19 marzo 2008

Arthur C. Clarke


Originally uploaded by jadc01.
Ieri Arthur C. Clarke ci ha lasciati.
Aveva la bella età di novant'anni e da decenni aveva lasciato la natia Inghilterra per trasferirsi nello Sri Lanka.
Con lui se ne va uno degli ultimi autori che hanno fatto la storia della fantascienza fin dalle sue origini.


Tra i ricordi migliori di quel periodo meraviglioso in cui la fantascienza era per me ancora tutta da esplorare svetta Incontro con Rama, ma credo sia davvero difficile stabilire quale possa essere il suo romanzo migliore.
Le sue sono solide storie di esplorazione, con una forte componente scientifica e speculativa, ma al contempo sono opere piene di meraviglia, capaci di esplorare le possibilità e il mistero del futuro riuscendo nello stesso tempo ad essere avvincenti e stimolanti.
Memorabili sono anche i racconti di Clarke, fulminanti per la capacità di illuminare con la sola forza dell'evidenza scientifica le pieghe più oscure della nostra civiltà. Tra questi bisogna citare almeno La stella o i Nove miliardi di nomi di dio.

Escludendo 2001 Odissea nello spazio con i vari seguiti più o meno dimenticabili, non c'è molto di Clarke disponibile al momento in libreria. Alcuni dei suoi migliori racconti sono reperibili nelle antologie della serie Le Grandi Storie della Fantascienza edita da Bompiani a partire dall'ottavo volume (dedicato al 1946).
Se vi doveste imbattere in qualche suo romanzo in giro per bancarelle o in qualche negozio di libri usati non lasciatevelo scappare.

Per approfondire la conoscenza con l'autore inglese vi rimando a questo speciale di Delos pubblicato qualche anno fa.

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17 marzo 2008

Il samurai di Melville


Originally uploaded by Bally_Hoo.
Questo post è un po' un azzardo. Lo è per una serie di motivi che si possono riassumere nella mia ignoranza del contesto in cui va collocato il tema del post stesso. D'altra parte chiacchierare di cinema è un passatempo interessante, in cui nessuno, per quanto titolato, ha ragione a prescindere. Un campo in cui la verità è solo un'opinione, tanto più credibile quanto più coerenti saranno le parole espresse con quanto effettivamente visibile nel film oggetto del discorso.

Se son qua a parlare del samurai di Jean-Pierre Melville (anche se in qui da noi è passato con il roboante titolo di Frank Costello, faccia d'angelo) è grazie alla visione di di Non è un paese per vecchi e alla successiva discussione con Alessandro Baratti che nella sua recensione (Money for Nothing) suggeriva curiosi paragoni tra il film dei fratelli Coen e il noir anni '60 del francese.
Il paragone era suggestivo, ma del cinema francese di quegli anni non so praticamente nulla (ok, i nomi grossi li conoscono tutti, ma io di film dell'epoca ne avrò visti in tutto una decina…) e quindi via, guardiamoci 'sto Melville.

Prima di chiedere ad Alessandro cosa si fosse fumato per azzardare un parallellismo tra Melville e i Coen che nemmeno Nadia Comaneci, devo comunque ringraziarlo per l'opportunità che mi ha dato di conoscere Frank Costello. Uno di quegli incontri che poi ti chiedi come hai fatto a non averlo mai sentito nominare prima.
Perché una cosa va detta subito: Le Samuraï (titolo originale del film di Melville), è tra i film più cool sia dato di vedere. Ogni dettaglio, dal protagonista, al suo abbigliamento, dalle stanze d'albergo desolate al night club, fino ai poliziotti e ai mandanti, sbarluccica di tale fighitudine che rischia seriamente di abbagliare lo spettatore. Non una parola di troppo, non un gesto inutile, le facce da duri e la sigaretta sempre accesa. Accidenti! Se non fosse stato per quel goffo tentativo di intercettazione ambientale, che strappa un sorriso, e per quel maledetto uccello in gabbia, che invece suscita sensazioni opposte, il film è di una glacialità da lasciare senza parole.
Ecco, forse questa freddezza di esecuzione è la vera forza di Melville, ed ecco anche il motivo per cui ogni paragone con il cinema dei Coen mi pare fuori luogo.
Ma come? non è proprio la freddezza una delle caratteristiche dei fratellini americani? Certo, solo che l'utilizzo che ne fanno è antitetico rispetto a quello del francese.
I fratelli Coen fanno letteralmente di tutto per lasciar fuori le emozioni dai loro film, l'incapacità di sentire è una caratteristica fondante del loro cinema, l'assenza di qualsiasi coinvolgimento, il muoversi pressoché casuale dei loro personaggi è finalizzato al caos, che per gli autori mi pare sia il carattere qualificante tutta l'umana esistenza.

Tutto il contrario insomma della prospettiva di Melville. Per il regista francese i silenzi, l'incapacità di relazione, la solitudine non fanno che accentuare il profondo romanticismo del suo protagonista. L'ossessione per il controllo totale (si dia un'occhiata agli improbabili mazzi di chiavi che i personaggi si portano in giro), la ricerca dell'esecuzione perfetta, la mancanza di qualsiasi dettaglio superfluo, l'algida sensazione di assenza supportata da una fotografia che privilegia i toni freddi del blu e del verde, sono alcune degli indizi che l'autore semina lungo il percorso per confermare nello spettatore la presenza di uno schema, di una logica magari oscura, che permette però di trovare un senso ultimo alla vita dei suoi personaggi. Lo stesso finale non fa che confermare la necessità di un codice a cui rapportarsi, che possa dare un senso "oggettivo" alla propria esistenza altrimenti vuota.

In definitiva a me pare che Melville svuoti il film per renderlo il più pieno possibile, mentre i Coen li riempiono di ogni dettagli, anche il più superfluo per mettere in scena tutta l'assenza di senso di cui sono capaci.
Non potrebbero muoversi su binari più diversi. Chissà se la loro destinazione è la stessa?

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08 marzo 2008

Donne


Picture by babeffe.
Oggi è l'otto marzo, festa della donna, e quella che segue è una storia che racconta il senso di questa data. L'ha scritta la mia amica Lui un paio d'anni fa. Nel frattempo abbiamo scoperto che quell'episodio non è realmente successo, ma nonostante le cose non siano andate esattamente così, le parole della Lui non hanno perso nulla della loro forza.
Io sono convinto che siano le storie più ancora della Storia a fare di noi quello che siamo. Per questo motivo il racconto della Lui rimane per me molto più vero e vivo di molta della retorica che accompagna questa giornata.
Buona lettura.


1908: come unghie a graffiare vetro nero

Erano arrabbiate. Tristi, erano sfruttate. Vivevano come animali, lavoravano come schiave. Non avevano diritti, solo doveri. Non avevano un compenso che si potesse chiamare paga. Poi, altro. Di peggio. Erano donne. Erano niente. Erano carne da macello.

Una di loro alza la testa. Quale sarà stata la causa scatenante? Un figlio ammalato, la dignità ancora una volta calpestata da una mano addosso, la stanchezza che non permette un razionale pensiero? Comunque, una di loro alza la testa. Basta. Pensa. Basta. Dice. Basta. Urla. Altre donne alzano la testa. Alcune per zittirla, perché non possono rinunciare a quei quattro soldi, e non hanno mai pensato di poter vivere in maniera diversa. Ma altre no, si uniscono. Basta. La voce si alza, le braccia si incrociano. Mi immagino il “padrone”. Cazzo vogliono, queste. Cazzo dicono, cazzo fanno. Dovrebbero ringraziarmi, dovrebbero baciarmi i piedi.

L’urlo è alto, le braccia si uniscono, le donne spengono le macchine, non producono. Non solo. Parlano. Di cose assurde, di dignità, di compenso, di orari, di diritti. Parlano. Poi si alzano ed escono. Da quella fabbrica fumo polvere sudore ansia sfruttamento. Escono e guardano in alto. Quanto tempo è che non vedono il sole? quanti anni sono che entrano col buio della notte ed escono col buio di quella successiva, e via a correre, e via a lavorare e via a preparare lavare accudire via via via. Escono e c’è il sole. Alzano la faccia a quel calore, nonostante sia ancora freddo.

Il giorno dopo ancora. Le donne ci tornano, in fabbrica, ma parlano. Dicono cose che fanno pensare. Le parole sanno di pulito, di bello. Sanno di una vita che forse, ecco, forse sarebbe possibile vivere.

I giorni passano. Le donne guardano con occhi fissi quelli del padrone, ed i suoi urli non sono alti come il loro silenzio improvviso.

I giorni passano, le donne sono più alte, ci scappa un sorriso, ogni tanto, perché la rabbia che avevano dentro sta uscendo fuori, e con quella il veleno che inacidiva il loro viso e la loro vita.

Un sorriso che ha nome: si chiama speranza. si chiama dignità.

E’ ora di uscire. E’ finito l’orario. Si preparano. Vanno alle porte, parlano ancora fra loro. Domani sarà un altro giorno di lotta, ma adesso è tempo di andarsene. Che capisca il padrone che non scherzano. Si piegherà anche lui.

Le porte sono bloccate. Ci provano insieme. Corrono, da una porta all’altra. Niente. Cosa succede. Cosa…urlano, adesso. Prima è rabbia, sono insulti, sono pugni alzati, sono botte a quelle porte chiuse. Poi è paura, che serpeggia, si allunga, prende alla gola. No, non è solo paura. E’ puzza di fumo. Il terrore. Il panico. Donne corrono, si scontrano, i pugni alle porte si fanno forsennati, sangue dalle mani, graffi sui volti, pensieri impazziti, i miei figli, il mio uomo, devo uscire, devo vivere, voglio vivere.

Il fumo diventa fiamme, le fiamme diventano fuoco tutto brucia, tutto: pareti, legno, tutto. I vestiti delle donne, sembrano torce che fuggono, si scontrano contro altre torce, il fuoco nei capelli, la pelle, il dolore, l’odore osceno di carne bruciata…

Tutto si consuma, in quelle fiamme. Una fabbrica, 129 storie personali, ed una storia collettiva.

Mr. Johnson, il padrone della fabbrica, ha bloccato tutte le porte della fabbrica. E poi, è stato dato fuoco. E’ New York. E’ il 1908. 129 donne sono morte. Per credere ad una vita dignitosa. Per ribellarsi ad una condizione disumana. Morte ammazzate, come topi in trappola.

A loro, e a tutte le PERSONE, persone e non solo donne, il mio ringraziamento, per avermi permesso una vita migliore.

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06 marzo 2008

Io …err …sono …err …leggend …err


Originally uploaded by ryankg.
Grazie alla segnalazione di Domenico (aka 7di9) ho dato un'occhiata al finale alternativo dell'ultima sciagurata versione cinematografica di Io sono leggenda.

Ora che l'ho visto non so che pensare. Di sicuro questi 7 minuti alternativi non peggiorano il mio giudizio sul film (peggio di così…) ma mi chiedo se davvero gli autori pensavano che sarebbero bastati quel minuto di zucchero e miele (bestiale) per raddrizzare una storia che più banale e retorica e biecamente misticheggiante (la voce diddio! niente di meno!) di così non si poteva? E dire che la prima mezz'ora del film m'era pure piaciuta…

Povero Matheson.

(M'è pure sorto un dubbio; non è che il buon Will Smith scelga gli script a cui collaborare in base alla probabilità di sputtanare il testo originale da cui son tratti? Oltre a Io sono leggenda mi torna in mente Io, robot, ma probabilmente la lista andrebbe approfondita. In confronto a tali magnifici esempi di cinema di fantascienza ci toccherà in qualche modo rivalutare il bistrattato Indipendence Day!)

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04 marzo 2008

Rapporto letture - Febbraio 2008


Picture by Iguana Jo.
Letture leggere per febbraio, con qualche sorpresa inaspettata a illuminare la lista:

Tonino Benacquista - Saga
Grazie a Gianluca e Marco che me l'hanno prima consigliato e poi recuperato, ho finalmente letto questo gustoso romanzo del francese Tonino Benacquista. Una sfrenata corsa lungo la china della televisione popolare, nei panni di quattro sceneggiatori di soap lasciati liberi di produrre l'impensabile, con un finale da fantascienza e un sacco di roba interessante nel frattempo. Non avevo mai sentito parlare dell'autore o del romanzo (è uscito per Einaudi nel 1998), ma se siete alla ricerca di un libro divertente sul duro mestiere dello sceneggiatore, beh… questo fa davvero al caso vostro.

Joanne Kathleen Rowling - Harry Potter e l'Ordine della fenice
Quinto capitolo della saga Potter, con tutti i pregi e i difetti dei volumi che lo hanno preceduto. In questo caso la vicenda ci mette davvero troppo a partire, ma quando finalmente decolla non delude le aspettative del lettore.
Pur senza essere particolarmente originale o innovativa la saga di Harry Potter si fa leggere che è un piacere. Prima o poi arriverò fino in fondo…

Theodore L. Thomas e Kate Wilhelm - Clone
L'altra gradita sorpresa del mese arriva da questo Clone che Urania Collezione ha riproposto in edicola nel gennaio scorso.
L'incipit fantascientifico del romanzo è poco più di una scusa per scatenare la belva, che presto tutta la storia vira verso i toni più spaventosi dell'incubo urbano. Gli autori creano un piccolo gioiello di tensione, rimanendo in perfetto equilibrio tra le tentazioni dello splatter e la commossa partecipazione ai destini degli innumerevoli personaggi coinvolti nella scia di distruzione.
Un romanzo secco e spaventoso come non se ne fanno (quasi) più che arriva dritto dritto dal 1965. Da cercare per bancarelle, dove è probabilmente disponibile anche nell'edizione precedente, uscita sempre per Urania con il titolo Dalle fogne di Chicago.

Neil Gaiman - Il cimitero senza lapidi e altre storie nere
Quest'antologia non fa che confermare quanto scrivevo qualche tempo fa: Neil Gaiman dovrebbe lasciar perdere il romanzo serio e continuare a raccontare le cronache del suo mondo fantastico, che le storie che provengono da quelle lande sono davvero memorabili.
Il cimitero senza lapidi e altre storie nere è un'antologia estremamente varia per temi e situazioni, ma in tutti i racconti si percepisce trasparente il tocco di Gaiman, capace trasformare la più quotidiana delle situazioni in una finestra per il fantastico e la magia. Da segnalare il racconto che da il titolo alla raccolta (che è poi un estratto dal suo prossimo romanzo per ragazzi), Cavalleria (delizioso racconto totalmente inglese), Come parlare con le ragazze alle feste in cui Gaiman declina il suo talento in versione fantascientifica e quella cosa strana che risponde al titolo de Il caso dei ventiquattro merli in cui il mondo delle filastrocche inglesi per bambini ci viene offerto in salsa hard-boiled.
Da centellinare più che da leggere.

Philip José Farmer - Notte di luce
Di PJ Farmer ho letto giusto un anno fa il suo Creatori di universi, che non mi aveva entusiasmato.
Le avventure di padre Carmody narrate nei racconti che compongono Notte di luce sono meglio, certo, però sono ben lungi dall'essere una lettura totalmente soddisfacente.
Sebbene riesca a ad apprezzare le tematiche e il quadro generale della sua fantascienza, quando arrivo a finire un libro di Farmer la sensazione dominante è la perplessità, come se mancasse qualcosa, come se avesse sprecato un'occasione. Non so se il mio mancato gradimento dipenda dal fatto di trovare irrimediabilmente datati i suoi lavori, o se invece la causa sia lo scarso approfondimento di personaggi e situazioni con cui imbastisce le sue storie, però il risultato non cambia. Evidentemente Farmer non fa per me.



Anche per febbraio è fatta. Nel prossimo rapporto qualche lettura esotica, con un tour attraverso il corpo e il sangue d'Italia e un viaggio in India. Rimanete sintonizzati.

Seguite il link per le letture di gennaio.

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29 febbraio 2008

Non è un paese per vecchi - Secondo tempo


Picture by Iguana Jo.
In cerca di risposte ai vari dubbi generati dalla visione dell'ultimo film dei fratelli Coen mi sono imbattuto in questa recensione.
Le parole di Gianluca Pelleschi non fugano le mie perplessità, però insieme a quelle dei commentatori successivi aggiungono un po' di carne al fuoco e mi costringono a un ulteriore tentativo di riflessione.
(Non sarò mai all'altezza di tali recensori, mi mancano l'esperienza, le visioni e il vocabolario, ma oh… bisogna sapersi accontentare)

Meditando dunque su Non è un paese per vecchi sono arrivato alla conclusione che non ha senso prendersela con i fratelli Coen se la maggior parte dei recensori ha voluto trovare significati politici o morali o etici nella loro pellicola.

Non dico che non ce ne siano, dico solo che non è che rappresentino chissà quale colpo di genio. Mettere a confronto le debolezze di uno sceriffo nostalgico e anche troppo umano con l'implacabile cammino della morte, nella persona del grottesco Chigurh, non è certo una gran novità. Per questo motivo credo che fermarsi a giudicare Non è un paese per vecchi per le sue presunte qualità di racconto morale sia fuorviante.

Le sue qualità sono altre.
In fondo Non è un paese per vecchi è un ottimo thriller autistico: un thriller in cui l'emozione è bandita, l'empatia con i personaggi è ridotta ai minimi termini, anche la semplice partecipazione alla vicenda è frustrata dagli scarti improvvisi della trama, e l'incomprensibile gestione narrativa della storia non fa che aumentare il senso di inquietudine di chi guarda. A salvare l'incolpevole (e magari appassionato) spettatore c'è però il cinema dei fratelli Coen: le magie incontestabili della messa in scena e del racconto. La lucidità di una camera fissa, l'uso consapevole e anticonvenzionale del climax, la casualità fittizia di scelte e gesti e parole dei personaggi.

Quindi non si rimane delusi, e si è costretti a seguire trepidanti la totale disumanità del suo protagonista, fino all'esito finale della sua corsa. Al polo opposto, a calamitare le speranze e l'attenzione rimane la cadenzata partecipazione narrativa dello sceriffo, che serve ottimamente da contraltare umano (e quindi limitato, debole, parziale e in fondo retorico) all'esuberante e incontenibile energia distruttiva del killer.
Tutti gli altri personaggi ( a partire da Llewelin) sono accessori per dipanare la tesi inumana dei fratelli Coen.
Siamo tutti fottuti.

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26 febbraio 2008

Non è un paese per vecchi


Picture by Iguana Jo.
E così - sorpesa sorpresa - l'ultimo film del fratelli Ethan e Joel Coen ha vinto l'Oscar. Ma perché poi non avrebbe dovuto vincerlo? Dopotutto Non è un paese per vecchi è il classico thriller con psicopatico, uomo in fuga e un bel panorama. Roba americana al cento per cento insomma.
Certo, è girato con un estro artistico decisamente superiore alla media ed è fruibile a più livelli. Ma è anche un film molto attento a farsi piacere, infarcito com'è di tutti quei dettagli che fanno la gioia del cinefilo (l'assenza di qualsiasi colonna sonora musicale, l'elisione dei punti di maggior impatto narrativo, l'uso smodato di auto d'epoca), la necessaria suspence per il cosiddetto spettatore qualsiasi e, dulcis in fundo, la doverosa violenza richiesta da un film del genere in questo inizio di millennio. Insomma, c'è pane per i denti di gran parte del pubblico: c'è anche la possibilità di un coinvolgimento romantico!

In effetti il film è piaciuto assai anche a me.
Non è un paese per vecchi è cupo, massiccio e implacabile, con qualche raro sorriso che affiora e accompagna lo spettatore verso il lato più oscuro della provincia americana.
M'è piaciuto dicevo, però m'è rimasto qualche dubbio a cui non riesco a dare una spiegazione convincente.

- Perché il film (come del resto il romanzo di Cormac McCarthy da cui è tratto) si svolge nel 1980?
Dando per scontato che in una pellicola nulla accade per caso, l'unica risposta che mi son dato è sostanzialmente pratica: per permettere ai personaggi di utilizzare gli strumenti (le riceventi!) che fanno muovere la vicenda. Altri motivi? è così indispensabile che l'uomo in fuga sia un reduce del Vietnam? Naah…

Ambientare a quasi trent'anni dal presente un film che parla di cambio di valori e in cui la riflessione sul tempo passato è uno dei temi principali, m'è parso indebolire il discorso piuttosto che rafforzarlo. Lo stacco che si genera con l'attualità è così forte che non si avverte più il senso di tutte quelle chiacchiere sul tempo passato, sul cambiamento dei valori, sull'aumento della violenza...
A meno che il senso non sia proprio quello: come quando si sente dire che non esistono più le mezze stagioni, che un tempo era meglio, che non ci sono più i giovani di una volta.
Che è sostanzialmente quello che lo sceriffo ripete per tutta la durata del film.


- Dov'è questa profonda riflessione sul male cui tutti i critici fanno riferimento?
Il male nel film, ovvero il killer in caccia, è una presenza elementale. Non ha alcunché di umano, è riconosciuto ovunque per il pazzo scatenato che è. Ma se il male è tanto inesorabile, se è assimilabile a un cataclisma naturale, se non offre alcun appiglio alla pietà, alla razionalità, nemmeno alla cupidigia del suo attore, se il male è del tutto casuale, che riflessioni vuoi che offra?
In questo senso il film m'è parso decisamente immorale. Qualsiasi decisione tu possa prendere non avrai alcun controllo sulle sue conseguenze e nessuna responsabilità, alla fin fine.

- Perché i fratelli Coen hanno deciso di non farci vedere l'eliminazione di quei protagonisti della vicenda destinati a morire?
Non è che in fondo gli autori parteggino per il killer? Tutto lo sviluppo del film tende a far scivolare piano piano lo spettatore nelle vesti di Anton Chigurh, che è sì un pazzo omicida, ma è un pazzo privo di tutti quei difetti che rendono decisamente più umani tutti gli altri personaggi. Di più, il suo comportamento si situa al di là di qualsiasi possibilità di controllo o di giudizio morale, proprio a causa della follia che lo rende del tutto inumano e alieno a qualsiasi concetto di pietà o giustizia.
Fin dai primi assassinii, quelli commessi nel prologo della vicenda, gli autori fanno in modo che lo spettatore non si trovi davvero a empatizzare per le vittime, vuoi per l'ovvia insipienza della prima, vuoi per l'inconsueta modalità di esecuzione della seconda. Ma in generale, ovunque ci sia la possibilità che lo spettatore possa simpatizzare con la vittima, i fratelli Coen gli tolgono l'imbarazzo, non facendolo assistere al misfatto. Anzi, in uno dei momenti più genuinamente sorprendenti (parlo di quello che succede alla fine del film) l'immedesimazione del pubblico è sapientemente indirizzata verso l'inumano assassino, cui è destinata l'ultima emozione di stomaco del film.
Per questo forse alla fine del film non mi sono sentito del tutto soddisfatto.
M'è parso che nella messa in scena fosse presente una buona dose di morbosità, che non depone certo a favore degli autori, almeno dal mio punto di vista.


Mi piacerebbe che qualche visitatore del blog riuscisse a darmi risposte più convincenti, aiutandomi a capire meglio un film che così come l'ho visto s'è fatto piacere solo superficialmente, quando invece sono convinto che qualcosa, che probabilmente continua a sfuggirmi, si muovesse più in profondità.
Ah… non valgono risposte che tirino in ballo il romanzo di McCarthy, autore che leggerò a breve, ma che è comunque esentato da qualsiasi necessità di giustificare il film a cui ha dato origine.
(tra l'altro per quel che ho visto il film avrebbe potuto benissimo essere stato tratto da un qualche racconto di Joe R. Lansdale, almeno per l'oscura atmosfera texana che lo caratterizza.)

Per finire una nota curiosa: venerdì sera a vedere il film la sala era piena per tre quarti e l'età media si aggirava intorno ai 60 anni. Vorrà dire qualcosa?

(il discorso ha avuto un seguito in questo post)
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20 febbraio 2008

Comunicato stampa


Picture by Iguana Jo.
“Frammenti di una rosa quantica”
14 autori italiani per scrivere la fantascienza del XXI secolo


Esce in libreria pubblicata da Kipple Officina Libraria la seconda antologia del movimento connettivista: 14 racconti che esplorano altrettante sfaccettature del fantastico in lingua italiana. Prefazione di Luca Masali

Esce nelle librerie del circuito NdA il 25.2.08 (e prossimamente nei circuiti Feltrinelli e Mondadori) Frammenti di una rosa quantica, la seconda antologia del movimento connettivista, curata da Lukha Kremo Baroncinij, pubblicata da Kipple Officina Libraria con la prefazione di Luca Masali.

L’antologia riunisce 14 racconti di altrettanti autori italiani, che riflettono altrettante sfaccettature del fantastico contemporaneo in lingua italiana: un’araba fenice che i percorsi mainstream dell’editoria nazionale si ostinano a ritenere inesistente, o quantomeno a ignorare. Quasi tutti gli autori si riconoscono nell’ampio manifesto del Connettivismo, pur percorrendo cammini tematici e stilistici personali e particolari: si va dal cyberpunk all’hard sf, fino al fanta-noir, solo per fare qualche esempio.

La raccolta è introdotta da Luca Masali (già vincitore del premio Urania e autore de I Biplani di D’annunzio e La Perla alla fine del Mondo), grande estimatore della nuova fantascienza. Infatti, scrive Masali nella prefazione che “I Connettivisti sono un gruppo di scrittori che rappresentano la punta di diamante di coloro che scavano nelle pieghe più profonde del genere, reinventando in continuazione il materiale più esplosivo e sovversivo che esista”.

Di seguito riportiamo titoli dei racconti e nomi degli autori, nell’ordine con cui compaiono nell’indice:

Orizzonte degli eventi di Giovanni De Matteo
(vincitore del Premio Urania 2006 con il romanzo “Sezione Pigreco Quadro”, ed. Mondadori)
SPAM di Filippo C. Battaglia
L’uomo dei pupazzi di schiuma di Dario Tonani
Chandra, sogna la neve che brucia di Alberto Cola
Cento anni di Sandro Battisti
Principio d’induzione di Roberto Furlani
137 di Lukha Kremo Baroncinij
Confiteor di Mario Gazzola
L’ultima stanza del mondo di Alex Tonelli
Afterlife di Daniele Pasquini
Esperimento quantico di Domenico Mastrapasqua
La favola nera di Marco Milani
L’istante gelido di Fernando Fazzari
Amiens (1905) di Simone Conti

Illustrazioni di Giorgio Raffaelli.

“Il carattere dell’interdisciplinarità rappresenta bene lo stile e le intenzioni dei connettivisti” afferma Lukha Kremo Baroncinji, curatore dell’antologia, autore di uno dei racconti inclusi e fondatore della Kipple Officina Libraria, nella sua nota in chiusura del volume. “Questo volume raccolglie i frammenti di questa rosa di persone legate tra loro per motivi che potremo definire quantici”.

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19 febbraio 2008

Urania e la fantascienza. Parte seconda.


Picture by Aelle.
Spero che a Davide L. Malesi non dispiaccia se rispondo da qui al suo ultimo contributo alla discussione che si è sviluppata su Vibrisse bollettino in seguito alla pubblicazione del mio post precedente su Urania e fantascienza.

Scrive Davide: "Volendo, si può sintetizzare la mia opinione in questi termini: la SF è in crisi ovunque allo stesso modo, ma le dimensioni del mercato disponibile possono amplificare, o ridurre, gli effetti di questa crisi, tra cui l'offerta in termini di libri; laddove un mercato di modeste dimensioni sia colpito dalla crisi, i primi a scomparire dagli scaffali saranno gli autori un po' più impegnativi, quelli meno "commerciali", o semplicemente meno conosciuti."

Il ragionamento di Davide non fa una piega. Però secondo me i conti continuano a non tornare.
Stante una situazione di mercato che sembra analoga in tutti i paesi occidentali, lui sostiene che l'unica variabile che ha influito negativamente in italia in maggior misura rispetto agli altri paesi, e da cui deriva la situazione ancor più mediocre che contraddistingue il nostro mercato per quanto riguarda la pubblicazione e la diffusione di volumi fantascientifici in libreria è una generico "il mercato librario in italia è più modesto che altrove".
Boh… a me sembra una risposta che dice tutto e non dice nulla. Soprattutto perché Davide con le sue argomentazioni afferma implicitamente che la presenza di Urania non ha mai avuto alcuna influenza sul mercato italiano della fantascienza.
Sostenere che una pubblicazione con più di 50 anni di storia e con oltre 1500 volumi pubblicati non abbia contribuito in alcun modo all'idea di fantascienza del pubblico nostrano mi pare un po' miope.
Ma non voglio annoiare con la ripetizione dei motivi per cui secondo me l'influenza di Urania s'è rivelata negativa, chi vuole li può (ri)leggere nel mio post originale.
Qui voglio ribadire un punto che forse non ho sottolineato abbastanza.
Il lettore di sf consolidato (intendo quello che nei meravigliosi anni settanta comperava e leggeva sf in libreria) non è il soggetto principale del mio ragionamento (anche se mi vien da pensare che se non è scomparso, deve aver continuato a cercare unicamente la sf precedente al 1984…).
A me interessa di più chiedermi come mai non c'è stato alcun ricambio nel pubblico fantascientifico. Mi interessa capire come mai l'offerta di fantascienza in libreria sia andata via via sclerotizzandosi sui soliti quattro vecchi nomi. Come mai per il pubblico generalista la fantascienza scritta in italia non è Nord ne Fanucci, ma non è nemmeno Mondadori. È solo Urania, con tutti i pregiudizi del caso.

E mi sta bene il ragionamento sul cambio di sensibilità, sul fatto che il genere non tiri più come una volta, sulla generale compressione del mercato. Tutte cose che danno un'idea credibilmente globalizzata della crisi della fantascienza. Ma voler negare che l'unico elemento fattuale che distingue il nostro mercato da tutti i mercati stranieri non abbia avuto alcuna influenza beh… mi pare un voler negare l'evidenza.
Avete presente Occam?

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14 febbraio 2008

Urania e la fantascienza


Picture by Iguana Jo.
Commentando un post sul blog di X mi chiedevo come fosse possibile che la maggioranza dei lettori di fantascienza nostrani fosse così conservatrice.
La domanda è da un po' che mi frulla in testa, forse è tempo di provare a dare qualche risposta.

Innanzitutto, siamo sicuri che il pubblico fantascientifico sia tanto conservatore?
A fare un giro tra gli scaffali delle librerie pare evidente: degli scrittori che occupano perennemente lo spazio dedicato alla sf la maggior parte è morta e sepolta da decenni. Le sparute novità (che già questo è un termine esageratamente ottimista) sono seppellite tra decine di ristampe: su un'ipotetica disponibilità di 100 volumi quelli scritti negli ultimi dieci anni si contano sulle dita delle mani.

La situazione si ripete più o meno negli stessi termini uscendo dalle librerie e provando a chiacchierare con qualche lettore. I nomi che saltano fuori son sempre gli stessi. Si parte da Asimov & Dick, se si è fortunati si sente citare Ballard, si arriva al massimo a Simmons e Sterling, e naturalmente a William Gibson (sempre sia lodato) che però conta ormai la gran parte dei suoi lettori al di fuori del ghetto fantascientifico.

Certo, quest'analisi superficiale potrebbe anche essere indicativa di un genere ormai in declino, a prescindere dai gusti dei lettori. Un genere insomma in cui sono proprio gli autori a latitare, a cui manca la capacità di rinnovarsi, senza idee o prospettive.

Ovviamente io non sono d'accordo.
A smentire l'idea di un genere al capolinea ci sono tizi che rispondo al nome di Stross, Banks, MacDonald, Egan, Chang (ma questi sono solo i primi che mi vengono in mente). Tutti questi autori hanno avuto almeno un assaggio di traduzione italiana. Nessuno di loro ha avuto il ben che minimo successo, almeno a giudicare dalla loro storia editoriale, salvo che tra una microscopica schiera di appassionati all'interno della già piccola nicchia dei lettori di fantascienza. Per quei lettori gli autori citati sono un garanzia di qualità, per la maggioranza del pubblico sono troppo particolari, troppo letterari (come mi disse una volta Sandrone Dazieri a proposito di MacDonald), per essere apprezzati.

Non so da dove nasca questa situazione, ma ho le mie teorie.
I libri degli autori citati sono all'altezza dei migliori romanzi mainstream, sono opere che affascinano, turbano, emozionano, ma sono anche storie che richiedono sempre un minimo di impegno al lettore. Questi scrittori non scrivono romanzi facili, per quanto siano divertenti (e lo sono!) non si limitano al puro intrattenimento, ma inducono riflessioni, pongono dubbi, speculano senza risparmiarsi sulla realtà, sulla morale, sulla storia.
Ma il lettore di fantascienza italiano standard della realtà non sa che farsene. Cerca la fuga, l'evasione, il divertimento scacciapensieri. E fa benissimo così, ci mancherebbe. Non ho la minima intenzione di fargli cambiare idea: ognuno è libero di scegliersi le letture che preferisce, che leggere dovrebbe sempre rimanere innanzitutto un divertimento.
Detto questo a me rimane comunque la necessità di capire com'è che il lettore conservatore continua a trovare pane per i suoi denti, mentre quelli che apprezzano l'idea di una fantascienza speculativa sono costretti a leggere i romanzi in lingua originale.
Forse è quindi il caso di rimodulare la domanda iniziale. Non è tanto il pubblico conservatore il problema della fantascienza in Italia, quanto piuttosto l'assenza di un pubblico di lettori di fantascienza disposti ad avventurarsi dove nessun altro lettore italico è mai giunto prima.

Come siamo arrivati a questa situazione? Perché nel resto del mondo occidentale si pubblica e si legge quella fantascienza più ricca e difficile che qui invece non trova lettori? Le risposte standard sono sempre le stesse: la cultura scientifica in Italia è sempre stata deficitaria; già ci son pochi lettori figurati quelli di sf; la fantascienza è quella roba coi razzoni, i robot e magari gli ufo, roba da ragazzini coi brufoli insomma.

E certo sono tutte risposte che hanno una loro forza, sono credibili e seppur poco consolanti danno qualche spiegazione.
Ma io ho un'altra idea.
Io credo che la responsabilità della mancanza di evoluzione dei lettori italiani di fantascienza sia anche, se non soprattutto, di Urania.
Sì. Proprio Urania. La rivista che all'inizio della sua storia ha senz'altro contribuito alla diffusione della fantascienza in Italia, ma che ormai è una delle principali cause del suo appiattimento, almeno secondo il mio modesto parere.

Pensiamoci un attimo.
- Urania ha proposto costantemente in edicola per più di cinquant'anni, con cadenze di uscita che sono arrivate a essere anche settimanali, una fantascienza adatta ad un pubblico di massa privilegiando quindi la quantità, a fronte di una qualità che doveva per forza di cose livellarsi al ribasso per accontentare più gente possibile. Per lo stesso motivo è ormai invalsa popolarmente l'idea che la fantascienza sia lettura d'evasione, niente di serio, qualcosa da leggere se non sia ha niente di meglio da fare.

- Urania ha ucciso il mercato della fantascienza in Italia. Il prezzo dei volumi in edicola ha costruito nel tempo l'idea che la fantascienza dovesse costare poco (pochissimo) col risultato che sono progressivamente scomparsi (almeno a livello di prezzo) i tascabili di fantascienza che hanno sempre costituito il serbatoio per tutte quelle proposte diverse che nel tempo avrebbero potuto costruire uno zoccolo duro di lettori in libreria.
Quanti sono disposti a spendere 18 euro per un autore di cui non hanno mai sentito parlare? Qual è l'editore disposto a proporre a un prezzo medio qualcosa che il suo pubblico di riferimento è abituato a pagare pochissimo?
Risultato: meno libri di fantascienza in libreria, meno scelta all'interno del genere, ristampa costante di quei tre nomi tre che continuano a vendere.

- Urania ha umiliato la fantascienza scritta proponendo per decenni traduzioni parziali, censure assurde, traduzioni grossolane. Così facendo ha abbassato ulteriormente la qualità delle sue proposte.

- Per i non addetti ai lavori in Italia Urania è sinonimo di fantascienza scritta.
Sono più di cinquant'anni che Urania detta lo standard di quello che è fantascienza nella penisola. La conseguenza più deleteria è che questo è vero soprattutto per chi non si occupa di sf, non la legge, non la frequenta. E che si ritrova come modello ideale di fantascienza quella proposta - con tutti i difetti summenzionati - dalla rivista Mondadori. Piaccia o no, Urania è il biglietto da visita per chi si avvicina per la prima volta al genere.
Questo fatto forse aiuta spiegare la progressiva riduzione dei lettori, il fallimento di un ricambio generazionale che non c'è mai stato, la sufficienza con cui è considerato il genere al di fuori delle aree protette in cui viene coltivato, e protetto, e soffocato.


Non so come si possa risolvere questo stato di cose, non so nemmeno se si riesca a ipotizzare una soluzione. Del resto io sono solo un lettore, ma mi piace la fantascienza, mi piace la capacità che ha di riflettere sull'oggi senza essere impastoiata dall'attualità, mi piacciono le sue potenzialità narrative, la meraviglia e la tragedia, l'emozione e la speculazione.
Vorrei solo poterla continuare a leggere.

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08 febbraio 2008

Da vedere

Ancora a proposito di internet e fotografia, ma in tono decisamente più leggero: ecco flickr (ma non solo flickr) come non lo avete mai visto!
Provate a installare questo plug-in sul vostro browser. È uno spettacolo!

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06 febbraio 2008

Disavventure con la fotografia

La foto che vedete qui a fianco è stata postata ieri da Violator3 sul suo stream.
È un buon punto di partenza per parlare dell'uso improprio delle immagini reperibili in rete. Nel suo caso una sua foto è stata scaricata da flickr per essere stampata su un manifesto senza permesso e senza alcun rispetto per il suo lavoro.

Che sia praticamente impossibile avere il controllo di quanto si rende pubblico in rete è cosa ovvia e quasi scontata. Questo non toglie che quando capita di vedere il proprio lavoro sfruttato impunemente per gli scopi più diversi e negli ambiti più disparati beh… un po' di incazzatura ti sale lo stesso.
Soprattutto quando scegli di pubblicare le tue immagini con la licenza Creative Commons che permette l'utilizzo libero a chiunque, purché senza fini commerciali, con l'unico obbligo di attribuire all'autore la paternità dell'opera.

È vero, non esiste una soluzione pratica alla questione, quindi probabilmente l'unica difesa è parlarne il più possibile e segnalare pubblicamente chiunque faccia un uso improprio di opere non sue.
La settimana scorsa m'è capitato un caso esemplare. Stavo commentando un post su Pisolandia quando mi sono accorto che l'icona di un altro visitatore aveva un che di familiare.
Sono andato sulle sue pagine e mi sono accorto che sia la sua icona, sia un immagine postata sul blog erano ricavati da una mia fotografia postata su flickr un paio di anni fa. Di più: nel loro spazio l'immagine in questione risultava protetta da copyright!

Ho fatto presente ai signori in questione che il loro comportamento non era dei più corretti. Non avendo ricevuto riscontro di alcun tipo ho provato a insistere.
Tutto quello che ho ottenuto è stato l'eliminazione del © dalla foto e qualche commento di insulti sul mio blog.

La cosa davvero meravigliosa di tutta la storia è che il blog di cui sopra ha come tema principale, come scopo d'esistenza e ragione d'essere la mobilitazione della cittadinanza tutta di fronte all'immoralità dilagante e alle ingiustizie della società italiana. bwha! bwha! bwha!

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Altro giro altro regalo. I signori di un sito turistico riminese hanno l'abitudine di postare notizie di loro interesse accostandole a foto prese liberamente in giro per la rete. Essendo palese la natura commerciale dell'attività ho fatto presente la licenza con cui sono rilasciate le mie foto. Chiedendo anche, nel caso non fossero disponibili ad eliminare le foto dal sito, il pagamento per i diritti di utilizzo delle immagini.
In questo caso l'avvertimento ha avuto successo e tutte le mie foto sono sparite dal sito.

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Per fortuna non tutti i casi di riproposizione delle proprie immagini in rete sono fraudolenti. Seguendo per esempio questo link si può apprezzare come in molti casi l'utilizzo delle mie immagini corrisponda in pieno ai termini della licenza Creative Commons.

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C'è poi da aprire un altro capitolo sul comportamento dei professionisti dell'informazione. È proprio di questi giorni la scoperta da parte di un utente di flickr di una sua foto tra le pagine del Corriere della Sera, pubblicata senza nemmeno informare l'autore, men che meno retribuendolo per l'immagine.
Casi simili non sono isolati, e qualcosa di simile è capitato anche ad Annalisa, ma il top tra le esperienze personali lo devo a Rockstar. Nel 2006 ho fatto qualche scatto al concerto di Ben Harper, in agosto sono stato contattato dalla redazione di Rockstar che voleva acquistare una mia foto. Yuppie! Yeah! Fantastico! La foto è stata pubblicata nel numero uscito a settembre. Mi aspettavo il pagamento nel giro di qualche mese e invece da allora son passati 15 mesi e ancora non ho visto un euro. Ho provato a chiamare mi hanno detto di avere pazienza. Ho richiamato, mi hanno detto che il pagamento dipende dall'amministrazione. Alla fine ho lasciato perdere: l'importo, 40 euro, non è certo di quelli che ti cambiano la vita, per me era più questione di correttezza professionale. Una merce evidentemente sempre più rara.

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04 febbraio 2008

Rapporto letture - Gennaio 2008


Originally uploaded by Iguana Jo.
Direi che l'anno non poteva cominciare meglio, almeno dal punto di vista delle letture che hanno accompagnato queste prime settimane del 2008. (che poi il panorama nazional-popolare sia di una desolazione unica, beh… questo mica fa parte della vita vera, no?)

Comunque la pensiate ecco la lista:

Orhan Pamuk - Il mio nome è rosso
Per qualche impressione di lettura su questo volume vi rimando a questo post.

Chuck Palahniuk - Soffocare
Era da qualche anno che snobbavo Palahniuk. Dopo la folgorazione del Fight Club ero rimasto deluso da Survivor che avevo trovato un po' troppo furbo nel suo voler essere insieme provocatorio e avvincente, con quello stratagemma finale che risolveva sì il racconto ma ne indeboliva contemporaneamente la forza iconoclasta.
Ma la curiosità per l'autore americano m'è rimasta, e quando finalmente Soffocare mi ha chiamato dallo scaffale dei volumi in attesa di lettura, beh… non ho opposto troppa resistenza.
In effetti questo romanzo ha fatto risalire notevolmente le quotazioni di Palahniuk. Disturbante e nichilista, Soffocare non si limita all'assalto frontale all'omologazione occidentale, ma in qualche modo compie anche qualche tentativo di autocritica e di mediazione con lo stato delle cose. Il tutto condito come sempre con massicce dosi di umorismo sardonico, di sesso più o meno deviato e di sofferenze assortite. Un bel romanzo in definitiva, con un sacco di informazioni curiose, un protagonista che si lascia ricordare e un contorno di situazioni surreali più vere del vero.

Paolo Rumiz - La leggenda dei monti naviganti
Il formidabile volume di Rumiz è certamente la lettura più memorabile del mese. Ne ho parlato più diffusamente qui. Leggetelo!

Joe Haldeman - I protomorfi
Buona vecchia robusta fantascienza. A parte l'immondo titolo nel romanzo di Haldeman c'è tutto quel che serve per passare qualche oretta di puro intrattenimento: un alieno impacciato ma simpatico, un cattivo cattivissimo, il panorama esotico, la giusta dose di sesso e violenza, un mistero che si risolverà solo nelle pagine finali.
Che poi manchi qualsiasi profondità, che non ci sia spazio per alcun tentativo di speculazione che vada oltre i bisogni primari dei protagonisti, vabbé non si può avere tutto.
Mi meraviglia comunque che un romanzo simile possa aver vinto il premio Nebula 2004, assegnato annualmente dai professionisti del settore al miglior romanzo fantascientifico dell'anno precedente. Non c'era proprio niente di meglio?

Stefano Benni - Achille Pié Veloce
La mia prima sensazione a fine lettura è che ormai Stefano Benni abbia già detto tutto quanto aveva da dire.
Achille Pié Veloce è l'ennesima riscrittura del suo romanzo standard. La differenza più notevole è l'aggiunta del sesso tra gli ingredienti principali della ricetta tipica dell'autore bolognese. Per il resto tutto si ripete: il personaggio sfigato ma puro di cuore, quello duro e intransigente, gli uomini di potere sempre tremendi e senza pietà né morale.
Non che il reiterare stile e tematiche sia per forza cosa negativa, dopotutto Benni ha scritto in passato romanzi che mi rimarranno per sempre nel cuore e che non si distaccavano certo dal suo modello abituale. Ma dai tempi di Comici spaventati guerrieri o de La compagnia dei Celestini le istanze moraleggianti dell'autore hanno progressivamente preso il sopravvento sulla freschezza della scrittura, uccidendo quanto di buono vi si potrebbe comunque trovare. Non serve insomma ripetere ogni due pagine quanto sono brutti i tempi in cui viviamo, quanto è perfido e senza cuore il potere, quanto è avvelenata la città. Viviamo qui anche noi, lo sappiamo. Grazie. Anche perché se in Achille Pié Veloce Benni si fosse limitato al racconto evitando i predicozzi, credo che il romanzo mi sarebbe piaciuto, forse pure molto.

Bene. Per gennaio è tutto. Prossimamente un divertente romanzo francese, Harry Potter e un po' di fantascienza d'antan.
Rimanete sintonizzati.

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25 gennaio 2008

La leggenda dei monti naviganti


Picture by Iguana Jo.
Qualche tempo fa da queste parti si parlava di montagna. Insieme al testo sul blog avevo caricato su flickr qualche immagine delle Tre Cime di Lavaredo. Sotto una di queste foto nerovivo mi consigliava di leggere La leggenda dei monti naviganti di Paolo Rumiz.
Di solito non mi fido troppo dei consigli delle persone che non conosco, ma evidentemente c'era qualcosa nel tono di Domenico che mi ha convinto e così mi sono finalmente deciso leggerlo.

Beh… raramente un consiglio di lettura fu più azzeccato!
Forse l'unica critica che è possibile fare al libro di Rumiz è nella scelta del titolo, troppo aulico e fuorviante rispetto al contenuto decisamente solido e reale delle sue pagine.
La leggenda dei monti naviganti è la cronaca in due parti dell'esplorazione compiuta dall'autore tra le montagne che circondano e percorrono, uniscono e dividono, caratterizzano e danno un senso alla nostra penisola. Un racconto di viaggio al termine del quale ci si ritrova a contemplare le Alpi e gli Appennini con sguardo rinnovato, come se fossero appena apparse nel solito panorama quotidiano che ci circonda.

Partendo dalle Alpi, e proseguendo poi tra le montagne misteriose e disabitate dell'Appennino, il racconto di Rumiz meraviglia ed emoziona per l'incanto innato della montagna, affascina e colpisce per la passione civile e la partecipazione umana che riesce a infondere alle sue pagine, diverte e appassiona per la capacità dell'autore di mescolare sensazioni personali con l'informazione sui luoghi e sulle decine di persone incontrate lungo la strada.
Il quadro che dipinge Rumiz non è mai consolante o accondiscendente. Dietro il fascino indubbio dei luoghi appare sempre lo spettro dello sfruttamento insensato (vedi per esempio la visita al Vajont, o gli altri passaggi tra le montagne venete) o la colpevole incuria che ha portato tra l'altro al progressivo spopolamento della dorsale appenninica. Ovunque appaiono tracce dello stato di abbandono di cui soffre la montagna, sempre subalterna e ignorata nelle sue caratteristiche, nelle sue necessità dai centri del potere. Ancora più forte appare il contrasto tra la ricchezza umana e la diversità che ha sempre distinto le genti di montagna rispetto all'omologazione delle pianure invase da autostrade e centri commerciali.
E se a volte Rumiz eccede forse nella retorica del montanaro duro e puro, non si possono non concedere all'autore tutte le attenuanti e sacrosante ragioni di chi quei luoghi conosce e ama, di chi assiste arrabbiato ma impotente al progressivo deteriorarsi di ambienti e comunità che nonostante tutto non si sono ancora arrese all'inclemenza di questo tempo globalizzato.

Ma ben oltre al suo contenuto politico La leggenda dei monti naviganti è soprattutto un libro che racconta le nostre montagne come mai prima m'era capitato di leggere. È un invito costante alla scoperta, un elogio al viaggio lento, a piedi o in bicicletta o nel caso del reportage appenninico su una vecchia topolino, con la consapevolezza che solo una progressiva (e faticosa, aggiungo io) immersione nel luogo ne permette una reale conoscenza, uno scambio tra viaggiatore e luogo visitato. Un volume che dell'incontro con l'altro, che sia l'ignoto escursionista incontrato nel rifugio alpino, il personaggio del luogo o una persona qualsiasi lungo la strada, fa il paradigma dell'esplorazione.

La leggenda dei monti naviganti è un libro che ti lascia migliore di come ti ha trovato, con la coscienza che a due passi dalle nostre case si aprono territori ricchi di fascino e cultura, luoghi e persone che meritano più rispetto e più riconoscenza di quella che il resto d'Italia sembra attribuirgli.
Un libro da leggere e un mondo da (ri)scoprire, cosa chiedere di più?

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21 gennaio 2008

Giorni bui


Picture by Iguana Jo.
In questi giorni scopro che mentre Mastella insulta e il Parlamento applaude, il papa se la fa sotto e un politico con attestato di criminale continua imperterrito a governare la Sicilia, anche il prode Grillo mostra il meglio di se.

Che bel posto di merda, l'italia del potere.

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18 gennaio 2008

papale papale


Originally uploaded by ilConte.
Non seguo con attenzione l'attualità, non leggo i quotidiani, al limite do un'occhiata a quelli on-line. Mi sale la nausea ogni volta che per sbaglio becco un tg. Però a volte tacere il disgusto per quest'italia mediatica diventa davvero difficile.
Ma parlarne pacatamente non mi è facile, per questo preferisco farvi leggere qualche contributo apparso in rete. Esprimono il mio pensiero molto meglio di quanto potrei fare io.
Dal blog di Vanamonde: Nuntio vobis gaudium magnum: non habemus papam, da quello di Luttazzi: GGM2 / Sapienza e non dimenticate di cliccare sulla terra qui sopra.

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17 gennaio 2008

Il mio nome è rosso


Khusrau Hunting
Originally uploaded by
Tears 4 the Ummah.
Probabilmente la metafora della lettura come viaggio è talmente abusata da aver perso ogni reale capacità evocativa, ma per questo post lasciatemela usare, che davvero non riesco a immaginare un sistema migliore per descrivere il mio incontro con Il mio nome è rosso del premio Nobel Orhan Pamuk. Immergersi nella Istanbul del 1591 descritta dall'autore turco è stato come partire per territori inesplorati, con la fatica del cammino che spesso si fa sentire ma anche con tutte le soddisfazioni e le disillusioni della scoperta, con la ricchezza che sempre c'è nell'incontro con lo straniero, ma con l'altrettanto sentita necessità di adattarsi alle abitudini locali.

Un altro forte riferimento che mi ha accompagnato per gran parte del tempo trascorso nei vicoli di Istanbul in compagnia dei numerosi personaggi del romanzo è stata la sensazioni di ritrovarmi tra le mani una sorta di versione ottomana de Il nome della rosa: in entrambi il romanzo storico, la ricostruzione dettagliata di aspetti minuti e particolari di un gruppo specifico di specialisti del tempo è insieme (re)visione del passato e indagine del presente, rievocazione e celebrazione di un'epoca fondamentale della Storia mescolata abilmente con la riflessione sull'oggi, con la necessità mai rimossa di dare un senso allo spirito del tempo.

Ma torniamo all'esperienza di lettura. Il mio nome è rosso non è un romanzo facile: la scrittura dell'autore richiede un costante impegno, l'approfondita messe di riferimenti al mondo islamico in generale e a quello dei miniaturisti in particolare offre spesso al lettore alieno a quel mondo un sovraccarico di informazioni non sempre agevole da assorbire. Calarsi completamente in una realtà i cui paradigmi fondamentali sono diversi dai propri offre la possibilità della rivelazione improvvisa ma comporta uno sforzo che non sempre nel romanzo è premiato. Vedi per esempio l'esilissima trama gialla che tiene insieme la vicenda, o il troppo non detto nei rapporti tra i protagonisti, siano essi gli "anziani" (lo zio, il capo dei miniaturisti) o gli altri (i miniaturisti, Nero, Sekure) come anche la difficoltà per il lettore nel riuscire a dare un viso o una voce distinta ai vari personaggi. Tutti aspetti che non sono necessariamente difetti, rispecchiando casomai anche nella scrittura il tema dominante del romanzo, ossia il confronto tra est e ovest, tra islam e miscredenti, tra l'arte decorativa orientale e la pittura occidentale.
Credo che l'autore abbia volutamente dato forma e corpo di antica miniatura a tutta quella che si potrebbe definire l'interfaccia immaginifica del romanzo. In questo senso risulta forse più comprensibile la riduzione dei personaggi a "tipi" piuttosto che a persone riconoscibili e tridimensionali, così come la brillante presenza di voci narranti altre rispetto a quelle di protagonisti della vicenda (dervisci erranti, colori, cavalli o altri animali), tutte presenze tipiche dell'arte miniaturista orientale.

Nonostante la fatica (o forse proprio grazie all'impegno speso) Il mio nome è rosso è un romanzo che non si scorda facilmente. Istanbul, l'impero ottomano, l'islam, assumono consistenza vera, terribile e meravigliosa. Dalla lettura si percepiscono fortissime le tensioni, le diversità e i contrasti che attraversano il mondo musulmano. Altrettanto potentemente emergono e rimangono impresse le figure femminili di questo oriente misconosciuto, creature emarginate dalla scena politica e sociale ma che dimostrano con la loro conoscenza dei segreti meccanismi della comunicazione tutta la loro forza, tutta la loro intransigente energia. Il mio nome è rosso è un romanzo in cui passato storico e tensioni del presente si fondono in maniera organica donando al lettore una sintesi credibile di una porzione del mondo islamico.
Ma l'opera di Orhan Pamuk è anche un brillante esempio di romanzo moderno, con i personaggi che dialogano con il lettore, ben consci della loro realtà narrativa, in cui anche i morti hanno un punto di vista, un'opera in cui si riflette (e molto) sul ruolo dell'autore. Un romanzo complesso quindi, come complesso è il mondo di cui narra.
Una lettura da consigliare a chi ha ancora voglia di esplorare mondi sconosciuti.

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16 gennaio 2008

Lavori in corso

Ultimamente non ho avuto troppo tempo per la rete, oltre ai soliti impegni sono stato piuttosto preso da un progetto di cui per ora non posso ancora parlare.
La cosa riguarda immagini e fantascienza, per cui beh… vedremo cosa ci salterà fuori.
Rimanete sintonizzati.

Picture by Iguana Jo.
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08 gennaio 2008

Flickr. Anno terzo.


Picture by Iguana Jo.
Il terzo anno su flickr ha smascherato tutte le poche illusioni rimaste sulla natura pseudo-anarchica del web comunitario: da un lato l'insieme degli utenti, che più si allarga più assume le caratteristiche generaliste e cazzare di qualsiasi gruppo anonimo di persone, dall'altro, a dettare le regole, l'autorità del gestore del servizio.

Questo non significa che mi sia stancato di postare foto in rete, tutt'altro, solo che vivo la realtà flickriana con parecchio distacco in più.
D'altra parte se sono arrivato su flickr era per la possibilità che offriva di condividere una passione, di imparare da fotografi più esperti, di godere delle immagini straordinarie che vi venivano postate. Le dinamiche sociali sono arrivate solo più tardi e ora che per molti versi stanno deragliando verso gli schemi più triti della competizione a tutti i costi (ho un sacco di commenti! guarda quanti faves! sono finito su explore!), compresa l'invasione dell'ultimo periodo dei gruppi che invitano e accettano le foto a patto di commentarne altre, a me rimane la soddisfazione di avere avuto modo di conoscere nel frattempo persone vere, con cui si sono instaurati rapporti che vanno ben al di là della visita reciproca al proprio stream.

In quest'ultimo anno si è ormai ampiamente consumata anche quella falsa complicità tra chi flickr l'ha creato e chi si trova a frequentarlo. I parecchi episodi accaduti durante gli ultimi dodici mesi (stream cancellati o censurati senza spiegazioni, le limitazione imposte alla visualizzazione a determinati gruppi di utenti, il progressivo deteriorarsi delle relazioni tra gestore del servizio e utenti) hanno ormai reso evidente che i siti come flickr vanno considerati come l'equivalente in rete del distributore in cui vai a fare il pieno di carburante: scegli il più comodo o il più conveniente, che alla fine le sue priorità sono unicamente economiche.

Per tutti questi motivi sono rimasto incerto fino all'ultimo se rinnovare o meno il mio account pro. Alla fine ho deciso per il rinnovo: la quantità di immagini e la possibilità di organizzarle che mi offre flickr sono al momento la soluzione più comoda per gestire, mostrare, condividere le mie foto con il resto del mondo.
Nel frattempo però ho aperto un nuovo account su ipernity, una piccola realtà alternativa a flickr che al momento vive di quell'entusiasmo tipico della novità in rete. Per ora la comunità che vi si ritrova mi pare mediamente molto più tranquilla e rilassata, non esiste uno spirito competitivo così accentuato (o almeno non è così evidente) e in generale si respira un aria più libera (più europea mi verrebbe da dire) rispetto a quello che si respira ultimamente su flickr.
Non so ancora come si evolveranno le cose. Io nel frattempo continuo a giocare con il risultato dei miei scatti. Vedremo cosa ci riserverà questo nuovo anno in rete.

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07 gennaio 2008

Puff puff pant pant…


Picture by confusedvision.
Rieccomi finalmente in queste lande virtuali.
Se nella vita vera il mio anno nuovo è cominciato splendidamente, purtroppo la vita virtuale dell'iguana ha subito un inatteso stop.
Il mio mac domestico ha deciso di ribellarsi, di prendersi qualche giorno di vacanza e di mollarmi proprio nei giorni in cui avrei più avuto bisogno di lui. Quindi niente auguri agli amici in rete, niente aggiornamenti sul blog ne tanto meno in forma di immagine, silenzio totale via mail o nei commenti che attendevano risposta e quel che è peggio, tutti quei lavori di impaginazione che avevo in programma di fare durante le feste sono rimasti miseramente bloccati.
Insomma mi tocca di essere contento di essere tornato al lavoro, almeno per quel che riguarda la possibilità di ritrovare finalmente quel pezzo del mio mondo che vive nella rete.

Ben ritrovati dunque.
…e ancora auguri, che possiate tutti godere di un magnifico e felice 2008!

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