29 agosto 2013

Berlino: i ragazzi, il viaggio, la città

© giorgio raffaelli
Per esercitare la difficile arte del compromesso non c'è nulla di meglio di un bel viaggio con i figli. Quest'anno, per la prima volta, abbiamo deciso di trascorrere le nostre vacanze in una grande città. Niente campagna, agriturismi o campeggi sui monti, ma Berlino prima e Praga poi.
Il compromesso tra quello che vorresti fare tu e quello che non vogliono fare loro lo dai per scontato ancor prima di partire. Ma i dubbi e le discussioni che accompagnano ogni scelta, seppur forieri di frustrazioni varie, possono rappresentare anche uno stimolo a interrogarsi su cosa rappresenti l'esperienza del viaggio, più ancora che quella di una vacanza, per te e per le persone che ti circondano.

Perché andare a Berlino? Per noi che abitiamo in provincia, e che ci sentiamo dei campagnoli anche quando passiamo per Milano, la risposta è facile. Tra le città che ci possiamo permettere di visitare, Berlino rappresenta la meta più distante dalla nostra esperienza urbana quotidiana. Una metropoli senza un centro storico, ma che trasuda storia da ogni angolo, una città in perenne mutazione, in cui i cantieri si contendono lo spazio con strade e palazzi, uno dei pochi luoghi europei teso verso il futuro piuttosto che fermo a rimuginare, a riciclare, a celebrare il proprio passato (anche perché, diciamocelo, non è che ci sia poi molto di cui gloriarsi nella storia recente di Berlino).
E poi ci sono i motivi personali, che nessun posto è cambiato tanto negli ultimi 25 anni come la capitale tedesca, e confrontare l'esperienza del viaggio fatto nel 1987 con l'impatto odierno della città sul visitatore è davvero stupefacente.

Alla ricerca di qualche coordinata che potesse aiutare ad orientarci nel nostro vagabondare per la città, il Muro è stata la prima tappa, Alexander Platz la seconda, il Pergamon Museum la terza. E poi Kreuzberg, che forse è il luogo rimasto più simile a sé stesso tra quelli che ricordavo.

© giorgio raffaelli
Il Muro, presente come traccia sospesa in tutto la città, l'abbiamo visitato nel tratto conservato e illustrato della East Side Gallery. Il Muro trasformato in supporto per espressione politica e artistica (non che non lo fosse prima, ma era anche ben altro) perde la sua essenza angosciosa e futile, ma rimane pur sempre un importante memento della storia recente della città. (L'aspetto minaccioso del Muro lo si percepisce comunque sul'altro lato della passeggiata, con un esposizione di gigantografie che tracciano la mappa dei muri ancora presenti ai quattro angoli del mondo ed è visione significativa e terrificante).
Alexander Platz è un cantiere e un mercato, con la Fernsehturm a fare da perno e da bussola nel carosello umano in perenne rotazione tra giardini e treni e negozi. Nel mio ricordo Alexander Platz era un luogo freddo, spazzato dal vento, deserto, esempio perfetto del trionfo effimero del socialismo reale. Ora s'è trasformata nel suo esatto opposto: un non luogo frequentato da turisti e clienti, con le bancarelle del solito mercato pseudoalternativo al centro di un quadrilatero dominato da palazzi convertiti in centri commerciali, la fila per salire in cima alla torre e la stazione della metropolitana a dividere come un solco i due lati della stessa medaglia.
La visita al Pergamon Museum, praticamente un dovere per tutti i turisti in città, s'è risolta senza troppe conseguenze familiari, che nonostante i figli abbiano dimostrato un'immediata insofferenza per 'sti vecchi sassi, qualcosa li deve aver comunque colpiti (le miniature e i volumi della collezione islamica, da quel che ho capito). Da parte mia dovevo andare in questo museo, che all'epoca della mia prima visita mi colpì tantissimo (il confronto con la realtà fuori museo era straniante). Soprattutto dovevo verificare dove fosse collocato, che per qualche strano scherzo della memoria mi pareva fosse in tutt'altra parte della città.

Una volta stabilito un minimo di punti di riferimento, girare Berlino diventa piuttosto semplice nonostante le dimensioni della città. Non che noi si sia diventati particolarmente esperti, più che altro ti rendi conto che in cinque giorni hai appena scalfito la superficie di quel che la città è in grado di offrire al visitatore. Siamo usciti poco fuori dal quartiere centrale, giusto la passeggiata esplorativa a Kreuzberg, con la scoperta di qualche ricordo che credevo scomparso, un assaggio di cucina turca e la constatazione che dalla prima visita - nel 1987 eravamo ospiti di un indigeno del posto -  il quartiere è rimasto apparentemente uguale, magari solo un po' più benestante.
Per il resto siamo rimasti impressionati dalla Hauptbahnhof, abbiamo apprezzato il museo d'arte contemporanea e il silenzio del labirinto di cemento del memoriale dell'olocausto. Siamo rimasti stupefatti dalla quantità di cibo reperibile lungo la via, dal senso di tolleranza e possibilità che si respira per strada, dalle facce mediamente contente delle persone e dal fatto che, nonostante la quantità di turisti presenti, questi non spiccassero - almeno non tutti - come mosche bianche nel corpo della città.

Nonostante le discussioni, credo che anche i figli abbiano apprezzato Berlino. Dopotutto ci han trovato molte cose con cui hanno una qualche dimestichezza, se non di prima mano almeno per sentito dire, che la città è piena di segni che rimandano a quelle culture di strada che sono ormai tra i loro riferimenti principi (penso a hip-hop e grafittari, ma anche a fast food e tizi strani).

© giorgio raffaelli
In effetti credo che l'assenza di punti di riferimento culturali, se non propriamente fisici, sia l'aspetto che rende più difficile la visita di una città straniera con i figli al seguito. Per loro Berlino non significa niente, e l'approccio che abbiamo comunemente io e Annalisa al cospetto di un luogo sconosciuto, che consiste nel perdersi, e girare quasi a caso, toccando magari i siti turistici istituzionali, che è quasi doveroso visitare in caso di vacanza, ma privilegiando gli aspetti più quotidiani e quindi più lontani dall'esperienza del visitatore straniero, metta decisamente in difficoltà chi invece è alla disperata ricerca di conferme e di segni riconoscibili. Paradossalmente la presenza dei graffiti che colorano/sporcano/adornano ogni angolo libero della città è stata forse la nostra salvezza (insieme alle visite ai centri commerciali di turno) nel rapporto tra noi genitori, i figli, e la città.
La bellezza di palazzi e musei aiuta, ma ai pargoli non basta, che per crearsi una propria narrazione della visita, che è la maniera più immediata per riconciliarsi con il viaggio, servono parole, segni, panorami che possano essere ricondotti alla propria esperienza, e che esperienza vuoi che abbiano due ragazzi di 12 e 15 anni?

A riprova di questo aspetto della vacanza ecco la nostra tappa praghese, che i figli hanno detestato dal primo all'ultimo minuto, proprio per l'assenza totale di agganci alla loro realtà e alla contemporanea sovrabbondante presenza di turisti che, al contrario di quel che accade a Berlino, rimangono un variopinto e rumoroso corpo estraneo nel contesto della città. A Praga non siamo riusciti a trovare nulla capace di attrarre l'attenzione della figliolanza, e l'unico approccio per smuoverli è stato sottolineare il confronto tra le realtà differenti da cui proveniamo, tra il nostro modo di intendere l'esplorazione della città e quello dei turisti che ci circondavano. Un po' poco per lasciare un gran ricordo della visita, ma forse l'unico in grado di piantare qualche piccolo seme di dubbio e curiosità. Sperando che cresca nel tempo.

09 agosto 2013

Back to Berlin

© giorgio raffaelli

Anche pe quest'anno si parte. Stavolta la nostra destinazione sarà Berlino.
Se penso a tutte le foto della città viste negli ultimi anni grazie ai contatti di flickr, mi pare quasi di conoscerla già. E dire che a Berlino ci sono pure stato, ma è stato una vita fa, in un altro mondo.

Era l'inverno del 1987 e fu un viaggio molto istruttivo fin dall'inizio, con l'interminabile tragitto notturno lungo le autostrade della DDR, con multa obbligatoria a interrompere la monotonia del cemento sotto le ruote. E poi Kreuzberg, dove eravamo ospiti di uno dei pochi tedeschi che allora ci vivevano. E naturalmente il Muro.

© giorgio raffaelli
Ma i ricordi più profondi riguardano quella giornata trascorsa dall'altra parte del muro, passata dalla magnificenza del Pergamon Museum e dalla grandeur triste di Alexander Platz (e il pranzo al ristorante del Rotes Rathaus, uno dei migliori della mia vita, pagato un niente) fino a quel giro in periferia, consigliatoci sottovoce da un residente, partito con la metropolitana - meravigliosa, tutta legno e luci soffuse - e finito tra palazzoni con ancora ben visibili i segni della guerra, con i negozi vuoti e la gente grigia. E noi a guardarci intorno, un po' vergognosi per il nostro turismo in quello squallore, con quel sacco di patate comprato per dovere, che ci siam trascinati oltre checkpoint Charlie, che non abbiamo avuto idee migliori.

© giorgio raffaelli
Ma di quel viaggio ricordo anche i parchi e la campagna che circondava la città (e il Muro sempre all'orizzonte), il freddo fuori e il calore di tutti i centri sociali visitati giusto per un pranzo, una birra o un caffé.
Gli amici che mi accomagnavano li ho persi di vista, ma le serate passate a discutere, la disponibilità dei nostri ospiti e quella cena a base di polenta e ragù, sono ancora tra quei momenti cui torno sempre ben volentieri guardando indietro a quegli anni.

La Berlino che ci aspetta sarà una sorpresa: lei è un'altra città, io sono un'altra persona.
La curiosità è tanta. Ci si sente al ritorno.

07 agosto 2013

Letture: Rugby quantistico, di Jonny Wilkinson, Étienne Klein & Jean Iliopoulus

"Per tutta la vita sono stato ossessionato dall’idea di raggiungere la perfezione e sono rimasto deluso. Finché un giorno mi sono messo alla ricerca di un altro modo per arrivare a un’altra percezione del mondo e del mio lavoro. Prima di tutto mi sono rivolto al buddismo (…). E poco dopo ho scoperto che c’erano legami tra il mio lavoro e la fisica quantistica."

© giorgio raffaelli
 
Rugby quantistico è la trascrizione di una conversazione pubblica tra due fisici quantistici, Étienne Klein e Jean Iliopoulus, con il rugbista Jonny Wilkinson, campione inglese in forza da qualche anno alla squadra di Tolone.

Per chi frequenta il mondo della palla ovale l'uomo non ha bisogno di presentazioni. Per tutti gli altri basti sapere che l'apertura inglese è il giocatore europeo che ha marcato più punti nella storia di questo sport, che ha all'attivo innumerevoli titoli nazionali e internazionali, che ha fatto vincere all'Inghilterra il suo unico mondiale all'ultimo secondo, in Australia, contro la nazionale locale. Ma  la fama e il rispetto di cui Jonny Wilkinson gode tra gli appassionati va ben oltre i successi sportivi raggiunti nella sua più che decennale carriera. Si basa piuttosto sul suo impegno, sul suo rigore e sul suo entusiasmo. Jonny Wilkinson è quello che arriva per primo agli allenamenti e se ne va per ultimo, quello che non importa se si gioca per il campionato del mondo o contro l'ultima in classifica, l'importante è metterci tutto quello che hai, sempre.

Queste caratteristiche emergono prepotenti nel libretto in questione. Rugby quantistico racconta l'ossessione per la perfezione di un uomo e le sue strategie di sopravvivenza - e la fisica quantistica, insieme al buddismo, fa la sua parte - per trovare le giuste motivazioni e rimanere ai massimi livelli della sua professione nonostante  i successi, gli infortuni e gli inevitabili errori.

Seppur focalizzato sul racconto dell'approccio di Wilkinson alla sua attività sportiva, Rugby quantistico è una lettura sorprendente per il rapporto che non ti aspetti tra due mondi apparentemente agli antipodi. Leggere l'evidente curiosità degli scienziati per una materia affascinante ma sconosciuta come il rugby, la disponibilità e l'umiltà di Wilkinson a raccontarsi, lo sforzo di rendere comprensibili concetti complessi come quelli che sottendono la ricerca scientifica in un settore come la fisica quantistica che non brilla certo per immediatezza e comprensibilità: in questo incontro rugby e scienza fanno entrambi una gran bella figura.  

Per concludere questo post in bellezza uno speciale dedicato a Jonny Wilkinson (è in francese, non si può avere tutto…).

05 agosto 2013

Letture: Gibuti, di Elmore Leonard

© giorgio raffaelli

C'è questa questa documentarista d'assalto che decide di fare un giro a Gibuti col suo socio vecchio, grosso e nero. Non ha le idee molto chiare, ma di sicuro vuol riprendere e raccontare la pirateria del Corno d'Africa. Non ci mette molto a incappare in pirati di successo e trafficanti d'armi. Del resto a Gibuti gira un sacco di gente interessante, tra ricchi turisti americani, le loro amichette, spie e militari, terroristi in libera uscita e minacce globali. Tutti in perenne movimento tra ville principesche e la varia umanità della città, su un sacco di toyota (bianche o nere), navi da trasporto e d'assalto e barche a vela, alle prese con sparatorie e inseguimenti.
Gli ingredienti di Gibuti son tutti qui. Mescolate - senza shakerare, potrebbe esplodere - e servite freddo. Buon divertimento.

Peggio di così 'sto romanzo di Elmore Leonard non potrebbe partire. I primi capitoli di Gibuti sono pressoché incomprensibili e non so se la responsabilità del disastro siano dell'autore o del solitamente ineccepibile Luca Conti, che si è occupato della traduzione del volume. Se non fosse stato per il nome in copertina avrei mollato la lettura, ma Leonard è Leonard, e una possibilità in più gliela si concede volentieri.

In effetti superato lo scoglio iniziale Gibuti scorre che è una meraviglia. Personaggi furbi e azzeccati, per quanto sopra le righe, plot avvincente e buon ritratto d'ambiente confluiscono in una storia il cui miglior pregio sta probabilmente nell'insolito montaggio della vicenda che combina abilmente flashback, cronaca in tempo reale, scorci di avvenimenti a venire e punti di vista alternati. L'impressione è di trovarsi alle prese con la sceneggiatura romanzata di un film d'azione. Un'opera in cui realismo e credibilità di personaggi e situazioni diventano concetti malleabili, tesi più alla soddisfazione dello spettatore, ops… lettore, che non a offrire un ritratto veritiero o - sia mai! - a indurre qualche riflessione sulla realtà socio-politica del Corno d'Africa.
La lettura di Gibuti non è certo un'esperienza memorabile, ma se ci si limita alle sue qualità di buon intrattenimento non si rimane delusi.

(A chi fosse interessato alla percezione che si ha negli Stati Uniti della situazione particolare di quel pezzo di mondo, consiglio di leggere Pirati della costa somala contenuto in Vennero dal futuro, recente Millemondi dedicato al meglio della produzione fantascientifica del 2007. Ambientato nello stesso contesto, e per certi versi complementare a Gibuti, il racconto di Terry Bisson offre uno scorcio piuttosto interessante sul confronto tra realtà e spettacolo e natura umana ai tempi della pirateria nel terzo millennio.)

01 agosto 2013

Visioni: 7 psicopatici

 Marty: Friends don't make their friends die Hans.
Hans: Psychopathic friends do. You're the one thought psychopaths were so interesting, but they're kinda tiresome after awhile don't you think?








Spacciato come l'ennesimo clone post-tarantiniano (avete presente quel calibrato mix di violenza, innocua ironia, dialoghi forsennati e personaggi eccessivi? Roba che di solito esplode in mano a chi è convinto che la formula sia sufficiente a creare il blockbuster del caso), 7 psicopatici, scritto e diretto da Martin McDonagh, è invece un ambizioso quanto riuscito pezzo di equilibrismo cinematografico.

7 psicopatici è un film cannibale e spericolato, in cui ogni scena tenta di sabotare quella immediatamente precedente. Nella costruzione complessa deIla storia, nell'accumularsi sfrenato di temi e personaggi e storie è evidente il tentativo di distruggere consapevolmente le aspettative dello spettatore, offrendogli un'alternativa solitamente più beffarda, intelligente, e spiazzante del cliché messo in scena. Un lavoro simile rischia ad ogni passo di collassare sotto il peso delle sue stesse ambizioni. E invece 7 psicopatici tiene botta in maniera brillante fino alla conclusione, grazie alla prestazione entusiasmante di tutto il cast, al controllo ferreo dei tempi e degli spazi e, soprattutto, alla leggerezza dell'impianto, che sfrutta le caratteristiche ormai canoniche del genere per portare lo spettatore in territori solitamente poco battuti da queste operazioni.
Ed è notevole come Martin McDonagh sfugga alle trappole parodistiche in cui la messa in scena di 7 psicopatici rischia di cadere ad ogni passo, eviti ogni deriva citazionista - che ormai, oh… che palle! -  giochi con il livello metacinematografico della pellicola in maniera seria ma controllata, senza mai travolgere il nucleo narrativo della vicenda.

Avevo già apprezzato il lavoro che McDonagh aveva fatto per destrutturare il genere dall'interno con quel piccolo gioiello di In Bruges. 7 psicopatici alza ulteriormente l'asticella per chi volesse ancora riproporre la solita miscela di violenza scanzonata (see…) e demenza seriale. E se è vero che operazioni come questa rischiano la schizofrenia narrativa e la dispersione in mille rivoli del cumulo di suggestioni che si accalcano e si sovrappongono alla disperata di ricerca di un po' d'attenzione, è anche vero che il percorso scelto dall'autore è forse l'unico che offra una via d'uscita dalle secche citazionistico-derivative in cui è sprofondato il cinema in questi decenni. Con il rischio di cadere ad ogni ulteriore passo lungo il filo sottile teso tra le sabbie mobili dell'autorialità masturbatoria e la rassicurante certezza del già visto e sentito. Ma con la possibilità di assistere, lungo il percorso, a qualche altro salto mortale, e rimanere col fiato sospeso sperando che l'acrobata non finisca spappolato al suolo.

Non so quale sarà il prossimo progetto di Martin McDonagh, ma mi metto in fila, in paziente attesa, che mi piace come 'sto tizio vede le cose.


25 luglio 2013

Vedo cose, gente, giro, leggo, faccio

© giorgio raffaelli
Chiedo perdono ai frequentatori abituali del blog per il silenzio delle ultime settimane. Sapete come vanno 'ste cose: il caldo, il lavoro, le ferie. La pigrizia, soprattutto.
Non che in questi giorni sia stato con le mani in mano, tra concerti hip-hop (terribili! ma anche no), camminate in montagna (vedi foto), matrimoni bilingui e Milano andata e ritorno e andata e ritorno e… stiamo passando un periodo piuttosto pieno d'impegni. Senza parlare del cambiamento epocale che si sta preparando dietro le quinte, ma di cui non mi azzardo a parlare, che ne va della natura stessa della realtà.

Insomma, il tempo passa e l'estate se ne va. Noi dobbiamo ancora decidere dove andare in vacanza (sì, l'idea è Berlino, ma poi chissà…) e le letture languono. D'altra parte è un periodo che butta bene come visioni cinematografiche. Oddio, butta bene sulla quantità, che invece la qualità è tutta da verificare.
Tra i film decenti visti negli ultimi tempi segnalo Facciamola finita (This is the End), folle apocalisse in salsa hollywoodiana, in cui un plot piuttosto scontato è graziato da un cast sopra le righe che regala momenti di cattiveria e divertimento come da tempo non mi capitava di incontrare.
Di tutt'altro genere l'umorismo condito di dramma sociale de La parte degli angeli. La Scozia plumbea e proletaria di Ken Loach costituisce uno sfondo perfetto per questa piccola storia di riscatto e liberazione.
E poi che altro, beh… sto riguardando la saga di Terminator con mio figlio, e ok, si sopravvive. Ho poi visto anche Now You See Me, che se avesse mantenuto per tutta la durata della pellicola lo standard della prima metà del film sarebbe stato un capolavoro. Gli autori hanno  scelto invece la strada dello spettacolo idiota in cui vale tutto, purché pieno di colore ed esplosioni e inseguimenti e sconvolgenti rivelazioni™, e tutto si appiattisce sul livello zero della narrazione: taralucci e vino a gogo. Per fortuna ci sono Woody Harrelson e Jesse Eisenberg a tentare qualche minimo deragliamento dalla melassa action in cui si viene immersi dall'inizio della proiezione in avanti (ma anche Mélanie Laurent non è male e ci mette del suo per risollevare le sorti del film). Ma da soli non bastano a salvare una visione che si spegne nella noia.
Altri film visti in famiglia? GoodBye Lenin, che m'è piaciuto tanto quanto la prima volta; Fandango, che ok, per me è IL film, ma non so quanti di voi condividono il mio apprezzamento. E poi Moon, che rimane un capolavoro, (che ve lo dico a fare?), ma che visto in blu ray permette di apprezzare - nei vari documenti di supporto al film - anche l'approccio di Duncan Jones al cinema; e SiIverado, che erano aaaaani che non vedevo, ma che ho apprezzato forse ancor di più oggi che al momento della prima visione.

Le letture languono, ma ho sempre da parte un piccolo bagaglio di titoli di cui prima o poi annoterò qualche commento sul blog. Ve li elenco, che semmai ne vorrete discutere sapete cosa vi aspetta.  
Gibuti, di Elmore Leonard;  
Rugby quantistico, di Jonny Wilkinson, Étienne Klein & Jean Iliopoulus;
L'italiana, di Josef Zoderer;  
Codice morto, di Giovanni De Matteo;  
Pietr il Lettone, di Georges Simenon 
Actarus, la vera storia di un pilota di robot, di Carlo Morici;  
Surface Details, di  Iain M. Banks;
Il ciclo di vita degli oggetti software, di Ted Chiang;
Il centodelitti, di Giorgio Scerbanenco;  
Una notte al Ghibli, di Samuel Marolla;
Longitudine, di Dava Sobel.

Rimanete sintonizzati, che tra un po' si riparte.

28 giugno 2013

Letture: Quattro apocalissi, di Andrea Viscusi

© giorgio raffaelli
C'è una parola che non avrei mai sperato di poter utilizzare per descrivere un qualche tentativo di fantascienza italiana. La parola è leggerezza, e non mi viene in mente termine migliore per definire sinteticamente i racconti contenuti in Quattro apocalissi.
La leggerezza di Andrea Viscusi non è mai vacuo parlarsi addosso, non assume mai l'aspetto d'improvvisata superficialità né si riduce a cinica o baldanzosa ironia. È semmai frutto di competenza nelle materie prime che compongono lo scheletro delle sue storie e, soprattutto, di consapevolezza delle implicazioni che sempre una storia porta con sè.

Come suggerisce il titolo, i racconti di questo volume raccontano della fine del mondo. Le quattro apocalissi proposte da Andrea Viscusi affrontano il tema da prospettive sempre diverse (casualità, destino, alieni, religione, sesso, malattia) e nonostante quello della catastrofe planetaria sia uno dei temi tra i più frequentati, fuori e dentro la letteratura di genere, riescono sempre a proporre lo sprazzo di una visione originale, condito da una scrittura piana e mai pretenziosa e costruzioni narrative che non temono invece di farsi più complesse.
Nelle quattro storie si respira l'aria di casa della fantascienza con cui siamo cresciuti, quel modello classico di racconto che pone persone comuni di fronte a situazioni eccezionali, proponendo al centro della narrazione lo sviluppo di un'idea portata fino alle sue estreme conseguenze. Ma sebbene l'impianto non offra particolari novità al lettore, queste storie non appaiono mai derivative, un po' per la già menzionata leggerezza che le contraddistingue, un po' per il tocco originale dell'autore, che regala ogni volta al lettore una speciale soddisfazione.


Quel che più mi ha sorpreso nella fantascienza di Andrea Viscusi e che più lo distanzia dalla maggior parte della produzione di genere nostrana, è la mancanza di qualsiasi pesantezza retorica. Credetemi, leggere un autore italiano che non predica né si lamenta, non indulge in eccessi pseudoromantici fatti di nostalgia e rimpianti, né soffoca la trama con trite elegie di sconfitte, sconforto e disperazione (che oh… il peso del mondo, oh… il destino avverso e crudele)  e nemmeno piega le sue storie alla necessità di convertire  quel caprone di un lettore, beh… è davvero una gran bella notizia. Che poi le suggestioni di queste Quattro apocalissi sono tutt'altro che banali, con in più il pregio sostanziale che la profondità delle riflessioni, quasi inevitabile trattandosi di (buona) fantascienza rimane sempre laterale, appena suggerita, e non è mai imposta al lettore.
A breve Andrea Viscusi dovrebbe pubblicare un nuovo ebook di racconti. Non vedo l'ora di leggerlo.

Quattro apocalissi
è scaricabile qui, mentre l'autore è rintracciabile in rete con il nick Piscu, e Unknown to Millions è il suo blog.

21 giugno 2013

Letture: The Steel Remains, di Richard K. Morgan


© giorgio raffaelli
Ma quanto sono fighi i personaggi di Richard K. Morgan? Non so se avete presente quell'incrocio tra Philip Marlowe, John McClane e un Che Guevara cinico e disincantato che risponde al nome di Takeshi Kovacs, beh… dopo aver creato un personaggio simile è difficile mantenere alto lo standard. Se poi ci mettete che The Steel Remains ha tutto l'aspetto di un romanzo fantasy, capite bene perché me ne sono tenuto lontano fino a ora. E dire che le (poche) fidate recensioni lette in giro erano più che positive. Vabbé, non è che nel frattempo non abbia letto nulla di buono, però… Avessi saputo prima cosa mi aspettava forse 'sto romanzo avrebbe guadagnato qualche posizione nella pila dei libri in attesa.

Per essere chiari fin da subito, in The Steel Remains non c'è un Takeshi Kovacs, ce ne sono tre! E nonostante tutte le apparenze fantasy (spade e mazzate e barbari e apparizioni, senza contare la cartina a inizio volume), 'sto romanzo è ottima fantascienza!
Ma come si fa a nascondere la fantascienza e spacciarla per (ottimo) fantasy? Basta  raccontare la storia dal punto di vista degli indigeni, fermi, loro sì, a un tardo medioevo oscuro e sanguinoso. E se forse il lettore più ingenuo si ferma alle apparenze (e l'editore si sfrega le mani!) The Steel Remains riesce ad accontentare anche quel rompipalle del sottoscritto. Del resto, come definireste voi un romanzo in cui compaiono popoli che arrivano da strani nuovi mondi, dove si parla di possibilità del reale, di terre parallele e di viaggi nel tempo? …avete presente la terza legge di Clarke*?

Il terzetto protagonista del romanzo è composto dai reduci dell'ultimo terribile conflitto che ha travolto le loro terre: Ringil Eskiath, eroe di guerra ritiratosi in un oscuro paese di provincia per i dissapori tuttora irrisolti con la sua ricca famiglia; Lady kir-Archeth Indamaninarmal, ultima della sua razza, è rimasta a Yhelteth per servire l'imperatore; Egar Dragonbane, barbaro mercenario, è ritornato nelle sue steppe a governare il proprio clan. I tre sono sopravvissuti all'esperienza dell'incontro con gli uomini-lucertola che hanno invaso il mondo nei decenni precedenti e si ritrovano a dover fare i conti con tre diversi misteri che li condurranno a un epico scontro finale.

Niente di nuovo, almeno all'apparenza, ma poi si scopre che il motivo dell'autoimposto esilio di Ringil sono la scarsa tolleranza familiare riguardo la sua omosessualità (per tacere delle conseguenze sociali), mentre Archeth, proveniente da una società decisamente più evoluta (per quanto apparentemente estinta), si trova a non poterne più dell'umanità che la circonda ed Egar, nonostante tutto il suo impegno, trova piuttosto noiosa la vita tribale a cui ha deciso di tornare, per tacere degli strani e potenti esseri che vogliono decidere del suo destino.
Richard K. Morgan è molto abile a mescolare tutto l'armamentario della fantascienza più attuale con i cliché del fantasy (che altro sono i tre protagonisti se non la solita triade di guerriero, mago e barbaro? …e poi draghi e uomini lucertola, quest a gogo e panorami che uniscono in un felice connubio i colori tolkeniani e le suggestioni hyperboreane). Il talento dell'autore si rivela soprattutto nella capacità di innestare su una trama appassionante più di una riflessione sull'attualità dei problemi legati a scelte sessuali, gestione del potere e violenza quotidiana, senza nuocere mai, in nessun momento, al ritmo perfettamente cadenzato del racconto.
Ma non vi preoccupate, il romanzo di Morgan non è un pamphlet socio-politico sotto mentite spoglie. In The Steel Remains  ci sono azione, sangue, sesso, violenza, un pizzico di compassione e giusto una briciola di orrore cosmico. Ciliegina sulla torta, il romanzo è stato tradotto in italiano da Gargoyle Books con il titolo Sopravvissuti. Detto in altre parole: non avete più nessuna scusa per non leggerlo!

The Steel Remains è il primo volume della trilogia A Land Fit For Heroes che dovrebbe concludersi quest'anno con l'uscita di The Dark Defiles. Il secondo volume, The Cold Commands, è già stato pubblicato in italiano, sempre da Gargoyle Books, con il titolo Esclusi.
Leggeteli, che meritano.



* La terza legge di Clarke: Ogni tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia.

13 giugno 2013

Wolther Goes Stranger - Teho Teardo & Blixa Bargeld

Credevo che scattare le foto al concerto dei Dope DOD sarebbe stato un'eccezione, che pantofolaio come sono diventato quando mi ricapita di assistere a un altro concerto?
Invece, nemmeno due settimana dopo la puntata a Pinarella di Cervia, un amico mi ha convinto a seguirlo a Soliera dove suonava un gruppo di suoi compaesani - i Wolther Goes Stranger - seguiti da nientepopodimeno che Teho Teardo & Blixa Bargeld.
Poter assistere - gratis! - a un concerto di Blixa Bargeld è già  motivo sufficiente per alzarsi dal divano e fare quei pochi chilometri, ma Theo Teardo chi diavolo è? L'amico, che ne sa a pacchi, mi dice: "fidati, colonne sonore, Sorrentino, passato punk, bel disco". Mi son fidato, e ho fatto bene.
Teho Teardo e Blixa Bargeld, accompagnati dalla violoncellista Martina Bertoni, hanno presentato dal vivo le canzoni di Still Smiling, disco appena uscito, e mi hanno fulminato. Blixa Bargeld canta (e canta bene, chi l''avrebbe mai detto?), ogni tanto mugugna e ogni tanto urla, ma è il mix tra la sua interpretazione e la musica fornita da Teho Teardo e Martina Bertoni che rende il loro concerto qualcosa di unico.

Piccola parentesi: ripensando a Iain Banks, al sapore dei suoi romanzi e alla sua recente dipartita, credo che Still Smiling, con il suo gusto bizzarro, le melodie agrodolci, l'ironia stralunata e l'epica (quasi) sinfonica di certi passaggi, sarebbe stato un buon accompagnamento per i momenti più  introspettivi dei romanzi culturali. Ma non date troppo peso a certe considerazioni: è probabile che 'sta vicinanza la veda solo io, visto il sovrapporsi degli eventi.

Tornando al concerto di venerdì scorso, almeno due parole sui Wolther Goes Stranger le voglio spendere.
Il trio di Pavullo, accompagnato per l'occasione dal sassofonista Stefano Cristi, ha proposto una manciata di canzoni dal loro disco. La loro musica mescola abilmente un sound da garage digitale con qualche nota dark-romantica, e nonostante soffra la tendenza, faticosamente tenuta a freno, a trasformarsi in noiosissima house, non è poi male. Non è il genere di musica che ascolto spesso (eufemismo alert!) ma il loro set non mi è affatto dispiaciuto. 

Ecco qualche foto dei Wolther Goes Stranger (le altre sono —>qui<—)


Per finire ecco una selezione delle foto scattate a Teho Teardo & Blixa Bargeld (le altre sono —>qui<—)

10 giugno 2013

Iain Banks (1954-2013)

© giorgio raffaelli
I necrologi non li sopporto, ma ieri Iain Banks è morto e se anche preferirei il silenzio, due parole gliele devo, nonostante già sappia che queste note saranno insoddisfacenti, che non riuscirò mai a descrivere quanto importante sia stato Banks per me e per la fantascienza tutta. Come si fa a ricordare e rendere merito a colui che è stato il più grande scrittore di fantascienza abbia mai avuto la fortuna di incontrare?
Ci sono molti altri scrittori che apprezzo, ma nessuno è mai riuscito a regalarmi con la stessa continuità dell'autore scozzese l'ebbrezza dell'incontro con il senso del meraviglioso, che nelle sue storie si fonde sempre alla capacità di riflettere su etica e morale, delle società e degli individui. Ho letto tanta fantascienza ma nessun autore è stato capace come Banks di offrirmi cibo per la mente mescolandolo a esplosioni e astronavi, grandiosi panorami galattici e stupefacenti pianeti alieni.

Iain Banks è stato il primo scrittore che ho scoperto grazie alla FML (la mailing list storica del fandom italiano), all'epoca in cui c'era ancora chi si firmava Elethiomel. Ho alimentato la curiosità per anni prima di iniziare a leggerlo, che allora - si era alla fine degli anni '90 - i suoi romanzi erano esauriti e praticamente introvabili, ma nonostante le aspettative altissime, quando finalmente ho recuperato i suoi libri, Iain Banks non mi ha deluso, anzi.
In quegli anni l'unico suo libro facilmente reperibile era il suo romanzo d'esordio, La fabbrica degli orrori, che se anche non era fantascienza aveva comunque molte delle peculiarità che avrebbero caratterizzato la produzione successiva. Ricordo ancora l'entusiasmo al termine della lettura, mescolato a dubbi e varie inquietudini che riverberavano dal testo. E poi, quando finalmente sono riuscito a recuperare i romanzi del ciclo della Cultura, ah… è stato come ritornare in un posto che conoscevo benissimo pur senza averlo mai frequentato. Una specie di casa. Una speranza per il futuro.

Se William Gibson mi ha riavvicinato alla fantascienza, sono Banks prima e McDonald poi gli autori che mi hanno definitivamente legato al genere. Rendersi conto che non ci saranno più romanzi di Iain M. Banks è terribile, soprattutto quando all'orizzonte non si vede nessuno capace di prenderne il posto.

Io e Giovanni De Matteo abbiamo incontrato Iain Banks a Verona, qualche anno fa. Ricordo l'aria sorridente, l'affabilità e la gentilezza dell'uomo (nonché la sua pazienza, visto quel paio di domande piovute dal pubblico che beh… si vedeva quanto poco quel pubblico lo conosceva) e la sua disponibilità a rispondere a quell'improvvisata intervista che gli facemmo.
Di quell'incontro una cosa soprattutto che mi è rimasta impressa. Quando gli chiedemmo del rapporto tra umanità e intelligenza artificiale lui ci rispose che, se c'è una cosa che ci distingue dalle macchine, per quanto evolute e intelligenti queste possano diventare, è la nostra capacità di divertirci, di giocare.
Iain Banks mi ha sempre dato l'idea di sapersi divertire, pur sapendo bene che la festa prima o poi sarebbe finita. Ora che se n'è andato tocca proseguire un po' più soli, augurandoci di non perdere la voglia di giocare, con gli occhi bene aperti alle meraviglie e agli orrori che sempre ci circondano.

05 giugno 2013

Letture: Francis Scott Fitzgerald, Stephen King, Joe R. Lansdale

© giorgio raffaelli
Francis Scott Fitzgerald - The Great Gatsby
Si può arrivare alla mia età senza aver letto Il grande Gatsby? Evidentemente sì, però mi dispiace un po' non aver incontrato prima il romanzo di Francis Scott Fitzgerald.
Credo di averlo già scritto ma tanto vale ribadirlo: io sono tra quelli che tra fantascienza e cinema e beat generation e rock'n'roll l'America gli ha fottuto l'immaginario (su base consensuale e senza alcun rimpianto, anzi…). Capire quali sono le basi di questa fascinazione è sempre interessante, per questo motivo leggere The Great Gatsby, una colonna portante del senso americano per la narrazione, è illuminante.

Nella storia di Jay Gatsby, rivelata progressivamente da Fitzgerald sfruttando il punto di vista privilegiato di Nick Carraway, ci sono tutti gli ingredienti per quella via americana alla conoscenza del mondo che mescola insieme individualismo e ambizione, grandi passioni e ricerca dell'ideale, eguaglianza delle persone e aristocrazia del denaro. lotta di classe come affermazione individuale, morale che si piega al risultato e, soprattutto, l'esaltazione senza compromessi della giovinezza - il potenziale, l'energia, le possibilità -  rispetto alla consapevolezza delle sconfitte, inevitabili, della maturità.
Il Grande Gatsby è un gran bel romanzo per come è narrato, per il calibrato disvelamento del lato oscuro dei vari personaggi, per l'approccio normale agli eventi straordinari cui si assiste (Carraway è il perfetto contraltare alla grandeur di Gatsby), per il senso di rimpianto e nostalgia che emerge da ogni singola pagina senza risultare mai stucchevole o melodrammatico, a esaltare anzi, un romanticismo sotterraneo mai esplicito ma forse per questo ancor più struggente.
Arrivato in fondo capisci bene perché il romanzo di Francis Scott Fitzgerald sia diventato iconico e fondamentale, non solo per gli autori americani che seguiranno, ma anche per tutti quegli scrittori che nell'America letteraria han cercato fortuna e ispirazione.



Stephen King - La Torre Nera
C'ho messo poco più di quattro anni per arrivare alla fine di questa lunghissima saga, e per molto tempo mi son chiesto se era il caso di proseguire o mollare quello che per parecchio tempo m'è parso un furbo, per quanto piacevole, mappazzone narrativo. Nei sette volumi della saga de La torre nera c'è tutto quel che un lettore di genere può desiderare: magia e orrori, fantascienza e mostri, apocalissi assortite e mondi paralleli, con in più quell'abile tocco metaletterario capace di stuzzicare anche il lettore più scafato. Non sempre l'abbondanza è sinonimo di qualità, e più di una volta nei sei capitoli precedenti ho dubitato della capacità di Stephen King di dare armonia ed equilibrio alle varie componenti del suo ambizioso affresco.
Ero lì lì per mollare tutto a causa delle dimensioni di quest'ultimo volume e dell'opinione che avevo maturato al termine della lettura degli ultimi due capitoli della saga (I lupi del Calla e La canzone di Susannah), che mi son parsi frutto di calcolo e mestiere più che di passione e necessità narrativa. Ho deciso di leggere La torre nera un po' per l'inevitabile curiosità di sapere come va a finire, un po' per vedere se i giudizi confortanti letti un po' ovunque sarebbero stati confermati dai fatti.

Arrivato in fondo posso dire che La Torre Nera mantiene tutte le promesse, e conclude in maniera più che degna una storia che per lunghi tratti sembrava girare in tondo, svelando qualche mistero, dando risposte - magari poco piacevoli - alle domande dei personaggi, con un finale che riesce ad essere al contempo consolatorio e terrificante. Onore al merito a Stephen King dunque, che oltre ad essere un ottimo artigiano della scrittura, dimostra di saper condurre in porto una storia complicata come questa senza troppe concessioni ai desideri del pubblico, con un rigore e una coerenza esemplari.
E sì, credo che Roland un po' mi mancherà.



Joe R. Lansdale - Cielo di sabbia

Mi piace il modo in cui Joe R. Lansdale tratta i ragazzi. Che siano i lettori cui è destinato Cielo di sabbia o i personaggi stessi del romanzo, Big Joe non scende a compromessi, li lascia liberi di comportarsi come meglio credono, li lascia provare, li lascia sbagliare, a volte vincere, a volte piangere, ma senza alcuna supponenza, senza porsi quale esplicito giudice morale di comportamenti o scelte. Lasciandoli soprattutto parlare con la propria voce.

In effetti se c'è un motivo per cui val la pena leggere Cielo di sabbia è nella voce narrante del suo giovane protagonista. Joe Lansdale - e con lui Luca Conti, traduttore del romanzo - rende perfettamente il punto di vista di Jack, adeguando lessico e profondità a quelle di un adolescente che, sebbene si muova e agisca nella dust bowl della grande depressione, risulta riconoscibile nei comportamenti e perfetto nelle relazioni che instaura con i suoi compagni di viaggio (tra cui spicca Jane, meravigliosa femme fatale quattordicenne, anno più anno meno) anche qui e ora.
Sebbene non abbia le ambizioni dei precedenti romanzi "di formazione" dell'autore texano (penso a La sottile linea scura o a The Bottoms) Cielo di sabbia è una lettura piacevole e divertente, buona per grandi e piccini, nel solco tracciato negli anni dal talento e dal mestiere di quello che continua ad essere uno dei miei autori preferiti.

31 maggio 2013

Dope D.O.D. live al Rock Planet


Era da un sacco di tempo che non fotografavo un concerto, ed è la prima volta che mi capita di scattare qualche foto a un live act di questo tipo. Nonostante tutto sono abbastanza soddisfatto del risultato finale. Ben più dei miei scatti sono contento della qualità dello show messo in piedi da 'sta banda di simpaticoni.
I Dope D.O.D. sono - con Salmo e Rancore - una scoperta musicale che devo a mio figlio. Sono un gruppo olandese di rap hardcore (ad alcuni piace il termine horror-core) con un gran bel tiro. Tra musica e video si son costruiti nel tempo un'ottima reputazione, che dal vivo viene confermata in toto.
L'unico dubbio che mi rimane è quanto il fatto di non capire una mazza di quel che dicono contribuisca al mio gradimento, che se anche per mio figlio - che ne sa ben di più - sono un ottimo esempio di ignoranza applicata all'hip-hop, non so quale potrebbe essere la mia reazione a un ascolto più attento. Magari mi piacerebbero ancor di più, chi lo sa…

Ecco una selezione delle foto. Le altre le trovate —> qui <—.


29 maggio 2013

Letture: Andrea Camilleri, Robot, Luciano Bianciardi

Andrea Camilleri - La gita a Tindari
Leggo di tutto, ma periodicamente mi piace tornare a frequentare territori già conosciuti, che non sempre si ha voglia di provare nuovi gusti e sapori. I gialli di Andrea Camilleri con protagonista il commissario Montalbano sono letture piacevoli, confortanti nel riproporre caratteri e situazioni che non offrono molto spazio a sorprese o stupefazioni, ma capaci di lasciarti soddisfatto con una buona storia, una lingua brillante e un panorama reso a meraviglia.

La gita a Tindari è stata una lettura migliore di quanto mi aspettassi. Le ultime cose lette della serie di Montalbano (non che sia un esperto, ma tra romanzi e racconti qualcosa l'ho letto) non mi avevano particolarmente colpito: storie prevedibili, plot piuttosto scialbo, focus sul contorno piuttosto che sul mistero. In questo romanzo Camilleri si concentra maggiormente sulla (doppia) trama giallo piuttosto che su politica e società siciliana e il libro ne guadagna assai.
Quel che mi stupisce sempre leggendo i romanzi di Camilleri è il senso di ordine (non di giustizia e nemmeno di uguaglianza, ordine inteso in senso quasi matematico) che sembra governare la sua Sicilia, il che è piuttosto curioso rispetto all'idea che si ha da qui del sud, come di un posto piuttosto caotico e confuso. Forse è la luce quasi sempre abbagliante che illumina la scena e impedisce di notare i dettagli, forse è il poco traffico e l'esiguità di persone che si incontrano accompagnando Montalbano nelle sue indagini, ma la Sicilia di Camilleri è così quieta e rassicurante che non vedi l'ora di passarci un po' di tempo.




AA.VV.
- Robot 63

Numero senza grandi nomi internazionali quello di Robot uscito nell'estate di due anni fa. Forse per questo motivo i racconti migliori mi son parsi quelli made in Italy.

Ecco qui di seguito qualche nota sulle storie:
- Il Leviatano che tu hai creato, di Eric James Stone. Una lezione di catechismo stellare più che un racconto di fantascienza. Se ci credete è probabile lo troviate di vostro gusto, altrimenti, bah…
- L'eroe dei due mondi, di Francesco Grasso. Il racconto migliore di questo Robot. Jesse James tra i briganti a combattere per l'unità d'Italia. Improbabile? A leggere la storia di Grasso direste proprio di no. Personaggi splendidi e buon ritmo per una storia che avrebbe meritato la misura del romanzo.
- Dumpin' Jack, di Alberto Cola. Alberto Cola all'ennesima potenza: degrado e umanità, ibridi e nostalgia per un racconto che mostra le sue migliori qualità nella capacità dell'autore di riscrivere l'ennesima storia di sconfitte e piccole rivincite, mescolando da par suo le capacità evocative di un immaginario condiviso con una lingua sempre in bilico sul filo della retorica hard-boiled. 
- Carta Kodak, di Alberto Costantini. Niente da fare, io 'ste storie che si appoggiano a situazioni più grandi di loro, tentando l'effetto a sorpresa e cadendo ad ogni più piccolo tentativo di verosimiglianza non le riesco proprio a digerire. È sufficiente confrontare questo tentativo di storia alternativa con quello di Grasso presentato poche pagine prima per rendersi conto delle differenzi abissali nella qualità del racconto.
- La notte bianca, di Gianfranco Briatore.  La notte bianca, racconto del 1960 proposto nella rubrica Retrofuturo, non spicca certo per originalità, ma rimane comunque un esempio di buona scrittura al servizio di una storia di incontri tra civiltà alla periferia della galassia. Gli manca giusto quel guizzo per liberarsi dalle secche della mediocrità.
- Belle Èpoque, di Stefano Carducci & Alessandro Fambrini. Un racconto esemplare di come non siano sufficienti le buone intenzioni per scrivere un buon racconto. Non so se sia stata la messa in scena didascalica e poco appassionante, o piuttosto i personaggi monodimensionali e lo sviluppo meccanico della vicenda, ma il racconto del duo Carducci-Fambrini mi ha lasciato piuttosto freddo, privo com'è di ogni capacità sorprendere e meravigliare il lettore.
- Luna Pazza, di Stanley G. Weinbaum. Il racconto di Weinbaum, uscito nel 1935, è un ottimo esempio di fantascienza d'epoca che mantiene intatta la capacità di divertire grazie al tono leggero della narrazione e alla quantità di dettagli sorprendenti, per quanto naif, che costellano la vicenda.



Luciano Bianciardi - La vita agra

Facciamo finta di aver mai sentito nominare Luciano Bianciardi e di non aver mai letto nulla riguardo alle conseguenze e al significato della sua attività letteraria o del ruolo che si è ritagliata la sua figura in certi ambienti nei decenni dopo la sua scomparsa. Proviamo a parlare de La vita agra come di un romanzo qualsiasi, di quelli che ti capitano in mano quasi per caso.

Ne La vita agra c'è il ritratto definitivo di quell'entità astratta che è l'italiano medio per come me lo sono figurato nel corso del tempo. Il protagonista è un uomo pieno delle migliori intenzioni, abilissimo a trovare mille mila motivi, sempre indipendenti dalla sua volontà, per non riuscire a concludere quel che per tutto il tempo si ripromette di fare. Un uomo bravissimo a lamentarsi della degenerazione dei costumi, ma incapace di opporsi alle derive della realtà. Un uomo che sogna di imporre le proprie origini a un mondo che lo accoglie con somma indifferenza. Un uomo che giudica giudica giudica, ma non si mette mai in discussione. Un uomo senza responsabilità, quasi che ad assumerne si diventi complici del nemico.

La vita agra è un ottimo romanzo, scritto splendidamente, ma capace come pochi di farmi incazzare per lo spreco di talento e l'ignavia del suo protagonista, che a parole son bravi tutti a far saltare il palazzo, ma a farlo, poi, ci vuole qualcosa di più.