17 novembre 2006

One from the Storr

picture by Iguana Jo.
Meraviglie della rete: mi sono accorto che la pagina di flickr della foto che vedete qui a fianco è stata visitata oltre 5000 volte! Son numeri che fanno impressione, non trovate?

Non discuto la qualità dell'immagine, vedere quanto è piaciuta è per me già una grande soddisfazione.
La quantità di visitatori e tutti gli apprezzamenti che questa foto ha ricevuto in questi mesi rappresentano un giusto tributo a un luogo fantastico. Dopotutto per me questa è solo una foto ricordo: quando la riguardo non vedo la foto, ritrovo invece quello straordinario panorama.
Ripenso alla salita per arrivare in cima, a Jacopo che non è mai stato un gran camminatore e che invece quel giorno è partito in quarta, non si fermava più e che anzi incitava Francesco a continuare la salita.
Ripenso alle montagne (e montagna pare una parola enorme per un posto che sarà si e no qualche centinaio di metri sul livello del mare) che sono così diverse e così simili a queste rocce scozzesi, sento il vento, la terra morbida sotto i piedi, le pecore che zompettano tra l'erba, il sole che improvvisamente squarcia le nuvole.

Insomma, mi manca la Scozia, mi manca una bella camminata nei boschi, mi mancano il senso di libertà e avventura, la fatica della montagna.

Ma domani vado a Bolzano.
Chissà, magari ci scappa pure un giretto tra i monti…

15 novembre 2006

Parliamo di Gaiman?

Picture by Iguana Jo
Che Neil Gaiman sia bravo è un dato di fatto condiviso da un sacco di gente, me compreso. Sono però dell'idea che Gaiman riveli il meglio di se solo in determinate condizioni, che non tutte le sue opere siano ugualmente meritorie, che anzi stia progressivamente annacquando le sue migliori caratteristiche.

Gaiman rivela il meglio di sè quando ha il pieno controllo del mondo che racconta. Tolto Sandman, che meriterebbe di essere trattato a parte vista la sua eccezionalità, nei suoi romanzi è evidente un diverso approccio e una diversa qualità a seconda che si tratti di opere decisamente fantastiche o di romanzi dove il fantastico si intreccia con la nostra realtà condivisa.

Cos'hanno Coraline e Stardust in comune, e in cosa sono diversi (e migliori) rispetto a American Gods o a I ragazzi di Anansi, romanzi successivi e certo più ambiziosi?

Le avventure della bimba nella casa parallela o la ricerca di Tristran si svolgono in mondi chiusi, mondi in cui il controllo dell'autore è totale, mondi in cui non si muove foglia che lui non voglia. L'invenzione regna suprema, il fascino che questi luoghi hanno sul lettore è ineguagliabile: c'è magia e sostanza, emozione e partecipazione, tensione e divertimento. Cosa chiedere di più?
Magari un maggiore approfondimento, un romanzo più sostanzioso, una trama più complessa.
Ed ecco allora American Gods e I ragazzi di Anansi. Però qualcosa non funziona, non si prova lo stesso coinvolgimento, la scrittura per quanto brillante non colpisce con la stessa forza. La causa di tale distanza, che caratterizza entrambi i romanzi, è a mio avviso l'impossibilità per l'autore di avere il controllo totale della materia narrata. Gaiman ha bisogno di creare una realtà altra per poter affascinare e coinvolgere il lettore, che non appena il mondo che condividiamo prova a rivendicare la sua ingombrante presenza si iniziano ad avvertire i limiti della sua scrittura.

Sia American Gods che I ragazzi di Anansi sono romanzi piacevoli, avvincenti, ricchi di suggestioni e fascino, però non sono i Grandi romanzi che avrebbero potuto essere.
In entrambi Gaiman non osa fare il passo definitivo, preferisce chiudere gli occhi, evitare il confronto e limitarsi all'innocente invenzione fantastica, ad un mondo in cui nessuno si fa male per davvero.
Perché se anche Shadow & Charlie si muovono tra noi fanno di tutto per evitare di rimanere coinvolti. Tutte le scene in cui li si vede agire nel mondo si svolgono in posti chiusi, ristretti, luoghi in cui il rumore del mondo è ridotto al minimo indispensabile, quasi a una nota di colore, situazioni in cui la realtà è un dovere più che una necessità narrativa.

Certo, il risultato non è niente male e forse questo è il meglio che Gaiman è in grado di produrre.
Però a me dispiace, perché Coraline o Stardust mi hanno entusiasmato come solo Sandman era riuscito a fare e scorgere i limiti di quello che consideri uno dei tuoi autori preferiti non è mai una bella cosa. Soprattutto quando sei convinto che Gaiman abbia tutte le capacità e gli strumenti per immergersi completamente nella realtà e trarne conclusioni sorprendenti oltre a risultati più che soddisfacenti.
E il dubbio che non riesco a scacciare è che il buon Neil abbia scelto consapevolmente la strada più facile, quella che gli porta il massimo guadagno col minimo sforzo, una strada piena di luci ma che temo si rivelerà solo un vicolo cieco, almeno per questo lettore.

09 novembre 2006

Barrayar mon amour

Autumnal Mood
Picture by Iguana Jo.
E così è finita. Dopo 14 volumi la saga di Miles Vorkosigan sembra proprio essere giunta al capolinea anche per il sottoscritto.

Per me è finita. Ma forse l'ignaro lettore capitato per sbaglio in questo blog non ha la più pallida idea di chi o di che cosa io stia parlando. Ecco quindi qualche indizio per avvicinarsi al miglior ciclo fantascientifico mi sia mai capitato di leggere.

Lois McMaster Bujold ha il merito di essere la prima autrice che mi ha costretto a divorare un'intera saga in più volumi.
Scrivo divorare perché è quello che mi è sempre successo con tutti i romanzi del ciclo dei Vor. Se Immunità diplomatica, l'ultimo romanzo della serie, l'ho conservato per più di due anni prima di leggerlo è proprio perché sapevo che nonostante le sue 350 pagine sarebbe finito in fretta e poi addio.

Ma cos'hanno le storie della Bujold di tanto speciale da creare dipendenza?
I suoi romanzi non hanno particolari pregi stilistici, anzi. La scrittura è piuttosto piatta e lo svolgimento lineare, le invenzioni fantascientifiche non sono particolarmente innovative, i mondi e le società che tratteggia non brillano certo per originalità (anche se Cetaganda…).
Immergersi nell'universo dei Vor è un'esperienza di lettura unica soprattutto per l'incredibile miscela di leggerezza e complessità, per la disarmante umanità e l'abbondante ironia che contraddistingue le vicende di Miles e compagnia.
Miles Vorkosigan è il figlio sfigato di una nobile famiglia (ed eccezionale, se non altro per le origini) nel tetro e militarista mondo di Barrayar. Nato deforme a causa di un attentato alla madre incinta, ma contraddistinto fin da subito da una volontà ferrea e da una mente ossessiva, il buon Miles si farà strada nell'universo grazie al suo cervello e alla compagine di personaggi più o meno emarginati, più o meno scoppiati, che incontrerà nelle sue avventure.
Il tutto narrato con un tono leggero che non tralascia gli aspetti più cupi dell'esistenza ma che riesce comunque a non dimenticarsi quelli più giocosi e allegri, un raccontare che passa dai turbamenti amorosi che contraddistinguono l'esistenza di Miles alle più tetre riflessioni sulla manipolazione genetica, dalle sfrenate scene di azione alle drammatiche conseguenze dei pregiudizi dettati dall'ignoranza.

La saga si sviluppa per una dozzina di romanzi (tutti rigorosamente autoconclusivi) e un manciata di racconti in un crescendo continuo: dai primi romanzi che ancora soffrono di qualche piccola incertezza al capolavoro assoluto del penultimo capitolo dela vita di Miles, quel Guerra di Strategie che è la miglior commedia romantica mi sia mai capitato di leggere, dentro e fuori dall'ambito fantascientifico.

Leggetevi la Bujold insomma, che anche se non scrive opere rivoluzionarie, ne farà mai parte di alcuna avanguardia letteraria, scrive romanzi avvincenti, brillanti, intelligenti. Tre cose che nella fantascienza popolare degli ultimi decenni sono diventate sempre più rare e introvabili.

…………………………………………………………

Qui di seguito l'elenco dei volumi in ordine cronologico interno alla saga (diverso dall'ordine di pubblicazione originale dei singoli romanzi riportata a fianco del titolo):

- L'onore dei Vor, 1986
- Barrayar, 1991
- L'apprendista ammiraglio Vorkosigan, 1997
- Il gioco dei Vor, 1990
- Cetaganda, 1996
- La spia dei Dendarii, 1986
- L'eroe dei Vor, 1989 (racconti)
- Il nemico dei Vor, 1989
- I due Vorkosigan, 1994
- Memory, 1996
- Komarr, 1998
- Guerra di Strategie, 1999
- Festa d'inverno a Barrayar. 2004 (romanzo breve)
- Immunità diplomatica, 2002

06 novembre 2006

Quello che fotografa

Before/Prima
Picture by Iguana Jo.
Mi chiedono una presentazione, qualche parola per presentare le mie foto. Non sono abituato a parlare di me, preferirei che le foto parlassero da sole. Però mi piace provare a fare cose nuove, e quindi eccomi qua.

Un tempo c'erano i viaggi e la necessità impellente di fissare ricordi: un panorama indimenticabile, un momento prezioso, un luogo appena scoperto. Una volta c'era la pellicola. C'era il momento dello scatto, quello dello sviluppo e poi, ultimo, il momento della visione. La fotografia nasceva ed era vissuta in tutto il suo processo come ricordo, come memoria.

Le cose cambiano.
I viaggi ci sono ancora e le foto ricordo pure, ma col tempo tra i miei scatti sono spuntate anche le persone, i particolari, le situazioni.
Poi è arrivata la fotografia digitale, e da quel momento per me è cambiato tutto.

Fermare l'attimo non è più (solo) memoria. Diventa invenzione, rivelazione.
Ora la fotografia è un mezzo per intravedere nuovi mondi dietro il velo di quello condiviso. Mi offre la possibilità di far parlare i luoghi con parole che nemmeno conoscevano.
Lavorare sulle immagini diventa un modo per rimodulare la realtà.

Fissare un'immagine è contemporaneamente una forma di inganno e una sorta di rivelazione. Insieme a ciò che fotografiamo nascondiamo e raccontiamo l'occhio, la visione, del fotografo. L'obiettivo è unire l'emozione all'informazione, la percezione al sogno, la verità alla finzione.
Io l'ho scoperto solo da poco, e queste sono alcune delle immagini che ho incontrato, che ho inventato lungo la strada.

04 novembre 2006

Sincronicità

Mr Kurtz was here
Picture by Iguana Jo.
Ieri qui è nata una piccola discussione sulla fotografia, il suo rapporto con la realtà, il confronto con altre forme d'arte.
Sempre ieri, vagando tra gli amici in rete ho beccato da zio Gil questa sua straordinaria definizione:

Una fotografia è la rappresentazione piatta e monosensoriale di una realtà a quattro dimensioni che coinvolge cinque sensi. Non c'è confronto, a meno di usare qualche trucco. (Ritoccare le immagini) non è tanto diverso dal preoccuparsi che il soggetto della foto sia ben illuminato e isolato dallo sfondo; o dalla scelta dell'inquadratura; o dalla cura nella composizione.
E' un tentativo come un altro di includere nell'immagine finale tutto il lavoro inconscio di selezione che il cervello opera quando osserviamo qualcosa dal vivo.


Quando si parla di coincidenze.

02 novembre 2006

Rabbia per i morti, pietà per i vivi.


Originally uploaded by Iguana Jo.
Come si fa a 35 anni ad andarsi a schiantare dopo la discoteca?
Come si fa morire in maniera più stupida stupida stupida di così?

Quante volte l'abbiamo già letto, visto, sentito? Quante volte lo abbiamo pensato?
Oggi è toccato a me andare a un funerale.

Matteo non era un amico, avevamo lavorato insieme qualche anno fa, era solo una persona che ti trovi inconsapevolmente al tuo fianco, un altro essere umano che per un po' ha fatto parte della tua vita. Mi piaceva Matteo. Per quel che valgono le impressioni a me è sempre sembrato uno buono, era allegro e generoso e disponibile. Matteo aveva gli occhi lo sguardo da bambino, ed è così che mi piace ricordarlo. Ma non so cosa cercasse, quali fossero le sue priorità. Se era felice.
Ora è morto.

Meritava una fine migliore.

31 ottobre 2006

Gypsy Punk!

Originally uploaded by Iguana Jo.
Sarà che ormai non ho più l'età canonica, sarà che il tempo libero ultimamente è sempre meno, sarà che tra le mie priorità la ricerca e l'ascolto di nuove proposte musicali sono attività scese di parecchi posti in graduatoria.
Sarà quel che sarà ma è ormai da parecchio tempo che non ascolto più nulla di particolarmente eccitante, nuovo e stimolante.
Con un'unica meravigliosa eccezione: i Gogol Bordello.

Non so da cosa dipende. Se son capitati al momento giusto, se è il loro suono che mi ha folgorato, se semplicemente mi hanno fatto ricordare l'emozione della prima volta che ho ascoltato i Pogues o se nella voce di Eugene Hutz rieccheggia più di un qualcosa del buon vecchio Strummer.

Qualunque cosa sia l'effetto è fenomenale. Tutta l'energia del punk insieme ai ritmi slavi, la voce che mescola rabbia ingenuità umorismo e pazzia. Il loro live act che è quanto di più divertente appassionante coinvolgente si possa assistere.
Insomma, mescolate il tutto e avrete una miscela inconfondibile in cui si uniscono tradizioni musicali agli antipodi, in cui l'inglese si alterna al russo, allo spagnolo e anche (incredibilmente) all'italiano. Una musica in cui si può toccare con mano il melting pot globale, una mescolanza che nasce dal basso senza alcuna imposizione esterna, in cui elementi culturali diversi escono ancora più rafforzati dal confronto con l'altro.
Un punkrock bastardo, zingaro e vagabondo la cui ultima necessità è in fondo solo una disperata volontà di sopravvivenza, circondato com'è da una maggioranza che nel migliore dei casi è indifferente se non ostile a qualsiasi cosa non sia preconfezionata, riconoscibile, etichettabile, una maggioranza per cui chi viene da fuori (qualunque cosa sia questo fuori) è sospetto, equivoco, spaventoso.

Don't believe them for a moment
For a second, do not believe, my friend
When you are down, them are not coming
With a helping hand
Of course this is no us and them
But them they do not think the same
It's them who do not think
They never step on spiritual path
They paint their faces so differently from ours
And if you listen closely
That war it never stops
Be them new Romans
Don't envy them my friend
Be their lives longer
Their longer lives are spent
Without a love or faithful friend
All those things they have to rent
But we who see our destiny
In sound of this same old punk song
Let rest originality for sake of passing it around
Illuminating realization number one:
You are the only light there is
For yourself my friend
There'll be no saviors any soon coming down
And anyway illuminations
Never come from the crowned
Illuminating realization number one:
You are the only light there is
For yourself my friend

30 ottobre 2006

Altro che Star Wars!

Con colpevole ritardo ho finalmente avuto il piacere di vedere Serenity. A parte i soliti fantascientifici qualcuno l'ha mai sentito nominare?

La cosa mi lascia un pochino perplesso perché Serenity è tutto quello che la seconda trilogia di Star Wars avrebbe potuto essere senza nemmeno uno dei difetti che la caratterizzava.
Andando con ordine ci sono:
- personaggi memorabili, che uniscono in perfetto equilibrio tutti gli stereotipi del caso con quel pizzico di originalità che permette di identificarli e ricordarli nel tempo;
- dialoghi serrati, che nonostante l'infodump che devono per forza trasmettere rimangono brillanti e briosi per la maggior parte del tempo;
- scenografie, design ed effetti speciali che non fanno rimpiangere la ILM;
- un ritmo vertiginoso: succede un sacco di roba, ma la trama non si perde ne diventa del tutto incompresibile o confusa. Anzi, il sacco di roba che succede, incredibile a dirsi, fa avanzare la storia.
Perché è questo che soprattutto distingue Serenity da decine di altre pellicole di genere: è un film con una storia degna di essere raccontata.

Serenity ha in dosi massicce tutto quello che un film che mira al puro intrattenimento dello spettatore dovrebbe contenere di default e che invece troppo spesso si perde tra le pieghe e le contorsioni delle produzioni hollywoodiane.
Eppure un film del genere è passato praticamente inosservato, nessuna promozione da parte del distributore, invisibilità (o quasi) nelle sale, nemmeno tra gli appassionati nostrani c'è stato un gran fervore.

Mi viene il dubbio che 'sto genere di film piaccia solo a me…

Mi fate un favore? Dategli una possbilità, e poi, nel caso, insultatemi.

26 ottobre 2006

Meat is murder?

© giorgio raffaelli
Ormai è passato qualche tempo dalla lettura di Sotto la pelle di Michel Faber, ma non avevo ancora avuto modo di buttar giù queste righe sull'impressione che mi ha lasciato.
Diciamolo subito: per due terzi abbondanti del romanzo la sensazione che è andata via via aumentando, è stata quella di trovarsi di fronte a una ciofeca, un romanzo fastidioso nella sua furbizia, nella sua prevedibilità, nell'uso smodato del colpo basso per colpire il lettore allo stomaco. Irritazione è la parola che più definisce il mio rapporto con il libro.

Faber sa scrivere, non c'è dubbio. I personaggi che tratteggia raggiungono sempre un realismo tridimensionale. Le varie scene che compongono la vicenda sono ben delineate, avvincenti e credibili.
Ma allora cos'è che non funziona nel romanzo?
Due cose fondamentalmente: la credibilità globale della vicenda e l'intento smaccatamente pedagogico del romanzo.

Man mano che si procede nella storia la credibilità si perde in mille dettagli francamente incomprensibile alla luce del realismo cercato (disperatamente ?) dall'autore. La vicenda si svolge nel nord della Scozia, da almeno un paio d'anni Isserley, l'aliena protagonista del romanzo, fa sparire in media un autostoppista al giorno. Chi è stato da quelle parti sa quanto poco siano frequentate quelle lande, quindi mi aspetto che se un migliaio di persone scompare un minimo di allarme dovrebbe crearsi.
E invece zero.

Ma andiamo avanti.
La società aliena descritta nel romanzo è totalmente, drammaticamente, tragicamente umana nelle sue basi costituenti: i rapporti tra i sessi, tra le classi sociali, l'economia, la stessa forma mentis, tutto è tremendamente e incredibilmente umano. Non so come la pensate voi, ma per me non ha molto senso. Soprattutto per il rapporto con gli umani che caratterizza la loro presenza sul pianeta.
In effetti una delle cose che maggiormente rimprovero all'autore è l'incapacità di utilizzare e sfruttare appieno i canoni fantascientifici di cui approfitta abbondantemente per limitarsi invece a imbastire un pamplet moralista con l'ovvio scopo di convertire quel carnivoro di un lettore.
Perché questo è il fulcro del romanzo: la trasformazione degli esseri umani in carne da macello. E l'ovvia metafora tra la condizione degli umani nel romanzo e quella del bestiame che noi alleviamo è sin troppo trasparente. Ma non c'è alcuna finezza, alcuna mediazione: l'autore non lesina in particolari raccapriccianti, in colpi sotto la cintura, in brutalità gratuite e intenzionali. Che sarebbe forse anche divertenti o quanto meno interessanti. Ma l'autore bara, giocando con la sensibilità del lettore, ponendo in primo pianno la drammatica e avvincente vicenda di questa aliena deforme in missione sul nostro pianeta, avvicinandola a chi legge, facendo scattare tutti i meccanismi di identificazione possibili per poi utilizzare la breccia aperta per limitarsi far passare spudoratamente un messaggio da vegetariano integralista a scapito di tutte le potenzialità narrative che la vicenda poteva avere.

Paradossalmente il romanzo guadagna qualche punto nel finale, quando Faber abbandona il filone grottesco/raccapricciante per ritornare a raccontare la storia di Isserley. La scena del confronto con il figliodipapà ribelle è davvero notevole e la sua ultima uscita per le strade scozzesi non fa rimpiangere di essere arrivati in fondo al volume.

Ma ormai è tardi, che in definitiva l'impressione di essere presi in giro, con la conseguente irritazione e il fastidio che genera è la sensazione più forte che rimane a fine lettura.

10 ottobre 2006

tempi moderni


Originally uploaded by fabbio.
Ecco, queste sono le cose che mi fanno davvero capire che cazzo di mondo stiamo frequentando…

Leggete quanto scrive Vanamonde, credo che ogni ulteriore commento sia superfluo.

06 ottobre 2006

Il più brutto libro di fantascienza che abbia mai letto.


Foto di Paolo Arosio.
Visto che in questi giorni sembra ci sia un po' più di tranquillità vi voglio rendere partecipi di un brutto incontro fatto qualche mese fa, quando mi sono imbattutto nel più brutto libro di fantascienza mi sia mai capitato di leggere.
OK, quel "mai capitato di leggere" è un po' forte, forse ne ho letti di peggiori e sicuramente di peggiori ne esistono, fortunatamente il tempo aiuta a dimenticare gli episodi spiacevoli che hanno caratterizzato la nostra esperienza di lettore e quindi, al momento, il libro di cui sto per parlarvi è sicuramente il più brutto libro di fantascienza che io ricordi di aver letto.

A peggiorare le mie impressioni ha contribuito senz'altro il fatto che io riponevo la massima fiducia nell'editore del libro in questione. La collana in cui è uscito è nuovissima, rappresenta in effetti il suo biglietto da visita nel mondo crudele delle librerie. I primi volumi usciti, seppure non entusiasmanti, erano comunque dignitosi, in un paio di casi davvero molto molto buoni. E poi… ta-dan, squilli di trombe e rulli di tamburi, ecco a voi Un ponte sull'abisso di Catherine Asaro.

Mi rifiuto di raccontarvi la storia, che tanto è davvero puerile, mi limito a dirvi che mai come in questo caso mi sono imbattuto in tale valanga di luoghi comuni, situazioni ridicole, pretesti narrativi da scuola d'infanzia, ipotesi scientifiche degne del mago Otelma, e sviluppi sentimentali che al confronto un Harmony qualsiasi diventa un capolavoro della narrativa contemporanea. A tutto questo bendiddio aggiungiamoci una traduzione piatta piatta piatta, con delle trovate curiose (a me son rimaste impresse quelle scogliere senz'acqua a bagnarle…), e la totale mancanza di capacità di coinvolgimento del lettore (che già l'autrice ci mette del suo, se poi il traduttore contribuisce, siamo davvero finiti).

Insomma, se volte provare Odissea, la nuova collana di fantascienza edita da Delos fatevi un favore (e fatelo anche a Delos): scegliete Egan, Shepard, la Bujold ma non buttate via il vostro tempo e i vostri soldi con questo romanzo.

03 ottobre 2006

Creative Commons e dintorni


Originally uploaded by Iguana Jo.
Tutto è cominciato da questa discussione a proposito delle licenze Creative Commons, del copyright, dell'uso improprio delle foto caricate in rete, sul confronto tra professionisti e dilettanti.
Personalmente ho adottato per tutte le mie foto una licenza Creative Commons che ne permette la libera circolazione per scopi non commerciali a patto di citare sempre la fonte di provenienza. Inoltre, come ulteriore precauzione carico tutte le mie foto su flickr in bassa risoluzione.
Non ho idea se le mie foto girino per la rete senza il mio permesso e/o infrangendo la licenza CC (se qualcuno le dovesse avvistare spero sia tanto gentile da comunicarmelo), di solito non ho problemi a lasciarle utilizzare anche nella versione in alta risoluzione purché venga rispettata la licenza CC che ho scelto.

Detto questo, c'è stata un'affermazione che mi ha colpito: la visibilità in internet si paga.
Mi ha colpito perché per me è sempre stato vero il contrario.
Per me la visibilità in internet è soprattutto un guadagno.
È vero, c'è sempre il rischio di rimanere fregati, di vedersi soffiare qualche foto, di vedere le proprie cose esposte senza il dovuto riconoscimento. Ma è poi così grave? Se il blog xyz mostra una mia foto a mia insaputa, se l'agenzia di affitti turistici usa un mio panorama per valorizzare il suo sito, se…
non c'è dubbio son tutte cose poco belle, ma siamo sicuri che sia poi così grave? Non sto minimizzando, è ovvio che sia sbagliato, ma del resto di persone disoneste è pieno l'orbe terracqueo. Io per chi lavoro? per chi fotografo? per loro?
Che visibilità hanno quelle foto? maggiore o minore rispetto a quella che hanno su flickr? il rischio che i siti che le mostrano possano essere riconosciuti per l'utilizzo improprio, con conseguente sputtanamento, è alto o basso? Il sito che ruba le foto è un sito serio?

Francamente che le mie foto vengano utilizzate per scopi che vanno al di là della licenza CC che gli ho assegnato mi dispiace fino a un certo punto, non ho intenzione di lasciarmi influenzare dai cattivi, soprattutto quanndo vedo tutti i vantaggi che ho rischiando l'esposizione flickriana.

Da quando ho iniziato quest'esperienza ho iniziato a vendere foto, a vendere servizi fotografici (pochi, ma meglio che niente), a pensare alla possibile esposizione IRL delle mie immagini. L'eventuale danno derivatomi da usi impropri delle mie immagini al confronto è irrisorio.

E qui arriviamo al discorso sui professionisti.

Perché a leggere quanto affermato nella discussione originaria ("se io scendo il prodotto della mia attività dilettantesca ad attività di tipo commerciale danneggio chi quella attività la fa ad uso professionale...") io sono tra quelli che danneggia il mestiere dei professionisti. Mi permetto di vendere le mie foto, mi propongo per realizzare servizi, eppure accidenti! non sono un professionista! Che devo fare? Smettere di fotografare?
Ma poi: cos'è che distingue un professionista da un dilettante? Non è unicamente la quantità di tempo e denaro che impiega e che smuove? Oppure uno fregiandosi del titolo di "professionista" diventa automaticamente un fotografo vero?
E perché un professionista dovrebbe sentirsi danneggiato da quello che faccio?

Ogni opinione in merito è benvenuta.

22 agosto 2006

Vive la France!


Originally uploaded by Aelle.
Ok. Questa volta mi tocca.
Nelle mie trasferte oltreconfine ho sempre evitato la Francia.
Del resto non parlavo la lingua e non avevo una grandissima opinione ne dei francesi ne dei suoi panorami. Magari rimpiangevo di non essere mai stato a Parigi (ma Parigi è la Francia?) ma per il resto ho sempre creduto che si potesse vivere benissimo anche senza essere mai stati da quelle parti. Non che non ci abbia trascorso qualche giorno, l'ho attraversata in autostop, percorsa in automobile, ci son stato persino a sciare. Ma tutte le volte la mia opinione usciva confermata.

Ebbene, mi sbagliavo.

Continuo a non parlare la lingua ma in compenso quest'estate ho visitato una Francia che non credevo esistesse davvero. Una Francia di panorami memorabili, di stradine morbide, di città luminose. Ma soprattutto ho incontrato un sacco di francesi amabili, gentili e disponibili.
Insomma la Francia mi ha sorpreso ed è stata una bella sorpresa.
Non vedo l'ora di tornarci.

27 luglio 2006

Buoni propositi e caldo torrido


Nel blu
Originally uploaded by Iguana Jo.
Lo so lo so…
Tanti buoni propositi e poi invece sono scomparso.
Non ho scuse credibili, dopotutto tutti lavoriamo, abbiamo i nostri interessi e i nostri casini. Eppure qualcuno di voi riesce a tener dietro anche al blog (non tutti eh! che vi controllo! :-)

Io invece negli ultimi due mesi l'ho completamente rimosso dal mio orizzonte degli eventi.
Cavoli, non ho nemmeno risposto a chi s'è preso la briga di lasciare un commento! Sappiate che vi ho letto tutti, e tutti con molto piacere, perdonate la scarsa considerazione e tornate da queste parti in futuro…

Secondo me è comunque il caldo il maggiore responsabile. Che non è mica colpa mia, sia chiaro!
Vedrete che col ritorno del fresco, rifiorirà anche questo spazio. Nel frattempo portate pazienza, fatevi un giro su flickr e tornate dopo le vacanze.

Ciaooooooo!

23 maggio 2006

40


Originally uploaded by Iguana Jo.
Beh… ieri ho compiuto 40 anni. Non è cambiato niente, e niente doveva cambiare, però 40 è un bel numero tondo.

E pensare che quando avevo vent'anni ero convinto che a quaranta uno fosse a posto, che avrebbe finalmente capito come funzionano le cose, che sarebbe diventato una persona completa, adulta, pronta a tutto. Non dico saggia ma almeno matura.

Tutte cazzate.

Messaggio per i ventenni in ascolto: Kerouak (o chi per lui) aveva ragione, non fidatevi di nessuno sopra i trent'anni e a maggior ragione dubitate sempre della saggezza, del tono adulto di qualunque quarantenne vi si pari innanzi. Possono (possiamo) magari aver fatto più cose, aver visto di più, ma non è detto lo abbiano (abbiamo) capito. Per questo l'età non conta nulla…

Ora lo posso dire con piena coscienza della situazione :-)

11 maggio 2006

Questi luoghi desolati

Dirty Playground
Originally uploaded by Iguana Jo.
Siamo in tanti (vedi qui, per esempio) ci aggiriamo per questi luoghi dimenticati, abbandonati, in rovina. Si può spiegare quest'attrazione? Io ci provo, voi mi saprete dire...

I luoghi desolati che attirano i nostri sguardi curiosi sono fabbriche dismesse, colonie abbandonate, case disabitate. Tutti edifici in cui la presenza umana è ancora forte ma solo nei termini di ombre e ricordi, distruzione e abbandono.
Cosa ci attrae tra le ombre e le rovine? Cos'hanno questi luoghi di speciale?

Innanzitutto c'è il fascino dell'ignoto dietro casa. La possibilità relativamente comoda di esplorare territori sconosciuti, ma con tenaci agganci nella nostra memoria collettiva, e insieme la possibilità di trasformare una (ri)scoperta di vecchi spazi in un viaggio nel tempo casalingo. Il brivido di curiosità che suscita il passato, con le tracce lasciate dalle vite dei precedenti frequentatori dei luoghi che con fatica riconosciamo. Un po' come andare in visita a musei e cattedrali solo che in questo caso i passi e le mani della storia sono riconoscibili, non si perdono in un passato conosciuto unicamente per esperienza indiretta, ma tracciano collegamenti e suggestioni che ci appartengono direttamente, che non risalgono oltre la vita di padri, nonni, bisnonni.

O forse è l'attrazione per la decadenza, un'inconscia attrazione che ci spinge a intrufolarci nei territori morti a cui tutti apparteniamo. Il tentativo di dominare esplorandolo il senso del nostro stesso disfacimento futuro. Quasi che vedere un edificio morente renda più sopportabile e comprensibile il nostro stesso destino. In fondo se crolla la pietra e il mattone è logico e accettabile che lo stesso succeda alla carne.
Legata a questa riflessione c'è quella opposta, che senza vita, senza un'umana presenza tutto decade e crolla, che quello che tiene insieme il nostro mondo è la nostra semplice presenza. Ce ne andiamo, il mondo scompare (magari gli ci vuole un po', ma i segni del crollo futuro sono evidenti non appena si spengono le luci, si oltrepassa la soglia e addio, non si ritorna più, salvo che come turisti dell'abbandono).

Ma forse non è nulla di tutto questo, è semplicemente la necessità di un ritorno all'infanzia, al gioco insensato e puro, una sospensione temporanea e spaziale delle regole e imposizioni del nostro ordinato e repressivo mondo adulto, per tornare a sentire in mezzo ai territori desolati e senza legge l'incanto del mistero e la gioia dell'avventura che ci catturavano prima di mettere la testa a posto.

Mah...

…voi cosa ne dite?

03 maggio 2006

Rieccomi


Presenze
Originally uploaded by Iguana Jo.
Non so a quanti sono mancato (a parte la Lui- grazie di esistere Lui!), ma aprile è stato un mese parecchio intenso.Tra Rimini, Verona, Monza, ancora Rimini, parenti in visita, gite fuori porta, Bologna Reggio San Damaso, ponti vari e compagnia bella il mese è passato più veloce della luce e aggiornare il blog non era in cima alla lista delle priorità.

Siamo già in maggio il cavaliere s'è tolto dai coglioni (seeee....) non abbiamo ancora un presidente, ma fuori il sole splende per cui chissenegrega?

Per quanto riguarda le spedizioni riminesi vi rimando alle pagine di flickr dedicate all'argomento, qui non posso che ricordare le persone vecchie e nuove che abbiamo incontrato/conosciuto. Incredibile a dirsi (e nonostante la provenienza della maggior parte di loro :-) ci siamo trovati molto molto bene. Speriamo dunque in futuri nuovi flickr-incontri.

Per il resto mah... non so da dove cominciare. Per cui la faccio finita subito. Tanto qualche foto salterà fuori senz'altro...

Qualcosa che invece non posso rendere in fotografia è la scoperta musicale del mese. Grazie a Marco che me li ha fatti ascoltare posso finalmente dire di avere finalmente goduto di qualcosa di nuovo fresco e (molto) rumoroso. E per di più italiano. Sto parlando degli Intellectuals, duo romano (a quanto pare) che mi ha allietato i timpani col suo punk/garage/rock'n'roll. Non sono più molto aggiornato sulle nuove tendenze musicali, non so se esista una definizione migliore per la loro musica (ma è così importante?) so solo che era un bel po' di tempo che non ascoltavo qualcosa che mi facesse saltare dalla sedia. Loro ci sono riusciti dal primo ascolto, e ci riescono tuttora dopo un mesetto che girano sul mio mac. Provateli a vostro rischio e pericolo.

In un post di qualche tempo fa avevo decantato i meriti di Jonathan Strange e il signor Norrell, nel frattempo l'ho finito, e prima o poi ne parlerò in maniera diffusa, per ora posso solo ribadire che è un romanzo meraviglioso. Vediamo se nei prossimi giorni riuscirò a trovare unpo' di tempo per dilungarmi un po' di più sulle sue meraviglie.

Bona lì, come post di ritorno, riassuntivo/riempitivo può bastare. Ci sentiamo presto (spero!).

11 aprile 2006

nove milioni?


Originally uploaded by Iguana Jo.
Davvero nove milioni di italiani lo hanno votato? Davvero 9.000.000 di persone hanno consapevolmente scelto di essere rappresentati da quell'uomo e da tutto quello che rappresenta?
Davvero per 9 milioni di concittadini il miraggio televisivo è ancora così forte? il suo modello di società così allettante? la capacità di distogliere lo sguardo così viva?

Non so chi ha vinto queste elezioni, io di sicuro ho perso un altro po' di fiducia in questo paese e nel futuro che ci attende.

06 aprile 2006

dituttounpo'


Originally uploaded by Aelle.
Sarà la primavera, sarà il poco tempo che ultimamente riesco a rubare al lavoro, sarà che ultimamente non sono stato troppo comunicativo in genere, sarà la quantità impressionante di chiacchiere inutili che c'è in giro di questi tempi. Insomma, sarà quello che volete, ma questo blog ultimamente è abbastanza silenzioso.

Probabilmente nella mia testa scatta un interruttore automatico: quando il rumore di fondo della comunicazione raggiunge un livello limite il silenzio risulta decisamente preferibile, o inevitabile, fate un po' voi...
Ovviamente mi riferisco a tutto il chiacchiericcio pre-elettorale, a quella manica di pomposi buffoni (non tutti eh!) che stanno occupando ogni spazio mediatico direttamente con la loro presenza o indirettamente con il torrente inarrestabile di parole che scatenano in chiunque provi ad avvicinarsi all'argomento.
Da parte mia non ho nulla di particolarmente sfolgorante, intelligente o illluminante da aggiungere al dibattito. Dunque preferisco tacere e sperare, come qualche altro milione di coglioni, che da lunedì sera le cose vadano un po' meglio (seeeee...).

Parliamo d'altro, che ne dite se provo ad aggiornarvi sui miei ultimi consumi culturali?
Vi interessa?

Partiamo.
Per quanto riguarda le letture mi sono goduto l'intervista oversize a Clint Eastwood uscita sullo speciale dedicatogli dal Mucchio Selvaggio. La cosa migliore che si possa dire sull'Uomo è che in fondo è una persona assolutamente normale, con un buon lavoro e una passione ancora integra per il cinema, la musica e la vita in generale. Il che è già molto di più di quello che emerge normalmente dall'ex fabbrica dei sogni hollywoodiana.
Sto anche finendo di leggere il meraviglioso Jonathan Strange e il signor Norrell  . Straordinario come costruzione ed elaborazione di un mondo appena un po' più in là del nostro, con personaggi indimenticabili e uno stile, un ritmo, perfetto per l'epoca che racconta. Consigliatissimo (ma spero di riuscire a tornarci in un prossimo futuro).
Come se non bastasse ho pure iniziato (è il mio nuovo libro da pausa pranzo) la stupefacente Guida ragionevole al frastuono più atroce di Lester Bangs. Sembra divertente, di certo si parla di buon musica, dei bei tempi andati, di penetrare l'anima della festa...Insomma di buon vecchio RRROOOOOOCKKKK'N'ROOOOOOOOOOOL!

...e passiamo al cinema.
Incredibile ma vero, sono andato al cinema due volte nel giro di un paio di settimane e meraviglia delle meraviglie in entrambi i casi sono uscito contento dalla sala. (non è che per me sia così strano uscire contento dal cinema, lo è stato in questo caso perché dai due film visti mi sapettavo rispettivamente niente e poco). I film in questione sono V per Vendetta e Il Caimano.

Di V per Vendetta il meno che posso dire è che mi ha davvero sorpreso. Viste le ultime esperienze wachowskiane sono andato al cinema con tutti i pregiudizi possibili. Ritrovarmi contento alla fine della proiezione è già un enorme risultato.
Il film non è esente da difetti (l'eccessivo didascalismo, l'enfasi declamatoria a fronte di una piattezza registica che privilegia ogni volta la scelta più facile per trasmettere il messaggio, una rappresentazione del regime blanda e irreale). Ma se non altro il contenuto della pellicola è abbastanza controverso da offrire parecchi stimoli a chi abbia voglia di riflettere.
L'unico momento che ho trovato francamente brutto è tutta la sezione dedicata alla prigionia di Evie, in quella fase la retorica diventa preponderante e l'uso della tortura salvifica e temprante del tutto fuori luogo. Non sono nemmeno convinto del finale in maschera, cinematograficamente (simbolicamente?) ci sta tutto, ma mi rimane un senso di irrealtà, di eccessivo ottimismo...
Nel complesso comunque un film piacevole. Significativo più per quello che dice che per quello che mostra.

Con Il Caimano cambiamo totalmente registro. In questo caso mi aspettavo un film tendente al noioso, magari pieno di consolatoria retorica sinistroide. E invece no. Il film è divertente, amaro, struggente, inquietante. Silvio Orlando è straordinario, la regia è leggera e i tempi ottimi, i vari momenti (le varie storie) di cui è composto il film sono ben dosate e ottimamente miscelate. I dialoghi sono perfetti. Il finale devastante.
L'unica cosa che non mi ha convinto è la ragazza/regista che non mi è sembrata credibile in quel ruolo. Ma è un dettaglio, che Il Caimano rimane un ottimo esempio dei film che mi piace vedere, film in cui l'invenzione narrativa si incrocia con la realtà, la magia del cinema con le vicissitudini quotidiane. Una nota particolare per la colonna sonora, azzeccatissima (nota a margine: mi piacerebbe davvero vedere Nanni Moretti girare un musical): quando entra in scena il Caimano, e poi nel finale, sembra di sentir riecheggiare le note oscure della marcia che accompagnano Darth Vader e l'imperatore nel loro progetto di conquista dell'universo. Statevi accorti.

30 marzo 2006

Corpo di guardia


Originally uploaded by Iguana Jo.
La foto che vedete qui a fianco è stata selezionata per essere esposta in questa mostra.
Non è una delle mie foto preferite, anzi, tra quelle sottoposte alla selezione era quella di cui ero meno convinto. Ma va bene lo stesso. Essere esposto è comunque un privilegio e una soddisfazione.

La foto è stata scattata a Bolzano, all'unico ingresso della Caserma Mignone rimasto ancora in piedi.
La caserma Mignone a Oltrisarco ha accompagnato la mia infanzia. Abitando a due passi dalla caserma le trombe della sveglia, delle adunate, il silenzio serale erano un suono costante che scandiva anche le mie giornate. Almeno fino a quando ti accorgi che l'hai sentito tante volte da non udirlo più.
Da qualche anno la caserma non esiste più, tutti gli edifici sono stati via via demoliti per far posto a un nuovo quartiere residenziale. Rimangono in piedi (ancora per poco) il corpo di guardia e un paio di edifici all'ingresso sud di quella che era l'area militare di un tempo.
Ai miei occhi la foto rappresenta la rivincita del tempo sulla mentalità militare che vuole tutto in ordine, etichettato e riconoscibile.
Una sorta di tributo al Comma 22.
Questo è quello che resta.

20 marzo 2006

Non c'è luce nell'universo


Originally uploaded by astrocruzan.
Almeno non in quello di M. John Harrison.
Qualcuno alla fine di questo post dovrebbe provare a spiegarmi cos'ha di memorabile Luce dell'universo, il romanzo di M. John Harrison da poco uscito in un'Urania speciale.
A leggere gli entusiasti richiami in copertina e quei (pochi) commenti che si trovano in rete Luce dell'universo sembra un romanzo come non se ne vedevano da anni. Un campione di originalità fantascientifica, un'opera fondamentale per capire dove stia andando la nuova fantascienza.

A me è sembrato un romanzo pretenzioso e inutile.

Pretenzioso perché l'autore sembra essere convinto che per scrivere un romanzo nuovo / provocatorio / memorabile sia sufficiente gettare in balia di un plot senza riferimenti un pugno di personaggi cinici, perversi e più o meno sconfitti dalla vita perché il lettore ne rimanga irrimediabilmente affascinato.
Inutile perché a dare senso al tutto si torna nel finale del romanzo alla solita necessità di dar colpa e meriti della situazione esistenziale dell'umanità (presente e futura) alla solita super-razza iper-annoiata alla ricerca di un nuovo scopo nella vita.

Lo scopo nella vita, l'altro grande protagonista del romanzo. Tutti i personaggi sono alla disperata ricerca di una definizione esterna della propria esistenza, quasi una tensione al (pseudo)divino che lascia piuttosto perplessi e che rende stucchevoli tutte le dinamiche relazionali che si instaurano tra i vari soggetti. È proprio un afflato religioso quello che mi pare di cogliere molto forte tra le righe del romanzo, una necessità di redenzione e salvezza quale unica speranza per vite che abbandonate a se stesse non riescono a far altro che distruggere e rovinare ogni rapporto che a fatica riescono a stabilire.

In definitiva un romanzo che potrà apparire nuovo a chi non ha mai digerito Egan, a chi trova McDonald troppo letterario o a chi pensa che tizi come Banks o Stross siano evidentemente troppo legati al passato(!). Ma per quanto mi riguarda ho trovato Luce dell'universo irritante e noioso come nessun libro di cosiddetta nuova fantascienza m'era mai parso.

15 marzo 2006

Rimini fuori stagione

© giorgio raffaelli
Rimini non è più triste di ogni altra città, che di solito le città non fanno altro che riflettere in grande lo stato d'animo di chi le frequenta.
Certo che girare fuori stagione per le zone eminentemente turistiche come quella ritratta qui a fianco ti dà una strana sensazione di desolazione e aspettativa. La stessa sensazione che provo ogni volta che mi capita di passare in quelle zone costruite per essere frequentate in massa, ma che si ritrovano per un motivo o per l'altro, improvvisamente o casualmente, senza contenuto umano. Non è necessariamente una sensazione triste, che l'atmosfera che si respira è surreale e intrigante, come se il luogo svuotato dalle persone potesse offrire uno spazio alle possibilità normalmente poco esplorate.
Passeggiare fuori stagione tra gli alberghi e i bagni di Rimini è un po' come girare per una città nelle ore che precedono l'alba. Si entra in una sorta di mondo parallelo, una porzione di spazio in cui si muovono gli spiriti e le intenzioni più che gli essere umani. Un luogo aperto alle più folli speculazioni, alle occasioni più impensabili, agli eventi meno probabili. Non so se si capisce, ma in fondo sono questi luoghi abbandonati, queste zone momentaneamente libere, gli spazi che più mi piace frequentare.

08 marzo 2006

Arrivederci amore, ciao


Originally uploaded by framino.
(il post che segue è già apparso in forma simile su it.discussioni.giallo)
Un amico (ciao Fabio!) ben noto frequentatore di i.d.g. mi ha convinto a leggere Arrivederci amore, ciao di Massimo Carlotto.
Non sono un particolare cultore di noir e simili, ma il romanzo mi è piaciuto, è certamente interessante e conturbante. Ma discutendo alcuni particolari dell'opera con il suddetto ben-noto-frequentatore siamo arrivati ad un punto di non ritorno. Il fatto è che Carlotto mi è stato presentato come scrittore eminentemente politico (almeno all'interno della nicchia noir nostrana). Detto questo, arriviamo al succo di questo post, ovvero: ha senso parlare di romanzo politico a proposito di Arrivederci amore, ciao?

A questo proposito vi propongo qualche pensierino sparso sul romanzo:
Appena terminata la lettura mi sono chiesto: e allora? Dopo aver letto 'sta storia cosa si aspetta l'autore? Che mi ci sia divertito? Che abbia preso coscienza che il mondo, e l'italia, è pieno di merda? Che la gente è cattiva?

Forse il mio mancato entusiasmo nei confronti del romanzo si può in effetti riassumere nel fatto che non riconosco il mondo che racconta l'autore come il mio mondo, che sento la mancanza di un riferimento altro rispetto all'immoralità di tutti i personaggi del romanzo.
Per questo critico politicamente il romanzo: per la mancanza di dialettica interna all'opera. Non ci sono confronti di posizione, ne sono possibili dibattiti morali sulla natura dei protagonisti. Per questo motivo dico che in fondo il mondo descritto da Carlotto non è il mio: fortunatamente è solo una porzione del nostro quotidiano.
In Arrivedervi amore, ciao tutto è solido e assoluto come un mattone in faccia. Fa male, ma c'è poco da chiedersi perchè o percome...

Anche quella che si potrebbe definire la strategia politica che porta alla scrittura di un romanzo come questo, non mi convince in toto: troppo cinica e distruttiva per i miei gusti.
Di più: una strategia politica che tende, forse, a fare il gioco del potere, che ci vuole spaventati e immobili, soggetti passivi e indirizzabili verso il cattivo di turno.

Il protagonista del romanzo di Massimo Carlotto. è imbattibile perchè totalmente cattivo dentro. Non è malato, non è vittima di un trauma ne del sistema, non ha motivazioni morali. È irrecuperabile. L'unica soluzione sarebbe l'eliminazione, ma cazzo, noi siamo i buoni :-) e quindi è impraticabile, ne consegue che nessuna vittoria è possibile.
In altre parole: il protagonista non è un nemico politico, è un nemico morale, proprio a causa della sua immoralità.
Narrando come Carlotto fa (e molto bene) di un vuoto morale, si svuota la realtà di qualsiasi possibilità politica. Nel romanzo è evidente che dove non ci sono più valori c'è solo la sopravvivenza, e a quel punto la dialettica politica non ha più senso.

Ma senza morale ha senso parlare di intenzioni politiche del romanzo?
Forse questo è un punto fondamentale per relazionarsi al romanzo.

Ed è su questo argomento che mi piacerebbe avere un sereno scambio d'opinioni con chi ha letto il romanzo.

03 marzo 2006

Neal Stephenson rulez!

Originally uploaded by Fernando Porto.
Due parole su Neal Stephenson in risposta a questa azzardata domanda di X :
"Quanto a Stephenson, come definiresti tu uno che scrive romanzi reazionari con uno pseudonimo (Stephen Bury) e poi si concede slanci rivoluzionari come in "Snow Crash"?"

Neal Stephenson, che inizialmente avevo scambiato per un ribelle di nero vestito (hai presente Hiro Protagonist?) in realtà non è altro che uno scrittore di sf libertario cresciuto nel solco tracciato da Heinlein, che in buona sostanza significa essere fautore di un'idea socio/politica piuttosto raccapricciante.

Ma allora come mai Neal Stephenson rimane per me un autore grandissimo, tra i migliori degli ultimi 15 anni? Soprattutto perché la sua scrittura oltremodo competente è temperata da un umorismo del tutto assente in Heinlein. Non che le differenze si fermino all'umorismo. I personaggi sono un'altra caratteristica vincente nei romanzi di Stephenson: decisamente molto più confusi, dubbiosi e in balia degli avvenimenti (della Storia) di quanto non capiti a un Lazarus Long, tanto per dire...

Ma quello che mi piace davvero in Neal Stephenson è la sua capacità di rendere immediatamente comprensibili quei dettagli tecno/storico/sociali che in mano a chiunque altro diverrebbero di una pesantezza insostenibile, il ritmo che imprime alle sue storie, la sue doti immaginifiche, i suoi personaggi memorabili.
E sì, trovo affascinante anche per la sua visione sociale del futuro, con una struttura anarcoide plausibile che non è ne utopica ne distopica, con le possibilità che lascia intravvedere di una società disseminata e metanazionale, terribile e intrigante allo stesso tempo.

E poi Neal Stephenson è l'unico autore che mi abbia esaltato nonostante i buchi presenti nelle sue storie (mi riferisco soprattutto a Snow Crash e all'Era del diamante), in cui il concetto di fantascienza, di letteratura d'idee è ben chiaro ed esplicito anche nelle sue opere mainstream.
Insomma, per me Stephenson rimane uno degli autori fondamentali di questi ultimi 15 anni. Alla pari di un Iain Banks o di un Greg Egan o di un Ian McDonald. Spero solo si riprenda in fretta dal suo ciclo barocco.

Ah... dimenticavo. libri di Stephen Bury sono scritti a quattro mani da Stephenson e da suo suocero quando il primo doveva ancora trovare la sua strada letteraria. Ben prima di Snow Crash tanto per intenderci. Non so quanto risultino reazionari e indigesti, non li ho letti. Sicuramente quello che è arrivato dopo è di tutt'altro tenore.

01 marzo 2006

La televisiun la t'endormenta cume un cuiun.


lomotv
Originally uploaded by -Ant-.
Stasera vi passo una citazione dal libro che ho appena finito di leggere.
Ah... nel caso rimanesse qualche dubbio, per me David Foster Wallace è un genio. (nonostante Infinite Jest mi abbia lasciato un po' così).

...se la televisione può attirare a sé [lo spettatore qualunque] attraverso l'ironia e le battute che capisce solo chi già conosce il programma, può dare sollievo a quella dolorosa tensione fra il bisogno che ha [lo spettatore qualunque] di trascendere la folla e la sua inevitabile condizione di membro del Pubblico. Perché nella misura in cui la televisione può lusingare [lo spettatore qualunque] facendogli credere di poter "guardare al di là" della presunzione e dell'ipocrisia di valori ormai sorpassati, essa riesce a suscitare in lui la stessa esatta sensazione di astuta superiorità che gli ha insegnato a desiderare con così tanta forza, e può tenerllo in uno stato di dipendenza da quel modo cinico di guardare la tv che è il solo a permettergli di provare quella sensazione.
(estratto da E Unibus Pluram: Gli scrittori americani e la televisione, in Tennis, tv, trigonometria, tornado, David Foster Wallace, 1999 Minimum fax, trad. Christian Raimo & Martina Testa)

27 febbraio 2006

Forgiare legami


Originally uploaded by Iguana Jo.
Che altro facciamo nel nostro tempo? Stabiliamo collegamenti, creiamo relazioni, scambiamo messaggi, tessiamo reti. Costruiamo le catene che sostengono il nostro spirito, alleggeriscono il cuore e rilassano il fisico.
Di questi anelli sono fatti i legami che ci liberano, che ci permettono di interagire col mondo, che ci offrono la possibilità di esplorare e scoprire.

Spesso questi legami sono storici, qualche volta sono inevitabili, a volte sono solo ideali.
Noi questo fine settimana abbiamo trasformato una conoscenza virtuale in un'amicizia reale. Abbiamo forgiato un primo anello di esperienza comune, fatta di sabbia, acqua e cassoni, contornata da chiacchiere e playstation, fotografie e frisbee.
Insomma: ci siamo divertiti un casino, abbiamo mangiato a crepapancia, camminato, chiacchierato, dormito, fotografato, giocato, discusso e conosciuto. Abbiamo fatto quel che ognuno spera di fare nel suo tempo: siamo stati bene.
Grazie Lui, grazie Clay, grazie Ale.
A presto!

23 febbraio 2006

Neuromante Redux

Tokyo Metropolis Originally uploaded by behind-Eyes.
Ripensando a Neuromante, al buon vecchio cyberpunk di una volta, non mi vengono in mente troppe parole, quanto piuttosto immagini, sensazioni, strani corto circuiti neuronali. Come questa fantastica foto di Kiyotaka Higuchi. Se dovessi scegliere un'immagine a rappresentare il genere sceglierei questa.
Dalla prima volta che l'ho vista mi ha colpito come poche altre. In questa immagine ritrovo tutto quello che William Gibson mi trasmetteva: la possibilità e l'emozione di scoprire un mondo nuovo, un luogo terribile ma al contempo estremamente affascinante, Un mondo al crocevia tra la durezza senza speranza del punk e il romanticismo perdente di un Marlowe. Un incubo, il cui fascino sta tutto nella possibilità di scorgere ancora qualche traccia di umanità in mezzo a tutto quel nero frammisto al verde della matrice. Il sapore nostalgico di un futuro possibile insieme al brivido e al timore di ritrovarlo fuori dalla finestra. Oggi.

22 febbraio 2006

Compagni di tutto il mondo


Originally uploaded by Iguana Jo.
Per me è un po' imbarazzante, ma va bene, parliamo di politica.
(nota esplicativa: non è la politica in se ad essere imbarazzante, è che di solito per me la politica è questione di scelte quotidiane, non di massimi sistemi, da cui l'imbarazzo...)

Perché a sentire l'aria che tira, ad ascoltare le dichiarazioni di questo e quel politico, io inizio a preoccuparmi. Insomma, sperando che il prossimo aprile tutto vada per il meglio, mi piacerebbe capire se è davvero tanto sconvolgente immaginare una forza di sinistra come rifondazione al governo con la margherita.

Siamo tutti d'accordo (!): nel migliore dei mondi possibili saremmo già tutti felicemente anarco-comunisti, per cui il problema non si porrebbe nemmeno. Ma visto che cui e ora le cose vanno già abbastanza di merda non sarebbe forse meglio tentare di influenzare/spingere/orientare le decisioni governative verso quelli che sono gli ideali che muovono le persone che in tale forza politica si riconoscono piuttosto che lasciar fare a 'sti centristi tutto quello che gli pare (alla faccia delle persone che poi tali decisioni dovranno sopportare) con la scusa di mantenere puro e intatto il manto di idealistica purezza che sembra ricoprire ogni decisione comunista?
Vale di più la purezza dell'ideologia (che rimarrebbe comunque tale, mica ci si svende l'anima a tentare di piegare verso sinistra la rotta governativa), o la vita quotidiana dei milioni di persone che quotidianamente le decisioni del governo devono subire?
Le persone elette a rappresentarci devono servire la comunità (assecondando il più possibile il loro ideale politico) o devono servire l'ideale politico (accontentando quando possibile le persone per cui si trovano a legiferare)?

Voi cosa ne pensate? I comunisti ci lasceranno (di nuovo) nella merda berlusconiana o si daranno una mossa (con tutti i compromessi del caso)?

Cosa sarebbe preferibile?

15 febbraio 2006

Creazionismo elementare

Originally uploaded by Iguana Jo.
Va bene. È scontato. I figli 'so piezz'e core.
Però questa ve la devo raccontare.
Francesco frequenta la seconda elementare. Lunedì scorso abbiamo avuto il colloquio di fine quadrimestre con le maestre.
Tra le varie cose le maestre ci hanno raccontato di come Francesco sia stato colto a discutere in maniera convinta, ma civile (precisazione indispensabile visto il soggetto, che, ahinoi, di solito le discussioni finisco con le mosse dei power rangers o di qualche wrestler dal nome impronunciabile), con un paio di suoi compagni di classe a proposito della nascita dell'universo, della vita sulla terra, di dinosauri ed esseri umani.
La discussione è nata dalle avventate dichiarazioni dei summenzionati compagni di classe che, manco a dirlo, sostenevano la creazione dell'universo mondo nei canonici sette giorni a opera del vecchio barbuto.

I poverini frequentano il catechismo, che ci volete fare, mentre Francesco frequenta una famiglia senza dio con una spiccata propensione fanta/scientifica.
E quindi vai di evoluzione (la vita è nata nell'acqua!) vai di teorie cosmologiche (le terra è nata dalla fusione di un mucchio di asteroidi), vai di paleontologia spicciola (c'è voluto un sacco di tempo perché gli animali si trasformassero in uomini, e i dinosauri ci hanno lasciato un sacco di ossa...).
Insomma, c'è di che essere orgogliosi, non trovate?

Lettura consigliata del giorno: qualunque cosa vi capiti per le mani di Stephen Jay Gould (non lo conoscete? Peccato, era un paleontologo, ma soprattutto il miglior scrittore scientifico mi sia mai capitato di leggere).

08 febbraio 2006

A me piace(va) un sacco Tom Robbins!

Originally uploaded by Iguana Jo
Perché non mi piace più Tom Robbins? Perché dalla posizione di scrittore preferito è passata a quella di scrittore da evitare?

Tutto è iniziato con Even Cowgirls Get the Blues (Il nuovo sesso: Cowgirl): un'illuminazione, un'ondata di energia, divertimento, intelligenza che mi ha entusiasmato. La saga di Sissy mi è rimasta nel cuore e nello stomaco, negli occhi e nella mente. Mi ha riempito e non mi ha mai più lasciato. Un romanzo indimenticabile, di quelli da consigliare sempre e comunque a chiunque. Un libro capace di caratterizzare separandoli coloro che lo hanno apprezzato da quelli che non sono riusciti ad entrarci in sintonia.

Letto questo romanzo il passo successivo è stato leggere Natura morta con picchio. A sentire quel che si diceva in giro sembrava che questo romanzo avesse segnato la storia della Cultura Alternativa Americana. Probabilmente a me di 'sta Cultura Alternativa Americana non me ne deve fregare più di tanto, e il romanzo m'ha lasciato abbastanza indifferente, che a confrontarlo con la lettura precedente non c'era davvero paragone.

Poi è arrivato Coscine di pollo, l'altro romanzo che m'ha fatto inserire Robbins tra gli autori-di-cui-leggeresti-qualunque-cosa-anche-la-lista-della-spesa. Tra i momenti fanastico-surreali, la ricostruzione storica del conflitto israelo-palestinese, la sferzante ironia sul fondamentalismo americano e la ribalda innocenza dei suoi protagonisti, Coscine di pollo è un altro romanzo indimenticabile, di quelli che oltre ad illuminarti il cammino ti fanno ridere da spanciarti lungo la strada.

Ternimato di leggerlo c'è stata una lunga pausa: altri romanzi di Robbins non se ne vedevano all'orizzonte. A forza di non trovarlo non l'ho più cercato, ho letto altro, ho esplorato nuovi territori. Son ritornato alla fantascienza ecc. ecc.
Poi improvvisamente (almeno per me) le librerie sono state invase dai romanzi di Robbins. Non so per quale motivo, se per qualche assonanza con la fantascienza che stavo leggendo, se le suggestioni fossero altre o se la scelta dipendesse dal ricordo dei romanzi letti anni prima, fatto sta che ho provato a prendere uno di questi romanzi.

Il romanzo in questione era Profumo di Jetterbug. L'ho trovato carino, il che è tutto dire. Divertente, a tratti spassoso, ma con un fastidioso sottofondo di filosofia new-age spicciola che alla lunga tendeva alla noia (la mia almeno). In più ho iniziato a sospettare una visione politica che più procedevo nella lettura più mi irritava. Ma ok, mi son detto, un libro sbagliato può anche capitare, sono in debito con Robbins di due capolavori, posso pur dargli un'altra possibilità.

L'altra possibilità, l'ultima a oggi, si intitolava Beati come rane su una foglia di ninfea. Questo romanzo m'ha proprio nauseato, da una parte il suo allegro anarchismo originale sempre più trasformato in un liberismo alla si fotta chi non ce la fa, dall'altra una storia noiosa e scontata come poche su uno sfondo di teorie mistico alternative degne del mago Otelma (faccio per dire, eh!). Insomma un fallimento totale. L'unica cosa che ricordo avevo apprezzato era la teoria galattica sulle rane.

Per cui ditemi voi, visti i miei rapporti con l'autore, vale forse la pena provare qualcosa d'altro? Per me no, almeno fino a prova contraria.

Ma visto che comunque Tom Robbins qualcosa (molto!) di buono me l'ha lasciato vi lascio con una sua citazione fantascientifica, che mi trova tuttora completamente concorde e che è molto utile per inquadrare il personaggio. È dedicata a un altro grandissimo scrittore americano, William Gibson: "Se Raymond Chandler fosse stato rapito da formose commedianti aliene e costretto a competere in un rodeo cibernetico sul lato oscuro della Luna, una volta tornato fra noi avrebbe scritto libri come Luce Virtuale".

02 febbraio 2006

Cut-Out


Dave McKean: Narcolepsy
Originally uploaded by Iguana Jo.
Post foto-didattico, nato dalle richieste di questo gruppo di flickr...

Premessa: in photoshop non esiste un metodo migliore, è talmente vasto che per raggiungere lo stesso risultato si possono seguire strade completamente diverse.
PC & Mac: a parte compatire coloro che non conosco la mela (ma questo è un altro discorso :-), per quel che so non esistono differenze tra le due versioni di ps. Quello che gli utenti PC possono trovare diverso sono il tasto [mela] e il tasto opzione [alt]. Per il primo credo si debba usare il tasto [command], per il secondo il tasto dx del mouse. Ma dato che non uso un PC ogni ulteriore precisazione è gradita.

Detto questo posso provare a spiegare qual è il mio metodo per fare il cut-out. (Vedi p.es. l'immagine qui a fianco)

- creare nella palette dei livelli un livello di variazione Miscelatore Canale per ottenere un bianco e nero di proprio gradimento. (una volta aperta la finestra del Misceltore Canale barrare in basso la casella monocromatico e divertirsi con le barre dei tre canali).
- una volta decisi i parametri del Miscelatore Canale selezionare nella palette dei livelli la maschera che compare a fianco all'icona del livello stesso
- selezionare nella maniera a voi più consona (lazo, pennello, strumenti di selezione vari...) l'area che volete colorata nella vostra immagine, cancellate dalla maschera selezionata precedentemente l'area selezionata e... Ta-Dan! avete praticamente finito.

Com'è venuto?

26 gennaio 2006

Conoscete la vostra velocità?

© giorgio raffaelli
In fuga. In fuga dal dolore, dal lutto, dalla violenza, in fuga dall'America.
Innocenti ingenui e ignoranti, due under trenta americani si inventano la Missione: portare il dollaro americano direttamente in mano a chi non l'ha mai visto. Veloci veloci sempre più veloci, con la necessità di scordarsi del sè di ieri, di quello di domani, del luogo di provenienza. Un overdose di nuovi panorami da sovrapporre alle immagini stantie e sofferenti dei ricordi.

Noi lo sappiamo. La fuga è inutile se quel che vuoi scordare ti accompagna.
Ma forse il punto non è questo. Il punto è l'America. E gli Americani. E l'oggi.
Se prima osservavamo affascinati Jack & Neal vagabondare pieni di innocenza ed energia per le strade di un'America altrettanto innocente, ora per Will & Hand il giocattolo si è rotto. Rimane l'intenzione, ma mancano le energie, la capacità di ritrovare la strada. L'innocenza non ritorna, l'energia va cercata altrove.

Ma esistono da qualche parte? Intendo l'innocenza, l'energia: sono merci ancora disponibili sul mercato? Sono/siamo in grado di riconoscere i segni? Ritroveranno i nostri eroi un senso nell'orientamento della mappa globale?

Non so se sulla strada si possa trovare ancora una qualche risposta, se nonostante tutto il Marocco ricorda la California, la Lettonia il Nebraska e ovunque ci sono persone in vendita, persone invisibili e persone che non ti vedono. Del resto non importa quante volte abbiano tentato di convincerti, la tua storia non è un romanzo. E se correre attenua il dolore, alla fine la vita ti raggiunge lo stesso. Resta lo sguardo puro, la possibilità dell'innocenza.
Il prezzo è stato pagato.

Poche parole, frasi spezzate e pensieri sconnessi per tentare di raccontarvi Conoscerete la nostra velocità. Leggetelo anche voi: vi farà ridere, vi farà piangere, vi spezzerà il cuore e vi farà incazzare. Alla fine Dave Eggers vi lascerà sazi e ne avrete abbastanza.
Almeno per un po'.

24 gennaio 2006

La Zona


Through
Originally uploaded by Iguana Jo.
Cogliendo lo spunto da qui volevo proseguire nel discorso sul Gap in un viaggio parallelo al suo. Tanto il territorio è infinito e c'è spazio per tutti...

Il gap (ma chiamiamolo Zona che, concordo, è meglio) è qualcosa che mi ha sempre affascinato. La prima volta credo di averlo incontrato in Ballard (la sua foresta di cristallo ha un che di zonale come del resto molti degli altri suoi paesaggi, primo tra tutti il suo mondo sommerso), ma forse tutte le opere dell'autore inglese sono collocabili in qualche area della Zona, dall'isola di cemento al condominio, dai pianeti deserti alle piscine abbandonate...

A parte Ballard, mi sembra di aver visitato la Zona anche in qualche vecchio racconto di Lucius Shepard (a propo'... si vedrà mai una nuova edizione di Settore Giada?) o nei vagabondaggi del protagonista di Amnesia Moon e probabilmente l'elenco potrebbe proseguire ancora a lungo.
Del resto la Zona è sempre intorno a noi, appena al di là della sguardo, ai margini della percezione. La Zona è uno stato d'animo che prende dimensione geografica, lo spazio per un'esplorazione personale, una mappa in bianco per tracciare lo spazio interno.

La Zona è un ovunque personale, un luogo altro, una fuga, un rifugio, un sogno o un incubo. La verità sta negli occhi di chi lo osserva, di chi ha il coraggio di penetrarne gli oscuri e luminosi anfratti. La Zona ci penetra e ci circonda. La Zona siamo noi, da soli nel nostro mondo singolare.

Buon viaggio, attenti a non perdervi.

17 gennaio 2006

Bolzano/Bozen: apartheid provinciale

Originally uploaded by Aelle.

– Da dove vieni?
– Vengo da Bolzano.

– Ma allora parli tedesco...

Questo il ritornello che immancabilmente si ripete. Chiunque sia il mio interlocutore la sequenza è sempre la stessa: vieni da Bolzano?Allora parli tedesco.
Quello che magari cambia è l'intonazione della voce: a volte interrogativa, a volte curiosa, più spesso semplicemente affermativa. Evidentemente in Italia l'idea di Bolzano è questa: terra straniera incidentalmente dentro i patri confini.

Non mi interessa contestare, confermare o dibattere tale opinione. Non mi interessano abbastanza la patria (qualunque patria) e i confini, non mi interessa convincere nessuno al riguardo, non ho né la voglia né la capacità di imbastire un dibattito sull'appartenenza etnica. Francamente son tutte cose per cui provo una certa nausea.

Quello che posso fare è provare a raccontare quello che è stato crescere a Bolzano, le ipotetiche possibilità e le disillusioni della realtà, il potere tranquillizzante del denaro e come la prospettiva possa rendere relativo il concetto di maggioranza.
In breve, parlare dell'apartheid che ha contraddistinto la mia vita come quella di chiunque sia cresciuto nella provincia di Bolzano durante gli anni '70 (non che poi le cose siano cambiate, ma non ne ho più esperienza diretta).

Che poi nella sostanza il discorso non è nemmeno lungo. Da quando nasci a quando vai a scuola, dal quartiere in cui abiti al lavoro che ti scegli, dagli amici che frequenti alla tomba che occuperai, tutto è già definito. Questo suonerà incredibile nel resto d'Italia, ma è perfettamente possibile non parlare una sola parola di tedesco (salvo durante le interrogazioni a scuola) per tutta la propria vita bolzanina.
Ci sono asili, scuole elementari, scuole medie e scuole superiori italiane e asili, scuole elementari, scuole medie e scuole superiori tedesche. Nel raro caso in cui queste siano contigue (vedi la scuola elementare e le medie che ho frequentato) gli orari di ingresso sono diversi. I quartieri sono etnicamente suddivisi, nel punti di contatto ci sono linee di confine invisibili che tutti noi che ci siamo passati conosciamo e riconosciamo. Persino le chiese sono doppie. La stragrande maggioranza dei bar sono etnicamente frequentati, ovviamente le persone che ti trovi a frequentare parlano la tua stessa lingua. Anche il cimitero è diviso tra settori italiani e tedeschi.
Vista da fuori la situazione appare del tutto folle. Da dentro è assurdamente normale.
Poi per fortuna la vita è un po' meno prevedibile delle premesse etniche su cui vorrebbero fondarla, e le cose un po' più complicate, ma la volontà politica di tenerci separati è evidente.

Del resto a Bolzano le cose funzionano decentemente (a volte molto più che decentemente).
Nonostante le apparenze Bozano non è Belfast, in nessun momento si sono vissute situazioni paragonabili a quelle di altre regioni multietniche (abbiamo ancora tutti negli occhi le immagini della ex-yugoslavia, vero?), e anche se negli anni '60 s'è vissuta una breve stagione di terrorismo indipendentista la situazione non è nemmeno lontanamente paragonabile a quella dei paesi Baschi, tanto per rimanere nella civilissima Europa.

Come mai? Siamo naturalmente pacifici, miti e tolleranti o forse i motivi sono altri?
Come dicevo sopra non ho intenzione di inoltrarmi in analisi sociologiche/culturali/politiche etc etc.
Quello che ho visto e continuo a vedere è che nella ridente provincia bolzanina quella che in teoria dovrebbe essere una minoranza discriminata è in realtà una maggioranza discriminante, che i soldi pacificano molte situazioni spinose, che quando possiedi fisicamente (a volte in maniera legalmente inalienabile) la terra occupata dall'invasore e lo fai pagare pure molto per la sua permanenza non c'è alcun motivo pratico e/o ideale per innalzare barricate (salvo quelle morbide, che umiliano magari lo spirito ma che senz'altro non inducono sofferenze nel circondario).

Ovviamente queste brevi note non esauriscono il discorso, e magari ci tornerò sopra. Per ora mi piacerebbe davvero molto sapere qual è la vostra idea, l'immagine che vi siete fatti della mia terra d'origine. Che siate bolzanini, sudtirolesi o altoatesini, residenti o emigrati, che abitiate in qualsiasi altro luogo del mondo ditemi cosa ne pensate.
E raccontatemi magari com'è vivere a Bolzano ora.

12 gennaio 2006

Il vicolo


Bolzano Amarcord (1973-1981)
Originally uploaded by Iguana Jo.
Attenzione, post nostalgico, da leggere con prudenza. Poi non dite che non vi ho avvertiti.

Non so quanti palloni abbiamo forato giocando a pallone in questo vicolo. Ci passavamo interi pomeriggi (allora a scuola non c'era il tempo pieno), tutta l'estate che passavamo a Bolzano. Erano gli anni settanta e io ero Cruyff o Mazzola, Aldo era Beckenbauer o Rivera. Si giocava in due, tre, quattro al massimo, che di più non ci si stava. Le due porte erano l'ingresso del cortile di Aldo e quello di Carlo. In mezzo le solite auto parcheggiate (che se non ricordo male di solito erano una 128, una 127, più avanti c'era la Prinz - ahh, averci una foto!) il pallone che regolarmente ci si infilava sotto. Le pause erano date unicamente dalle auto che dovevano passare per andare all'officina in fondo al vicolo, o dai genitori che tornavano a casa.

Ma non c'erano solo le infinite partite di calcio. Il vicolo e i cortili che vi si affacciavano erano lo scenario ideale per i giochi di guerra, nascondino, guardie e ladri: si scavalcavano cancelli, si saltavano dirupi, muretti e scantinati tra un cortile e l'altro, tra un vicolo e l'altro (e gli abitanti degli altri vicoli erano nemici, alieni, sempre cattivissimi e pericolosi, del resto chi mai c'ha giocato insieme?).
Ricordo i nomi, ricordo le facce che avevamo: Aldo, Carlo, Giorgino (che fine hai fatto Giorgino?) c'erano loro tre soprattutto, poi c'era mio fratello Marco, la Monica e la Luisella, e gli altri che c'erano solo ogni tanto e i ragazzi grandi: Marco e Claudio, che avevano certamente di meglio da fare, ma che ogni tanto si adattavano a giocare con noi.
Ci divertivamo in questo vicolo, ed è strano vederlo così vuoto e silenzioso. Sarà l'inverno, o forse tutti i bimbi sono cresciuti. Tanto il vicolo non ha fretta, rimane lì, in attesa della prossima generazione di fanciulli da svezzare.

11 gennaio 2006

Piccola città, bastardo posto


Quest'ultimo fine settimana sono tornato a Bolzano, l'occasione: i 40 anni di uno dei miei migliori amici storici. Già dire sono tornato è sintomatico. Quando cresci in un posto non importa da quanto tempo o come te ne sei andato, alla fine è quello il luogo che chiami casa.

Ma Bolzano che razza di casa è? Ricordo che quando me ne andai, vent'anni fa, fu una sorta di liberazione. Certo, ero in pieno dramma adolescenziale, in rotta coi parenti, con una città che non aveva niente da offrire, con la necessità quasi fisica della fuga, con una sofferenza addosso che c'ho messo un sacco di tempo ad ammorbidire, ad addomesticare.

Ritorno a Bolzano dunque, non più cittadino, ma nemmeno turista (questo mai!), forse reduce. Da battaglie personali, da incontri, scontri, sconfitte e illuminazioni. Fughe e ritorni. E come un reduce vago per la mia città, la guardo con occhio attento alle minime variazioni, cerco nelle facce delle persone un ricordo, un volto. Il segno di un'appartenenza. Difficilmente capita di incontrarlo, ma in fondo non ne sento più il bisogno e la ricerca è più un'abitudine che una necessità. Che ormai con i miei piccoli fantasmi ho fatto la pace. Che per Bolzano non giro più ramingo, ma passeggio. Che ora che sono lontano è davvero un piacere il ritorno.
Bolzano in fondo non mi manca. Del resto con i vecchi amici i ponti non li ho mai tagliati. Se c'è una cosa che qui in pianura mi manca non è la città, casomai la montagna. Ma questa è un'altra storia. Ne riparleremo.

04 gennaio 2006

Mi sono innamorato di uno scimmione



Sono appena tornato dal cinema e sono molto molto contento. King Kong è meraviglioso, la quintessenza del film d'avventura come se ne facevano una volta. In più metteteci una tecnologia degli effetti speciali al top, una regia da cui traspare evidente l'amore per la magia del cinema, la capacità di Jackson di passare istantaneamente dalla scena più trucida a quella più demenziale, degli attori perfetti per i loro ruoli (dedicate un po' d'attenzione ai comprimari, sono fantastici!).
Insomma, andatelo a vedere, che merita.

02 gennaio 2006

Un banchetto per i corvi

Dopo averlo atteso per più di tre anni ho finalmente letto il quarto volume delle Cronache del ghiaccio e del fuoco di George RR Martin.
Non mi era mai capitato di nutrire un'attesa così spasmodica per un libro. Del resto non ho letto altri cicli con lo stessa tensione, la stessa capacità di avvincere, con personaggi così reali che ti sembra di conoscerli da sempre.
Chi conosce le Cronache mi capisce. A chi non ha mai letto Martin basti dire che è merito (o colpa, dipende dai punti di vista) di questa saga se ho iniziato a leggere in inglese. Ho fatto il mio primo ordine su Amazon proprio per poter far fronte alla crisi d'astinenza che m'aveva preso al termine del primo volume edito in italiano, a cui non faceva seguito alcuna traduzione dei successivi.
Poi è successo che mentre leggevo il terzo volume, già pregustando la prossima uscita del quarto, si sono diffuse voci secondo cui il buon Martin ne avrebbe rimandato l'uscita causa problemi nello sviluppo della storia stessa. Aaarggh!!!
Era il 2002. Si sperava in un ritardo di qualche mese, poi le cose gli sono evidentemente scappate di mano e ci siamo ritrovati alla fine del 2005 con questo A Feast For Crows, che nonostante le sue 700 pagine esce dimezzato nel suo contenuto: metà delle vicende e dei personaggi protagonisti dei volumi precedenti saranno protagoinisti della seconda parte in uscita il prossimo anno, si spera.

Ma com'è il romanzo? Valeva la pena aspettare tutto 'sto tempo?
Sì.
E no.

Sì. Perché ritornare a Westeros dopo tutti questi anni è stato fantastico. Ritrovarsi nella trama che filo dopo filo Martin sta tessendo, riconoscere una situazione, rivedere una faccia, rivivere un momento. Tutto molto bello. Avvincente e drammatico come ricordavo.
Però questo non mi basta. Oltre al panorama, allo sfondo, sarebbe bello avere anche un qualche primo piano, dei protagonisti all'altezza. Purtroppo in questo quarto volume i personaggi lo sono solo in parte. Leggendo fino in fondo il grosso tomo ci si rende benissimo conto delle difficoltà che l'autore deve aver attraversato nella stesura: la difficoltà di riempire con degli avvenimenti un momento interlocutorio della storia; la necessità del climax ogni tot pagine; il bisogno di far crescere alcuni personaggi e farne sparire degli altri.
Per questo ben vengano gli excurus turistico/geografici (sebbene conditi con un indigesto eccesso di genealogia e araldica). Ecco allora Dorne o Bravoos, le periferie delle città e i paesaggi di campagna. Ben vengano anche i peregrinaggi di Brienne e compagnia, ben vengano perfino le tetre riunioni degli uomini di ferro. Ma la sostanza manca, manca la presenza di un personaggio memorabile (c'è solo Jamie che con qualche alto e basso tiene comunque botta, che la dolce sorellina con tutta la sua (over)dose di stronzate e cattiveria non è più la regina che tutti ricordavamo), manca un qualche evento catalizzatore per tutta la storia. Insomma manca un centro, c'è qualche ghiotto accenno a quel che succederà, si gettano le premesse per cambiamenti epocali, si seminano indizi e si stuzzica l'immaginazione del lettore. Tutto bene con qualche riserva quindi, che per tutto il libro ho sentito la mancanza di personaggi come Daeneris, come Tyrion, anche di Catelyn, tanto per dire. Speriamo dunque che il prossimo capitolo esca al più presto, che da Martin siamo abituati ad aspettarci sempre qualcosa di più.