09 luglio 2009

Paolo Nori e la fantascienza


Picture by Iguana Jo.
Qualche giorno fa Paolo Nori ha tenuto a Modena un discorso pubblico sulla fantascienza.
L'evento era abbastanza curioso da attirare la mia attenzione, dato che i due soggetti (Nori e la letteratura di genere) non hanno praticamente nulla in comune.
Ma forse è preferibile fare un passo indietro per inquadrare meglio la situazione.
Paolo Nori è un curioso scrittore emiliano che nel giro di una decina d'anni ha pubblicato una valanga di volumi (io ne ho letto solo uno, ne parlo qui). Paolo Nori ha un fedele e appassionato seguito di lettori, grazie anche alla fama di intrattenitore di cui gode (non saprei come altro definire la sua attitudine alla lettura pubblica di testi vari). Paolo Nori è un bel tipo, la fantascienza mi interessa, val quindi la pena di andare fino a Modena ad ascoltarlo.

La serata parte bene, c'è un sacco di gente (oh… saranno 100/150 persone, decisamente tante per uno scrittore, no?) che nell'attesa del discorso di Nori si ritrova ad ascoltare il chitarrista (sorry, non ricordo il suo nome…) che accompagna live la voce registrata di Emidio Clementi che legge un racconto di Carlo Fruttero (che insieme a Lucentini sarà il vero protagonista della serata, ma non precorriamo i tempi).
Il racconto è L'affare Herzog , che solo molto più tardi mi sarei reso conto di aver già letto, qualche anno fa, evidentemente senza rimanerne particolarmente colpito. Sentirselo però raccontare mi ha fatto uno strano effetto. Non so se sia dipeso dalla capacità evocativa della voce di Clementi (onore al merito, nonostante i Massimo volume non li regga proprio, Clementi m'è proprio piaciuto), dall'atmosfera surreale della situazione (pensateci: un centinaio di persone in religioso silenzio radunate in un ex ospedale nel bel mezzo di una mostra d'installazioni artistiche - non ve l'avevo ancora detto? vabbé, è un dettaglio - ad ascoltare tutti insieme la voce registrata di un uomo che legge un racconto di fantascienza mentre una chitarra elettrica con delle pretese accompagna dal vivo il tutto, what a performance!) o se le qualità del racconto sono finalmente emerse alla mia attenzione (raramente capita di imbattersi in una storia capace di ribaltare tante volte la prospettiva e le aspettative del lettore), ma, chitarrista escluso - se avesse abbassato un po' il volume non sarebbe stato male - la lettura del racconto è stata decisamente un'esperienza positiva.

Arriviamo a Nori, al mistero della sua partecipazione a un simile evento. (Che poi quale mistero: secondo me Nori è quel che si dice una simpatica canaglia, buono a inventarsi qualsiasi scusa per non lavorare. Neanche da dire che solo per questo merita il massimo rispetto, eh!)
Nori parte bene, mettendo le mani avanti e dicendo che lui di fantascienza non ci capisce un tubo, ma ha preso l'impegno di tenere 'sto discorso e quindi s'è preparato. E qui forse arriva la parte più interessante per gli appassionati di sf in ascolto.
Cosa ha scelto Nori per prepararsi un minimo sulla sf? Ha scelto di leggersi i capitoli dedicati alla fantascienza ne I ferri del mestiere della premiata ditta Fruttero & Lucentini.
(Qui potrebbero partire - e sono partiti, vedi sotto - tutta una serie di corto circuiti con i discorsi fatti negli ultimi giorni in calce a questo post. Del resto mica mi metterei a parlare solo oggi di Nori e sf se non arrivassi da una estenuante discussione sui rapporti tra fantascienza & mainstream, no?)
Una volta fatta la scelta del testo di riferimento l'apporto personale di Paolo Nori alla serata è (quasi) secondario: ci mette la simpatia e lo spirito, ci mette la cornice narrativa del discorso pubblico, ci mette la sua capacità affabulatoria, ma le parole importanti pronunciate nel corso della serata sono tutte di Fruttero & Lucentini.
Il primo corto circuito, davvero sconvolgente, avviene al momento della declamazione di una frase del tutto secondaria nel contesto della lettura, ma dall'effetto davvero dirompente a sentirla oggi a 30 anni di distanza - il saggio da cui è tratta è del 1978. La domanda è posta dall'esterno a F&L, esperti dell'argomento: "perché la fantascienza ha tanto successo?" (minuto 3:04 della registrazione del discorso linkata sopra). Possibile che in trent'anni abbiamo perso tutto 'sto terreno?
Io non ho (ancora?) letto I ferri del mestiere, ma se gli scorci intravisti nel discorso di Nori sono significativi allora bisognerà riconsiderare l'antipatia che ho sempre nutrito verso il dinamico duo. Sì, certo, l'idea che si tratti di due snob, di due dotti signori cui ogni tanto piaceva sporcarsi le mani con gli scritti del volgo non mi lascerà mai, però m'è sembrato di scorgere una sincera simpatia, di più, un rispetto, per il genere "fantascienza" che nei salotti delle belle lettere è tuttora merce rarissima.
Se l'eccezionalità del loro atteggiamento è il secondo dei corti circuiti in cui m'imbatto, un altro è quello sull'idea del pubblico dei lettori di fantascienza - di Urania, ma non solo - che emerge dalle parole di F&L mediate da Nori: un pubblico esigente ma estremamente rigido e conservatore, lettori ipercritici e appassionati, ma lettori verso cui ci si sente responsabili e su cui esercitare un placido paternalismo per tutelarne l'indubbia per quanto particolare ingenuità letteraria (questo in realtà non è stato detto, ma oh… la sensazione che fosse il fondamento della proposta editoriale uranica ai tempi è risuonata piuttosto forte tra le righe).
Mentre io son li perso tra i miei pensieri Nori procede nella sua personale esplorazione del genere fantascienza, con divagazioni, salti e reiterazioni di passaggi retorici che mi hanno fatto capire il perché lo scrittore abbia un tal seguito di pubblico, fino a terminare in bellezza il suo discorso con un finale virato al surreale che riesce a essere al contempo divertente, apologetico e pure un po' fantascientifico.
Nel complesso una degna conclusione per un piacevole discorso pubblico. Ma alla fine un dubbio m'è comunque rimasto: possibile che per il mondo esterno siano ancora Fruttero & Lucentini i referenti seri per un discorso sulla fantascienza in Italia? E poi mi venite a dire che non è Urania, magari nella sua incarnazione classica e ormai superata, il riferimento ideale per chi si immagina - da fuori, sempre da fuori - cosa sia mai la fantascienza?

Per non farla troppo lunga (ascoltatevi il discorso che comunque è divertente), la serata m'è piaciuta: Nori non s'è spacciato per quello che non è, e ha dimostrato un gran bel disinteresse per la fantascienza. Sì sì, ho scritto disinteresse, che Paolo Nori ha fatto una cosa che non capita tutti i giorni: ha trattato la fantascienza come un argomento qualsiasi, ne ha parlato in modo normalmente divertente, ha dimostrato che anche chi non frequenta il genere vi si può avvicinare senza boria o ocondiscendenza, e già questo per me è un piccolo successo. Certo, Paolo Nori non è la maggioranza del pubblico mainstream, ma di questi tempi noi qui ai margini del ghetto ci accontentiamo di poco.

8 commenti:

  1. :-)

    (ma sei l'Ale che c'era, vero?)

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  2. Fruttero & Lucentini come unici referenti per un serio discorso sul fantastico nel 2009?
    E perché no?
    Citami il titolo di un testo popolare e dignitoso sul fantastico uscito in Italia negli ultimi 10 anni e scritto da un autore italiano.
    Parlo di una cosa arrivata al grosso pubblico. In mancanza di un libro, puoi anche citarmi una trasmissione televisiva o radiofonica.

    Attendo fiducioso ;-)

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  3. ehm…

    domanda di riserva? :-)

    (btw I ferri del mestiere è uscito solo nel 2003)

    Ma per rilanciare: esiste qualche altro letterato che abbia perso del tempo con il fantastico in Italia?
    Beh… qualcuno c'è (per esempio a me è capitato di leggere un contributo sul fantastico in questo libro), solo l'approccio è sempre in qualche modo sbagliato, almeno per chi frequenta il genere da lettore/appassionato piuttosto che da storico/erudito.
    A me pare che l'idea di fantastico in auge tra i nostri intellettuali sia qualcosa di profondamente diverso da quella, molto più varia e variopinta, che contraddistingue la produzione attuale.
    Poi ovvio, se nel fantastico includiamo anche la fantascienza, beh… allora tocca davvero di lasciar perdere.

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  4. Fruttero & Lucentini erano presenti il giorno dell'allunaggio Apollo, negli studi RAI.
    Si sentirono chiedere se con l'uomo sulla luna la fantascienza era ormai stata superata dalla realtà.
    Risposero di no.

    A parte il fatto che si tratta della domanda più trita dell'universo, la faccenda dimostra che all'epoca per lo meno la fantascienza se la filavano.
    Oggi chiedono a dei matematici di parlare di evoluzione, a dei geologi di parlare di economia... chissà chi chiameranno quando arriveranno i dischi volanti.
    Un teologo, probabilmente.

    Sull'assenza di un discorso critico come piace a noi nel nostro paese, credo che dipenda dal fatto che fra appassionati e critici esiste comunque un muro.
    I critici anglosassoni (o francesi, spagnoli, giapponesi) che ho avuto modo di frequentare sono seri critici che seriamente si occupano di un genere letterario al quale riconoscono una dignità.

    E ora, la domanda di riserva: perché hanno sdoganato Dick e Lovecraft ma non, per dire, Moorcock o Wolfe?

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  5. Anche Nori è rimasto colpito dall'episodio "lunare" narato da F&L, tanto che non ha mancato di riportarlo nel suo discorso (se scorgi un velato invito ad ascoltarti Nori, beh… cosa stai aspettando? :-))

    Comunque per me quella domanda fa il paio con quella che riportavo nel post: "perché la fantascienza ha tanto successo?"
    Cos'è capitato alla fantascienza nel frattempo?



    Sui critici: credo che alla base di qualunque interesse ci debba essere per forza un minimo di passione. Non so quali siano i motivi per cui da noi la passione per la fantascienza non ha trovato un terreno fertile su cui attecchire (ma potrei tranquillamente improvvisarne un paio!).
    Comunque non credo che il fandom nostrano sia peggio di quello di altri paesi.
    Ma forse mi sbaglio, chissà…



    La domanda di riserva è troppo facile!
    Dick e Lovecraft sono troppo morti per poter riservare sorprese. Secondo me i reparti commerciali degli editori e l'accademia hanno almeno due cose in comune: entrambi odiano le sorprese e puntano sempre sul sicuro!

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  6. La cultura italiana ha a lungo considerato la scienza come un interesse per meccanici e manovali.
    I veri intellettuali si occupano di materie umanistiche.

    Bella risposta alla seconda domanda, anche se un po' prevedibile - ma allora perché non hanno sdoganato Verne?
    o Cordwainer Smith?
    O John Brunner?
    E perché Ballard lo avevano sdoganato da vivo?

    ;-)

    [facciamo così - domani raccolgo tutte queste domande sul mio blog, e vediamo cosa risponde la comunità...]

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  7. Ah… voi scienziati… sempre a fare domande! :-)

    Vedo di raccogliere qualche idea, poi magari rispondo da te.

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