11 gennaio 2012

Letture: Non vogliamo male a nessuno / Una passeggiata nei boschi / Toxic

Nel post precedente si parlava di letture, di come mi fosse dispiaciuto non aver saputo buttar giù a tempo debito dei post adeguati a ricordare i libri letti nel corso dell'anno.
È tempo di rimediare. O almeno di fare un tentativo.

Foto di Iguana Jo


Non vogliamo male a nessunoa cura di Dave Eggers
Nel 2004 Minimum fax aveva già pubblicato una raccolta del meglio dei racconti usciti su McSweeney's, la creatura letteraria di Dave Eggers. Quell'antologia non era particolarmente memorabile, ed è passata pressoché dimenticata nella mia coda di lettura (certo, c'era Vollmann che non era affatto male, ma nel complesso era troppo programmaticamente provocatoria per essere anche bella). Questo secondo volume risulta invece decisamente più articolato, piacevole e interessante.

I racconti contenuto in Non vogliamo male a nessuno si possono dividere in due tipi (facciamo tre, dai): quelli che raccontano il malessere di qualche trentenne americano più o meno in carriera e quelli che tirano troppo la corda dell'improbabilità stilistica. E poi ci sono tutti gli altri. I racconti che rientrano nelle prime due categorie - per fortuna sono pochi - sono per lo più dimenticabili, concentrati come sono nell'ispezione accurata dell'ombelico dei rispettivi autori. Negli altri ci sono invece storie sorprendenti, curiose, importanti.
Tra tutti segnalo Appunti da un bunker lungo la Highway 8, di Gabe Hudson, un racconto in diretta dalla prima guerra del golfo; Una corda a tre capi, di Nathaniel Minton, una storia di disavventure familiari nel deserto, con trigonometria; Santa Chola , di Kerrie Kvashay-Boyle che narra come meglio non si potrebbe del crescere diversi, in Occidente.
La scelta di un racconto migliore è davvero difficile, vista la qualità letteraria dell'antologia che nel complesso s'è rivelata un'ottima lettura.



Una passeggiata nei boschi, di Bill Bryson
Tra le cose che prima o poi mi piacerebbe riuscire a fare, c'è quest'idea di partire a piedi e provare ad attraversare le Alpi (o i Pirenei, o anche solo un bel pezzo di Appennino), con lo zaino, perdendomi per almeno una settimana tra boschi, sentieri e montagne. Ma questo è solo uno dei motivi che mi ha spinto a prendere in mano il libro di Bill Bryson. L'altro è stato un post di qualche tempo fa che ha stimolato la mia curiosità e mi ha dato la spinta a leggere un altro libro di viaggi dopo l'esperienza non troppo positiva avuta con Bruce Chatwin.

Una passeggiata nei boschi racconta il tentativo di Bill Bryson di percorrere, zaino in spalla, un tratto dell'Appalachian Trail, la pista che si sviluppa per migliaia di chilometri attraverso le montagne degli Stati Uniti orientali. Bill Bryson non è un montanaro, non è nemmeno un escursionista esperto, e in questa avventura si fa accompagnare da un amico che è l'opposto di quella che, nell'immaginario comune, parrebbe essere la persona adatta a un'impresa simile. Ma Una passeggiata nei boschi è tutt'altro che un allegro libro di disavventure nei boschi. Dopotutto Bill Bryson è un professionista, sa come si racconta un viaggio ed è capace di gestire molto bene quel mix di informazione e opinioni personali che sono il cuore di un libro simile.

A parte il tono brillante e scanzonato dell'autore, la cosa migliore che mi ha lasciato la lettura di Una passeggiata nei boschi, è stata la riscoperta di un aspetto degli Stati Uniti che tendo troppo spesso a dare per scontato: l'America è ancora un posto selvaggio, un luogo in cui ci si può perdere nella foresta, uno spazio per certi versi ancora vergine, dove si può essere ancora convinti di essere il primo essere umano a calpestare quel particolare pezzo di pianeta. Non è un dato da poco, soprattutto se visto da qui, vecchia Europa. Anche solo per questo motivo val la pena di ricordare il libro, che quella sensazione di rapporto caratteristico, insieme timoroso e arrogante, incosciente e fiducioso, nei confronti di una natura maestosa e indifferente, è forse la cosa che più ci separa dai cugini americani.


Toxic, di Hallgrimur Helgason
Era un po' che giravo intorno a questo volume. La grafica dei volumi ISBN è accattivante, la presentazione sembrava essere fatta apposta - pure troppo - per immaginare un contenuto pulp sofisticato, divertente ma non stupido, con in più la possibilità di dare un'occhiata da una prospettiva personale a una realtà aliena e periferica come quella islandese.

Viste le premesse Toxic funziona. Ma funziona solo a patto di non crederci: rimanendo in superficie il romanzo è divertente (a tratti molto divertente), ma non appena ci si spinge un po' più in là delle gesta goffe e terribili del protagonista c'è il rischio di precipitare nel vuoto che si crea tra costruzione narrativa e realtà fattuale, tra racconto e percezione, e scorgere quindi la furbizia dell'autore (o l'abilità, dipende dai punti di vista), che infila tutte le emozioni al posto giusto, tutto lo sdegno al posto giusto, tutta l'ironia al posto giusto. In un modo che sì, effettivamente, più islandese di così è difficile pensarlo.

6 commenti:

  1. Non conosco nessuno dei libri da te citati, ma Mi hai fatto venire voglia di prendere TOXIC.

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    1. Nel caso, fammi sapere cosa ne pensi.

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  2. Il libro di Eggers, se capita...

    Quello di Bryson l'ho letto di recente e mi ha fatta la tua stessa impressione. Ho sperimentato, in particolare, la tua stessa sensazione per quanto riguarda l'aspetto selvaggio degli Stati Uniti - che da qua tendiamo un po' a mettere in secondo piano.

    Devo dire che (SPOILER?) leggendo la quarta mi aspettavo che Bryson finisse TUTTO il percorso dell'Appalachian Trail, e son rimasto un po' deluso quando ha deciso di mollare. D'altra parte, durante la lettura, mi chiedevo come diavolo avrebbe fatto a percorrere tutti i 3000 km (o quanti sono), vista la fatica e i disagi che avevano provocato i primi mille.
    Bello, comunque.

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    1. Prima di questo libro, se pensavo agli Stati Uniti selvaggi, alle montagne o alla natura incontaminata, pensavo alle montagne rocciose, al selvaggio west, che diciamolo, visti da qui gli Appalacchi son delle montagne un po' sfigate. E invece…

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  3. Io ho letto solo Bill Bryson in questi autori, e non il lbro li sopra, ma "In un paese bruciato dal sole" sull'Australia, "Una città o l'altra" sulle città europee e "America Perduta" sull'America di oggi e della sua infanzia. Li consiglio.

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    1. In effetti è stato proprio grazie alla recensione di Gianluca di uno di questi titoli qui sopra che ho scoperto Bryson. La scelta è caduta su "Una passeggiata nei boschi" perché sentivo l'argomnto più vicino.

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