10 aprile 2019

Letture: Neghentopia, di Matteo Meschiari


Ultimo post di questa piccola serie sugli strani incroci tra letteratura di genere e mainstream nell’editoria nostrana con qualche nota su Neghentopia, di Matteo Meschiari.

Se Un attimo prima di Fabio Deotto è un romanzo fantascientifico travestito da mainstream, Un marito di Michele Vaccari un romanzo mainstream con qualche traccia sotterranea di fantascienza e La festa nera di Violetta Bellocchio una storia personale mimetizzata tra i colori della distopia, Neghentopia è un’epifania apocalittica.

Pochi libri mi hanno sorpreso come questo di Meschiari.
Neghentopia aveva tutte le caratteristiche per passare sotto i miei radar: con un titolo simile, del tutto respingente con quel sentore di pretenziosa superiorità, non l'avrei mai scelto. 
Poi son successe due cose, ho incontrato Matteo Meschiari al Book Pride di Genova (era in veste di saggista, e s’è ben guardato dal raccontarmi della sua attività narrativa) e le chiacchiere fatte hanno disinnescato qualsiasi parvenza di snobismo potessi supporre e, soprattutto, Alessandro Vietti ha letto e consigliato il romanzo. Di Vietti mi fido, e quindi…

Diciamolo subito, Neghentopia è una bomba. Chiunque sia curioso delle potenzialità che hanno gli autori italiani nell'affrontare temi abusati come l’apocalisse e l’epica (il viaggio dell’eroe, ah!), in un contesto tra l’onirico e l’esotico, con una resa ambientale tanto accurata quanto potente, bé, dovrebbe davvero leggersi questo piccolo romanzo.

La storia, in breve, è quella di un giovanissimo sicario che si muove accompagnato da un passero (che è insieme coscienza, guida e testimone del suo peregrinare) tra panorami sempre più desolati, inseguito da una Bestia, assediato da periodiche amnesie e mancamenti, in viaggio verso la sua destinazione finale.

Quello che è straordinario in Neghentopia è l’approccio di Meschiari al racconto. La vicenda è narrata come fosse una sceneggiatura cinematografica, con annotazioni sul luogo e la musica che accompagnano ogni singola scena, con la voce del narratore che funge da continuo controcanto al dramma raccontato sulla pagina. Una scelta simile, che rischia di spegnere costantemente ogni ipotesi di coinvolgimento emotivo nel lettore, è invece, per quanto spericolata (o forse proprio per questo), la chiave per comprendere e immergersi nel flusso narrativo ideato dall’autore. 
A Meschiari riesce quella magia in cui solo pochissime volte m’è capitato di imbattermi (un esempio per quanto remoto potrebbe essere La storia infinita di Michael Ende): rendere consapevole il lettore del telaio che accompagna la vicenda, integrarlo nella narrazione, creare una scatola magica in cui siamo consapevoli del contenuto immaginario, ma in cui l’invenzione stessa è talmente potente e maestosa che la cornice non la costringere in un unico significato ma ne esalta invece i dettagli e le sfumature.

Neghentopia parla del mondo alla fine del mondo, di catastrofe ambientale, del suicidio dell’antropocene. È una favola oscura, in cui riecheggiano Pinocchio e Peter Pan, virati nei toni scarnificati dell’apocalisse, divorati dalla polvere e dalle piogge acide. 
Una storia senza speranza in cui l’oblio è una scelta di sopravvivenza e l’arte del racconto l’unica fiammella capace di rischiarare la notte in arrivo e ad allontanare per qualche istante la Bestia in agguato, almeno per chi non ha ancora smesso di rimanere in ascolto.

E a proposito di ascolto, tra i tanti meriti di Neghentopia c’è la colonna sonora cui accennavo poco sopra, che permette al lettore di esplorare territori musicali ben poco battuti. E se parte delle proposte sonore vanno al di là delle mie capacità di ascolto, ce ne sono alcune per cui sarò sempre grato a Meschiari per avermele fatte conoscere.
Vedi per esempio il trio Reijseger, Fraanje & Sylla: 





Ultima nota sulle illustrazioni di Rocco Lombardi che accompagnano il racconto. Non sono un estimatore dei romanzi illustrati (le immagini distraggono dalle parole, impongono un immaginario altro, si insinuano tuo malgrado nella narrazione), ma i disegni di Lombardi sono insieme sobri e poderosi, e se anche li avrei forse preferiti raccolti a parte, rappresentano un’ottima interpretazione dell’atmosfera del libro.

In questo rapido excursus tra libri che in un mondo perfetto sarebbero definibili senza tanti imbarazzi come fantascienza (quanto farebbe bene al genere riconoscere l'appartenenza di testi simili ai propri territori!), Neghentopia è l'esempio migliore per chi volesse abbandonare per un attimo i suoi pregiudizi (
poco importa che siate lettori generalisti o integralisti della fantascienza) e calarsi in un mondo capace di sfiorare la bellezza anche nella più oscura delle narrazioni.
Leggetelo, che merita.


4 commenti:

  1. Beh, me ,lo segno. Anche attirato dalla colonna sonora inserita a metà della recensione. Non dico che lo leggo subito, anche perché impegnato nel romanzo di Volodine che, se ben mi ricordo, hai consigliato ancora tu, ma diciamo che siè guadagnato una buona posizione.

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    1. …e direi che con Volodine ha qualche tratto in comune, ma poi mi dirai.

      Consigliatissimo davvero!

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  2. Grazie! Anche io, leggendo il tuo post ho pensato a Volodine. Rilancio con la Freccia Gialla di Victor Pelevin, i territori sono quelli. Unico neo: difficile reperire i libri. Neghetopia?

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    1. Parto dal fondo: Neghentopia non dovrebbe essere troppo difficile da trovare. È pubblicato da Exorma, ed è piuttosto recente, direi che qualunque libreria un minimo attrezzata dovrebbe riuscire a trovarlo.

      Volodine è buon riferimento, anche se la scrittura di Meschiari è piuttosto diversa da quella dell'autore franco-russo.
      Di Pelevin ho perso un po' le tracce: in passato ho letto qualcuno dei suoi libri, e qualcuno l'ho gradito molto, ma La Freccia Gialla non lo conosco. Com'è?

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