20 gennaio 2012

Letture: A Dance with Dragons (Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco, Vol. 5)

Avevo in programma di spendere qualche parola sull'ultimo capitolo de Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco, ma prima avrei voluto parlare di Banks, di Hamilton e di un altro paio di faccende che mi interessano da vicino. La discussione nata in coda a questo post di Strategie evolutive mi ha convinto ad anticipare i tempi: quando mi ricapita l'occasione di sottolineare quel paio di motivi per cui ritengo Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco una delle letture più soddisfacenti degli ultimi anni?

Foto di Iguana Jo

Le critiche più comuni che m'è capitato di leggere a proposito delle Cronache riguardavano la prolissità delle descrizioni o la dispersività e l'eccessiva frammentazione del racconto. Essendo circondato da martiniani convinti, non avevo ancora incontrato lettori capaci di avanzare critiche più spietate e/o profonde (e ben argomentate!) alla saga di George RR Martin.
Nello spazio commenti del post citato mi sono invece imbattuto in una critica che colpisce la sostanza stessa della narrazione e che ribalta completamente quelli che per me erano i pregi più notevoli dell'intero progetto: lo sviluppo delle linee narrative e l'evoluzione dei personaggi, con particolare riguardo ai personaggi femminili.

"Martin quando arriva al dunque si impappina e ammazza il personaggio piuttosto che trovare un modo di svilupparne la vicenda. E la prima volta, e la seconda va bene, ma quando te ne ha montati 10, 8 li ha uccisi e 2 li manda in esilio per un paio di migliaia di pagine, e ti comincia un nuovo giro di personaggi tutti nuovi…"

Questo punto di vista mi ha sorpreso perché mai, nel corso della lettura dei cinque volumi della saga, m'era sorto il dubbio che Martin avesse ucciso un personaggio gratuitamente, magari proprio perché non in grado di proseguirne la storia. Penso che per arrivare a formulare una critica così drastica delle Cronache ci debba essere un qualche fraintendimento di fondo.

La caratteristica comune ai personaggi delle Cronache è il loro nascere come stereotipo: non appena lo vede in azione, il lettore identifica immediatamente in che casella narrativa collocare il dato atteggiamento. Un approccio simile è molto efficace per proiettare il lettore all'interno di un mondo che appare da subito piuttosto complesso, ma rischia di annoiare e quindi allontanare il lettore un filo più esperto.
È qui che entra in gioco il talento dell'autore. George RR Martin impone a ogni personaggio il confronto continuo, costante, cruento, con il cliché che rappresenta, portando in superficie le contraddizioni e i limiti che ogni stereotipo incontra non appena sbatte il muso contro la realtà. Per ottenere questo risultato l'autore adotta un tipo di narrazione che obbliga il lettore a immedesimarsi con punti di vista che, seppur contraddittori, risultano coerenti e credibili, a prescindere dall'orientamento morale, dalle conoscenze o dagli obiettivi dei singoli personaggi, mantenendolo in costante tensione tra due livelli: quello soggettivo, parziale, articolato nella sequenza dei diversi capitoli, ognuno a rappresentare la particolare esperienza di un personaggio, e quello più ampio, con qualche parvenza di oggettività, percepibile solo esternamente alla narrazione, in cui si incrociano relazioni / informazioni / emozioni / divergenze tra punti di vista diversi.
Il dramma di ogni singolo personaggio martiniano nasce da una medesima biforcazione di significati: dal confronto col proprio ruolo, dalla necessità di superarlo, dall'impossibilità di farlo oltre un certo grado per i limiti che la realtà fittizia della narrativa di genere impone alla sua personalità. Quando un personaggio oltrepassa un certo grado di verosimiglianza, va incontro necessariamente a una qualche evoluzione. Che questa trasformazione significhi spesso morte o esilio è inevitabile, specie quando ogni altro esito suonerebbe falso, incoerente, consolatorio.



"Non so cosa gli abbiano fatto, le donne, a Martin, ma non solo non sa scriverne, ma quando lo fa non fa che inondare quello che chiaramente percepisce come sesso debole di veleno e…"

Non sarò un gran lettore di fantasy, e forse è per questo motivo che la saga di Martin mi ha colpito tanto, ma se c'era un elemento che ho apprezzato, tra i tanti che elevano le Cronache ben al di sopra del livello medio dell'intrattenimento letterario, è proprio la caratterizzazione dei personaggi femminili.
Tutte le donne di Martin, che siano giovani o mature, buone o cattive, decise o incerte, hanno una personalità autonoma e riconoscibile. Pur con la loro varietà di caratteri, nessun personaggio femminile delle Cronache vive in funzione dei maschi che la circondano (e se lo fa, il lettore non ha dubbi su come giudicarle, Sansa docet), né vive in funzione della componente sessuale della propria esistenza (importante, certo, ma non più di quella degli uomini con cui spartisce la scena), e neppure si trasforma nel tipico maschiaccio, a imitazione dei figuri con cui solitamente ha a che fare (anche in questo caso, se vi è costretta dagli avvenimenti, non ne gode mai, in nessun momento, né il ruolo, né gli eventuali privilegi ad esso legati, vedi Brienne). Le donne di Martin mostrano in tutta le possibili declinazioni, come i rapporti sociali, politici, sessuali siano costantemente virati al maschile, e quali sforzi e strategie debbano adottare per essere riconosciute e diventare soggetti attivi nelle relazioni e negli accadimenti che le circondano. E non importa che facciano la cosa giusta o quella sbagliata, che tramino nell'ombra o agiscano per interposta persona, che utilizzino il sesso, le convenzioni o i pregiudizi sociali a loro vantaggio, che usino e/o abusino del tanto o poco potere in loro possesso. Quel che importa è che le donne di Martin sono persone, prima di essere femmine.



Sottolineati questi aspetti che riguardano l'insieme delle Cronache mi rimane da spendere qualche riga sull'ultimo romanzo. Dopo l'interludio di A Feast for Crows, A Dance with Dragons riporta finalmente l'attenzione del lettore sui personaggi più importanti della saga. Lo scenario si allarga ancora, ci sono  sorprese e rivelazioni, nuovi personaggi e vecchie conoscenze che ritornano, c'è tutto il freddo del nord condito all'atmosfere calde delle Città libere, ci sono draghi e lupi e sangue, c'è il passato e qualche sprazzo di futuro.
In questo romanzo si avverte netta la sensazione di una storia aperta, della vastità di un mondo in cui le gesta dei singoli hanno invero poca importanza, in cui a precisa decisione segue sempre l'inevitabile conseguenza. Con la certezza che quello creato da Martin sia un universo dove nessuna azione resterà impunita.
L'inverno ormai è arrivato.

19 commenti:

  1. Bell' articolo as usual, ma ormai che te lo dico affare ? :)
    Ciao.

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    1. oh beh… non mi dipiace mica, eh! :-)

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  2. Guarda, stavo per dirti l'altra volta che Martin mi ricordava Bernard Cornwell - che ha una serie di saghe storiche interminabili, ma almeno le divide in pezzettini facilmente digeribili e non mostri di ottocento pagine -
    e lo and behold: gemelli separati alla nascita

    http://www.omnivoracious.com/2012/01/george-r-r-martin-interviews-bernard-cornwell.html

    (almeno, quel che dicono all'inizio - non ho letto l'articolo)

    Quel che importa è che le donne di Martin sono persone, prima di essere femmine.

    Sia vero o no, che non posso giudicare, in qualsiasi ambito di fiction questo dovrebbe essere il minimo :) non qualcosa che elevi ben al di là del livello medio

    E l'idea dei personaggi che partono come cliché per esplodere dal di dentro mi sembra sospetta.

    Se vuoi convertirti definitivamente al fantasy pseudostorico, io9 l'altro giorno aveva uno special su dieci (!) serie che possono piacere ai fan di Martin.
    L'autore che mi incuriosisce di più però è quello che ha scritto queste due store:


    http://subterraneanpress.com/index.php/magazine/winter-2011/fiction-a-small-price-to-pay-for-birdsong-by-k-j-parker/

    http://subterraneanpress.com/index.php/magazine/summer-2010/fiction-amor-vincit-omnia-by-k-j-parker/

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    1. non conosco Cornwell,e beh… credo che un Martin sia più che sufficiente. Almeno per me.

      "l'idea dei personaggi che partono come cliché per esplodere dal di dentro mi sembra sospetta."

      Sarà sospetta però suona bene, no? :-)
      COmunque. più che esplodere i personaggi di Martin implodono. Sono vittime letterarie di un eccesso di umanità in un mondo editoriale costruito a misura di steereotipo (!).


      BTW è chiaro che le donne ritratte come persone dovrebbero essere lo standard, ma sappiamo entrambi che non sempre succede. E Martin è sopra la media non tanto per averle rese "persona" ma per il tipo di persone che ha costruito.

      Per quanto riguarda Parker, beh… mi fido del tuo giudizio. Come sai non ce la faccio proprio a leggere a monitor…

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    2. Eh, io preferisco Cornwell... specie il Cornwell degli inizi.
      Inoltre, curiosamente, sia da Martin che da Cornwell sono stati tratti prodotti televisivi interpretati da Sean "Biscottino" Bean...
      Ma è vero - ora che ci penso - si somigliano, come stile narrativo.

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    3. No, non ho intenzione di leggere Cornwell, è inutile insistere! :-)

      Di Sean Bean interprete delle opere di entrambi gli autori ne parlano gli interessati nell'intervista collegata da Marco.
      Ma perché "biscottino"?

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  3. Ciao Iguana, River of Gods uscirà per Millemondi su Urania tradotto da Riccardo Valla.
    Viva le pesone, è così difficile diventarlo.

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    1. Tra tutte le possibilità di vedere McDonald in italiano forse questa che mi dici è quella che offre le migliori garanzie. Valla alla traduzione è quanto di meglio ci si possa augurare per un romanzo di genere.

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    2. Buono, io avrei preferito un'altra edizione, ma forse in futuro passerà alla Mondadori buona. L'edizioni Urania divetano introvabili (e se qualcuno perde un libro o lo rovina?) dopo qualche mese.

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    3. Tutti avremmo preferito un'altra edizione!
      Ma ora come ora pare tocchi accontentarsi.
      Se non altro c'è qualche speranza che la ricchezza della prosa di McDonald non vada irrimediabilmente perduta.

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    4. Hai ragione, ora come ora, poi le cose cambiano e almeno più persone lo leggeranno e lo apprezzeranno e faranno aumentare la domanda. Io non capisco la Fanucci, forse hanno sbagliato i titoli da pubblicare, forse i suoi meno belli mah!
      P.S.: come ha fatto Evagelisti a passare alla Mondadori vera e propria?

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  4. "Martin, God bless him, took 10 years to write the two most recent novels in the Song of Ice and Fire, and both of them are complete rambling turds."

    Sai come la penso di Martin.
    Ti linko un articolo interessante (di uno che non ha gradito Dance), e che ti linka a sua volta un pezzo di Gaiman.
    Buttaci un occhio.

    http://www.blackgate.com/2012/01/25/art-of-the-genre-the-age-of-perfect-creation/

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    1. Mah… non mi piace mica tanto il sottinteso che il supposto calo della serie dipenda in fondo dal fatto che il buon Martin si sia rincoglionito.
      Comunque oh… il ragionamento è interessante anche se viziato da evidente pregiudizio.

      (Certo, anche il mio di discorso è viziato da evidente pregiudizio! :-))

      Alla fine è tutta questione di fiducia. Che io credo davvero che Martin c'abbia messo tanto a scrivere Dance perché la storia che ha messo in piedi nei capitoli precedenti gli è scappata di mano, e c'ha messo un po' a saltarci fuori (o a ingarbugliare ancor più la matassa, questione di punti di vista).

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  5. Sai ripensandoci...
    uno dei motivi per cui il tuo apprezzamento di Martin mi pare sospetto è proprio il fatto che, mentre ho sentito molti che, pur apprezzando la serie, sembrano essere concordi su un declino nelle ultime uscite, tu sembri indiscriminatamente entusiasta.
    Sarò cinico ma l'idea che un autore di saghe fantasy dopo diversi anni con alcuni personaggi si ritrovi incagliato ad un punto morto mi convince di più di quella che vedrebbe Martin un novello Tom Stoppard che ridà dignità postmoderna a Rosenkrantz e Guildestern.
    Il tuo discorso ricorda il tipo di giustificazioni degli apologeti di Stephen "Lo Shakespeare del Fantastico" King o di Tolkien :)
    Anche perché gli stereotipi li puoi benissimo evitare; certo, vendi meno.
    Per quanto riguarda Parker, beh… mi fido del tuo giudizio. Come sai non ce la faccio proprio a leggere a monitor…
    Eh però gli articoli e i post lunghi li leggi pure... ho ripescato anche questa intervista.
    http://subterraneanpress.com/index.php/magazine/summer-2010/interview-with-k-j-parker-by-tom-holt/
    Sulla base di quest'intervista e delle storie che ho letto, direi che il trattamento di questioni etiche/morali/politiche promette di essere davvero molto sofisticato.
    Leggermente off-topic, e' da poco uscito nella collana Sf Masterworks di Floating Worlds, unico romanzo fantascientifico dell'autrice di romanzi storici Cecelia Holland, che sia Kim Stanley Robinson che il tuo amico William Gibson citano spesso fra i loro 5-10 romanzi di fantascienza preferiti di sempre.
    Prima o poi ti faccio sapere ;)

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    1. "uno dei motivi per cui il tuo apprezzamento di Martin mi pare sospetto"

      Ehi! L'ho pur detto che sono un fan! :-)

      A parte gli scherzi, non mi pare di aver lesinato critiche nei confronti di A Feast of Crown, il romanzo che ha preceduto A Dance with Dragons, che è vero, aveva i suoi bei limiti.

      Poi, oh…, non si tratta di ridare dignità postmoderna a chissacché, si tratta di scrivere ottima letteratura di intrattenimento, niente di più, niente di meno.
      E se è vero, cone credo anch'io, che Martin si sia ritrovato incagliato in un punto morto, è altrettantop vero - per me! - che ha risolto l'impasse in maniera brillante.

      Ma forse il punto è ancor più semplice: io a leggere A Dance of Dragons ho goduto come un riccio, e il post qui sopra è la giustificazione intellettuale al mio godimento. Va meglio così?

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  6. Forse ti può interessare

    http://grrm.livejournal.com/262170.html

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    1. Grazie per la segnalazione, ma come sai non voto per l'Hugo. :-)

      Battute a parte, mi pare che GRRM sprizzi un po' troppo entusiasmo, ma ok, io in fondo non ho letto nessuno dei titoli che cita…

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  7. Ciao. Premetto che a me Martin piace parecchio e che mi importa poco come si collochi nel contesto narrativo secondo altri (in cima, in fondo o a metà di una virtuale classifica) perché ritengo che la lettura sia anche alchimia a tratti inspiegabile e che il gradimento di un'opera non dipenda solo dalle sue qualità oggettive, ma anche e soprattutto dalle emozioni che trasmette e dalla soggettività di chi legge. Martin mi porta in un mondo, mi ci immergo, e quello è ciò che mi va in un dato momento. Ti è mai capitato di leggere voracemente un autore in un periodo e di non poterlo neanche vedere in un altro? A me sì. Mi è successo anche con Martin, che non santifico ne' sento il bisogno di far scendere da alcun piedistallo. Semplicemente per me è irrilevante che lo si voglia definire più di quanto non si definisca da solo con la sua opera e le varie etichette (fantasy o non fantasy) lasciano il tempo che trovano.
    La sua opera oggettivamente è strutturata piuttosto bene, e i peccati che gli si imputano a mio avviso sono veniali perché persone e vicende non sono piatte ma decisamente 3D e tutto rimane coerente attraverso un numero impressionante di pagine. Mica è poco.;-)
    Poi, è una saga ambientata in una sorta di medioevo, con tutte le crudeltà del caso: uccisioni, visione sociale della donna come essere debole e sottomesso. Il buon George R.R. Martin si è semplicemente rifiutato di edulcorare vicende e personaggi col filtro della contemporaneità per essere più aderente al contesto che vuole descrivere. E a quanto pare, a leggere i commenti in verde, ci è riuscito talmente bene da essere criticato. In realtà io faccio la tua stessa lettura riguardo alle figure femminili e al resto.

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    1. Grazie per il tuo contributo mitvisier. Sono sostanzialmente d'accordo con quanto scrivi. Ne approfitto anzi per ribadire quanto poco creda nella letteratura come competizione, con classifiche di merito, podi e graduatorie varie. La lettura è un'esperienza singolare, ed è parecchio difficile stabilire criteri di classificazione che giudichino oggettivamente la qualità di un'opera.

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