29 febbraio 2008

Non è un paese per vecchi - Secondo tempo


Picture by Iguana Jo.
In cerca di risposte ai vari dubbi generati dalla visione dell'ultimo film dei fratelli Coen mi sono imbattuto in questa recensione.
Le parole di Gianluca Pelleschi non fugano le mie perplessità, però insieme a quelle dei commentatori successivi aggiungono un po' di carne al fuoco e mi costringono a un ulteriore tentativo di riflessione.
(Non sarò mai all'altezza di tali recensori, mi mancano l'esperienza, le visioni e il vocabolario, ma oh… bisogna sapersi accontentare)

Meditando dunque su Non è un paese per vecchi sono arrivato alla conclusione che non ha senso prendersela con i fratelli Coen se la maggior parte dei recensori ha voluto trovare significati politici o morali o etici nella loro pellicola.

Non dico che non ce ne siano, dico solo che non è che rappresentino chissà quale colpo di genio. Mettere a confronto le debolezze di uno sceriffo nostalgico e anche troppo umano con l'implacabile cammino della morte, nella persona del grottesco Chigurh, non è certo una gran novità. Per questo motivo credo che fermarsi a giudicare Non è un paese per vecchi per le sue presunte qualità di racconto morale sia fuorviante.

Le sue qualità sono altre.
In fondo Non è un paese per vecchi è un ottimo thriller autistico: un thriller in cui l'emozione è bandita, l'empatia con i personaggi è ridotta ai minimi termini, anche la semplice partecipazione alla vicenda è frustrata dagli scarti improvvisi della trama, e l'incomprensibile gestione narrativa della storia non fa che aumentare il senso di inquietudine di chi guarda. A salvare l'incolpevole (e magari appassionato) spettatore c'è però il cinema dei fratelli Coen: le magie incontestabili della messa in scena e del racconto. La lucidità di una camera fissa, l'uso consapevole e anticonvenzionale del climax, la casualità fittizia di scelte e gesti e parole dei personaggi.

Quindi non si rimane delusi, e si è costretti a seguire trepidanti la totale disumanità del suo protagonista, fino all'esito finale della sua corsa. Al polo opposto, a calamitare le speranze e l'attenzione rimane la cadenzata partecipazione narrativa dello sceriffo, che serve ottimamente da contraltare umano (e quindi limitato, debole, parziale e in fondo retorico) all'esuberante e incontenibile energia distruttiva del killer.
Tutti gli altri personaggi ( a partire da Llewelin) sono accessori per dipanare la tesi inumana dei fratelli Coen.
Siamo tutti fottuti.

26 febbraio 2008

Non è un paese per vecchi


Picture by Iguana Jo.
E così - sorpesa sorpresa - l'ultimo film del fratelli Ethan e Joel Coen ha vinto l'Oscar. Ma perché poi non avrebbe dovuto vincerlo? Dopotutto Non è un paese per vecchi è il classico thriller con psicopatico, uomo in fuga e un bel panorama. Roba americana al cento per cento insomma.
Certo, è girato con un estro artistico decisamente superiore alla media ed è fruibile a più livelli. Ma è anche un film molto attento a farsi piacere, infarcito com'è di tutti quei dettagli che fanno la gioia del cinefilo (l'assenza di qualsiasi colonna sonora musicale, l'elisione dei punti di maggior impatto narrativo, l'uso smodato di auto d'epoca), la necessaria suspence per il cosiddetto spettatore qualsiasi e, dulcis in fundo, la doverosa violenza richiesta da un film del genere in questo inizio di millennio. Insomma, c'è pane per i denti di gran parte del pubblico: c'è anche la possibilità di un coinvolgimento romantico!

In effetti il film è piaciuto assai anche a me.
Non è un paese per vecchi è cupo, massiccio e implacabile, con qualche raro sorriso che affiora e accompagna lo spettatore verso il lato più oscuro della provincia americana.
M'è piaciuto dicevo, però m'è rimasto qualche dubbio a cui non riesco a dare una spiegazione convincente.

- Perché il film (come del resto il romanzo di Cormac McCarthy da cui è tratto) si svolge nel 1980?
Dando per scontato che in una pellicola nulla accade per caso, l'unica risposta che mi son dato è sostanzialmente pratica: per permettere ai personaggi di utilizzare gli strumenti (le riceventi!) che fanno muovere la vicenda. Altri motivi? è così indispensabile che l'uomo in fuga sia un reduce del Vietnam? Naah…

Ambientare a quasi trent'anni dal presente un film che parla di cambio di valori e in cui la riflessione sul tempo passato è uno dei temi principali, m'è parso indebolire il discorso piuttosto che rafforzarlo. Lo stacco che si genera con l'attualità è così forte che non si avverte più il senso di tutte quelle chiacchiere sul tempo passato, sul cambiamento dei valori, sull'aumento della violenza...
A meno che il senso non sia proprio quello: come quando si sente dire che non esistono più le mezze stagioni, che un tempo era meglio, che non ci sono più i giovani di una volta.
Che è sostanzialmente quello che lo sceriffo ripete per tutta la durata del film.


- Dov'è questa profonda riflessione sul male cui tutti i critici fanno riferimento?
Il male nel film, ovvero il killer in caccia, è una presenza elementale. Non ha alcunché di umano, è riconosciuto ovunque per il pazzo scatenato che è. Ma se il male è tanto inesorabile, se è assimilabile a un cataclisma naturale, se non offre alcun appiglio alla pietà, alla razionalità, nemmeno alla cupidigia del suo attore, se il male è del tutto casuale, che riflessioni vuoi che offra?
In questo senso il film m'è parso decisamente immorale. Qualsiasi decisione tu possa prendere non avrai alcun controllo sulle sue conseguenze e nessuna responsabilità, alla fin fine.

- Perché i fratelli Coen hanno deciso di non farci vedere l'eliminazione di quei protagonisti della vicenda destinati a morire?
Non è che in fondo gli autori parteggino per il killer? Tutto lo sviluppo del film tende a far scivolare piano piano lo spettatore nelle vesti di Anton Chigurh, che è sì un pazzo omicida, ma è un pazzo privo di tutti quei difetti che rendono decisamente più umani tutti gli altri personaggi. Di più, il suo comportamento si situa al di là di qualsiasi possibilità di controllo o di giudizio morale, proprio a causa della follia che lo rende del tutto inumano e alieno a qualsiasi concetto di pietà o giustizia.
Fin dai primi assassinii, quelli commessi nel prologo della vicenda, gli autori fanno in modo che lo spettatore non si trovi davvero a empatizzare per le vittime, vuoi per l'ovvia insipienza della prima, vuoi per l'inconsueta modalità di esecuzione della seconda. Ma in generale, ovunque ci sia la possibilità che lo spettatore possa simpatizzare con la vittima, i fratelli Coen gli tolgono l'imbarazzo, non facendolo assistere al misfatto. Anzi, in uno dei momenti più genuinamente sorprendenti (parlo di quello che succede alla fine del film) l'immedesimazione del pubblico è sapientemente indirizzata verso l'inumano assassino, cui è destinata l'ultima emozione di stomaco del film.
Per questo forse alla fine del film non mi sono sentito del tutto soddisfatto.
M'è parso che nella messa in scena fosse presente una buona dose di morbosità, che non depone certo a favore degli autori, almeno dal mio punto di vista.


Mi piacerebbe che qualche visitatore del blog riuscisse a darmi risposte più convincenti, aiutandomi a capire meglio un film che così come l'ho visto s'è fatto piacere solo superficialmente, quando invece sono convinto che qualcosa, che probabilmente continua a sfuggirmi, si muovesse più in profondità.
Ah… non valgono risposte che tirino in ballo il romanzo di McCarthy, autore che leggerò a breve, ma che è comunque esentato da qualsiasi necessità di giustificare il film a cui ha dato origine.
(tra l'altro per quel che ho visto il film avrebbe potuto benissimo essere stato tratto da un qualche racconto di Joe R. Lansdale, almeno per l'oscura atmosfera texana che lo caratterizza.)

Per finire una nota curiosa: venerdì sera a vedere il film la sala era piena per tre quarti e l'età media si aggirava intorno ai 60 anni. Vorrà dire qualcosa?

(il discorso ha avuto un seguito in questo post)

20 febbraio 2008

Comunicato stampa


Picture by Iguana Jo.
“Frammenti di una rosa quantica”
14 autori italiani per scrivere la fantascienza del XXI secolo


Esce in libreria pubblicata da Kipple Officina Libraria la seconda antologia del movimento connettivista: 14 racconti che esplorano altrettante sfaccettature del fantastico in lingua italiana. Prefazione di Luca Masali

Esce nelle librerie del circuito NdA il 25.2.08 (e prossimamente nei circuiti Feltrinelli e Mondadori) Frammenti di una rosa quantica, la seconda antologia del movimento connettivista, curata da Lukha Kremo Baroncinij, pubblicata da Kipple Officina Libraria con la prefazione di Luca Masali.

L’antologia riunisce 14 racconti di altrettanti autori italiani, che riflettono altrettante sfaccettature del fantastico contemporaneo in lingua italiana: un’araba fenice che i percorsi mainstream dell’editoria nazionale si ostinano a ritenere inesistente, o quantomeno a ignorare. Quasi tutti gli autori si riconoscono nell’ampio manifesto del Connettivismo, pur percorrendo cammini tematici e stilistici personali e particolari: si va dal cyberpunk all’hard sf, fino al fanta-noir, solo per fare qualche esempio.

La raccolta è introdotta da Luca Masali (già vincitore del premio Urania e autore de I Biplani di D’annunzio e La Perla alla fine del Mondo), grande estimatore della nuova fantascienza. Infatti, scrive Masali nella prefazione che “I Connettivisti sono un gruppo di scrittori che rappresentano la punta di diamante di coloro che scavano nelle pieghe più profonde del genere, reinventando in continuazione il materiale più esplosivo e sovversivo che esista”.

Di seguito riportiamo titoli dei racconti e nomi degli autori, nell’ordine con cui compaiono nell’indice:

Orizzonte degli eventi di Giovanni De Matteo
(vincitore del Premio Urania 2006 con il romanzo “Sezione Pigreco Quadro”, ed. Mondadori)
SPAM di Filippo C. Battaglia
L’uomo dei pupazzi di schiuma di Dario Tonani
Chandra, sogna la neve che brucia di Alberto Cola
Cento anni di Sandro Battisti
Principio d’induzione di Roberto Furlani
137 di Lukha Kremo Baroncinij
Confiteor di Mario Gazzola
L’ultima stanza del mondo di Alex Tonelli
Afterlife di Daniele Pasquini
Esperimento quantico di Domenico Mastrapasqua
La favola nera di Marco Milani
L’istante gelido di Fernando Fazzari
Amiens (1905) di Simone Conti

Illustrazioni di Giorgio Raffaelli.

“Il carattere dell’interdisciplinarità rappresenta bene lo stile e le intenzioni dei connettivisti” afferma Lukha Kremo Baroncinji, curatore dell’antologia, autore di uno dei racconti inclusi e fondatore della Kipple Officina Libraria, nella sua nota in chiusura del volume. “Questo volume raccolglie i frammenti di questa rosa di persone legate tra loro per motivi che potremo definire quantici”.


19 febbraio 2008

Urania e la fantascienza. Parte seconda.


Picture by Aelle.
Spero che a Davide L. Malesi non dispiaccia se rispondo da qui al suo ultimo contributo alla discussione che si è sviluppata su Vibrisse bollettino in seguito alla pubblicazione del mio post precedente su Urania e fantascienza.

Scrive Davide: "Volendo, si può sintetizzare la mia opinione in questi termini: la SF è in crisi ovunque allo stesso modo, ma le dimensioni del mercato disponibile possono amplificare, o ridurre, gli effetti di questa crisi, tra cui l'offerta in termini di libri; laddove un mercato di modeste dimensioni sia colpito dalla crisi, i primi a scomparire dagli scaffali saranno gli autori un po' più impegnativi, quelli meno "commerciali", o semplicemente meno conosciuti."

Il ragionamento di Davide non fa una piega. Però secondo me i conti continuano a non tornare.
Stante una situazione di mercato che sembra analoga in tutti i paesi occidentali, lui sostiene che l'unica variabile che ha influito negativamente in italia in maggior misura rispetto agli altri paesi, e da cui deriva la situazione ancor più mediocre che contraddistingue il nostro mercato per quanto riguarda la pubblicazione e la diffusione di volumi fantascientifici in libreria è una generico "il mercato librario in italia è più modesto che altrove".
Boh… a me sembra una risposta che dice tutto e non dice nulla. Soprattutto perché Davide con le sue argomentazioni afferma implicitamente che la presenza di Urania non ha mai avuto alcuna influenza sul mercato italiano della fantascienza.
Sostenere che una pubblicazione con più di 50 anni di storia e con oltre 1500 volumi pubblicati non abbia contribuito in alcun modo all'idea di fantascienza del pubblico nostrano mi pare un po' miope.
Ma non voglio annoiare con la ripetizione dei motivi per cui secondo me l'influenza di Urania s'è rivelata negativa, chi vuole li può (ri)leggere nel mio post originale.
Qui voglio ribadire un punto che forse non ho sottolineato abbastanza.
Il lettore di sf consolidato (intendo quello che nei meravigliosi anni settanta comperava e leggeva sf in libreria) non è il soggetto principale del mio ragionamento (anche se mi vien da pensare che se non è scomparso, deve aver continuato a cercare unicamente la sf precedente al 1984…).
A me interessa di più chiedermi come mai non c'è stato alcun ricambio nel pubblico fantascientifico. Mi interessa capire come mai l'offerta di fantascienza in libreria sia andata via via sclerotizzandosi sui soliti quattro vecchi nomi. Come mai per il pubblico generalista la fantascienza scritta in italia non è Nord ne Fanucci, ma non è nemmeno Mondadori. È solo Urania, con tutti i pregiudizi del caso.

E mi sta bene il ragionamento sul cambio di sensibilità, sul fatto che il genere non tiri più come una volta, sulla generale compressione del mercato. Tutte cose che danno un'idea credibilmente globalizzata della crisi della fantascienza. Ma voler negare che l'unico elemento fattuale che distingue il nostro mercato da tutti i mercati stranieri non abbia avuto alcuna influenza beh… mi pare un voler negare l'evidenza.
Avete presente Occam?


14 febbraio 2008

Urania e la fantascienza


Picture by Iguana Jo.
Commentando un post sul blog di X mi chiedevo come fosse possibile che la maggioranza dei lettori di fantascienza nostrani fosse così conservatrice.
La domanda è da un po' che mi frulla in testa, forse è tempo di provare a dare qualche risposta.

Innanzitutto, siamo sicuri che il pubblico fantascientifico sia tanto conservatore?
A fare un giro tra gli scaffali delle librerie pare evidente: degli scrittori che occupano perennemente lo spazio dedicato alla sf la maggior parte è morta e sepolta da decenni. Le sparute novità (che già questo è un termine esageratamente ottimista) sono seppellite tra decine di ristampe: su un'ipotetica disponibilità di 100 volumi quelli scritti negli ultimi dieci anni si contano sulle dita delle mani.

La situazione si ripete più o meno negli stessi termini uscendo dalle librerie e provando a chiacchierare con qualche lettore. I nomi che saltano fuori son sempre gli stessi. Si parte da Asimov & Dick, se si è fortunati si sente citare Ballard, si arriva al massimo a Simmons e Sterling, e naturalmente a William Gibson (sempre sia lodato) che però conta ormai la gran parte dei suoi lettori al di fuori del ghetto fantascientifico.

Certo, quest'analisi superficiale potrebbe anche essere indicativa di un genere ormai in declino, a prescindere dai gusti dei lettori. Un genere insomma in cui sono proprio gli autori a latitare, a cui manca la capacità di rinnovarsi, senza idee o prospettive.

Ovviamente io non sono d'accordo.
A smentire l'idea di un genere al capolinea ci sono tizi che rispondo al nome di Stross, Banks, MacDonald, Egan, Chang (ma questi sono solo i primi che mi vengono in mente). Tutti questi autori hanno avuto almeno un assaggio di traduzione italiana. Nessuno di loro ha avuto il ben che minimo successo, almeno a giudicare dalla loro storia editoriale, salvo che tra una microscopica schiera di appassionati all'interno della già piccola nicchia dei lettori di fantascienza. Per quei lettori gli autori citati sono un garanzia di qualità, per la maggioranza del pubblico sono troppo particolari, troppo letterari (come mi disse una volta Sandrone Dazieri a proposito di MacDonald), per essere apprezzati.

Non so da dove nasca questa situazione, ma ho le mie teorie.
I libri degli autori citati sono all'altezza dei migliori romanzi mainstream, sono opere che affascinano, turbano, emozionano, ma sono anche storie che richiedono sempre un minimo di impegno al lettore. Questi scrittori non scrivono romanzi facili, per quanto siano divertenti (e lo sono!) non si limitano al puro intrattenimento, ma inducono riflessioni, pongono dubbi, speculano senza risparmiarsi sulla realtà, sulla morale, sulla storia.
Ma il lettore di fantascienza italiano standard della realtà non sa che farsene. Cerca la fuga, l'evasione, il divertimento scacciapensieri. E fa benissimo così, ci mancherebbe. Non ho la minima intenzione di fargli cambiare idea: ognuno è libero di scegliersi le letture che preferisce, che leggere dovrebbe sempre rimanere innanzitutto un divertimento.
Detto questo a me rimane comunque la necessità di capire com'è che il lettore conservatore continua a trovare pane per i suoi denti, mentre quelli che apprezzano l'idea di una fantascienza speculativa sono costretti a leggere i romanzi in lingua originale.
Forse è quindi il caso di rimodulare la domanda iniziale. Non è tanto il pubblico conservatore il problema della fantascienza in Italia, quanto piuttosto l'assenza di un pubblico di lettori di fantascienza disposti ad avventurarsi dove nessun altro lettore italico è mai giunto prima.

Come siamo arrivati a questa situazione? Perché nel resto del mondo occidentale si pubblica e si legge quella fantascienza più ricca e difficile che qui invece non trova lettori? Le risposte standard sono sempre le stesse: la cultura scientifica in Italia è sempre stata deficitaria; già ci son pochi lettori figurati quelli di sf; la fantascienza è quella roba coi razzoni, i robot e magari gli ufo, roba da ragazzini coi brufoli insomma.

E certo sono tutte risposte che hanno una loro forza, sono credibili e seppur poco consolanti danno qualche spiegazione.
Ma io ho un'altra idea.
Io credo che la responsabilità della mancanza di evoluzione dei lettori italiani di fantascienza sia anche, se non soprattutto, di Urania.
Sì. Proprio Urania. La rivista che all'inizio della sua storia ha senz'altro contribuito alla diffusione della fantascienza in Italia, ma che ormai è una delle principali cause del suo appiattimento, almeno secondo il mio modesto parere.

Pensiamoci un attimo.
- Urania ha proposto costantemente in edicola per più di cinquant'anni, con cadenze di uscita che sono arrivate a essere anche settimanali, una fantascienza adatta ad un pubblico di massa privilegiando quindi la quantità, a fronte di una qualità che doveva per forza di cose livellarsi al ribasso per accontentare più gente possibile. Per lo stesso motivo è ormai invalsa popolarmente l'idea che la fantascienza sia lettura d'evasione, niente di serio, qualcosa da leggere se non sia ha niente di meglio da fare.

- Urania ha ucciso il mercato della fantascienza in Italia. Il prezzo dei volumi in edicola ha costruito nel tempo l'idea che la fantascienza dovesse costare poco (pochissimo) col risultato che sono progressivamente scomparsi (almeno a livello di prezzo) i tascabili di fantascienza che hanno sempre costituito il serbatoio per tutte quelle proposte diverse che nel tempo avrebbero potuto costruire uno zoccolo duro di lettori in libreria.
Quanti sono disposti a spendere 18 euro per un autore di cui non hanno mai sentito parlare? Qual'è l'editore disposto a proporre a un prezzo medio qualcosa che il suo pubblico di riferimento è abituato a pagare pochissimo?
Risultato: meno libri di fantascienza in libreria, meno scelta all'interno del genere, ristampa costante di quei tre nomi tre che continuano a vendere.

- Urania ha umiliato la fantascienza scritta proponendo per decenni traduzioni parziali, censure assurde, traduzioni grossolane. Così facendo ha abbassato ulteriormente la qualità delle sue proposte.

- Per i non addetti ai lavori in Italia Urania è sinonimo di fantascienza scritta.
Sono più di cinquant'anni che Urania detta lo standard di quello che è fantascienza nella penisola. La conseguenza più deleteria è che questo è vero soprattutto per chi non si occupa di sf, non la legge, non la frequenta. E che si ritrova come modello ideale di fantascienza quella proposta - con tutti i difetti summenzionati - dalla rivista Mondadori. Piaccia o no, Urania è il biglietto da visita per chi si avvicina per la prima volta al genere.
Questo fatto forse aiuta spiegare la progressiva riduzione dei lettori, il fallimento di un ricambio generazionale che non c'è mai stato, la sufficienza con cui è considerato il genere al di fuori delle aree protette in cui viene coltivato, e protetto, e soffocato.


Non so come si possa risolvere questo stato di cose, non so nemmeno se si riesca a ipotizzare una soluzione. Del resto io sono solo un lettore, ma mi piace la fantascienza, mi piace la capacità che ha di riflettere sull'oggi senza essere impastoiata dall'attualità, mi piacciono le sue potenzialità narrative, la meraviglia e la tragedia, l'emozione e la speculazione.
Vorrei solo poterla continuare a leggere.


08 febbraio 2008

Da vedere

Ancora a proposito di internet e fotografia, ma in tono decisamente più leggero: ecco flickr (ma non solo flickr) come non lo avete mai visto!
Provate a installare questo plug-in sul vostro browser. È uno spettacolo!

06 febbraio 2008

Disavventure con la fotografia

La foto che vedete qui a fianco è stata postata ieri da Violator3 sul suo stream.
È un buon punto di partenza per parlare dell'uso improprio delle immagini reperibili in rete. Nel suo caso una sua foto è stata scaricata da flickr per essere stampata su un manifesto senza permesso e senza alcun rispetto per il suo lavoro.

Che sia praticamente impossibile avere il controllo di quanto si rende pubblico in rete è cosa ovvia e quasi scontata. Questo non toglie che quando capita di vedere il proprio lavoro sfruttato impunemente per gli scopi più diversi e negli ambiti più disparati beh… un po' di incazzatura ti sale lo stesso.
Soprattutto quando scegli di pubblicare le tue immagini con la licenza Creative Commons che permette l'utilizzo libero a chiunque, purché senza fini commerciali, con l'unico obbligo di attribuire all'autore la paternità dell'opera.

È vero, non esiste una soluzione pratica alla questione, quindi probabilmente l'unica difesa è parlarne il più possibile e segnalare pubblicamente chiunque faccia un uso improprio di opere non sue.
La settimana scorsa m'è capitato un caso esemplare. Stavo commentando un post su Pisolandia quando mi sono accorto che l'icona di un altro visitatore aveva un che di familiare.
Sono andato sulle sue pagine e mi sono accorto che sia la sua icona, sia un immagine postata sul blog erano ricavati da una mia fotografia postata su flickr un paio di anni fa. Di più: nel loro spazio l'immagine in questione risultava protetta da copyright!

Ho fatto presente ai signori in questione che il loro comportamento non era dei più corretti. Non avendo ricevuto riscontro di alcun tipo ho provato a insistere.
Tutto quello che ho ottenuto è stato l'eliminazione del © dalla foto e qualche commento di insulti sul mio blog.

La cosa davvero meravigliosa di tutta la storia è che il blog di cui sopra ha come tema principale, come scopo d'esistenza e ragione d'essere la mobilitazione della cittadinanza tutta di fronte all'immoralità dilagante e alle ingiustizie della società italiana. bwha! bwha! bwha!



Altro giro altro regalo. I signori di un sito turistico riminese hanno l'abitudine di postare notizie di loro interesse accostandole a foto prese liberamente in giro per la rete. Essendo palese la natura commerciale dell'attività ho fatto presente la licenza con cui sono rilasciate le mie foto. Chiedendo anche, nel caso non fossero disponibili ad eliminare le foto dal sito, il pagamento per i diritti di utilizzo delle immagini.
In questo caso l'avvertimento ha avuto successo e tutte le mie foto sono sparite dal sito.



Per fortuna non tutti i casi di riproposizione delle proprie immagini in rete sono fraudolenti. Seguendo per esempio questo link si può apprezzare come in molti casi l'utilizzo delle mie immagini corrisponda in pieno ai termini della licenza Creative Commons.



C'è poi da aprire un altro capitolo sul comportamento dei professionisti dell'informazione. È proprio di questi giorni la scoperta da parte di un utente di flickr di una sua foto tra le pagine del Corriere della Sera, pubblicata senza nemmeno informare l'autore, men che meno retribuendolo per l'immagine.
Casi simili non sono isolati, e qualcosa di simile è capitato anche ad Annalisa, ma il top tra le esperienze personali lo devo a Rockstar. Nel 2006 ho fatto qualche scatto al concerto di Ben Harper, in agosto sono stato contattato dalla redazione di Rockstar che voleva acquistare una mia foto. Yuppie! Yeah! Fantastico! La foto è stata pubblicata nel numero uscito a settembre. Mi aspettavo il pagamento nel giro di qualche mese e invece da allora son passati 15 mesi e ancora non ho visto un euro. Ho provato a chiamare mi hanno detto di avere pazienza. Ho richiamato, mi hanno detto che il pagamento dipende dall'amministrazione. Alla fine ho lasciato perdere: l'importo, 40 euro, non è certo di quelli che ti cambiano la vita, per me era più questione di correttezza professionale. Una merce evidentemente sempre più rara.


04 febbraio 2008

Rapporto letture - Gennaio 2008


Originally uploaded by Iguana Jo.
Direi che l'anno non poteva cominciare meglio, almeno dal punto di vista delle letture che hanno accompagnato queste prime settimane del 2008. (che poi il panorama nazional-popolare sia di una desolazione unica, beh… questo mica fa parte della vita vera, no?)

Comunque la pensiate ecco la lista:

Orhan Pamuk - Il mio nome è rosso
Per qualche impressione di lettura su questo volume vi rimando a questo post.

Chuck Palahniuk - Soffocare
Era da qualche anno che snobbavo Palahniuk. Dopo la folgorazione del Fight Club ero rimasto deluso da Survivor che avevo trovato un po' troppo furbo nel suo voler essere insieme provocatorio e avvincente, con quello stratagemma finale che risolveva sì il racconto ma ne indeboliva contemporaneamente la forza iconoclasta.
Ma la curiosità per l'autore americano m'è rimasta, e quando finalmente Soffocare mi ha chiamato dallo scaffale dei volumi in attesa di lettura, beh… non ho opposto troppa resistenza.
In effetti questo romanzo ha fatto risalire notevolmente le quotazioni di Palahniuk. Disturbante e nichilista, Soffocare non si limita all'assalto frontale all'omologazione occidentale, ma in qualche modo compie anche qualche tentativo di autocritica e di mediazione con lo stato delle cose. Il tutto condito come sempre con massicce dosi di umorismo sardonico, di sesso più o meno deviato e di sofferenze assortite. Un bel romanzo in definitiva, con un sacco di informazioni curiose, un protagonista che si lascia ricordare e un contorno di situazioni surreali più vere del vero.

Paolo Rumiz - La leggenda dei monti naviganti
Il formidabile volume di Rumiz è certamente la lettura più memorabile del mese. Ne ho parlato più diffusamente qui. Leggetelo!

Joe Haldeman - I protomorfi
Buona vecchia robusta fantascienza. A parte l'immondo titolo nel romanzo di Haldeman c'è tutto quel che serve per passare qualche oretta di puro intrattenimento: un alieno impacciato ma simpatico, un cattivo cattivissimo, il panorama esotico, la giusta dose di sesso e violenza, un mistero che si risolverà solo nelle pagine finali.
Che poi manchi qualsiasi profondità, che non ci sia spazio per alcun tentativo di speculazione che vada oltre i bisogni primari dei protagonisti, vabbé non si può avere tutto.
Mi meraviglia comunque che un romanzo simile possa aver vinto il premio Nebula 2004, assegnato annualmente dai professionisti del settore al miglior romanzo fantascientifico dell'anno precedente. Non c'era proprio niente di meglio?

Stefano Benni - Achille Pié Veloce
La mia prima sensazione a fine lettura è che ormai Stefano Benni abbia già detto tutto quanto aveva da dire.
Achille Pié Veloce è l'ennesima riscrittura del suo romanzo standard. La differenza più notevole è l'aggiunta del sesso tra gli ingredienti principali della ricetta tipica dell'autore bolognese. Per il resto tutto si ripete: il personaggio sfigato ma puro di cuore, quello duro e intransigente, gli uomini di potere sempre tremendi e senza pietà né morale.
Non che il reiterare stile e tematiche sia per forza cosa negativa, dopotutto Benni ha scritto in passato romanzi che mi rimarranno per sempre nel cuore e che non si distaccavano certo dal suo modello abituale. Ma dai tempi di Comici spaventati guerrieri o de La compagnia dei Celestini le istanze moraleggianti dell'autore hanno progressivamente preso il sopravvento sulla freschezza della scrittura, uccidendo quanto di buono vi si potrebbe comunque trovare. Non serve insomma ripetere ogni due pagine quanto sono brutti i tempi in cui viviamo, quanto è perfido e senza cuore il potere, quanto è avvelenata la città. Viviamo qui anche noi, lo sappiamo. Grazie. Anche perché se in Achille Pié Veloce Benni si fosse limitato al racconto evitando i predicozzi, credo che il romanzo mi sarebbe piaciuto, forse pure molto.

Bene. Per gennaio è tutto. Prossimamente un divertente romanzo francese, Harry Potter e un po' di fantascienza d'antan.
Rimanete sintonizzati.