre al sottoscritto, sono Gianluca V, Gianluca P, Giovanni X, Nicoletta, Raffaella & Anna)
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30 aprile 2008
Rumore di fondo

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Seguendo questo link (o cliccando sull'immagine qui sopra) potrete scaricare il pdf della serie di cartoline che promuovono la presentazione di Frammenti di una rosa quantica (700 Kb) presso la libreria Feltrinelli di Modena.A breve il comunicato sulla mostra!
23 aprile 2008
La strada
Dopo le prime pagine de La strada di Cormac McCarthy ero convinto di avere finalmente sotto mano l'esempio perfetto di narrativa di genere sdoganata. Un romanzo paradigmatico della tendenza attuale consistente nel presentare storie di fantascienza senza relegarle nel ghetto cui appartengono, censurando qualsiasi riferimento possa avvicinare il volume al genere cui più propriamente appartiene.
Ma poi sono andato avanti con la lettura. Lungo La strada ho sofferto, ho pianto e mi sono sentito terribilmente vicino a quell'uomo e a quel bambino, profughi in una terra che non ne vuole più sapere di umanità e passione.
Chissenefrega quindi della collocazione letteraria del romanzo, che si fotta l'ansia catalogatoria che ogni tanto mi prende e fanculo anche a tutta la fantascienza buona o meno buona: ne La strada di McCarthy c'è tutto quanto valga la pena di raccontare. Incasellarlo in una categoria precisa è già volerne limitare la portata, le ambizioni e le conseguenze.
Il romanzo è straziante, una fuga senza speranza in mondo senza futuro con la memoria azzerata dal costante assedio del grigio nulla che circonda i protagonisti. Eppure qualche traccia di calore, un sospiro di vita, si continua comunque ad avvertire, flebile, sussurrato ma persistente, nel rapporto tra padre e figlio che accompagna il lettore per tutto il racconto: nel fuoco che conservano, nell'impossibilità della resa, negli struggenti, memorabili piccoli scambi di parole che sottolineano i momenti del loro percorso.
Probabilmente l'aspetto più straordinario de La strada è l'equilibrio e la sobrietà della scrittura di McCarthy. La capacità di raccontare con le sole parole indispensabili il più oscuro dei nostri futuri possibili, senza didascalismi, senza sbrodolamenti morali o concessioni spettacolari all'apocalisse che descrive,. La desolazione quasi metafisica che fa da sfondo alla vicenda e soprattutto i rari dialoghi sono un capolavoro di espressività. Il contrasto assoluto tra la familiarità delle parole e il contesto circostante, la necessità di un'affermazione morale in una situazione totalmente insostenibile, la vita che si trascina con le unghie e coi denti fino alla fine del mondo, scevra da ogni possibilità di nostalgia: La strada racchiude interi universi al suo interno. Arrivati alla fine ci si troverà a osservare la realtà con occhi diversi.
(Un grazie a Dario e Silvia che me lo hanno consigliato)
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Ma poi sono andato avanti con la lettura. Lungo La strada ho sofferto, ho pianto e mi sono sentito terribilmente vicino a quell'uomo e a quel bambino, profughi in una terra che non ne vuole più sapere di umanità e passione.
Chissenefrega quindi della collocazione letteraria del romanzo, che si fotta l'ansia catalogatoria che ogni tanto mi prende e fanculo anche a tutta la fantascienza buona o meno buona: ne La strada di McCarthy c'è tutto quanto valga la pena di raccontare. Incasellarlo in una categoria precisa è già volerne limitare la portata, le ambizioni e le conseguenze.
Il romanzo è straziante, una fuga senza speranza in mondo senza futuro con la memoria azzerata dal costante assedio del grigio nulla che circonda i protagonisti. Eppure qualche traccia di calore, un sospiro di vita, si continua comunque ad avvertire, flebile, sussurrato ma persistente, nel rapporto tra padre e figlio che accompagna il lettore per tutto il racconto: nel fuoco che conservano, nell'impossibilità della resa, negli struggenti, memorabili piccoli scambi di parole che sottolineano i momenti del loro percorso.
Probabilmente l'aspetto più straordinario de La strada è l'equilibrio e la sobrietà della scrittura di McCarthy. La capacità di raccontare con le sole parole indispensabili il più oscuro dei nostri futuri possibili, senza didascalismi, senza sbrodolamenti morali o concessioni spettacolari all'apocalisse che descrive,. La desolazione quasi metafisica che fa da sfondo alla vicenda e soprattutto i rari dialoghi sono un capolavoro di espressività. Il contrasto assoluto tra la familiarità delle parole e il contesto circostante, la necessità di un'affermazione morale in una situazione totalmente insostenibile, la vita che si trascina con le unghie e coi denti fino alla fine del mondo, scevra da ogni possibilità di nostalgia: La strada racchiude interi universi al suo interno. Arrivati alla fine ci si troverà a osservare la realtà con occhi diversi.
(Un grazie a Dario e Silvia che me lo hanno consigliato)
…
21 aprile 2008
L'AstraCon che non c'è stata.
Vi capita mai di viaggiare con un fuso temporale diverso da quello del mondo circostante?
Quest'ultimo fine-settimana c'era l'Astracon a Villasanta. Dovendo esporre i miei lavori io e Annalisa siamo partiti per tempo venerdì pomeriggio, abbiamo allestito lo spazio a nostra disposizione e poi ci siamo messi in paziente attesa, sia del pubblico che sarebbe accorso a fiumi, sia degli eventi che avrebbero animato la giornata.
Abbiamo temporeggiato.
Abbiamo visitato con calma le altre mostre.
Abbiamo aspettato.
Abbiamo chiacchierato con gli altri artisti.
Abbiamo atteso.
Abbiamo scambiato due parole con due persone in visita.
Siamo andati a fare merenda e siamo tornati.
Abbiamo bevuto un'altra birra.
Abbiamo aspettato ancora un po'.
Intorno alle 20.30 ci sono passati a prendere tre amici e siamo andati a cena.
Alle 21.00 era prevista la proiezione di Dark Resurrection. Vuoi per la compagnia, vuoi per la cena messicana, non ce l'abbiamo proprio fatta a essere presenti. Così ci siamo persi il primo degli appuntamenti clou della tre giorni fanta-connettivista.
Col senno di poi questa scarsa sincronia tra i nostri tempi e quelli della convention è stato il problema principale per tutta la nostra permanenza a Villasanta.
Comunque sia, questo è tutto per il primo giorno all'Astracon. Possiamo dire che abbiamo trascorso giornate più memorabili.
Sabato pomeriggio è trascorso come fosse una fotocopia del venerdì.
Sostituite lo spettacolo teatrale (in cui La Sentinella di Fredric Brown è stata fatta a pezzi da una messa in scena quanto meno incongrua - anche se la soggettiva sulle sabbie era davvero suggestiva, per i primi dieci minuti) alle chiacchiere con gli artisti.
Dopo qualche ora trascorsa in compagnia di Paolo nella vana speranza che qualcosa succedesse Ci siamo dati alla macchia. Spero per chi l'ha vissuta che la serata sia stata un po' più entusiasmante.
Noi domenica siamo ripartiti. I tempi morti delle due giornate precedenti hanno messo a dura prova la nostra resistenza. Sebbene mi fossi ripromesso di fermarmi almeno per il pomeriggio, non ce l'ho proprio fatta. Spero che la giornata e soprattutto l'appuntamento finale con Alan Altieri, Giuseppe Lippi, Silvio Sosio e Paolo Attivissimo, sia stato un successo. Me lo auguro per gli amici che a questa AstraCon credevano davvero, me lo auguro per chi ha fatto i salti mortali per organizzare e partecipare ai vari appuntamenti.
Io sono tornato a casa un po' sconfortato: forse siamo noi che abbiamo fatto fatica a sincronizzarci con i tempi della Con (quante volte ho chiesto cosa prevedeva il programma? proprio non voleva saperne di entrarmi in mente…). Forse era la Con ad essere un po' fuori tempo. A me è rimasta la sensazione di un'occasione mancata. L'anno scorso l'evento era riuscito senza dubbio meglio, pur con tutte le limitazioni sia di orari che di spazi.
Da questa AstraCon di positivo riporto a casa le chiacchiere fatte con Michelangelo Miani e con Gatto, i preziosi consigli e gli scambi di opinioni sulla maniera migliore di presentare il proprio lavoro, sull'esperienza del lavoro creativo e sul come si dovrebbe realizzare e presentare una mostra. Magari per tre giorni di Convention non è tanto, ma è sempre meglio di niente.
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Quest'ultimo fine-settimana c'era l'Astracon a Villasanta. Dovendo esporre i miei lavori io e Annalisa siamo partiti per tempo venerdì pomeriggio, abbiamo allestito lo spazio a nostra disposizione e poi ci siamo messi in paziente attesa, sia del pubblico che sarebbe accorso a fiumi, sia degli eventi che avrebbero animato la giornata.
Abbiamo temporeggiato.
Abbiamo visitato con calma le altre mostre.
Abbiamo aspettato.
Abbiamo chiacchierato con gli altri artisti.
Abbiamo atteso.
Abbiamo scambiato due parole con due persone in visita.
Siamo andati a fare merenda e siamo tornati.
Abbiamo bevuto un'altra birra.
Abbiamo aspettato ancora un po'.
Intorno alle 20.30 ci sono passati a prendere tre amici e siamo andati a cena.
Alle 21.00 era prevista la proiezione di Dark Resurrection. Vuoi per la compagnia, vuoi per la cena messicana, non ce l'abbiamo proprio fatta a essere presenti. Così ci siamo persi il primo degli appuntamenti clou della tre giorni fanta-connettivista.
Col senno di poi questa scarsa sincronia tra i nostri tempi e quelli della convention è stato il problema principale per tutta la nostra permanenza a Villasanta.
Comunque sia, questo è tutto per il primo giorno all'Astracon. Possiamo dire che abbiamo trascorso giornate più memorabili.
Sabato pomeriggio è trascorso come fosse una fotocopia del venerdì.
Sostituite lo spettacolo teatrale (in cui La Sentinella di Fredric Brown è stata fatta a pezzi da una messa in scena quanto meno incongrua - anche se la soggettiva sulle sabbie era davvero suggestiva, per i primi dieci minuti) alle chiacchiere con gli artisti.
Dopo qualche ora trascorsa in compagnia di Paolo nella vana speranza che qualcosa succedesse Ci siamo dati alla macchia. Spero per chi l'ha vissuta che la serata sia stata un po' più entusiasmante.
Noi domenica siamo ripartiti. I tempi morti delle due giornate precedenti hanno messo a dura prova la nostra resistenza. Sebbene mi fossi ripromesso di fermarmi almeno per il pomeriggio, non ce l'ho proprio fatta. Spero che la giornata e soprattutto l'appuntamento finale con Alan Altieri, Giuseppe Lippi, Silvio Sosio e Paolo Attivissimo, sia stato un successo. Me lo auguro per gli amici che a questa AstraCon credevano davvero, me lo auguro per chi ha fatto i salti mortali per organizzare e partecipare ai vari appuntamenti.
Io sono tornato a casa un po' sconfortato: forse siamo noi che abbiamo fatto fatica a sincronizzarci con i tempi della Con (quante volte ho chiesto cosa prevedeva il programma? proprio non voleva saperne di entrarmi in mente…). Forse era la Con ad essere un po' fuori tempo. A me è rimasta la sensazione di un'occasione mancata. L'anno scorso l'evento era riuscito senza dubbio meglio, pur con tutte le limitazioni sia di orari che di spazi.
Da questa AstraCon di positivo riporto a casa le chiacchiere fatte con Michelangelo Miani e con Gatto, i preziosi consigli e gli scambi di opinioni sulla maniera migliore di presentare il proprio lavoro, sull'esperienza del lavoro creativo e sul come si dovrebbe realizzare e presentare una mostra. Magari per tre giorni di Convention non è tanto, ma è sempre meglio di niente.
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15 aprile 2008
Viva l'Italia
È già qualche giorno che volevo scrivere due righe riguardo agli ultimi film visti. Purtroppo nel frattempo siamo stati travolti dal fine settimana elettorale.
Fate attenzione quindi. Questo post contiene paragoni azzardati tra cinema e società, oltre a una buona dose d'incoscienza e un'irragionevole incapacità di adeguarsi alla realtà.
Ieri la destra ha riconquistato l'Italia. Evidentemente non ci meritiamo niente di meglio. Del resto se una volta eravamo famosi per inventiva e immaginazione, ora il meglio che sappiamo produrre sembra essere una grande nostalgia per il tempo che fu.
Vedi per esempio Mio fratello è figlio unico, uno degli esempi migliori di tipico film italiano degli ultimi tempi. E confrontalo magari con 28 settimane dopo altro film figlio di questi tempi sbandati.
Tra i due film c'è tutta la differenza che contraddistingue l'Italia dal resto del mondo occidentale.
Tanto il primo è controllato ed emozionante, nostalgico senza essere retorico, quasi pedagogico nel voler spiegare ai ragazzi scamarcio-maniaci d'oggi il percorso dei nostri padri, quanto il secondo è efficace ed appassionante nel mostrare come tutti i migliori propositi siano destinati alla devastazione senza speranza. Nel primo si cerca la speranza nelle nuove generazioni, nel secondo le nuove generazioni sono fottute in partenza. Però con il film italiano ci si commuove, mentre con quello inglese ci si diverte.
Certo, si dirà, il primo è un film serio con tutte le sue cose al posto giusto, mica una cagata splatter/ orrorifica /fantascientifica grondante sangue, cliché e morti ammazzati come il secondo. Mio fratello è figlio unico racconta la realtà, la Storia, l'altro è solo cinema.
Però mi chiedo, perché in Italia il modello di cinema popolare non-idiota è quello di Lucchetti mentre in Gran Bretagna si fanno film come 28 settimane dopo o i figli degli uomini o capolavori come Shawn of the Dead? Cos'è che ci impedisce di affrancarci da un immaginario vecchio e risaputo per poter fantasticare (anche nella maniera più sbracata e allucinante) su scenari che non siano la solita riproposizione di ragazzi-che-crescono-in-un-mondo-difficile, crisi-dei-20-o-30-o-40-anni, destra-vs-sinistra tra anonimi quartieri operai / borghesi o fabbrica / ufficietto (come se operai o borghesi fossero ancora categorie reali…)?
Per tornare a bomba sul risultato elettorale, e ribadendo che evidentemente non ci meritiamo di meglio che un governo in cui l'esaltazione acritica della nostra grandezza andrà di pari passo con l'emarginazione di ogni forma di dissenso, non mi rimane che constatare che l'Italia che mi piacerebbe vedere si trova probabilmente in un universo parallelo. Però una cosa vorrei davvero capirla: da dove nasce la totale incapacità della sinistra (ehi! i film che piacciono sono di sinistra! incredibile!) di immaginare un futuro diverso (mica necessariamente migliore, non sono così ingenuo) da quello antico e stantio e retorico delle destre trionfanti?
Io mi fermo qui. Ve l'ho detto, non riesco ad adeguarmi a questa realtà. Preferisco farmi qualche bel viaggio tra le suggestioni dell'ultimo minuto piuttosto che mettermi a ragionare seriamente sui perché e i per come. Se invece volevate leggere un post serio pieno di lucida disperazione e rimpianto e leggerezza sul risultato elettorale, beh… Leonardo è qui per questo.
Viva l'italia.
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Fate attenzione quindi. Questo post contiene paragoni azzardati tra cinema e società, oltre a una buona dose d'incoscienza e un'irragionevole incapacità di adeguarsi alla realtà.
Ieri la destra ha riconquistato l'Italia. Evidentemente non ci meritiamo niente di meglio. Del resto se una volta eravamo famosi per inventiva e immaginazione, ora il meglio che sappiamo produrre sembra essere una grande nostalgia per il tempo che fu.
Vedi per esempio Mio fratello è figlio unico, uno degli esempi migliori di tipico film italiano degli ultimi tempi. E confrontalo magari con 28 settimane dopo altro film figlio di questi tempi sbandati.
Tra i due film c'è tutta la differenza che contraddistingue l'Italia dal resto del mondo occidentale.
Tanto il primo è controllato ed emozionante, nostalgico senza essere retorico, quasi pedagogico nel voler spiegare ai ragazzi scamarcio-maniaci d'oggi il percorso dei nostri padri, quanto il secondo è efficace ed appassionante nel mostrare come tutti i migliori propositi siano destinati alla devastazione senza speranza. Nel primo si cerca la speranza nelle nuove generazioni, nel secondo le nuove generazioni sono fottute in partenza. Però con il film italiano ci si commuove, mentre con quello inglese ci si diverte.
Certo, si dirà, il primo è un film serio con tutte le sue cose al posto giusto, mica una cagata splatter/ orrorifica /fantascientifica grondante sangue, cliché e morti ammazzati come il secondo. Mio fratello è figlio unico racconta la realtà, la Storia, l'altro è solo cinema.
Però mi chiedo, perché in Italia il modello di cinema popolare non-idiota è quello di Lucchetti mentre in Gran Bretagna si fanno film come 28 settimane dopo o i figli degli uomini o capolavori come Shawn of the Dead? Cos'è che ci impedisce di affrancarci da un immaginario vecchio e risaputo per poter fantasticare (anche nella maniera più sbracata e allucinante) su scenari che non siano la solita riproposizione di ragazzi-che-crescono-in-un-mondo-difficile, crisi-dei-20-o-30-o-40-anni, destra-vs-sinistra tra anonimi quartieri operai / borghesi o fabbrica / ufficietto (come se operai o borghesi fossero ancora categorie reali…)?
Per tornare a bomba sul risultato elettorale, e ribadendo che evidentemente non ci meritiamo di meglio che un governo in cui l'esaltazione acritica della nostra grandezza andrà di pari passo con l'emarginazione di ogni forma di dissenso, non mi rimane che constatare che l'Italia che mi piacerebbe vedere si trova probabilmente in un universo parallelo. Però una cosa vorrei davvero capirla: da dove nasce la totale incapacità della sinistra (ehi! i film che piacciono sono di sinistra! incredibile!) di immaginare un futuro diverso (mica necessariamente migliore, non sono così ingenuo) da quello antico e stantio e retorico delle destre trionfanti?
Io mi fermo qui. Ve l'ho detto, non riesco ad adeguarmi a questa realtà. Preferisco farmi qualche bel viaggio tra le suggestioni dell'ultimo minuto piuttosto che mettermi a ragionare seriamente sui perché e i per come. Se invece volevate leggere un post serio pieno di lucida disperazione e rimpianto e leggerezza sul risultato elettorale, beh… Leonardo è qui per questo.
Viva l'italia.
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09 aprile 2008
Dichiarazione di voto.
Fino a ieri ero convinto che avrei votato PD, non perché apprezzi particolarmente programma e candidati del partito veltroniano, semplicemente perché non c'è niente di meglio all'orizzonte.
In effetti le motivazioni che mi spingevano verso il PD erano più legate a sensazioni di stomaco piuttosto che a elaborate analisi politiche o sociali. Tra l'altro nessuna di queste ragioni dipende particolarmente dal programma politico del partito di Veltroni, il che è tutto dire.
Vediamole un po':
- Mi pare che tra tutti gli elettori impegnati in questa tornata, quelli che voteranno il PD sono quelli che mi danno più garanzie di controllo sull'operato dei propri candidati, quelli che mi pare abbiano l'atteggiamento più costruttivo rispetto allo stato disastroso del paese, quelli più disponibili al dialogo. No, non confondo elettori ed eletti, ma sui secondi non faccio troppo affidamento.
- Le parole, i proclami, i modi della destra (di tutta la destra) rappresentano tutto ciò che non sopporto dello scenario politico e sociale nazionale. A dettare il passo della competizione elettorale c'è l'armata dei predicatori d'odio, dei prendi i soldi e scappa e del panem et circenses a gogo. Gente che cerca il voto facendo leva sugli istinti più bassi del corpo elettorale, sulla paura e il sospetto, piuttosto che sulla bontà della proposta politica. Beh… io 'sta gente vorrei vederla davvero rimossa dal panorama politico nazionale, anche a costo di sopportare Veltroni e compagnia per i prossimi cinque anni.
- L'opzione del non voto, sponsorizzata da Grillo & Co. non è mai stata così presente come quest'anno sulla scena nazionale. Rispetto le opinioni di (quasi) tutti, dopotutto la scelta della fetta di salame nella scheda ha tentato anche me, e parecchio, ma sono arrivato alla conclusione che non votare non rappresenta altro che un'illusione di protesta, oltre a essere per molti l'estremo tentativo di ottenere un'improbabile verginità politica. Come se poi il giorno dopo le elezioni non ci ritrovassimo di nuovo tutti ad avere a che fare con l'amministrazione pubblica, con un lavoro, con la gestione di una famiglia. Insomma, alla fine mi pare che Grillo & Co. siano molto molto bravi a lamentarsi, a sparare nel mucchio, a condannare i loro colpevoli senza preoccuparsi troppo di trovare qualcosa da salvare. Ma non li ho mai visti assumersi una qualche responsabilità, sforzarsi di trovare qualcosa di decente da salvare, lavorare per costruire piuttosto che per distruggere.
In fondo sono convinto che la classe politica che ci ritroviamo rappresenti benissimo i cittadini italiani. O pensate davvero che privilegio, corruzione e sfruttamento siano limitati al Palazzo?
- Rimane da considerare la sinistra. A me comunisti e compagnia son sempre stati simpatici. Probabilmente sono idealmente molto più vicino a loro che non alle altre compagini in gara. Il problema, e non è un problema da poco, è il caravanserraglio che sono diventati. Così come si presentano mi danno l'idea di un'accozzaglia confusa e dispersa, tesa più alla conquista di una qualche poltrona che alla difesa di un'idea o alla realizzazione di un programma. Spero che nei prossimi anni da questa (con)fusione di idee, partiti e personaggi possa nascere qualcosa di nuovo. Nell'attesa sarà gioco che si impegnino di più sui fatti e le proposte piuttosto che non sulle solite dichiarazioni di principio, che suoneranno anche bene, ma portano davvero da qualche parte?
Fino a ieri l'idea era dunque quella di votare PD. Ma oggi ho scoperto grazie al blog di Leonardo questa interessante e convincente analisi sul voto utile regione per regione.
Di conseguenza credo proprio che il mio voto andrà al Partito Democratico per la Camera, alla Sinistra Arcobaleno per il Senato.
(Nel caso ve lo stiate chiedendo, la foto in alto non c'entra nulla. Però mi piaceva.)
…
In effetti le motivazioni che mi spingevano verso il PD erano più legate a sensazioni di stomaco piuttosto che a elaborate analisi politiche o sociali. Tra l'altro nessuna di queste ragioni dipende particolarmente dal programma politico del partito di Veltroni, il che è tutto dire.
Vediamole un po':
- Mi pare che tra tutti gli elettori impegnati in questa tornata, quelli che voteranno il PD sono quelli che mi danno più garanzie di controllo sull'operato dei propri candidati, quelli che mi pare abbiano l'atteggiamento più costruttivo rispetto allo stato disastroso del paese, quelli più disponibili al dialogo. No, non confondo elettori ed eletti, ma sui secondi non faccio troppo affidamento.
- Le parole, i proclami, i modi della destra (di tutta la destra) rappresentano tutto ciò che non sopporto dello scenario politico e sociale nazionale. A dettare il passo della competizione elettorale c'è l'armata dei predicatori d'odio, dei prendi i soldi e scappa e del panem et circenses a gogo. Gente che cerca il voto facendo leva sugli istinti più bassi del corpo elettorale, sulla paura e il sospetto, piuttosto che sulla bontà della proposta politica. Beh… io 'sta gente vorrei vederla davvero rimossa dal panorama politico nazionale, anche a costo di sopportare Veltroni e compagnia per i prossimi cinque anni.
- L'opzione del non voto, sponsorizzata da Grillo & Co. non è mai stata così presente come quest'anno sulla scena nazionale. Rispetto le opinioni di (quasi) tutti, dopotutto la scelta della fetta di salame nella scheda ha tentato anche me, e parecchio, ma sono arrivato alla conclusione che non votare non rappresenta altro che un'illusione di protesta, oltre a essere per molti l'estremo tentativo di ottenere un'improbabile verginità politica. Come se poi il giorno dopo le elezioni non ci ritrovassimo di nuovo tutti ad avere a che fare con l'amministrazione pubblica, con un lavoro, con la gestione di una famiglia. Insomma, alla fine mi pare che Grillo & Co. siano molto molto bravi a lamentarsi, a sparare nel mucchio, a condannare i loro colpevoli senza preoccuparsi troppo di trovare qualcosa da salvare. Ma non li ho mai visti assumersi una qualche responsabilità, sforzarsi di trovare qualcosa di decente da salvare, lavorare per costruire piuttosto che per distruggere.
In fondo sono convinto che la classe politica che ci ritroviamo rappresenti benissimo i cittadini italiani. O pensate davvero che privilegio, corruzione e sfruttamento siano limitati al Palazzo?
- Rimane da considerare la sinistra. A me comunisti e compagnia son sempre stati simpatici. Probabilmente sono idealmente molto più vicino a loro che non alle altre compagini in gara. Il problema, e non è un problema da poco, è il caravanserraglio che sono diventati. Così come si presentano mi danno l'idea di un'accozzaglia confusa e dispersa, tesa più alla conquista di una qualche poltrona che alla difesa di un'idea o alla realizzazione di un programma. Spero che nei prossimi anni da questa (con)fusione di idee, partiti e personaggi possa nascere qualcosa di nuovo. Nell'attesa sarà gioco che si impegnino di più sui fatti e le proposte piuttosto che non sulle solite dichiarazioni di principio, che suoneranno anche bene, ma portano davvero da qualche parte?
Fino a ieri l'idea era dunque quella di votare PD. Ma oggi ho scoperto grazie al blog di Leonardo questa interessante e convincente analisi sul voto utile regione per regione.
Di conseguenza credo proprio che il mio voto andrà al Partito Democratico per la Camera, alla Sinistra Arcobaleno per il Senato.
(Nel caso ve lo stiate chiedendo, la foto in alto non c'entra nulla. Però mi piaceva.)
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08 aprile 2008
Appuntamento all'Astracon!
Dal 18 al 20 aprile sarò anch'io all'Astracon, la convention fantascientifica che si svolgerà presso il cinema teatro Astrolabio a Villasanta, nei pressi di Monza.Porterò con me una quindicina di tavole per presentare al pubblico alcune delle immagini che corredano l'antologia connettivista Frammenti di una rosa quantica insieme ad altri lavori assimilabili per intenzioni e suggestioni al panorama fantascientifico che si dispiegherà nei tre giorni dell'evento.
Per farsi un'idea dei contenuti e del ricco programma delle giornate monzesi vi rimando all'articolo pubblicato qualche giorno fa su Fantascienza.com.
Per seguire in diretta e interagire con tutti gli eventi dell'Astracon è stato invece creato un blog: astracon.wordpress.com.
Appuntamento all'Astrolabio dunque, da venerdì fino a domenica 20 aprile!
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03 aprile 2008
Rapporto letture - Marzo 2008
Nell'attesa di finire Giochi sacri, le restanti letture di marzo sono tutte made in italy.
Ecco l'elenco:
Christian Raimo (a cura di) - Il corpo e il sangue d'Italia
Per prima cosa lasciatemi dire che è davvero una fortuna che in Italia esistano ancora editori come minimum fax. È soprattutto grazie al loro lavoro (e a quello di pochi altri editori nostrani) che si tenta di percorrere strade (troppo) poco battute, esercitare scelte e proporre progetti che non rientrano nello standard omologato dell'offerta editoriale italiana.
In quest'ottica Il corpo e il sangue d'Italia è un esempio perfetto: un volume che cerca di coniugare le capacità narrative degli autori con l'ambizione, anzi, con la necessità, di spiegare e spiegarsi qualche pezzo del paese in cui siamo immersi.
Operazioni come questa si portano sempre dietro il loro bel carico di incognite. Il rischio connaturato a questo libro, che è prima di tutto la raccolta di una serie di reportage su vari aspetti del nostro paese, è quello di eccedere nel gusto affabulatorio e narcisista degli autori, di esaltare il mestiere dello scrittore piuttosto di approfondire la realtà di cui tratta. In effetti degli otto contributi all'antologia più di uno tende a deragliare dal racconto delle viscere del paese verso un più personale viaggio nella propria incapacità di relazionarsi compiutamente con la realtà circostante.
Per fortuna però tra i diversi contributi presenti ci sono aspetti misconsociuti del nostro paese resi con grande maestria e partecipazione. Penso all'incontro con la realtà quotidiana degli imam nelle nostre metropoli, allo sguardo su uno scorcio di Calabria da cui si intravedono molti nodi di quella che è la vita normale in quelle terre, ma soprattutto a quello che è secondo me il pezzo più memorabile dell'intera raccolta. Mi riferisco a Il responsabile dello stile di Antonio Pascale, una sorta di meta-reportage sulle modalità di rappresentazione della realtà nella sua trasposizione mediatica, che nonostante sia il contributo più off topic del volume è anche quello che più di tutti illumina di consapevolezza l'idea che abbiamo (che ci siamo fatti) dell'Italia che ci circonda. Di certo il pezzo di Pascale è quello che alla fine mi ha lasciato più materia su cui riflettere.
Perché in fondo la mia reazione viscerale alla lettura dei vari squarci aperti dagli autori nel cuore della penisola è stata una sorta di sollievo, prima di tutto per la fortuna che ho avuto nell'essere nato a Bolzano e abitare a Modena, e poi per il fatto di avere un lavoro soddisfacente e una famiglia che non è stata poi così difficile veder crescere. Non mi sento un privilegiato, e non provo neppure sensi di colpa, ci mancherebbe. Ho piuttosto la consapevolezza che poteva andarmi molto molto peggio.
AA. VV. - Robot 49 & Robot 50
Finalmente ho iniziato a colmare il gap tra gli ultimi numeri di Robot letti ormai un paio d'anni fa e le ultime uscite. Il fatto è che sebbene Robot sia l'unica rivista di fantascienza che valga davvero la pena leggere, la qualità media della narrativa delle sue pagine è piuttosto altalenante. Si passa da pezzi da novanta come Neil Gaiman ad esordi narrativi non pienamente riusciti, alla riproposizione di materiale storico che personalmente non riesco ad apprezzare più di tanto.
In effetti i due numeri di Robot letti questo mese non spiccano certo per la qualità dei racconti, piuttosto per la presenza di articoli (che siano saggi critici, approfondimenti o materiale puramente informativo) davvero interessanti. Da segnalare per esempio le interviste a Richard K. Morgan (nel numero 49) e quella a Charlie Stross (nel numero 50). Per tornare alla narrativa, non vorrei aver dato l'impressione che sia tutta da buttar via. Se continuo a seguire Robot è proprio per la sua proposta di narrativa breve. La forma racconto è infatti tra quelle che più apprezzo, oltre ad essere tra le più caratteristiche del genere fantascienza, ma è sempre più difficile ritrovarla in libreria.
Tra le piacevoli sorprese del numero 49 vanno segnalati la riproposizione di Ketama, divertito e divertente racconto hard-boiled uscito dalla tastiera di Silvio Sosio qualche anno fa, il folgorante inizio di Viaggio ai confini della notte di Giovanni De Matteo che se anche poi non si conclude nel migliori dei modi, rimane un ottimo esempio di robusta fantascienza. Nel numero cinquanta spicca la presenza di un Premio Hugo Tk'tk'tk di David D. Levine (piacevole, ma non entusiasmante) e del celebrato Harry Turtledove che ci offre uno scorcio di storia alternativa non troppo esaltante, almeno dal mio punto di vista. Nello stesso numero si segnalano pure il racconto di Alberto Cola vincitore del Premio Italia e la riproposizione di un racconto di Anna Rinonapoli, Gita al pianeta madre che nonostante sia appesantito da un moralismo piuttosto evidente brilla però per un uso del linguaggio davvero effervescente.
Da leggere, come sempre, gli editoriali di Vittorio Curtoni.
AA. VV. - Frammenti di una rosa quantica
Finalmente ho letto Frammenti di una rosa quantica fino in fondo, e sebbene l'abbia finito solo ieri, e Marzo sia ormai già passato, beh… perché perdere l'occasione?
Tra i motivi che mi hanno trattenuto dal leggere preventivamente i racconti che sarebbero poi andati a comporre l'antologia c'era anche il malcelato timore che non fossero all'altezza delle aspettative. La mia esperienza con Supernova Express, la prima raccolta connettivista uscita un anno fa, non era stata delle migliori. Temevo che il livello qualitativo dei racconti proposti in questo nuovo volume fosse paragonabile a quello non certo entusiasmante dell'antologia precedente.
Beh… sono davvero felice di poter dire che mi sbagliavo alla grande.
Insieme ai nomi ormai conosciuti e apprezzati di Dario Tonani o Alberto Cola, vanno citati tra gli autori dei racconti che più ho apprezzato almeno Filippo C. Battaglia, Fernando Fazzari e Marco Milani, che seppur con qualche ingenuità, i primi due per lo meno, danno comunque prova di ottime capacità compositive.
Anche nei Frammenti di una rosa quantica ci sono racconti che non mi hanno soddisfatto (ma trovatemi un'antologia di soli capolavori!), in compenso però, a fronte di un livello medio più che dignitoso, nel corso della lettura ci si imbatte in vere e proprie gemme in grado di illuminare da sole tutto il volume.
Se da un lato si rischia ormai di dare per scontate le capacità di Giovanni De Matteo non si può non rimanere sorpresi dalla densità e dalla ricchezza di suggestioni del suo Orizzonte degli eventi, un racconto che sembra essere uscito dal magico incontro di William Gibson con Greg Egan a casa di Samuel Delany. Spero che Giovanni voglia approfondire l'esplorazione di questa porzione di universo, come lettore non vedo l'ora di poterci tornare.
Altra menzione per il racconto di Alex Tonelli. Me ne avessero parlato prima, avrei scartato l'idea di un racconto come L’ultima stanza del mondo come qualcosa di velleitario o di terribilmente palloso. E invece la scrittura cristallina dell'autore mi ha conquistato con le sue atmosfere tra il claustrofobico, l'onirico e il surreale, con la tensione crescente e l'impossibilità di una risposta. Un racconto davvero splendido.
Ultima citazione per Amiens, 1905 di Simone Conti. Un racconto che mi ha fatto ritornare con la memoria ai pomeriggi spesi da bambino tra le pagine dei romanzi di Giulio Verne. Un racconto emozionato ed emozionante, che non si limita a citare in maniera precisa e partecipata le opere dell'autore francese ma che si esalta nella sua capacità di commuovere e di sorprendere il fortunato lettore.
Arrivato in fondo al volume mi ritrovo assai più speranzoso di prima riguardo al futuro della fantascienza made in italy. Credo sia il risultato migliore che questi Frammenti di una rosa quantica potessero ottenere.
Questo è tutto per il mese appena trascorso. Per il mese prossimo ancora Robot, McCarthy e finalmente l'India di Vikram Chandra.
Seguite il link per le letture di gennaio e febbraio.
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Ecco l'elenco:
Christian Raimo (a cura di) - Il corpo e il sangue d'Italia
Per prima cosa lasciatemi dire che è davvero una fortuna che in Italia esistano ancora editori come minimum fax. È soprattutto grazie al loro lavoro (e a quello di pochi altri editori nostrani) che si tenta di percorrere strade (troppo) poco battute, esercitare scelte e proporre progetti che non rientrano nello standard omologato dell'offerta editoriale italiana.
In quest'ottica Il corpo e il sangue d'Italia è un esempio perfetto: un volume che cerca di coniugare le capacità narrative degli autori con l'ambizione, anzi, con la necessità, di spiegare e spiegarsi qualche pezzo del paese in cui siamo immersi.
Operazioni come questa si portano sempre dietro il loro bel carico di incognite. Il rischio connaturato a questo libro, che è prima di tutto la raccolta di una serie di reportage su vari aspetti del nostro paese, è quello di eccedere nel gusto affabulatorio e narcisista degli autori, di esaltare il mestiere dello scrittore piuttosto di approfondire la realtà di cui tratta. In effetti degli otto contributi all'antologia più di uno tende a deragliare dal racconto delle viscere del paese verso un più personale viaggio nella propria incapacità di relazionarsi compiutamente con la realtà circostante.
Per fortuna però tra i diversi contributi presenti ci sono aspetti misconsociuti del nostro paese resi con grande maestria e partecipazione. Penso all'incontro con la realtà quotidiana degli imam nelle nostre metropoli, allo sguardo su uno scorcio di Calabria da cui si intravedono molti nodi di quella che è la vita normale in quelle terre, ma soprattutto a quello che è secondo me il pezzo più memorabile dell'intera raccolta. Mi riferisco a Il responsabile dello stile di Antonio Pascale, una sorta di meta-reportage sulle modalità di rappresentazione della realtà nella sua trasposizione mediatica, che nonostante sia il contributo più off topic del volume è anche quello che più di tutti illumina di consapevolezza l'idea che abbiamo (che ci siamo fatti) dell'Italia che ci circonda. Di certo il pezzo di Pascale è quello che alla fine mi ha lasciato più materia su cui riflettere.
Perché in fondo la mia reazione viscerale alla lettura dei vari squarci aperti dagli autori nel cuore della penisola è stata una sorta di sollievo, prima di tutto per la fortuna che ho avuto nell'essere nato a Bolzano e abitare a Modena, e poi per il fatto di avere un lavoro soddisfacente e una famiglia che non è stata poi così difficile veder crescere. Non mi sento un privilegiato, e non provo neppure sensi di colpa, ci mancherebbe. Ho piuttosto la consapevolezza che poteva andarmi molto molto peggio.
AA. VV. - Robot 49 & Robot 50
Finalmente ho iniziato a colmare il gap tra gli ultimi numeri di Robot letti ormai un paio d'anni fa e le ultime uscite. Il fatto è che sebbene Robot sia l'unica rivista di fantascienza che valga davvero la pena leggere, la qualità media della narrativa delle sue pagine è piuttosto altalenante. Si passa da pezzi da novanta come Neil Gaiman ad esordi narrativi non pienamente riusciti, alla riproposizione di materiale storico che personalmente non riesco ad apprezzare più di tanto.
In effetti i due numeri di Robot letti questo mese non spiccano certo per la qualità dei racconti, piuttosto per la presenza di articoli (che siano saggi critici, approfondimenti o materiale puramente informativo) davvero interessanti. Da segnalare per esempio le interviste a Richard K. Morgan (nel numero 49) e quella a Charlie Stross (nel numero 50). Per tornare alla narrativa, non vorrei aver dato l'impressione che sia tutta da buttar via. Se continuo a seguire Robot è proprio per la sua proposta di narrativa breve. La forma racconto è infatti tra quelle che più apprezzo, oltre ad essere tra le più caratteristiche del genere fantascienza, ma è sempre più difficile ritrovarla in libreria.
Tra le piacevoli sorprese del numero 49 vanno segnalati la riproposizione di Ketama, divertito e divertente racconto hard-boiled uscito dalla tastiera di Silvio Sosio qualche anno fa, il folgorante inizio di Viaggio ai confini della notte di Giovanni De Matteo che se anche poi non si conclude nel migliori dei modi, rimane un ottimo esempio di robusta fantascienza. Nel numero cinquanta spicca la presenza di un Premio Hugo Tk'tk'tk di David D. Levine (piacevole, ma non entusiasmante) e del celebrato Harry Turtledove che ci offre uno scorcio di storia alternativa non troppo esaltante, almeno dal mio punto di vista. Nello stesso numero si segnalano pure il racconto di Alberto Cola vincitore del Premio Italia e la riproposizione di un racconto di Anna Rinonapoli, Gita al pianeta madre che nonostante sia appesantito da un moralismo piuttosto evidente brilla però per un uso del linguaggio davvero effervescente.
Da leggere, come sempre, gli editoriali di Vittorio Curtoni.
AA. VV. - Frammenti di una rosa quantica
Finalmente ho letto Frammenti di una rosa quantica fino in fondo, e sebbene l'abbia finito solo ieri, e Marzo sia ormai già passato, beh… perché perdere l'occasione?
Tra i motivi che mi hanno trattenuto dal leggere preventivamente i racconti che sarebbero poi andati a comporre l'antologia c'era anche il malcelato timore che non fossero all'altezza delle aspettative. La mia esperienza con Supernova Express, la prima raccolta connettivista uscita un anno fa, non era stata delle migliori. Temevo che il livello qualitativo dei racconti proposti in questo nuovo volume fosse paragonabile a quello non certo entusiasmante dell'antologia precedente.
Beh… sono davvero felice di poter dire che mi sbagliavo alla grande.
Insieme ai nomi ormai conosciuti e apprezzati di Dario Tonani o Alberto Cola, vanno citati tra gli autori dei racconti che più ho apprezzato almeno Filippo C. Battaglia, Fernando Fazzari e Marco Milani, che seppur con qualche ingenuità, i primi due per lo meno, danno comunque prova di ottime capacità compositive.
Anche nei Frammenti di una rosa quantica ci sono racconti che non mi hanno soddisfatto (ma trovatemi un'antologia di soli capolavori!), in compenso però, a fronte di un livello medio più che dignitoso, nel corso della lettura ci si imbatte in vere e proprie gemme in grado di illuminare da sole tutto il volume.
Se da un lato si rischia ormai di dare per scontate le capacità di Giovanni De Matteo non si può non rimanere sorpresi dalla densità e dalla ricchezza di suggestioni del suo Orizzonte degli eventi, un racconto che sembra essere uscito dal magico incontro di William Gibson con Greg Egan a casa di Samuel Delany. Spero che Giovanni voglia approfondire l'esplorazione di questa porzione di universo, come lettore non vedo l'ora di poterci tornare.
Altra menzione per il racconto di Alex Tonelli. Me ne avessero parlato prima, avrei scartato l'idea di un racconto come L’ultima stanza del mondo come qualcosa di velleitario o di terribilmente palloso. E invece la scrittura cristallina dell'autore mi ha conquistato con le sue atmosfere tra il claustrofobico, l'onirico e il surreale, con la tensione crescente e l'impossibilità di una risposta. Un racconto davvero splendido.
Ultima citazione per Amiens, 1905 di Simone Conti. Un racconto che mi ha fatto ritornare con la memoria ai pomeriggi spesi da bambino tra le pagine dei romanzi di Giulio Verne. Un racconto emozionato ed emozionante, che non si limita a citare in maniera precisa e partecipata le opere dell'autore francese ma che si esalta nella sua capacità di commuovere e di sorprendere il fortunato lettore.
Arrivato in fondo al volume mi ritrovo assai più speranzoso di prima riguardo al futuro della fantascienza made in italy. Credo sia il risultato migliore che questi Frammenti di una rosa quantica potessero ottenere.
Questo è tutto per il mese appena trascorso. Per il mese prossimo ancora Robot, McCarthy e finalmente l'India di Vikram Chandra.
Seguite il link per le letture di gennaio e febbraio.
…
26 marzo 2008
Il futuro è sporco
Non so voi, ma io mi sono sempre chiesto da dove arrivi all'autore l'idea per le copertine dei libri che leggo. O meglio, mi son sempre chiesto in che modo fossero legati immagine e testo.
In alcuni casi la risposta è sin troppo ovvia. Ma in altri la suggestione è più misteriosa, per arrivare poi all'estremo opposto in cui non c'è proprio alcun legame tra immagine di copertina e il contenuto del volume.
Le cose si fanno ancora più interessanti quando mi capita tra le mani un volume illustrato. Non che succeda spesso, anzi. Ultimamente gli unici casi del genere riguardano le uscite di Robot. Anche in questo caso le risposte sono quasi sempre piuttosto immediate. Le illustrazioni che accompagnano i racconti rappresentano solitamente una sorta di visualizzazione delle immagini reperibili all'interno della storia stessa.
Se parlo di copertine, illustrazioni e fantascienza il motivo è prevedibile: questo mese ha visto finalmente la luce Frammenti di una rosa quantica , l'antologia di racconti fanta-connettivisti che ho avuto la ventura di illustrare con le mie immagini.
Quando si tratta di fotografia e fantascienza sono piuttosto incosciente. Quindi, nonostante la mia esperienza nel settore sia pressoché nulla, quando mi è stata chiesta la disponibilità per collaborare a questo progetto non me lo sono fatto ripetere due volte. Lascio a chi leggerà l'antologia ogni giudizio sulla qualità delle immagini (ogni feedback è più che benvenuto!), qui voglio provare a raccontare come sono nate la illustrazioni che corredano i racconti.
Il primo obiettivo che mi sono posto è stato quello di abbandonare l'iconografia fantascientifica classica.
Quella iconografia che rappresenta un futuro tutto plastica e metallo lucido, in cui le linee aerodinamiche di palazzi o astronavi si confrontano con gli spigoli di tecnologie improbabili, armi minacciose e oscuri macchinari alieni.
Nelle mie immagini ho cercato di raffigurare il futuro (se la fantascienza si deve occupare del futuro) per come lo immagino: più vicino a una pozza protoplasmatica di rifiuti organici che a un grattacielo svettante sulle umane miserie, con la fotografia a evocare un tempo le cui fondamenta sono piantate nelle rovine accumulate nel corso dei secoli, uno spazio in cui qualche sprazzo di luce e di vitalità sarà sempre presente, ma in cui anche la più piccola speranza di redenzione si dovrà continuamente confrontare con un fardello sempre più gravoso di ricordi e fallimenti, di sogni riciclati e ideali duri a morire.
Quando con Kremo ci siamo accordati per le modalità tecniche di realizzazione delle immagini la prima cosa che ha fatto è stata spedirmi (quasi) tutti i racconti che avrebbero poi composto l'antologia. Questo per aiutarmi a creare il giusto accompagnamento alle storie che avrei dovuto illustrare.
Riflettendo su quale sarebbe stato l'approccio migliore, sono partito dal presupposto che le mie immagini avrebbero anticipato il racconto, costituendone una sorta di premessa. Non avrebbe quindi avuto molto senso provare a rappresentare un particolare passaggio delle pagine successive. Oltretutto mi ero ripromesso di evitare, per quanto possibile, la trappola dell'immagine didascalica, come pure di anticipare al lettore qualche aspetto della trama.
A costo di peccare di eccessiva confidenza ho deciso di non leggere il materiale narrativo. O meglio: di ogni racconto mi sono limitato a leggere gli incipit, le prime righe o qualche paragrafo, giusto per lasciarmi suggestionare dall'atmosfera con l'intento di riproporla poi in ambito visivo, senza essere legato in maniera più concreta al contenuto dei racconti stessi.
Non so se il risultato è all'altezza delle aspettative, siano esse quelle degli autori dei racconti o quelle dei lettori che si imbatteranno nelle immagini tra una storia e l'altra. Io sono moderatamente soddisfatto delle mie realizzazioni. Non tutte sono pienamente riuscite, qualcuna va forse un po' troppo fuori dal tracciato del racconto che accompagna, ma di almeno un paio sono davvero orgoglioso.
Insomma, per essere la mia prima volta non è andata troppo male.
…
In alcuni casi la risposta è sin troppo ovvia. Ma in altri la suggestione è più misteriosa, per arrivare poi all'estremo opposto in cui non c'è proprio alcun legame tra immagine di copertina e il contenuto del volume.
Le cose si fanno ancora più interessanti quando mi capita tra le mani un volume illustrato. Non che succeda spesso, anzi. Ultimamente gli unici casi del genere riguardano le uscite di Robot. Anche in questo caso le risposte sono quasi sempre piuttosto immediate. Le illustrazioni che accompagnano i racconti rappresentano solitamente una sorta di visualizzazione delle immagini reperibili all'interno della storia stessa.
Se parlo di copertine, illustrazioni e fantascienza il motivo è prevedibile: questo mese ha visto finalmente la luce Frammenti di una rosa quantica , l'antologia di racconti fanta-connettivisti che ho avuto la ventura di illustrare con le mie immagini.
Quando si tratta di fotografia e fantascienza sono piuttosto incosciente. Quindi, nonostante la mia esperienza nel settore sia pressoché nulla, quando mi è stata chiesta la disponibilità per collaborare a questo progetto non me lo sono fatto ripetere due volte. Lascio a chi leggerà l'antologia ogni giudizio sulla qualità delle immagini (ogni feedback è più che benvenuto!), qui voglio provare a raccontare come sono nate la illustrazioni che corredano i racconti.
Il primo obiettivo che mi sono posto è stato quello di abbandonare l'iconografia fantascientifica classica.
Quella iconografia che rappresenta un futuro tutto plastica e metallo lucido, in cui le linee aerodinamiche di palazzi o astronavi si confrontano con gli spigoli di tecnologie improbabili, armi minacciose e oscuri macchinari alieni.
Nelle mie immagini ho cercato di raffigurare il futuro (se la fantascienza si deve occupare del futuro) per come lo immagino: più vicino a una pozza protoplasmatica di rifiuti organici che a un grattacielo svettante sulle umane miserie, con la fotografia a evocare un tempo le cui fondamenta sono piantate nelle rovine accumulate nel corso dei secoli, uno spazio in cui qualche sprazzo di luce e di vitalità sarà sempre presente, ma in cui anche la più piccola speranza di redenzione si dovrà continuamente confrontare con un fardello sempre più gravoso di ricordi e fallimenti, di sogni riciclati e ideali duri a morire.
Quando con Kremo ci siamo accordati per le modalità tecniche di realizzazione delle immagini la prima cosa che ha fatto è stata spedirmi (quasi) tutti i racconti che avrebbero poi composto l'antologia. Questo per aiutarmi a creare il giusto accompagnamento alle storie che avrei dovuto illustrare.
Riflettendo su quale sarebbe stato l'approccio migliore, sono partito dal presupposto che le mie immagini avrebbero anticipato il racconto, costituendone una sorta di premessa. Non avrebbe quindi avuto molto senso provare a rappresentare un particolare passaggio delle pagine successive. Oltretutto mi ero ripromesso di evitare, per quanto possibile, la trappola dell'immagine didascalica, come pure di anticipare al lettore qualche aspetto della trama.
A costo di peccare di eccessiva confidenza ho deciso di non leggere il materiale narrativo. O meglio: di ogni racconto mi sono limitato a leggere gli incipit, le prime righe o qualche paragrafo, giusto per lasciarmi suggestionare dall'atmosfera con l'intento di riproporla poi in ambito visivo, senza essere legato in maniera più concreta al contenuto dei racconti stessi.
Non so se il risultato è all'altezza delle aspettative, siano esse quelle degli autori dei racconti o quelle dei lettori che si imbatteranno nelle immagini tra una storia e l'altra. Io sono moderatamente soddisfatto delle mie realizzazioni. Non tutte sono pienamente riuscite, qualcuna va forse un po' troppo fuori dal tracciato del racconto che accompagna, ma di almeno un paio sono davvero orgoglioso.
Insomma, per essere la mia prima volta non è andata troppo male.
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