02 gennaio 2021

Letture e visioni 2020

 


Ed ecco il riassunto dei miei consumi culturali del 2020, almeno per quanto riguarda letture e visioni.


Quest’anno ho letto 47 volumi, un numero all’apparenza notevole, in realtà molte delle letture comprese nel numero sono libri di dimensioni ridotte, letti nella prospettiva di trovare testi abbastanza interessanti per la nuova collana di Zona 42 dedicata alla narrativa breve.

In effetti le mie letture del 2020 sono state dominate dalla Zona, e per la maggior parte sono state letture in inglese, nell’ambito della letteratura più o meno collocabile nello spettro del genere. 


Come sempre in questi riassunti di fine anno, non citerò titoli di fantascienza e dintorni (quelli che mi hanno davvero colpito spero li leggerete, se non li avete già letti, tra le proposte di Zona 42). Tra i titoli memorabili letti nell’anno appena concluso segnalo tre titoli di narrativa e due di saggistica. 


Melancolia della resistenza, di László Krasznahorkai, traduzione di Bruno Ventavoli e Dóra Mészáros, rappresenta la sintesi perfetta in forma di romanzo dei tempi terribili che stiamo attraversando e che ci aspettano dietro l’angolo.


Primavera, di Ali Smith, traduzione di Federica Aceto. Terzo titolo della tetralogia delle stagioni. Come sempre con Smith io rimango affascinato dalla facilità di scrittura, dalla complessità dei riferimenti, e dalla ricchezza di empatia che questa autrice riesce a trasmettere con i suoi libri.

I vagabondi, di Olga Tokarczuk, traduzione di Barbara Delfino L’autrice polacca ha una scrittura che è l’esatto opposto di quella di Smith, ma racconta in modo speculare lo stesso mondo frammentato, molteplice e inesorabile dell’autrice scozzese. Mi ha colpito per l'irrilevanza dei luoghi, la continua e inevitabile riflessione sulla permanenza e sulla morte, l'impossibilità di mettere radici, lo sguardo glaciale ma non privo di umanità sulle vite che ci circondano

Essere senza casa, di Gianluca Didino riesce a infilare in modo coerente e fin appassionante alcuni dei temi fondanti su cui non riesco a smettere di riflettere (e di cui in fondo Zona 42 è un po’ la conseguenza). Weird ed esistenza contemporanea, la casa/mondo che ci scompare sotto i piedi e manco ce ne accorgiamo. Un manuale di sopravvivenza a questi anni strani.


La malinconia del mammut, di Massimo Sandal riesce a essere insieme commovente e terribile, e per un saggio scientifico di inesorabile coerenza e lucidità è davvero motivo sufficiente per farsi ricordare.


18 febbraio 2020

Visioni: Angels in America

"BELIZE: Big city. Overgrown with weeds, but flowering weeds. On every corner a wrecking crew and something new and crooked going up catty corner to that. Windows missing in every edifice like broken teeth, gritty wind, and a gray high sky full of ravens.
ROY COHN: Isaiah.
BELIZE: Prophet birds, Roy. Piles of trash, but lapidary like rubies and obsidian, and diamond-colored cowspit streamers in the wind. And voting booths. And everyone in Balenciaga gowns with red corsages, and big dance palaces full of music and lights and racial impurity and gender confusion. And all the deities are creole, mulatto, brown as the mouths of rivers. Race, taste and history finally overcome. 
And you ain't there.
ROY COHN: And Heaven?
BELIZE: That was Heaven, Roy."

Non so come ho fatto in tuti questi anni a non aver mai sentito nominare Angels in America. Ok, il titolo non sarà dei più invitanti, e all'epoca dell'uscita (ormai la serie ha quasi vent'anni) le chiacchiere a proposito delle serie TV non erano certo così diffuse. Ma in ogni caso è strano, che la qualità del progetto, il cast (da Al Pacino a Meryl Streep, da Emma Thompson a Jeffrey Wright, per citare solo i più noti), la potenza della narrazione, i dialoghi, le cose semplicemente strane che spuntano qua e là, l'argomento tragico (Aids, anni '80, USA) trattato in modo così brillante… come ha fatto una serie così straordinaria a passare sotto il mio radar?

Per fortuna Angels in America è saltato fuori in una conversazione con Chiara e Irene qualche tempo fa, e per come ne hanno parlato, per il brillio nei loro occhi, bé, non potevo non dargli una possibilità.
E, wow! Angels in America  non soffre per nulla gli anni passati dalla prima messa in onda, rimane una cosa commovente, divertente, dolcissima e arrabbiata.
Una meraviglia.

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01 febbraio 2020

Letture: Melancolia della resistenza, di László Krasznahorkai


“E questo sarebbe il famoso giorno del giudizio? Inghiottiti in silenzio da un mare d’immondizia, senza tante cerimonie, senza squilli di trombe e cavalieri dell’apocalisse? Tutto sommato,” Ester si aggiustò la sciarpa, “non ci sarebbe da stupirsi per un finale così” […]”
(da Melancolia della resistenza, di László Krasznahorkai, traduzione di Dora Mészàros e Bruno Ventavoli)


Ho sentito parlare per la prima volta di Krasznahorkai da Valeria Lattanzio credo ormai un paio di anni fa, che con i suoi pezzi dedicati all’autore ungherese mi aveva incuriosito assai. Ci ho messo un po’ ad arrivarci, ma infine eccomi, dopo aver terminato Melancolia della resistenza, a ringraziare Valeria per il consiglio, e a suggerirne a mia volta la lettura a tutti i passanti curiosi.

Melancolia della resistenza è davvero impressionante: per la scrittura travolgente dell’autore, per i ritratti terribili e commoventi dei suoi personaggi, per l’atmosfera e gli ambienti che tratteggia, che riescono ad essere insieme apocalittici e quotidiani, desolati e disumani, e sempre in bilico tra familiarità e inquietudine, per le digressioni filosofico/morali che accompagnano il testo senza distruggerlo, offrendo invece ulteriori livelli di lettura e suggestione e infine per quell’impalpabile umorismo che a volte fa capolino, timido, tra una scena e l’altra. 

Melancolia della resistenza è un ritratto magnifico e spietato dei tempi che stiamo attraversando. Un romanzo che parla la lingua della violenza e della sopraffazione, della decadenza e della distruzione, e infine della resistenza, vana forse, ma inevitabile e sì, melanconica, di chi non può o non riesce ad adeguarsi al vuoto che ci divora.
 
Leggerlo è stata un’esperienza straordinaria.

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30 dicembre 2019

Letture: il meglio del 2019


Avere un blog torna utile in occasione della fine dell’anno: dove altro riassumere le migliori letture dei dodici mesi che si stanno chiudendo in queste ore?

Il disclaimers è il solito degli ultimi anni: da quando è nato il progetto Zona 42 le mie letture si dividono tra quelle dedicate alla ricerca di titoli (italiani e stranieri) per la casa editrice e quelle fatte per interesse personale.
Le prime sono escluse da questo elenco, che di letture notevoli ce ne sono pur state e, bé, alcune le potete già trovare sulle pagine di Zona 42.

Quest’anno sono riuscito a leggere per diletto una media di tre libri al mese (sono pochi, ma sono già più di quelli letti l’anno scorso, e quindi niente, facciamocene una ragione, che il tempo libero è quello che è…)

Per la prima volta in assoluto la lettura più importante dell’anno arriva da un’autrice italiana.
Mi riferisco a La straniera, di Claudia Durastanti, un libro che mi ha colpito come nessun altro libro italiano era mai riuscito a fare. Un libro che è arrivato nel momento giusto, e che per una serie di circostanze è ormai indelebilmente legato a cose che con la letteratura hanno poco a che fare.
(Ne ho parlato in maniera più diffusa qui) 

Un altro autore italiano mi ha sorpreso, affascinato e coinvolto come mai prima. Si tratta di Matteo Meschiari di cui quest’anno ho letto due titoli: Neghentopia e L’ora del mondo. Due letture esplosive per motivi diversi, Neghentopia fa quello che nella mia esperienza nessun libro fantastico italiano (dentro e fuori dal genere) è mai riuscito a fare prima con gli stessi risultati: sperimentare con la forma, immaginare con le parole, creare un mondo e farlo crescere (e morire) tra le mani del lettore. Neghentopia è oscurità gelata al calor puro dell’anima. Una piccola bomba. (Qui trovate il post dedicato al volume) 
L’ora del mondo è invece una lettura molto più accogliente, quasi confortante, è più vicina, più tenera, più terrena. Ne L’ora del mondo Meschiari racconta gli Appennini della terra in cui m’è capitato di abitare come non li avevo mai letti prima: una favola anarchica in cui si respirano i sentieri della montagna emiliana e il suo cuore resistente. L’ora del mondo è un libro per il qui e ora, e spero lo leggano davvero in tanti.

Tra gli autori stranieri devo ricordare i due classici recuperati quest’anno: Orlando, di Virginia Woolf e Ada o ardore di Vladimir Nabokov. Il primo è adorabile, e son davvero felice di averlo finalmente letto (Virginia Woolf era ed è troppo troppo avanti per i nostri tempi maledetti, e leggerla è sempre un piacere), il secondo è invece incredibilmente indisponente, ma è scritto da un maestro da cui sei più che disposto a lasciarti irritare: guardarsi allo specchio col filtro della letteratura non deve sempre essere un piacere.




Ma di letture contemporanee da ricordare ce ne sono state anche altre. Tra tutte scelgo tre titoli, in ordine di lettura:



Autunno, di Ali Smith. Letto quasi per sbaglio, ma meraviglioso per la ricchezza di suggestioni, la scrittura travolgente e suggestiva e il ritratto che fa di un’Inghilterra alle prese con la propria catastrofe nazionale. Nelle ultime settimane ho letto anche Inverno, che rimane un ottimo romanzo, ma che non raggiunge la capacità evocativa/rappresentativa del precedente. 

Friday Black, di Nana Kwame Adjei-Brenyah. Una raccolta di storie che affrontano la vita nella metropoli americana di questo scorcio di millennio dal punto di vista di personaggi costretti ai margini e tesi alla sopravvivenza con solo qualche speranza di vita vera. I racconti di Friday Black mi hanno ricordato quelli di George Saunders, per l’originalità del punto di vista, la precisione della scrittura e l’umanità ricchissima che li frequenta, di più (di diverso?) le storie di Adjei-Brenyah hanno una rabbia e un’urgenza che Saunders tende piuttosto a stemperare in dolcezza.

Il post-esotismo in dieci lezioni, lezioni undicesima, di Antoine Volodine. Il mio Volodine annuale. Chi altri riesce ad essere allo stesso tempo illuminante e criptico, del tutto avulso dalla cronaca quotidiana e tanto immerso nella storia contemporanea da far male? E poi, vabbè, come scrive? E come viene tradotto (Anna d'Elia sempre sia lodata!)? Leggere Volodine è sempre un’esperienza unica. (E no, Lutz Bassmann, per quanto ci provi, non riesce a raggiungere le vette del suo eteronimo!)

Fuori classifica il libro più folle letto quest’anno: Complotto! di John Higgs. Devo questa lettura a Corrado Melluso di Not/Nero: avevi ragione, e per ringraziarti beccati ‘sto video:



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04 luglio 2019

Letture: La straniera, di Claudia Durastanti


Parlare de La Straniera mi è difficile. Quando un libro ti colpisce tanto quanto questo di Claudia Durastanti vorresti essere in grado di scriverne come merita, ma sai già che sarà impossibile.
Ma sono in debito con Durastanti per una delle esperienze di lettura più importanti di questi anni, e scriverne, parlarne, è un modo per incuriosire altri potenziali lettori ma anche, soprattutto, un modo per riflettere e comprendere perché La straniera mi ha colpito tanto.

- la lingua
Quanto è importante l’udito, la vista, per esperire il mondo e imparare a viverci? Crescere in una famiglia sorda non rende secondaria la parola detta? non abitua forse a guardarsi intorno meglio, di più? E cos’è leggere se non ascoltare con gli occhi?
Ne La straniera il mondo è visto meglio, di più. La resa del dettaglio, il particolare che in pochi avrebbero percepito inquadrato in una visione più ampia, creare connessioni con altri particolari e dargli significati che ne trascendono la transitorietà, sono tutte piccole enormi meraviglie che si ripetono in tantissime pagine de La straniera. Forse perché l’italiano di Claudia Durastanti è una lingua bastarda, una lingua che appunto deve di più alla lettura che al parlato. Un italiano conosciuto strada facendo, lingua madre, certo, ma lingua surrogata spesso. Una lingua che deve molto alla doppia madrelingua dell’autrice, cresciuta tra Italia e America, ma che non suona mai sbagliata, semmai personale. Forse è proprio la lingua il primo grimaldello per penetrare nel mondo di Durastanti e comprendere quanto mi ci sia sentito vicino. Non ho mai letto troppi testi italiani, la maggior parte delle mie letture, del mio percorso tra i libri, arriva da testi tradotti dall’inglese, dalla letteratura americana, dalla letteratura di genere, con traduzioni più meno brillanti che mi hanno reso disponibili i testi più disparati.
Ne La straniera, nel linguaggio utilizzato da Durastanti, riecheggia quel tipo di lingua, quel tipo di approccio, quella forma che non riesco a non collegare a una scrittura diretta, senza troppi fronzoli, che lascia in primo piano il significato e solo sullo sfondo la ricerca di uno stile (ma che non è assenza di stile, non significa improvvisazione, significa asciugare ed eliminare ogni deriva altra dal significato che si vuol trasmettere, e credo sia difficilissimo riuscirci senza diventare didascalici, piatti, uniformi). 

- il tempo
La prima cosa che mi ha colpito durante la lettura de La straniera è la scansione temporale degli eventi. Che si tratti della Roma anni ’70, della Brooklyn degli anni ’80 o della Basilicata anni ’90 (per non parlare dei vari scorci contemporanei, tra Londra e l’Italia e il resto del mondo toccato e riportato dall’esperienza di Durastanti), i luoghi assumono sempre caratteristiche eterne, e si cristallizzano nell’immaginario del lettore (di questo lettore perlomeno) in immagini e sensazioni che assumono le forme del mito, degli scenari più antichi che si sono incistati nella mia personale immaginazione, dal cinema, dalle letture, dalla televisione. Roma, Brooklyn, la Basilicata, non sono luoghi veri ma spazi cognitivi che vibrano nel lettore con frequenze fuori tempo. E insomma, a me pare incredibile che in quei momenti, in quei tempi, io c’ero già: nonostante la forma letteraria, gli spazi di Durastanti sono veri, reali, e scorrono paralleli alla mia esperienza di vita che se anche non li ha mai toccati, li conosce, dopo averli letti, dopo averli immaginati, con una consapevolezza diversa, come spazi in qualche modo miei. 

- la vita
E poi c’è la vita di una famiglia, di due bambine, poi donne, e di un uomo. E c’è il dubbio della verità, il dolore della verità, la parola che non riappacifica, ma permette una sopravvivenza nonostante tutto. I genitori di Claudia Durastanti, la loro vita spericolata, la loro vita da film, che l’autrice, la figlia, riporta costantemente sulla terra, cercando e trovando un filo, più fili, una trama e un tessuto che spieghi e racconti come si diventa ciò che si è. A cosa ci si debba adattare, come le cose ci cambino, come il vuoto possa essere un motore, come il silenzio sia più rumoroso del suono più stridente. Come si possa diventare chi si tenta di diventare senza avere un obiettivo preciso, ma spingendo, cercando, volendo una realtà diversa, per se stessi per lo meno.
Ed è bellissimo e straordinario che nel racconto della sua vita, della vita della sua famiglia, Durastanti riesca a tenere il tono della voce sommesso, leggero, pacato, perché senti spesso tra le righe le urla appena sotto la superficie, domate, ma mai dimenticate. Il disagio, la distanza, la solitudine ci sono, ma sono diventati compagni di strada, e non più nemici da sconfiggere o fantasmi da esorcizzare “con questo italiano così bello, che non usa disgrazie e dolori per giustificarsi e cercare scuse e assolversi o assolvere altri, che non vede buoni e cattivi, che ironizza e usa metafore, che sublima il quotidiano e tarpa le ali a quel che per altri sarebbe materiale da esaltare e chissàcosa” (grazie Elv!).

- oggi
Che poi La straniera inizia parlando di una donna, ma finisce con un’altra donna, che ha più o meno la stessa età della prima all’inizio del racconto, che si trova altrettanto persa, ma altrettanto decisa a trovare una soluzione a una personale diversità. Se la madre di Durastanti è sorda e vive un isolamento che prima di essere sociale è fisico, intimo e personale, Claudia Durastanti vive una diversità che è soprattutto sociale, geopolitica quasi, molto più comune e distribuita e senza dubbio meno percepibile sul piano delle relazioni personali. E diversità è la parola che riassume all’estremo il senso dell’impatto che La straniera ha avuto su di me.
Non importa quanto tu ti senta diverso, quanta fatica costi la propria unicità, quanti limiti il tuo status possa portare con sé, quanti ostacoli tu debba crearti e superare. Ce la puoi fare, e non per ottenere il successo che il mondo si aspetta da te, ma semplicemente per riuscire a diventare una persona con cui riuscire a convivere, nonostante tutto.

Ecco cos’è stato La straniera per me, l’incontro con un mondo altro che è riuscito in qualche modo a sovrapporsi e spiegare il mio. E capisco bene chi ha definito Claudia Durastanti come una sorella che non hai ancora conosciuto, che senza conoscerti, senza conoscerla, capisce bene quello che tu senti, e lo trasforma in parole, per dargli sostanza e significato.


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23 aprile 2019

Letture: Ada o ardore, di Vladimir Nabokov


Qualche nota breve breve su un romanzo così… Ah! da lasciarmi incapace di un commento coerente.
Perché ecco, dopo aver finito Ada o ardore, son rimasto incerto se mandare Nabokov a quel paese o costruirgli un altarino dedicato in libreria.

Ada o ardore è una lettura tanto ricca, suggestiva e stimolante tanto quanto mi sono risultati indifferenti (se non proprio irritanti) i suoi protagonisti. Cioè, dai, come posso con le mie idiosincrasie, i miei gusti e i miei interessi appassionarmi alle gesta di due aristocratici viziati e snob come Ivan e Ada? 

Se per catturarmi è stato sufficiente collocare il romanzo in un’ucronia (Nabokov ha scritto fantascienza! Devo leggerlo!) quel che mi ha tenuto avvinto fino all’ultima pagina è l’agilità della scrittura, la sfida implicita, con la sensazione che all’autore importasse davvero poco del lettore, e anzi facesse di tutto per metterne alla prova la pazienza, e il costante dibattersi tra il guarda mamma, senza mani e rendere comunque il suo spericolato pedalare davvero spettacolare.

In fondo Nabokov ha ragione quando scrive:
"Ci sono persone capaci di ripiegare una carta stradale. L'autore di questo libro, no."

Ecco, io la carta stradale la so piegare, di solito, e questo riassume benissimo la distanza che mi separa da Ada o ardore, ma anche il fascino che, c’è poco da fare, il romanzo irradia senza tregua dalla prima all'ultima pagina.
Maledetto Nabokov!


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10 aprile 2019

Letture: Neghentopia, di Matteo Meschiari


Ultimo post di questa piccola serie sugli strani incroci tra letteratura di genere e mainstream nell’editoria nostrana con qualche nota su Neghentopia, di Matteo Meschiari.

Se Un attimo prima di Fabio Deotto è un romanzo fantascientifico travestito da mainstream, Un marito di Michele Vaccari un romanzo mainstream con qualche traccia sotterranea di fantascienza e La festa nera di Violetta Bellocchio una storia personale mimetizzata tra i colori della distopia, Neghentopia è un’epifania apocalittica.

Pochi libri mi hanno sorpreso come questo di Meschiari.
Neghentopia aveva tutte le caratteristiche per passare sotto i miei radar: con un titolo simile, del tutto respingente con quel sentore di pretenziosa superiorità, non l'avrei mai scelto. 
Poi son successe due cose, ho incontrato Matteo Meschiari al Book Pride di Genova (era in veste di saggista, e s’è ben guardato dal raccontarmi della sua attività narrativa) e le chiacchiere fatte hanno disinnescato qualsiasi parvenza di snobismo potessi supporre e, soprattutto, Alessandro Vietti ha letto e consigliato il romanzo. Di Vietti mi fido, e quindi…

Diciamolo subito, Neghentopia è una bomba. Chiunque sia curioso delle potenzialità che hanno gli autori italiani nell'affrontare temi abusati come l’apocalisse e l’epica (il viaggio dell’eroe, ah!), in un contesto tra l’onirico e l’esotico, con una resa ambientale tanto accurata quanto potente, bé, dovrebbe davvero leggersi questo piccolo romanzo.

La storia, in breve, è quella di un giovanissimo sicario che si muove accompagnato da un passero (che è insieme coscienza, guida e testimone del suo peregrinare) tra panorami sempre più desolati, inseguito da una Bestia, assediato da periodiche amnesie e mancamenti, in viaggio verso la sua destinazione finale.

Quello che è straordinario in Neghentopia è l’approccio di Meschiari al racconto. La vicenda è narrata come fosse una sceneggiatura cinematografica, con annotazioni sul luogo e la musica che accompagnano ogni singola scena, con la voce del narratore che funge da continuo controcanto al dramma raccontato sulla pagina. Una scelta simile, che rischia di spegnere costantemente ogni ipotesi di coinvolgimento emotivo nel lettore, è invece, per quanto spericolata (o forse proprio per questo), la chiave per comprendere e immergersi nel flusso narrativo ideato dall’autore. 
A Meschiari riesce quella magia in cui solo pochissime volte m’è capitato di imbattermi (un esempio per quanto remoto potrebbe essere La storia infinita di Michael Ende): rendere consapevole il lettore del telaio che accompagna la vicenda, integrarlo nella narrazione, creare una scatola magica in cui siamo consapevoli del contenuto immaginario, ma in cui l’invenzione stessa è talmente potente e maestosa che la cornice non la costringere in un unico significato ma ne esalta invece i dettagli e le sfumature.

Neghentopia parla del mondo alla fine del mondo, di catastrofe ambientale, del suicidio dell’antropocene. È una favola oscura, in cui riecheggiano Pinocchio e Peter Pan, virati nei toni scarnificati dell’apocalisse, divorati dalla polvere e dalle piogge acide. 
Una storia senza speranza in cui l’oblio è una scelta di sopravvivenza e l’arte del racconto l’unica fiammella capace di rischiarare la notte in arrivo e ad allontanare per qualche istante la Bestia in agguato, almeno per chi non ha ancora smesso di rimanere in ascolto.

E a proposito di ascolto, tra i tanti meriti di Neghentopia c’è la colonna sonora cui accennavo poco sopra, che permette al lettore di esplorare territori musicali ben poco battuti. E se parte delle proposte sonore vanno al di là delle mie capacità di ascolto, ce ne sono alcune per cui sarò sempre grato a Meschiari per avermele fatte conoscere.
Vedi per esempio il trio Reijseger, Fraanje & Sylla: 





Ultima nota sulle illustrazioni di Rocco Lombardi che accompagnano il racconto. Non sono un estimatore dei romanzi illustrati (le immagini distraggono dalle parole, impongono un immaginario altro, si insinuano tuo malgrado nella narrazione), ma i disegni di Lombardi sono insieme sobri e poderosi, e se anche li avrei forse preferiti raccolti a parte, rappresentano un’ottima interpretazione dell’atmosfera del libro.

In questo rapido excursus tra libri che in un mondo perfetto sarebbero definibili senza tanti imbarazzi come fantascienza (quanto farebbe bene al genere riconoscere l'appartenenza di testi simili ai propri territori!), Neghentopia è l'esempio migliore per chi volesse abbandonare per un attimo i suoi pregiudizi (
poco importa che siate lettori generalisti o integralisti della fantascienza) e calarsi in un mondo capace di sfiorare la bellezza anche nella più oscura delle narrazioni.
Leggetelo, che merita.

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27 marzo 2019

Letture: La festa nera, di Violetta Bellocchio


Terza parte del discorso sugli strani incroci tra letteratura di genere, fantascientifica in particolare, e mainstream nell’editoria nostrana. Ecco qualche nota su La festa nera, di Violetta Bellocchio.

Se Un attimo prima era indubbiamente fantascientifico e Un marito lo era solo tra le righe, La festa nera, di Violetta Bellocchio si colloca  piuttosto ai margini di quella che è la mia personale idea di “fantascienza”.
L’affermazione può forse apparire paradossale, dopotutto lo scenario in cui si muovono i protagonisti del romanzo è indubbiamente distopico, e la distopia è fantascienza. 
Ma se affrontiamo il testo di Bellocchio, ci rendiamo presto conto che lo scenario è puro palcoscenico, non ha sostanza e ha l’unica funzione di riverberare le vicende personali dei tre personaggi che vi si trovano immersi.

Facciamo un passo indietro con un accenno minimo alla trama: in un’Italia devastata da una crisi di sistema, una troupe di videomaker parte per un viaggio da Genova a Milano per visitare una serie di comunità che promettono rifugio e sopravvivenza a chi si adegua alle precipue regole con cui vengono gestite. Per i tre protagonisti questo reportage è l’unica possibilità di rifarsi un nome e una carriera dopo essere precipitati nel fango a causa di eventi che si scopriranno nel corso della lettura.

La cosa migliore de La festa nera è la voce che Bellocchio sceglie per narrare la vicenda:  Ali, la tecnica che accompagna Nicola, il regista-produttore, e Misha, la star del programma, è perfetta nel suo ruolo esterno-interno alla troupe (è molto più giovane degli altri, per quanto ferita non lo è quanto i due con cui lavora, ha un vissuto ben presente ma mai troppo ingombrante, è sufficientemente distante dagli avvenimenti, ma comunque sempre ricettiva e consapevole, ed è stanca e arrabbiata).

Ma se la voce di Ali è potente, ipnotica, meravigliosa, la visione che offre del contesto è terrificante nella sua inumanità: non c’è mai empatia nel confronto con gli altri, non c’è emozione diversa dal disprezzo, dalla rabbia o dalla rara tenerezza, che magari vira in pietà, ma mai mai mai in compassione. E la progressione del viaggio, gli incontri nelle comunità con tizi e tizie più o meno disperati, non racconta mai una realtà diversa da quella personale in cui è immersa la troupe e da cui i tre protagonisti non riescono mai a uscire. Tanto che, quando arriva la rivelazione dei motivi della loro situazione, non puoi fare a meno di chiederti se la tempesta di merda che li ha travolti non sia altro che il lato sbagliato della stessa moneta falsa con cui si son guadagnati da vivere fino a quel momento.

Da quel momento in poi - peraltro ottimamente reso e raccontato, vero e doloroso e intimo come deve essere - smetti di chiederti (come non hanno mai fatto i protagonisti del romanzo) se il mondo è davvero andato in rovina, e perché sia successo. A quel punto la narrazione del mondo là fuori diventa del tutto accessoria. L’unica cosa che conta è risalire la china, rifarsi una verginità, o almeno rimuovere quel che è successo. In fondo ad Ali, Misha e Nicola del mondo non importa poi molto, è il senso della loro esistenza l’unica cosa importante, l'unico enigma da risolvere.

E per me, lettore di fantascienza, inteso nel senso di lettore alla ricerca di nuove coordinate e punti di vista su un mondo che cambia, questa rimozione del rapporto di vicendevole scambio con la realtà è il limite de La festa nera. Arrivato a fine lettura non posso fare a meno di chiedermi quanto interessante possa essere indagare il disagio personale se non lo si mette a confronto con il disastro sociale, con l’apocalisse in fieri in cui siamo immersi. Ma forse per confrontarsi con il vuoto che ci circonda serve soprattutto umanità, che è l’unico dettaglio necessario che manca nel romanzo di Violetta Bellocchio.

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08 febbraio 2019

Letture: Un marito, di Michele Vaccari


Proseguo il discorso iniziato nel post precedente sugli strani incroci tra letteratura di genere, fantascientifica in particolare, e mainstream nell’editoria nostrana con qualche nota su Un marito, di Michele Vaccari.

A prima vista Un marito non potrebbe essere più lontano dalla fantascienza, per contenuti, scrittura, suggestioni. Il romanzo di Michele Vaccari è la storia complessa di un amore terminale, la narrazione di un quartiere e di uno stile di vita, la riflessione di un autore su quel che ci muove e ci tiene insieme.

Per chi non l’avesse letto, Un marito racconta di Marassi, Genova, e di Ferdinando e Patrizia, della loro unione fondata sulla rosticceria che gestiscono, del loro amore di cui sono felici prigionieri, della perenne e instancabile lotta contro il cambiamento del primo e della efficiente e tranquilla esistenza della seconda.
Per tutta la prima parte il romanzo racconta la vita di una coppia di periferia, apparentemente soddisfatta, forse rassegnata, quasi serena. 
Il ritratto di Ferdinando e Patrizia fatto da Vaccari li rende l’epitome della coppia italiana di questi tempi complicati, che si affida a qualsiasi cosa pur di frenare il cambiamento (qualsiasi cosa voglia dire cambiamento) e ancorare la propria esistenza su certezze su cui non si pone mai il minimo dubbio.
Ma poi nella seconda parte il romanzo esplode, le cose cambiano, il mondo se ne frega dei desideri della coppia protagonista e la narrazione si spinge in territori che mi permettono di ragionare su Un marito come testo che si muove intorno ad alcuni dei temi più tipici della letteratura di genere.

Una delle caratteristiche specifiche che distinguono la letteratura cosiddetta di genere dal mainstream è il focus della narrazione che si concentra sul mondo in cui i personaggi sono calati, piuttosto che sulla vita dei protagonisti. 
Nella prima parte di Un marito il fuoco della narrazione si sposta incessantemente dal ritratto di Ferdinando e Patrizia al mondo-quartiere che frequentano. Se il lettore mantiene sempre ben saldo il timone della narrazione lo si deve alla maestria con cui Vaccari conduce il testo in un continuo alternarsi dei piani di visione. 
Nella seconda parte, come già detto, il romanzo esplode, perde l’equilibrio, e costringe il lettore a riconoscere una realtà (leggermente) diversa da quella in cui si trova immerso. 
Lo sfasamento è sottile, e Vaccari è abilissimo a tenerlo quasi sottotraccia, in modo da non perdere per strada il lettore affezionato al destino di Ferdinando e Patrizia. Senza fare spoiler, tutto si riduce a una stanza che Ferdinando si trova a frequentare per risolvere un problema personale. Ma quello che sottende alla presenza di quella stanza (assolutamente coerente con quel che accade intorno ai personaggi) è sufficiente a creare quell’effetto di straniamento che, per chi frequenta quel genere di territori letterari, è l’anticamera della meraviglia.

Il combinarsi di questi diversi piani di lettura, dei molti e diversi motivi d’interesse che il romanzo porta con se, rende la lettura di Un marito invero memorabile. Il merito è soprattutto della penna di Michele Vaccari che riesce a fondere in una scrittura molto ricercata la cura certosina del dettaglio, una profondità espressiva invidiabile e la creazione di personaggi davvero potenti e veri (per quanto i loro dialoghi possano suonare a volte artificiali, sono sempre e davvero loro). In tutto il romanzo si percepisce forte il controllo perfetto della narrazione da parte dell’autore, con un attenzione allo stile che non soffre mai di quell’autocompiacimento che per una scrittura così complessa è un rischio sempre dietro l’angolo.

Se Un marito ha un difetto è nel pre-finale, dove Vaccari cade nel vizio di Spielberg (spero mi perdonerà il paragone…) e spiega troppo del suo mondo altro, aggiungendo dettagli e suggestioni che dal mio punto di vista era meglio lasciare in filigrana. Ma nel complesso è un peccato veniale, perché il racconto di Ferdinando e Patrizia è comunque un esempio di quel che la letteratura italiana è in grado di fare quando smette di contemplarsi l’ombelico e si scaglia nel mondo, cercando e curando i dettagli, magnificandoli in un panorama che scivola dal quadro globale a quello più particolare senza sforzo apparente, proponendo al lettore una magnifica esperienza di lettura.

Un marito non sarà un romanzo ascrivibile al genere, ma credo possa riservare parecchie soddisfazioni anche a quei lettori che normalmente rifuggono dalla letteratura italiana, soprattutto se cercano qualcosa di più e di diverso dalle solite narrazione familiari e familiste che invadono gli scaffali delle librerie.


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07 gennaio 2019

Letture: Un attimo prima, di Fabio Deotto


Negli ultimi tempi una tendenza significativa dell’editoria generalista, sia dei grandi gruppi editoriali sia degli editori medio-piccoli, è una nuova attenzione a quella letteratura che una volta di sarebbe definita di genere (con tutto quel che di poco positivo veniva attribuito al genere). Letteratura che nelle mani di questi editori sembra aver assunto tutt’altra dignità culturale.
Con il progetto Zona 42 siamo ormai diventati parte attiva in questo scenario. Un motivo in più per dedicare qualche considerazione al fenomeno da un punto di vista che si potrebbe riassumere in una di quelle frasi che ci piace sfoggiare nei nostri incontri con i lettori: “se l’editoria generalista sta cercando di portare la fantascienza nella letteratura, noi come Zona 42 stiamo cercando di portare la letteratura nella fantascienza”.

A partire da oggi proverò ad annotare qualche appunto su alcuni dei titoli letti negli ultimi mesi ascrivibili a queste nuove proposte editoriali, con particolare attenzione a quelli più vicini agli ambiti fantascientifici (o pseudo tali) che, come potete immaginare, sono quelli che mi interessano di più.
Cercherò di proporre alcuni spunti di riflessione su Un attimo prima di Fabio Deotto, Un marito di Michele Vaccari, La festa nera di Violetta Bellocchio, Neghentopia di Matteo Meschiari.

Ero in dubbio se cominciare dai titoli più “fantascientifici” per arrivare a quelli in cui la connotazione di genere è più laterale. Il continuo rimandare la stesura dei post ha fatto sì che si arrivasse a gennaio, e a un appuntamento che di fatto risolve il problema. Sabato prossimo avrò infatti il piacere di accompagnare Fabio Deotto nella sua presentazione modenese di Un attimo prima (appuntamento alla libreria Ubik alle ore 18 del 12 gennaio). Ecco quindi qualche osservazione sul suo romanzo.

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La cosa più sorprendente di Un attimo prima è che l’abbia pubblicato Einaudi. No, davvero, quanti titoli di fantascienza scritti da autori italiani ci sono nel catalogo dell’editore? 

In effetti non troverete scritto da nessuna parte che Un attimo prima è un romanzo di fantascienza. Einaudi lo presenta così: “Proiettandosi in avanti di alcuni anni, Fabio Deotto ci racconta un domani sorprendentemente possibile. E ci mostra il nostro presente in tutta la sua bellezza, in tutte le sue contraddizioni, con tutta la sua energia.” 
Ci siamo capiti, no?

Se Un attimo prima non fosse il romanzo che è (ci arrivo, ci arrivo), verrebbe da dire che il suo autore è stato davvero molto furbo nel dare la veste giusta alla sua storia. Qual è la tematica alla base della stragrande maggioranza dei romanzi italiani pubblicati e venduti da editori grandi e piccini? Bé, è facile: la crisi familiare. Virata, soprattutto negli ultimi tempi, nella scoperta della paternità.
Un attimo prima parte proprio così: un protagonista in crisi, separato dalla moglie, un fratello scomparso e un figlio introvabile. Perfetto per il lettore, almeno per quell'idea di lettore che sembrano avere i nostri editori.
Il mio approccio però è quello del lettore “fantascientifico” che di ’ste storie familiari s’è stufato da un pezzo. Per mia fortuna Un attimo prima è straordinariamente ricco di suggestioni, idee, speculazioni. Se togliamo di mezzo la situazione familiare del protagonista (comunque ottimamente sfruttata per introdurre alcuni aspetti notevoli del romanzo), abbiamo un intero mondo immaginato e proposto al lettore in maniera credibile, abbiamo un’idea - la teoria dell’arto fantasma rivista in chiave mentale, alla faccia della scarsa inventiva dei nostri autori -  che permette a Deotto di creare situazioni narrative degne del miglior Dick (ma scritte decisamente meglio). 

Un attimo prima è la storia del tentativo di Edoardo di riconciliarsi con la memoria del fratello Alessio e di ritrovare suo figlio Sealth, adottato dopo la scomparsa del padre. Il romanzo si svolge tra Milano e gli Stati Uniti. Deotto sfrutta l’ambiente locale per presentare al lettore il cambiamento epocale avvenuto nella gestione politico/economica delle risorse (a seguito di una crisi di sistema globale il denaro non esiste più, così come la proprietà privata, esiste una sorta di reddito di cittadinanza che permette ai cittadini integrati di condurre una vita quasi normale) mentre le parti ambientate in nordamerica, continente d'elezione per il fratello scomparso del protagonista, sono funzionali a raccontare come si sia arrivati a alla situazione attuale e quale sia stato il prezzo da pagare.
Fabio Deotto ha un ottimo controllo sulla vicenda raccontata, e riesce ad amalgamare molto bene riflessioni politiche e momenti d'azione, ricostruzione d'ambiente e introspezione, speculazioni scientifico/economiche e tensione narrativa.

Quello che mi rimane da capire, e che sicuramente chiederò sabato a Fabio Deotto, è come sia stato accolto il suo romanzo dal pubblico. Per quella che è la mia esperienza, nessuno (o quasi) dei lettori affezionati al genere si è accorto della pubblicazione del suo romanzo. Non so come siano andate le cose tra chi invece non frequenta fantascienza e dintorni.
Dopotutto Un attimo prima è il tipo di romanzo che potrebbe essere pubblicato da Zona 42, e visto come sono andati - sorprendentemente bene! - i romanzi italiani che abbiamo proposto fino ad oggi, mi chiedo se abbia fatto bene l’editore a eliminare programmaticamente ogni riferimento alla fantascienza nella presentazione del romanzo.
(Mi rispondo da solo: ha fatto benissimo, che niente tiene lontano il lettore da un romanzo come l’etichetta fantascienza sulla copertina. Zona 42 certi accostamenti se li può permettere, ma Einaudi deve macinare cifre che non sono minimamente paragonabili alle nostre).

Arrivato in fondo a questa breve nota, mi piacerebbe essere riuscito a incuriosirvi. Mi auguro di leggere prima o poi l’opinione dei lettori “fantascientifici” su Un attimo prima, perché mentre molti di noi - “noi” inteso come appassionati di fantascienza letteraria - stanno qua a rimirarsi l’ombelico e guardare costantemente all’indietro, fuori dal nostro piccolo cortile le cose forse hanno iniziato a cambiare…

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24 dicembre 2018

Visioni: Nanette

Sono mesi che mi riprometto di scrivere questo post, ma lo sapete meglio di me: il tempo per ‘ste cose è sempre meno, meno scrivi meno scriveresti, fino a quando ti pare di essere ormai fuori tempo massimo. 
Ma in questi tempi complicati uno spettacolo come Nanette non è mai fuori tempo massimo, e non è detto sia una fortuna.

photo © Alan Moyle 
Hannah Gadsby è una stand-up comedian, in italiano la traduzione che ci va più vicina è cabarettista, che però per me non rende la densità, la complessità e la ricchezza dei temi che autori come Gadsby mettono nei loro testi che non si riducono mai esclusivamente alla battuta fulminante, alla risata più o meno liberatoria.
Nanette è il monologo che Gadsby porta in giro ormai da qualche anno, e che è disponibile su Netflix. 

Non sono un grande esperto di monologhi comici, non frequento la ricca disponibilità video di stand-up comedy, non per qualche preclusione ma solo perché il tempo dedicato alla tv non è molto e ho sempre altre priorità. Se ho guardato Nanette, e ne sono rimasto tanto colpito da doverne parlare anche qui dentro, è merito di un paio di commenti/suggerimenti di qualche fidato conoscente (Elvezio, Claudia, grazie!).

Inizialmente avrei voluto suggerire la visione di Nanette a tutti i maschi eterosessuali di passaggio da queste pagine. A tutti quegli uomini che rischiano come me di accostarsi al variopinto mondo circostante sempre con quell’aria di saperne abbastanza, di saperne di più e, nel nostro privilegio (perché ditemi voi se il mondo qua fuori non è fatto a nostra misura e dimensione), di essere consapevoli, quindi in fondo superiori, rispetto alla varietà delle scelte e delle vite che ci circondano.
Ma poi perché fare differenze? Perché uno spettacolo simile dovrebbe essere più importante per una categoria piuttosto che per un’altra?

In effetti se c’è una cosa notevole in Nanette nel suo trasformarsi da spettacolo comico a dramma, da lieto e confortante “facciamoci due risate”, con una voce diversa ma comprensibile, a un’intensa emozionante furiosa dichiarazione di dolore e rabbia e amore, è tutta nella capacità di Hannah Gadsby di riuscire a tirar fuori e scoprire il meccanismo, spesso perverso, dello stand-up tutto: da dove vengono le battute? Da dove vengono le risate?

Perché scoprire da dove vengono i fondamentali del nostro divertimento non è sempre una bella scoperta, e a volte porta con sé una buona dose di vergogna e dolore e frustrazione, sia da parte dell’autore che propone il suo pezzo (divertente! da lacrime agli occhi!) sia da parte del pubblico (ma no? davvero?).
E alla fine poco importa che si parli di omosessualità o di arte, di risate o schiaffi. Quel che colpisce sempre, a teatro, al cinema, in televisione, sul tuo cazzo di divano, è scorgere improvvisa e intransigente la Verità che, come sempre accade, può sì renderti libero ma solo quando avrà finito con te…

Nanette è il mio consiglio di visione per queste feste, guardatelo e poi ditemi se non è valso il vostro tempo.

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15 dicembre 2018

Giuseppe Lippi (1953-2018)


Oggi è arrivata improvvisa e inaspettata la notizia della morte di Giuseppe Lippi. 
Lippi era uno dei massimi esperti italiani di letteratura fantastica, un appassionato lettore, una persona che ha fatto della narrativa di genere un percorso di vita. Ma per la maggior parte di noi Lippi era soprattutto il curatore di Urania, l’artefice delle scelte che hanno guidato la rivista Mondadori negli ultimi trent’anni. 

Chi conosce questo blog sa che non ho mai lesinato critiche alla gestione di Urania, ma per capire che razza di persona fosse Giuseppe Lippi forse val la pena ricordare almeno un episodio. 
Nel 2014 è nata Zona 42, e il battesimo pubblico della casa editrice è avvenuto a Fiuggi, alla DeepCon cui partecipava Ian McDonald. A quella convention era presente anche Giuseppe Lippi, e dopo i post critici sui titoli e la gestione di Urania sarebbe stata una delle prime volta che mi sarei trovato faccia a faccia con colui che consideravo una sorta di “nemico” della nostra idea di fantascienza. Noi muovevamo i primi passi “ufficiali” sulla scena nostrana, e temevamo che l’incontro potesse trasformarsi in una sorta di rifiuto, immaginavamo ci avrebbe ignorato, noi e i nostri libri. Giuseppe fu invece gentilissimo, spese parole entusiaste sul nostro progetto, e non si limitò alle parole, da quella volta a Fiuggi ogni volta che ci siamo incrociati (a Stranimondi per esempio) non mancava di fermarsi al nostro banchetto, farci i complimenti, acquistare qualche nostro volume.

Con Giuseppe Lippi condivido ben poco dal punto di vista dei gusti di lettore, delle posizioni politiche, dell’approccio alla letteratura di genere, ma se tante cose ci dividevano una cosa ci univa, ed era, ed è, la passione per questi libri strani che ci ostiniamo a leggere e a pubblicare, per diffondere quanto più possibile l’idea di una letteratura diversa da quella letta della maggior parte dei lettori, ma non per questo meno vera e importante.
Giuseppe Lippi se n’è andato, ma i libri che ha amato, la passione che ha coltivato e diffuso restano.  

Che la terra ti sia lieve.

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09 luglio 2018

Letture: Lincoln nel Bardo, di George Saunders

Sei mesi di silenzio sono lunghi, tanto da chiedersi se sarò mai capace di tornare da ‘ste parti. Ci riprovo oggi, e vediamo cosa succede…

Negli ultimi sei mesi non ho letto tanto quanto avrei voluto, ma qualcosa di buono (e di molto buono!) mi è pure capitato tra le mani. In questo post trovate qualche nota sul primo di questi libri: Lincoln nel Bardo, di George Saunders.

Lincoln nel Bardo mi ha colpito come pochissimi altri volumi letti negli ultimi anni. Per capire un po’ come parlare di questo libro, e riprendere confidenza con il blog, sono andato a riguardarmi cosa scrivevo a proposito dei libri che più ho apprezzato. Ho scoperto che ci sono una serie di caratteristiche che accomunano questi volumi, e che sono evidenti anche nella mia opinione su Lincoln nel Bardo.
Queste caratteristiche mi piace definirle come meraviglia, intelligenza, compassione, personalità.

La meraviglia sta tutta nella capacità d’invenzione dell’autore, nella sua abilità nel creare immagini, ambienti, personaggi che si distinguano dall’ordinario e sorprendano il lettore per poi travolgerlo e trascinarlo fuori dal contesto cui è abituato, dal quotidiano che lo circonda. Ma il senso del meraviglioso non si ottiene (solo) a suon di effetti speciali, lo si deve piuttosto al talento dell’autore nello sfruttare le sue invenzioni per rendere ancor più evidenti e suggestive quelle caratteristiche che appartengono al contesto, alla realtà quotidiana, del lettore stesso.
La meraviglia in Lincoln nel Bardo nasce dal vedere i tipi umani ordinari che si muovono nel romanzo vivere una situazione straordinaria, e trattarla come fosse un altro tipo di normalità, con tutte le sorprese, le emozioni e le stranezze del caso.

Uso il termine intelligenza per definire la caratteristica propria di quell’autore capace di strutturare una storia intensa, profonda e coinvolgente utilizzando tutti gli strumenti in suo possesso (e inventandone di nuovi). Una storia in grado di avvolgere il lettore con una serie di suggestioni, informazioni, emozioni, che per quanto possano essere patrimonio comune, arrivano come fossero nuove, mai lette prima, o almeno come narrate da una voce unica. Chiamo intelligenza la capacità dell’autore di esplorare nuovi spazi letterari per produrre un’opera capace di lasciarti a fine lettura con una mappa del mondo ampliata, o almeno un pochino più ricca. In questo senso Lincoln nel Bardo è un esempio perfetto, con il continuo variare delle voci dei personaggi, con il montaggio della vicenda che alterna cronaca storica, invenzioni fantastiche, intermezzi comici, struggenti, dolcissimi e dolorosi.

Ma per me è la compassione la caratteristica che negli anni è diventata via via sempre più importante nei romanzi che leggo. Una delle maggiori soddisfazioni arrivate dalla lettura di Lincoln nel Bardo è stato vedere un autore che tratta tutti i suoi personaggi come fossero persone, senza distogliere gli occhi dai tratti più terribili della nostra umanità, ma riuscendo a comprende nel quadro generale una morale più alta, senza mai mettersi a predicare, senza mai imporre il proprio di vista, ma lasciando agli avvenimenti e alle relazioni il compito di illuminare il nostro percorso nel libro.
Quando mi pare di scorgere un’empatia distribuita per tutte le varie voci che formano la trama umana del testo, testo che non appare mai consolatorio, nemmeno per una riga, bé… quando succede ti rendi conto che hai in mano il libro perfetto. In questo senso Lincoln nel Bardo è un capolavoro: Saunders utilizza tutti i toni della narrazione, dal tragico al ridicolo, dal drammatico, al riflessivo, dal biografico, all’umoristico, senza mai cadere nel grottesco, senza ricorrere all’ironico, senza mai apparire superficiale nello sfruttare le debolezze dei suoi personaggi, e tu ti ritrovi con un libro allo stesso tempo commovente e appassionato, profondo e divertente.

Infine, la personalità dell’autore, di George Saunders in questo caso. Ma cos’è la personalità di un autore e come la cogli in un romanzo? Per me sta tutta nel percepire l’unicità del testo che leggo, nel rendermi conto dell’urgenza di scrivere un certo libro in un certo modo. Nel capire che la consapevolezza dell'autore rispetto al proprio lavoro è responsabile di almeno metà della qualità del romanzo che hai in mano (il resto arriva dal duro lavoro di scrittura e riscrittura e riscrittura).
La personalità la percepisci dalle scelte di montaggio e costruzione di una storia, dai rischi che l’autore si prende, e dall’investimento personale nel lavoro svolto.
E dal fatto che quando chiudi il libro ti pare di aver contribuito - grazie alla generosità dell’autore - alla costruzione di un ponte, e che tu e George Saunders vi siete trovati a metà strada, e che un incontro simile vada celebrato, che non capita spesso.

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05 gennaio 2018

Letture: il meglio del 2017

Ecco il consueto post riepilogativo delle migliori letture del 2017.
Come di consueto due righe di premessa, dato che non troverete libri contemporanei di fantascienza e/o fantasy tra i titoli nominati qui sotto: non che non ne abbia letti, ma quelli buoni speriamo di riuscire a pubblicarli con Zona 42, e quelli meno buoni, bé, questo non è il posto dove segnalarli.  
Unica eccezione l’unico titolo italiano di fantascienza che è riuscito a entrare tra i libri migliori dell’anno.

Nel 2017 non ho letto tanto libri quanto speravo. Dovendo leggere anche per Zona 42, il tempo che rimane per le letture personali si riduce sempre di più. D’altra parte non ho letto nessun libro davvero brutto, anche se qualcuno si è rivelato meno soddisfacente di quanto immaginassi. 
Quest’anno ho recuperato - finalmente! - alcuni classici che da troppo tempo aspettavano in coda, in compenso ho letto pochissima saggistica, ma vabbé… non si può avere tutto.

Ecco la mia personalissima top five (in ordine di lettura):


Dissipatio HG, di Guido Morselli
apocalittico, esistenzialista, nichilista, un’amara riflessione sul nostro ruolo, un grido d'aiuto, una guida alla sopravvivenza alla modernità.
(qualche nota post-lettura)

Lolita, di Vladimir Nabokov
disturbante e divertente, tragico e bellissimo, finalmente l’ho letto e capisco perché da molti è considerato un capolavoro inarrivabile.

Il buio oltre la siepe, di Harper Lee
Ecco da dove viene Joe Lansdale! Nel romanzo di Harper Lee c’è tutto quel che di buono è racchiuso tra le pieghe contorte del sogno americano.

Warlock, di Oakley Hall
A proposito di sogno americano, ecco da dove arriva, ecco come finisce, tra la polvere del west, a cercare uno straccio di umanità.

Terminus Radioso, di Antoine Volodine
un romanzo impossibile, un miracolo di equilibrismo e sapienza, un’epopea fantastica. Un libro pazzesco.  


Menzione d’onore a 


Senza un cemento di sangue, di Anna Feruglio Dal Dan
la prima space-opera italiana degna di stare fianco a fianco con i capolavori del genere, un libro travolgente che avrebbe meritato miglior fortuna.









Fuori classifica


Sapiens. Da animali a dei, di Yuval Noah Harari.
Erano aanni, che non leggevo un’opera così convincente e illuminante, forse da quando mi capitò di leggere Armi, acciaio e malattie.  Se dovessi consigliare un libro solo da leggere tra quelli che mi sono capitati in mano quest’anno non avrei dubbi: leggetelo!









Libri a cui manca davvero poco… 

La ferrovia sotterranea, di Colson Whitehead
La ferrovia sotterranea è un signor romanzo, soprattutto La ferrovia sotterranea è un romanzo importante per i tempi bui che stiamo vivendo. Colson Whitehead racconta le origini del razzismo americano, con lucidità e violenza, in un modo commovente. 
Non importa che dello stesso autore io abbia preferito altri romanzi, o che qui un libro simile non può avere la stessa forza e lo stesso impatto che deve avere avuto dove è stato scritto. 
Forse il suo unico limite è proprio questo: lo scopo per cui è stato scritto è (molto!) più importante di come è raccontata la storia.




Piano americano, di Antonio Paolacci
Finito con la fine dell’anno, non so ancora bene cosa pensare di questo volume. Ci sono pagine indimenticabili insieme ad altre in cui ti chiedi perché? 
Piano americano è un libro equilibrista, vorrebbe fare troppe cose insieme, quando ci riesce è meraviglioso, ma a volte si intravede il trucco, con la sincerità che ogni tanto lascia scorgere la furbizia, e il volere/dovere comunque rimestare una storia già letta troppe volte. 
Che poi a ben vedere cos’ha Piano Americano di così diverso dal solito romanzo italiano di trenta/quarantenni in crisi alla soglia della maturità, o magari in procinto di sfornare il figlio tanto atteso? Non è una domanda retorica, rispondetemi se avete le idee più chiare delle mie.


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